Le incognite della terra rossa

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Le incognite della terra rossa

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TENNIS AL FEMMINILE – Con i tornei di Stoccarda e Marrakech entra nel vivo la stagione della terra battuta. Come si troveranno le top ten sul rosso? E chi potrebbe essere avvantaggiata dal cambio di superficie?

A Stoccarda e Marrakech comincia la stagione della terra rossa. Questa settimana il passaggio di superficie diventa definitivo: dopo l’anticipazione di Bogotà, il circuito chiude il primo periodo sul cemento e si dedica alla terra battuta.
Le “seconde linee” avranno la possibilità di confrontarsi in Marocco; in Germania, dove curiosamente al via ci saranno solo giocatrici europee, si ritrovano invece quasi tutte le migliori del circuito. Molte arrivano dopo essere state in giro per il mondo impegnate per la Fed Cup su superfici e in ambienti differenti (indoor, outdoor, duro, terra).
Se saranno come negli anni passati, i campi tedeschi (indoor) presenteranno una superficie piuttosto rapida. Tabellone a 32, con un taglio delle ammesse di diritto molto alto (Safarova, numero 28).

Nel tennis contemporaneo i cambi di superficie non sono così marcati come accadeva qualche anno fa, e sappiamo che velocità e caratteristiche di gioco sono state rese più simili tra loro. Eppure penso che potrebbe ugualmente essere interessante provare a fare una piccola analisi di che cosa ci aspetta in questa parte di stagione.

 

Cominciamo con un po’ di storia. Ecco le finaliste dei più importanti tornei sul rosso degli ultimi cinque anni. Non inserisco Bruxelles (Premier dal 2011 al 2013) perché il torneo aveva uno statuto superiore al suo effettivo valore tecnico: in realtà la collocazione troppo a ridosso dello Slam parigino ha sempre finito per penalizzarlo, tanto è vero che quest’anno è stato cancellato.

Le vincitrici dei principali tornei su terra 2009-2013

A me pare che si possano dividere le annate in due categorie: quelle in cui sono emerse gerarchie abbastanza evidenti, dato che poche giocatrici si sono più volte presentate in finale e hanno poi finito per vincere lo Slam (2009, 2012, 2013); e quelle, al contrario, ricche di nomi differenti, e che hanno avuto una vincitrice inattesa anche a Parigi (2010, 2011). Come sarà il 2014?

È sempre molto difficile fare pronostici, però credo che si possa almeno provare a  riepilogare la situazione attuale, per capire come si presentano ai blocchi di partenza le migliori.

Serena Williams
Le dichiarazioni successive alla sconfitta di Charleston (al primo incontro sulla terra verde) contro Cepelova sembrano far presagire una gestione delle energie differente rispetto all’anno passato, quando vinse sia in Spagna che in Italia, concludendo imbattuta una trionfale campagna sul rosso con il secondo successo in carriera al Roland Garros.
Non mi sorprenderebbe se rispetto al 2013 prima di Parigi scegliesse di impegnarsi un po’ meno; naturalmente ha tutti i mezzi per vincere ancora, ma di certo la terra è la superficie a lei meno congeniale.

Li Na
Con la vittoria al Roland Garros 2010 ha compiuto il definitivo salto di qualità. Però ad oggi  quello rimane l’unico successo su terra battuta (4 finali perse) e tutto si può dire tranne che sia una specialista.
Sul piano tecnico resto convinto che renda di più sul cemento, ma dalla sua potrebbe avere due vantaggi:
1) fra le tenniste di vertice sembra essere forse in condizioni fisiche migliori
2) è allenata da Carlos Rodriguez che di terra se ne intende (argentino, ex coach di Justine Henin che a Parigi ha vinto quattro volte).

Radwanska
La terra è la superficie che ha mostrato di gradire meno. Sui motivi mi piacerebbe fare un approfondimento più esteso, ma manca lo spazio.
In estrema sintesi: per certi aspetti il rosso dovrebbe perfino avvantaggiarla, dato che favorisce tatticismi, cambi di ritmo e anche colpi di tocco, come i drop-shot; d’altra parte chi non ha molta forza fisica soffre di più, perché il campo assorbe maggiormente la potenza dei colpi e quindi non basta appoggiarsi alla palla avversaria per generare velocità.
Radwanska nel 2013 perse nei quarti di finale del Roland Garros da Sara Errani, a dimostrazione che in alcuni casi la superficie può davvero spostare gli equilibri: pensiamo, ad esempio, alla stesso confronto su erba. Aga ha già vinto due tornei sul rosso, ma a volte ho l’impressione che mentalmente non sia del tutto convinta. Magari quest’anno riuscirà a metterci uno spirito più ottimista e costruttivo.

