Bencic, Keys, Giorgi: Absolute Beginners

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Bencic, Keys, Giorgi: Absolute Beginners

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Week-end delle esordienti in Fed Cup: da Parigi a Cleveland, giovani tenniste hanno avuto la responsabilità di rappresentare per la prima volta la loro nazione. C’è chi ha cominciato bene e chi no.

Questo non è l’articolo che avrei voluto scrivere; ma, si sa, non viviamo in un mondo perfetto: siamo essere umani pieni di difetti e di mancanze, e così non è sempre possibile fare ciò che si vuole.
In un mondo perfetto, infatti, oggi avrei esordito con una brevissima introduzione sulla Fed Cup e poi mi sarei concentrato esclusivamente sull’avvenimento che mi ha colpito di più: il doppio successo della sedicenne svizzera Bencic a Parigi, contro Razzano e Cornet.
Ma questo non lo posso fare perché purtroppo vi è toccato un articolista che non ha visto giocare Belinda Bencic abbastanza da poterne parlare con la necessaria competenza: l’ho seguita l’anno scorso un paio di volte e quest’anno per qualche game all’Australian Open.
Davvero troppo poco.

Peccato perché soprattutto le partite che Bencic ha disputato a Melbourne (vincendo contro Kimiko Date e perdendo da Li Na) avrebbero meritato più attenzione da parte mia; ma nei primi turni degli Slam si è obbligati a scegliere tra molti match in contemporanea, e così si finisce per farsi sfuggire incontri interessanti.
A dire il vero ho avuto modo di vedere le parti finali delle sue vittorie di Fed Cup a Parigi, tramite uno streaming di cattiva qualità. La palla era quasi invisibile, ma la trasmissione non mi ha comunque impedito di apprezzare la grinta e la convinzione con cui ha affrontato avversarie molto più esperte (Razzano) e quotate (Cornet, 25ma del ranking).
Segnalo che Alizé Cornet era fresca di semifinale persa da Errani solo al tiebreak del terzo set nel torneo Premier, disputato esattamente sullo stesso campo utilizzato per il confronto di Fed Cup.
Dal poco che ho capito del week-end parigino di Bencic (schierata per la prima volta in singolare) ho visto una giocatrice capace di giocare profondo, di andare a rete per prendersi i punti importanti quando c’era l’occasione, e di non arretrare nella conduzione del palleggio, preferendo affrontare i rischi del controbalzo piuttosto che cedere campo all’avversaria.

 

Alla fine la Francia ha vinto 3-2, ma si è arrivati ad un passo dal ribaltare il pronostico. Se Stephanie Voegele (n°47 del ranking) fosse stata in condizioni migliori, ci sarebbe stata la reale possibilità della sorpresa.
Invece la Svizzera ha dovuto schierare Timea Bacsinszky che dopo la frattura al piede (con conseguente lunghissimo stop nel 2011-12) fatica a recuperare il suo miglior tennis, e che per il momento non è tornata sufficientemente competitiva.
Eppure qualche residua possibilità di passare il turno le Svizzere avrebbero ancora potuto averla, visto che Bacsinszky come doppista non è affatto male. Nel 2009-10, ancora molto giovane, Timea (nata nel 1989) aveva fatto coppia con Tathiana Garbin raggiungendo molte finali e alcune vittorie nei tornei WTA, in un biennio giocato a buon livello grazie anche al grande affiatamento che si era creato tra loro. Ma al dunque la coppia francese si è rivelata più solida.
Resta il fatto che Belinda Bencic sembra avere iniziato con il piede giusto la sua avventura nel professionismo dopo avere vinto moltissimo da Junior, Slam compresi.

Visto che su di lei non mi sento di dire altro, sfodero il mio “piano b”, facendo un ragionamento più generale sull’occasione che questo week-end di Fed Cup ha offerto a molte esordienti.

Perché oltre alla sedicenne delle meraviglie di Parigi, ci sono stati altri debutti nel World Group, cioè il girone delle migliori squadre che si contenderanno la vittoria di Coppa nel 2014
A Cleveland sia USA che Italia schieravano le nuove leve dopo che, per una ragione o per l’altra, le giocatrici meglio classificate di entrambe le formazioni avevano dato forfait.
Da una parte c’è stato il doppio successo di Knapp e Giorgi, dall’altra la delusione di Madison Keys e Alison Riske.

