Ernests Gulbis era proprio l'ora. Basta, che noia questi Fab Four!

Editoriali del Direttore

Ernests Gulbis era proprio l’ora. Basta, che noia questi Fab Four!

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ROLAND GARROS – Grande tennis d’un grande personaggio. Gulbis racconta Djokovic e Djokovic (con Bresnik) racconta Gulbis. Errani sfida Petkovic e…i giornalisti.

 Il commento di Ubaldo al day 10 del Roland Garros

 

 

L’importanza di chiamarsi Ernesto, avrebbe detto Oscar Wilde. Prima o poi doveva succedere che il grande talento di quel matterello di Ernests Gulbis esplodesse in tutto il suo potenziale.

Inciso brevissimo: vicende di questo tipo mi fanno sperare che anche Fabio Fognini (cui non mi permetto certo di dare di matterello altrimenti mi arrivano valanghe di insulti da tutta la riviera di Ponente) un giorno ci riesca.

Nei quarti di finale a 18 anni qui a Port D’Auteuil 2008 tutti pensavamo che avremmo rivisto questo simpaticissimo ed estroverso lettone chissà quante volte.

Invece, mentre i famigerati Fab Four monopolizzavano il mercato degli Slam, impadronendosi regolarmente di tutti i titoli salvo pochissimi dal 2004 in poi (prima Federer e Nadal, poi anche Djokovic e Murray), facendo incetta anche di medaglie olimpiche da Pechino a Londra, il buon Ernests – guai a dimenticare la s finale, tutti i nomi di quel Paese finiscono con la “esse” ha tenuto a precisare lui – preferiva donnine di facili costumi (ricordate l’episodio di Stoccolma?), sbevazzate e gozzovigli.

Ero con Novak Djokovic alla Tennis Academy di Nikki Pilic (a 14-15 anni), non ci incrociammo in totale più di un mese, ma lui era già superprofessionale… – risponde ad una mia piccola investigazione – Con noi c’era un croato che già a quell’età pensava soprattutto alle ragazze. Si vestiva smart, figo, profumato, occhiali da sole, per corteggiarle. Vedo Novak e lui che fa? Stretching! Ricordo che Novak mi disse ‘Sì puoi avere tutte le ragazze del mondo, ma per avere successo nel tennis devi fare così. Me lo ricordo bene ancora. Ed era un ragazzo di 15 anni!

Stessa domanda farò poi a Djokovic: cosa ti ricordi di Gulbis? “Dovrei dire che cosa mi ricordo di lui? (e giù una risata). So che cosa vorresti sentire…So che è uno che ama scherzare sempre. Abbiamo sempre avuto un buonissimo rapporto. Non dividevamo la stanza, ma le stanze erano vicine. Ci allenavamo e giocavamo anche a carte, guardavamo la tv, ci conosciamo davvero bene. Era uno sempre superentusiasta della vita e potevi vedere che voleva godersela a…braccia aperte (e ride), se posso esprimermi in un modo politically correct“.

Aveva grande talento – ha proseguito Novak – veniva ad allenarsi e giocava quei colpi ampi senza sforzo e sembrava senza preoccuparsi troppo. Rispettava il coach e i giocatori che…gli piacevano”-

Gli altri li distruggeva in allenamento e anche nei tornei. Aveva sempre grande fiducia in se stesso e anche se aveva solo 14 o 15 anni era facile pensare che sarebbe diventato forte. Aveva il suo gioco e non aveva paura. Era un perfezionista: quando usciva dal campo non era mai contento, voleva sempre migliorare. C’erano volte in cui aveva volgia di lavorare, altre in cui non l’aveva e quindi Niki (Pilic) doveva farlo lavorare“.

Poi Novak avrebbe chiarito quel che tutti dovrebbero sapere, e cioè che il talento non basta se non hai disciplina, professionalità, determinazione, ed equilibrio nel dosare la vita professionale e quella privata. “Forse tutte queste cose in lui non si sono combinate bene in questi anni, dal 2008 in poi, ma ora invece ha trovato la continuità e forse anche la voglia di dedicarsi sul serio a questo sport“.