Azarenka
Al momento sarebbe già una buona notizia il solo vederla in campo, visti i problemi fisici che l’hanno obbligata a fermarsi. Anche per lei la terra è da sempre la superficie meno favorevole. Unica nota positiva: se non altro i terreni meno duri rispetto al cemento potrebbero sollecitare un po’ meno il piede infortunato.

Halep
A Roma 2013 è iniziato il suo improvviso salto di qualità. Giocatrice latina, ha sempre reso bene sul rosso, anche se in realtà l’anno scorso ha vinto su tutte le superfici, erba inclusa. Per lei rimane il problema di dimostrarsi all’altezza delle giocatrici più potenti del circuito.
Non credo si possa dire che la terra battuta sia la superficie su cui spicca, ma di sicuro rispetto ad altre top ten ha la cultura tecnica specifica, e quindi non è certo penalizzata.

Kvitova
La terra è la superficie su cui ha imparato a giocare; ed ha vinto a Madrid nel 2011. Però sappiamo che, tra i tornei principali outdoor, Madrid è quello con le condizioni di gioco più rapide. A mio avviso per lei rimangono preferibili campi veloci, come l’erba, il cemento di Dubai o alcuni indoor; la terra favorisce l’allungamento del palleggio e gli scambi prolungati di sicuro non fanno per lei. In poche parole: il rosso è un handicap, e per superarlo ci vorrebbe una forma smagliante.

Kerber
La terra rossa esalta il gioco difensivo, ma in compenso il suo servizio non molto potente e nemmeno troppo lavorato diventa più attaccabile. Non credo sia particolarmente penalizzata, però tra tutte le tedesche è quella che mi pare meno adatta al gioco da terra battuta, e i migliori risultati li ha sempre raccolti sul cemento.

Jankovic
È stata una delle poche giocatrici in grado di sconfiggere nello stesso torneo entrambe le sorelle Williams: la prodezza le è riuscita nel 2010 a Roma, quando raggiunse la finale; sul rosso si trova a suo agio.
In generale dalla sua ha la costanza di rendimento: non raggiunge picchi altissimi, ma sono piuttosto rare anche le controprestazioni. Direi che per lei vale il ragionamento fatto per Simona Halep: non è una vera e propria specialista, ma le difficoltà di altre top finiscono per avvantaggiarla.

Sharapova
Prima che Serena iniziasse la collaborazione con Mouratoglou (che, da francese, potrebbe aver sollecitato l’interesse di Williams per il Roland Garros) di fatto Maria era la giocatrice leader del circuito sul rosso: i risultati del 2012 erano inequivocabili.
Una evoluzione sorprendente rispetto ad inizio carriera, quando aveva rilasciato la famosa dichiarazione in cui sosteneva che sulla terra battuta si sentiva a disagio come una mucca sul ghiaccio. Oggi però le cose sono cambiate: sottratti i punti di Stoccarda 2013 (da lei vinto), si ritroverebbe addirittura fuori dalla top ten, e quindi occorre che recuperi del tutto la condizione per tornare ai suoi soliti livelli. Nel suo caso l’incognita non è tecnica, ma fisica.

Cibulkova
Seconda nella race 2014, la sua superficie è soprattutto il cemento, anche se al Roland Garros ha ottenuto il primo grande risultato Slam (semifinale del 2009).
Avrebbe quindi i mezzi per fare strada, ma bisogna vedere in che condizioni si trova. Lo dico perché in questa stagione ha già disputato 33 match, e affrontato tre trasferte in oriente (Australia, Arabia, Malesia): considerato che siamo solo ad aprile, un bel tour de force. La rinuncia a Stoccarda (dopo il ritiro di Doha) magari è solo legata all’impossibilità di presentarsi in condizioni accettabili di ritorno da Kuala Lumpur, ma non vorrei fosse un campanello di allarme.

