Gulbis abbatte il monumento (Martucci), Adieu monsieur Federer (Clerici), Gulbis, avanti tutta (Piccardi), Gulbis vince e si scusa (Semeraro), Parigi saluta anche Federer (Mancuso), Trappola lettone (Nizegorodcew)

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Gulbis abbatte il monumento (Martucci), Adieu monsieur Federer (Clerici), Gulbis, avanti tutta (Piccardi), Gulbis vince e si scusa (Semeraro), Parigi saluta anche Federer (Mancuso), Trappola lettone (Nizegorodcew)

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Rubrica a cura di Daniele Flavi

 

Gulbis abbatte il monumento

 

 

Vincenzo Martucci, la gazzetta dello sport del 2.06.2014

 

Scusate il ritardo. Dopo 24 Majors infruttuosi, e 3 ore e 42 minuti di una memorabile battaglia, Ernests Gulbis bissa i quarti di uno Slam, proprio qui al Roland Garros, dove esplose nel 2008, a 19 anni, e si fermò davanti a Nole. Adesso, che ha la barba, il fisico e la continuità da uomo di 25 anni ed è salito alla classifica record di 17 del mondo, butta giù dalla torre Roger Federer in cinque set col suo bel mix di potenza e varietà. «Com’era nel 2010, quando ci giocai tre volte e com’è ora? Uguale, col servizio che mette tanta pressione, come il rovescio potente, da fondo», taglia corto RogerExpress, già con la testa all’erba di Halle e Wimbledon: «Molto eccitato di tornare in un posto dove difendo il titolo e poi dove mi rigioco le mie chances». Ma ha ragione: a parte il dritto con un’apertura molto ampia che gli ha dato coach Bresnik (lo stesso del primo Becker e oggi della promessa Thiem), le armi paralizzanti del lettone, che sulla terra di Roma ha battuto sia Roger sia Rafa, sono sempre quelle. «Soprattutto, è chiaramente in fiducia dopo aver vinto due settimane fa a Nizza, e dopo la buona stagione che sta avendo». Infatti ha vinto anche a Marsiglia, sempre in Francia, dove si gioca il Roland Garros… E, con 31-10, è dietro solo a Nadal (37-6) e Federer (31-7) nel saldo vittorie-sconfitte 2014. Timoout Dopo i 59 errori gratuiti, Federer è nero come il cielo di nuovo invernale di Parigi: «Molto deluso per la sconfitta, dopo la chance nel secondo set e la rimonta del quarto, per non aver giocato meglio al quinto». Ma è anche irritato per quei 10 minuti di intervento medico sottocoperta che il lettone gli impone quando lui risale 5-2 al quarto set: eppure, subito dopo, ricomincia a correre e saltare, gli strappa un parziale di dieci punti a uno, anche se non gli impedisce il 6-4, e quindi il quinto set. «E’ il secondo match di fila che mi succede, dopo Tursunov: che posso fare se le regole lo permettono? Poi tornano in campo e non sembrano infortunati per niente. Da junior, andavano tutti alla toilette quando servivo per il match sul 5-4 e poi chiedevano time-out subito prima o subito dopo… Ci sono cresciuto. Ora vanno alla toilette dopo il set, come se dicesero: “Dammi una pausa”. Possono chiamare dottore e fisio in ogni momento e parlarci. Fortuna che sul Centrale è tutto più veloce, ma che problema è sui campi secondari?». Genie Uno che dice «Ho poca tolleranza per la stupidità», merita di più: «L’avevo già battuto in 3 set, riuscirci in 5, come tennista e per la mia fiducia, è davvero una gran cosa, la vittoria più importante di sempre». Una promessa è una promessa: «Avevo detto che ero in fiducia, io non mento. Chi lo fa, poi dimentica quel che ha detto e deve mentire sempre. Perciò dico quel che penso e ne subisco le conseguenze». Tornando sulla sua provocazione: «Le donne non dovrebbero giocare a tennis perché poi sennò fanno i figli tardi». Semplice e diretto: «Con Roger bisogna spingere sul rovescio, è 11 che sbaglia, è umano anche lui e accusa la tensione». La folla? «Qui è dura, bisogna tenersi le emozioni dentro, comunque, meno parlo, meglio gioco». Le racchette che distrugge e regala al pubblico? «E’ sempre questione di scelte: io posso scegliere di romperla ed avere una multa, il bambino pub accettarla o rifiutarla. Lui ha fatto la scelta giusta»…..

 

Adieu monsieur Federer

 

Gianni Clerici, la repubblica del 02.06.2014

anche Gulbis è più forte GIANNI CLERICI PARIGI MA PERCHÉ non si ritira? L’hovisto bambino quando ancora il precettore Carter gli insegnava il rovescio, poi l’ho visto vincere il torneo di Milano 2001, e infine il primo Wimbledon 2003, mentre gli spettatori inglesi non credevano che in Svizzera non si giocasse sull’erba. Al Foro Italico, tre settimane fa, mi era parso in una delle giornate in cui Pavarotti steccava il Do, infastidito per aver accettato una serata in provincia. Mi aveva spiegato, la specialista Marcella Marcone, che un duplice parto è un trauma comune anche al marito, e che un Roger tosi sciroccato non si sarebbe più visto, lontano dal mediterraneo. E, infatti, leggo in una sua intervista, dopo la vittoria dell’altro ieri su Tursunov, «E’ perché sono felice nella mia vita privata, e ciò non può non ripercuotersi nel mio tennis». Ai più creduli era quindi sembrato che le tristezze di Roma, le scoraggianti rincorse sui diritti di un certo Chardy, tutto insomma fosse da attribuire al felice trauma dei gemelli. Oggi l’abitudine ai gemelli avrebbe dovuto essere metabolizzata, e in più c’era un avversario che aveva, sin qui, fallito le grandi imprese, non certo causa diritto e rovescio ma, secondo il suo allenatore e mio amico Niki Pilic «perché è troppo ricco . Oggi, a far del suo rovescio un autentico rovescio, è stato proprio lui, Roger. Gioca, per solito, il mio svizzero, uno straordinario gesto, colpendo la palla di controbalzo, spesso quasi in una mezza voleè. Per far ciò, gli è necessario arrivare con un secondo di anticipo sulla traiettoria di rimbalzo e, insieme, con la schiena e la spalla destra non arcuate all’ indietro. Oggi l’abituale arma era spuntata sino a far temere, a volte, un harakiri. Lo dimostrano anche le statistiche, e l’insolito numero di rimbalzi sbagliati, senza un solo vincente: in un match di 3 ore e 42 minuti. Per riassumere, le maggiori speranze sono tristemente venute a Roger quando Gulbis è stato costretto a lasciare il campo, a 2-5 nel quarto, e si è ritrovato solo per sette minuti, in qualche modo simbolicamente simili alle volte in cui l’avversario sembrava dissolto. Ma il Gulbis rientrato in campo non serviva in modo meno vigoroso, e allentava certi suoi diritti curiosi nella preparazione, il braccio simile ad un’ala ripiegata all’indietro da un rapace. E l’unico palese istante di incertezza sarebbe giunto, ad essere osservatori accaniti, dal suo lancio della prima palla del match point, troppo tardi per individuarvi se non un fuggevole tremore. La professoressa Guidobaldi che siede al mio fianco, sta ora accennando a fenomeni mitici passati, quando i preferiti degli dei venivano rapiti in cielo, per rimanervi fuor dal tempo, come accadde a Ganimede, il celebre coppiere. Ma Ganimede non aveva, come Roger, un agente che lo ha impegnato con banche orologi e quant’altro, in un futuro che non eviterà la nostra tristezza di ammiratori, costretti a ricordare la perfezione creativa di qualcuno che oggi preferiremmo soltanto ricordare. Triste quanto i protagonisti di una gara che inizierà domani, e che viene chiamata a torto il Trofeo delle Leggende. Perché le leggende son cose da leggere, e non esseri umani rosi, ahiloro, dal tempo.