Dopo di che Djokovic ha reso omaggio a Günther Bresnik, l’allenatore austriaco che in passato si è occupato di giocatori difficilissimi da gestire, Leconte e Skoff, per non parlare di Becker.

Bresnik, 53 anni, aveva detto l’altro giorno di aver imparato moltissimo dalla sua esperienza con Becker “perchè Ernests un po’ rassomiglia a Boris. Hanno la stessa esagerata sensibilità e Ernests ha un grosso problema con l’autorità… È duro da allenare perchè non accetta nulla passivamente, come un idiota, se non è convinto fino in fondo di quello che gli si dice di fare. Ma nella mia famiglia siamo tutti medici, avevo cominciato i miei studi proprio su qusti aspetti, sulla gente che ha dei problemi. E poi potrei essere suo padre. I giocatori che vengono dall’ex Unione Sovietica hanno un approccio diverso con gli anziani. Se vede un vecchio signore in piedi sull’autobus Ernests si alza e gli lascia il posto a sedere“.

In un anno e mezzo di lavoro con Bresnik, ho saltato una sola seduta di allenamento, perchè avevo fatto le 4 e mezzo di notte…” ha confessato Ernests dopo aver battuto in 3 set Berdych che sembrava favorito per raggiungere la sua quinta semifinale in uno Slam, la seconda al Roland Garros dopo quella del 2010.

Ma come avrà fatto Bresnik a cambiare così radicalmente Gulbis e a dargli i giusti stimoli?

Gli ho detto subito che per me il talento era bullshit (popò di toro – in italiano viene tradotta diversamente – è la traduzione letterale per chi non conoscesse l’espressione) e le mie regole non sono bullshit. Quando Ernests mi si è presentato alla mia accademia di Vienna nel 2012 gli ho detto: “Io me ne frego di quel che te fai alla sera. Tu puoi bere e uscire tutta la notte…quello che io voglio è che tu sia pronto alle 10 del mattino in punto fino a mezzogiorno e poi di nuovo alle 14 fino alle 17“.

Dopo qualche mese di serate ancora un po’ dissolute, Ernest si è deciso lui per prima rinunciare a troppi gozzovigli.

Gli è rimasto ovviamente il sense of humour, quello che gli ha fatto dire ancora sul campo appena battuto Berdych “Ah non gioco fino a venerdì, beh allora stasera posso andare a festeggiare“.

Beh, il suo tennis lo avete visto, il suo servizio è un gradino sotto quello dei tre giant-killers Isner, Karlovic e Raonic, ma se la media è sempre stata (conto Berdych) di 206 km orari, con punte su 224, beh capite che rispondergli non sarà facile neppure per Djokovic che pure stasera si è fatto un gran bell’allenamento di risposte ai cannonballs di Raonic. Quando ha messo la “prima” ha fatto l’80 per cento dei punti, 38 punti su 47, contro un giocatore come Berdych cui certo non manca il counter-punch nè la forza per ribattere.

Ha perso solo un game di servizio quando si è distratto un attimo, ma per il resto è stato quello che non è stato per 7 anni: molto continuo.

E come dice Ernests di se stesso. “Credo di avere uno dei migliori rovesci del circuito“.

Bresnik dice: “Ernests fisicamente è un mostro. Il più forte che io abbia mai avuto. È soprattutto molto rapido e coordinato. Se parlate con i genitori capite perchè: da piccolo era sempre fuori a fare qualche sport, mai con uno stupido computer. Calcio, basket, tennis…faceva tutto bene“.

Ero portato a tutti gli sport con la palla – dice Ernests – credo che sarei potuto riuscire bene un po’ in tutti“.

Beh, la mamma di Ernests, attrice di teatro, a febbraio gli aveva detto che forse avrebbe fatto meglio a lasciare il tennis….”ma ora mi dice che se vinco il torneo non dovrei smettere!” ( e ride di gusto).

Non so se lo vincerà, ma a meno che Monfils non vinca il torneo – cosa abbastanza improbabile che se succede…prenderebbe uno stranguglione a tutta la famiglia Fognini! – Gulbis lunedì prossimo sarà un top-ten. Con 7 anni di ritardo, ma meglio tardi che mai, no?

