Grigor & Maria, quando l'amore trionfa (a distanza) (Piccardi), Parola a Nole «Che bello sarà stare sveglio per cambiare i pannolini» (Martucci)

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Grigor & Maria, quando l’amore trionfa (a distanza) (Piccardi), Parola a Nole «Che bello sarà stare sveglio per cambiare i pannolini» (Martucci)

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Rubrica a cura di Daniele Flavi

Grigor & Maria, quando l’amore trionfa (a distanza)

Gaia Piccardi, il corriere della sera del 28.04.2014

 

Giusto giusto un anno fa, tra le languide pieghe del torneo combined (cioè uomini e donne) di Madrid, spuntava la paparazzata che avrebbe cambiato la geografia amorosa del pianeta tennis: la divina Maria Shampova, che pochi mesi prima (novembre 2012) sarebbe dovuta convolare a giuste nozze con il cestista sloveno Sasha Vujacic, in tenera adorazione di un bel (e giovane) ragarzo moro, presto identificato in Grigor Dimitrov, collega di gamba lunga, bicipite tornito e luminoso avvenire, non a caso soprannominato da chi ne capisce «baby Federer». Il bacio tra i due per le strade di Madrid chiudeva ufficialmente i trials per un posto nel cuore della siberiana da 20 milioni di dollari a stagione. Un anno dopo, ieri — consegnata agli annali del gossip sui courts una memorabile lite pubblica tra Sharapova e Serena Williams per il prestante Gregorio (l’anno scorso a Wimbledon Maria invitò senza giri di parole Serenona, pesantemente indiziata di un flirt con il bulgaro quando i due si allenavano insieme a Parigi, a farsi gli affari suoi) —, la coppia più bella del tennis dopo Pennetta&Fognini (scusate lo sciovinismo) ha festeggiato il primo anniversario vincendo insieme, a distanza, un torneo importante: Dimitrov a Bucarest, 7-6, 6-1 al ceco Rosol, terzo titolo Atp in carriera che lo proietta tra i top 15 della classifica mondiale; Sharapova a Stoccarda, 3-6, 6-4, 6-1 in rimonta alla serba Ivanovic nel derby delle belle, primo titolo Wta della stagione che la tiene a galla nelle top io, l’élite dalla quale rischiava di uscire. Se è ancora lontano il giorno in cui Grigor e Maria trionferanno mano nella mano in uno Slam come Jimmy Connors e Chris Evert a Wimbledon 1974, all’epoca del loro amore, il ri-sultato doppio di ieri val bene la cenetta intima che Dimitrov e Sharapova si regaleranno la settimana prossima a Madrid, dove tutto, un anno fa, iniziò. Tra i due, il più generoso di parole sulla relazione è lui, Grigor, rara specie di atleta pensante, leggente e parlante di argomenti extrasportivi, grande amante dell’arte (Klimt su tutti) e, naturalmente, della sua Maria, continua fonte d’ispirazione: «Una donna meravigliosa e brillante, che ascolto con grande rispetto. Lei ha raggiunto un livello cosi alto nella sua carriera che io non posso che considerarla un esempio da seguire. Lo è dentro e fuori dal campo. lo e Maria ci facciamo bene a vicenda: benedico ogni momento che passo con lei e di tennis, nel privato, parliamo davvero pochissimo». Anche gli sms che Maria manda ancora a Vujacic sono tabù. Ma questa è un’altra storia. L’amore, oggi, trionfa.

 

Parola a Nole «Che bello sarà stare sveglio per cambiare i pannolini»

 

Vincenzo Martucci, la gazzetta dello sport del 29.04.2014

 