Tenendo presente anche l’exploit di Bencic, forse una chiave di lettura comune per le esordienti si può trovare: ha fatto bene chi ha giocato in trasferta, anche perché ha avuto la possibilità di scendere in campo con meno pressioni, senza l’obbligo di vincere per questioni di classifica o di fattore campo.

Al contrario chi ha tradito in termini di risultati è stata Madison Keys, che però si è ritrovata a nemmeno 19 anni a dover recitare il ruolo di leader del team: con la responsabilità di reggere le sorti di un movimento importante come quello statunitense e di fronte ad un grande pubblico che si aspettava moltissimo da lei.
Partita male contro una Giorgi ispirata, ha visibilmente accusato il peso della situazione, sembrando via via sempre più demoralizzata con il progredire del match.
Bene per Camila, ma peccato per la partita, che si annunciava particolarmente interessante, dato che si affrontavano due delle giocatrici più aggressive del circuito.
Considerata anche la rapidità del campo, si poteva supporre che sarebbe stato un match estremo, con pochi fronzoli e massima velocità di palla; un match in cui poteva valere un vecchio detto da bande di strada: “chi picchia per primo picchia due volte”.
E Giorgi così ha fatto, vincendo a mio avviso il confronto non soltanto in battuta (con seconde palle sempre spinte), ma anche in risposta e ancor più nel terzo colpo dello scambio.
Infatti mentre Camila è sempre riuscita a ritrovare rapidamente l’assetto in uscita dal servizio, Madison è stata costantemente messa in difficoltà dalle risposte nei piedi che le rimandava Giorgi, non riuscendo ad organizzare colpi efficaci per entrare nel palleggio in modo da prenderne il comando.

Devo dire che non mi ero mai soffermato su questo aspetto del gioco di Madison Keys: per una come lei, che dispone di una battuta capace di superare i 200 km/h, se andrà così spesso in difficoltà con chi è capace di rispondere anticipando, la velocità del suo servizio rischia di trasformarsi in un boomerang. Ma magari è stata solo una giornata negativa e saprà fare meglio in questo aspetto del gioco in futuro.
In più Camila è stata bravissima a riuscire ad addomesticare i kick di Madison: a volte anticipando la palla quando era ancora in salita, a volte riuscendo invece a “schiacciare” la palla su traiettorie che doveva colpire ad altezza spalla: ed essere capaci di farlo con tale aggressività (soprattutto con il rovescio) non è da tutte.

Vorrei anche aggiungere che non mi ha convinto la scelta del capitano americano Mary Joe Fernandez di non schierare Keys il secondo giorno. Così è sembrata una bocciatura senza attenuanti, troppo dura nei confronti di una giocatrice giovane.
E secondo me anche un modo infelice per instaurare un rapporto di collaborazione con una tennista che nei prossimi anni potrebbe rivelarsi una risorsa preziosa per il team americano. Un simile trattamento non mi pare il modo migliore per aumentare le probabilità che risponda alle convocazioni in futuro, quando magari sarà diventata una tennista di primo livello.
A mio avviso il talento di Madison meritava una prova d’appello, e potrei capire questa scelta di Mary Joe Fernandez solo se fosse stata la stessa Keys a chiedere di non giocare il secondo singolare; ma mi sembra una possibilità piuttosto remota.

Keys deludente, ma Giorgi molto convincente.
Su Camila è stato scritto moltissimo, perché appare speciale non tanti per i risultati, al momento ancora non straordinari, quanto per il tipo di gioco che nelle giornate di vena è in grado di esprimere.
Devo dire che di tutte le definizioni che la riguardano, quella che ho trovato più azzeccata l’ho letta nel recente articolo di Sport Illustrated scritto da Jon Wertheim.
Nel pezzo si riferisce del giudizio di uno degli allenatori (mancati) di Camila negli USA, Dominic Owen: “She was like a wild racehorse. She had all this talent, but not real refined. A few tweaks here and there could make all the difference”.