 

Gulbis, avanti tutta

 

Gaia Piccardi, il corriere della sera del 2.06.2014

 

Se sul punteggio di 7-6, 5-3, con due set point a disposizione, Ruggero avesse piazzato meglio lo smash e blindato il passaggio ai quarti di finale del Roland Garros, ora non staremmo qui ad arrovellarci sull’importanza di chiamarsi Ernesto e a Mirka non sarebbe andata di traverso la baguette, insieme al mancato guadagno del suo Federer fuori dal torneo. Ma Parigi quest’anno è così, volubile nel meteo e nei risultati, ragioni storiche indurrebbero a parlare di rivoluzione se non fosse che – oltre a Raonic, classe ‘9o, alla Muguruza (’93) e alla Bouchard (’94) — sono vivi e lottano insieme a noi Nadal e Murray (in campo oggi negli ottavi), Djokovic (che ieri ha mortificato Monsieur Testosterone, Jo-Wilfried Tsonga, lasciandogli 6 game di manda) e Maria Sharapova, la vecchia guardia che resiste alla nouvelle vague, sempre che Ernest Gulbis, Ernesto per gli amici (e i genitori amanti di Hemingway) possa essere considerato una novità. Bon vivant, lettone della capitale (Riga), figlio di uno degli uomini più ricchi del Paese e di una famosa attrice teatrale, nipote di quell’Alvils Gulbis nel quintetto base che vinse l’Europeo di basket ’58-’59-’60, Ernesto fin qui era popolare nel circuito per le sue stravaganze, l’essere apertamente favorevole alla legalizzazione della marjuana («Non per fumarla, ma mi piace questo modo di pensare…» sì vabbé), un fermo in Svezia per aver adescato una prostituta, qualche uscita un po’ sui generis, come quando ha definito Federer noiosetto («Mi cascano le braccia quando lo sento parlare») o ha consigliato alla sorella, aspirante tennista, di restare a casa a fare altro, «perché per le donne è meglio». Tipo non convenzionale, insomma, già capace di battere lo svizzero a Roma nel 2010 al settimo match point («Mi sono ca..to nei pantaloni), sotto i riccetti sufficientemente disinteressato ai soldi («Vengo da una famiglia facoltosa: per me è normale averne») da potersi permettere pause lunghissime dal tennis, tanto è vero che questa è solo la seconda volta in carriera che Gulbis sbuca nei quarti di uno Slam. A 25 anni, conquistati i tornei di Marsiglia e Nizza giusto alla vigilia del Roland Garros, Ernesto ha deciso di darsi un’ultima chance: «In passato ho fatto scelte sbagliate e un sacco di Tavolate. Ho trattato male il mio corpo e trascurato gli allenamenti. Troppa vacanza e poco lavoro… Questo è il mio ultimo treno, lo so, e io voglio salirci sopra». A rimanere giù, in un pomeriggio di scarsa concretezza e ispirazione altalenante (59 errori gratuiti, 63% di prime palle a segno), è stato l’ex numero 1 del mondo, mai fuori così presto da uno Slam negli ultimi dieci anni, anche se la terra di Parigi, storicamente (una vittoria, nel 2oog, su 17 titoli), resiste al suo fascino. La restaurazione è in mano a Rafa Nadal, che ha il mal di schiena ma un avversario (il serbo Lajovic) disposto a sacrificarsi per il blasone del torneo. Questa è Parigi, parbleau.

 

Gulbis vince e si scusa

 

Stefano Semeraro, il corriere dello sport del 2.06.2014

 

