RG italiani, day 2: ok Pennetta e Fognini, Knapp, Vinci e Lorenzi out

Roland Garros

RG italiani, day 2: ok Pennetta e Fognini, Knapp, Vinci e Lorenzi out

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TENNIS ROLAND GARROS – Nessun problema per Flavia Pennetta che vince 6-2 6-2 contro la Mayr-Achleitner. Knapp non conferma i buoni risultati di Norimberga perdendo 6-4 6-0 contro Mona Barthel, mentre Roberta Vinci si arrende in tre set, 3-6 6-3 6-2, con Parmentier, match condizionato dalla difficoltà dell’italiana negli spostamenti. Niente da fare per Paolo Lorenzi che, dopo essere stato in vantaggio 5-3 nel secondo set, cede a Bautista Agut per 6-3 7-5 6-2. Leggi tutte le pillole day by day da Parigi!

 

F. Fognini b. A. Beck 6-4 6-4 6-1 (da Parigi, Alberto Giorni)
Esordio convincente per Fabio Fognini al Roland Garros. Curiosamente ha affrontato lo stesso avversario capitatogli al primo turno a Parigi l’anno scorso, il tedesco Andreas Beck, e gli ha concesso due game in meno: 6-4, 6-4, 6-1 il punteggio finale per il ligure. Ora se la vedrà con il brasiliano Thomaz Bellucci: 2-0 i precedenti per Fabio.

“Sono contento della mia prestazione – le parole di Fognini in conferenza stampa –, il primo match è sempre difficile, anche perché sono rimasto fermo dieci giorni, ma ora mi sento bene. La sfida con Bellucci? L’ho battuto quest’anno a Monaco, non sarà facile: è uno che scambia tanto, ci conosciamo bene, sarà una bella lotta”.

Fognini inizia alla grande con due vincenti: non riesce a ottenere il break in apertura, ma è solo questione di tempo. Sfoggiando una vivace maglietta giallo limone, Fabio diventa presto padrone del campo, e il tedesco proveniente dalle qualificazioni è costretto a fare il tergicristallo. Il ligure è padrone del campo e ogni tanto inventa qualche magia che fa spellare le mani al pubblico del campo numero 7, come un delizioso pallonetto che contribuisce a fargli ottenere un altro break. Beck fa quello che può, prova a mettere in difficoltà il nostro giocatore con le sue rotazioni mancine, ma con scarso successo.

L’unico momento di difficoltà per Fognini nel primo parziale arriva al momento di servire per il set sul 5-2. Si porta 40-0 e in totale ha a disposizione quattro setpoint, ma un paio di suoi errori e altrettante belle giocate di Beck lo costringono a cedere il servizio. Niente di grave, la seconda opportunità è quella buona. Fabio serve sul 5-4 e non ha problemi a chiudere; una risposta in rete di Beck mette il sigillo sul 6-4.

Nel secondo set, Fabio scatta ancora veloce dai blocchi e vola sul 2-0. Qui però il ligure ha un piccolo passaggio a vuoto, che permette a Beck di agguantarlo sul 2-2 (Fognini concede un break a zero, anche a causa di un nastro sfortunato), ma poi riprende in mano il comando delle operazioni ed emerge chiaramente la differenza di qualità. Un dritto vincente gli dà il break nel settimo game e non trema al momento di chiudere il set; anzi, l’ultimo punto è un ace che gli vale il boato del pubblico.

Copione simile nel terzo parziale. Altro break in apertura (con doppio fallo finale di Beck), poi Fabio mette il pilota automatico, mostrando alcuni pregevoli dritti lungolinea che il tedesco può solo osservare a distanza. Divertente siparietto poco prima della fine: Fognini sorride perché alcuni piccioni planano in tribuna e lo infastidiscono al momento di servire: risate generali che coinvolgono Beck e i raccattapalle. L’ultimo dritto steccato del tedesco mette la parola fine sul match.

