Roma, Roland Garros e Madrid: quel che Binaghi non ha capito

Editoriali del Direttore

Roma, Roland Garros e Madrid: quel che Binaghi non ha capito

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TENNIS ROLAND GARROS – Federer che scende in campo la prima domenica, Djokovic e Nadal (sul secondo campo…) al lunedì. L’abisso che separa gli Slam dai Master 1000 Atp. La miopia di un dirigente impreparato.

Le foto della prima giornata

Le pillole dal Roland Garros

 

Fabrizio Fanucci: “Purtroppo Starace non è mai stato in partita”

Fanucci: “Filippo Volandri ha giocato bene, ma Querrey avrà fatto 30 aces e sempre sulle pallebreak”

Papà Tomljanovic: “Per Chris Evert, Alja è come una figlia” (prima parte)

(seconda parte)

Che abbiano perso tre italiani su tre in questa domenica d’avvio del Roland Garros 2014 non è una gran sorpresa. Dovrebbe andar meglio nella seconda giornata con altri 6 italiani in campo dei 13 approdati in tabellone (4 dalle qualificazioni).

Non era probabile che Starace riuscisse a battere il russo Tursunov, né che Volandri – che pure ha lottato ai limiti delle proprie possibilità – vincesse contro l’americano Querrey.

Ho visto pochissimi punti dei loro match. Invece mi interessava vedere in che condizioni versasse Francesca Schiavone e anche che caratteristiche avesse la sua avversaria, la croata Ajla Tomljanovic di cui avevo sentito parlare piuttosto bene e sapevo essere una pupilla di Chris Evert, una campionessa che non difetta in miopia.

La bella ragazzona croata, 180 cm d’altezza e un fisico possente, è nata a Zagabria ma da ormai 8 anni residente in Florida. Il padre, Ratko, è un ex campione europeo di pallamano (handball) con la squadra di Zagabria e nazionale olimpico con la Jugoslavia. Mi ha bene impressionato anche se Francesca Schiavone a fine conferenza stampa mi ha detto: “Sulla terra battuta non è ancora fortissima, io non riuscivo ad aprirmi gli angoli oggi, non servivo bene, soprattutto dal 3-1 in poi…“.

A me però questa ragazza di soli 21 anni è sembrata piuttosto interessante. I colpi li ha tutti, servizio compreso anche se ha fatto 6 doppi falli, il rovescio bimane è il colpo più naturale “e il dritto lo ha molto rafforzato, ha potenza ed è capace di giocare un po’ tutti i colpi” dice papà Ratko accanto al quale ho visto la fine del primo set e tutto il secondo set della partita vinta da sua figlia. Abbiamo presto familiarizzato anche perché lui conosce bene Mladen Toncic, oggi funzionario della federtennis croata, e a suo tempo mio compagno di doppio quando giocammo insieme per l’Università di Tulsa in Oklahoma.

Non ho voglia di fare il suo coach, già fare da padre è impegnativo…il suo coach sarebbe David Taylor, l’ex di Samantha Stosur, ma qui non poteva venire e allora sto qua io…Io credo di averla potuta aiutare, da ex sportivo, per certi aspetti…Oltre a quelli economici, grazie alla pallamano avevo da parte qualcosa…ma a tennis gioca meglio mia moglie…e quanto alla vita privata di mia figlia ha 21 anni e si gestisce come meglio crede, non so nemmeno se ha un ragazzo… Però era talmente determinata a diventare una tennista professionista che quando 8 anni fa andammo dagli Evert, riflettemmo per una settimana e poi decidemmo di trasferirci tutti in Florida…”

“Io avevo un bel lavoro, ero dirigente di una società tedesca nel settore del caffè, ma decisi di lasciare tutto perché mi pareva che le speranze di mia figlia meritassero di essere sostenute“.

Nell’audio in inglese sentirete altre cose che ha detto, ma direi che mi ha fatto un’ottima impressione. Persona intelligente, supercivile, un padre di quelli che vorrei incontrare spesso e non incontro quasi mai.

Di questa ragazza credo risentiremo parlare. Magari, come dice Francesca, più per i risultati su campi in cemento che su questi in terra rossa. Però, anche se non l’ho quasi mai vista a rete, mi è sembrata tennista abbastanza completa. Ha fatto anche qualche approccio con rovesci con il taglio sotto la palla piuttosto interessanti. Ed è in grado di usare il chop anche con il dritto. Anche lei, come suo padre, mi è sembrata molto serena, ben educata, in gamba. L’ho incontrata a fine partita e dopo in conferenza stampa. Ragazza tranquilla, determinata senza tanti grilli in testa.

Per quanto riguarda il resto della prima giornata nessuna sorpresa di rilievo direi. Federer che vince in tre set, Tsonga idem, le due Williams in due.

Tengo a sottolineare ancora una volta che qui il Roland Garros è in grado di programmare Roger Federer – e tutti gli altri che ho appena accennato – sul campo centrale alla domenica d’inizio del torneo, senza che lo svizzero si permetta di protestare, e che questo lunedì Rafa Nadal, campione di 8 Roland Garros – e favorito n.1 per il nono titolo più di Djokovic a sentir lo stesso Federer – giocherà sul campo Suzanne Lenglen. Il campo n. 2. Anche Djokovic e Sharapova giocano già lunedì.

Quando a Roma ho segnalato al presidente della Federtennis Binaghi (che aveva appena rivolto un appello all’Atp per ottenere dall’associazione giocatori dieci giorni per il torneo romano) che era molto meno difficile ottenere che Roma e Cincinnati – i soli due master 1000 back to back – potessero avere un tabellone a 64 giocatori in modo da poter mettere in campo anche alcuni big al lunedì o al martedì, il presidente ha risposto con l’abituale superficialità di chi non conosce né i problemi concreti né come stanno le cose.

Lui si è limitato ad affermare l’ovvio, e cioè che i giocatori importanti e di nome, vorrebbero giocare sempre meno partite. Vero, ma è anche vero che non sono certo due partite in più l’anno (o forse una sola!) a poter costituire un vero problema, perché per quanto l’Atp sia abbastanza succube dei big che fanno cassetta e che trascinano l’intero business, l’associazione giocatori non può non capire davvero l’importanza di sostenere anche economicamente i suoi Master 1000 per farli crescere sempre più anziché veder aumentare giorno dopo giorno il gap con gli Slam.