«Lo so che tutti amano Federer, scusate se ho dovuto batterla..». E giù un sorrisetto dei suoi, da prendingiro matricolato. Un sorriso alla Emests Gulbis, n. 17 Atp, viziatissimo figlio di uno degli uomini più potenti della Lettonia, babbo Ainars, che a 25 anni ha finalmente deciso di crescere e per dimostrarlo ha buttato fuori dal Roland Garros il n. 4 del mondo Roger Federer. Il tennista dai mille record che prima dei quarti di finale, negli ultimi 40 Slam, aveva perso solo a Wimbledon (contro l’ucraino Stakhovsky) e agli US Open (contro Robredo) nel 2013. Precoci e rari scivoloni nello Slam che si stanno facendo sempre più frequenti. E malinconici. LO SCONFITTO. Ieri lo svizzero sul 5-3 40-15 del secondo ha avuto l’occasione di portarsi in vantaggio di due set, Ma l’ha sprecata malamente, facendosi ribattere uno smash che in altri tempi avrebbe chiuso sovranamente. Perso il secondo è andato sotto nel terzo, ha vinto il quarto nel quale sul 5-2 Gulbis si è fatto anche trattare negli spogliatoi per un dolore alla schiena (per 7 minuti), e nel quinto ha ceduto il campo alla grande vena dell’avversario. «I miei figli mi aiuteranno a non pensarci più di tanto – ha detto Roger con rassegnazione patriarcale – e poi credo di poter ancora vincere a Wimbledon…. Ovvero il luogo dove ha raccolto il suo ultimo Slam, nel 2012. IL VINCITORE. Per Gulbis invece è Parigi il torneo fatato: qui si rivelò nel 2008, raggiungendo i quarti; qui è tornato a splendere ora nella stagione del suo ravvedimento. Sì, perché Ernests, nipote dell’ex campione europeo di basket Alvils, è un genietto ribelle che dai genitori facoltosi e colti (mamma Milena è una delle più famose attrici della Lettonia) che hanno battezzato così in onore di Hemingway ha ereditato la passione per i romanzi di Dostoevskij e Murakarni, per l’opera e la musica di Philip Glass. Da giovane si allenava a Monaco con Djokovic («Andavamo insieme al night, lui però recuperava in fretta»), odia i selfie e la cultura pop, mentre ama – meglio, amava – le ragazze disinvolte, come la escort che nel 2009 lo inguaiò a Stoccolma, e i festini alcolici. Due anni fa si fece parecchi nemici sostenendo che «Federer è un tipo noiosissimo», l’altro giorno ha scandalizzato tutti sostenendo che «le donne non dovrebbero fare le tenniste professioniste, ma badare a crescere i figli». Capito il soggetto? Federer lo aveva già battuto a Roma, nel 2010, poi si era lentamente perso. Ora, sotto la guida di Gunther Bresnik, l’ex coach di Thomas Muster che segue anche il giovane Thiem, sostiene di aver capito «che per anni ho fatto solo scelte sbagliate. Questo per me è l’ultimo treni l’ho realizzato ne12012 quando mi sono trovato a giocare un torneino a Eckental in inverno, in mezzo al nulla (e da n.159 Atp, ndr)». Mamma Milena gli aveva chiesto di piantare tuno, lui è ripartito pensando «a quello che dice Floyd Mayweather: contano solo lavoro duro e dedizione». La Francia gli porta bene, a Nizza la settimana scorsa ha vinto il suo sesto torneo Atp, domani nei quarti contro Tomas Berdych avrà l’occasione di guadagnarsi un passaporto per la gloria. Ma non chiedetegli di non rompere più racchette. «E una questione di rispetto – dice – devo romperne una su tutti i campi. Potevo non farlo al Roland Garros?». Chissà se ha davvero messo la testa a posto.

 

Parigi saluta anche Federer

 

Angelo Mancuso, il messaggero del 2.06.2014

 

Le volte in cui Ernests Gulbis, 25enne lettone dal braccio d’oro, ha illuso i suoi innumerevoli estimatori non si contano. Sarà la volta buona? L’ex capellone di Riga ha battuto Federer a Parigi negli ottavi: 6-7 (5) 7-6 (3) 6-2 4-6 6-3. Una vittoria in 5 set che poteva arrivare in 4: sul break di King Roger nella quarta partita resta il dubbio che il diritto di Gulbis fosse dentro. Ernests ha rotto una racchetta con una pedata dopo averla scaraventata per terra: sembrava l’inizio della fine. Invece ha mantenuto i nervi saldi e nel quinto e decisivo set è ripartito come un razzo. Lo svizzero, mai fuori così presto a Parigi dal 2004, è franato sotto i colpi del rivale: un servizio devastante e un rovescio, soprattutto lungo linea, che è un prodigio di timing. Il lettone aveva già sconfitto lo svizzero a Roma nel 2010. DI NUOVO NEI QUARTI Due anni prima, sempre al Roland Garros, aveva raggiunto i suoi primi quarti di finale in uno Slam. Sembrava scontato dovessero seguirne altri, invece da allora il suo miglior risultato nei Major era stato il terzo turno a Wimbledon 2013. Tennis brillante e imprevedibile, carattere inquieto e dissacrante. Qualche anno fa, a Stoccolma, passò una notte in cella per aver adescato una prostituta. “Se esco con una ragazza, non le chiedo che mestiere fa. Se loro mi domandano cosa faccio, non dico mai la verità. Racconto che sono un musicista o qualcosa del genere”, fu la sua difesa. Alto, bello e ricco. II padre Ainars è proprietario di uno dei più grandi gasdotti del paese. Quando era un bambino, mamma Milena, affascinante attrice, lo ha fatto recitare in un film. Poi ci ha dato dentro col tennis, trasferendosi in Germania alla corte di Nikki Pilic. Fu li che conobbe Djokovic, proveniente da una realtà ben diversa. E infatti la fame di Nole ha fatto la differenza. «Perché non vincevo di più? Mi allenavo poco. Perché mi allenavo poco? Perché non ne avevo voglia”. A chi gli chiede se non sia pentito di aver sinora buttato via il suo talento, risponde: “Pentirmi? E perché dovrei, la mia vita è bella lo stesso». «VOGLIO FARE SUL SERIO» Da qualche mese Ernests sembra essersi messo a fare le cose per bene lavorando sotto la guida del coach austriaco Gunther Bresnic La svolta è arrivata sul finire del 2012, quando era sprofondato intorno alla 150esima posizione mondiale e si era ritrovato a giocare un paio di challenger in mezzo al nulla «Ho deciso di fare sul serio, di pormi dei traguardi», mc-conta. Adesso vive da professionista e quest’anno, dopo Marsiglia, ha vinto a Nizza proprio alla vigilia del Roland Garros: sesto titolo in altrettante finali. A Parigi si è presentato da n.17 del ranking. «II mio obiettivo? Diventare n.1», sottolinea con quel suo sorso indecifrabile. Nel torneo femminile oggi tocca a Sara Errani, decima testa di serie e unica nostra rappresentante ancora in corsa nella seconda settimana del torneo. Negli ottavi sfida la serba Jelena Jankovic, n.6, che ha battuto due settimane fa a Roma in semifinale.

 

Trappola lettone per Federer.