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F. Pennetta b. P. Mayr-Achleitner 6-2 6-2 (Da Parigi, Laura Guidobaldi)

Si gioca. Dopo una mattinata piovosa, il cielo parigino accenna a schiarirsi permettendo così di far scendere in campo i giocatori. Tanti gli italiani in programma oggi, ben 6: Knapp, Vinci, Fognini, Lorenzi, Giorgi e Pennetta. La brindisina affronta sul campo 17 la tirolese Patricia Mayr-Achleitner, n. 73 del ranking.

Flavia parte benissimo portandosi rapidamente in vantaggio 5-2. Ha a disposizione 2 setpoint ma l’austriaca recupera per poi beneficiare di una palla break. Ora Patricia spinge molto ma Flavia non si lascia sorprendere e chiude 6-2 la prima frazione.

Tutto facile per Flavia anche nel secondo set in cui vola sul 5-1. L’avversaria spinge ma commette molti gratuiti, fuori o a rete. Pennetta ha 2 matchpoint; il primo viene annullato da un dritto vincente e il secondo da un errore di Flavia. Alla fine, la tennista austriaca si salva e fa un passo in avanti sul 2-5. Ma è questione di minuti perché Flavia chiude l’incontro per 6-2 6-2.

Sono contenta” ci dice l’azzurra in conferenza stampa, “Sto giocando bene, un buon tennis. Oggi è stata una giornata molto positiva anche se vorrei fare un po’ meglio con il rovescio che in generale è il colpo che mi riesce meglio. Quest’anno trovò le palle qui molto pesanti ma, certo, il clima di questi giorni non aiuta”.

La prossima avversaria di Flavia sarà Johanna Larsson “Una giocatrice con cui ho perso l’hanno scorso al terzo in un match molto combattuto e che ha un buonissimo kick che ti arriva alto sul rovescio. Ma mi sento positiva” E alla fine, Pennetta conclude con un “Sempre sorridere !”. Certo, l’atteggiamento più giusto.

Barthel b. Knapp 6-4 6-1 (Stefano Gaudino)

Dopo la buona settimana vissuta dalla Knapp in Germania, dove si è arresa solo in semifinale alla giovane Bouchard, futura vincitrice del torneo, la marcia della tennista azzurra al torneo parigino non va oltre il primo turno. Forse anche perché poco abituata a giocare tanti match in una sola settimana la Knapp è entrata in campo volenterosa e determinata, ma forse un po’ scarica psicologicamente e fisicamente. L’inizio del match è però di marca azzurra, in quanto l’italiana, anche memore della sconfitta subita dalla giovane canadese venerdì scorso (partita nella quale le sono stati fatali due break subiti entrambi in apertura dei due  parziali), parte bene e tiene il servizio. È proprio lei nel secondo gioco ad avere per prima la palla per andare avanti di un break. Opportunità che però non sfrutta facendosi così recuperare 1-1. Nei seguenti giochi le possibilità per allungare di un break non mancano da una parte e dall’altra, ma la prima a cogliere l’opportunità è la tennista tedesca, nel 5º game, portandosi così 3-2 e servizio. La Knapp comincia a disunirsi ed il suo gioco diventa meno fluido e pericoloso. Ha però la forza di volontà di rimanere incollata alla sua avversaria, riuscendo in un game molto combattuto, il sesto, ad effettuare l’immediato controbreak. L’incontro è cominciato da poco più di mezz’ora, poco per parlare di stanchezza; ma quello che abbiamo detto in precedenza (della Knapp non abituata a disputare così tante partite  in così poco tempo) si nota ancora di più. Infatti il sesto gioco è probabilmente l’ultimo in cui la tennista Italiana riesce a far partita, perché nel settimo subisce il break decisivo del set, in quanto la tennista tedesca non offre più opportunità di ripresa alla sua avversaria, gestendo con autorità i due giochi di servizio che la separano dal primo set.

