Spiace per Federer ma grande Gulbis

Editoriali del Direttore

Spiace per Federer ma grande Gulbis

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TENNIS ROLAND GARROS – Questa volta Roger Federer ha perso da un tennista che può diventare una star. E’ certo un personaggio. Tutti con Sara Errani contro la Jankovic. Leggi tutte le perle di Ernests Gulbis.

Quando perde Roger Federer fa sempre notizia.
E negli Slam dove ha quel record straordinario (che non si riassume soltanto nei 17 Slam vinti) la fa più che in altri tornei dove le motivazioni sono certo minori e dove, fra l’arrivo di un paio di gemelli e un altro, si può ragionevolmente ritenere che la sua determinazione possa anche essere vacillante.
Però è un fatto indiscutibile che da quando Roger vinse Wimbledon nel 2012 negli Slam non è più stato capace di raggiungere una finale. Sono 7 Slam di fila, quindi, che Roger perde prima dell’atto conclusivo che lo ha visto protagonista ben 24 volte.

 

Stavolta, come già all’ultimo US Open, ha perso prima del solito, negli ottavi. Come si fa a negare ancora quel che avevo scritto l’altro giorno – suscitando una caterva di proteste e non pochi insulti – e cioè che è decisamente calato il suo tennis, anche se certi suoi sprazzi valgono sempre il prezzo del biglietto e naturalmente anche oggi contro Gulbis avrebbe potuto benissimo vincere?
Avrebbe quasi certamente vinto se avanti di un set avesse trasformato uno dei due setpoint che ha avuto sul 5-3 40-15, in particolare quello smash che ha messo proprio in braccio al rovescio di Gulbis.
Chi pensa che Gulbis sarebbe stato capace di recuperare due set di vantaggio a Roger? Tutto è sempre possibile, ma io no, non credo che ci sarebbe riuscito.
“Ho mancato delle opportunità, quelle del secondo set, e poi anche nel quinto potevo giocare meglio”– avrebbe poi detto Roger.

Bisogna che i tifosi di Federer si rassegnino all’idea che purtroppo – e credete che se dico purtroppo penso purtroppo, piantatela con questa storia dell’UbiNadal che non ha nessun senso – Roger non è più lo stesso di una volta, non potrebbe esserlo.
E’ successo lo scorso anno al Roland Garros che ha preso tre set a zero da Tsonga, poi a Wimbledon ha perso dal carneade Stakhovsky eliminato al turno successivo, quindi all’US Open da Robredo.
La sola sconfitta patita da un giocatore di livello, del suo livello di Fab Four intendo, è stata quella australiana con Nadal, peraltro furono tre set a zero, se ricordate.
Ok, il 2013 è stato un anno da dimenticare per lui, anche se già nel 2012 del suo ultimo trionfo a Wmbledon negli altri tre Slam aveva perso prima della finale.
Per chiunque altro sarebbero sempre grandi risultati, ma per uno che al di là delle menzionate 24 finali di Slam aveva un record pazzesco nelle semifinali consecutive negli Slam (23) e nei quarti (36!!!), beh se perdi negli ottavi per la seconda volta in 4 Slam, qualcosa dovrà pur significare. O no?

Non è mai simpatico autocitarsi però qui copio e incollo, prima di riepilogare i dati secondo me più significativi della sua sconfitta con Gulbis, cosa avevo scritto l’altro giorno quando Roger – al contrario di quanto pensavano alcuni lettori, alcuni dei quali me ne hanno scritte di tUtti i colori – non mi aveva fatto una grande impressione di fronte a Tursunov:
Io ho l’impressione che il Federer di oggi sia in grosso, grosso rischio con Gulbis al prossimo turno.
E mentre in passato avrei scritto che il risultato sarebbe stato interamente nelle mani, e nella racchetta, di Roger Federer, oggi mi sento di scrivere che dipende almeno altrettanto, se non di più, dall’imprevedibile Gulbis (che già nel 2008 qui fece intravedere talento da fenomeno ma poi è stato tutt’altro che continuo).
I precedenti risalgono tutti al 2010: Federer conduce 2-1, ma sulla terra rossa il bilancio è in pareggio e in Italia si ricorderà certamente il successo del lettone al Foro Italico.
Ho questa impressione perché quest’anno ho
quasi visto più brutte giornate di Roger che belle. Anche oggi contro Tursunov non mi ha convinto. https://www.ubitennis.com/blog/2014/05/31/federer-vince-non-coinvince-caso-oppure-ormai-inevitabile/