 

Alessandro Nizegorodcew, il tempo del 2.06.2014

 

Ernests Gulbis infiamma Parigi. Il talentuoso lettone ha superato in cinque set Roger Federer 6-7 7-6 6-2 4-6 6-3 negli ottavi di finale del Roland Garros. Gulbis si è trovato indietro 7-6 5-3 40-15 prima di mettere a segno una clamorosa rimonta. « la vittoria più importante della mia carriera ), ha dichiarato il venticinquenne di Riga a fine match. Lo svizzero non veniva sconfitto prima dei quarti di finale a Parigi dal 2004. Allora fu Gustavo Kuerten a fermare la sua corsa. Gulbis, grazie a questo straordinario successo, giungerà a un passo dalla top ten, con un quarto di finale contro Berdych (6-4 6-4 6-4 a Isner) ancora da disputare. Nessun problema per Novak Djokovic che ha confermato l’ottimo stato di forma palesato a Roma imponendosi agevolmente 6-1 6-4 6-1 su Jo-WilfredTsonga. Al prossimo turno sfida a Milos Raonic, già battuto non senza fatica in semifinale al Foro Italico. Il quarto turno verrà completato nella giornata odierna con le sfide Nadal-Lajovic, Ferrer-Anderson, Garcia Lopez-Monfils e Murray-Verdasco. Nel femminile si salva Maria Sharapova. La siberiana ha dovuto recuperare un set di svantaggio a Samantha Stosur chiudendo con il punteggio complessivo di 3-66-4 6-0. Avanzano ai quarti di finale anche la giovanissima canadese Eugenie Bouchard (6-1 6-2 alla Kerber) e la spagnola Carla Suarez-Navarro (6-3 6-3 alla Tomljanovic), che si sfideranno per un posto in semifinale. Prosegue anche il sogno della ispano-venezuelana Garbine Muguruza, autrice dell’eliminazione di Serena Williams, che ha battuto la rivelazione transalpina Parmentier 6-4 6-2. Oggi torna in campo Sara Errani, che si giocherà l’accesso ai quarti di finale contro Jelena Jankovic. «Santa» ha sconfitto la serba poche settimane fa a Roma 6-3 7-5 e, vista la moria di molte teste di serie, con una vittoria si procurerebbe la grande chance di arrivare nuovamente (finale nel 2012 e semifinale nel 2013) in fondo allo Slam parigino. La romagnola, in coppia con Roberta Vinci, si è anche qualificata per i quarti del tabellone di doppio. Precedente Sara Errani ha sconfitto la Jankovic poche settimane fa a Roma

 

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Wimbledon cancellato con il sorriso: spunta la polizza da 100 milioni (Frasca). Senza Wimbledon (Mecca). Panatta: “La volta in cui fui davvero libero” (Burreddu)

La rassegna stampa del 4 aprile 2020

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Wimbledon cancellato con il sorriso: spunta la polizza da 100 milioni (Guido Frasca, Il Messaggero)

Fortunati? No, meglio lungimiranti. Wimbledon salva i conti grazie a una clausola nel contratto assicurativo contro la cancellazione per pandemie virali del valore di circa 1,6 milioni di curo all’anno. l.a notizia circolava da mercoledì scorso, quando è stata ufficializzato l’annullamento, ed è ora una certezza confermata da Richard Lewis, direttore generale dell’All England Club: «Siamo fortunati ad avere l’assicurazione e questo ci aiuta. Gli assicuratori, i broker e tutti quelli che sono stati coinvolti hanno svolto un lavoro eccellente», ha sottolineato. Nelle casse dell’AELTC entreranno oltre 100 milioni di curo di risarcimento, con oscillazioni che dipendono dagli incassi. Il torneo più antico e famoso del mondo cadrà sul morbido, che a Church Road vuol dire sui prati, dopo aver già dato appuntamento agli appassionati di tutto il mondo al 2021. […] UNICO TRA I QUATTRO MAJOR L’idea di estendere la copertura assicurativa risale al 2003, in seguito ai timori per l’epidemia da Sars. Da allora l’organizzazione l’ha sempre rinnovata di anno in anno, unico tra i quattro Slam e in generale tra i tornei del circuito mondiale. F probabilmente tra gli eventi sportivi in generale. Va da sé che si tratta anche di uno dei pochi che poteva permettersi di stipularla. I Championships lo scorso anno hanno generato introiti per circa 260 milioni di curo, mentre gli US Open ne hanno incassati oltre 300 stravincendo la sfida della biglietteria (110 a 43). Gli Australian Open nel 2019 hanno fatto registrare introiti per circa 210 milioni di curo, mentre il Roland Garros è stato costretto al rinvio da maggio a settembre proprio per scongiurare perdite stimate in 240 milioni. Il coronavirus avrà un impatto duraturo: cosa potrà accadere ai tornei più piccoli?

Senza Wimbledon (Giorgia Mecca, Il Foglio)

 

E il maggio 1940, i nazisti sono ovunque in Europa, la Francia ha smesso di esistere: “Abbiamo perso la battaglia”, scrivono da Parigi al primo ministro britannico Winston Churchill, i tedeschi stanno arrivando anche da voi. Mentre l’Europa cade a pezzi, alla fine del mese l’All England Lawn Club dirama una nota: “Siamo spiacenti, dobbiamo posticipare Wimbledon, ma soltanto di qualche giorno. Non si giocherà più il 21 giugno, ma il 19 luglio”[…] Da quel momento il campo centrale diventerà sterpaglia, deposito di macerie, i tedeschi proveranno a raderlo al suolo gettandoci sopra le bombe ma non ci riusciranno. Mercoledì pomeriggio, dopo settimane di discussioni, annunci rimandati, occhi tappati ed evidenze impronunciabili, il presidente del torneo Ian Hewitt ha dovuto ammettere che Wimbledon quest’anno non si giocherà per l’ottava volta nella sua storia: “È una decisione che non abbiamo preso a cuor leggero, ma con il più grande rispetto per la salute pubblica”. Salta così tutta la stagione sull’erba, il luglio vestito di bianco, l’inchino ai reali, l’immancabile pioggia, le fragole, il tennis come cattedrale, silence please. Subito dopo l’annuncio, da New York la federazione statunitense ha dichiarato che gli Us Open continuano a essere in programma dal 31 agosto al 13 settembre, nel frattempo però a Flushing Meadows sta per essere allestito un ospedale da campo per i malati di coronavirus. Roger Federer, che aveva programmato la sua riabilitazione per essere presente a Londra, ha scritto su Twitter di essere devastato dalla notizia dell’annullamento di Wimbledon. Gli rimarrà il rimorso di quei due match point sprecati per un altro anno, mentre il tabellone del Centrale, come vuole la tradizione, continuerà a indicare il punteggio dell’ultima partita della scorsa stagione: Djokovic batte Federer 7-6 1-6 7-6 4-6 13-12 in quattro ore e 57 minuti. Un messaggio lanciato nel vuoto, rivolto a nessuno. Oggi il campo è rimasto senza rete e così rimarrà, con i sedili coperti dal nylon per proteggerli, l’erba tagliata inutilmente e inutilmente perfetta, come sempre il primo giorno. “Una croce sopra”, ha titolato l’Equipe, “Torneranno giorni migliori”, ha ribadito l’account di Wimbledon costretto a chiudere le porte all’estate, ai pomeriggi di tutti, tennis negli occhi finché non cala la sera, al sabato e alla domenica della finale, alla nostalgia del giorno dopo, a quel total white fuori dal mondo, inappropriato ovunque tranne che lì, così reazionario e così perfetto su sfondo verde. Non ci sarà nessuna celebrazione per i quarant’anni della finale tra Björn Borg e John McEnroe, quel tie break che ci ha fatti innamorare del tennis. Sarà un luglio vuoto