Novak Djokovic è guarito ai flessori del braccio destro: da giovedì o venerdì s’allenerà a Madrid per il torneo che scatta domenica. Noie, è vero che lei pensa troppo? «il mio scopo è di aver consapevolezza di più cose possibili, per me più studia più un uomo ha valore, voglio sempre imparare qualcosa di nuovo. L’ho ereditato dalla mia famiglia, e l’educazione è qualcosa che ti rimane dentro, non si può vendere e non si può comprare. Da ragazzo, mi sono preso le mie responsabilità, crescendo con tante difficoltà economiche, ma con l’ambizione e la consapevolezza di quel che dovevo fare per arrivare “là”. Volevo crescere prima possibile per gestire tutte le situazioni della vita». Lei è molto forte, dentro, ma è anche un filantropo con la sua gente. «Vorrei aiutare tutti i bambini, specialmente quelli del mio paese, dargli una direzione per realizzare il diritto di sognare, per diventare un giorno atleti, dottori, ingegneri». Presto sarà padre: quale principio regalerà a suo figlio? «Io sono grato della opportunità di poter giocare a tennis, lo sport che amo con tutto il mio cuore, ma non prendo niente per scontato. E così apprezzo di più la vita perché non ho avuto tutto gratis». Che cos’è un figlio per un campione, iper-egoista come un tennista? «La mia Jelena mi ha dato la giusta parola: fonte della gioia. E’ il massimo: inizia un nuovo capitolo nella vita, sono molto felice, anche se tutti dicono che capiremo quando darà il primo calcio. Magari tirerà un rovescio lungolinea…». Di sicuro lei è il n. 2 del mondo più felice: zero frustrazione. «Il tennis non è l’unica fonte della felicità, per questo sono sempre contento, perché ho tante cose differenti fuori dal campo, gioia, passione, amore, persone che mi vogliono bene. Perché dovrei essere stressato da numero 2? Proverò a tornare 1 perché il tennis è la mia passione, il mio amore e anche il mio lavoro, ed è la cosa che faccio meglio. Cercherò la forza per vincere tutti i tornei. Ma con l’arrivo del bambino il tennis non è più la priorità numero 1». Cambierà I pannolini? «Ho diversi amici tennisti che l’hanno fatto, come Ljubicic. Non vedo l’ora di vivere queste situazioni. Si, anche star svegli la notte… La vedo in positivo: ti stanchi un po’, ma ti dà nuova energia. Ljubo voleva fermarsi col tennis e ha trovato nuove motivazioni. E Haas che ispirazione ha avuto dall’arrivo della bambina?». Rafa sta perdendo il giocattolo terra rossa? »Tutti siamo rimasti un po’ sorpresi vedendolo perdere in due tornei di fila. E’ lo sport: dominare negli ultimi anni ha aiutato la sua fiducia e gli ha dato un vantaggio mentale, ma ha anche dato tempo agli avversari di capire come affrontarlo». Djokovlc l’ha capito a Roma 2011. «E’ stata importantissima la semifinale con Murray, finita a mezzanotte, non ho avuto tanto tempo per recuperare, ma ho trovato una forza incredibile e inesplicabile. Perché a Roma mi sento come a casa, e i romani mi vedono come uno di lì, anche perché parlo abbastanza l’italiano, e mi trasmettono un grande calore. Nella testa, avevo un problema fisico, contro Rafa, il più grande giocatore della storia sulla terra rossa. Però io arrivavo da 38 vittorie di fila e quindi non ho sofferto per i precedenti. Era il momento giusto per batterlo: di testa, sono stato più forte e decisivo». II Roland Garros è l’unico Slam che Djokovlc non ha vinto. «Non devo pensare solo a Nadal. L’anno scorso Tsonga ha vinto contro Federer e Ferrer è andato in finale, ora Wawrinka ha vinto Montecarlo, e Ferrer e Almagro hanno battuto Rafa. Senza dimenticare un top player come Murray. Sicuramente Wawrinka ha preso grande fiducia dai tornei e dalle vittorie coi primi: ci ha battuto tutti, sulla terra battuta si sente bene, e si vede, ha trovato il controllo nell’aggressivi-tà. E’ l’esempio dei giocatori che migliorano, e ha pure dimenticato tutte le volte che l’avevamo battuto». Che cosa perde Djokovlc sulla terra rossa? «Perdi un po’ il ritmo perché il rimbalzo è sempre diverso e devi stare molto attento, devi essere più reattivo e veloce, il gioco non è così automatico, mentre sul cemento ci sono colpi che puoi giocare con fluidità, usando la velocità del campo, sulla terra ogni colpo chiede forza e devi lavorare di più. Devi creare ed avere più pazienza»…..