Il titolo ovviamente è provocatorio. I critici più talebani dei miei titoli mi perdonino per una volta. Non mi sono mai annoiato con i Fab Four. Sono sempre stato, anzi, grato a loro quattro per i grandi momenti che ci hanno fatto vivere, chi più chi meno. Potrebbero anche essere irripetibili. Semmai, però, mi sono annoiato nel dire e ridire megli ultimi tempi che (salvo la brevissima e sfortunata parentesi Del Potro) non si affacciava mai un personaggio nuovo, un bel tennista (e Gulbis lo è) che giocasse un tennis divertente e vincente e che fosse un tipo interessante anche fuori dal campo.

Ernests Gulbis è tutto questo, evviva. Dei Fab Four manca solo il più titolato ma anche il più anziano. Non è per nulla detto che la situazione si ripeta. Ma che manchi stavolta Federer, magari la prossima volta Nadal, Djokovic o Murray, in mezzo a tanta pioggia ed umidità qui a Parigi si è goduto finalmente anche di una ventata d’aria fresca. Il vento della …Lettonia.

Saltando di palo in frasca, archiviata la vittoria in 3 set di DjokerNole su un Raonic che sono sicuro continuerà a progredire ancora, le rimonta di Maria Sharapova sulla Muguruza (dopo aver perso il primo set come le era successo con la Stosur) e della sorprendente Bouchard sulla Suarez Navarro che conduceva 4-1 nel terzo dopo aver perso il primo set da 5-2 e setpoint) registro la secca vittoria in doppio, 6-0,6-1, di Errani e Vinci sulle “aussies” Barty-Dellacqua.

Non avendo il dono dell’ubiquità non ho visto un punto del loro match, mi permetto di immaginare che non sia stato un grande spettacolo – Gulbis-Berdych lo è stato – e non sono andato neppure alla loro conferenza stampa.

Pensavo che non essendosi stancate troppo stavolta Sara avrebbe accettato di parlare anche del suo quarto di finale in singolare con la Petkovic perchè, si sa, i quotidiani hanno bisogno di notizie e parole di giornata, di roba fresca insomma. Oggi una notizia, o peggio un “parlato” diventa roba vecchia, decrepita, in un’ora.

I colleghi più coscienziosi di me che sono andati a sentire Errani e Vinci – cinque o sei – mi hanno raccontato una scena degna di una piece di Ionesco.

Adam dell’Itf ha infatto aperto la porta della saletta n.2 e la loro conferenza stampa richiesta espressamente da Vincenzo Martucci della Gazzetta dello Sport (di solito le conferenze stampa degli italiani/e le chiede il capufficio stampa Mancuso, ma non stavolta) avvertendo subito i presenti: “Only questions about doubles please“. Traduco: “Domande soltanto sul doppio, per favore”. Dopo di che:

Questions in English?” chiede speranzoso, o di prammatica, il buon Adam pur avendo visto che i presenti sono tutti italiani. Silenzio, ovviamente.

Questions in Italian?” dice allora Adam. Silenzio. Nessuno fa una domanda. Imbarazzo. Fedeli ed affidabili cronisti riferiscono che Sara e Roberta siano rimaste un attimo interdette. I giornalisti italiani si alzano e se ne vanno, abbandonando la sala stampa n.2. Fine della conferenza annunciata e mai “celebrata”.

Di commenti su questa vicenda io, nei giorni scorsi, ne ho fatti fin troppi. Fossi latino direi “Errare humanum est, perseverare diabolicum”, ma sono italiano, non gioco con le parole “erranare”, e la pianto lì, pronto come sempre a fare il massimo tifo per Sara che secondo me è favorita contro la Petkovic e la vedo tale anche in semifinale. Ma se qualcuno mi dicesse che non avrei dovuto nemmeno scriverne lo stoppo e gli dico subito: “Eh no, amico mio, io sono qui per raccontare quel che succede e non – come direbbe Bersani – a pettinare le bambole.” O, se preferite, ” a smacchiare i leopardi”.