Il match di oggi mi ha rafforzato nelle mie contestatissime convinzioni. E’ più lento, arriva più spesso in ritardo di una volta, subisce di più il gioco degli avversari. Quando gli accade perde in lucidità, commette molti errori, troppi. 59 errori gratuiti sono davvero tanti.
Per cercare di sottrarsi a palleggi al termine dei quali finisce per subire, va più spesso all’attacco di una volta – sulla terra battuta 50 attacchi non sono pochi – ma se perde 31 punti e sbaglia smash come quello del setpoint (e non è stato l’unico smash sbagliato), vuol dire che non è tranquillo, che è in affanno.
Il servizio lo sorregge molto meno di un tempo, anche perché gli avversari hanno imparato a contrarlo, e al di là dello scarso numero di aces (7 contro i 13 di Gulbis) un giocatore del suo stampo non dovrebbe cedere il servizio 7 volte in un solo match.
Questo accade perché per prima cosa la sua velocità di crociera media sulla prima non supera i 186 km orari, mentre Gulbis ad esempio ha viaggiato sui 205. Quasi 20 km di differenza in media sono tanti, davvero.
Rimarchevole se si pensa che il servizio in assoluto più rapido di Federer è andato a 206 km orari, appena un km in più della media di quelli di Gulbis che invece è stato capace di sparare la sua “prima” a 222!
Questo, anche se la velocità non è tutto, spiega almeno in parte perché Federer ha fatto per una delle prime volte in carriera meno del 70% dei punti quando gli è entrata la prima (69%) e soltanto il 51% quando ha dovuto ricorrere alla “seconda” la cui velocità media era di 152 km orari.
Significa che sulla sua seconda praticamente faceva un punto e ne perdeva un altro.
Risultati certo indegni del miglior Federer. Ma di questo Federer declinante – mmm, immagino la stizza che provoco in chi legge quest’aggettivo (e mi copro le spalle dagli insulti ineunti dicendo che soltanto a Wimbledon io vedo Roger in grado di arrivare fino in fondo ad uno Slam, se un tabellone non gli si schiude in modo sorprendente) – quel che mi sorprende di più, tutto sommato, non è davvero l’ineluttabile perdita parziale dell’originale velocità, quanto i suoi evidenti cali di concentrazione in certi momenti topici.

Ricordo l’anno scorso a Basilea con Del Potro e a Bercy con Djokovic, che appena vinto un set si distraeva all’inizio del set successivo. Subiva il break e buona notte.
E’ quello che gli è successo anche oggi, quando – sciupato in malo modo il secondo set della tranquillità – ha vinto il quarto set 6-4.
All’inizio del quinto è andato subito sotto 2-0. E non ha più recuperato.
Non vorrei a questo punto che qualcuno pensasse che Gulbis non abbia avuto meriti in tutto ciò.
Il Gulbis attuale, in fiducia dopo i risultati ottenuti sulla terra rossa che lo hanno portato al suo best ranking (n.17), ha giocato molto bene, ha messo in mostra uno dei rovesci migliori del circuito (11 vincenti da fondocampo a 0 nel bilancio rispetto a Federer) ed è certo un avversario più duro da battere che non Stakhovsky o Robredo.
Se le vittorie di Stakhovsky e Robredo non portavano con i nomi dei protagonisti alcun avvenire, questa di Gulbis invece potrebbe essere la chiave di volta per trasformare un potenziale campione in un campione vero.
Io mi auguro che questo accada, perché Gulbis è sicuramente, oltre che un bravissimo tennista dal gioco anche spettacolare, mai banale, anche un personaggio, cioè un uomo di grande personalità.
Mi spiace qui non avere il tempo di riprodurre e tradurre tutta la sua intervista (che comunque dovreste trovare almeno parzialmente in originale su Ubitennis) ma vi assicuro che è stata divertente, interessante, diversa dalla gran maggioranza delle interviste cui mi capita di assistere.
Il miglior intrattenitore di sempre era Goran Ivanisevic, ma i migliori “competitors” erano Marat Safin e, nelle giornate di vena, Ady Roddick.
Un tipo come Gulbis mi auguro di trovarlo sempre più spesso nelle fasi finali di un torneo.