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«Dopo la finale a Rio giocherò in Davis. Mi pare impossibile» (Vassallo). Fognini e Sonego: «Cagliari, sostienici» (L’unione sarda)

La rassegna stampa di venerdì 28 febbraio 2020

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«Dopo la finale a Rio giocherò in Davis. Mi pare impossibile» (Elisabetta Vassallo, Il Secolo XIX)

«Se qualcuno me lo avesse detto solo dieci giorni fa, che sarei arrivato in finale nell’Atp 500 di Rio de Janeiro, non ci avrei mai creduto. Se poi mi avessero detto che sarei diventato numero 77 al mondo saltando di un botto 51 posizioni del ranking avrei pensato che mi stavano prendendo in giro…». Gianluca Mager, 25 anni, tornato nella sua Sanremo dopo aver compiuto un’impresa difficile da immaginare, non avrebbe neppure previsto che il prossimo 6 marzo sarà a Cagliari per giocare la Coppa Davis con la maglia dell’Italia. «Giocare in Davis è un sogno che ho da quando ero bambino. Forse dal primo giorno in cui, ragazzino, ho preso in mano una racchetta da tennis. Io nella squadra di Davis: continuo a ripetermelo ma non riesco a credere che sia proprio così. Quando ho risposto al telefono e ho capito che dall’altra parte c’era Barazzutti quasi non riuscivo a parlare. Prima si è complimentato con me per aver raggiunto la finale, poi mi ha detto della convocazione nel team italiano. Quella trascorsa è stata la settimana più bella della mia vita. E il sogno continua».

Alla fine dell’interminabile incontro con l’ungherese Attila Balazs, le telecamere hanno ripreso a lungo il suo pianto a dirotto. Cosa stava provando?

 

E’ stata un’impresa di oltre tre ore in campo e con l’interruzione per pioggia: temevo di non farcela. Nel momento in cui ho vinto ho ripensato ad anni di sacrifici, di allenamenti estenuanti, di problemi legati a infortuni e ho pensato: finalmente posso dire che ne è valsa la pena!.

Quale è stato uno dei momenti più duri che ha dovuto affrontare?

Due anni fa. Mi ero infortunato a una mano giocando in un torneo e in un lampo sono balzato indietro nella classifica Atp. Mi sono ritrovato 440 al mondo con davanti una strada in salita ripida. E lì è stato solo grazie ai miei coach Flavio Cipolla, Matteo Civarolo e soprattutto alla mia fidanzata Valentine Gonfalonieri che mi sono ripreso: mi hanno convinto a tornare a casa e stringere i denti e piano piano ho ripreso fiducia e ho iniziato a crescere di nuovo. Valentine fa la maestra di tennis a Sanremo ma quando ci sono le trasferte che contano mi accompagna. L’altro giorno in Brasile, quando sono riuscito a guadagnarmi la finale, lei piangeva come me.

Fognini e Sonego: «Cagliari, sostienici» (L’unione sarda)

«Giocare per la Nazionale è sempre speciale e di Cagliari ho bellissimi ricordi». Fabio Fognini ha già il motore acceso, è pronto per la sfida con la Corea del Sud e lancia un appello al tifosi: «Chiediamo al pubblico sardo di sostenerci, noi siamo pronti a dare il meglio». Insomma, ItaliaSud Corea è cominciata, l’attesa è grande e il numero 2 azzurro, ma numero 1 in occasione della due giorni di Monte Urpinu, sbarca a Cagliari con la testa giusta. Anche Lorenzo Sonego è pronto: il numero 46 del mondo dice che «far parte della Nazionale è un onore per me, sono molto contento di giocare a Cagliari, vi aspettiamo numerosi, abbiamo bisogno del vostro supporto». Sonego, reduce dal quarto di finale a Rio de Janeiro, è in Italia per allenarsi; la scelta del capitano Corrado Barazzutti premia un giocatore che in campo è abituato a soffrire, ad attaccare, a lui la “maglia” di secondo singolarista per la due giorni di Cagliari. Mentre Fognini arriva dal cemento di Dubai, Sonego e la grande sorpresa Gianluca Mager provengono dalla terra brasiliana: Sonego, come abbiamo detto, ha giocato un ottimo torneo, mentre Mager è arrivato in finale, dopo aver eliminato Thiem ai quarti. Simone Bolelli, che in doppio ha un bilancio molto buono in Coppa Davis, è pronto per fare coppia con Fognini. Il pronostico, anche per l’assenza del numero i coreano Kwon Soonwoo (76 Atp), dice Italia.