Italiane
La terra battuta è la superficie su cui da sempre si formano i giocatori italiani, e infatti Errani e Schiavone sono due autentiche specialiste, tanto è vero che a Parigi hanno raggiunto i picchi della loro carriera.
La stagione sul rosso potrebbe offrire l’occasione del ritorno a livelli più alti oppure potrebbe sancire un calo di rendimento difficilmente recuperabile poi su erba e sul cemento americano.
Roberta Vinci è un’altra specialista, anche se a mio avviso l’erba si sposa altrettanto bene al suo modo di giocare.
In confronto ad Errani e Schiavone, direi che Knapp e Pennetta sono meno avvantaggiate.
Per quanto riguarda Flavia Pennetta, a dispetto di alcuni dati (aggiornati al 2013), credo renda di più sul cemento e forse anche sull’erba. Quando gioca sul rosso tende a concedere più campo alle avversarie e la posizione più arretrata secondo me la rende meno competitiva, in particolare contro le migliori.
Giorgi infine è ancora da scoprire: ha giocato pochissimo sulla terra europea e questa potrebbe essere la prima stagione interamente dedicata ai classici tornei del circuito maggiore.
Sembra proprio una giocatrice da campi veloci, ma la sua adattabilità si capirà meglio tra qualche mese.

Altre giocatrici
Non si possono trascurare passate vincitrici del Roland Garros come Kuznetsova e Ivanovic.
Kuznetsova dispone di tutto quello che occorre per la terra battuta: varietà di gioco e potenza, e in più la superficie le perdona qualche deficit in mobilità.
Ivanovic su campi più lenti ha il tempo per girare attorno alla palla e colpire più spesso con il dritto, come del resto capitava anche alla Stosur degli anni migliori. C’è stato un periodo in cui Samantha era una delle migliori tenniste su terra, ma ultimamente ha un po’ cambiato il suo gioco: fatica a mettersi nella condizione di colpire di dritto dall’angolo sinistro del campo e anche per questo potrebbe avere avuto un calo di risultati.
Storicamente le latine (Spagnole, Francesi, Italiane, Rumene) conoscono bene la superficie.
A loro aggiungerei anche le attuali Austriache e Olandesi (Meusburger, Rus, Berthens).
E le tedesche: Goerges e Petkovic soprattutto, sono ottime giocatrici da rosso. Lisicki è una erbivora, ma credo che per il suo gioco la terra sia in ogni caso più adatta rispetto al cemento.
Per ragioni diverse segnalerei anche Hercog, Kanepi, Lepchenko e Cetkovska.

Giovani
Sulle giovani in particolare mi piacerebbe sapere anche l’opinione di chi legge, anche perché prevedere il rendimento delle meno esperte è particolarmente difficile.
Prescindendo dal loro valore assoluto (che determina quindi differenti traguardi possibili), direi che potrebbero trovarsi bene Bouchard, Nara, Bencic, Beck. E Garcia, che ha appena vinto a Bogotà. Su Svitolina e Vekic non ho le idee chiare.
Infine per caratteristiche tecniche, di tutte le giovani statunitensi, la più “terraiola” mi pare Christina McHale.

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Ons Jabeur, Top 10 del tutto speciale

I risultati raggiunti nelle ultime stagioni dalla giocatrice tunisina non hanno precedenti nella storia del tennis femminile

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Ons Jabeur - Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

In questo mese di ottobre Ons Jabeur ha conquistato un risultato storico, senza precedenti nel tennis femminile: per la prima volta una giocatrice proveniente da un paese arabo è entrata in Top 10. Il traguardo, ufficiosamente ottenuto dopo la vittoria ottenuta su Anett Kontaveit a Indian Wells, è stato certificato da WTA lunedì 18 ottobre.

Jabeur, tunisina, è salita dal numero 14 al numero 8, posizione confermata nel ranking di questa settimana. Penso sia giusto considerare come storico questo risultato non solo perché non ha precedenti, ma perché una tale affermazione potrebbe rappresentare un punto di riferimento per altre atlete provenienti da un ambito geografico e culturale che sino a oggi non era mai stato protagonista ad alti livelli nel tennis.

Convenzionalmente parlare di “paese arabo” significa riferirsi a una ventina di stati situati fra Africa e Asia. In pratica, la fascia di nazioni nord-africane principalmente affacciate sul Mediterraneo e sul Mar Rosso, più quelle collocate, in Asia, tra penisola Arabica e vicino Oriente.