Se il primo set, almeno in parte, e stato combattuto ed equilibrato, lo stesso non si può dire del secondo. Set in cui la Barthel in poco più di quindici minuti è avanti 4-0. E la partita è virtualmente finita. Si va avanti per dovere di cronaca, ma c’è ben poco da decidere ancora, se non il risultato esatto del secondo set. Il suddetto risultato sarà si 6-0. Forse anche troppo punitivo per la tennista azzurra che ha si perso la profondità e la pericolosità di gioco, ma non si è lasciata andare ad atteggiamenti che poco hanno a che fare con il tennis. A lei vanno invece fatti i complimenti per il risultato della scorsa settimana e al modo con cui fino all’ultimo quindici è stata in campo.

La chiave del match, oltre alle già citate differenti condizioni psicofisiche (anche se la stessa tennista tedesca è giunta fino alle semifinali dello stesso torneo dell’azzurra, ma che per maggior abitudine o semplicemente per una preparazione migliore è sembrata sin dall’inizio più tonica) è stata la scarsa percentuale di prime palle in campo della Knapp ed una seconda palla troppo piatta, con la quale la Barthel non ha avuto  problemi a prendere in mano il gioco anche in risposta. Peccato per un’altra tennista italiana che lascia prematuramente Parigi ma resta la buona prestazione offerta appena una settimana fa da un’atleta che non smette di migliorare.

P. Parmentier b. R. Vinci 3-6 6-3 6-2 (Francesca Moscatelli)

Esordio sfortunato quello di Roberta Vinci nello Slam parigino. L’italiana ha ceduto in tre set, 3-6 6-3 6-2, contro la giocatrice di casa Pauline Parmentier, numero 145 del ranking; l’interruzione per pioggia poco ha a che fare con l’esito dell’incontro, determinato piuttosto dalle evidenti difficoltà di Roberta negli spostamenti. Un match che si è giocato principalmente da fondo e su un campo decisamente lento, che non ha aiutato il gioco e le condizioni dell’italiana.

Nel primo set Roberta si è subito portata avanti nel punteggio nel secondo gioco, strappando a zero il servizio alla propria avversaria; un game più tardi è arrivata la sospensione per pioggia, fortunatamente non troppo lunga, che al momento del rientro in campo non ha inciso sulla concentrazione di Vinci, abile a chiudere il set senza mai concedere più di due 15 sul proprio turno di servizio: 6-3.

Il secondo set è però un’altra storia, fin da subito qualcosa non va, Vinci riesce ad ottenere un break in apertura, rimanendo solida sui propri turni di battuta, nonostante un servizio non troppo collaborativo e i troppi errori non forzati. La francese però non demorde e, complice un pubblico che finalmente si scalda e la esorta, riesce ad innescare la propria rimonta nel sesto gioco. Sul 4-3 per la francese, complice il quarto doppio fallo, Roberta cede nuovamente il servizio, consentendo alla propria avversaria di servire per il set. L’italiana prova a rimanere nel parziale, cercando nelle proprie corde un tennis più propositivo, ma sul 30 pari scende a rete e sbaglia una volée, regalando alla propria avversaria un punto già chiuso, un dritto fuori di metri assegnerà alla francese il secondo set, con punteggio speculare al primo. Più volte Roberta ha provato a lavorare il punto affidandosi al back di rovescio, ma senza quasi mai riuscire a togliere il tempo alla propria avversaria o incidere sull’inerzia dello scambio.