Panatta: “La volta in cui fui davvero libero” (Giorgio Burreddu, Il Foglio)

La libertà sta in una palla tagliata, in una volée. Magari in una veronica. “Quella no, la mia veronica non è mai stata un gesto di libertà, mi usciva e basta. Il perché non lo so. La colpivo, e la pallina andava sempre a finire lì. Liberamente”. Adriano Panatta è stato libero sempre. Nella volontà e nella rappresentazione. “Sognavo di vincere tre cose: Roma, Parigi e la Davis. Ci sono riuscito”. […] Ironia e saper vivere. “Sono nato nel ’50, praticamente durante il boom, la guerra era finita da poco, non c’era una lira, ma io ricordo di aver avuto un’infanzia bellissima, libera, sono stato figlio unico per dieci anni, mio fratello Claudio è arrivato dopo, e io giocavo da solo, e la mia libertà era quella: organizzarmi come poteva fare un ragazzino a quel tempo”. Prigioniero ce lo fece diventare il tennis, in un certo senso. […] Adesso che c’è il virus a condizionare le nostre giornate, la libertà è qualcosa su cui riflettere, qualcosa che possiamo misurare. “Essere veramente liberi sarebbe bello. Secondo me la piena libertà non esiste per nessuno, saranno almeno mille, un milione, le volte in cui non mi sono sentito completamente libero di dire o di fare qualcosa. A volte ti freni anche per buona educazione. Però forse in queste settimane la stragrande maggioranza degli italiani ha capito una cosa: la responsabilità. Il rinunciare a una parte di libertà per gli altri. Quelli che non l’hanno capito sono scemi. Ma quella è ignoranza, non puoi farci nulla”. Lo sport ha rinunciato a tutto, ai gesti e all’aggregazione, e se questa non è una mancanza di libertà, allora cos’è? “Lo sport ha cercato di resistere, ogni singolo atleta ha fatto un programma con il suo allenatore, ma tutto è andato per aria. È giusto che sia così. Non si può fare un evento importante come l’Olimpiade in queste condizioni. Anche il tennis si deve adattare. Ad agosto magari sarà tutto finito, ma ci sarà uno strascico, forse la normalità la riavremo a settembre. Lo sport dà un grande senso di libertà. Parlo dello sport nel campo di gioco, quando gli atleti sono lì dentro, dentro al campo, quello per loro è il vero senso di gratificazione, di libertà. Quello che sta intorno all’improvviso non conta più, che sia industria o politica, quando sono lì gli sportivi sono liberi”. Lui fu libero di indossare una maglietta rossa contro il regime, contro Pinochet, nel ’76, in Cile. “Quello fu un segnale contro un delinquente, perlomeno doveroso. Il vero gesto di libertà lo feci nel mio ultimo match di Coppa Davis, perdendo. Fuori dal Foro Italico c’era un ragazzino, io stavo andando alla macchina, mi fermò: “Mi regali la racchetta?”. No, te le regalo tutte. Mi ricordo ancora i suoi occhi, quel senso di sorpresa e gratitudine. Ecco, quello è stato un momento in cui mi sono sentito veramente libero”. Esce poco, il tempo della spesa. “Una volta a settimana, quindici minuti. La cosa che mi colpisce di più sono le persone che ti scansano, si scansano, e sono tutti irriconoscibili, le mascherine, le sciarpe, gli occhiali, siamo un gruppo di anonimi che gira, vaga, si sbriga, e va a destra o a sinistra a seconda di dove vai tu. C’è un po’ di paranoia purtroppo”. In casa, Panatta scivola tra la cucina e il letto, è da letto che fa tutto: legge, scrive, telefona, guarda la tv. Retaggio degli anni Settanta, quando la casa la condivideva con Paolo Bertolucci, che stava fisso in salotto. “Io non soffro tantissimo, sono sempre stato un casalingo, non mi sento soffocare”. Il concetto di libertà cambia nel tempo e nello spazio. “La mia generazione non ha fatto la guerra, però abbiamo passato il terrorismo, gli anni di piombo. Io abitavo in Toscana, mi ricordo i posti di blocco quando tornavo, i sacchi di sabbia a Roma Nord. Mio nonno mi raccontava del Ventennio, di quando la libertà non c’era. Faceva il marmista, è diventato cieco con una scheggia. Ha contribuito a tirare su il Colosseo quadrato, all’Eur. Lui era amico di Nenni, i fascisti lo avevano menato due o tre volte, a casa mia si parlava di socialismo, io sono sempre stato di sinistra. Comunista mai, perché il comunismo l’avevo visto: andavamo due o tre volte l’anno nei Paesi dell’Est, e i miei coetanei non potevano venire a giocare da noi, non potevano neanche bere la Coca-Cola. Non c’era libertà”. Qualcuno adesso sente la mancanza della libertà che c’era prima. “Il nostro è un grande popolo, che trova il meglio di sé quando le cose sono scappate un pochino di mano. Però reagisce. L’italiano è per bene. Quelli sui balconi li ho visti cantare, liberi di farlo. E poi ci sono quelli come me, a cui girano i coglioni”

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Rassegna stampa

Emozionando – L’imperatore Adriano (Grilli)

La rassegna stampa di venerdì 3 aprile 2020

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Emozionando – L’imperatore Adriano (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