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Maria Sharapova dice basta: “Perdonami tennis, ti dico addio” (Cocchi, Semeraro, Azzolini, Sisti)

La rassegna stampa di giovedì 27 febbraio 2020

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Sharapova, favola senza lieto fine: “Troppo dolore, è ora di smettere”

Diva Sharapova, anche il ritiro è una sfilata: «Tennis scusami» (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Non avrebbe mai ceduto alla tentazione di un «tour d’addio», celebrazioni all’americana e false lacrime di nostalgia. No, Maria non avrebbe mai potuto. E così, per annunciare al mondo l’addio al tennis a 32 anni, 28 dei quali con la racchetta in mano, la Sharapova ha scelto una lettera alle due principali riviste di moda e spettacolo: Vogue e Vanity Fair. Come una diva che dice addio alle scene, perché Maria Sharapova è stata ed è una diva. Aldilà di simpatie o antipatie, vittorie o sconfitte, Maria ha portato il tennis su un altro livello. Trionfi e spettacolo. Red carpet e affari. In campo più nemiche che rivali, più sofferenze che gioie, non ultima una squalifica per doping che l’ha tenuta fuori dal campo quasi un anno e mezzo, dando il colpo di grazia a una carriera già ammorbata dagli infortuni. Nonostante tutto Maria Sharapova sorride, lo fa mentre legge la lettera che lei stessa ha scritto per salutare la sua prima vita. Come un set Masha è seduta su una poltrona grigia, vestita nel suo solito stile elegante ma casual. Indossa una camicia bianca. Il rossetto rosso acceso contrasta con la pelle diafana da siberiana. Inizia a leggere le parole di commiato con serenità, senza lasciarsi andare alla commozione. «Come si fa – recita – a lasciarsi alle spalle l’unica vita che si è mai conosciuta? Come si fa ad abbandonare i campi da gioco su cui ci si allena fin da bambina, il gioco che si ama. Che ti ha portato lacrime indicibili e gioie incredibili, uno sport in cui hai trovato una famiglia, insieme ai tifosi che ti hanno sostenuto per più di 28 anni? Ti prego di perdonarmi, tennis: ti dico addio». Sul profilo Instagram annuncia l’addio con una immagine tenerissima. Una biondina di 6 anni su un campo da tennis con una racchetta grande quanto lei. È Maria, appena arrivata in Florida dopo aver attraversato il mondo con il padre. Partiti da Sochi, dove papà Yuri e mamma Yelena erano fuggiti dopo il disastro di Chernobyl, direzione Florida per inseguire il sogno: «Appena arrivata dalla Russia tutto mi sembrava immenso — continua nel suo racconto la tennista —. Immenso come i sacrifici dei miei genitori». Che uniti alla sua caparbietà hanno portato frutti straordinari, in campo e fuori. Il primo Slam, Wimbledon, a 17 anni: «Ero una ragazzina che faceva ancora collezione di francobolli e non ho realizzato la grandezza di quella vittoria fino a che non sono diventata adulta. Per fortuna…» […] Negli spogliatoi non ha mai riscosso troppe simpatie: «Non devo fare amicizia con le altre, devo batterle», diceva del rapporto con le colleghe, prima su tutte Serena Williams. E quando, a marzo del 2016, ha scioccato il mondo annunciando la positività al meldonium e la conseguente squalifica («non chiuderò la carriera qui, in questa sala con questa orribile moquette»), l’epiteto più carino nei suoi confronti era «imbrogliona». Quindici mesi di purgatorio per rientrare a Stoccarda nell’aprile del 2017, ancora una volta sola contro tutti. Durante i mesi di stop forzato, ha continuato a migliorarsi, ad allenarsi, a studiare. Un master ad Harvard per curare al meglio i suoi interessi, compreso il marchio di caramelle «Sugarpova», lanciato nel 2012 e arrivato a fatturare quasi 20 milioni di euro nel 2019. La rivista Forbes, specializzata nel fare i conti in tasca ai big, ha stimato la sua fortuna in 320 milioni di euro. E nel 2019, nonostante abbia potuto giocare soltanto 18 partite per i problemi alla spalla che l’hanno costretta a lasciare, ha guadagnato 6 milioni di sole sponsorizzazioni […]