Per questo, anche se io sono uno dei pochi che trova simpatico anche Berdych perché lo conosco meglio di altri – e perché chi lo segue su twitter vede che ha un sense of humour che non traspare quasi mai dalle interviste e tantomeno dalle conferenza stampa – penso che i giornalisti si augurino che Gulbis batta anche Berdych.
Ci farebbe scrivere sempre di più. Come un Agassi rispetto ad un Sampras, un McEnroe rispetto a un Borg, un Becker rispetto ad un Edberg.

Riporto qui, quasi contraddicendomi, la risposta di Ernests più banale, perché ugualmente significativa: “Questa vittoria è la più importante della mia carriera perché arriva in uno Sam, in una partita tre sets su cinque e vinta al quinto set, e perchè su Federer”.
Non vuol sempre fare lo showman Gulbis, e anche questa è prova di intelligenza.
Maria Sharapova venerdì ha detto: “Siamo onesti non bisogna prendere troppo sul serio quello che dice Ernests, ma è divertente…”.
Peccato non aver chiesto a Gulbis se ritiene che quel che dice Maria Sharapova sia divertente e debba essere presa sul serio. la prossima volta glielo chiedo, se è di buon umore dopo una vittoria.
Ma delle qualità anche tecniche di Gulbis avremo modo di riparlarne, anche in sede di presentazione o di commento al suo prossimo match con Berdych – quella che Rino Tommasi avrebbe chiamato la prova del nove – perché oggi dopo tutta questa ennesima giornata di 12 ore al Roland Garros, correndo da un’intervista ad un’altra (compresa quella non…resa da Sara Errani, ultima superstite azzurra di 13, per quanto riguardava la vigilia del suo match contro la Jankovic) confesso una certa stanchezza.

Accennare alla lezione impartita a Tsonga da Djokovic, coetaneo di Gulbis e compagno di …scuola all’Accademia di Nikki Pilic quando i due avevano 14 anni, non avrebbe molto senso.
Il torneo maschile è vissuto sul match di Gulbis e Federer, non certo sulle passeggiate di Djokovic e Raonic (su Granollers), mentre Berdych ha dato una gran dimostrazione di solidità perché battere Isner, n.11 del mondo e (sembrerò maramaldeggiare..ma capace di battere un anno fa Federer in Coppa Davis sulla terra battuta) senza farsi nemmeno trascinare ad un tiebreak non è da tutti.
Triplice 64 per lui e così niente più americani nel “maschile”. Soltanto la Stephens nel femminile.
E’ vero che la Stephens sembra giocare bene quasi soltanto, o comunque soprattutto, negli Slam, ma con la Halep questo lunedì 2 giugno non riesco ad immaginarla vittoriosa.
Per questo abbiamo pubblicato un profilo della Halep, fra i 20 nuovi articoli che abbiamo messo in pagina oggi. Scusate se sono pochi. Bravi sia gli autori sia gli impaginatori. Sono orgoglioso degli uni e degli altri.
E domani, anche se un lettore più acido di altri – non dico sciocco, il lettore non va mai offeso – ha scritto che a seguito della mia polemicuzza con Sara Errani le seguenti parole che si commentano da sole: “Attendo con ansia un tuo articolo alla prossima sconfitta della Errani, cosicché tu possa prenderti questa piccola e meschina rivincita”.
A questo lettore, ovviamente anonimo, così come Tex ed altri, e per il quale non trovo aggettivi consoni, rispondo dicendo, quel che dentro di me dirò durante tutta la sua partita contro la Jankovic: “Forza Sara!”