Al di là dell’appello a mio avviso donchisciottesco per ottenere dall’Atp tre settimane è invece molto più difficile, complicato e improduttivo cancellare una settimana di tornei Atp e Wta. Se Madrid e Roma conquistassero 3 settimane per i loro due tornei è chiaro che ciò diventerebbe inevitabile. I big potrebbero forse anche essere contenti. Ma tutti gli altri giocatori? Quelli che perdono al primo turno a Madrid e devono restarsene 10-11-12 giorni ad aspettare di poter giocare a Roma standosene sulle spese in Europa (se sono americani, australiani, sudafricani, indiani eccetera)? Senza poter guadagnare né punti né soldi? Per loro ogni torneo soppresso è una jattura. Può essere che l’Atp per cinque, sei giocatori che vogliono giocare una o due partite di meno l’anno, voglia sacrificare un centinaio di giocatori che possono prendere parte a 3 tornei?

Inoltre quali sarebbero i tornei a farne le spese? Barcellona? Oppure Monaco, Estoril, Bucarest, sempre tornei che hanno una certa tradizione e valenza. In Portogallo non c’è altro che l’Estoril, torneo per uomini e donne. Cancellare il tennis dal Portogallo per far piacere a Roma e Madrid? Oppure cancellare una città come la ricchissima Monaco in Germania? Non sarebbe una cosa intelligente. Bucarest, poi, ha già sofferto di non pochi spostamenti. Se appartiene a Tiriac magari è più facile da…sopprimere, ma vi parrebbe giusto e praticabile?

L’accenno di cattivo gusto di Binaghi al fatto che “voglio vedere che succederà in Spagna il giorno che non c’è più Nadal!” lo si può comodamente trasferire anche all’Italia delle ragazze vincenti.

Tiriac, che certo avrà sorriso nel sentire l’accenno di Binaghi al fatto che a Madrid poca gente assisteva al torneo femminile – nel contesto di un appello all’Atp, l’accenno ad una situazione che riguarda semmai la Wta è parso abbastanza curioso, per non dire fuori tema – potrebbe replicare facilmente infatti: “Voglio proprio vedere quanta gente andrà a seguire il tennis femminile a Roma il giorno che non ci saranno più Errani, Schiavone, Pennetta e Vinci…vi ricordate com’era deserto il Foro per il torneo femminile quando non era misto, non era ancora combined e le ragazze italiane non avevano ottenuto i risultati di questi ultimi anni?

Da quanto ci è stato ammannito per giorni a Roma sembra quasi che il successo di pubblico al Foro Italico per i match femminili sia dovuto principalmente all’esistenza del canale federale Supertennis più che ai risultati delle ragazze che sono da tre anni a ridosso delle top-ten nel ranking Wta.

Abbiamo registrato contatti eccezionali per il match di ieri di Sara Errani…” gongolava Binaghi a Roma. Certo che sì, ma per Jankovic-Ivanovic, che pure è un gran bel vedere sotto svariati punti di vista, sarebbe stata la stessa cosa? Io ne dubito, figurarsi per altri primi e secondi turni. Oh, ma vi ricordate il deserto al Foro Italico per il torneo femminile fino alle semifinali quando le nostre donne perdevano tutte ai primi turni?

Continuo a ritenere che siano gli exploit di giocatrici alle cui affermazioni purtroppo la Fit ha contribuito ben poco – Errani, Pennetta, Giorgi e domani, visto che si parla tanto dei successi junior dovuti…agli investimenti dei genitori, magari pure Quinzi – a far da traino ad un movimento e certo anche con il supporto di Supertennis che ce li fa vedere più di quanto li vedremmo.

Ma provate a mandare in onda tennisti e tenniste italiane scarse e vedremo se Supertennis farà il miracolo di attrarre nuovi fans e stimolare i giovani ad avvicinarsi al tennis. È per questo che la prima assoluta priorità di una federtennis dovrebbe essere quella di tirar su qualche nuovo giocatore, di investire 5 milioni lì e 2 nella tv, non viceversa. Ci si potrà arrivare se i dirigenti saranno capaci, prima o poi, di fare un minimo di autocritica.

Di capire cioè che qualcosa va cambiato anziché farsi peana celebrativi pro domo sua, se da Tirrenia non è uscito in 10 anni un straccio di giocatore, o giocatrice. Se uno junior come Quinzi cerca dappertutto fuorché in Italia un coach come si deve. Se i tre soli coach di livello internazionale che abbiamo prodotto, Piatti, Pistolesi e Castellani, si guardano bene dall’allenare giocatori italiani per non aver rapporti con la FIT.

Insomma…qualcosa di diverso va studiato e fatto, anche se purtroppo il resto della stampa nazionale ha cessato di stimolare la Fit a impegnarsi in questa direzione.

Invece, dato atto a FIT e Coni Servizi che sul torneo di Roma si stanno facendo confortanti progressi sotto vari aspetti, bisogna avere l’umiltà di capire che altri progressi vanno fatti in altri direzioni e che non si può soltanto tentare di far credere alla gente, all’opinione pubblica, che Supertennis è la panacea di tutto, che il fatto che la Tv aumenti gli ascolti (ma non il reddito pubblicitario fin qui) sia la chiave di volta per affermare il boom del tennis.

Insomma vedremo che cosa il nuovo presidente Atp, Kermode, farà. Ma, ribadisco, se lo scopo è far sì che quattro dei otto giocatori teste di serie possano cominciare a giocare a Roma (e a Cincinnati) due o tre giorni prima, è talmente più semplice riportare quei due tabelloni di Madrid e Cincinnati con cui Roma dovrebbe allearsi per fare lobby a 64 giocatori (anche se Indian Wells e Miami che hanno già 10 giorni ciascuno, più Madrid, Canadian Open, Shanghai, restassero con i tabelloni a 56 giocatori, e Paris Bercy a 48), che fare appelli tramite stampa all’Atp e implorare dieci giorni di torneo per Roma.

Oltretutto i primi 8 del mondo a maggio non sono necessariamente i primi 8 anche ad agosto, quando si gioca l’altro solo torneo che potrebbe pretendere un tabellone a 64 giocatori invece di 56, e cioè Cincinnati. Ciò significa che potrebbero essere richiesto soltanto a 5 giocatori di giocare due partite in più l’anno, e ad altri 6 (quelli che mancano per fare 8 teste di serie nei due tornei d Roma e Cincinnati) di farne uno in più. E che sarà mai?

Lo diceva da anni Rino Tommasi, lo dico io. Quindi per principio la FIT penserà che siamo noi a sbagliare. Piuttosto che darmi ragione preferiscono autoincensarsi e continuare a sbagliare.