Ecco, anch’io la vedo così. Giorgi ha talento e doti particolari: è potente, ma non essendo altissima è anche rapida e guizzante. Quando gioca bene trasmette davvero la sensazione di grande energia che sprigiona un purosangue selvaggio.
E sappiamo tutti, come si dice qui sopra, che Camila avrebbe bisogno di qualche aggiustamento (a few tweaks) sul piano tecnico-tattico. La critica è fondata e ormai annosa; però nel momento in cui si valuta il suo atteggiamento come tennista, credo si debba anche darle atto di questo: se Giorgi ricorda un purosangue è anche perché fisicamente è estremamente preparata; e per esserlo ci vuole una naturale predisposizione, ma soprattutto occorre applicazione. Il suo fisico secondo me è il segno inequivocabile che Camila è una professionista che lavora seriamente.

Concludo con Karin Knapp.
A ventisei anni, e con alle spalle annate piene di problemi fisici, in Fed Cup aveva già disputato un paio di match. Non una esordiente assoluta, quindi, ma in ogni caso per la prima volta responsabilizzata ai massimi livelli.
In base al ranking ha avuto avversarie meno difficili di Bencic e Giorgi. McHale non ha la forma del 2012 e Alison Riske è sembrata un po’ acerba tecnicamente (il dritto non è irresistibile).
Personalmente ritenevo che Lauren Davis fosse più solida di Riske, ma non sono il capitano di Fed Cup e di sicuro Mary Joe Fernandez seguendo gli allenamenti ha la possibilità di valutare lo stato di forma delle sue giocatrici meglio di chiunque altro.

In ogni caso, al di là delle avversarie che ha trovato, Karin ha giocato bene, sfruttando al meglio una superficie che le ha consentito di non dover allungare troppo i palleggi contro una giocatrice tignosa come Christina McHale, che cresce nella lotta e ama le partite tattiche, con la costruzione del punto su tanti colpi.
Considerati i valori in campo, “doveva” vincere contro Alison Riske, e lo ha saputo fare in due set, malgrado un passaggio a vuoto di tre game al momento di chiudere il match.

Sia Giorgi che Knapp hanno dimostrato di poter essere delle degne protagoniste. A questo proposito anticipo il mio pensiero sulle convocazioni: dopo il forfait delle veterane, se Camila e Karin fossero in discreta forma e avessero il desiderio di continuare a giocare la Fed Cup anche nei prossimi turni, credo meriterebbero di essere le titolari per tutto il 2014.

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WTA, protagoniste del 2021: Williams, Andreescu e Raducanu

Secondo articolo di riepilogo della stagione appena conclusa attraverso le vicende di alcune delle principali protagoniste. In positivo, ma anche in negativo

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Emma Raducanu - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

Serena Williams
Quarant’anni compiuti nel mese di settembre, 23 titoli Slam vinti in singolare e 17 match disputati nella stagione 2021 (12 vinti, 5 persi). Per la gloriosa e inimitabile carriera di Serena Williams, l’ultimo dato è quello che pone più interrogativi nei confronti del futuro: appena 17 match. Da quando ha cominciato a giocare stabilmente a tennis da professionista, solo nel 2017, anno dello stop per maternità, Williams aveva disputato meno partite. Allora aveva giocato solo in gennaio-febbraio: 9 partite totali, comunque terminate vincendo l’Australian Open.

Come è noto, nelle ultime stagioni Serena ha deciso di organizzare i suoi impegni soltanto in chiave Slam; significa che, se prende parte ad altri tornei, lo fa per trovare la forma in vista dei Major. E così ha fatto anche nel 2021.

Partenza in Australia, dove comincia trascorrendo ad Adelaide la quarantena più leggera. Esibizioni a parte, scende in campo per il primo match ufficiale allo Yarra Valley Classic, un WTA 500, con il puro intento di scaldare i motori. E infatti, dopo aver superato i primi tre turni, preferisce rinunciare alla semifinale contro Barty per dedicarsi con il massimo impegno all’Australian Open.