«Aaaa-driaa-no, Aaaa-driaano…». Sono tre ore e passa che soffriamo sotto il sole cocente di Roma, a sgolarci e a incitare. Siamo in ottomila, pigiati sul campo Centrale del Foro Italico, quello dalle gradinate di marmo di Carrara costruito negli Anni Trenta e ora “arricchito” da tribune di legno e tubi Innocenti per contenere più pubblico. E siamo tutti qui, a rischio insolazione, per il nostro idolo, Adriano Panatta, il figlio del custode del Tennis Club Parioli di viale Tiziano, il bel ragazzo romano e romanista, che finalmente sta per compiere il passo tanto atteso verso la gloria tennistica. È il 30 maggio del 1976, nella finale degli Internazionali d’Italia il nostro campione è in vantaggio per due set a uno (e 5-1 al tie break del quarto set) sul grande favorito e testa di serie numero 1 del torneo, Guillermo Vilas, e da domani il tennis italiano non sarà più lo stesso. Ma ci sono altri due personaggi da presentare, entrambi seminascosti nello spazio che si trova alle spalle del giudice di sedia, che oggi è Berne Bowron. Mario Belardinelli, cappelletto bianco in testa, sembra seguire in trance i colpi di Panatta. Ha 56 anni e da dieci è il mentore e l’allenatore di Adriano, colui che scoprì un giorno (parole sue), «un ragazzo con un servizio molle, dal tennis appoggiato, che arrivava sempre tardi sulla palla. Aveva possibilità enormi, ma non era sorretto dal fisico». C’è poi papà Ascenzio, che dopo aver lasciato il Parioli lavora come operaio specializzato presso il centro Coni al Tre Fontane. «Adriano è il mio primo figlio, l’ho chiamato come un imperatore romano ma non credevo che potesse diventare così forte, non mi importava neanche. Mi auguravo che diventasse un brav’uomo, questo sì, che studiasse e facesse le scelte giuste. E il Padreterno ci ha aiutati». La sosta al cambio di campo sembra infinita, forse Adriano sta ripensando alle tante occasioni sciupate in carriera. A luglio compirà 26 anni, è il numero 1 d’Italia ma i suoi grandi risultati si possono contare sulle dita di una mano. Le vittorie a Boumemouth e Stoccolma, una semifinale al Roland Garros. Insomma, finora ha vinto molto poco per la qualità del suo tennis sempre altamente spettacolare, teso alla ricerca del punto, che si regge su un gran servizio, un ottimo dritto e delle volée al bacio (quella alta di rovescio, giocata con le spalle alla rete, ha pure un nome tutto suo, Veronica). E poi quella facilità nel fare le smorzate. Qualche anno fa ha fatto impazzire così a Parigi l’astro nascente Borg, che sulla terra sembra imbattibile. II problema è che Panatta è troppo alterno nei risultati, poco propenso a faticare in allenamento. […] Ecco, forse il nostro sta pensando che questo di Roma – dove tante volte ha già fallito – è l’ultimo treno a cui può afferrarsi per dare una svolta alla sua carriera, per cancellare le ultime terribili critiche ricevute solo pochi mesi fa, dopo la doppia sconfitta in Coppa Davis contro i non irresistibili francesi Jauffret e Dominguez. Anche il tennis italiano sta aspettando un nuovo profeta, dopo il ritiro di Nicola Pietrangeli. Adesso è ora di riprendere il gioco. Panatta si fa consegnare due palline bianche dai raccattapalle, si dà la spinta con il classico armonioso movimento di servizio e scaglia con la Wip che porta il suo nome l’ennesimo ace. Siamo 6-1 nel tie break, Adriano ha cinque match point per chiudere il match. Chissà se in questo momento pensa che solo cinque giorni fa, nel primo turno contro l’australiano Warwick, di match point lui ne aveva dovuti annullare 11, una cosa mai vista a questi livelli. Un inizio in salita nel torneo, e dopo aver superato facilmente Zugarelli e Franulovic, nei quarti un altro colpo di scena, contro Harold Solomon, che sul 5-4 e servizio nel terzo set ha avuto la cattiva idea di sfidare prima l’arbitro di sedia – per una chiamata a suo parere sbagliata – e poi tutto il pubblico del Foro. Risultato? Un coro infinito di “scemo, scemo” e l’americano che mette sotto il braccio le sue racchette e se ne va.. In semifinale, invece, tutto liscio: ieri Panatta ha travolto (6-2 6-4 6-4) John Newcombe, gran tennista ma ormai trentaduenne. Adesso è Guillermo Vilas a dover servire nel tie break sull’1-6. E’ nervoso per l’occasione persa, per i tre set point di fila sprecati pochi minuti prima che l’avrebbero portato al quinto set, verso tina probabile vittoria (a differenza del romano, ha un fisico instancabile, adatto alle maratone tennistiche). Argentino di Buenos Aires, un braccio sinistro che fa paura, ha 23 anni e si è rivelato al grande pubblico proprio qui a Roma, due anni fa, raggiungendo da semi sconosciuto le semifinali. È uno degli interpreti della new wave del tennis, basata sul gioco di pressione da fondo campo e sulla resistenza fisica. […] Qui a Roma è il favorito, perché Borg ha preferito un torneo meno faticoso in Germania, mentre Connors ha dato a tutti appuntamento alla stagione inglese su erba. Guillermo ha dominato facilmente Panatta nel primo set, con i suoi colpi sfiancanti da fondo campo e i passanti al bacio. Gianni Minà si intrufola a un cambio di campo vicino al nostro, che gli sussurra al microfono: «Se lui continua così, è un gran casino. Io devo migliorare, ma Vilas deve cominciare a sbagliare qualcosa». E’ quello che succede nel secondo set, Panatta vince facilmente un paio di giochi, guadagna fiducia e risveglia l’anima battagliera di noi spettatori, cosa che, si capisce subito, infastidisce, e molto, Vilas. Il secondo set si decide in un tie break romanzesco. Adriano rimonta da 3-5 ma è il set point a segnare la svolta del match: uno scambio furibondo, con Panatta che colpisce in tuffo una volée, si rialza, replica d’istinto alla bordata di rovescio che gli arriva dall’argentino e poi chiude con un dritto al volo. L’urlo del Foro è incredibile, ci alziamo tutti in piedi, mi scivola lo zaino che finisce sulla schiena dello spettatore che è davanti a me. Ma non fa niente, ci guardiamo e ci abbracciamo, come fossimo al Colosseo. Adriano è ormai un altro giocatore rispetto al timido inizio, e vince il terzo set facilmente. Dopo la pausa, la partita si trasforma in un braccio di ferro, in un saliscendi di emozioni fino al nuovo tie break, che abbiamo lasciato sul 6-1 per Panatta. Serve Vilas, che poi prova una smorzata insensata, come se non volesse prolungare la sua agonia; il nostro campione ci arriva facilmente e piazza il suo dritto proprio all’incrocio delle righe. E finita (2-6 7-6 6-2 7-6) Panatta può finalmente gioire e salta con le braccia tese verso l’alto. Gli ottomila del Foro esplodono in un unico grido di gioia, mentre un centinaio di tifosi si rovescia in campo, frenato a fatica dai carabinieri. Panatta si getta tra le braccia di Belardinelli, mentre papà Ascenzio mostra orgoglioso al pubblico la pallina del match-point, che è riuscito miracolosamente ad acciuffare, strappandola a un raccattapalle. […]

