Marius Copil: storia di un bambino e di un mantello

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Marius Copil: storia di un bambino e di un mantello

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TENNIS – L’incredibile storia di Marius Copil, il ragazzo venuto dalla Transilvania, grande sorpresa della prima settimana della nuova stagione a Brisbane.

Cosa hanno in comune un mantello e un bambino? Forse i supereroi, personaggi dei fumetti e dei cartoni animati che denotano coraggio e abilità straordinarie, dette superpoteri. Il Mantello è un simbolo e chi da bambino non ha provato ad indossarlo per sentirsi più simile ai suoi beniamini?

Mantello e bambino però sono anche le chiavi di lettura di una storia che inizia ad Arad il 17 ottobre 1990 . Marius Copil nasce qui, in questo dimenticato distretto della storica regione della Transilvania in Romania e sin da piccolo gli propinano due soprannomi: “Mantou” e “Kid”. Il mantello e il bambino di cui sopra appunto.

 

Non è mai stato ben chiaro il reale significato che si volesse attribuire alla parola “mantello”(stante poi che in italiano questa parola assume significati diversificati), ma certo sono molteplici i dati che lo presentano sin da subito come un bambino scaltro, appassionato di eroi e di tanto altro.

Il bambino Copil è ipercinetico. Inizia a giocare a tennis all’età di 7 anni e due anni dopo prende contemporaneamente a coltivare il sogno di diventare calciatore e si cimenterà nei due sport fino all’età di 12 anni .

Le passioni sono tante e diversificate: oltre a quelle sopracitate e prettamente fanciullesche, Marius sin da piccolo si mostra interessato alla fotografia e nel tempo diventa un appassionato di film e di automobili. La predilezione per la raccolta di orologi è solo un’altra delle tante, ma forse una di quelle più speciali.

Ad Arad infatti non c’è nessuno che non conosca e ammiri Edward Luttwak, economista e saggista, noto anche per la sua passione per gli orologi e nato qui da una famiglia ebrea nel 1942. I genitori di Copil vedono nel figlio grandi potenzialità e forse per qualche tempo sperano anche che si accenda in lui la passione per  l’economia ma così non è; con Luttwak oltre alla passione per gli orologi, Copil condividerà solo la padronanza delle lingue.
Italiano, inglese, spagnolo, francese ed ebraico quelle parlate da Luttwak. Italiano, inglese, spagnolo e tedesco quelle padroneggiate da Copil. Due rumeni poliglotti.

Ad ogni modo quando “kid” Marius sceglie di dedicarsi al tennis e  in famiglia sono tutti d’accordo perché lo sport è sempre stato per tutti un elemento predominante; suo padre Craciun-in romeno Natale- ha giocato nella nazionale di rugby, mentre sua madre Vasilica ha fatto parte della squadra nazionale di pallamano .Anche il fratello Radu Marian poi è un grande sportivo.
Copil sboccia subito e dall’alto dei suoi 193 cm vince il suo primo Future a 17 anni nel torneo di casa superando l’allora n° 468 del ranking Martin Alund; il biennio 2007-2008 diventa il suo periodo d’oro e bissando il titolo l’anno dopo, si porta a ridosso dei primi 600, dopo peraltro aver conseguito anche ottimi piazzamenti.

Diventa subito chiaro che la sua superficie preferita sia il cemento e che il suo colpo migliore sia il servizio; non è solo l’altezza, ma la dinamica del gesto. Dice che i suoi idoli, o meglio supereroi, sono Pete Sampras e Roger Federer e c’è da credere che abbia passato ore a studiare i loro colpi al servizio.
In un’intervista di qualche anno fa “kid” Marius dichiarò di avere “ancora molto da imparare per mettere a punto il servizio”  e che in ogni caso, avendo questa abilità , in futuro avrebbe avuto “una certa preferenza nei confronti dei tornei di Bucarest, Stoccolma e Pechino”.

Dopo un anno di comprensibile assestamento, Copil tra 2010 e 2011 raggiunge le sue prime finali challenger, vincendo la prima a Kazan in Russia, ovviamente sul cemento. Il finalista sconfitto è il più esperto Andreas Beck ma il punteggio è perentorio: doppio 6-4. Entra nella Top 200.
Nel 2012 però Copil dimostra che qualcosa nel meccanismo di crescita si è inceppato. E’ancora giovane, ha 22 anni ma continua a gravitare tra future e challenger, mentre nelle poche occasioni in cui si affaccia nel circuito maggiore, le prove offerte sono decisamente opache.
Si dice che dietro quel ragazzone così alto, si celi un animo nobile e che quella faccia da Peter Pan confermi la bontà della scelta del soprannome, kid. Ma questo appellativo sembra diventato una condanna, quella di un grande servitore talentuoso che rischia di non diventare mai grande e di restare un incompiuto. Dicono che sia appassionato del Bayern Monaco e che con i pochi soldi guadagnati abbia provato ad aiutare la sua fondazione benefica, sembra che sia impegnato nel sociale, ma nessuno pare più dargli troppo credito per quanto riguarda l’attività sportiva.
L’unico è forse coach Ionut Gaurila.

Poi una scintilla. Il 17 febbraio dello scorso anno Marius Copil vince il suo secondo challenger in Francia nel torneo di Quimper e batte in finale Marc Gicquel 7-6(9), 6-4. Nel torneo sorprende in positivo la padronanza dei colpi contro i più quotati Gilles Muller(n°69) e Dudi Sela(n°106); alcuni pensano che sia arrivato il momento per cominciare a vincere anche nel circuito maggiore.
Purtroppo è l’ennesima rondine che non fa primavera. Nella restante parte di stagione gioca solo altri 5 tornei e non riesce a passare nemmeno le qualificazioni.

All’improvviso accade qualcosa con il nuovo anno. Ed è storia di questi giorni. Copil si presenta al torneo di Brisbane in Australia da n°147 del mondo ma gravita attorno a questa posizione da più di un anno. Ovviamente parte dalle qualificazioni e al primo turno gli tocca l’olandese Thiemo De Bakker,best ranking n° 40 tre anni fa. Non un avversario dei più semplici. Anzi.
Però vince lui, “kid” Marius, che s’impone con una prova d’autorità 6-3, 6-2. E si ripete nel turno seguente, spuntandola in 3 set e in rimonta 4-6, 6-4, 6-3 contro James Ward. Nell’ultimo turno delle qualificazioni poi vince a sorpresa, letteralmente dominando Alex Kuznetsov testa di serie n° 8 del tabellone, con il punteggio di 6-4, 6-1.
Proseguendo, nel tabellone principale supera un altro qualificato, il giapponese Sugita in tre set. 7-6(5), 6-7(2), 7-6(7) , il punteggio finale e a fare scalpore sono le percentuali impressionanti al servizio. Sembra aver finalmente trovato la continuità e la solidità a lungo cercate, ma il vero banco di prova arriva nel secondo turno contro l’ex numero 6 del mondo Gilles Simon. E la prova del nove è ampiamente superata.
Kid Marius vince 7-5, 6-3 e raggiunge per la prima volta i quarti di finale di un ATP250. Poco importa che un coriaceo Hewitt lo sbatta fuori con un secco 6-4, 6-2 perché lui Marius Copil da Arad il suo torneo l’ha già vinto.

Ha sfatato un tabù, è riuscito a essere competitivo anche fuori dai challenger e ha mostrato solidità e tenuta mentale. Forse dentro di sé si sente ancora Kid o Manteu, ma ora come ora a quasi 24 anni, sarebbe eresia che tornasse nell’oblio degli incompiuti perché le qualità per emergere ci sono tutte e con lui incrocia le dita una nazione intera.

Questo non è il lieto fine di una storia, ma è solo il piacevole antipasto di quella che potrebbe essere. Si parla di un bambino che si appassiona alle varie sfaccettature della vita, che cresce diventando un ragazzone col pallino del tennista, con l’ambizione di diventare uno dei più forti, pur restando “kid” dentro, nell’anima, nel nome.

Perché poi Copil in rumeno significa bambino. E forse è lui il vero supereroe della sua vita, chapeau.
Andrea Pagnozzi

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Roger Federer, cronaca di un ritiro annunciato

Ripercorriamo l’ultimo anno e mezzo del campione svizzero, dal rientro a Doha del marzo 2021 alla straziante serata d’addio della O2 Arena

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Roger Federer - Laver Cup 2022, Londra (twitter @LaverCup)

Diversamente dalla novella di Garcìa Marquez, cui abbiamo scippato l’idea del titolo, l’addio alle scene di Roger Federer non è finito nel sangue. Eppure era tutto scritto da tempo, come per l’assassinio di Santiago Nasar. È solo che non lo accettavamo, Roger non può ritirarsi, sì certo, Alcaraz, Sinner e quei due satanassi prossimi ai quaranta ancora affamati di trionfi, ma senza Roger il tennis, già agonizzante, morirà – eccolo, il parallelismo cruento col romanzo.

Dunque per diciotto mesi, dal rientro a Doha del marzo 2021 fino a venerdì sera, in noi sul pessimismo della ragione ha prevalso l’ottimismo della volontà, a dispetto di ogni evidenza: Roger continua, il ginocchio è malandato ma non se ne sa molto, facile che sia solo un pretesto per giustificarne l’assenza dai campi, lui che dai campi non dovrebbe mancare mai. E se anche il guaio articolare fosse più invalidante, niente gli impedirà di giocare gli slam, a Wimbledon poi brucherà l’erba per una trentina d’anni ancora, ben oltre i parametri pensionistici della Fornero. Ingenuità soltanto in parte giustificate dalla fede.