L’italiana, decisamente fallosa, in particolare con il dritto, sembra non trovare mai i giusti appoggi e, per quanto tenti di avanzare, anche il gioco di volo ne risente: sono troppe le volée sbagliate; mentre la francese, rinvigorita dalla vittoria del secondo set, si muove decisamente meglio, girando attorno alla palla per sfruttare al meglio il dritto, anche se, nel terzo gioco, dopo avere sprecato 3 palle break (0-40), è un rovescio lungolinea profondo a regalarle la quarta palla, quella decisiva per il 2-1. Nel game successivo, Vinci riesce a recuperare il game di svantaggio, grazie a un bel dritto inside/out che le permette di chiudere a rete il punto che vale due palle break, un doppio fallo della francese farà il resto. Arriva però immediato il contro-break della transalpina che si vede annullare due palle break, 30-40, con Vinci che fa di tutto per accorciare gli scambi e verticalizzare il gioco, alla terza occasione Pauline piazza però un dritto in contropiede e sale 3-2. A questo punto Roberta chiede l’intervento del fisioterapista, la difficoltà negli spostamenti era stata più che evidente e il problema si riconduce, infatti, alla coscia sinistra che viene prontamente fasciata. La partita sembrava già decisa nel terzo gioco e infatti l’italiana, impossibilitata a tenere gli scambi, lascia andare il match: 6-3 3-6 6-2.

Per Roberta si tratta del decimo ko al primo turno quest’anno, una stagione che non lascia presagire niente di buono almeno per quanto riguarda il singolare, la francese ha invece realizzato la terza vittoria in carriera su una top-20, al prossimo turno se la vedrà con la Shvedova, un’occasione da non perdere.

R. Bautista Agut b. P. Lorenzi 6-3 7-5 6-2 (Da Parigi, Laura Guidobaldi)

Dopo le belle performance nelle quali, Paolino Lorenzi si è dovuto arrendere al tennis solido e co dello spagnolo Roberto Bautista Agut.

Sul campo n. 10 l’azzurro, dopo aver perso il primo set 6-3, nel secondo parziale dà del filo da torcere al suo avversario. Il tennista di Siena, in vantaggio 3-2, ingaggia una strenua lotta nel 6° game ma, alla fine, l’avversario ha la meglio sul 32enne n. 88 del mondo e pareggia i conti. Paolo, come sempre, corre moltissimo, e Bautista lo fa spostare da una parte all’altra del campo. Lorenzi fa un ulteriore passo in avanti sul 4-3 per poi allungare le distanze e portarsi sul 5-3 e servizio.

Ma, lo sappiamo, Bautista Agut è un avversario estremamente ostico per tutti e, dal 3-5, recupera rapidamente lo svantaggio, riesce a cambiare l’inerzia del set e sale fino al 6-5, per poi aggiudicarsi anche la seconda frazione per 7-5.

L’iberico aggredisce e cerca di sorprendere l’azzurro anche a rete e con le smorzate. Nel terzo parziale non c’è quasi più partita. Bautista Agut vola in vantaggio 4-1 con Lorenzi che non riesce più ad essere competitivo. Bautista è tonico ed incisivo fino alla fine. Il match è suo con lo score di 6-3 7-5 6-2.

Paolo, in sala stampa, sempre disponibile ed estremamente lucido nei commenti sui propri match, ha dichiarato di aver disputato un  buon incontro anche se “Purtroppo non ho messo una prima sul 5-3 del secondo set”. Poi aggiunge : “È stata una partita equilibrata  e credo di aver giocato abbastanza bene, peccato, poi lui però nel 3° set ha giocato meglio.

 

 

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Focus

Rivoluzione francese: il Roland Garros si giocherà con i tifosi. Stadi pieni al 50-60%

La vendita dei biglietti partirà tra qualche giorno, il 9 luglio. Obbligo di mascherina e nuove linee guida per il distanziamento sociale, ma gli stadi saranno pieni a metà

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Rafa Nadal - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

La federtennis francese, capeggiata dal presidente Bernard Giudicelli, fa sul serio. Il Roland Garros 2020 in programma dal 21 settembre all’11 ottobre si giocherà a porte aperte e l’intenzione è riempire gli spalti per più di metà della capienza, tra il 50 e il 60%. Chiaramente questa strategia dovrà superare la prova del tempo, e lo Slam parigino sta scommettendo sul fatto che la pandemia non vivrà alcuna fase di recrudescenza e dunque i protocolli sanitari non verranno ulteriormente inaspriti.