 

Ormai sono passati molti mesi, e a distanza di tempo non è obbligatorio ricordarsi di tutte le partite di tutte le giocatrici. Sottolineo però che a Melbourne Serena non gioca affatto male. Prime cinque partite, dieci set vinti, uno solo perso. Sconfigge nell’ordine: Siegemund, Stojanovic, Potapova, Sabalenka (6-4, 2-6, 6-4) e Halep (6-3, 6-3).

Battere una dopo l’altra Sabalenka e Halep (allora teste di serie numero 7 e numero 2) non è proprio cosa da poco. E grazie a questi successi si spinge sino alla semifinale. Per Williams, 39 anni, è la seconda semifinale Slam consecutiva sul cemento, dato che era arrivata al penultimo turno anche allo US Open 2020 (eliminata da Azarenka).

Ma, forse un po’ ingenerosamente, del suo ultimo Australian Open rimane più impresso il big match perso contro Osaka, la futura vincitrice del titolo. Naomi si impone in modo abbastanza chiaro (6-3, 6-4), dando la sensazione di essere meglio di Serena in ogni ambito di gioco (compresa l’incisività del servizio). Ma va detto che quando Osaka è in forma, sul cemento è capace di offrire prestazioni di primissima qualità. Un parziale di 8 game a 1 a cavallo dei due set, insieme a uno sprint conclusivo di 8 punti a zero (sempre per Osaka) decidono la partita.

Per Williams la trasferta in Australia si chiude senza successo, ma non è tutto negativo: ha dimostrato che è ancora in grado di sconfiggere molte Top 10, e che per fermarla ci vuole una giocatrice di livello superiore come Osaka.

Segue una lunga pausa senza tornei, da febbraio a maggio. Serena torna a competere agli Internazionali d’Italia, naturalmente in vista del Roland Garros. L’intento è mettere qualche partita nelle gambe sul rosso, per cercare di presentarsi al massimo sulla superficie meno congeniale. Ma tra Roma (sconfitta all’esordio da Podoroska) e Parma (battuta da Siniakova) la sensazione è che la “campagna di Francia” non sia cominciata nel modo migliore.

Parigi. Ancora non lo sappiamo, ma il Roland Garros sarà il suo ultimo torneo del 2021 disputato da sana. E la sconfitta al quarto turno subita contro Rybakina (6-3, 7-5), l’ultimo match intero giocato sino a oggi.

Poi solo problemi. L’impegno di Wimbledon dura appena sei game. Nell’incontro di primo turno contro Sasnovich, infatti, una scivolata mette fine al torneo di Williams, sul 3-3 primo set. Ma non si tratta di un fulmine a ciel sereno: quando Serena si presenta a Londra, sono già circolate voci di un dolore al tendine del ginocchio sinistro, che ormai la affligge periodicamente. Sull’erba umida del Centre Court la caduta acuisce l’infortunio, costringendola al ritiro.

E che il guaio sia serio lo si capisce dalla decisione di rinunciare allo US Open. Stagione finita. Per Williams un forfait allo Slam non è cosa frequente: a parte il periodo di pausa per maternità, non rinunciava a uno Slam dal 2011, quando si era fermata a causa dei gravi problemi di salute determinati da una embolia polmonare.

Arriviamo a oggi. La notizia più recente è di segno positivo: Williams ha annunciato che andrà in Australia per affrontare il primo Slam del 2022. Lo scorso anno dopo la sconfitta contro Osaka a Melbourne, Serena aveva lasciato la conferenza stampa commossa. In molti avevano pensato che le sue lacrime fossero di commiato, e che quello potesse diventare l’ultimo Australian Open da giocatrice. Ma questa recente notizia ci dice che forse quelle lacrime erano semplicemente di amarezza per la sconfitta e che, almeno per il momento, la pluricampionessa Slam non ha ancora deciso di appendere la racchetta al chiodo.