Certo è che non è tramite la stampa e gli accorati appelli che si può sperare di ottenere qualcosa dall’Atp, ma semmai tramite ben congegnate operazioni di lobby. Va tenuto presente che mentre un tabellone può essere modificato dalla sola Atp, il calendario internazionale ha implicazioni che riguardano anche la Wta: Roma non è nemmeno un premier mandatory, nel circuito femminile. E’ un premier 5, a differenza di Madrid. Anche la Wta non vorrà perdere una settimana del suo circuito per venire incontro agli appelli di Binaghi all’Atp.

Scusate, ma possibile che nessuno – anche dei miei colleghi – abbia colto questi aspetti? E’ vero che la FIT ha ormai stretto legami commerciali con le principali testate giornalistiche italiane, però insomma ogni tanto qualcuno potrebbe sollevare anche qualche dubbio, rivolgere qualche domanda un pochino accurata al nostro beneamato presidente, quando dice tutte le cose che ha detto in conferenza stampa senza che nessuno osasse contraddirlo o quantomeno aprire un minimo di dibattito e confronto.

Poiché non ho mai avuto intenzione di fare politica e il dirigente federale, forse qualcuno potrebbe pensare che io abbia qualche ragione, anche fra i colleghi. Invece mi pare d’essere una voce nel deserto. Mah…

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Circoli in vista

Serie A, così non va. Difetti e proposte

Modesti ritorni d’immagine (ma forti costi) per il club, sponsor, FIT. Trascurate qualità e promozione. Eppure la giocano Sonego, Musetti, Andujar, Travaglia, Bautista Agut, diversi top 100 ATP

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Lorenzo Sonego e Lorenzo Musetti - Assoluti Todi 2020 (foto Federtennis)

La presentazione del campionato di Serie A1 (di Luca De Gasperi)


In tempi di COVID-19 si fa quel che si può. Il campionato di serie A comincia ancor più in sordina del solito per i motivi che conosciamo. Senza raccattapalle, giudici di linea, conferenza stampa post gara (per chi le organizzava), hostess degli sponsor (per chi le aveva). Non è tutto sommato un male che non ci siano più i match di andata a ritorno, formula che appartiene tradizionalmente più al calcio (e altre discipline) che non al tennis. Troppe volte in passato le squadre che avevano perso l’andata in casa affrontavano le successive gare di ritorno (specie in trasferta) schierando dei ragazzini del club al posto dei migliori. Talvolta anche per risparmiare i gettoni di presenza dei tennisti più qualificati e più cari, quando si aveva la convinzione di non poter comunque recuperare.

Il risultato era che ne venivano fuori duelli di insignificante qualità e di nessuna incertezza. Quasi imbarazzanti per quegli spettatori, e sponsor, che si fossero trovato casualmente al club incuriositi da un match di cosiddetta serie A. In termini di promozione un boomerang. Sono anni che lo si dice, ma la FIT non ha mai mostrato di credere e di voler investire granché in questo campionato, trascurato da tutta la stampa nazionale perché promosso da sempre poco e male. Forse in FIT sono i primi a non credere nella possibilità di farlo crescere e diventare interessante.

 

La FIT ha incessantemente cambiato regolamenti ogni due per tre e obbligato i club a schierare non più un solo allievo cresciuto nel club ma due (troppi!) per la preoccupazione (da un lato comprensibile) di un tennis-mercato che, poco fair, favorisse smaccatamente i circoli più ricchi come ai tempi dei ripetuti successi del Tennis Capri. Il risultato è che al di fuori dei circoli che la giocano, pochi si accorgono che esiste. E anche all’interno dei circoli, salvo che ci siano dirigenti particolarmente attivi e pronti a promuovere il loro club anche con i mezzi che offrono internet, i social, i siti, ben pochi sono i soci al corrente del suo svolgimento.

Soprattutto la sensazione è tale per cui, dopo aver riscosso le quote di iscrizione, la FIT non si sia mai preoccupata troppo della qualità del suo primo campionato, che pure è utile ai giocatori di prima fascia nazionale (e in particolare ai giovani cui la FIT dovrebbe in particolare dedicare la sua attenzione) per guadagnare esperienza e soldini necessari a potersi permettere un’attività agonistica internazionale. Molte squadre di A, che investono diverse decine di migliaia di euro (alcune anche intorno ai 100.000 e più), rischiano ogni anno di rimetterci soldi. A che pro? Per la soddisfazione di partecipare? Non sarebbe stato incentivante predisporre almeno un minimo montepremi per un evento professionistico e legato in gran parte a giocatori di respiro professionistico? Premi per almeno le prime due, quattro squadre? Quantomeno la non obbligatorietà di pagare le iscrizioni l’anno successivo per le partecipanti alle finali come “ricompensa” per il traguardo raggiunto?

Posso anche comprendere che in questi giorni la FIT, angosciata per il lucro cessante degli Internazionali d’Italia (sia che si disputino, o no, a porte semichiuse o meno, una perdita rispetto al budget previsto 8 mesi fa certo purtroppo sarà inevitabile) non avverta l’urgente necessità di “investire” qualcosina di più sul proprio campionato di serie A. Ciò pur avendo sbandierato da tempo di essere la federazione sportiva con il bilancio più florido fra tutte (calcio escluso).

Ma quantomeno potrebbe annunciare, per stimolare i propri circoli che tanta passione e impegno economico dimostrano anno dopo anno, che almeno nel 2021 – COVID-19 permettendo – qualcosa di diverso verrà fatto per gratificare chi se lo merita. 

Per tutto questo primo semestre, se qualcuno avesse voluto mostrare ad altri, a uno sponsor quali erano le squadre di Serie A, quali erano i team campioni in carica, non aveva modo di farlo. Una ricerca sul sito della FIT non dava esito. Finalmente la scorsa settimana la FIT ha fatto conoscere squadre partecipanti e calendario. Ma anziché diramare e pubblicizzare il calendario, la FIT ha raccomandato ai club di mantenerlo segreto, di non diffonderlo. Il perché è misterioso. Di solito tutte le altre federazioni si danno da fare per far sapere chi gioca contro chi e quando. Perché la FIT non vuole farlo sapere? Perché non si è ancora deciso dove, quando e come si svolgeranno le fasi finali? Con quante squadre? Sembra davvero tutto così improvvisato… quando mancano pochissimi giorni all’inizio del campionato.