La vendita dei nuovi biglietti – ricordiamo che circa due mesi fa il Roland Garros ha avviato le pratiche per il rimborso completo dei ticket venduti per le date primaverili – partirà dal 9 luglio, con priorità per membri e soci dei circoli ‘affiliati’ alla FFT (federazione tennis francese). La vendita libera comincerà invece il 16 luglio.

Il comunicato diffuso dall’organizzazione del Roland Garros specifica che la situazione può ancora mutare, ma delinea il best case scenario sulla base delle informazioni attualmente disponibili. I biglietti venduti per i tre campi principali (Philippe-Chatrier, Suzanne-Lenglen e Simonne-Mathieu) saranno rigidamente suddivisi per giorno, campo e settore – e l’esatto seggiolino di ogni spettatore verrà comunicato a metà settembre. Questo perché gli organizzatori intendono mettere in vendita un’altra tranche di biglietti a inizio settembre, se le cose continueranno a migliorare.

Applicando agli stadi di Port d’Auteuil gli stessi criteri che hanno consentito la riapertura al pubblico di cinema e teatri, i tifosi all’interno di ogni impianto non dovranno mai superare il 50-60% della capienza totale. Su ogni fila, un posto verrà lasciato libero a dividere ogni gruppo di acquirenti, mai più numeroso di quattro unità. Se per qualche motivo la situazione sanitaria dovesse peggiorare e nuove linee guida più severe dovessero essere imposte, impedendo l’accesso ad alcune delle persone che hanno acquistato il biglietto, il Roland Garros si impegna a rimborsare tutti i tagliandi che non potranno essere utilizzati.

Tra le raccomandazioni del torneo – in realtà sembra proprio che si tratterà di un obbligo – c’è quella di indossare sempre la mascherina nei pressi degli stadi. Gli spazi tra un campo e l’altro, e le possibilità di spostarsi, verranno ad ogni modo ridefiniti sulla base delle linee guida delle autorità sanitarie.

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Focus

In memoria del vecchio campo n.1 del Roland Garros

O anche ‘Bullring’, come veniva chiamato per la sua configurazione circolare, simile a un’arena. Ora demolito, è stato teatro dell’esordio di Nadal e di altre partite storiche

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Un mese fa, lunedì 1 Giugno, il giornalista del New York Times Christopher Clarey ha condiviso tramite il suo account Twitter una foto del cantiere in corso nell’impianto del Roland Garros: sotto un cielo senza nuvole e al cospetto del nuovo Chatrier si vedono gli operai che hanno ricominciato a lavorare dopo la pausa imposta dalla pandemia. Fino a qualche mese fa sulla distesa di terra in primo piano sorgeva l’iconico Campo N. 1, il cosiddetto Bullring.

Nel grande progetto di rinnovamento del parco in cui si svolge lo Slam parigino vi è la creazione di una grande area verde da cui, durante le due settimane di torneo, si potranno vedere le partite su un maxi schermo installato sul Philippe-Chatrier. Durante tutto il resto dell’anno la zona rimarrà aperto al pubblico come estensione del giardino delle serre d’Auteuil.

 

Amatissimo dagli spettatori del Roland Garros, il Bullring deve il suo nome alla particolare configurazione circolare che lo faceva somigliare a una arena per corride piuttosto che a un campo da tennis e la vicinanza del pubblico al terreno di gioco creava un’atmosfera da Cinco de la tarde, all’opposto dell’eleganza chic degli altri due palcoscenici del Suzanne-Lenglen e del Philippe-Chatrier. 