Fede che talvolta, spesso, ha vacillato. In Qatar, per esempio, Roger batte Evans agli ottavi – ottimo tennista Daniel – però perde ai quarti con Basilashvili: l’avevamo lasciato che aveva messo paura allo squalo serbo nella semi di Melbourne 2020, 4-1 per Roger nel 1° set, e ora esce in un 250 con uno che faticheremmo a definire vincente. Calma, è un anno e rotti che non gioca, già passare un turno è grasso che cola… e la fede si rinsalda.

 

Altro sisma emotivo a Ginevra, due mesi dopo. Federer si consegna subito a Pablo Andujar – Pablo Andujar! – onestissimo carpentiere della racchetta mai oltre il 32 del ranking, quasi vecchio quanto lui. Più della sconfitta, addolcita dall’attenuante della terra battuta, è il modo: Roger giochicchia come in esibizione, ride ai propri errori, se li commenta in tedesco, la motivazione di un Kyrgios insomma. Qui perdiamo ogni speranza, il ritiro è imminente.

Come ci leggesse i pensieri, Roger si presenta al Roland Garros 2021 tirato a lucido: lo aiuta l’essere nominalmente testa di serie n. 8 – sappiamo del caos-classifica da pandemia – e incrociare Istomin, Cilic e Koepfer, di cui solo l’ultimo lo farà penare. Ma il Maestro è in forma, fisica e tennistica, la garra proletaria di Andujar un brutto ricordo. Si guadagna un posto agli ottavi, e Berrettini sta ancora ringraziando i suoi dei per non averlo dovuto affrontare; già, Roger si ritira prima del match con Matteo così da salvaguardare le giunture in vista di Wimbledon. Lo criticano in molti, mancanza di rispetto per l’avversario, per il tabellone, per il prestigio del torneo, Federer, il tennista più corretto dai tempi di Borg… è che per una volta pensa a sé, lui lo sa, di avere soltanto un paio di colpi in canna e vuole spararli al Luna Park di Londra. In ogni caso perdonaci Roger, se dopo Ginevra ti abbiamo rinnegato è perché i seguaci degli altri due ci assediavano, e poi il gallo ha cantato tre volte…

Alla vigilia dei Championships siamo elettrizzati, poco importa che ad Halle, dove ha presenziato un po’ per tradizione, un po’ per sponsor, un po’ per preparazione all’erba, abbia lasciato vincere Auger-Aliassime – il quale di lì a poco comunque esploderà. Importa la grinta, la faccia concentrata dei tempi migliori, e pure che prima del canadese abbia preso lo scalpo di Ivashka, uno che sui prati non sfigura affatto. A Church Road ci sono i presupposti di competitività: a differenza di quasi tutti, lui conosce ogni filo d’erba del campo centrale, essenziale però è stare alla larga dallo squalo serbo, la ferita inferta nel 2019 ancora non si è rimarginata, se mai lo farà.

Il sorteggio è benevolo, Djokovic è lontano, un eventuale faccia a faccia solamente in finale. Ci confidiamo, nella finale, il Federer visto in Germania rassicura, e poi dai, Mannarino, Gasquet, Norrie, Sonego, Hurkacz e Berrettini, mica Raonic, Isner, Cilic, Kyrgios, Murray, gli erbivori da temere davvero. Tra tutti giusto Mannarino al primo turno ci spaventa, il francese se la cava bene sul verde ed è in giornata buona, i colpi piatti e filanti spostano Roger a destra e a manca costringendolo a un quinto set insidiosissimo. Brutto, molto brutto, gioire per un ritiro, ma quando Adrian si avvicina a rete con la mano tesa, perché il ginocchio – il ginocchio, guarda l’ironia – gli ha ceduto, è come se ci togliessero un quintale di mattoni dalla schiena.

Nei tre turni successivi Roger sciorina la sua dominanza tra le righe di gesso, anche malconcio, anche a 39 anni: dispiace solo per Sonny, che meritava miglior sorte. Siamo ai quarti, e non conteniamo più l’euforia. C’è arrivato anche Nole, ça va sans dire, ma è lassù, e dopo l’ostacolo modesto di Fucsovics, avrà Shapovalov, che se per una volta gioca come ci aspettiamo giochi da almeno tre anni, lo squalo può fiocinarlo eccome. Ciò significherebbe nono titolo a Londra per il re – e 21° titolo slam, di nuovo in testa, tocca a voi raggiungermi ora – perché Hurkacz, Berrettini e Denis si scioglieranno al suo cospetto.

Ma il polacco dalla faccia triste non è d’accordo: si fosse intascato il tie break del 2°, forse Roger avrebbe ritrovato fiducia nel suo tennis, raccolto le ultime energie e vinto al 4°. Non è andata così e l’infamia di quello 0-6 sulla riga del 3° set ne insozzerà il curriculum ventennale, con l’aggravante di rappresentare l’ultimo risultato di un match ufficiale.

Da quel luglio dell’anno scorso poche e scarne le notizie su Roger, sulle sue intenzioni, sull’infortunio al ginocchio – i maligni ne minimizzano la consistenza, sta semplicemente cercando una scusa per uscire dal circuito con dignità. Federer a poco a poco sparisce anche dai social, qualche spot per gli sponsor, qualche spezzone di vita familiare, briciole di pane che noi Pollicini seguiamo devoti e confusi.

La scena allora se la prende tutta Djokovic: Nadal pure è malandato, il Fab4 Murray gioca i challenger, il Fab5 Stan neanche quelli, la ex next-gen annaspa in eterna incubazione, Alcaraz comincia a far parlare di sé ma non è ancora l’alieno che è diventato. Certo, Nole dilapida uno Us Open e un Grande Slam già in saccoccia, sennonché, per una volta, riceve affetto sincero dal pubblico di New York, grazie alle prime lacrime della sua carriera – gli americani si sa hanno il cuore tenero. L’universo torna in asse nel gennaio 2022, Djokovic torna a fare il Djokovic, nel braccio di ferro col governo australiano inanella una serie di figuracce epocali, ma è pur sempre al centro del palco, l’unica cosa che conta per lui.

Scemato il tragicomico thriller downunder, rispunta Rafa, doppietta AO-RG (soltanto il 14°), poi di nuovo Nole col settimo sigillo a Wimbledon (come Sampras, surreale). Roger aleggia ancora sul circuito ma sempre più etereo, sfocato, e l’annuncio di giocare Laver Cup e Basilea è battuto dalle agenzie con l’enfasi eccessiva di chi da tempo ha pronto il pezzo del de profundis.

Noi rogeriani integralisti ridimensioniamo, circoscriviamo, contestualizziamo: terza operazione al ginocchio, non scende in campo da un anno, cosa pretendiamo da lui, che s’iscriva a Gstaad, Washington, Metz come un Rinderknech qualsiasi? Le argomentazioni valide a che si auspichi un ritorno nel 2023 non mancano, eppure una vocina interiore, quella cattiva, quella che se ne impipa dell’amore e della venerazione, ci bisbiglia all’orecchio che trattasi di passerella finale.

In realtà una pre-passerella c’è già stata, proprio a Wimbledon, in occasione della sfilata dei campioni per celebrare i cento anni del campo centrale: lui è uscito per ultimo infiammando la folla, tuttavia pareva un diplomatico svizzero in visita all’ambasciata di Londra, non uno che quel torneo lo volesse ancora giocare e, magari, vincerlo. Pur nell’obbligata fumosità delle dichiarazioni, dai suoi occhi è trapelata una sorta di malinconia, una premonizione, sento che questa è l’ultima volta in cui calco la mia adorata erba da professionista.

Non ci aiuta a recuperare entusiasmo la scomparsa di Roger dalle classifiche ATP, i 360 punti dei quarti 2021 sono vecchi di un anno e volano via, la sua faccia ormai sovrapposta a quella di chissà chi altro. Federer ora è un fantasma, se ne avverte la presenza ma in realtà non esiste, in questo assurgendo letteralmente a oggetto di culto fideistico, non ti vedo però so che ci sei.

A posteriori, i so-tutto-io che avevano pronosticato l’ultimo saluto a Basilea hanno avuto ragione, incuranti del fatto che Roger avesse preventivato tutt’altro: non ci pensava affatto a una stagione di sfilata finale modello Edberg; lui, e la famiglia, e lo staff, e milioni di fanatici, e l’ATP tutta, ci credevano in un percorso soft per rientrare nel 2023 risanato, allenato, carico a pallettoni, pronto a ripetere il miracolo di AO 2017.

Poi le Parche decidono di recidere il filo ancor prima del previsto. Il ginocchio ha una ricaduta, qualcosa a proposito di una formazione anomala di liquido, non conta, ciò che conta è che Roger rinuncia a Basilea. E allora ce lo chiediamo tutti: se salta il torneo di casa, come può ripresentarsi in Australia, con zero match all’attivo in quasi due anni? Senza classifica? In balia di un tabellone che potrebbe accoppiargli al primo turno una trentina di avversari in grado di batterlo, e batterlo male, da umiliarlo più di quanto abbia fatto il 6-0 preso da Hurkacz? Va bene l’amore per il tennis, ma esiste anche l’amor proprio, e Roger non può buttare al vento l’epica del suo ventennio di splendore per elemosinare ancora un po’ di riflettori.