 

 

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Australian Open: Jannik Sinner ha più pazienza (e classe) dei suoi fan

Si pretende troppo da lui. Sbaglia chi si dichiara deluso per la sconfitta del tennista altoatesino con Shapovalov. E non era giusto dargli un giorno di riposo in più

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Per dare l’idea delle pesanti, esagerate aspettative che già perfino ieri sono cadute sui riccioli rossi di Jannik Sinner, siamo già al punto che una sconfitta arrivata per 6-4 al quinto set (3-6 6-3 6-2 4-6 6-4) dopo una maratona di quasi quattro ore e una palla mancata per il 5-5 contro il n.12 del mondo Denis Shapovalov, sembra essere percepita da molti impazienti appassionati come una piccola grande delusione.

Niente di più ingiusto. Il ragazzo altoatesino mostra una maggiore maturità rispetto ai suoi fan anche nella sconfitta che resta comunque dolorosa, la seconda al quinto set in uno Slam dopo il 76 s-ubito nel set decisivo con Khachanov a New York, e mi ha detto con grande lucidità e fairplay: “Ho dato quel che potevo, non ci sono scuse. Credo di aver fatto le scelte giuste anche se ho perso. Analizzerò con Riccardo Piatti se avrei dovuto giocare nel game finale lungolinea invece che incrociato, ma “Shapo” ha meritato di vincere perché i punti importanti li ha giocati meglio lui. Se perderò una terza volta al quinto set, magari mi preoccuperò, ma prima o poi vincerò”.

Jannik lo dice stropicciandosi gli occhi, come se non riuscisse neppure a tenerli aperti. Era visibilmente stanco, provato, ma ha rifiutato orgogliosamente di aggrapparsi al minimo alibi. Che tempra.

 

Eppure le attenuanti non mancherebbero. L’inevitabile stress per un torneo appena vinto meno di 24 ore prima, il secondo in carriera e di fila, tutta una serie di battaglie – anche due in un giorno – la “vendetta” consumata con un bel 7-6 al set decisivo in 3h e 10 m di rincorse con Khachanov dopo avergli annullato un match point.

Jannik ha perso la più bella partita del primo giorno d’Australian Open, dando ragione alle attese degli organizzatori che l’avevano programmata match clou nella sessione serale sulla Margaret Court Arena. La sfortuna ha voluto che Jannik si trovasse fra i 64 giocatori della metà alta del tabellone, quelli destinati a giocare il primo giorno.

Pazienza, dice lui. E noi con lui. Io stesso mi ero chiesto se non sarebbe stato più giusto che gli organizzatori consentissero ai finalisti di un altro loro torneo conclusosi domenica un giorno extra di riposo. Mi sono risposto che non sarebbe stato giusto. In fondo la finale del Melbourne 1 (Great Ocean Road) era previsto sulla corta distanza dei due set su tre (tant’è che Sinner ha vinto la finale in due). Perché quindi programmare due partite di fila di Slam, quindi tre set su cinque? Non sarebbe stato neppure conveniente per lo stesso Sinner. Figurarsi per Shapovalov. Non è colpa di Shapovalov se Sinner ha deciso di giocare un torneo che finiva di domenica, pur considerando le complicazioni che sono derivate dal giovedì in cui non si è potuto giocare.

Il neo 32 del mondo ha dimostrato che con il ventunenne mancino canadese non c’è proprio il gap di 20 posti del ranking ATP. Lo ha detto lui stesso in conferenza, a margine dei dei dovuti complimenti all’avversario: “Non c’è tutta questa differenza tra me e lui. Semplicemente, oggi ha giocato meglio di me i punti importanti“. Considerazione lucida e onesta che, mi pare, conti più di qualsiasi altra. Jannik ha 2 anni di meno, ve lo ricordo.

Nella prima ora di gioco, anzi, è stato decisamente superiore. Poi, calato d’intensità, ha perso secondo e terzo set per ritrovarsi sotto d’un break nel quarto. Ma con smisurato orgoglio ha rimontato e vinto il set. Purtroppo all’inizio del quinto ha subito lui il break che non è più riuscito a recuperare pur avendo sfiorato il cinque pari.

Non ha mai mollato insomma. Anzi ha lottato fino all’ultimissima palla, spendendo tutto quello che aveva. Ha perso, non ha accampato scuse, è una sconfitta che va vista in positivo. Forse è perfino più importante di una vittoria, e anche questa considerazione l’aveva fatta lui stesso in conferenza dopo aver battuto Travaglia. Non c’è nessuno motivo per perdere la nostra fiducia nelle sue qualità. Anzi, ce ne sono parecchi per credere ancora di più in lui.