In questa scelta, Serena Williams ricorda molto da vicino Roger Federer: entrambi nati nel 1981, entrambi con l’ultimo match disputato a Wimbledon, ed entrambi alle prese con un ginocchio che non vuole saperne di lasciarli in pace. E tutti e due che, di fronte a chi suggerisce il ritiro, decidono l’opposto. Evidentemente è più forte il desiderio di verificare i loro limiti: lasceranno al campo rivelare se potranno essere di nuovo competitivi, magari con la speranza di esserlo al punto tale da potere ancora sconfiggere tutti.

a pagina 2: Bianca Andreescu

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WTA, protagoniste del 2021: Barty, Kenin e Muguruza

Primo articolo di riepilogo della stagione appena conclusa attraverso le vicende di alcune delle principali protagoniste. In positivo, ma anche in negativo

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Ashleigh Barty - Wimbledon 2021 (via Twitter, @wimbledon)

Ashleigh Barty, conferma al vertice
Nelle ultime stagioni WTA i nomi e le protagoniste si sono succeduti con grande varietà: titoli e successi sono stati appannaggio di un notevole numero di giocatrici, in un quadro di insieme in cui a regnare sovrani sono stati incertezza ed equilibrio. Ci troviamo in una situazione molto lontana da quella di altre fasi storiche nelle quali poche giocatrici svettavano quasi incontrastate.

Pensiamo per esempio all’epoca di Navratilova ed Evert. Martina e Chris davano vita a una rivalità che caratterizzava la gran parte dei tornei disputati ed egemonizzava il vertice del tennis mondiale con la solidità di una roccia. Oggi no, le cose vanno diversamente, e dalla solidità della roccia si è passati a un contesto liquido e sfuggente, così sfuggente che a volte più che liquido rischia di diventare gassoso.

Nelle ultime stagioni, però, una costante ha iniziato a delinearsi, ed è rappresentata da Ashleigh Barty. La 25enne australiana (è nata il 24 aprile 1996), si sta costruendo un curriculum di rilievo ed è per questo che, se si ragiona sulle protagoniste della stagione appena conclusa, il primo nome che viene in mente è il suo.

 

Barty è diventata numero 1 della classifica WTA per la prima volta nel giugno del 2019, succedendo a Naomi Osaka. E da quel momento solo lei e Naomi hanno occupato il vertice del ranking mondiale, anche se in parte a causa delle nuove regole introdotte con la pandemia (su questo tema torneremo più avanti).

Con il passare del tempo, però, in classifica Barty ha preso il sopravvento su Osaka: non tanto per i picchi di rendimento, quanto per la maggiore continuità e adattabilità alle diverse superfici. Allo stato attuale, Ashleigh “regna” sulla WTA dal settembre 2019, e nel 2021 nessuna giocatrice è mai arrivata davvero vicina a scalzarla dal primato.

Ecco perché, pur nello scenario liquido delle ultime stagioni WTA, Barty rappresenta l’unico vero punto di riferimento, il più credibile “ubi consistam” che il tennis femminile possa offrire. E se ripercorriamo rapidamente i risultati del 2021 ne abbiamo la conferma.

Ashleigh ha cominciato la stagione vincendo uno dei tre tornei di preparazione allo Slam australiano, lo Yarra Valley Classic, e si è presentata tra le favorite allo Slam di casa. Primi quattro turni di Melbourne superati senza lasciare set, ma poi eliminazione inaspettata contro Karolina Muchova, al termine di una partita sconcertante.

Una partita dominata nella prima parte, sino al 6-1 2-1 a suo favore, e poi giocata malamente nella seconda, cominciata dopo il Medical Time Out chiamato da Muchova. Risultato finale: successo di Muchova per 1-6, 6-3, 6-2. Il titolo della cronaca di Ubitennis recitava: “L’MTO più decisivo dell’Australian Open: una grande Muchova elimina la numero 1 Barty”

Senza voler togliere i meriti a una giocatrice di notevole talento come Muchova, la sensazione rimasta di quel match è che Barty abbia faticato a gestire la tensione dell’impegno di casa, lasciandosi sopraffare dallo stress improvvisamente cresciuto durante la pausa determinata dall’intervento medico. Una sconfitta quindi più nata da cause mentali che tecniche.