L’idea bizzarra di costruire un contenitore circolare per un campo rettangolare si deve all’architetto Jean Lovera, che curiosamente ebbe un passato da tennista di alto livello: raggiunse il secondo turno dell’Open di Francia nell’edizione del 1974 e ancora oggi dirige il suo studio a Grenoble continuando a disegnare palazzetti e campi da tennis. Il Bullring venne inaugurato nel 1980 alla presenza di Jean Borotra (uno dei quattro Moschettieri del Tennis francese) e fu concepito come un “Centrale bis”, forte dei suoi 4.300 posti (poi diminuiti a 3.800). Venne poi superato nel 1994 dall’arrivo del Suzanne-Lenglen, che ha una capacità di circa 10mila spettatori.

Proprio perché era diventato il terzo campo nella gerarchia del torneo (l’anno scorso addirittura il quarto con l’inaugurazione del Simonne-Mathieu), vi andavano in scena molti match considerati non “di cartello” che tuttavia sono poi entrati nella storia del torneo, e in 39 anni di servizio non sono mancati i colpi di scena. Per esempio un certo Rafael Nadal ha tenuto qui il suo battesimo a Parigi nel Maggio 2005, prima di diventare Re due settimane più tardi, alla sua prima partecipazione allo Slam. L’americana Chris Evert, sette volte campionessa, invece vi giocò l’ultima partita al Roland Garros nel 1988, perdendo al terzo turno dalla Sanchez Vicario. 

Sempre su questo campo nel 1997 un giovane brasiliano, Gustavo Kuerten, fece scalpore eliminando Thomas Muster al terzo turno e conquistando successivamente la prima delle sue tre Coppe dei Moschettieri. E come non ricordare la volta in cui Marat Safin si abbassò i pantaloncini al termine di uno scambio forsennato e memorabile durante una maratona combattuta su due giorni (6-4, 2-6, 6-2, 6-7, 11-9). Il pubblico se la rise di gusto, l’arbitro meno, tanto che lo sanzionò.

A far perdurare la memoria di questo mitico campo, oltre alle immagini e ai ricordi di Christopher Clarey e di noi tutti, restano oggi una serie di oggetti realizzati con materiali di riciclo derivati dalla sua demolizione: sedie, borse e portafogli fatti con i teloni pubblicitari e clessidre riempite di terra rossa. Tutta la collezione è andata esaurita in 24 ore e il ricavato di circa 30.000 euro è stato devoluto alla fondazione Fête le Mur, patrocinata da Yannick Noah.

Pietro Tovaglieri

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Personaggi

I re del Roland Garros: Federer e quel riscatto color mattone

L’ultimo dei nostri re è Roger Federer, capace di trionfare sul rosso di Parigi nel 2009. Anche grazie al vichingo di Tibro

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Con questo articolo, si conclude la nostra raccolta dedicata ai re e alle regine del Roland Garros.


Secondo un manuale apocrifo in tema di tattica, sul quaranta pari sarebbe buona creanza colpire sodo ampiamente all’interno delle righe, tanto per sortire dalla faccenda con fare più da lepre che non da segugio. Ma, come dice l’adagio, non è sempre oro colato! Così, fedele al suggerimento, Robin Soderling sembrò tradire una certa sorpresa quando un arrischiato slice a uscire l’aveva spinto nei dintorni del pubblico laterale prima di essere chiamato all’angolo opposto per riparare a un maledetto diagonale che se ne infischiava delle buone creanze. Una volta sulla palla, aveva organizzato un passante di rovescio senza troppe pretese lasciando che il satanasso oltre la rete castigasse il tiraccio con una volée vincente di diritto.

Una manovra che aveva portato il punteggio sulla punta dell’iceberg per via di un match point che valeva il Roland Garros 2009. Un punto risolutore che di lì a poco si sarebbe consumato nel fragoroso silenzio dello Chatrier tramite il rito secolare del servizio. Una… due… tre, per otto volte il manto rosso più famoso al mondo restituiva la palla a una mano sinistra nervosa ma non troppo. La stessa che subito dopo si era mossa all’insù liberando la sfera nel cielo sovrastante mentre la destra, armata di racchetta, andava a colpire con violenza destinazione il diritto dello svedese. Per uno strano influsso astrale, quel colpo, che lungo tutto il torneo aveva fatto sfracelli, non era in grado di predisporre una qualsivoglia replica spedendo malamente l’oggetto gommoso tra le ingloriose maglie della rete.