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Rassegna stampa

Game over! (Semeraro). Wimbled(on) off (Crivelli). Cancellato (Piccardi). Chiude Wimbledon. Ha vinto il virus (Rossi)

La rassegna stampa di giovedì 2 aprile 2020

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Game over! (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

L’ora più buia del tennis è stata alle cinque del pomeriggio, l’ora del tè e delle tragedie, quando gli schermi di mezzo mondo si riempiono del comunicato atteso e temuto da giorni. Quello che cancella Wimbledon dal 2020. «E’ con grande rammarico che il Main Board dell’All England Club (AELTC) e il Comitato di Gestione dei Championships hanno deciso oggi (ieri; ndr) che i Campionati 2020 saranno cancellati a causa delle preoccupazioni di salute pubblica legate all’epidemia di coronavirus. I 134esimi Championships saranno organizzati dal 28 giugno all’11 luglio 2021». E’ appena l’undicesima edizione che viene annullata dalla nascita del torneo, nel 1877. Le prime dieci (1915-18 e 1940-45) erano state vittima delle due guerre mondiali, e nel 1940 il Centre Court era stato addirittura bombardato dalla Luftwaffe. Stavolta è bastata una minuscola, ma letale mina chimica. Roger Federer posta un aggettivo che dice tutto: «Devastato». E non aggiunge nessuna immagine, «perché nessuna “gif” può descrivere i miei sentimenti». Neanche la tecnologia aiuta ad alleggerire la botta. Federer deve rinviare alla soglia dei 40 anni il suo sogno di alzare la nona coppa a Church Road, ma il lutto lo devono elaborare tutti. Wimbledon non è solo un torneo – e comunque insieme alla decisione dello Slam inglese è arrivata anche quella di Atp, Wta e Itf di sospendere ogni attività almeno fino al 13 luglio – Wimbledon “è” il tennis. L’anima, la storia, la tradizione, l’immagine del Gioco. «I’m shocked», twitta Serena Williams. Le altre cancellazioni, sospensioni o spostamenti – compreso quello del Roland Garros – erano stati difficili da digerire. Questo proprio non va giù, colpisce l’immaginario di tutti, oltre che le tasche di molti. Le alternative – rinviare ad agosto, giocare a porte chiuse – non erano realistiche, non solo per questioni climatiche e logistiche (lo stato dell’erba, le ore di luce) ma perché avrebbero messo a rischio la copertura assicurativa. Il giro di affari del torneo è di circa 300 milioni di euro, dei quali una quarantina foraggia la federtennis inglese, e che normalmente vanno a favore di tante iniziative sportive e benefiche oltre a garantire spese, paghe e stipendi dei 6000 membri dello staff. «Ci è pesato molto il fatto che i Campionati fossero stati interrotti in precedenza solo dalle guerre mondiali», ammette Ian Hewitt, presidente dell’Aeltc, e sembra di ascoltare Radio Londra ai tempi di Churchill. «Ma crediamo che annullare i Championships sia la decisione giusta quest’anno, per concentrarci su come possiamo utilizzare l’ampiezza delle risorse di Wimbledon per aiutare coloro che sono nelle nostre comunità locali e non solo. Il nostro pensiero va a tutti coloro che sono stati e continuano a essere colpiti da questi tempi senza precedenti» […]

Wimbled(on) off (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Ora che è arrivata l’uffïcialità, la tristezza ci colpisce come la lama di un pugnale conficcata nel cuore di milioni di appassionati. Si sapeva, era stato anticipato da molteplici voci: il torneo di Wimbledon 2020, che doveva giocarsi sui prati più celebri del mondo dal 29 giugno al 12 luglio, è stato cancellato. Eppure, di fronte a un evento traumatico che a questo punto ricorda davvero le conseguenze di un conflitto, mette i brividi pensare che in 134 anni di storia (prima edizione nel 1877, le donne dal 1884) solo due guerre vere, la Prima e la Seconda, abbiano obbligato lo Slam più celebre e affascinante a tenere chiusi i cancelli (in totale dieci edizioni, tra il 1915 e il 1918 e dal 1940 al 1945), mentre stavolta il vincitore è un nemico più subdolo, il coronavirus, microscopico ma ferale. Così, dopo 75 anni, i Doherty Gates non apriranno per accogliere i 500.000 fortunati possessori di un biglietto. E i 19 campi del Club, a partire dal Centrale, rimarranno coperti dai teloni, senza mostrare al mondo la perfezione dell’erba tagliata a 8 millimetri e calpestata da tre secoli da tutti i campioni più grandi. Nel giorno in cui la Gran Bretagna, per la prima volta, ha avuto più di 500 morti in 24 ore, non ci potevano essere indugi, dopo che la settimana scorsa la decisione era stata rinviata in attesa di novità che non potevano essere benauguranti e col punto fermo del rifiuto a giocare a porte chiuse, se fosse stato possibile. Così, alle 4 del pomeriggio italiane, il comunicato degli organizzatori ha confermato una scelta ineluttabile […] Contestualmente, nella nota si ufficializzano le date del prossimo anno: dal 28 giugno all’11 luglio. Troppi rischi, soprattutto nell’immediato: la preparazione di un appuntamento complesso come Wimbledon richiede che le operazioni comincino a fine aprile quando, nel contesto attuale, saranno sicuramente ancora in vigore le restrizioni per spostamenti, viaggi, distanze sociali. Una situazione ben chiara agli organizzatori: «Il nostro primo pensiero è andato soprattutto alla salute e alla sicurezza di tutti coloro che contribuiscono a mettere in piedi il torneo: il pubblico nel Regno Unito e i visitatori da tutto il mondo, i nostri giocatori, ospiti, membri, personale, volontari, partner, appaltatori e residenti locali. Ritenendo probabile che le misure del Governo continueranno ancora per parecchi mesi, riteniamo di dover agire in modo responsabile per proteggere il gran numero di persone necessarie per preparare i Championships, dall’allenamento di migliaia di raccattapalle agli ufficiali, giudici di linea, steward, giocatori, fornitori, media e appaltatori. E di considerare allo stesso modo che le persone, le forniture e i servizi richiesti per organizzare i Campionati non sarebbero comunque disponibili in nessun momento questa estate, rendendo impossibile lo spostamento in avanti». […] Non appena Wimbledon ha reso nota la propria decisione, Atp e Wta hanno annunciato la cancellazione di tutta la stagione sull’erba (in totale 14 tornei) e la sospensione di ogni attività fino al 13 luglio. Certo, nel momento in cui bisogna aspettare altri 15 mesi per godersi la tradizione di Wimbledon, il pensiero è andato a Federer e a Serena e Venus Williams, che nel luglio 2021 avranno già compiuto o si avvicineranno ai quarant’anni e magari avranno deciso che il tennis, dopo averli portati nella leggenda, non farà più per loro. Roger ha affidato a un tweet le prime emozioni: «Sono devastato. Non esiste nulla per esprimere ciò che sento». Ma un’ora dopo, su Instagram, ha rassicurato i fan con una story nella quale dice «non vedo l’ora di tornare l’anno prossimo, ma intanto state in casa e al sicuro». […]