La FIT dovrebbe finanziare o perlomeno aiutare i circoli che investono sulla serie A. Come? I sistemi potrebbero essere diversi. C’è chi suggerisce un gettone minimo (€ 1000/2000 euro?) per ogni incontro di girone vinto? Ciò spingerebbe i circoli ad essere competitivi in ogni partita del girone anche a classifica definita. Ma tutti concordano sulla opportunità di garantire premi almeno alle squadre semifinaliste con bonus finale alla vincitrice.

Tennis Club Prato: le vincitrici della Serie A1 2019 – Foto Marta Magni

C’è chi ha fatto grandi sforzi (e non solo finanziari) per raggiungere le fasi finali del campionato. A parte la soddisfazione personale per il circolo e i giocatori, quei club non hanno ricevuto alcun supporto. Anzi, hanno dovuto affrontare parecchie spese anche per il weekend della finale. 

Alcuni circoli, nonostante tutto, vivono molto intensamente il campionato e ciò si riflette poi anche sulle squadre minori creando aggregazione e spirito di club. Motivo per cui se ci fosse un aiuto tangibile, anche la federazione ne riceverebbe sicuramente un ritorno. E tutto il movimento tennistico. 

Un’altra idea potrebbe essere quella di studiare un modo perché, al di là della diretta Supertennis garantita a copertura delle finali, almeno i circoli che dimostrassero di investire di più (se non si riuscisse ad accontentare tutti) venissero aiutati o a dotarsi di una produzione televisiva locale ma professionale per poter passare a Supertennis una o più partite in diretta (o anche una sintesi registrata di una durata predeterminata; certo ci sarebbe la difficoltà di assemblare materiali diversi provenienti da più parti, ma tutto si può affrontare e risolvere dopo aver definito alcune linee guida), oppure inviando nelle domeniche agostane (in cui oltretutto di tennis internazionale vero non ci sarà per buona parte del mese) una troupe di Supertennis (tramite Crionet?). Si potrà magari sorteggiare quest’anno quattro o otto club leader da mostrare. E  l’anno prossimo saranno altri otto e via dicendo. Ma occorre che la FIT per prima si preoccupi di dare agli sponsor dei club un minimo di visibilità per garantire un minimo di ritorno.  Per quest’anno e, in prospettiva anche con il preannuncio di qualche iniziativa, per gli anni a venire. 

Non è giusto che tutto ricada sulle spalle dei circoli più appassionati. È un compito della FIT proteggere e promuovere il proprio campionato. Anche a livello di news, di racconto giornalisticamente preparato si può fare meglio. Non solo la lettura dei risultati, please

Poi per carità, anche il contenitore “Circolando” di Supertennis, può essere gestito in modo tale che i circoli di serie A e B che si impegnano di più abbiano un ritorno apprezzabile. Ma, possibilmente, non seguendo il criterio di favorire il circolo più amico a detrimento di quello meno amico. Perché non approntare una serie di criteri oggettivi di “premi Serie A”, X minuti di esposizione televisiva (più o meno minuti a seconda risultati conseguiti), premi Serie B… idem come sopra?

D’altra parte è vero che i circoli non sono fin qui mai riusciti, di concerto con la FIT (perché no?), a organizzare una giornata costruttiva anche telematica (via Zoom? Oggi è facilissimo, non costa nulla!) per confrontarsi e proporre alternative, idee, opzioni sinergiche. Da parte federale si preferisce evidentemente che le cose proseguano così, dato che mi risulta che la proposta sia stata ogni tanto avanzata da qualche circolo partecipante. Si preferisce, di fatto e la storia insegna, che non ci sia alcuna riunione. È più facile imporre – giusta o sbagliata che sia l’imposizione – quel che si vuole dall’alto senza discutere e confrontarsi. Dicevano i latini: “Divide et impera“.

Tutto ciò appare abbastanza incredibile, se non fosse che l’attenzione a questo campionato non è mai stata quella che avrebbe dovuto essere. Addirittura per le premiazioni delle squadre campioni d’Italia è successo più volte perfino che le disertasse il presidente federale. Mi chiedo davvero in quale altro massimo campionato nazionale di altri sport possa avvenire una tale evidente mancanza di rispetto. Si chiede molto ai circoli, per tenere questa manifestazione in vita. Ma si fa davvero piuttosto poco per sostenerla adeguatamente. Cosa si potrebbe fare invece, ad esempio? Comprare spazi, ad esempio, su giornali e siti all’indomani delle giornate di gara, oppure alla vigilia per cercare di veicolare maggior pubblico (quando il COVID-19 ci avrà lasciato in pace…). Ciò se le casse federali fossero in tal sofferenza da non potersi permettere di acquistare un piccolo spazio prima e dopo.

Oggi, oltretutto, con la crisi della carta stampata, gli spazi sul media cartacei costano pochissimo. È anche vero, d’altro canto, che vengono sempre meno letti (soprattutto dei giovani che hanno solo il cellulare in mano) e un trafiletto in una pagina di sport fra le 30-40 pagine di un giornale ha poco impatto. Ma sempre meglio di niente. 

Una minima organizzazione federale a livello comunicazionale dovrebbe consentire alla FIT di scegliere i media tennistici locali (e non) più validi. Si tratterebbe di un’azione intelligente, perché aiutare i media di vario tipo a dare più spazio al tennis significa aiutare tutto il comparto tennis, che vive anche di informazione, di stimoli. Una campagna informativa – giornali e/o social – aiuterebbe poi i circoli a rendere maggiormente visibili gli sponsor che supportano le squadre, nella maggior parte dei casi, finanziatori per la passione nel tennis e nello sport in generale, senza un reale ritorno.

Che il sottoscritto nel lanciare quest’ultimo banale appello-suggerimento non abbia alcun interesse privato sarà chiaro e lampante per tutti: la FIT non comprerà mai spazi su Ubitennis, sito libero di opinione e critica. La FIT non lo farebbe neppure se Ubitennis avesse 70 milioni di visitatori unici, cioè quanto tutti gli italiani. Ne abbiamo solo 5 milioni, una cifra cui nessun altro sito specializzato si avvicina neppur lontanamente. Ma a Ubitennis, se la FIT sovvenzionasse in qualche modo altre testate, farebbe solo piacere. A questo mondo non si deve essere miopi. Più si vede, si legge, si parla, si discute di tennis, ovunque lo si faccia, lo si promuove e meglio è per tutti. Anche per Ubitennis. E dovrebbe essere anche per la FIT. Ma per capirlo ci vuole una dirigenza illuminata, con una visione. Per anni, almeno in rapporto alla Serie A, non ci siamo accorti di averla. Ma siamo ottimisti. Il rilancio parte dalla consapevolezza, dalla volontà, dall’ottimismo della ragione.