 

Africa e Asia. L’Asia ha già avuto tenniste di successo, e lo stesso vale anche per l’Africa. Per l’Africa però, in gran parte limitate al Sudafrica. Per esempio Amanda Coetzer, nata nel 1971 e capace di spingersi sino alla posizione numero 3 nel 1997. O più di recente Chanelle Scheepers, nata nel 1984 e con un best ranking da numero 37 nel 2011.

Ma giocatrici come Coetzer e Scheepers hanno una formazione e una provenienza lontanissime dal mondo arabo e nordafricano. Stesso continente, ma contesti troppo diversi: non potevano certo essere nella condizione di fare da traino per il tennis in nord-Africa. Ecco dunque che la carriera di Jabeur rappresenta un nuovo punto di riferimento significativo sotto diversi aspetti.

Innanzitutto sul piano culturale. Jabeur potrebbe diventare una figura importante in paesi nei quali lo sport al femminile fatica a trovare spazi comparabili a quelli maschili. E visto che un riconoscimento nello sport rappresenta anche un riconoscimento in senso più esteso sul piano sociale, si capisce che Ons potrebbe assumere un ruolo da non trascurare per moltissime giovani donne. Ricordo che quando si parla di mondo arabo ci si riferisce a quasi mezzo miliardo di persone (per di più con l’età media molto più bassa rispetto all’Europa). Di questo ruolo Jabeur è consapevole: “A volte quando giochiamo in Fed Cup vengono a trovarci alcune squadre africane. È davvero stimolante per me. Quando qualcuno mi dice che lo sto ispirando, mi dà più motivazione per allenarmi ed essere un esempio. Spero che potremo vedere più giocatori dall’Africa nel Tour”.

Ma anche sul piano del mercato sportivo l’impatto di Jabeur potrebbe assumere un certo peso. Di sicuro ai piani alti della WTA non sono dispiaciuti di avere trovato una giocatrice come lei, perché il mondo arabo è composto da nazioni con un reddito pro capite molto basso, ma anche da nazioni molto ricche. Già oggi vengono organizzati due tornei economicamente rilevanti a Doha e Dubai, e non è detto che in futuro una espansione di praticanti nei paesi arabi non possa far crescere il numero di eventi in calendario. Potrebbe trattarsi di qualcosa di simile a quanto accaduto alla Cina dopo il boom della generazione guidata da Li Na. E anche se oggi la pandemia ha fermato lo swing asiatico, l’apporto cinese rimane fondamentale per gli equilibri economici del circuito femminile.

Infine, visto che parliamo di Ons Jabeur e di tennis, ad essere contenti dei suoi successi penso siano anche i tanti appassionati sparsi per il mondo, di qualsiasi nazione e cultura, che semplicemente amano il gioco vario e creativo. Perché Jabeur non è speciale soltanto in quanto “tennista araba”, ma anche in quanto giocatrice di talento. Non solo: quando affronta i match, appare evidente che non ha la vittoria come scopo eslcusivo da raggiungere. Oltre al successo, quando scende in campo c’è anche la volontà di conquistare il favore del pubblico. A Jabeur, infatti, piace sorprendere gli spettatori attraverso prodezze inattese, e la ricerca del colpo spettacolare è parte stessa del suo DNA di tennista. “In campo sin da bambina mi piacevano i colpi divertenti e folli, mi piacevano le soluzioni originali. Riflettono la mia personalità.

E così, a 27 anni compiuti, Jabeur ha finalmente conquistato uno degli obiettivi che sin da ragazzina pensava di poter raggiungere. Ha scritto di recente per Behind the RacquetHo attraversato momenti difficili, mi sono chiesta se lasciare il tennis e tornare a scuola. Ma alla fine continuavo a tornare alla mia idea di ragazzina: diventare la numero 1 al mondo, vincere uno Slam. Non posso fare a meno di sognare in grande. Entrare fra le prime cento non era sufficiente per me, non mi avrebbe mai accontentato”.