È lì che capiamo, è lì che iniziamo a piangere, poco importa che la Laver è stata confermata, farà il doppio, ché col suo braccio può giocarlo pure in carrozzella.

Paradossalmente il dolore è più mitigato che acuito dalla lettera d’addio urbi et orbi del 15 settembre: la leggerezza e la genuinità delle sue parole ci rinfrancano, nulla di narrativamente memorabile ma tutto di una verità disarmante, impregnata di rispetto e gratitudine per quanto il tennis gli ha regalato. Con la sua voce tranquilla a prenderci per mano.

Così siamo arrivati pronti a venerdì sera. Pronti a vederlo cedere emotivamente e a cedere con lui. Non è stato un crollo, piuttosto un abbandono, inutile ribellarsi a quel tumulto di sensazioni, inutile vergognarsi e nasconderle; Roger l’avrebbe potuto e saputo fare, è un uomo di 41 anni, padre di quattro figli, l’ha fatto altre volte in passato: ma come tante volte in passato ha pianto di gioia, venerdì ha pianto… di gioia, di nuovo. Il suo universo era lì, famiglia staff avversari compagni di strada, più ventimila eletti in rappresentanza di noi a casa. Perché piangere di dolore? Davvero non ci dormirà la notte ad avere meno slam degli altri? O ad aver perso il record di settimane da n. 1? Davvero vivrà nel cruccio di non aver superato Connors nel computo dei tornei vinti? No, nessun dolore, Roger ha pianto di gioia: perché è consapevole del privilegio avuto in dono – l’ha scritto egli stesso senza fastidiose false modestie: il fato gli ha fornito un talento speciale, lui ha soltanto assecondato quel disegno divino.

Insieme a Roger, a tutti noi, tra le luci della O²Arena ha ceduto anche Nadal, lui sì in preda alla disperazione: Rafa perde IL rivale di mille duelli, certo, e forse si è proiettato in un futuro non troppo lontano, quando festeggeremo lui. Ma le lacrime di Rafa erano per un amico, qualcuno cui vuole davvero bene e che per farsi qualche risata d’ora in poi dovrà andare a cercare tra le montagne svizzere.

Ecco, tutto il bene che il mondo ha voluto e vorrà sempre a Roger Federer sta in quell’incontro di mani tra lui e Nadal rubato dalle telecamere: Roger e Rafa, Rafa e Roger, intrecciati come due bambini cresciuti insieme, nella mano libera una racchetta, nel cuore l’idea di rendere la loro e la nostra vita un poco migliore.

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Tutto (o quasi) quel che è stato scritto su Roger Federer ieri e oggi nel mondo. Un’antologia straordinaria dovuta a Slalom.it

Dagli Stati Uniti alla Francia ai giornali nostrani: così si parla del ritiro del campionissimo elvetico in tutto il mondo

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Roger Federer - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Il giornalista Angelo Carotenuto nella sua newsletter Slalom ci regala questa straordinaria antologia dei commenti delle migliori penne italiane e internazionali sul ritiro di Roger Federer, che dopo la Laver Cup della prossima settimana appenderà la racchetta al chiodo a 41 anni. Un’antologia che – ci perdonerà lo stimato Angelo – vi proponiamo per intero non senza rimandarvi al suo sito internet, in cui ogni giorno viene raccontato lo sport con grande qualità.

La Coppa Laver sarà l’ultimo torneo di Roger Federer. Lascia il tennis dopo 1251 partite vinte e 375 perse. Non gioca da 14 mesi, dal torneo di Wimbledon del 2021. L’ultimo a batterlo è stato il polacco Hurkacz, l’ultimo a perdere da lui Lorenzo Sonego. Ha vinto 103 tornei e 20 dello Slam. Ha dato il primo bacio a sua moglie alle Olimpiadi di Sydney. Ha per figli quattro potenziali singolaristi, due doppi e due doppi misti. È cresciuto ammirando Edberg, Becker e Sampras. Ha fatto il raccattapalle a Basilea, dove si era iscritto per giocare il mese prossimo. Alle 15 e 18 di ieri pomeriggio ha detto basta. 

Wimbledon era l’ora in cui sul campo centrale spunta il campione in carica quando comincia un nuovo torneo, nei secoli dei secoli, amen. Ti lasci la poesia di Kipling alle spalle e le lancette del grosso Rolex sul tabellone verde ricominciano a girare, dopo essere rimaste ferme per un anno. Per otto volte le ha rimesse in moto lui, alle due del pomeriggio.

 

Parigi, un fuso avanti sul meridiano, era trascorso solo un minuto dall’orario che Clint Eastwood ha reso immortale nel film Attacco al treno, mentre a Melbourne ne mancavano a quel punto quarantacinque all’incirca a mezzanotte, qualcuno stava uscendo dal cinema, altri dal ristorante, e quelli che stavano per mettersi a letto, hanno sentito sul telefono il suono della notifica della buonanotte. Melbourne è il posto del suo ultimo Slam. Non poteva fargli uno sgarbo, non poteva mettere l’Australia di fronte al fatto compiuto, l’indomani mattina. La data del 15 settembre doveva essere il 15 settembre anche per loro, per tutti, prima che il pianeta Terra attraversasse la linea del giorno dopo. 

Anche a New York nel frattempo erano svegli, le nove del mattino, qualcuno era salito in metro, qualcuno era ancora davanti ai cornflakes, a quattro giorni di distanza dalla chiusura di un torneo tre volte storico. Per l’addio di Serena Williams, per il numero 1 di Carlos Alcaraz e perché resterà l’ultimo Slam saltato da Roger Federer. I prossimi saranno il suo passato. 

Roger Federer avrebbe potuto ritirarsi in modo speciale, dopo il ventesimo titolo, alla Flavia Pennetta. È un privilegio raro, smettere dopo un’ultima partita vinta. In linea di massima, ai tennisti non capita mai. Prendono la borsa, lasciano il campo e salutano per sempre quando sono stati sconfitti. Poteva andarsene dopo l’ultimo match perso a Wimbledon, il suo giardino, la sua seconda casa. Poteva andarsene in tutti questi anni nei quali sedeva in cima alla lista contabile dei più grandi, prima di essere scavalcato dai 21 Slam di Djokovic, dai 22 di Nadal. Lo avremmo salutato dicendolo il più grande

Invece se ne va adesso, e verso quella definizione ci si scopre all’improvviso indifferenti. Se n’è andato in un giorno anonimo, mentre a Bologna un certo Ymer batteva un certo Gojo in una Coppa Davis che nessuno vuole più chiamare a questo modo antico, ma anonimo pure lui, senza più una classifica. Ci lascia un tennista che non è il primo, non è il decimo, non è nemmeno un millesimo. È oltre. Ci lascia da fuori catalogo, e se pure non fosse più il più grande, come stamattina qualcuno fuori luogo dice, ma chi se ne frega. È stato il più amato della storia. È stato una citazione vivente del tennis. Si è vestito come Perry, camminava come Tilden, ha inventato un torneo col nome di Laver. 

È come quando morì Maradona. Il ritiro di Federer è una cosa che nel fondo dei nostri cuori era già successa mille altre volte prima di succedere. Una specie di anestesia. Ha scelto il momento perfetto perché non si sentisse dolore e l’ora esatta per dirlo a tutto il mondo. 

FUORI CATALOGO  Mi ero sbagliato. Nel non considerare Roger Federer il più forte di tutti i tempi. Oggi mi sono al fine reso conto che Federer è il più forte tennista mai nato. Di Tilden ha sicuramente l’immaginazione creativa, l’eleganza di ampi, fulminei gesti rotondi. Di Cochet il senso dell’anticipo, l’abbreviazione addirittura ironica di fraseggi per altri laboriosi – di gianni clericiRepubblica, 22 aprile 2006 e 31 gennaio 2020

Frammenti di Roger Federer nei tre anni di Slalom

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#10 L’intervista di Mikaela Shiffrin per Barilla

 ➣  La sua domenica ideale?

«Alzarmi senza una sveglia, senza programmi prestabiliti per fare qualcosa con i miei figli. Montagne o mare, comunque al sole, all’aria aperta lontano dal tennis, dovunque con i miei figli. Solo una vittoria a Wimbledon mi farebbe cambiare idea. A quel punto la domenica perfetta sarebbe quella. Ma ne parleremo un’altra volta. Ultimamente ne ho passata una davvero brutta».

 ➣  Legge le storie ai suoi bambini prima di dormire?

«Ma certo! L’altra sera gli ho raccontato “Goldilocks and the three bears”, Riccioli d’oro e i tre orsi, un classico. Ho provato anche a ingannarli leggendo Riccioli d’oro e i due orsi, ma i miei figli non ci sono cascati, e mi hanno detto “contiamoli!” così ho dovuto immediatamente ammettere che avevano ragione e che gli orsi sono tre. A loro non scappa niente». [19 settembre 2019]

#14  Senza un’eredità in Svizzera

“Non c’è stato neppure un particolare boom durante i suoi anni, scrive il NYTimes. Nel 2003, anno in cui vinceva il suo primo Wimbledon, la Svizzera aveva 50.843 giocatori tesserati. Nel 2018 sono stati 51.490. Il numero degli junior è calato a 11.712 da 13.108. I ragazzi sono scesi dai 10.776 del 2011 agli 8.791 del 2018, le ragazze sono crollate del 66% dal 2004 quando erano 8.791, l’anno scorso erano 2.921 [23 settembre 2019]

#49 Sinner vuole vincere Ny per lui

 ➣  Il primo Slam lo vorrebbe vincere agli Us Open: perché?