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Australian Open: Jannik Sinner ha più pazienza (e classe) dei suoi fan

Si pretende troppo da lui. Sbaglia chi si dichiara deluso per la sconfitta del tennista altoatesino con Shapovalov. E non era giusto dargli un giorno di riposo in più

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Per dare l’idea delle pesanti, esagerate aspettative che già perfino ieri sono cadute sui riccioli rossi di Jannik Sinner, siamo già al punto che una sconfitta arrivata per 6-4 al quinto set (3-6 6-3 6-2 4-6 6-4) dopo una maratona di quasi quattro ore e una palla mancata per il 5-5 contro il n.12 del mondo Denis Shapovalov, sembra essere percepita da molti impazienti appassionati come una piccola grande delusione.

Niente di più ingiusto. Il ragazzo altoatesino mostra una maggiore maturità rispetto ai suoi fan anche nella sconfitta che resta comunque dolorosa, la seconda al quinto set in uno Slam dopo il 76 s-ubito nel set decisivo con Khachanov a New York, e mi ha detto con grande lucidità e fairplay: “Ho dato quel che potevo, non ci sono scuse. Credo di aver fatto le scelte giuste anche se ho perso. Analizzerò con Riccardo Piatti se avrei dovuto giocare nel game finale lungolinea invece che incrociato, ma “Shapo” ha meritato di vincere perché i punti importanti li ha giocati meglio lui. Se perderò una terza volta al quinto set, magari mi preoccuperò, ma prima o poi vincerò”.

Jannik lo dice stropicciandosi gli occhi, come se non riuscisse neppure a tenerli aperti. Era visibilmente stanco, provato, ma ha rifiutato orgogliosamente di aggrapparsi al minimo alibi. Che tempra.

 

Eppure le attenuanti non mancherebbero. L’inevitabile stress per un torneo appena vinto meno di 24 ore prima, il secondo in carriera e di fila, tutta una serie di battaglie – anche due in un giorno – la “vendetta” consumata con un bel 7-6 al set decisivo in 3h e 10 m di rincorse con Khachanov dopo avergli annullato un match point.

Jannik ha perso la più bella partita del primo giorno d’Australian Open, dando ragione alle attese degli organizzatori che l’avevano programmata match clou nella sessione serale sulla Margaret Court Arena. La sfortuna ha voluto che Jannik si trovasse fra i 64 giocatori della metà alta del tabellone, quelli destinati a giocare il primo giorno.

Pazienza, dice lui. E noi con lui. Io stesso mi ero chiesto se non sarebbe stato più giusto che gli organizzatori consentissero ai finalisti di un altro loro torneo conclusosi domenica un giorno extra di riposo. Mi sono risposto che non sarebbe stato giusto. In fondo la finale del Melbourne 1 (Great Ocean Road) era previsto sulla corta distanza dei due set su tre (tant’è che Sinner ha vinto la finale in due). Perché quindi programmare due partite di fila di Slam, quindi tre set su cinque? Non sarebbe stato neppure conveniente per lo stesso Sinner. Figurarsi per Shapovalov. Non è colpa di Shapovalov se Sinner ha deciso di giocare un torneo che finiva di domenica, pur considerando le complicazioni che sono derivate dal giovedì in cui non si è potuto giocare.

Il neo 32 del mondo ha dimostrato che con il ventunenne mancino canadese non c’è proprio il gap di 20 posti del ranking ATP. Lo ha detto lui stesso in conferenza, a margine dei dei dovuti complimenti all’avversario: “Non c’è tutta questa differenza tra me e lui. Semplicemente, oggi ha giocato meglio di me i punti importanti“. Considerazione lucida e onesta che, mi pare, conti più di qualsiasi altra. Jannik ha 2 anni di meno, ve lo ricordo.

Nella prima ora di gioco, anzi, è stato decisamente superiore. Poi, calato d’intensità, ha perso secondo e terzo set per ritrovarsi sotto d’un break nel quarto. Ma con smisurato orgoglio ha rimontato e vinto il set. Purtroppo all’inizio del quinto ha subito lui il break che non è più riuscito a recuperare pur avendo sfiorato il cinque pari.

Non ha mai mollato insomma. Anzi ha lottato fino all’ultimissima palla, spendendo tutto quello che aveva. Ha perso, non ha accampato scuse, è una sconfitta che va vista in positivo. Forse è perfino più importante di una vittoria, e anche questa considerazione l’aveva fatta lui stesso in conferenza dopo aver battuto Travaglia. Non c’è nessuno motivo per perdere la nostra fiducia nelle sue qualità. Anzi, ce ne sono parecchi per credere ancora di più in lui.