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Editoriali del Direttore

Lettere al direttore: il no a uno Slam penalizzerebbe più Djokovic o Nadal?

Lo stop dovuto al COVID-19 giova a Federer? Pete Sampras GOAT. Nuove regole del tennis al microscopio

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Rafa Nadal e Novak Djokovic - Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Come promesso, dopo la prima maxi-risposta alla domanda su come ‘scongelare’ le classifiche, ecco le risposte alle altre lettere che mi avete mandato. Continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


I PROSSIMI US OPEN E ROLAND GARROS RISCHIANO DI ESSERE RICORDATI COME WIMBLEDON 1973

Gent.mo direttore, lei pensa che rischiamo di avere uno US open o un Roland Garros come il Wimbledon 1973? E che accanto al nome del vincitore si metterà un asterisco? (Gianni Ferrari Milano)

 

No, non lo penso. Credo che alla fine la partecipazione sarà di primo livello. Mancherà Federer, ma è già mancato in altri Slam, dal 2016 in poi. A Wimbledon furono assenti, per lo sciopero d solidarietà a Pilic, 79 dei primi 100 tennisti del mondo. Wimbledon potè legittimamente sostenere che i “Championships” erano più importanti dei tennisti.

Quest’estate ne mancheranno, forse più a New York che a Parigi, massimo una ventina. E forse nemmeno quelli. Il 75% dei top 100 sono europei. Non ci sarà bisogno di nessun asterisco. E qualche anno dopo ci si dimenticherà perfino di chi erano e quanti erano gli assenti. Così come la gente, la pubblica opinione intendo, non ricorda davvero se un campione ha goduto di un tabellone più facile o difficile. Tutt’al più ricorda la finale. Tutti ricordano che Federer è tornato grandissimo – e a sorpresa – nel 2017 a trionfare all’Australian open battendo Nadal al quinto set (e magari qualcuno ricorda pure che Nadal era avanti nel quinto), ma se ricorda anche che Federer rivinse nel 2018 battendo Cilic, di certo non ricorda che non batté nessuno dei primi 20 del mondo prima della finale. Avrebbero potuto esserci innumerevoli assenti.

Anche se nel prossimo Slam dovesse imporsi per la prima volta un tennista che uno Slam non l’ha ancora mai vinto, dubito fortemente che la gente fra qualche anno perda tempo a sottolineare che Tizio e Caio non c’erano. Più facile tuttavia, anche in questo caso, che ciò possa accadere a New York piuttosto che a Parigi.  Del resto l’asterisco non viene messo neppure nel conto dei 24 Slam record di Margaret Court sebbene lei ne abbia vinti ben undici all’Australian Open con una concorrenza molto ma molto limitata (perché pochissime delle migliori tenniste volevano affrontare lo stress di una pesantissima trasferta australiana).


CHI CI RIMETTE FRA NADAL E DJOKOVIC A DISERTARE L’US OPEN?

Dopo le prime dichiarazioni abbastanza scettiche all’idea di affrontare il Covid-19 a New York, sembra che sia Djokovic sia Nadal siano diventati più possibilisti. Chi ci rimetterebbe di più a non andare? (Claudio Ricci Reggio Emilia)

Tutti e due. Anche quando dicono di non tenere al record degli Slam, in realtà ci tengono eccome. E le occasioni per arrotondare il bottino, con gli anni che passano, non saranno poi tante. Nadal può eguagliare Federer e vi sembra poco? Djokovic può avvicinare chi lo precede per tentare il sorpasso nel 2021. Entrambi, e soprattutto Djokovic per il suo ruolo, hanno anche la necessità di dimostrarsi solidali e non menefreghisti con gli altri tennisti. Chissà, magari alcuni di questi altri, potrebbero anche preferire che i due top player dessero forfait, ma in termini di immagine anche fra i colleghi, Djokovic e Nadal farebbero una brutta figura se decidessero di non giocare lo slam americano.

Sono curioso, piuttosto, di capire a quale dei due Masters 1000 eventualmente ciascuno di loro due rinuncerebbe nel caso arrivassero in finale (o anche in semifinale) a New York. Secondo me Nadal preferirebbe giocare a Madrid, per tanti motivi, e Djokovic invece forse a Roma. Mi sembrerebbe strano giocassero tutti e due gli Slam, tutti e tre i Masters 1000. E mentre Cincinnati serve a preparare lo US Open, invece l’accoppiata Madrid-Roma avrebbe di fatto ben poco senso. Salvo sconfitte, qua o là, nei primi turni…così da consentire recuperi più agevoli. Ma quale campione vorrebbe mettere in preventivo una sconfitta? La differenza sta nel fatto che un’assenza di uno dei due in uno Slam non porterebbe gran beneficio né all’uno né all’altro. Mentre quella di uno dei due in un Masters 1000 forse invece sì.


FEDERER È DANNEGGIATO DALLO STOP DEL CORONA VIRUS?

Roger Federer – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Egregio Scanagatta, sono suo seguace da tantissimi anni (toscano, lettore della Nazione). Non credo che lo stop Corona-virus avvantaggi Federer (per lui anno perso, anche per l’infortunio), anziché i sue due maggiori avversari, che hanno alcuni anni di meno. Per Djoko e Nadal è molto meglio un Federer più vecchio di un anno! Va tenuto conto che a Wimbledon scorso ha vinto Djoko ma Federer ha avuto due match-point sul proprio servizio! Hai voglia di parlare della solidità mentale di Djokovic. Se uno non concretizza un rigore al novantesimo puoi anche vincere la partita, ma fai bene a non esagerare con i festeggiamenti (Antonio Moise)

Non mi pare che Djokovic abbia esagerato con i festeggiamenti. Anzi era talmente seccato di aver avuto tutto il tifo contro che ha a malapena esultato. Forse si riferiva quindi i festeggiamenti dei suoi fan. Io non conosco la gravità del problema al ginocchio di Federer. Certo se ha dovuto sottoporsi a un nuovo intervento chirurgico significa che non sarebbe stato in grado di difendersi al meglio né a Parigi né a Wimbledon. E allora, fermo restando che non sarebbe certo stato favorito a Parigi, questo stop non lo ha danneggiato. Certo che l’anno prossimo avrà un anno in più, ma sperabilmente il ginocchio lo avrà sistemato. E se si dice che è meglio un asino vivo che un dottore morto, a gennaio prossimo Roger sarà vivo e non sarà certo un asino, nonostante l’incalzare dell’età. Mentre i suoi rivali potrebbero anche arrivare esausti da un finale di stagione super-stressante… quando Nadal negli ultimi anni invece si era spesso concesso una pausa. Obbligata ma pur sempre pausa.