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Editoriali del Direttore

Australian Open, 6 vittorie azzurre e 8 KO al primo turno: poteva andare meglio, no?

Con le delusioni Cecchinato e Seppi e l’amaro in bocca per Sinner, la risposta è sì. Bravissima Errani, e adesso può sorprendere Venus. Bello il derby Fognini-Caruso

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All’interrogativo posto dal titolo, a seguito di sei vittorie al primo turno e otto sconfitte, mi viene fatto di rispondere che sì, certo che poteva andare meglio.

Chiaro che è facile dirlo, scriverlo stando davanti a un computer, però le vittorie che io pensavo potessero arrivare con percentuali vicine al 50% e non sono venute – premesso che mi sarei accontentato della metà – erano quelle di Mager, Travaglia, Cecchinato, Cocciaretto e…(why not?) Sinner. Cinque speranze svanite.

Di vittorie inattese, comunque arrivate fuor di mio pronostico una sola: quella di Sara Errani sulla Wang. E brava Sara. Dovrei darle a questo punto fiducia anche con Venus Williams, 40 anni, all’ottantottesimo Slam? 73 anni in due, match più “anziani” anagraficamente è difficile ipotizzarli. Se Venus non riuscisse a fare 50 risposte vincenti sulle seconde dal basso di Sara, boh, magari ci scappa un’altra vittoria a sorpresa. Sara vanta un quarto di finale a Melbourne 2012, nove anni fa, ai suoi bei tempi (2012) e Venus ben altri record, compresa due finali (2003 e 2017), ma 40 anni pesano più di 33. Se – vista dalla prospettiva di Sara –  gli scambi si prolungassero e diventasse una gara di corsa, ci potrebbe essere lotta e sorpresa.

 

Tornando al bilancio di primo turno – con 14 azzurri al via: il record di 15 era stato nel ’92 – il primo duro colpo era arrivato dalla prima giornata dell’Australian Open, perché i maschi (che quest’anno eguagliavano il record di partecipazione del ’92 e di un anno fa con 9 presenze) sono schizzati fuori in tre su tre, Mager con Karatsev, seguito da Travaglia con Tiafoe e da Sinner con Shapovalov.

Nella seconda giornata gli altri sei uomini hanno chiuso sul 4-2, con le convincenti vittorie di Berrettini (Anderson), Fognini (Herbert), Sonego (Querrey) e Caruso (Laaksonen), tutte in tre set.  12 set a zero. Onestamente non pensavo che Seppi, ormai purtroppo un po’ in disarmo (anche se continua a battersi) potesse battere Cuevas, ma mi illudevo sul conto di Cecchinato, soprattutto dopo il primo set vinto su McDonald. Invece il Ceck ha perso le uniche due partite giocate qui in Australia (tra Slam e torneo di preparazione): la trasferta nella terra dei canguri è stata un vero disastro. Tant’è che ha dichiarato di essersene pentito. Se non si convince che sul cemento occorre giocare in modo diverso rispetto alla terra, temo che avrà poche soddisfazioni anche in avvenire.

BILANCI, TRA 2020 E 2021

Il bilancio uomini dunque è quattro vittorie, ben vissute, e cinque sconfitte, con quella di Sinner che brucia più delle altre solo perché è arrivato a un soffio dal 5 pari al quinto, quando avrebbe ancora potuto succedere di tutto dopo 4 ore di gioco e tanta stanchezza. Anche il bilancio delle cinque donne è negativo, due sole vittorie (Giorgi su Shvedova e Errani su Wang) e tre sconfitte (Trevisan con Alexandrova, Paolini con Karolina Pliskova, Cocciaretto con Barthel), ma direi che era nelle previsioni, salvo invertire la vittoria della Errani con la sconfitta della Cocciaretto.

Un anno fa il bilancio dei nove uomini si concluse allo stesso modo: quattro vittorie (Berrettini su Harris, Sinner su Purcell, Seppi su Kecmanovic, Fognini su Opelka), cinque sconfitte (Caruso con Tsitsipas, Travaglia con Garin, Sonego con Kyrgios, Cecchinato con Zverev, Giustino con Raonic). Delle quattro donne nel 2020 passò il primo turno solo Giorgi (su Lottner). Persero Trevisan con Kenin, Cocciaretto con Kerber, Paolini con Bunkova.