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Australian Open, 6 vittorie azzurre e 8 KO al primo turno: poteva andare meglio, no?

Con le delusioni Cecchinato e Seppi e l’amaro in bocca per Sinner, la risposta è sì. Bravissima Errani, e adesso può sorprendere Venus. Bello il derby Fognini-Caruso

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All’interrogativo posto dal titolo, a seguito di sei vittorie al primo turno e otto sconfitte, mi viene fatto di rispondere che sì, certo che poteva andare meglio.

Chiaro che è facile dirlo, scriverlo stando davanti a un computer, però le vittorie che io pensavo potessero arrivare con percentuali vicine al 50% e non sono venute – premesso che mi sarei accontentato della metà – erano quelle di Mager, Travaglia, Cecchinato, Cocciaretto e…(why not?) Sinner. Cinque speranze svanite.

Di vittorie inattese, comunque arrivate fuor di mio pronostico una sola: quella di Sara Errani sulla Wang. E brava Sara. Dovrei darle a questo punto fiducia anche con Venus Williams, 40 anni, all’ottantottesimo Slam? 73 anni in due, match più “anziani” anagraficamente è difficile ipotizzarli. Se Venus non riuscisse a fare 50 risposte vincenti sulle seconde dal basso di Sara, boh, magari ci scappa un’altra vittoria a sorpresa. Sara vanta un quarto di finale a Melbourne 2012, nove anni fa, ai suoi bei tempi (2012) e Venus ben altri record, compresa due finali (2003 e 2017), ma 40 anni pesano più di 33. Se – vista dalla prospettiva di Sara –  gli scambi si prolungassero e diventasse una gara di corsa, ci potrebbe essere lotta e sorpresa.

 

Tornando al bilancio di primo turno – con 14 azzurri al via: il record di 15 era stato nel ’92 – il primo duro colpo era arrivato dalla prima giornata dell’Australian Open, perché i maschi (che quest’anno eguagliavano il record di partecipazione del ’92 e di un anno fa con 9 presenze) sono schizzati fuori in tre su tre, Mager con Karatsev, seguito da Travaglia con Tiafoe e da Sinner con Shapovalov.

Nella seconda giornata gli altri sei uomini hanno chiuso sul 4-2, con le convincenti vittorie di Berrettini (Anderson), Fognini (Herbert), Sonego (Querrey) e Caruso (Laaksonen), tutte in tre set.  12 set a zero. Onestamente non pensavo che Seppi, ormai purtroppo un po’ in disarmo (anche se continua a battersi) potesse battere Cuevas, ma mi illudevo sul conto di Cecchinato, soprattutto dopo il primo set vinto su McDonald. Invece il Ceck ha perso le uniche due partite giocate qui in Australia (tra Slam e torneo di preparazione): la trasferta nella terra dei canguri è stata un vero disastro. Tant’è che ha dichiarato di essersene pentito. Se non si convince che sul cemento occorre giocare in modo diverso rispetto alla terra, temo che avrà poche soddisfazioni anche in avvenire.

BILANCI, TRA 2020 E 2021

Il bilancio uomini dunque è quattro vittorie, ben vissute, e cinque sconfitte, con quella di Sinner che brucia più delle altre solo perché è arrivato a un soffio dal 5 pari al quinto, quando avrebbe ancora potuto succedere di tutto dopo 4 ore di gioco e tanta stanchezza. Anche il bilancio delle cinque donne è negativo, due sole vittorie (Giorgi su Shvedova e Errani su Wang) e tre sconfitte (Trevisan con Alexandrova, Paolini con Karolina Pliskova, Cocciaretto con Barthel), ma direi che era nelle previsioni, salvo invertire la vittoria della Errani con la sconfitta della Cocciaretto.

Un anno fa il bilancio dei nove uomini si concluse allo stesso modo: quattro vittorie (Berrettini su Harris, Sinner su Purcell, Seppi su Kecmanovic, Fognini su Opelka), cinque sconfitte (Caruso con Tsitsipas, Travaglia con Garin, Sonego con Kyrgios, Cecchinato con Zverev, Giustino con Raonic). Delle quattro donne nel 2020 passò il primo turno solo Giorgi (su Lottner). Persero Trevisan con Kenin, Cocciaretto con Kerber, Paolini con Bunkova.