Una sconfitta dai contorni anomali, per la quale però è la stessa Ashleigh a non cercare scuse o indulgenza. Queste le sue parole di allora: “Anche io in passato ho chiamato dei medical time-out, quindi non dovrebbe essere un momento così decisivo in un match. Sono insoddisfatta perché sono stata io a farlo diventare decisivo. (…) È una sconfitta che mi spezza il cuore, ovviamente. Ma o si vince o si impara, e oggi credo ci sia moltissimo da imparare“.

Archiviata la delusione di Melbourne, Barty riprende il suo percorso con ottimi risultati, specie nei tornei di prima fascia: vittoria a Miami, quarti di finale sulla terra verde di Charleston (sconfitta dall’emergente Badosa), vittoria a Stoccarda e finale a Madrid (sconfitta 6-0 3-6 6-4 da Sabalenka).

A questo punto della stagione nessuna giocatrice può vantare una tale continuità di risultati. Poi però a Roma ci si mette un infortunio al braccio destro a fermarla (si ritira durante il match dei quarti di finale contro Gauff). E siccome il dolore persiste, finisce per compromettere anche il Roland Garros: Ashleigh si ritira durante il match di secondo turno contro Linette.

Il problema al braccio la obbliga a saltare i tornei sull’erba di preparazione a Wimbledon, ma per fortuna durante i Championships, il guaio rientra. Di nuovo a posto fisicamente, conquista il torneo superando in finale Karolina Pliskova. Dopo molto tempo in WTA la giocatrice prima nel ranking, prima nella race, testa di serie numero 1, tiene fede alle aspettative, e conquista il titolo di un Major da favorita.

La vittoria a Wimbledon (secondo Slam dopo il Roland Garros 2019), non rappresenta solo uno dei culmini della sua carriera, ma anche la definitiva legittimazione del suo primato nella attuale WTA. Ormai non ci sono più dubbi.

Il passaggio dall’erba al cemento comincia con una grande delusione: la sconfitta alle Olimpiadi di Tokyo per mano di Sorribes Tormo, per 6-4, 6-3. A mio avviso la peggiore prestazione in stagione di Barty, che durante la partita non riesce proprio a registrare i colpi, compiendo una quantità industriale di errori non forzati: situazione non usuale per le sue caratteristiche.

Poi però Barty torna a primeggiare a Cincinnati, dove si afferma in modo straordinariamente autorevole: cinque match disputati, dieci set vinti e zero persi. La vittoria in Ohio rafforza la sua posizione di prima favorita allo US Open.

Ma a New York accade qualcosa di simile a quanto vissuto a Melbourne: Barty perde un match contro Shelby Rogers nel quale sembrava avere in pugno la vittoria. Partita male, Ashleigh raddrizza la partita e si spinge sino al 2-6, 6-1, 5-2. Ma a questo punto diventa incapace di chiudere il match: una crisi di “braccino” le fa perdere la sicurezza e la misura dei colpi, sino alla sconfitta nel tiebreak decisivo.

E così nei due Slam sul cemento, Barty ha lasciato strada ad avversarie che a un certo punto del match si vedevano già pronte a rientrare negli spogliatoi da sconfitte. E se a Melbourne probabilmente aveva influito il peso della responsabilità di giocare nel torneo di casa, a New York la sensazione è che sia arrivata logora fisicamente e ancor di più mentalmente, al termine un lungo tour de force affrontato senza mai potersi fermare per tornare a casa.

A causa delle regole della pandemia, infatti, per Ashleigh è risultato impossibile tornare in patria, visto che dovrebbe sottoporsi a un periodo di quarantena al rientro in Australia. E i lunghi mesi della tournée senza mai staccare, alla fine hanno presentato il conto.

Tenendo presente tutto questo, non sorprende che Barty abbia deciso di chiudere la stagione in anticipo, rinunciando a competere sia a Indian Wells che alle Finals di Guadalajara, dove si sarebbe presentata da numero 1. Due rinunce che non hanno comunque scalfito il suo primato nel ranking WTA, che oggi comanda con oltre mille punti di vantaggio sulla numero 2 Sabalenka.