«È il primo che ho visto in tv, ricordo la finale fra Federer e Del Potro (2009, ndr). Poi il centrale visto da dentro è gigante. New York invece non mi piace, c’è troppo casino». [28 ottobre 2019, intervista di Stefano Semeraro, La Stampa]

#268 L’estetica e gli scontri diretti

Juan Gutiérrez, AsIn una cena emerse della testardaggine tra alcuni dei migliori ex giocatori spagnoli di sempre, che optavano per Federer. Nadal ovviamente non era seduto con noi. L’argomento principale di quella sera coincide con quello utilizzato prevalentemente: il bellissimo, tecnico, elegante tennis dello svizzero, non privo di efficacia. Non c’è nessuno in grado di giocare in questo modo, d’accordo, ma a quanto pare non basta per battere gli altri due. È difficile confrontare atleti di epoche diverse, ma nell’era dei Tre Grandi ci sono gli scontri diretti. In ogni caso, i gusti sono gusti. La cosa migliore di questo dibattito è stata quella di poter assistere a una rivalità senza pari” [8 giugno 2020]

#301  Roger sul tetto in Liguria e la profezia sulla data del ritiro

Quella sul tetto fu l’ultima esibizione pubblica dei Beatles il 30 gennaio del 1969. Il 10 aprile del 1970 Paul McCartney diede il celebre annuncio: basta. Dopo il tetto ci furono insomma Beatles per altri 435 giorni. Con Federer siamo coperti fino al 18 settembre 2021. Segnatevelo [11 luglio 2020]

#503 Sta escogitando qualcosa

Annabel Croft, Tennis Head: Non mi sorprenderebbe se si fosse concentrato sulla costruzione di schemi molto offensivi per giocare punti molto brevi. Per sua natura Federer è un giocatore aggressivo che cerca di vincere le partite velocemente

James Walter-Roberts, EurosportPotrebbe aver deciso che in questa fase della sua carriera è ora di accorciare ulteriormente i punti, attaccando a ogni occasione possibile, giocando chip e charge sul suo rovescio e andando a rete ogni volta che può. “Più che mai – ha scritto – c’è la sensazione che non possa permettersi di spendere troppe energie nei primi turni se vuole vincere tornei, in particolare Grandi Slam”.

#535 La messa non è finitatra poco rientra

Claudio Giuliani, Warning per UbitennisCi basterà vederlo alzare le braccia un’ultima volta dopo una vittoria, contro chicchessia, almeno un’ultima volta? Oppure ci accontenteremo di vivere quei piccoli attimi di gioia che proviamo quando lo vedremo inventare un nuovo colpo o riproporne uno classico, quando giocherà un passante di solo polso, quando cambierà la velocità della pallina con la naturalezza di chi è nato per fare quello, quando completerà un serve and volley con la solita perfezione stilistica? Oggi diciamo di sì, ma quando inizierà a giocare, questo non ci basterà più. Vorremo di più, desidereremo sempre una messa più lunga. Saremo egoisti consapevoli, perché sappiamo che chiederemo a Roger più di quello che ci può dare. E soprattutto lo faremo dopo tutto quello che ci ha dato [6 marzo 2021]

#540 Il primo colpo dopo un anno

Ha attraversato un corridoio che sembrava allestito da Andy Warhol dopo una cena a base di peperoni imbottiti. “From Switzerland, welcome back, Roger Federer” ha detto lo speaker al microfono, arrochendo la voce e arrotando la R iniziale del nome. 

Flash, applausi, anche il privilegio di giocare la prima partita e il primo torneo dentro un’arena che non fosse vuota. Si è vestito di verde. Il colore del marmo e dello smeraldo, il tono che prende la natura quando rinasce. Il simbolo della tenacia, dicono, e per Dante della speranza. Codici esadecimali: #00FF7F e #006400 (forse). Un pantaloncino tra spring e lime, polsino intonato, sotto una polo dark andante verso l’oliva, fascia abbinata. Un Roger che più Roger non si poteva [11 marzo 2021]

#652 A Wimbledon ancora si batte

Ha lasciato un set a Norrie (il terzo) prima di vincere la sua partita numero 104 a Wimbledon. Numeri: 7 ace, il 68% con la prima, 4 palle break concesse e 2 cancellate. A 39 anni e 337 giorni è il più anziano agli ottavi di finale da quando nel 1975 ci riuscì Ken Rosewall (40 anni e 245 giorni). In assoluto il più vecchio nell’era Open è stato Pancho Gonzales, a 41 anni e 57 giorni. Guida sia la classifica delle presenze agli ottavi in uno Slam (Federer 69, Djokovic 55, Nadal 50, Connors 42, Agassi 42) sia quella della presenze negli ottavi a Wimbledon (Federer 18, Connors 16, Djokovic 13, Becker 12, McEnroe e Murray 11). 

José Morón su Punto de Break dice: Penso che non siamo abbastanza consapevoli di quello che sta facendo Roger Federer. Mancano solo 36 giorni al suo 40esimo compleanno. Quaranta! E oggi ha corso 5,2 km (15,3 km finora nel torneo), cadendo più volte, rialzandosi e dando tutto. Siamo fortunati e non ce ne rendiamo conto.

#656 L’ultima partita

L’ultima volta che aveva perso qui, due anni fa dopo due match point, aveva giocato un colpo finale senza epica. Una stecca di dritto che aveva mandato la palla a sbrecciare l’aria, un tiro così volgare e terreno da non poter essere la cartolina perfetta di un congedo. Era una ragione in più per darsi altro futuro. Non poteva andarsene a quel modo. Non poteva lasciare negli occhi dei fedeli della sua chiesa, ma nemmeno in quelli dei pochi eretici mai convertiti, un tale scartiloffio, un circoletto nero dopo tanta vita dedicata all’armonia. 

Mentre a un certo punto ieri pareva sbeccato e irreparabile il terzo set con il polacco Hurkacz – e insieme a esso tutto il quarto di finale – s’è messo tra i piedi il solito pensiero che ormai ci raggiunge mentre Federer perde le sue partite. E se fosse l’ultima? E se alla fine si impossessa del microfono e commette l’insano gesto, a un mese dal compleanno numero quaranta? Uno gli guarda la fascia tra i capelli, il marchietto sulla maglia e con l’ottimismo della ragione si dice che ha ancora troppi contratti firmati per qualche anno: non lo farà. Ma poi alla fine che ne sappiamo davvero di quello che passa per la testa a chi ha vinto Venti Slam e sta per prendere 0-6 da un ragazzone che andava alle scuole elementari quando il duca di Kent consegnava a lui la prima delle otto Coppe .

  ◇  Christopher Clarey, New York TimesÈ mancata la magia mentre tirava dritti, sbagliava le volée, lottava con l’equilibrio e il gioco di gambe

Stefano Semeraro, la StampaIl tramonto definitivo, una resa all’anagrafe e una coltellata al cuore, anche se il Genio ci ha abituato a risurrezioni infinite. Un Federer a tratti inguardabile. Ora, forse, è arrivato il momento di organizzare un addio all’altezza di una carriera leggendaria

  ◇  Sophie Dorgan, L’ÉquipeNel suo silenzioso giardino inglese si sono sentite le nocche scricchiolare e i pensieri di Federer svanire nel dubbio, sulla crisi di mezza età. Per dieci giorni abbiamo creduto in un miracolo. Vent’anni di grandi imprese ci hanno sottoposti a una visione distorta. A quasi quarant’anni e dopo due operazioni al ginocchio, lo svizzero ha già fatto una cosa straordinaria qualificandosi per il suo 58esimo quarto di finale di uno Slam. Nel suo mondo di prima, era una cosa banale. Oggi è un traguardo. Quando un colpo facile si è trasformato in una scivolata al tie-break, quando ha lasciato passare un proiettile di trenta centimetri, quando ha sbagliato tutte le volée in estensione, durante tutti questi piccoli momenti, abbiamo cercato invano l’etereo e brillante Federer. Il suo avversario lo ha schiacciato

  ◇   Simon Briggs, TelegraphLo vedremo giocare di nuovo qui? Se fosse stata l’ultima volta, non sarebbe nemmeno così cattiva. Nonostante il risultato a senso unico (6-3, 7-6, 6-0) che ne ha fatto la sconfitta più pesante mai subita su questi prati, Federer ha giocato una partita dignitosa. L’ovazione prima del suo ultimo servizio è stata da brivido [8 luglio 2021]