Arrivederci Masha, diva di ghiaccio (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

«Perdonami, tennis: ti dico addio». A 32 anni Maria Sharapova si ritira, e lo fa da grande Diva, una delle più grandi che lo sport ha avuto in questo scorcio di millennio. La Greta Garbo del tennis – bionda, fascinosa, glaciale – che non si era mai davvero ripresa dall’unico vero inciampo di una carriera da Oscar (36 tornei vinti, 5 Slam, 21 settimane da n.1 del mondo sparse fra il 2005 e il 2012): la positività al Meldonium ammessa a denti stretti a marzo del 2016, che le era costata un anno e mezzo di stop. Dopo il rientro (maggio 2017), Masha non è più la stessa. Ha vinto solo un torneo, a Tianjin, in Cina; il resto sono state polemiche – per le wild card ricevute da una «ex dopata», come sostenevano le colleghe più rosicone – fatiche e sconfitte. Troppo poco per un ego come il suo, affilatosi fra mille difficoltà dopo l’addio alla Russia e a mamma Elena, a sei anni, per trasferirsi negli Usa solo con papà Yuri, 700 dollari, una raccomandazione di Martina Navratilova e la voglia feroce di diventare la migliore di tutte partendo dalle lacrime nel dormitorio comune dell’Academy di Nick Bollettieri in Florida. «La prima volta che ho visto un campo da tennis – ha raccontato nella sua lettera d’addio affidata alle pagine molto glamour di “Vanity Fair” – mio padre ci stava giocando. Avevo quattro anni, a Sochi, in Russia, ero così piccola che la racchetta accanto a me era il doppio della mia taglia. A sei anni ho viaggiato fino in Florida con mio padre. Allora il mondo intero sembrava gigantesco, l’aereo, l’aeroporto, l’America distesa davanti a me. Tutto era enorme, come il sacrificio dei miei genitori». Ce l’ha fatta Masha, il suo sogno americano si è trasformato in realtà. Ma anche le favole riuscite prima o poi finiscono […] Quasi tre decenni fatti di vittorie, della rivalità scalena con Serena Williams, messa in ginocchio da 17enne nella leggendaria finale di Wimbledon nel 2004, e poi mai più battuta, tranne che nelle Wta Finals di quello stesso anno. Di altri due trionfi a Parigi, uno a New York e uno a Melbourne (è tra le dieci giocatrici ad aver vinto almeno una volta i quattro Slam), ma anche dagli infortuni ripetuti alla spalla che l’hanno costretta a due operazioni e a depotenziare il leggendario servizio. Nei periodi di pausa in cui Masha si è costruita l’altra sua immagine, quella di “business woman” – vedi il marchio di caramelle stradolci Sugarpova – di icona commerciale e mondana oltre che sportiva, superdonna sempre issata su tacchi vertiginosi nonostante il metro e 88 di altezza. Per undici anni è stata la sportiva più pagata al mondo, per la rabbia di Serena che la batteva regolarmente in campo, un “marchio” fra i più riconoscibili al mondo […] «La mia forza non è mai stata quello di sentirmi superiore alle altre tenniste – ha spiegato a “Vanity Fair” – Mi sono sempre sentita sul punto di cadere in un burrone, ed è per questo che ogni volta sono tornata in campo, per capire come continuare a salire» […] «Guardandomi alla spalle mi rendo conto che il tennis è stata la mia montagna. Il mio percorso è stato pieno di valli e deviazioni, ma la vista dalla cima era incredibile. Dopo 28 anni e cinque titoli del Grand Slam, sono pronta a scalare un’altra montagna, per competere su un altro tipo di terreno». Buona vita, Masha. Ti aspettano altri panorami favolosi.