Barty ha terminato il 2021 con un bilancio di 42 vittorie e 8 sconfitte (84,0% di partite vinte), ma di queste 8 sconfitte 2 sono arrivate per ritiro in seguito a infortunio (a Roma e Parigi). E nei confronti diretti con le giocatrici Top 20 ha chiuso con un bilancio di 14 vittorie e 1 sola partita persa (in tre set contro Sabalenka nella finale di Madrid). Cinque i tornei vinti su tre superfici diverse (tre su cemento, uno su terra rossa, uno su erba). Tutti dati che dimostrano che allo stato attuale nessuna giocatrice appare più credibile di lei quale numero 1 della classifica WTA.

a pagina 2: Sofia Kenin

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Garbiñe Muguruza e le prime WTA Finals messicane

La giocatrice più titolata fra le otto partecipanti ha vinto la prima edizione delle Finals disputata in America latina. A conti fatti, che torneo è stato?

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Garbiñe Muguruza, WTA Finals 2021 (via Twitter @WTA Insider)

Con la disputa delle WTA Finals di Guadalajara si è concluso il calendario WTA ufficiale: le giocatrici più forti hanno terminato in Messico i loro impegni, e comincia dunque il periodo di offseason (prima le vacanze, poi la preparazione), in vista della apertura del 2022 orientata all’Australian Open. Si annunciava un torneo di difficile decifrazione, senza una chiara favorita, e così è stato: i valori si sono delineati progressivamente, match dopo match. E alla fine, in un evento con al via sei esordienti su otto, ha prevalso la giocatrice più titolata di tutte.

Garbiñe Muguruza, infatti, era l’unica tennista “pluri-Slam” presente, con due Major vinti in carriera (Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017), oltre ad altre due finali Slam disputate (Wimbledon 2015, Australian Open 2020). Grazie al successo di Guadalajara ha ulteriormente impreziosito il palmarès, che non è ricchissimo in termini quantitativi (10 titoli complessivi) ma con un peso specifico da non trascurare. Insomma, forse Muguruza non vince molto spesso, ma è capace di farlo quando le occasioni sono importanti.

Garbiñe Muguruza
Con il successo a Guadalajara, Muguruza conferma di essere una giocatrice capace di accendersi all’improvviso, e di offrire il rendimento migliore senza preavviso. Avete presente le atlete che crescono poco a poco, torneo dopo torneo, sino a raggiungere il picco di condizione? Ecco, tutto il contrario di Garbiñe. Dopo il successo a Chicago in settembre, Muguruza aveva deluso sia a Indian Wells che a Mosca, e si era presentata in Messico con un ultimo risultato preoccupante: sconfitta in Russia da Anett Kontaveit addirittura per 6-1, 6-1.

 

Ma non è una novità. Ricordo che in occasione del successo a Wimbledon 2017, Garbiñe era reduce da un primo turno disastroso a Eastbourne, dove contro Strycova aveva raccolto un solo game: 6-1, 6-0. Poi però qualcosa era scattato nel suo rendimento, e dopo il “clic” aveva vinto i Championships lasciando per strada un solo set.

A Guadalajara Muguruza ha ritrovato Kontaveit, autrice della “stesa” subita a Mosca, ma in Messico ha raccolto ben più di due game: l’ha affrontata per due volte e per due volte ha prevalso. E se nel primo caso Anett non aveva le stesse motivazioni (scendeva in campo con la certezza di essere già semifinalista), in finale non c’erano più fattori esterni a mettere in dubbio il valore del match.

Eppure anche alle Finals Muguruza aveva aperto con una sconfitta, battuta di misura da Karolina Pliskova per 4-6, 6-2, 7-6. Poi nel secondo impegno contro Krejcikova si era trovata vicina alla eliminazione: perso il primo set per 2-6, occorreva un cambio di passo per tenere vive le speranze di qualificazione. Ebbene, Garbiñe ha rovesciato le sorti del match vincendo i due set successivi (2-6, 6-3, 6-4) e da quel momento ha compiuto percorso netto, vincendo tutti i parziali sino ad alzare la coppa. Otto set consecutivi.