 PETE SAMPRAS IL PIU FORTE TENNISTA DI TUTTI I TEMPI?

Caro Direttore, secondo lei, perché ci si dimentica così facilmente di Pete Sampras? Le confesso che io lo considero il più grande di tutti i tempi con una sola “macchia” che è costituita dalla partita persa contro Federer a Wimbledon (un grande rammarico, considerando il tutto a posteriori). Secondo me, bisogna ammettere che egli dominò gli anni ’90, un periodo in cui non erano solo in tre a giocare bene a tennis. Grazie e saluti (Massimo)  

È normale che i Millennials non abbiano idea di come giocava Sampras, servizio (prima come seconda), dritto, volée da vero fenomeno, uno smash infallibile e con un’ elevazione degna di Air Jordan. Poi una capacità impressionante di giocare al meglio i punti importanti. È altrettanto normale che i Millennials lo sottovalutino perché è impossibile non restare colpiti, anzi proprio impressionati, dai record pazzeschi dei top 3 di questo terzo millennio. Sampras è stato l’ultimo eroe tennistico del XX secolo. Gli americani lo chiamavano Pistol Pete per l’esplosività del suo servizio, per i missili di dritto, o anche Sweet Pete perché lui non diceva mai una cosa antipatica, non era mai polemico. Anzi semmai poteva apparire talvolta un po’ noiosino. Nel ribattere ad Agassi, il kid di Las Vegas che aveva tutt’altro carattere, Pete era capace di opporsi con un “Io lascio parlare la mia racchetta”…e una racchetta non ha mai fatto ridere nessuno. Fatto sta che Pietrino l’Antidivo – come lo chiamava Gianni Clerici – ha vinto 14 Slam quando il record di Roy Emerson, 12 Slam, pareva imbattibile e dovuto principalmente al fatto che “Emmo” li aveva conquistati approfittando del passaggio al professionismo dei migliori della sua epoca, Rosewall, Laver, Hoad, Gonzales e soci. Era un record, quello di “Emmo” che reggeva da un quarto di secolo.

Poi sono arrivati invece i 14 Slam di Pete, dal primo colto a sorpresa nel ’90 a New York da testa di serie n.12 su Agassi che era più anziano di un anno e favorito. Fino all’ultimo dei 14 Slam quando sembrava ormai in declino nel 2002 all’US open, di nuovo contro il rivale di sempre Agassi (33 ace disseminati lungo 4 set, 6-3 6-4 5-7 6-4, per raggiungere la vittoria n.20 su 34 duelli all’ultimo sangue). E in mezzo sette Wimbledon, che se non fosse stato per il fenomeno Federer che ne avrebbe vinti ben otto, chissà quanto avrebbe resistito come record. Si diceva che quello di Wimbledon fosse il suo giardino, che le chiavi dei Doherty Gates le avesse prese lui.

Quattordici Slam parevano insuperabili. Anche perché, salvo le eccezioni Rosewall e Connors, non si pensava che si potesse essere competitivi ai massimi livelli anche superati i 32-33 anni, in uno sport sempre più caratterizzato dalla potenza atletica, dalla forza fisica, dalla rapidità. E anche 286 settimane da n.1, sei anni di fila chiusi da n.1 del mondo, parevano record insuperabili, seppur raggiunti da una star… normale!

Ciò detto, però, pur essendo io un grande, grandissimo estimatore di Pete Sampras – a proposito del quale, vi preannuncio, sta per uscire a giorni un libro scritto dal mio amico Steve Flink in collaborazione proprio con Sampras – non posso fare a meno di sottolineare anche quella sua incompletezza tecnica che mi impedisce di condividere quanto scrive Massimo. Non può essere il più grande di tutti i tempi un giocatore che al Roland Garros non solo non è mai riuscito a trionfare, ma nemmeno ad arrivare in finale. E a giocare una sola semifinale, nel 1996, in 13 partecipazioni caratterizzate anche da tre eliminazioni al primo turno e da cinque al secondo. Ha vinto 64 tornei… ma sui campi rossi soltanto a Kitzbuhel (con l’aiuto dell’altitudine che faceva volare ancor di più i suoi missili di servizio) e Roma 1994, dove l’allora direttore del torneo Franco Bartoni aveva trasformati i campi di “fango rosso” che avevano favorito i “terraioli” sudamericani per anni, in campi dove la terra rossa era stata appena spruzzata e pareva di giocare sul cemento, tant’è che in finale Sampras battè Becker che aveva sconfitto in successione Stich nei quarti e Ivanisevic in semifinale. Insomma, quel torneo anomalo al Foro pareva lo si fosse giocato a Wimbledon!


LA REGOLA SUGGERITA DAL LETTORE E QUELLA DAL DIRETTORE

Caro Direttore, le scrivo sulla scia di queste nuove regole inventate da Mouratoglu per l’Ultimate Tennis Showdown. Come tanti altri appassionati, non le condivido affatto, ma forse è lecito che ci sia l’esigenza di attrarre un pubblico più giovane. Dico “forse” perché in fondo Wimbledon è il più tradizionalista dei tornei, eppure quello con più fascino; inoltre, vorrei verificare quell’indagine di mercato dove si è giunti a quell’età di 61anni citata da Mouratoglu. Comunque, (qui mi autocito perché l’avevo già scritto come commento a un recente articolo) se si volesse premiare il gioco d’attacco e fantasioso, basterebbe che il “vincente” (senza che l’avversario tocchi la palla) valga doppio – vale sia per uno smash/volée che per un passante. Da questa regola sono esclusi gli ace di servizio per non dare troppo vantaggio al servitore. A mio avviso, data la maggiore posta in palio, i giocatori rischierebbero di più e la qualità di gioco migliorerebbe senza snaturare il gioco stesso; le partite sarebbero più veloci e più spettacolari. Ovviamente, una regola del genere dovrebbe essere accettata nelle dovute sedi, ma l’implementazione sarebbe semplice e non traumatica per nessuno. Secondo lei potrebbe essere una proposta accettabile/percorribile? Che idee ha in proposito?

Cordiali saluti, Gianluca Jandelli (Bali, Indonesia)   

In breve. All’indagine di Mouratoglou secondo cui gli appassionati di tennis avrebbero mediamente 61 anni non ci credo affatto. Per me è una notizia manipolata e raccontata ad arte.