Insomma, se non è zuppa è pan bagnato.

Un Sinner vittorioso avrebbe fatto la differenza, perché il secondo turno  che adesso è di Shapovalov (Tomic) lo avrebbe visto favorito e al terzo turno con Auger-Aliassime e poi al quarto con Schwartzman poteva esserci partita.

Ma rispetto a un anno fa, quando dei quattro superstiti tre persero (Sinner da Fucsovics, Berrettini da Sandgren, Seppi da Wawrinka) con Fognini che giunse agli ottavi (sconfitto da Sandgren) dopo aver battuto Thompson e Pella, forse stiamo un tantino meglio.

Intanto perché un azzurro al terzo turno c’è di sicuro e cioè il vincente del derby Fognini-Caruso, il cui esito mi incuriosisce non poco. E direi che si può pronosticare quasi sicuro anche Berrettini contro il ceco Machac n.199 ATP. Il quasi quarantenne Lopez, uno degli ultimi panda del serve&volley, ha sempre un tennis fastidioso per uno come Sonego che preferirebbe trovare avversari che gli danno ritmo, però 3 set su 5 dovrebbe far prevalere la sua maggiore freschezza. Insomma tre italiani al terzo turno come nel 2019 (Fognini, Seppi e Fabbiano) è un obiettivo eguagliabile.

Alle donne, il cui record di partecipazione è di nove e risale al 2004 (Garbin, Pennetta, Adriana Serra Zanetti e Grande eliminate al primo turno, Antonella Serra Zanetti, Schiavone e Camerin al secondo, Santangelo e Farina agli ottavi), credo non si possa chiedere che di… sopravvivere alla notte in cui, come detto, Errani affronta Venus Williams e, come non detto, Camila Giorgi sogna di ripetere contro Iga Swiatek il risultato conseguito quando Iga (sempre al secondo turno di Melbourne, due anni fa) non aveva ancora vinto il Roland Garros e… non era la Swiatek.

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Sinner, Travaglia, ATP Cup: una domenica azzurra davvero speciale

Ma neppure bestiale. A Melbourne almeno un titolo non ci sfuggirà, con la settima finale tutta italiana. E battere la Russia di Medvedev e Rublev con Fognini e Berrettini è difficile, ma non impossibile

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ATP Cup 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Non era mai successo che sei tennisti italiani si trovassero tutti impegnati, nella stessa domenica, in finale a tornei/eventi ATP, cioè quelli del maggior circuito. Finale tutta italiana fra Jannik Sinner e Stefano Travaglia nel Melbourne 1 (Great Ocean Road), finale di ATP Cup per l’Italia con Matteo Berrettini, Fabio Fognini, Simone Bolelli e Andrea Vavassori che si troveranno alle prese – contro pronostico – con la Russia di Medvedev e Rublev.

Si tratta quindi di una circostanza che deve essere considerata assolutamente eccezionale. Intanto perché su 167 finali d’epoca professionista con un tennista italiano in gara dalla primissima dell’8 agosto del ’71 – quando Adriano Panatta batté Martin Mulligan a Senigallia – soltanto sei erano state fino a oggi le finali tutte italiane. E l’ultima, per l’appunto al mio circolo delle Cascine e che ricordo benissimo, risale a 33 anni fa! La vinse al CT Firenze, il 22 maggio 1988, Massimiliano Narducci su Claudio Panatta (3-6 6-1 6-4). Trentatre anni sono davvero tanti. Al “mio” torneo fiorentino i quarti furono giocati da Duncan-Mancini (6-2 5-7 7-5), Claudio Panatta-Rebolledo (6-1 7-6), Arraya-Frana (6-4 1-6 7-6) e Narducci-Yzaga (6-2 3-6 6-3), le semifinali Furono Panatta-Duncan (7-6 6-2) e Narducci Arraya (6-4 6-1).