 

Maria, l’ultimo show (Daniele Azzolini, Tuttosport)

«Non so più che cosa fare», aveva detto a Melbourne dopo la sconfitta con Donna Vekic al primo turno del suo ultimo Slam. Tanta voglia di ritrovarsi, due guance rosse di sole e d’imbarazzo, e una sensazione d’impotenza che si avvertiva fino ai piani alti delle tribune. «Se mi chiedete oggi quando tornerò in campo, e dove, con quali propositi, l’unica risposta che posso darvi è non lo so». Era una piccola bugia. Una piccola incrinatura nella corazza di coraggio, improntitudine e cinismo che si è disegnata addosso in sedici anni di tennis. Che fosse il momento giusto per farsi da parte, Maria Sharapova non se l’è sentita di dirlo in quel momento, dopo una sconfitta, per giunta contro un’avversaria che in altri tempi le avrebbero dovuto sfilare da quelle sue unghiette acuminate da diva cattiva. Lo ha fatto ieri, con un ultimo sussulto da straordinaria imprenditrice di se stessa, da autentica prima firma del tennis. Ha scritto un articolo per Vogue e Vanity Fair, e condensato l’addio in un mesto cinguettio sotto l’immagine di lei bambina, carinissima, vestita da tennis e con la racchettina, che forse è la stessa che le regalò Yevgeny Kafelnikov facendola traboccare d’amore per il nostro sport, come raccontava quando ancora era costretta a presentarsi […] «Come si fa a lasciarsi alle spalle l’unica vita che ho conosciuto? Com’è possibile allontanarsi dai campi su cui mi sono allenata, dal gioco che amo e mi ha portato indicibili lacrime e gioie, e da uno sport in cui ho trovato una famiglia?». Prosegue, bugiarda… «Nemmeno nei sogni più sfrenati ho pensato di vincere sui palcoscenici più grandi dello sport. Wimbledon sembrava un buon punto di partenza. Ero solo un’ingenua diciassettenne, collezionavo ancora francobolli e non ho compreso l’entità della mia vittoria fino a quando non sono diventata più grande. Avevo un vantaggio ma non era quello di sentirmi superiore alle altre giocatrici. Mi sentivo invece come fossi sul punto di cadere da una scogliera, ed era quello il motivo che mi spingeva a tornare subito in campo, per capire come continuare a salire». Chiude, Maria, con una onesta riflessione sui motivi del ritiro: «I problemi alla spalla sono diventati parte di me. Nel tempo i miei tendini si sono sfilacciati come una corda. La mia forza mentale è sempre stata l’arma in più, ma ha dovuto cedere all’evidenza. Nel dare la mia vita al tennis, il tennis mi ha dato una vita. Mi mancherà ogni giorno. Ma guardando indietro, mi rendo conto che il tennis è stata la mia montagna e i panorami dalla sua cima erano incredibili. Ora, dopo 28 anni e cinque titoli del Grand Slam, sono pronta a scalare un’altra montagna». Ha fatto il possibile, Maria, per uscire di scena con il glamour di una volta […] Ha conquistato tutti i titoli dello Slam, è stata in testa 21 settimane, ha vinto 36 tornei, ma è incappata nel doping e in una serie di brutti infortuni. Quando rientrò, trovò le colleghe compatte nel farle la guerra. Niente wild card alla Sharapova, dissero, ricominci dalle qualificazioni. Ne rimase sconvolta. Erano diventate tutte come lei.