Insomma, se non è zuppa è pan bagnato.

Un Sinner vittorioso avrebbe fatto la differenza, perché il secondo turno  che adesso è di Shapovalov (Tomic) lo avrebbe visto favorito e al terzo turno con Auger-Aliassime e poi al quarto con Schwartzman poteva esserci partita.

Ma rispetto a un anno fa, quando dei quattro superstiti tre persero (Sinner da Fucsovics, Berrettini da Sandgren, Seppi da Wawrinka) con Fognini che giunse agli ottavi (sconfitto da Sandgren) dopo aver battuto Thompson e Pella, forse stiamo un tantino meglio.

Intanto perché un azzurro al terzo turno c’è di sicuro e cioè il vincente del derby Fognini-Caruso, il cui esito mi incuriosisce non poco. E direi che si può pronosticare quasi sicuro anche Berrettini contro il ceco Machac n.199 ATP. Il quasi quarantenne Lopez, uno degli ultimi panda del serve&volley, ha sempre un tennis fastidioso per uno come Sonego che preferirebbe trovare avversari che gli danno ritmo, però 3 set su 5 dovrebbe far prevalere la sua maggiore freschezza. Insomma tre italiani al terzo turno come nel 2019 (Fognini, Seppi e Fabbiano) è un obiettivo eguagliabile.

Alle donne, il cui record di partecipazione è di nove e risale al 2004 (Garbin, Pennetta, Adriana Serra Zanetti e Grande eliminate al primo turno, Antonella Serra Zanetti, Schiavone e Camerin al secondo, Santangelo e Farina agli ottavi), credo non si possa chiedere che di… sopravvivere alla notte in cui, come detto, Errani affronta Venus Williams e, come non detto, Camila Giorgi sogna di ripetere contro Iga Swiatek il risultato conseguito quando Iga (sempre al secondo turno di Melbourne, due anni fa) non aveva ancora vinto il Roland Garros e… non era la Swiatek.

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Sinner, Travaglia, ATP Cup: una domenica azzurra davvero speciale

Ma neppure bestiale. A Melbourne almeno un titolo non ci sfuggirà, con la settima finale tutta italiana. E battere la Russia di Medvedev e Rublev con Fognini e Berrettini è difficile, ma non impossibile

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ATP Cup 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Non era mai successo che sei tennisti italiani si trovassero tutti impegnati, nella stessa domenica, in finale a tornei/eventi ATP, cioè quelli del maggior circuito. Finale tutta italiana fra Jannik Sinner e Stefano Travaglia nel Melbourne 1 (Great Ocean Road), finale di ATP Cup per l’Italia con Matteo Berrettini, Fabio Fognini, Simone Bolelli e Andrea Vavassori che si troveranno alle prese – contro pronostico – con la Russia di Medvedev e Rublev.

Si tratta quindi di una circostanza che deve essere considerata assolutamente eccezionale. Intanto perché su 167 finali d’epoca professionista con un tennista italiano in gara dalla primissima dell’8 agosto del ’71 – quando Adriano Panatta batté Martin Mulligan a Senigallia – soltanto sei erano state fino a oggi le finali tutte italiane. E l’ultima, per l’appunto al mio circolo delle Cascine e che ricordo benissimo, risale a 33 anni fa! La vinse al CT Firenze, il 22 maggio 1988, Massimiliano Narducci su Claudio Panatta (3-6 6-1 6-4). Trentatre anni sono davvero tanti. Al “mio” torneo fiorentino i quarti furono giocati da Duncan-Mancini (6-2 5-7 7-5), Claudio Panatta-Rebolledo (6-1 7-6), Arraya-Frana (6-4 1-6 7-6) e Narducci-Yzaga (6-2 3-6 6-3), le semifinali Furono Panatta-Duncan (7-6 6-2) e Narducci Arraya (6-4 6-1).