Il vincente che vale triplo assomiglia un po’ ai tre punti nel calcio che come conseguenza hanno fatto sì che il pareggio sia un risultato molto meno interessante di una volta, sia molto più di una mezza sconfitta piuttosto che una mezza vittoria. Temo che snaturerebbe un po’ il gioco: se io fossi in grossa difficoltà, anziché tentare di buttarla di là alla meno peggio – all’insegna di quanto diceva il maestro Tellarini tanto caro a Rino Tommasi: “Tirala di là, può darsi che non torni indietro” – per evitare di dare un assist a un vincente del mio avversario e di consentirgli di fare due punti, la butterei in tribuna. Credo che molte palle finirebbero in bocca agli spettatori!

Io fra tutte le regole tradizionali del tennis… ho pensato a volte che così come nel volley è stato un bene aver abolito la vecchia regola del cambio palla, forse si accrescerebbe la suspence di ogni singolo game se non fossero quasi sempre i battitori a conquistare il game. Ci sono set che terminano senza break, o magari con un solo break (un 7-5, un 6-4, anche un 6-3 se chi vince il set ha cominciato a servire per primo). Certi game, soprattutto sui campi veloci, finiscono in un baleno, a zero, a 15. Il discorso vale soprattutto per il tennis maschile, dove l’incidenza del servizio è a mio avviso eccessiva. Infatti in termini di incertezza è decisamente più imprevedibile il tennis femminile. Ogni game – salvo debite eccezioni – può essere vinto, fra le donne, da chi batte come da chi risponde. Ho pensato che il solo modo per dare incertezza a un maggior numero di game campo maschile sarebbe quello di far battere un solo servizio. I più coraggiosi, e più abili, prenderebbero ugualmente rischi con l’unico servizio e probabilmente vincerebbero il 60% dei games di battuta. I ribattitori verrebbero avvantaggiati ma non al punto di fare un break dopo l’altro. Ogni game diventerebbe più equilibrato. L’handicap agli occhi dei producer televisivi? Il fatto che le partite probabilmente durerebbero (ancora) di più.  


IL TENNIS SPORT A TEMPO PIENO È UNA BESTEMMIA!

Caro Direttore, ho letto l’intervista che ha fatto a Patrick Mouratoglou, una serie di dichiarazioni assurde, di cui voglio qui ricordare solo la perla più grande.:  “Quello che propongo è sempre tennis, ma un modo di fare tennis che si adatta al mondo in cui viviamo. Recuperando allo stesso tempo quello che rendeva il tennis eccitante negli anni ’80”. Le carte da giocare, invece, mi paiono molto più adatte a Giochi senza frontiere. Ma pensare di trasformare il tennis in uno sport a tempo, è davvero la bestemmia più colossale che si possa dire sul nostro nobile e antico sport. Chiunque abbia visto, dal vivo o in tv, una partita di tennis, se questa gli è rimasta nel cuore e nella testa per le emozioni che è riuscita a regalargli, 9 volte su 10 è una partita finita al quinto set (o al terzo per le donne), magari a oltranza, dopo almeno 3 ore di battaglia. Leggendola da molti anni, penso di sapere la sua opinione a riguardo, ma vorrei sentirla di nuovo. [Simone Frosali – Carmignano (PO)]

Io ho 10 anni più dei 61, l’età media dell’appassionato di tennis a sentire Mouratoglou. Quindi non mi piace questo UTS, non mi piacciono le carte, non mi piace il tempo pieno. Però aspetto di vedere le reazioni degli… under 30. Se a loro piacesse occorrerebbe prenderne atto e, senza arrivare alle carte, studiare cosa si debba fare per avvicinare un mondo giovanile che ci sfuggisse. 

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Editoriali del Direttore

Come ‘scongelare’ le classifiche ATP? 17 ipotesi. Mager, Garin e Rublev vittime, Fognini e Sonego fortunati?

Il tennis si interroga anche sulla proposta biennale auspicata da Nadal. Lo US Open con il “taglio” a 120 favorisce Marco Cecchinato e Paolo Lorenzi, ma non Fabbiano, Giustino e Marcora

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Lorenzo Sonego, Fabio Fognini e Simone Bolelli - Italia-Corea del Sud, Coppa Davis 2020 (foto Felice Calabrò)

Vi avevo invitato a scrivermi delle lettere perché io potessi rispondervi, cercando di andare contro la mia natura per essere il più sintetico possibile. Anche questa settimana siete stati numerosi e di questo vi ringrazio e mi scuso del ritardo (di solito vi rispondo al venerdì)… e per aver risposto a una sola domanda, perché quella di Roberto da Siracusa sviscera un tema assai interessante che meritava una trattazione individuale. Risponderò in separata sede alle altre domande: continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


Ma questi punti ATP con le classifiche congelate dal 16 marzo scorso, come verranno calcolati? Come sarebbe giusto farlo? O quantomeno… meno ingiusto? (Roberto M – Siracusa)

Ti ringrazio dell’argomento proposto. Molto attuale, assai dibattuto, e noi ci eravamo già interrogati su qualche scenario quando si era ancora nel pieno caos da pandemia. Mi dicono che l’ATP abbia interpellato un team di matematici e statistici per affrontare nel modo più equo la situazione. Pare dalle loro fervide menti siano uscite ben 17 soluzioni diverse. E che alla fine siano due le attualmente prevalenti, nessuna delle quali ancora ufficializzata.

 

Sia chiaro: dopo che l’ATP ha fatto sapere che “le classifiche resteranno congelate fino a che il Tour non riprenderà, dopo di che una decisione verrà comunicata”, è difficile pensare che io possa suggerirne una più valida di quelle dei cervelloni incaricati dall’ATP. Partiamo, per ora, dalle due ipotesi ATP oggi prevalenti, ma anche dalla certezza  – difficilmente evitabile – che quale che sia il sistema alla fine prescelto (e fra le due mi sembra più equa l’ipotesi B rispetto all’ipotesi A), ci sarà sempre qualcuno più danneggiato, più vittima, di qualcun altro.

Succede praticamente sempre quando si prende una decisione “orizzontale”. Un’azienda licenzia tutti gli over 50? Chi ha 50 anni e un mese è “sfigato”, chi ne ha 49 e 11 mesi è invece fortunato.

Lo US Open decide che non si giocano le qualificazioni ma ammette i primi 120 direttamente in tabellone? Dal n.104 al n.120 (e magari 130 se ci saranno defezioni… Federico Gaio, n.130, prega perché ci siano) brindano alla fortuna di poter evitare le qualificazioni e intascare 50.000 euro sicuri con la prospettiva di poter raddoppiare. Fra questi ci sono Marco Cecchinato n.113 e Paolo Lorenzi n.121.