#974 Nadal nel cuore dei francesi al suo posto

Philippe Bouin, giornalista de L’Équipe  a El MundoQuando Nadal è arrivato sulla scena, era visto dai tifosi come il ragazzaccio che voleva fare del male ai francesi, ma anche alla loro mascotte più cara: Roger Federer. All’inizio lavorava contro di lui un altro fattore: il fisico. I francesi erano innamorati dell’artista Federer. Nadal era visto come un pugile, una specie di tamarro. Le sue magliette senza maniche gli facevano sembrare le spalle due volte più grandi. I suoi salti sembravano bullismo. Ma era come Ray Sugar Leonard contro Mike Tyson. I suoi muscoli nascondevano il talento. Penso che negli anni tutti questi pregiudizi nei confronti di Nadal, compresi i sospetti sempre infondati di doping, siano scomparsi grazie alla sua vera personalità, alla sua naturalezza, alla sua gentilezza verso tutti. Penso che ora la gente rispetti ancora di più il suo stile e la sua fama, il fatto che a differenza di Djokovic non sia mai cambiato. Adesso è il buon vecchio ragazzo del tennis. Ora che Federer se n’è andato, Nadal è la nuova mascotte del pubblico francese». [3 giugno 2022]

Che cosa si sta dicendo di lui

La Svizzera come a lutto

Simone Graf, Tages Anzeiger: In tanti avevano desiderato un ultimo evviva. Non per forza un titolo dello Slam, ma almeno un vero addio. Per molti anni, Roger Federer ha fatto parte delle nostre vite, come un giocatore di tennis di successo e una star mondiale accessibile. Sembra di dire addio a una persona cara

Un giocatore etereo

Julien Reboullet, L’ÉquipeSe Roger Federer fosse un elemento, sarebbe l’aria. L’aria del mare aperto, dalla rassomiglianza familiare; l’aria aperta, che allo stesso tempo è intoccabile. È sempre stato in equilibrio, tra l’immensità e l’accessibilità. Come i Beatles Leonardo da Vinci. Etereo è l’aggettivo che meglio aderisce alla sua memoria – bisognerà abituarsi ad associare la parola memoria al suo nome. È difficile essere al vertice per più di vent’anni. Ha saputo stare al passo con i tempi.  Federer rimarrà per l’eternità dietro a Rafael Nadal e Novak Djokovic per numero di titoli. Ma poserà davanti a loro, e a tutti gli altri, agli occhi di chi si è innamorato del suo tennis. Molto presto è arrivato sulla sua strada un adolescente spagnolo con i pantaloni corti e con un lungo dritto che ha martirizzato il suo rovescio. A seguire un giovane serbo con gambe di gomma e un rovescio laser che ha cominciato a infastidirlo anche sul cemento. Lungi dal pensare di fare le valigie per chiudersi in una casa di riposo e sfuggire a questa assurda coabitazione con altri due mostri, lungi dall’arrendersi quando il suo ginocchio gli ha ricordato la data di nascita, Federer ha scritto un’ultima pagina particolarmente eroica, rientrando da un’assenza di sei mesi, all’inizio del 2017, a più di 35 anni. Ha compiuto quella che è considerata una delle più grandi rimonte nella storia dello sport, vincendo l’Open d’Australia. I due match point persi nella finale di Wimbledon 2019 contro Djokovic hanno impedito il prolungamento della sua storia, i più sognatori speravano ancora di vedere una coda nel 2023

Il suo stile

Guy Forget, L’ÉquipeAveva la stessa fluidità di un Rod Laver o dei grandi giocatori Anni Sessanta, ma con colpi più rapidi. Ha conciliato un tennis old school, tra opzioni tattiche come il serve and volley o il chip and charge, con la violenza dei colpi contemporanei. Questo è ciò che lo ha reso unico, al di là del suo record. Il suo stile di gioco era in netto contrasto con quello di Rafa. Come Borg-McEnroe. Il tennis è esploso grazie a loro due e al contrasto di stili. Lo svedese freddo e impassibile, il newyorkese chiassoso, maleducato, brillante, antipatico. La gente voleva vedere questo. Il buono e il cattivo. Per molto tempo il pubblico, che ancora non conosceva Nadal, è stato attratto dal suo confronto con Federer. Da una parte il ragazzino ribelle, con i suoi lunghi capelli, i pantaloni da corsaro, le canotte, i vamos; dall’altro il ragazzo di classe, all’antica, che giocava la demi volée. Hanno contribuito al successo del gioco, allo stesso modo di Sampras-Agassi. Non sono solo le vittorie a renderti un’icona, ma anche il modo in cui giochi e le rivalità. Se le ginocchia lo avessero lasciato in pace, in una partita secca avrebbe potuto mettere Alcaraz, proponendogli uno stile che il ragazzo non ha mai affrontato. Roger non ha mai giocato per far giocare male l’avversario. Rafa ti logora, ti mangia la testa, ti impone il diritto, ti destabilizza. Djokovic è una macchina, un computer XXXXL che finisce per farti impazzire. Roger, lo guardi, e pensi che si stia divertendo. Che stia facendo un’esibizione

Così completo che si confondeva

Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello sportFederer è stato un sogno, cioè la possibilità di vedere realizzata la perfetta fusione tra il tennis dei gesti bianchi e la forza della modernità, senza snaturare una classe che non conosceva confini. è stato un campionissimo senza punti deboli, con un servizio ficcante dalle variazioni sterminate, un dritto giocato con un anticipo mai visto e un rovescio magari meno travolgente in qualche occasione ma effettuato con ogni tipo di taglio. Ciò che tuttavia ha reso unico lo svizzero dal punto di vista tecnico è stata la sua capacità, mai riscontrata in un altro giocatore, di volgere lo scambio a suo favore con un solo colpo e anche nelle situazioni più complicate, magari attraverso un cross stretto di dritto, un passante di rovescio, una risposta aggressiva seguita subito a rete, una volée smorzata, una palla corta, in un’infinità di soluzioni che qualche volta gli si è addirittura ritorta contro nelle sconfitte. Il suo bagaglio tecnico era tanto ampio da fargli pensare di poter risolvere gli scambi attraverso il colpo più complesso

Era la Suzanne Lenglen degli uomini

Matteo Codignola, La StampaPer chiunque abbia preso in mano una racchetta, o anche per chiunque abbia solo visto qualche partita, il tennis di Federer coincideva 1:1 col tennis così come uno se lo immagina, o spera di giocarlo – quello di chiunque altro consistendo in un’approssimazione, generalmente per difetto. Non è successo quasi mai che le qualità per cui questo gioco a ben vedere stranissimo irretisce quasi chiunque lo guardi – quel misto demoniaco di leggerezza, grazia, fluidità, perfidia, violenza, e come ovvio invenzione – si incarnassero in una figura sola. Per essere precisi, è successo solo due volte. Con Suzanne Lenglen, che negli anni Venti ha trasformato un passatempo da garden party in uno sport di massa, giocato da popstar in grado di riempire da sole gli stadi: e adesso, negli ultimi vent’anni. Però sarebbe sbagliato lasciare che l’aggettivo più usato dalla stampa americana e inglese ogni volta che tentava di definire l’alchimia quasi inverosimile del gioco di Federer – balletic – chiuda l’interessato in un bozzolo di eleganza suprema, ma in un certo senso fine a se stessa. Il Maestro – altra parola di uso ossessivo, nella stampa di cui sopra – era molto altro


pareri Adriano Panatta

«L’ho appena scritto su Twitter: Oggi non si è ritirato Roger Federer. Si è ritirato il tennis. Roger ha rappresentato il tennis come lo intendo io e, credo, come lo intendano milioni di persone. Unico, inimitabile. Federer è stato il più bravo di tutti a giocare a tennis, non solo nella sua epoca, ma anche guardando al passato. Ci sono stati e ci sono campionissimi come Borg, Sampras, Agassi, Djokovic, Nadal, ma lui è stato qualcosa di più: ha simboleggiato la perfezione tecnica di questo sport. Ci sono personaggi che hanno vinto più di Federer, ma lui è riuscito a cogliere i successi con la bellezza del suo tennis. È questa la vera differenza. La sua unicità» [intervistato da Stefano Boldrini, Il Messaggero]


InsostituibileCome Serena

John Feinstein, Washington PostIl ritiro di Federer è un promemoria triste e tangibile del fatto che ci stiamo avvicinando alla fine di un’era d’oro, ineguagliabile nello sport. È stato un vincitore meraviglioso e uno sconfitto gentile. Anche dopo aver perso la sua ultima finale importante, una classica in cinque set contro Djokovic a Wimbledon nel 2019, ha mantenuto il suo senso dell’umorismo. Era l’anno in cui il torneo aveva introdotto un tie-break al quinto set sul 12 pari. Djokovic lo aveva vinto dopo che Federer aveva avuto due match point, in vantaggio per 8-7. «Per me – disse – hanno scelto l’anno sbagliato per mettere il tiebreak al quinto set», scherzò Federer nell’intervista in campo. Il ritiro suo e di Serena Williams lasciano un buco nel cuore del loro sport. Altri prenderanno il loro posto come grandi campioni. Nessuno potrà sostituirli.

Un Pavarotti che canta Bob Dylan

Mats Wilander, L’ÉquipeNon c’era niente di meccanico nel suo gioco, era un primo ballerino. In campo, con la sua racchetta e il suo gioco di gambe, disegnava un balletto. Non sto parlando delle sue vittorie o dei suoi titoli. Sto parlando del suo stile, paragonabile solo a quello di Michael Jordan, Tiger Woods o Diego Maradona. Per me è Pavarotti che canta Bob Dylan. Non direi che fosse migliore di Rafa o Novak, era di un’altra categoria. Come pochissimi atleti al mondo, valeva 10/10. Anche Serena Williams non ha mai raggiunto il suo picco di popolarità. Un giocatore letteralmente adorato. Da me, ex numero 1 del mondo, dagli appassionati di tennis, ma anche da chi non è interessato allo sport. Tutti guardavano Federer! Non sono sicuro che vedremo mai più uno come lui. Björn Borg ha avuto bisogno di Jimmy Connors, poi di John McEnroe, per salire ancora più in alto . Lo stesso per Pete Sampras con Andre Agassi. Non credo che Roger avesse bisogno di Rafa, poi di Novak, per diventare una leggenda. Non aveva bisogno di nessuno. Rafa lo ha reso umano. Ma questa è un’altra storia. Il loro duello ha creato una rivalità. Ma non importa: nella mente e nel cuore di molti, Roger è sempre stato il più grande. E lo è ancora oggi. Con lui, semplicemente, eravamo costantemente in trance.