Ora sembra che nessun traguardo le sia precluso, ma per arrivare a questo punto c’è voluto parecchio tempo. Dato che Jabeur è nata il 28 agosto 1994, non si può dire sia stata una giocatrice dalla maturazione rapida. Come mai? Penso che le ragioni siano legate in parte alle sue specificità fisico-tecniche, ma probabilmente anche la sua provenienza ha, almeno in parte, avuto un ruolo. Vediamo come.

a pagina 2: Gli inizi e i primi anni in WTA

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Paula Badosa, crisi e successo

La vincitrice del torneo di Indian Wells 2021 prima di affermarsi ad alti livelli ha vissuto lunghe stagioni piene di difficoltà

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Paula Badosa - WTA Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Per come era stato organizzato il calendario WTA di quest’anno, era chiaro che il torneo di Indian Wells avrebbe rappresentato un passaggio cruciale della stagione. E infatti i molti punti assegnati alla vincitrice, ma anche alle altre tenniste capaci di arrivare in fondo, hanno cominciato a delineare in modo più chiaro la Race, cioè la classifica che determinerà le otto protagoniste che avranno il diritto di disputare le Finals 2021.

Non tutto, naturalmente, è definitivo, ma al momento la vittoria di Paula Badosa a Indian Wells ha permesso alla Spagna di avere due giocatrici fra le otto possibili “elette”. Garbiñe Muguruza infatti è settima nella Race con 3150 punti, Badosa la segue a 3112. Nona è Ons Jabeur con 3020 punti, mentre la decima, Naomi Osaka, è già più staccata, con 2771 punti. E dato che è molto incerta la partecipazione della numero 1 Barty alle Finals previste a Guadalajara, non è improbabile che sia Muguruza che Badosa possano scendere in campo in Messico.

Forse non è molto noto, eppure, oltre alla nazionalità, Muguruza e Badosa hanno altri punti in comune, specie per quanto riguarda la loro formazione e i primi passi compiuti in WTA.

 

Torniamo indietro di qualche anno, al marzo del 2012. Sta per cominciare il torneo di Miami, e la IMG, società che fra le proprie attività ha la gestione del Miami Open, decide di assegnare una wild card a una giovane spagnola semisconosciuta: Garbiñe Muguruza, classificata fuori dalle prime duecento del mondo. La scelta è determinata dal fatto che la giocatrice in questione ha un contratto con la stessa IMG, che la ritiene una grande promessa.

Sorprende la decisione di assegnarle la possibilità di entrare addirittura nel tabellone principale, dato che Garbiñe non ha praticamente esperienza di match a livello WTA. Eppure la giovanissima Muguruza si dimostra all’altezza: sconfigge nell’ordine Morita, Pennetta e Zvonareva, prima di fermarsi al quarto turno contro Radwanska (che poi avrebbe vinto il torneo).

Ci si chiede chi sia questa diciottenne e si scopre che è una spagnola sui generis, perché è nata in America (a Caracas) e ancora non ha deciso in via definitiva se gareggiare per la Spagna o per la nazione di origine, il Venezuela. Alla fine Muguruza sceglie di rimanere spagnola, e il resto della sua carriera è ormai entrato nei libri di storia del tennis.

Spostiamoci in avanti di tre anni esatti, al marzo 2015. Di nuovo Miami Open, e di nuovo IMG decide di assegnare una wild card a una spagnola semisconosciuta: Paula Badosa, anche lei promessa sotto contratto con la agenzia. E la 17enna Badosa non sfigura: pur senza esperienza a livello WTA, da numero 419 del ranking, raggiunge il terzo turno. Sconfigge Petra Cetkovska e Zheng Saisai prima di fermarsi contro Karolina Pliskova.

Così come Muguruza, anche Badosa è nata in America (a New York, figlia di due genitori impiegati nella moda, prima come modelli e poi come fotografi) e per questo è ugualmente contesa tra due federazioni. Dopo la prestazione in Florida, infatti, si fa avanti la USTA per farla gareggiare sotto la bandiera a stelle e strisce. Ma anche Paula decide di rimanere spagnola, anche perché da parecchi anni si allena tra Valencia e Barcellona, e gli USA rimangono un ricordo legato solo alla prima infanzia.

Ecco, fino a qualche mese fa, il parallelismo tra Muguruza e Badosa si fermava ai loro esordi professionistici, perché poi lo sviluppo delle loro carriere sembrava dovesse percorrere strade molto differenti; da una parte il successo di Garbiñe, dall’altra la delusione di Paula, che dopo l’avvio sorprendente sembrava essersi persa tra infortuni e insicurezze.