Sharapova, l’ultimo rovescio. La zarina smette con il tennis (Enrico Sisti, Repubblica)

Quando vinse a Wimbledon nel 2004, racconta adesso Maria, «ero una “lattante” il cui principale interesse era la sua collezione di francobolli». Quel tempo è finito e i francobolli «staranno in un armadio chissà dove». Con una lettera a Vanity Fair Maria Sharapova ha annunciato il proprio addio al tennis. «Perdonami ma ti devo lasciare!». La “belva siberiana” ha ricapitolato i momenti cruciali del suo essere Masha. Ha spiegato come e perché certe cose toccano solo le corde più intime e profonde, esaltando e devastando: «Ho avuto gioie infinite e provato indicibili dolori». Maria ha consumato felicità, travolto avversarie, spezzato cuori. Ora vivrà da un’altra parte pensando ad altre cose, forse fuori dai riflettori, forse da madre […] Maria è stata una somma di formidabili eccessi: campionessa di Wimbledon a 17 anni, nell’età dei francobolli, poi n. 1 ad appena 18. Poi antesignana del grunting, l’accompagnamento urlato dei colpi, e musa del tennis moderno, occhi dolci e cuore cacciatore, lunghi capelli biondi e ferocia inaudita. E sportiva più pagata per 11 anni. Infine è stata vittima di una poco chiara legislazione sul doping (la squalifica per il misterioso “meldonium”). Chi brucia al doppio dell’intensità, dura metà tempo. Maria lascia a 32 anni, che sembrerebbero pochi nell’era di Federer e Serena. Ma come ci si arriva è ciò che fa la differenza. E se il corpo chiama, il cuore e la testa debbono rispondere, non far finta di niente: «All’ultimo Us Open ho capito che per me il vero successo non era più la vittoria ma scendere in campo: era chiaro che qualcosa era cambiato». Perché qualcos’altro non esisteva più: la sicurezza nei propri mezzi. Maria si era trasformata in un’ergastolana della fisioterapia: «Ho subito la prima operazione alla spalla nel 2008, poi un altro intervento a gennaio dello scorso anno. In mezzo ho fatto tante di quelle terapie che ormai ho perso il conto». Maria non è più stata lei, non ha più servito come prima e vederla muoversi a fondo campo era diventato uno strazio: «Uno può anche fare le cose giuste ma se non credi in te stessa è tutto inutile». Vero. Quando lei perdeva, ormai, perdeva una qualsiasi. Ha cercato di credere in se stessa e in Riccardo Piatti, cui si era avvicinata lo scorso anno […] Quando ha perso dalla Vekic al 1° turno dell’ultimo Australian Open, Maria già sapeva. Che sarebbe finita lì.

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Fognini lotta ma è subito fuori a Dubai (Tuttosport). Quando Althea Gibson illuminò Napoli (Cappelli)

La rassegna stampa di mercoledì 26 febbraio 2020

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Fognini lotta ma è subito fuori a Dubai. Mager e Travaglia nella squadra di Davis (Tuttosport)

Esordio amaro per Fabio Fognini al “Dubai Duty Free Tennis Championships”, Atp 500 in corso sul cemento di Dubai. Il 32enne di Arma di Taggia, numero 11 del ranking mondiale e quarta testa di serie, ha ceduto per 3-6 6-4 7-5, dopo due ore e 39 minuti, al britannico Daniel Evans, 29enne di Birmingham, numero 37 Atp. Concreto, attento, concentrato: questo è stato Fognini almeno per un set e mezzo, dimostrando di aver archiviato il problema alla gamba sinistra accusato un paio di settimane fa a Rotterdam. Poi ha pagato molto caro un calo di tensione quando Fognini conduceva 3-1 nel secondo set. E da lì il match è girato con Fognini che ha iniziato a commettere qualche errore di troppo con il diritto e con Evans che, con un parziale di cinque giochi a uno, ha pareggiato il conto dei set (6-4). Dopo l’intervento del trainer per un problema al ginocchio sinistro accusato da britannico è iniziato il terzo set. Fognini ha preso per due volte un break di vantaggio – primo e quinto gioco – ma lo ha sempre restituito subito. Nel nono gioco l’azzurro non ha sfruttato altre due palle-break e in un dodicesimo game giocato all’attacco dal britannico, Fabio con un doppio fallo ha concesso due match-point che ha annullato in maniera un po’ rocambolesca. Evans se ne è procurato un terzo ma Fognini ha cancellato anche questo. Idem per il quarto e per il quinto ma sul sesto la risposta del britannico si è stampata sulla linea. Lo stesso Fognini sarà il punto di riferimento della squadra azzurra che affronterà la Corea del Sud, a Cagliari il 6 e 7 marzo nel turno di qualificazione alla Fase Finale 2020 della Coppa Davis. Il capitano Corrado Barazzutti ha convocato oltre a Fognini Lorenzo Sonego, Gianluca Mager, Stefano Travaglia e Simone Bolelli. Per Mager e Travaglia si tratta della prima convocazione in Nazionale per la Coppa Davis.