Anzi, no. Un Nureyev 

Oliver Brown, TelegraphRoger Federer è stata una mostra d’arte umana. È stato il più grande sportivo della storia. Tale era la sua eleganza, che è diventato il modello di come andava giocato il tennis, e così ha trasceso i suoi stessi confini. Guardare Federer in carne e ossa significava assaporare un’estetica, uno scorcio dello sport nella sua forma più idealizzata, in cui un gioco tecnicamente diabolico diventava uno spettacolo di pura abilità artistica. A volte, sono stati tracciati parallelismi tra Federer sul Centre Court e Nureyev al Bolshoi. In genere, confrontare un tennista con un maestro del balletto potrebbe sembrare un oltraggio. Ma con Federer, nessun tributo sembrava fuori posto. Federer è il motivo per cui molti neofiti preferiscono imparare il rovescio in una mano. È il motivo per cui gli high rollers della City spendevano metà dei loro bonus annuali per comprare un biglietto alle finali di Wimbledon. È il motivo per cui le orde di fan adoranti dell’Estremo Oriente si accampavano lungo Church Road durante la notte. Federer ha romanticizzato il tennis per milioni di persone. Ne ha fatto una meraviglia. Il suo è un contributo che si estende ben al di fuori dei campi da lui onorati. È stato il massimo dello sport più sofisticato.

E sexy, terribilmente sexy

Barney Ronay, GuardianÈ stato il più grande giocatore in un’epoca di grandi. Con Federer la grandezza riguardava lo stile, la forma e la sostanza. Federer non perdeva. Si riorganizzava. Era una cosa rara: non solo il miglior giocatore del mondo, ma anche il più bello, il più piacevole da guardare. Una presenza stranamente sensuale, il solo modo di camminare verso il centro del campo poteva suscitare una specie di gemito ormonale, una corsa di Federormoni, era un uomo che sembrava muoversi più facilmente nell’aria

SABRil colpo che ha inventato

Florent Oumehdi, L’Équipe: Una risposta in demi-volèe non appena la palla rimbalza, vicino alla rete: questo è il tiro eccezionale e folle che Roger Federer ha inventato e praticato, sia per divertimento sia per bisogno. Il SABR (Sneak Attack By Roger). Le eccentricità, siano esse un tweener o un no-look, sono più facilmente indicate con un anglicismo che con la paternità. Chi ha inventato il tweener, il tiro tra le gambe che diverte la folla? Vilas? Pecci? Nastase? Noah?”. 


pareri Sandro Veronesi lo trova regale e popolare 

  ➣  Veronesi, il momento tanto temuto è arrivato.

«In realtà no, c’è ancora la Laver Cup. Speravo e tutto sommato mi aspettavo che il canto del cigno arrivasse lì, in un torneo dalla misura di una semi-amichevole.

Credo sia la giusta dissolvenza per il passaggio da atleta del circuito a mito ritirato. E poi sarà soprattutto un ritorno, non gioca da due anni».

  ➣  Chi può prenderne il testimone?

«A parte poche eccezioni, chi gioca oggi non sembra avere nozione di ciò che è stato il tennis prima e questo mi delude. Uno forse può essere Shapovalov. Spero che qualcuno raccolga il senso di questi vent’ anni, fatti di vittorie e di impegno nel ricordare che il tennis è eleganza, aggressività nella bellezza. … I giovani devono capire che quando si gioca a tennis lo si fa perché dietro ci sono un mondo, una cultura, cento anni di storia. Lui ne è il distillato ed è così perché vuole esserlo. Tanti oggi sono concentrati solo su loro stessi, sulla loro classifica, sulla forma, su come migliorare. Ci sta, ma manca lo sguardo che arriva fino a noi. Quando risponde a un servizio, Ruud non sta guardando uno come me che va a giocare il sabato. Federer lo faceva. Spero che qualcuno colga questo elemento e si dica: “Io sto giocando per tutti”». [intervistato da Simone Battaggia, La Gazzetta dello sport]


Accanto a Michael Jordan e Muhammad Ali

Romain Lefebvre, L’ÉquipeNon basterà una notte per abituarsi all’idea di questa piccola morte di un gigante eterno. Ci stavamo preparando ma, dopotutto, i Rolling Stones e Paul McCartney sono ancora in tour e ci siamo ostinati a credere che a quasi la metà dei loro anni, il 41enne Maestro avrebbe suonato un’ultima sinfonia su un grande palcoscenico, come addio.  Nemmeno il tempo di avvertire il respiro dell’esplosione di Carlos Alcaraz, il più giovane numero 1 nella storia del tennis, che il più anziano tira il sipario. Questo terremoto allunga l’anno più folle nella storia del tennis. Dopo l’incredibile saga di Novak Djokovic in Australia, dopo la resurrezione di Rafael Nadal, dopo l’addio (falso?) di Serena Williams agli US Open, dopo l’incoronazione di un giovane re spagnolo, questa è la fine di un mondo. Un mondo di leggerezza e grazia, dove ognuno di noi, giovane o vecchio, giocatore o spettatore, appassionato di questo sport o semplice appassionato di arte, ha bevuto brividi di estasi. Un mondo in cui tre monumenti hanno accumulato 63 titoli del Grande Slam degli ultimi 77 disputati, regalando vertigini. Indipendentemente da dove si collochi nella gerarchia dei Major o nel banale dibattito sul più grande giocatore di tutti i tempi, RF siederà per sempre accanto ad artisti del calibro di Michael Jordan, Muhammad Ali, Michael Schumacher o Pelé. 

E non mette nemmeno le dita nel naso

Massimo Gramellini, Corriere della seraFederer è stato un atleta poetico, i suoi gesti sembravano versi in metrica: nitidi, essenziali e intrisi di quell’energica armonia che colleghiamo istintivamente all’idea universale di bellezza. Ma una simile definizione vale anche per altri geni dello sport, da Diego Maradona a Muhammad Ali. La differenza è che in loro, come in quasi tutti gli artisti, era presente una parte oscura: una sofferenza originaria, una maledizione perpetua di cui il talento rappresentava la ricompensa. L’artista Federer invece è stato pura luce senz’ombra, un uomo risolto che ha saputo domare gli istinti autodistruttivi che lo avevano indotto da giovanissimo a spaccare parecchie racchette

L’evoluzione per l’amico morto

Christopher Clarey, New York TimesFederer ha lottato per domare il suo carattere, frustrando una serie di allenatori, i suoi genitori Robert e Lynette, quando urlava di rabbia, sfasciava racchette e perdeva alcune partite che avrebbe dovuto vincere. Ha imparato con il tempo a controllarsi ed è diventato, con rare eccezioni, un modello di calma e compostezza sotto pressione. È stata una trasformazione notevole. Chi lo conosce bene, conosce pure il motivo del suo cambiamento significativo. Federer ha scelto di giocare a tennis iniziando a lavorare con il giocatore australiano Peter Carter, che gli dava lezioni per integrare le sue entrate come aspirante giocatore. Lo ha aiutato a sviluppare il suo gioco elegante, il suo dritto al volo e il suo rovescio a una mano, quando Federer veniva deriso dai suoi coetanei per il suo scarso francese. sua prima svolta professionale è arrivata a Wimbledon nel 2001, quando ha eliminato Pete Sampras, sette volte campione, al quarto turno. È stato allora che Federer ha lottato con i suoi nervi, quando ha dovuto affrontare la tragedia della morte di Carter in un incidente automobilistico in Sud Africa nel 2002, durante la luna di miele, un viaggio che aveva fatto su sollecitazione della famiglia Federer. Devastato, Roger ha incanalato il suo dolore nel tentativo di diventare il campione che Carter era convinto sarebbe potuto diventare. Ha fatto sembrare facile il tennis

Il mito e il rito

Emanuela Audisio, RepubblicaDopo la regina, se ne va il re. Anzi un dio, del tennis e della gente. La messa è finita. È stato una religione più che un campione. Non ha avuto tifosi, ma adepti, anche i suoi avversari gli avrebbero baciato le mani, perché con lui si entrava in un regno. Roger ti beatificava, con la sua essenza. Potevi vincere o perdere, non importava, avevi partecipato a un rito. Vi diranno che è stato il giocatore più elegante, ma non prendetelo per il Grande Gatsby anche se a Wimbledon nel 2007 il suo total white era da urlo: pantalone lungo con pinces e piega, giacca di taglio classico tre bottoni e doppio spacco dietro. I suoi numeri non sono da dandy, ma da fenomeno. Non c’è una  parola di volgarità nei suoi confronti, solo la certezza che è stato il mito con cui confrontarsi, il Maestro con cui fare i conti. Federer è stato una bella vita in un rettangolo, mai eccentrico come Agassi, mai nevrotico come Nadal, mai chiassoso come McEnroe, mai ripetitivo come Borg, mai noioso come Lendl, mai sbruffone come Nastase, mai isterico come Kyrgios. Il suo addio alle armi sarà la Laver Cup a Londra. Non portate il binocolo, ma solo il cuore. E scassatevelo.