Incapace di tenere fede alle grandi speranze suscitate da teenager: Badosa non sarebbe stata certo la prima giovanissima di talento schiacciata dalle aspettative. Normalmente ci si ricorda di chi ha sfondato, ed è quasi fisiologico dimenticarsi di chi non è riuscita ad arrivare in cima alla piramide del successo. Ma non si tratta di casi sporadici.

Ricordate per esempio Bojana Jovanovski? Cito lei perché anche Bojana aveva firmato un contratto con IMG, ed era considerata una della maggiori promesse in WTA. Nata il 31 dicembre 1991 (un giorno dopo Camila Giorgi), capace di entrare fra le prime cento a 18 anni, aveva vinto fra il 2012 e il 2013 i tornei di Baku e Tashkent. Ma poi dal 2014 (anno del suo best ranking: numero 32), ha cominciato un declino precoce che l’ha portata a disputare il suo ultimo match nel 2018. Ritirata a nemmeno 27 anni.

Insomma, essere una promessa, ed essere individuata da IMG come una potenziale stella, non è per forza garanzia di successo ad alti livelli. E sino a qualche tempo fa anche Badosa sembrava confermarlo: prima di arrivare a vincere un torneo importante come Indian Wells, Paula ha attraversato lunghe stagioni piene di problemi e difficoltà.

a pagina 2: Il lungo periodo di crisi

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Grande Slam 2021, la classifica femminile

Chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei quattro tornei più importanti dell’anno? Un bilancio di fine stagione più una analisi sugli Slam di Serena Williams in occasione dei suoi 40 anni

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, basata esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Ho deciso di farlo perché, ancora più che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.

Tanto è vero che oggi, quasi in automatico, per misurare il valore di una tennista gli appassionati cominciano sempre valutando cosa ha saputo fare negli Slam: vittorie, finali, continuità nei “piazzamenti”, sono il riferimento che alla fine determina la categoria di chi viene analizzata.

Ma sappiamo che non è sempre stato così. In altre epoche i più forti tennisti, per esempio, hanno rinunciato a giocare l’Australian Open perché la trasferta presentava disagi logistici e il montepremi non era sufficientemente appetibile.

 

Ma ci sono state altre rinunce che oggi ci appaiono inconcepibili. Prendiamo il caso di Chris Evert, che negli anni ‘70 era di gran lunga la più forte giocatrice sulla terra rossa. Evert ha saltato alcuni Roland Garros perché impegnata in altri eventi organizzati negli USA. Parliamo di una giocatrice capace di vincere 125 partite consecutive sulla terra, dall’agosto 1973 al maggio 1979. Nemmeno Nadal è mai riuscito a dominare così tanto. Eppure Chris non ha disputato i Roland Garros del 1976, 1977, 1978, oltre che i sei Australian Open dal 1975 al 1980. Detto tra parentesi: quando si fanno i calcoli degli Slam vinti da Serena Williams o da Steffi Graf, spesso si dimentica quanto avrebbero potuto vincere tenniste come Evert o Navratilova se le priorità della loro epoca fossero state simili a quelle odierne.

Oggi le cose sono cambiate: gli Slam sono il fulcro del calendario di ogni tennista di vertice. Per questo possiamo dire senza alcun dubbio che Serena Williams continua a giocare con l’unico scopo di provare a vincere nuovi Slam, mentre utilizza come impegni di preparazione gli altri tornei del circuito, o non li affronta proprio.

Ecco le ragioni di una classifica basata esclusivamente sui quattro Major. Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo i valori stabiliti da WTA. Questa è la ripartizione dei punti prevista:

2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

Veniamo dunque alla Classifica Slam del 2021. Classifica sino alla posizione numero 32, con in più le tre giocatrici che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale, ma che sono rimate staccate nei Major:

Un piccolo chiarimento per evitare equivoci. In questa tabella nelle prime tre colonne ci sono diverse graduatorie. La prima a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam. La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA (stabilito il 4 ottobre 2021). La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. Tenendo presenti questi numeri, si possono sviluppare alcuni ragionamenti di un certo interesse.

a pagina 2: Il livellamento al vertice. Delusioni e sorprese

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