Dal n.130 in giù invece smoccolano tutti quelli che avrebbero avuto la chance delle qualificazioni e si devono accontentare di 15.000 dollari che l’USTA ha “devoluto” all’ATP. Fra questi Fabbiano 147, Giustino 153, Marcora 158, Giannessi 160. Loro – tocchino legno… – dovrebbero prendere almeno i 15.000 dollari. Meglio che niente, ma oltre al dispiacere di non poter giocare uno Slam e dover stare a casa a guardare la TV, c’è anche la frustrazione di non poter aspirare a guadagnare di più e magari fare un super risultato in un Major. Il che può comportare ingressi in altri tabelloni, approcci da parte di sponsor, eccetera.

Ma anche fra chi prenderà i 15.000 e chi no… ci sarà certo qualche vittima che griderà all’ingiustizia del criterio prescelto. Con le sue ragioni. Il n.222 Viola e il n.236 Moroni non prenderanno neppure i 15.000 dollari… ma dove verrà fatto il taglio? Dopo i primi 128 a partire da coloro che saranno entrato in tabellone o comunque dal n.120? Ancora non è stato detto.

Anche riguardo all’attribuzione delle wild card sono curioso di vedere come si comporterà l’USTA, se tutti i primi 120 alla fine si presentassero a New York: avete fatto caso che Anderson è n.123 del mondo, del Potro n.128, Murray n.129? In teoria se questi tre vincitori e/o finalisti di Slam, volessero giocare, e se tutti quelli che li precedono fossero presenti, loro resterebbero fuori. Salvo che venissero gratificati di una wild card – che di sicuro otterrebbero – o decidessero di fare ricorso al ranking protetto, che con buone probabilità sarà loro garantito (resta da vedere come l’ATP considererà la pausa dovuta al COVID-19).

Andy Murray – Pechino 2019 (foto via Instagram, @atptour)

LE PRIMA IPOTESI

L’ipotesi A: non appena si rigioca un torneo, scadono i punti conquistati in quel torneo. Esempi: si gioca il Roland Garros a settembre e Nadal perde i 2000 punti del Roland Garros 2019. Si rigioca l’US Open, Nadal perde i 2000 punto dell’US Open 2019 così come Berrettini ne perde 720. Ma se uno ha fatto i punti al torneo di Pune e il torneo di Pune non lo si rigioca o viene posticipato che succede? Sarebbe giusto che un Rio 2020 scadesse prima di un Montecarlo 2019? Certamente no.

Lasciamo perdere il fatto che Mager (n.79 ATP) imprecherebbe (e con lui quelli che hanno giocato e fatto punti nei primi mesi del 2020, un Garin n.18, un Rublev n.14), mentre Fognini (n.11) e Sonego (n.46) invece godrebbero, perché la loro classifica resterebbe intatta fino ad aprile per Fabio, fino a giugno per Lorenzo (campione a Antalya, torneo che verrà sostituito da Maiorca). I nomi e le situazioni che faccio rappresentano soltanto degli esempi di situazioni estreme. Ma spiegano perché si verificherebbero situazioni inique. Che sarebbero tali anche se i nomi fossero rovesciati. Si evitino, per favore, i commenti sciocchi di coloro che pensassero che nello scrivere sono condizionato dai miei rapporti con questo o quel giocatore.

LA SECONDA IPOTESI

L’ipotesi B: si considerano congelati i punti attuali. Si divide il totale dei punti per 52, quante le settimane di un anno, e poi ogni settimana si scalano progressivamente quei punti. Sempre per fare il caso Mager, che di punti ha un “tesoretto” di 771, ne dovrebbe scalare 13,6 a settimana. Per quante settimane ancora non si sa. Forse sei mesi, quanti i mesi della pausa dovuta al COVID-19. Ma se in tempi normali quel “tesoretto” gli sarebbe bastato per giocare l’Australian Open pur perdendo – teoricamente – al primo turno di ogni torneo, adesso perdendone 13,6 a settimana dal 24 di agosto, o ne conquista altri vincendo qua e là o l’impresa si rivelerà parecchio complicata. Intanto in questo articolo avevo scritto che secondo sarebbe giusto permettere ai giocatori di difendere i punti conquistati in dodici mesi ‘effettivi’ di tennis, evitando che alcuni tennisti (come Mager) abbiano a disposizione solo un finale di stagione per sfruttarli e altri (come Fognini) addirittura fino alla primavera del 2021. “c’è chi ha potuto godere dei punti conquistati per 16 mesi e chi invece soltanto per 4 o 5, scrivevo.

ALTRE IPOTESI

C’è poi chi perora la causa a lungo sostenuta da Rafa Nadal. Quella di far sì che i punti durino per un biennio. È sempre stata respinta perché avrebbe costituito un ‘tappo’ alla naturale osmosi del ranking, avrebbe favorito chi sta sopra rispetto a chi sta sotto, raddoppiando il gap. Già oggi chi sta nei primi 100 e può partecipare agli Slam ha una tale possibilità di guadagnare più punti e più soldi di chi ne sta fuori che favorire ancora maggiormente chi sta più in alto sarebbe stato iniquo. Come farebbero i vari Thiem, Tsitsipas, Zverev a recuperare il gap da Nadal e Djokovic, capaci di vincere rispettivamente tre e quattro Slam nel biennio 2018-19, che significa 6.000 e 8.000 punti in cascina per 24 mesi? A ogni livello sarebbe la stessa cosa: diventerebbero difficilissimi tutti i sorpassi. L’ATP non poteva cogliere con favore la proposta Nadal. Vero peraltro che questo blocco di sei mesi per il COVID-19 è stato eccezionale e potrebbe richiedere contromisure eccezionali.

Infine un’altra ipotesi assomiglia a quella che ho sostenuto equa, per mantenere a tutti i propri punti per 12 mesi. Siamo stati fermi da metà marzo, per sei mesi? Beh, si riprende il 14 agosto a Washington e si fa scadere la settimana di sei mesi prima, cioè quella di Indian Wells, e così via settimana dopo settimana. Una nuova comincia, una vecchia esce: per tutti. Poi però si arriverà a un momento in cui bisognerà dire stop a questo processo per riallinearsi. Ma quando? Vabbè, io ho presentato una serie di ipotesi e problematiche. I lettori dicano la loro.

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