Cancellato (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

 

Correva l’anno 1940. A giugno Parigi si era arresa a Hitler, solo la Gran Bretagna resisteva all’invasore. L’11 ottobre, piovvero bombe: cinque, sganciate dai cacciabombardieri tedeschi, atterrarono sul villaggio di Wimbledon, a sud di Londra; una di esse centrò il tetto del campo centrale di un circolo fondato nel 1868, sbriciolando 1200 seggiolini. Il torneo annuale su erba (nato nel 1877) sarebbe ripreso solo nel 1946, con la vittoria del francese Yvon Petra, e poi avanti per 74 anni consecutivi. Ma nella primavera 2020 piovve dal cielo il coronavirus, e Wimbledon si fermò. Dove riuscirono solo le guerre, mette a segno il suo letale ace al centro (del cuore) la pandemia. “It is with great regret…” Le parole che non avremmo mai voluto leggere sono l’incipit del comunicato bordato di viola e verde che alle 16 ora di Londra annulla il più antico, prestigioso e affascinante evento dello sport: «E’ con grande dispiacere che il board dell’All England Lawn Tennis Club ha deciso di cancellare Wimbledon 2020 in ragione dell’allarme per la salute pubblica. La prossima edizione di The Championships si terrà dal 28 giugno all’11 luglio 2021». Niente Wimbledon, niente erba, niente tennis. Inutile pensare a un posticipo nell’antica data dell’Olimpiade (24 luglio): i prati sarebbero troppo secchi, la luce molto diversa e in Church Road qualsiasi soluzione che non preveda l’eccellenza non è nemmeno contemplata. Tanto più che gli inglesi sono assicurati contro l’ipotesi di «cancellazione per pandemia»: il danno, più che monetario, è emotivo. Il Tempio non apre i battenti, tutta la stagione sul verde è annientata: Atp, Wta e Itf annunciano che le racchette resteranno nei foderi e le palline nei tubi almeno fino al 13 luglio. «Devastante» scrive Roger Federer, che a quasi 39 anni affidava all’erba le speranze di un 21°, miracoloso, titolo Major. «Sono sotto choc» confessa Serena Williams, coeva del maestro svizzero, ossessionata da quello sporco, ultimo, Slam (sarebbero 24 come la primatista assoluta Margaret Court). E ancora non è chiaro — lo scopriremo solo vivendo —, se questo stop forzato allungherà la carriera ai dinosauri del circuito oppure offrirà loro la scorciatoia per un buen retiro meritato. Senza più certezze né punti di riferimento, mentre la classifica mondiale rimane congelata, è un mondo che brancola nel buio. La verità è che tutto il tennis, fino alle Atp Finals di Londra e alla Coppa Davis di Madrid, è a rischio. […] Un’intera generazione di giocatori (non esistono solo i top-10) e tornei di fascia media comincia a immaginarsi un futuro diverso. I miliardari e gli assicurati sono una fortunata minoranza e il Tour, che non brilla per lungimiranza né per rapidità di decisioni, non ha da parte i fondi per sostenere tutti.[…]

Chiude Wimbledon. Ha vinto il virus (Paolo Rossi, La Repubblica)

Un’estate senza Wimbledon è il mondo che si rovescia. La gara più antica del mondo, in calendario dal 29 giugno al 12 luglio, non ci sarà. La tradizione spazzata via da un nemico invisibile: in 143 anni di storia, solo le bombe delle due guerre mondiali erano riuscite a interrompere il torneo, prima del coronavirus. I signori dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club dovranno riaggiornare le pagine di storia. Pensavano che Wimbledon avesse un fascino senza tempo, immune a qualsiasi virus della modernità. Gli inglesi avevano resistito a tutte le pressioni, dal passaggio dei dilettanti al professionismo, avevano vinto anche sul boicottaggio del ’73, quando 82 giocatori ribelli abbandonarono il tabellone pochi giorni prima del via. Certo, nel corso del tempo le palle bianche si sono estinte, oggi c’è il tie-break al quinto set sul 12-12, i tennisti non si inchinano più passando davanti al Royal Box, ma l’erba è rimasta, e con essa le liturgie del tempio. Contro la pandemia, però, c’è solo la resa. «Abbiamo pensato alla salute e alla sicurezza di coloro che partecipano a Wimbledon» hanno scritto gli organizzatori, comunicando al mondo la decisione intuita da giorni da tutti. «Eh, anche loro hanno dovuto rassegnarsi: fa un certo effetto», commenta Nicola Pietrangeli. «Sono devastato», il commento di Roger. Serena Williams è «sotto shock». Sarà per il 2021. «Troppe persone in movimento oltre ai giocatori: abbiamo immaginato gli scenari, non era ipotizzabile». Così come è stato impossibile un rinvio: l’umidità cambia l’erba, Wimbledon è unico anche per questa ragione. Pochi minuti dopo l’annuncio di Londra, è arrivato il comunicato congiunto di Atp e Wta, le associazioni di giocatori e giocatrici, della sospensione di ogni torneo fino al 13 luglio: spazzate via la stagione della terra rossa e quella sull’erba. L’orizzonte si sposta dunque verso l’America: New York oggi ha i suoi grandi problemi, il Billie Jean King National Tennis Center è un ospedale da campo da 350 letti, ma ci sono quattro mesi e mezzo fino agli Us Open, in programma dal 24 agosto. Può salvarsi il Roland Garros, rinviato al 20 settembre, ma pure qui non vi è certezza. Craig Tiley, direttore di Tennis Australia, è convinto che non si giocherà più a tennis: «È uno sport globale, che richiede viaggi. Molto, molto difficile»

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