Quando Althea Gibson illuminò Napoli (Alessandro Cappelli, Riformista – Napoli)

 

Napoli è una città di tennis, di tennisti e di appassionati di questo nobile sport. Ancora oggi il capoluogo campano ospita uno dei tornei del circuito ATP, la Tennis Napoli Cup, rinominata Capri Watch Cup per motivi di sponsor. Un torneo internazionale che per molto tempo, a partire dagli anni ’50, è stato riconosciuto come il secondo più importante d’Italia, dopo gli Internazionali di Roma. ll merito di questo status si deve soprattutto ad Althea Gibson, una delle stelle del tennis globale del passato, una giocatrice che ha saputo sorprendere il pubblico partita dopo partita durante gli anni ’50, nonché una delle figure più importanti della storia del gioco: è stata la prima afroamericana a partecipare a quei tornei che, prima di lei, erano aperti solo ai bianchi. Nel 1956, quando arriva a Napoli, Gibson ha già 29 anni, è già una delle giocatrici più forti in assoluto e viene da una serie di dodici trofei consecutivi: è praticamente imbattibile. È anche grazie alla sua partecipazione, e alla vittoria in una finale mai realmente in discussione con Heather Brewer, che il torneo di Napoli raggiunge una certa fama, ben oltre i confini nazionali. Per celebrare la vittoria, la tennista nativa del South Carolina diventa protagonista del gran gala del torneo – proprio la sera di Pasqua – illuminando il salone del Tennis Napoli con la sua voce: Gibson canta a sorpresa, davanti agli occhi compiaciuti del presidente Leonetti e degli altri ospiti. La campionessa sceglie di ringraziare Napoli per l’ospitalità nel modo più dolce possibile. ll giorno dopo, prima di partire, Gibson fa in tempo a trionfare anche nel doppio misto al fianco di un altro grande campione italiano come Orlando Sirola. Althea Gibson non tornerà più a Napoli nella sua carriera – che si chiuderà solo tre anni dopo – ma la sua presenza in Campania le porterà fortuna: poche settimane dopo diventerà la prima tennista afroamericana a vincere uno Slam, trionfando sulla terra rossa del Roland Garros. Basterebbe questo per riscrivere i manuali di storia, non solo dello sport. Ma Gibson non si ferma e l’anno successivo vince anche lo Slam australiano, quello statunitense e a Wimbledon, ricevendo il trofeo dalle mani della regina Elisabetta II. Althea Gibson è stata una delle figure più importanti nella storia del tennis. Un gigante in grado di abbattere le barriere del segregazionismo. Lo ha fatto sempre alla sua maniera, guardando a se stessa, provando a migliorare giorno dopo giorno. Ma non ha mai avuto l’atteggiamento di chi gioca per cambiare la società, per ottenere dei diritti per una minoranza o per dare voce a chi non ne ha – come avrebbero fatto dopo di lei Arthur Ashe, Billie Jean King, Martina Navratilova o Serena Williams. Gibson non usa la sua immagine per raggiungere un obiettivo diverso dalla vittoria sul campo contro l’avversaria di turno. La sua figura non travalica mai le linee bianche che delimitano il campo da tennis. Ma nonostante tutto, senza di lei, difficilmente avremmo avuto tennisti e tenniste in grado di farsi sentire su temi sociali importanti. Perché Althea Gibson ha spianato la strada per i suoi successori, ha tracciato un sentiero in cui si sono inseriti atleti più consapevoli e più informati. Per questo la sua storia è speciale, unica nel suo genere.

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