Ma come si vestiva male

Gaia Piccardi, Corriere della seraIl Tennis è (è stato) Federer con la sua naturalezza, quei colpi tirati anche sotto sforzo senza una smorfia di fatica (guardare le foto, per credere), la racchetta prolungamento del braccio. Ha iniziato raccattapalle al torneo di Basilea. È passato professionista con un look che oggi si fa fatica a riconoscergli: capelli biondi e codino, qualche racchetta spaccata, capricci da bambino mal cresciuto.


pareri La Sharapova designer

 ➣  Tra gli uomini chi veste meglio?

«Mmm… Vediamo… Nadal».

 ➣  Miss Sharapova, sul serio?

«Avrei dovuto dire Roger, vero? Be’, Federer è l’icona dell’eleganza. Ha una cura pazzesca dei dettagli. Non ha mai fuori posto neppure un polsino. Ma di Nadal mi piace come combina i colori». [intervistata da Repubblica, 28 maggio 2012]


Un Nabokov o un van Goghripulito, nel momento del bisogno

Matthew Futterman, New York TimesCon il suo terribile taglio di capelli e abiti di due taglie in più, Roger Federer è arrivato quando il tennis aveva un disperato bisogno di lui. Aveva perso il suo prestigio all’inizio degli anni 2000, prima che lui lo trasformasse da uno sport classico nello sport moderno dotato di più classe. Cliff Drysdale, un ex professionista, commentatore di lunga data, iniziò a notare come ogni volta che Federer scendeva in campo, lo spogliatoio si svuotava. Gli altri giocatori andavano sugli spalti o si rannicchiavano attorno a un televisore nella sala, per guardare un uomo che sembrava capace di creare, di giocare con uno stile che gli altri potevano solo sognare. Drysdale non lo vedeva dai tempi di Rod Laver. Una volta che i trofei sono arrivati ​​a camionate, Federer si è tagliato i capelli e ha messo dei vestiti più decenti. La sua grazia si è estesa fuori dal campo. È apparso sulle copertine delle riviste di moda. Si è intrattenuto con amministratori delegati e capi di stato, con la stessa facilità con cui visitava bambini malati e poveri. Ha lanciato una fondazione che ha donato decine di milioni di dollari all’istruzione in Africa, dove è nata sua madre. Federer ha dato la percezione che il tennis fosse come una forma d’arte. Non si limitava a giocarlo, ridisegnava la geometria del campo. Lo scrittore David Foster Wallace, un discreto giocatore da giovane, ha scritto di lui cose che altri hanno scritto di Vladimir Nabokov o Vincent van Gogh.

La sprezzatura rinascimentale

Stefano Semeraro, La StampaÈ un po’ come se si spegnesse qualcosa al centro esatto dello sport. E serve un attimo di silenzio, assorto e un filo mistico, per metabolizzare il vuoto che lascia uno dei più grandi atleti di sempre. In realtà da oltre un anno Ruggero, come Obi-Wan Kenobi, era evaporato dai campi, restando fra di noi come una presenza benevola e protettiva, custodito in un aldilà agonistico svizzero, e quindi confortevole, da cui ci inviava messaggi ambiguamente rassicuranti. I suoi grandi rivali, ormai lo hanno superato quasi in tutte le statistiche, ma l’assenza che milioni di appassionati – e non appassionati – di tennis da mesi ormai avvertono quasi fisicamente è quella del suo stile di gioco, dell’eleganza superiore, delle soluzioni magiche che Federer sapeva trovare in campo. I «Federer moments», come li chiamava Foster Wallace. Il diritto che scatta su ingranaggi di velluto, il rovescio che la sua amica Anne Wintour avrebbe messo volentieri in copertina su Vogue; il servizio che si infilava chirurgico nelle speranze altrui; insomma, tutti i suoi gesti sovranamente fluidi, che hanno riportato il tennis vicino alla danza, all’arte in generale. Baldassar Castiglione, nel Rinascimento, l’avrebbe chiamata «sprezzatura»: il miracolo di far apparire semplici le imprese più complicate

Qualcosa oltre i Borgia

Piero Mei, Il MessaggeroUna famosa battuta cinematografica di Orson Welles, ne Il terzo uomo, andrebbe riscritta. Diceva: In Italia, sotto i Borgia, ci sono stati guerra, terrore, criminalità, spargimenti di sangue. Ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo, il Rinascimento. In Svizzera vivevano in amore fraterno, hanno avuto cinquecento anni di pace e democrazia. E cosa hanno prodotto? L’orologio a cucù. Falso: hanno prodotto il Tennis perché hanno prodotto Roger Federer

Qualcosa oltre la DeLorean

Marco Ciriello, Il MattinoIn questi anni Federer è stato ingegnere, architetto, fisico, chimico, scrittore, regista e tutto quello che vi viene in mente, progettando colpi, disegnando volte, martellando le sue braccia, sperimentando l’andare lontano da se stesso senza lsd, dettando romanzi e articoli con i suoi gesti di perfezione assoluta e girando il miglior cinema naturale sportivo possibile. Ogni partita di Federer era una macchina del tempo molto più della DeLorean di Robert Zemeckis un andare e tornare tra vecchio e nuovo tennis, tra colpi ripescati nei ricordi dei migliori tennisti del passato e colpi che diventavano appunti per i tennisti del futuro

Un’esperienza esteticaIl simbolo della perfezione

Jason Gay, Wall Street JournalNon vedremo più tifosi che riempiono le le tribune come pellegrini con i loro cappelli siglati RF.  Niente più rovesci a una mano, il tiro più elegante del tennis. Non è uno shock, eravamo preparati. L’icona svizzera è in una lista ristretta di campioni. Venti titoli Slam, 310 settimane da numero 1 al mondo, di cui 237 scandalosamente consecutive, da febbraio 2004 ad agosto 2008.  Ma non è questo che ricorderemo di Federer, vero? Non è questo che diremo ai nipoti. Non affogheremo, estranei, nei dati sull’82% della percentuale di vittorie. Parleremo di come ci ha fatto sentire Roger Federer. Perché più di ogni altro giocatore, Federer è stata un’esperienza estetica. È il come, non il quanto, con un gioco così elegante che sfiorava l’arte. Vedremo altri giocatori vincere trofei. Ma potremmo non vedere mai più un’altra persona giocare a tennis così bene come lui. C’è stato un tempo in cui Federer sembrava troppo dominante, quasi noioso, ma nel decennio successivo abbiamo avuto anche la battaglia. È stato allora che Federer ha perso molte di quelle partite. Ne ha perse in modo straziante, su grandi palcoscenici. Molte delle sconfitte sono vivide come le vittorie. A quel punto la sua base di fan si è trasformata in una nazione. Nella conversazione, Federer è meno Federer di quanto la gente possa pensare. Intendo dire che non c’è niente di regale e ultraterreno. È divertente, irriverente, multilingue, interessato alle altre persone e agli altri mondi. Non so se Federer entrerà mai in una cabina televisiva come McEnroe, se lo vedremo negli spot pubblicitari fino alla fine dei tempi. Se ne va senza il finale tennistico perfetto. Ma di perfetto, Roger Federer ha praticamente tutto il resto

Come perdeva lui, non ha perso mai nessuno

Marco Imarisio, Corriere della seraÈ stato il campione che con i suoi gesti neoclassici e leggeri si è opposto all’avanzata di un gioco sempre più muscolare e taurino. Il dolore quasi insopportabile che causavano le sue sconfitte era dovuto proprio alla consapevolezza di ammirare qualcosa di unico e irripetibile. Non riproducibile, come non lo erano i suoi gesti. Quando Federer perdeva, sempre battuto da armi diverse dalle sue, era anche la sconfitta di una certa idea dell’arte e della vita. Era un Davide, spesso umano nell’esibire le proprie debolezze, che viene sottomesso da Golia o da qualche altro dio della guerra. Il Maestro è stato un atleta fuori dal tempo, che quasi senza saperlo cercava di fermare a colpi di fioretto un progresso non necessariamente meno talentuoso, ma ormai lontano anni luce dalle radici di questo sport.