Non ho avuto tempo di andare a ricercare chi fossero le prime teste di serie di quel torneo alle Cascine di 33 anni fa, ma in quello che si conclude oggi del Great Ocean Road Open – a proposito, che meraviglia la Great Ocean Road per raggiungere i “12 Apostoli”, 12 scoglioni pazzeschi al cui confronto i nostri due gloriosi Faraglioni di Capri escono ridimensionati – c’erano due top 20, Goffin n.14 e Khachanov n.20, poi Hurkacz n.29. Direi che questo torneo in cui Stefano Travaglia centra la prima finale in carriera – complimenti insieme al best ranking n.60! – e Sinner la seconda dopo quella vinta a Sofia contro Pospisil (6-4 3-6 7-6), fosse di livello superiore.

 

Jannik resterebbe n.36 se la perdesse, dovrebbe salire di 4 o 5 posti vincendo il torneo scavalcando così Lorenzo Sonego che dovrebbe scendere a 34. Insomma, se questo torneo si fosse potuto giocare una settimana prima, Sinner sarebbe stato testa di serie e avrebbe evitato di dover affrontare Shapovalov al primo turno. Non è per nulla scontato che Jannik debba perdere con il giovane canadese, però temo che possa arrivare ad affrontarlo un po’ stanco per le maratone di questi giorni, due partite venerdì, oltre tre di maratona con Khachanov questo sabato, la finale domenica e magari un tantino scarico prima di ritrovarsi subito già lunedì in campo contro Shapovalov in un duello sulla distanza dei tre set su cinque, dopo che gli organizzatori dell’Australian Open hanno deciso di far giocare i match della metà alta del tabellone maschile nel primissimo giorno, insieme a quelli femminili della metà bassa.

Jannik Sinner – ATP Melbourne 1, Great Ocean Road 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Forse Craig Tiley e il suo team avrebbero potuto (dovuto?) tener conto di chi era in finale questa domenica e dar loro un giorno di riposo in più. Sarebbe stato meglio, anche se poi c’è il rischio di dover giocare due match senza il consueto giorno di riposo. Intanto bravissimi Travaglia e Sinner, con il primo che ha vinto la sua semifinale con Monteiro in due set e con il secondo che ha avuto i nervi saldi e il coraggio per annullare un matchpoint sul 6-5 e ben 12 palle break in una giornata in cui il servizio (cinque break subiti e soltanto il 61% di prime palle) ha funzionato a intermittenza.

Ma bravissimo anche Fognini a vincere contro la sua bestia nera Carreno Busta che lo aveva messo sotto sette volte in sette precedenti duelli. Dopo la prima deludente prestazione di Fabio contro l’austriaco Novak c’era da preoccuparsi. Contro Paire si era tornati a sorridere ma con ancora qualche dubbio perché Paire per tutta la parte iniziale del match era sembrato più fuori di testa del solito. Ma adesso il tabù sfatato con Carreno Busta darà sicuramente ben altra fiducia a Fabio e al suo nuovo coach Alberto Mancini.

Con il suo avversario di stanotte, Rublev, Fabio ha un bel bilancio, cinque vittorie e una sconfitta (a Umago) e poi il suo tabellone all’Australian Open non è semplicissimo, il francese più forte in doppio Herbert e poi il vincente fra Caruso e Laaksonen per arrivare al terzo turno contro “leprotto” de Minaur, ma oggettivamente non è nemmeno così duro come quello toccato a Sinner (Shapovalov) e a Berrettini (Anderson).

E che dire adesso a proposito di Berrettini che dopo Thiem e Monfils ha dominato anche Bautista Agut senza perdere un set in tre partite ad altissimo livello? Beh, i superlativi usati “bravissimo” per gli altri tre tennisti per lui potrebbero risultare quasi “understatement”. Zero set persi contro giocatori di quel livello, sei game persi in totale sia con Thiem sia con Monfils, otto con Bautista Agut. Questo Berrettini ha tutta l’aria di poter essere competitivo anche con Medvedev, anche se è giusto considerarlo sfavorito. Ma per come ha giocato, e per il loro unico e combattuto precedente, Matteo potrebbe pure vincere. E poi c’è comunque il doppio. Non è che i russi siano due doppisti fenomenali. Fognini in Australia ha vinto uno Slam (con Bolelli), a Berrettini non è poi così facile strappare il servizio quando a rete c’è anche un Fognini che può intercettare le risposte. Insomma ragazzi… fiducia!