Un batter di ciglia, e l’esplosione del pubblico deflagrava frattanto che un tremante Roger Federer, piegato sulle ginocchia, liberava – nel bel mezzo del grande centrale – un urlo degno di Munch, rivelato soltanto da un marcato labiale che lasciava il sonoro al frastuono generale. Un’apoteosi che rapiva lo svizzero verso uno stato di beata sospensione, uno di quegli spazi eterei in cui il presente si espande all’infinito e il tempo non ha più valore. Una bolla nella quale un Federer lacrimante andava sprigionando sensazioni a briglia sciolta in un misto a mezza via tra gioia e orgoglio. Tutt’intorno l’infinità di volti non oscillava più da un lato all’altro al ritmo degli scambi, ma di colpo si posava su di lui indagando in quegli occhi un semestre alle spalle volato via tra una finale in Australia e qualche semi racimolata qua e là a Doha, Miami e Indian Wells. Un periodo che aveva fatto guardare a lui quasi come a un giocatore in forte crisi.

Dal lato opposto, Soderling muoveva lentamente un primo passo verso la stretta di mano, mentre, il vincitore, ancora estraneo a tutto, si attardava sulle immagini della sua campagna sulle sabbie rosse della vecchia Europa. Dall’uscita con Wawrinka al secondo turno di Montecarlo alla semifinale persa a Roma contro un Djokovic non era accaduto nulla di esaltante! Poi c’erano stati i 674 metri che dal livello del mare conducono a Madrid e la palla, come per incanto, aveva ripreso a viaggiare. In una Caja Magica semi-assolata li aveva messi tutti in fila riservandosi, nel match clou, la gratificazione di un duplice 6-4 rifilato a un frastornato Nadal. In un impulso di ritrovato amor proprio aveva fatto sfoggio di spiccate qualità adattive coniugandole alla grande voglia di riscatto maturata in cinque sconfitte di fila patite dall’iberico.

 
Federer e Nadal dopo la finale di Madrid 2009

Ginocchi a terra e volto tra le mani, ora carpiva l’attimo per vagare tra le tappe di quei Campionati di Francia iniziati con i presagi di ostinati bookmaker che, a dispetto della fresca performance madrilena, assegnavano a Nadal un 70% di vittoria contro un misero 15% a lui riservato.

Un Roland Garros nel quale tutti inseguivano qualcosa: il maiorchino guardava al quinto trionfo consecutivo sulla terra di Francia e al sorpasso di Bjorn Borg fermo a quattro; Djokovic bramava un’attesa consacrazione dopo aver tenuto lo spagnolo sul crinale della semi a Madrid con tre match point tutti annullati ma letti con fiducia: “Mi manca poco” andava dicendo ai giornalisti, “… e posso batterlo proprio qui a Parigi”. Anche Murray, forte dei risultati a Indian Wells e Miami sentiva di poter dire la sua su una superficie diversa dal cemento. Tra sé e sé, Federer scorreva l’inebriante sogno di quel 14° Slam da vivere in compagnia di Pete Sampras. Infine c’erano i sogni dei tanti passati per il botteghino, migliaia di appassionati che avrebbero fatto carte false pur di veder replicata la finale delle ultime tre edizioni. 