Non ho avuto tempo di andare a ricercare chi fossero le prime teste di serie di quel torneo alle Cascine di 33 anni fa, ma in quello che si conclude oggi del Great Ocean Road Open – a proposito, che meraviglia la Great Ocean Road per raggiungere i “12 Apostoli”, 12 scoglioni pazzeschi al cui confronto i nostri due gloriosi Faraglioni di Capri escono ridimensionati – c’erano due top 20, Goffin n.14 e Khachanov n.20, poi Hurkacz n.29. Direi che questo torneo in cui Stefano Travaglia centra la prima finale in carriera – complimenti insieme al best ranking n.60! – e Sinner la seconda dopo quella vinta a Sofia contro Pospisil (6-4 3-6 7-6), fosse di livello superiore.

 

Jannik resterebbe n.36 se la perdesse, dovrebbe salire di 4 o 5 posti vincendo il torneo scavalcando così Lorenzo Sonego che dovrebbe scendere a 34. Insomma, se questo torneo si fosse potuto giocare una settimana prima, Sinner sarebbe stato testa di serie e avrebbe evitato di dover affrontare Shapovalov al primo turno. Non è per nulla scontato che Jannik debba perdere con il giovane canadese, però temo che possa arrivare ad affrontarlo un po’ stanco per le maratone di questi giorni, due partite venerdì, oltre tre di maratona con Khachanov questo sabato, la finale domenica e magari un tantino scarico prima di ritrovarsi subito già lunedì in campo contro Shapovalov in un duello sulla distanza dei tre set su cinque, dopo che gli organizzatori dell’Australian Open hanno deciso di far giocare i match della metà alta del tabellone maschile nel primissimo giorno, insieme a quelli femminili della metà bassa.

Jannik Sinner – ATP Melbourne 1, Great Ocean Road 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Forse Craig Tiley e il suo team avrebbero potuto (dovuto?) tener conto di chi era in finale questa domenica e dar loro un giorno di riposo in più. Sarebbe stato meglio, anche se poi c’è il rischio di dover giocare due match senza il consueto giorno di riposo. Intanto bravissimi Travaglia e Sinner, con il primo che ha vinto la sua semifinale con Monteiro in due set e con il secondo che ha avuto i nervi saldi e il coraggio per annullare un matchpoint sul 6-5 e ben 12 palle break in una giornata in cui il servizio (cinque break subiti e soltanto il 61% di prime palle) ha funzionato a intermittenza.

Ma bravissimo anche Fognini a vincere contro la sua bestia nera Carreno Busta che lo aveva messo sotto sette volte in sette precedenti duelli. Dopo la prima deludente prestazione di Fabio contro l’austriaco Novak c’era da preoccuparsi. Contro Paire si era tornati a sorridere ma con ancora qualche dubbio perché Paire per tutta la parte iniziale del match era sembrato più fuori di testa del solito. Ma adesso il tabù sfatato con Carreno Busta darà sicuramente ben altra fiducia a Fabio e al suo nuovo coach Alberto Mancini.

Con il suo avversario di stanotte, Rublev, Fabio ha un bel bilancio, cinque vittorie e una sconfitta (a Umago) e poi il suo tabellone all’Australian Open non è semplicissimo, il francese più forte in doppio Herbert e poi il vincente fra Caruso e Laaksonen per arrivare al terzo turno contro “leprotto” de Minaur, ma oggettivamente non è nemmeno così duro come quello toccato a Sinner (Shapovalov) e a Berrettini (Anderson).

E che dire adesso a proposito di Berrettini che dopo Thiem e Monfils ha dominato anche Bautista Agut senza perdere un set in tre partite ad altissimo livello? Beh, i superlativi usati “bravissimo” per gli altri tre tennisti per lui potrebbero risultare quasi “understatement”. Zero set persi contro giocatori di quel livello, sei game persi in totale sia con Thiem sia con Monfils, otto con Bautista Agut. Questo Berrettini ha tutta l’aria di poter essere competitivo anche con Medvedev, anche se è giusto considerarlo sfavorito. Ma per come ha giocato, e per il loro unico e combattuto precedente, Matteo potrebbe pure vincere. E poi c’è comunque il doppio. Non è che i russi siano due doppisti fenomenali. Fognini in Australia ha vinto uno Slam (con Bolelli), a Berrettini non è poi così facile strappare il servizio quando a rete c’è anche un Fognini che può intercettare le risposte. Insomma ragazzi… fiducia!