Le lacrime in Australia

Giorgia Mecca, Il FoglioFederer, forse, ha dimostrato di essere il più grande quando si è fatto uomo, nei suoi pianti a dirotto dopo le sconfitte, nella sua incapacità di parlare alla fine di un match. “It’ s killing me”, mi sta uccidendo. Queste sono le uniche parole che è riuscito a pronunciare al termine di una finale persa in Australia contro Rafa Nadal. Non era perfezione, era la resa di un campione che con le sue lacrime regalava una lezione, forse la più importante: non si può essere un campione sempre

Il significato accattivante della bellezza

Santiago Segurola, El PaisFederer è stato un meraviglioso ingannatore, un esteta armato di tutte le risorse dei pugili nel duro campo professionistico del tennis. Federer volava come una farfalla e pungeva come un’ape. Nessun altro atleta è definito meglio di lui dalla famosa frase di Muhammad Ali. Nel suo etereo tennis conservava un arsenale di risorse, di colpi, che affascinavano per la loro delicata bellezza e per l’impatto spaventoso che producevano intorno a lui. I numeri di Federer sono travolgenti, eppure, nella memoria, funzioneranno come un file statistico che non spiegherà nemmeno lontanamente la sua influenza sullo sport, perché il suo insegnamento supera di gran lunga i confini del tennis. Federer da anni chiama il mondo intero ad assaporare uno stile ineguagliabile. Nell’età in cui il mantra della vittoria è l’unica cosa che conta, vale la pena rivolgersi a Federer. Ha vinto tutto, ha sconfitto tutti e ci ha regalato l’immensa felicità a cui si riferiva Foster Wallace: il significato accattivante della bellezza

Il Lago dei Cigni in mezzo al rock

Federico Ferrero, DomaniFederer è Federer. È il Colosseo, è la piramide di Cheope, la cascata del Niagara; è Delitto e castigo, è Let it be dei Beatles, è la Guernica di Picasso, il Padrino di Coppola. Chi si metterebbe a misurare i monumenti, a pesare i capolavori, a prezzare un’opera immortale o classificare un patrimonio della natura? Ecco, in questo Roger Federer ha saputo trascendere le epoche del suo sport e il concetto stesso di essere il migliore. 

Federer ha dato battaglia non nel tennis giocato al rallentatore all’ora del tè ma nell’era dei carri armati, dei servizi ai duecentotrenta all’ora, delle risposte con la pallina infuocata, dei fisici portati allo stremo e gonfiati all’inverosimile dalla palestra – si spera solo da quella. Nell’era del bastone ha ballato il lago dei cigni mentre, intorno, schitarravano i metallari e, per lo più, ne è uscito vincitore. Questo ha fatto innamorare le folle: un erede, l’ultimo, del classicismo. 

Sembra che Federer sia da sempre stato Federer e forse è questa, nell’ineluttabilità del tempo, la consolazione in un giorno più bitter che sweet. Roger ha giocato la sua penultima partita più di un anno fa, a Wimbledon. Smettere, aveva già smesso. Ma è come se non lo avesse mai fatto. Neanche oggi, che firma le dimissioni da atleta ma non da più grande di tutti.

pareri Lo dice anche Pietrangeli

 ➣  Lascia il più grande di sempre?

«Sulla carta sì, è stato il più grande, anche se ha vinto meno Slam di Rafa Nadal e Novak Djokovic. Pure un certo signor Sampras non era male, era un altro giocatore “moderno-antico” come Roger, ma è stato dimenticato troppo in fretta. Eppure, un tempo bisognava anche saper giocare a tennis». 

 ➣  Come lei, Federer si ritira dopo i 40 anni.

«Non conta l’età, lo ha dimostrato. L’importante è capire quand’è arrivato il momento di smettere. A un giovane non frega niente di chi ha davanti, ti batte e ti lascia lì. A te che perdi invece rode, eccome».

 ➣  Qual è stato il colpo migliore dello svizzero?

«Facile, tutti!». [intervistato da Claudio Lenzi, La Gazzetta dello sport]

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Flash

Roger Federer, dai tornei vinti alle settimane in vetta: i numeri principali di una carriera irripetibile

20 Slam, 8 Wimbledon, 103 titoli, ma anche zero ritiri a partita in corso e il record assoluto di settimane consecutive da numero 1 del mondo. Questo e molto altro è stato Roger Federer

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (via Twitter, @atptour)

110 cum laude. Se c’è una cifra che più di qualsiasi altra viene evocata oggi per la carriera di Roger Federer è questa. Prima ancora dei 20 Slam e dei 103 tornei vinti nel circuito maggiore. Il 110, affiancato inevitabilmente dalla lode (e, anche se è più in uso, dal bacio accademico), è infatti il numero che indica la fine di una delle scie seguite dalla vita. Ma in questo caso non solo: il 110 e lode è un elogio alla capacità di Federer di essere riuscito a trattare nello stesso modo quei due impostori chiamati Vittoria e Sconfitta.

Grazie a questa dote, nel corso dei 24 anni passati nel tour Federer ha raggiunto tante mete portando ulteriore conferma all’affermazione di Eliot secondo cui quello che conta è il viaggio, non l’arrivo: di per sé, infatti, il cammino non è altro che un insieme di destinazioni incredibilmente sfaccettate. Le mete nella carriera di Roger sono state i tornei vinti, i record, ma anche e soprattutto l’amore dei suoi tifosi, l’ammirazione da parte del pubblico (anche quello sostenitore dei suoi antagonisti, Nadal e Djokovic su tutti) e il rispetto dei colleghi e di qualsiasi sportivo. Traguardi difficilmente quantificabili ma indiscutibili nella loro sostanza e nel loro valore. In questa sede, però, per capire cosa è stato Federer per il tennis ci limiteremo a ciò che è traducibile in numeri. Del resto, è a dir poco sufficiente.

20 – Sono gli Slam vinti dallo svizzero. Iniziamo da qui perché negli ultimi anni si è assistito a uno sbilanciamento senza precedenti verso questi tornei in termini di valore attribuito alle vittorie. I major sono sempre stati gli eventi più importanti dell’anno, ma la fantomatica corsa al GOAT tra Federer, Nadal e Djokovic ha scavato ancora più in profondità il solco tra i quattro tornei del Grande Slam e ‘il resto’. La quota raggiunta da Re Roger sembrava un miraggio fino a prima della sua affermazione sulla scena del tennis mondiale. È rimasta un sogno quasi proibito fino all’Australian Open del 2017 quando Federer salì a 18: lì si è capito che non mancava più molto. In effetti, anche Rafa e Nole ci sono arrivati e per di più non si sono fermati. Insomma, è paradossale che uno dei numeri più imponenti della carriera dello svizzero costituisca anche una sorta di rimpianto che si sostanzia nei due match point sprecati nella finale di Wimbledon del 2019 con Djokovic.

 

8 – Dagli Slam all’appena citato Wimbledon, come dalla matrioska più grande a quella immediatamente successiva. Il Centre Court è diventato il giardino del Re. Non ci sono voluti troppi anni: tutto è iniziato nel 2001 con la vittoria su Sampras al quarto turno. Un segno del destino inequivocabile, un match epocale a cui sono poi seguite otto affermazioni tra il 2003 e il 2017: più di chiunque altro tra gli uomini, per il momento. A prescindere da come andranno le prossime edizioni, comunque, il Centrale di Wimbledon resterà il campo di Federer per sempre (all’infinito, come quell’otto steso in orizzontale). Entrambi eleganti e armoniosi: uno a immagine e somiglianza dell’altro.

103 – Invertiamo l’ordine di apertura delle matrioske perché la voce da affiancare a questo numero è quella di ‘tornei vinti’. Ancora una volta siamo di fronte a un numero spropositato. Si è inoltrato più in là di Roger solo Jimmy Connors con 109 titoli. C’è del magico sia nel primo che nell’ultimo dei 103 di Federer: il primo, nel 2001, lo ottenne qui da noi, in Italia e nello specifico a Milano (contro Julien Boutter). Possiamo quindi vantarci di aver messo a disposizione quel terreno fertile da cui è nato il mito di Re Roger. L’ultimo, nel 2019, nella sua Svizzera, a Basilea: l’ennesimo regalo alla sua gente.

1251 – Risaliamo alla matrioska ‘madre’: il numero di partite vinte nel circuito. Se non dovesse giocare e vincere un singolare in Laver Cup (più probabile che Roger si accontenti di un doppio), l’ultima partita ufficiale conclusa da un ‘game, set and match Federer proveniente dalla voce del giudice di sedia resterebbe quella con Lorenzo Sonego (anche qui c’è l’Italia di mezzo) del 5 luglio 2021. Connors potrà esultare: anche in questa statistica rimarrà davanti, a quota 1274. In totale lo svizzero è sceso in campo per 1526 match, vincendo l’82% di essi.

310 e 237– Si tratta, rispettivamente, delle settimane passate in vetta al ranking nei 24 anni di carriera e di quelle consecutive da numero 1 vissute tra il 2 febbraio 2004 e 18 ottobre 2008. Per quanto riguarda il primo dato, solo Djokovic lo supera con 373. Il secondo numero costituisce, invece, un record assoluto e difficilmente scalfibile.

0 Le volte in cui Federer si è ritirato nel corso di un match: sì, zero. Purtroppo il motivo non è da cercare in una resistenza fisica nei confronti degli infortuni che lo svizzero ha avuto solo nei primi anni della carriera. Schiena e ginocchia lo hanno spesso condizionato ma quando Roger iniziava una partita perché convinto di potersela giocare niente poteva impedirgli poi di terminarla, per rispetto dell’avversario e del pubblico.

CARRELLATA DI ALTRI NUMERI (record assoluti):

36: l’età a cui Federer è diventato il numero uno del mondo meno giovane di sempre.

369, 46 e 58: rispettivamente le partite vinte, le semifinali e i quarti di finali raggiunti nei tornei dello Slam.

6: i tornei in cui Roger detiene il record di trionfi (Basilea, Halle, Wimbledon, Dubai, Cincinnati, ATP Finals)

23: il numero di semifinali raggiunte consecutivamente negli Slam.

 65: le vittorie di fila sull’erba tra il 2003 e il 2008.

24: la striscia di vittorie consecutive nelle finali (2003-05).

10: i tornei di cui Federer è il vincitore più anziano.

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