E pensiero dietro pensiero, si era lasciato andare ai fotogrammi di quel viaggio appena giunto in porto. In un caldo parigino di fine maggio, il turno d’esordio se n’era andato liscio come l’olio, mentre in quello successivo era incappato in due tie-break per domare un sorprendente Acasuso. Punto su punto era volato, quindi, agli ottavi per rischiare grosso contro un Haas particolarmente ispirato: due set sotto, era stato chiamato a salvare una palla break sul 3-4 del terzo con un diritto a sventaglio finito per spizzare la riga laterale. Fosse atterrata un unghia più in là, il tedesco avrebbe servito per il match e sarebbero stati guai. Nei quarti aveva respirato l’amore del pubblico sebbene oltre la rete ci fosse Gael Monfils, un gatto sornione da prendere comunque con le molle. “Parigi sembra avermi adottato” aveva detto subito dopo il match, “… e la gente vuole che io vinca questo torneo.

In effetti, in quel Roland Garros anche il destino sembrò invaghirsi di lui. Lo aveva fatto con segnali tangibili in arrivo da un irriducibile Kohlschreiber che troncava negli ottavi le velleità di Djokovic e da un potente Fernando Gonzales che nei quarti aveva fatto altrettanto con quelle nutrite da Murray. 

Un film nel quale, una volta in piedi, lo svizzero andava lentamente rievocando anche i tratti della terribile semifinale in cui era ricorso a geometrie inedite pur di evitare il diritto al tritolo di un Del Potro già sulla soglia del grande tennis. Due set a uno sotto, si era tirato fuori dalla buca destabilizzando il gigante di Tandill con smorzate di altissima fattura. L’aveva riportata per il rotto della cuffia chiudendo solo 6-4 al quinto.

Scorrevano i titoli di coda quando, infarinato di rossiccio, aveva mosso i primi passi verso l’uomo della provvidenza, quello che negli ottavi l’aveva fatta grossa fermando, a suon di randellate, nientemeno che Rafael Nadal! A Porte D’Auteuil, lo spagnolo non conosceva sconfitta: 29 vittorie su 29 incontri durante i quali aveva lasciato per strada la miseria di cinque set. Non bastasse, il confronto era stato segnato anche da uno smaccato appoggio rivolto dal pubblico al giovane svedese. Qualcosa che aveva stizzito il campione uscente: “Sono deluso”, avrebbe tuonato qualche giorno dopo da Manacor, “ho vinto quattro volte il torneo e l’altro giorno sono uscito dal campo senza lo straccio di un applauso. Anzi ho sentito pure qualche fischio. Accade solo in Francia”.

Chi l’avrebbe detto, deve aver pensato Federer deambulando senza fretta, che a interrompere il record di Rafa sarebbe stato un marcantonio di quasi due metri disceso dal freddo Gotaland, nel sud della Svezia, in un momento in cui il tennis da quelle parti navigava in completa bonaccia? Randellando il diritto come un vichingo con ascia in mano, l’omone di Tibro aveva spinto lo spagnolo alla difesa punendolo a tratti con incursioni a rete coronate da successo. L’avanzata del nordico si era infranta solo sui tre set della finale appena andata in onda, durante i quali i colpi di Federer avevano sprizzato il peso della sapienza e dei record macinati. Troppo, anche per un outsider con i fiocchi che tornava sotto i riflettori dopo un periodo luci e ombre.

Robin Soderling

Ora era lì, poggiato a una rete di metà campo in attesa che il vincitore coprisse i metri mancanti al saluto di rito. Quel Federer dagli occhi lucidi che aveva messo ordine nel paradiso del tennis divenendo l’alfiere, insieme a Sampras, di 14 major sfoggiati in bacheca. “Sei il più forte della storia”, dirà lo scandinavo durante la stretta di mano, “… meriti il titolo”. Tornato in sé, Roger Federer ignorava quanto la vittoria parigina fosse infarcita di record bislacchi amati dai pennaioli accaniti di statistica. Di certo sapeva quanto quel Roland Garros 2009 fosse una quadratura mentale più che tecnica, una risposta alle tre finali perse e un segnale univoco a chi in quel semestre, l’aveva spacciato quasi per un ex. Per lui, avvezzo al verde in Church Road, la gioia più grande passava, quella volta, per un riscatto color mattone consumato sulle faticose sabbie in Bois de Boulogne.

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