Si potrà pensare o dire che magari l’ATP Cup, alla sua seconda edizione è ancora una manifestazione di insufficiente tradizione (valore?) anche se dovevano parteciparvi 14 dei primi 16 tennisti del mondo. Si ha ancora la sensazione che i giocatori possano affrontarla con minor convinzione. Nadal che preferisce non giocarla, Thiem che un anno fa la giocò di peste ma poi invece fece un grandissimo Australian Open. Però è anche certamente vero che nessun top-player ha piacere di perdere e scende in campo fregandosene, soprattutto con rivali dello stesso calibro. Semmai si può avere un po’ meno concentrazione nelle fasi di preparazione al match. Anche il fatto che il capitano sia il coach del giocatore toglie un po’ di “stile” alla situazione, e non solo per il n.2 del team. Il capitano di Coppa Davis ha un altro impatto.

Matteo Berrettini – ATP Cup 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Sarà dunque una domenica davvero speciale… Un po’ un peccato – non siamo mai contenti! – doverla vivere fino in piena notte e all’alba, dormendo poco per chi vorrà seguire la finale d’ATP Cup Italia-Russia da mezzanotte e la finale Sinner-Travaglia dalle 4 del mattino. Un programma che darà più ragione del solito a chi disse “la domenica è quel giorno che la mattina hai sonno, il pomeriggio hai mal di testa e la sera hai la paranoia del lunedì”. Un lunedì del tutto particolare, per l’appunto, perché cominciano due settimane di notti insonni per i veri appassionati e di superlavoro per chiunque collabori seriamente a un sito di tennis.

Una domenica speciale, ma comunque non… bestiale. Almeno un trionfo azzurro in un singolo evento siamo sicuri che potremo celebrarlo. E sarà il titolo numero 69 nella storia del tennis italiano Era Open. Gaudeamus.

TUTTI I 68 TITOLI ATP DEL TENNIS ITALIANO

1971 – A. Panatta (Senigallia)
1973 – A. Panatta (Bournemouth)
1974 – A. Panatta (Firenze)
1975 – A. Panatta (Kitzbuhel, Stoccolma), Bertolucci (Firenze)
1976 – Bertolucci (Barcellona, Firenze), A. Panatta (Roma, Roland Garros), Zugarelli (Bastad), Barazzutti (Nizza)
1977 – Barazzutti (Bastad, Parigi indoor, Charlotte), Bertolucci (Firenze, Amburgo, Berlino), A. Panatta (Houston)
1978 – A. Panatta (Tokyo)
1980 – A. Panatta (Firenze), Barazzutti (Cairo)
1981 – Ocleppo (Linz)
1984 – Cancellotti (Firenze, Palermo)
1985 – C. Panatta (Bari)
1986 – Canè (Bordeaux), Colombo (S. Vincent)
1987 – Pistolesi (Bari)
1988 – Narducci (Firenze)
1989 – Canè (Bastad)
1991 – Camporese (Rotterdam), Canè (Bologna), Pozzi (Brisbane)
1992 – Camporese (Milano), Pescosolido (Scottsdale)
1993 – Pescosolido (Tel Aviv)
1994 – Furlan (San Jose, Casablanca)
1998 – Gaudenzi (Casablanca)
2001 – Gaudenzi (St. Polten, Bastad)
2002 – Sanguinetti (Milano, Delray Beach)
2004 – Volandri (St. Polten)
2006 – Bracciali (Casablanca), Volandri (Palermo)
2011 – Seppi (Eastbourne)
2012 – Seppi (Belgrado, Mosca)
2013 – Fognini (Amburgo, Stoccarda)
2014 – Fognini (Vina del Mar)
2016 – Lorenzi (Kitzbuhel), Fognini (Umago)
2017 – Fognini (Gstaad)
2018 – Fognini (San Paolo, Bastad, Los Cabos), Cecchinato (Budapest, Umago), Berrettini (Gstaad)
2019 – Cecchinato (Buenos Aires), Fognini (Montecarlo), Berrettini (Budapest, Stoccarda), Sonego (Antalya)
2020 – Sinner (Sofia)

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