Il set conquistato in occasione della sconfitta contro Pliskova le ha permesso di superare il girone: con tre giocatrici sulla stessa linea (Kontaveit, Muguruza e Pliskova tutte con due vittorie e una sconfitta) è stato il quoziente set a condannare Karolina.

Come ha giocato in Messico Muguruza? Sinceramente non mi è sembrato di avere visto particolari novità nel suo tennis. In fondo sono diverse stagioni che collabora con Conchita Martinez, e ormai abbiamo capito che il termometro del gioco di Garbiñe è il dritto. Perché il rovescio è sempre un colpo di qualità superiore, ma invece il dritto è molto meno stabile.

Per questo quando riesce a evitare gli errori gratuiti dalla parte destra e a spingere con una certa costanza sulla diagonale, diventa automaticamente una avversaria tosta. E se poi la fiducia sale ancora, e anche con il dritto comincia a cambiare con una certa disinvoltura le geometrie dello scambio, cercando il lungolinea, allora siamo di fronte alla migliore versione di Muguruza; e a quel punto sono dolori per tutte.

Quando Garbiñe è nelle giornate in cui manovra senza timori con il dritto, tutto il suo tennis decolla: il servizio non raccoglie più solo vincenti al centro (la T rimane la sua direzione più stabile) ma anche a uscire. E se a questo si aggiunge la qualità superba del rovescio e la aggressività in risposta, ci troviamo di fronte a una giocatrice capace di soffocare l’avversaria attraverso l’avanzamento del baricentro di gioco.

Garbiñe infatti, è in grado di colpire con i piedi attaccati alla linea di fondo (ma a volte addirittura dentro il campo) sottraendo istanti decisivi alla avversaria, che di conseguenza fatica a sviluppare i propri schemi: ecco perché in questa condizione le sue avversarie diventano più fallose del solito. Si tratta di frazioni di secondo, ma che possono incidere in modo determinante sul rendimento complessivo.

In sintesi, direi che è ciò che è accaduto sia in semifinale contro Badosa (6-3, 6-3) che in finale contro Kontaveit (6-2, 7-5): l’alto ritmo sviluppato da Muguruza ha finito per mandare Paula e Anett in difficoltà nella “velocità di crociera” dello scambio, e questo ha fatto aumentare il numero dei loro errori non forzati. Insomma, per battere la migliore Muguruza occorre davvero esprimersi ai massimi, senza flessioni o pause di rendimento. Altrimenti si finisce per essere sopraffatte.

Magari sbaglio, ma in semifinale Badosa mi è parsa anche un po’ intimorita sul piano della personalità. Timore anche comprensibile: aveva pur sempre di fronte una connazionale che aveva fatto da guida al movimento tennistico spagnolo negli ultimi anni. Sul piano tattico, Paula mi ha dato l’impressione di non riuscire a trovare soluzioni di gioco alternative; in pratica proponeva un tipo di tennis simile a quello di Muguruza, ma di un livello leggermente inferiore. A partire dalla posizione di gioco, un po’ meno aggressiva, che finiva per costringerla a subire più spesso le iniziative di Garbiñe. Detto questo, la prestazione di Badosa alle Finals è stata comunque rimarchevole, con il passaggio del girone raggiunto prima del tempo, grazie ai due successi ottenuti contro avversarie molto toste come Sakkari e Sabalenka.

Anche nella finale tra Muguruza e Kontaveit la mia sensazione è che gli aspetti mentali abbiano inciso, seppure per ragioni differenti: Garbiñe è apparsa più fresca e meno logora rispetto a una avversaria reduce da un tour de force eccezionale, necessario per conquistare i punti indispensabili per essere presente alle Finals.

Muguruza è scesa in campo con la convinzione e la forza di chi non ha intenzione di mollare nemmeno un quindici, anche in situazioni di punteggio molto complicate. E così nel secondo set, quando si è trovata sotto 3-5, non ha pensato che in fondo poteva sempre vincere al terzo. No, non ha lasciato nulla di intentato: ha alzato la qualità della risposta finendo per conquistare quattro game consecutivi che le hanno permesso di chiudere la partita in due set. E diventare la prima campionessa spagnola nella storia del Masters femminile.

a pagina 2: Anett Kontaveit

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