Si potrà pensare o dire che magari l’ATP Cup, alla sua seconda edizione è ancora una manifestazione di insufficiente tradizione (valore?) anche se dovevano parteciparvi 14 dei primi 16 tennisti del mondo. Si ha ancora la sensazione che i giocatori possano affrontarla con minor convinzione. Nadal che preferisce non giocarla, Thiem che un anno fa la giocò di peste ma poi invece fece un grandissimo Australian Open. Però è anche certamente vero che nessun top-player ha piacere di perdere e scende in campo fregandosene, soprattutto con rivali dello stesso calibro. Semmai si può avere un po’ meno concentrazione nelle fasi di preparazione al match. Anche il fatto che il capitano sia il coach del giocatore toglie un po’ di “stile” alla situazione, e non solo per il n.2 del team. Il capitano di Coppa Davis ha un altro impatto.

Matteo Berrettini – ATP Cup 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Sarà dunque una domenica davvero speciale… Un po’ un peccato – non siamo mai contenti! – doverla vivere fino in piena notte e all’alba, dormendo poco per chi vorrà seguire la finale d’ATP Cup Italia-Russia da mezzanotte e la finale Sinner-Travaglia dalle 4 del mattino. Un programma che darà più ragione del solito a chi disse “la domenica è quel giorno che la mattina hai sonno, il pomeriggio hai mal di testa e la sera hai la paranoia del lunedì”. Un lunedì del tutto particolare, per l’appunto, perché cominciano due settimane di notti insonni per i veri appassionati e di superlavoro per chiunque collabori seriamente a un sito di tennis.

Una domenica speciale, ma comunque non… bestiale. Almeno un trionfo azzurro in un singolo evento siamo sicuri che potremo celebrarlo. E sarà il titolo numero 69 nella storia del tennis italiano Era Open. Gaudeamus.

TUTTI I 68 TITOLI ATP DEL TENNIS ITALIANO

1971 – A. Panatta (Senigallia)
1973 – A. Panatta (Bournemouth)
1974 – A. Panatta (Firenze)
1975 – A. Panatta (Kitzbuhel, Stoccolma), Bertolucci (Firenze)
1976 – Bertolucci (Barcellona, Firenze), A. Panatta (Roma, Roland Garros), Zugarelli (Bastad), Barazzutti (Nizza)
1977 – Barazzutti (Bastad, Parigi indoor, Charlotte), Bertolucci (Firenze, Amburgo, Berlino), A. Panatta (Houston)
1978 – A. Panatta (Tokyo)
1980 – A. Panatta (Firenze), Barazzutti (Cairo)
1981 – Ocleppo (Linz)
1984 – Cancellotti (Firenze, Palermo)
1985 – C. Panatta (Bari)
1986 – Canè (Bordeaux), Colombo (S. Vincent)
1987 – Pistolesi (Bari)
1988 – Narducci (Firenze)
1989 – Canè (Bastad)
1991 – Camporese (Rotterdam), Canè (Bologna), Pozzi (Brisbane)
1992 – Camporese (Milano), Pescosolido (Scottsdale)
1993 – Pescosolido (Tel Aviv)
1994 – Furlan (San Jose, Casablanca)
1998 – Gaudenzi (Casablanca)
2001 – Gaudenzi (St. Polten, Bastad)
2002 – Sanguinetti (Milano, Delray Beach)
2004 – Volandri (St. Polten)
2006 – Bracciali (Casablanca), Volandri (Palermo)
2011 – Seppi (Eastbourne)
2012 – Seppi (Belgrado, Mosca)
2013 – Fognini (Amburgo, Stoccarda)
2014 – Fognini (Vina del Mar)
2016 – Lorenzi (Kitzbuhel), Fognini (Umago)
2017 – Fognini (Gstaad)
2018 – Fognini (San Paolo, Bastad, Los Cabos), Cecchinato (Budapest, Umago), Berrettini (Gstaad)
2019 – Cecchinato (Buenos Aires), Fognini (Montecarlo), Berrettini (Budapest, Stoccarda), Sonego (Antalya)
2020 – Sinner (Sofia)

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