Fair play e qualità l'assalto di Djokovic al regno di Nadal (Clerici, Martucci, Semeraro, Piccardi); Errani-Vinci: «Mai pensato dl smettere con II doppio» (S.S., Azzolini); Intervista a Virginia Ruzici - «Semplicità e qualità: ecco la Halep» (V.M.)

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Fair play e qualità l’assalto di Djokovic al regno di Nadal (Clerici, Martucci, Semeraro, Piccardi); Errani-Vinci: «Mai pensato dl smettere con II doppio» (S.S., Azzolini); Intervista a Virginia Ruzici – «Semplicità e qualità: ecco la Halep» (V.M.)

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A cura di Davide Uccella

Fair play e qualità l’assalto di Djokovic al regno di Nadal (Gianni Clerici, La Repubblica, 07-06-2014)

SONO tornato dalmatchvinto da Nole Djokovic su Ernests Gulbis sinceramente ammirato dalla qualità dello spettacolo. Sin dal primo game li ave-vovisti capaci di scambi attorno ai 15 tiri, come ormai avviene al tennis dell’era post serve & volley; ma mi era capitato raramente di assistere a una simile lunghezza delle parabole, che non si limitavano a superare il rettangolo di servizio, ma cadevano spesso a uno o due metri dalla riga di fondo. Ero giunto nella tribuna stampa semideserta causa le necessità elettroniche del giornalismo contemporaneo, attendendomi un Gulbis ammirevole, eguale a quello visto nel corso del torneo.

 

Ma non lo credevo capace di un livello in tutto simile a Nole Djokovic, che soltanto il sortilegio di Roland Garros poteva privare di un’altra vittoria. Alla mia ammirazione per il ritmo, e l’attrazione delle righe, si sarebbe presto aggiunto una considerazione etica. Nel quinto gioco, Gulbis al servizio, il giudice di linea avrebbe esploso un fragoroso grido di out. Vivamente dubbioso, Ernests chiedeva il controllo dell’arbitro di sedia, che, col tradizionale medio puntato, confermava la chiamata. Ed era alloraDjoko ad avvicinarsi e cancellare col piede l’impronta della palla, con il gesto che conferma un giudizio positivo: smentendo così giudice e arbitro.

Simile correttezza mi spingeva ad ammirare ancor di più un match di insolita qualità, e comunicarlo al mio vicino, il quale mi porgeva un giornale. Leggevo, un po’ sorpreso, una dichiarazione di Gunther Bresnick, il coach che ha aiutato Gulbis a divenire, da goliardo scioperato, un professionista ammirevole. «Senza un miracolo, Ernests non vincerà. Sta giocando al livello dei primi, ma gli manca ancora un dieci per cento per raggiungere Djokovic, che vuole davvero Parigi, per diventare uno degli otto che hanno vinto ogni torneo Slam».

Sono rimasto dapprima sorpreso, poi ammirato, dalla capacità di un altro che non aveva interesse a dire il vero, così come non l’aveva Nole nel contraddire l’arbitro a suo sfavore. E mi son detto che questo, nonostante la massiccia introduzione del denaro, è ancoraun ambiente rispettabile. Mentre così riflettevo, il gioco non era sceso dal suo alto livello. Due break nel primo e uno nel secondo avevano distanziato Gulbis, che, ammirevole, non si rassegnava. Nel terzo, addirittura a 15, avrebbe brekkato un Djokovic non certo arrendevole, e con un parzi ale di 12 punti a 3 vinto il set. Ma Nole non è solo capace di colpire, ma addirittura di incassare. Nel quarto, un parziale di 13 punti a 5 avrebbe di fatto chiuso una splendida partita.

L’avrebbe seguita una sorta di esibizione di un Nadal che appare ogni giorno migliore della sua controfigura sofferta a Montecarlo e a Roma. Un Nadal che senza del tutto apparire stupefacente, secondo una ambigua definizione di un mio spiritoso collega, pare aver ritrovato il suo terribile uncino sinistro. Il Nadal che avrà certo dalla sua la forza di chi detiene il record di ben otto vittorie a Parigi non saràcerto avversario facile peril grande Djokovic che ho visto. Nell’ultima riga a mia disposizione mi scuso con le nostre donne, Errani-Vinci, per essermi permessoli preferireilmatchdi Djokovic, contemporaneo alla loro semifinale. Ma, come disse un indimenticabile genio democristiano, «non posseggo il dono dell’obliquità».

Nadal contro Djokovic, la solita terra (Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport, 07-06-2014)

Riecco gancio cielo. Non quello di Jabbar, quello di Rafa: il dritto più famoso del tennis sulla terra rossa, quello che rotea velocissimo nell’aria improvvisamente di nuovo calda di Parigi e schiaccia al suolo la famosa palla gialla trasformandola in quella palla magica dei bambini, con un primo salto altissimo, imprendibile anche per la racchetta «dai colpi puliti» dell’eroe britannico di Olimpiade, Us Open e Wimbledon, Andy Murray. Il Roland Garros rimane ancora una volta a bocca aperta davanti al figliol prodigo, campione di 8 degli ultimi 9 anni. E con lui Novak Djokovic che, vedendo il rivale finalmente vulnerabile sul rosso, dopo gli scivoloni contro Ferrer ed Almagro, la finale fortunosa di Madrid e il successo nello scontro diretto di Roma, già assaporava il primo urrà a Parigi per colmare l’unico buco nella collezione Slam. Anche se il mal di testa — un colpo di sole? — nel terzo set contro Gulbis merita più del semplice: «Stanchezza generale».

Effetto sole Il sole e i 22 gradi improvvisi sono alleati preziosi per il padrone di casa a Porte d’Auteuil. Ma gli appena 43 punti vinti da Murray sono davvero ridicoli a paragone degli 83 dello spagnolo, peraltro sorretto dal 91% di punti con la prima e da 24 vincenti, dati impressionanti come il risultato, 6-3 6-2 6-1, emblema della progressiva disfatta scozzese. «Ha giocato una delle più belle partite di sempre qui al Roland Garros», applaude zio Toni. «Ha sbagliato pochissimo, in queste condizioni, era estremamente difficile controllare la palla che arrivava dal suo dritto e, appena era dentro il campo, colpiva così vicino alle righe… Bisogna rimandargli tante palle indietro e io non l’ho potuto fare abbastanza. Colpa mia, ho giocato quattro ore mezzo più di lui: dovevo chiudere prima match di cui ero in controllo. Eppoi lui ha servito bene e io non ho risposto bene, e per evitare che picchiasse duro subito, ho esagerato con la risposta», si lamenta Andy.

Dritto Rafa è tutto contento: «E’ stato importante servire così, ma soprattutto il mio primo dritto ricomincia ad essere molto positivo, e poi riesco a tirarne un altro e ad avere più chances. Come non succedeva un mese fa, ogni settimana sulla terra sto facendo qualcosa meglio. E sono molto molto contento di essere ancora in finale al Roland Garros». Soprattutto, è contento di essersi ritrovato proprio alla vigilia della rivincita con Nole: «Lui mi ha battuto quattro volte e, anche se non c’è mai riuscito qui, psicologicamente è in una posizione migliore della mia. Anche se sono di nuovo aggressivo e mi sento di nuovo bene, con buone sensazioni. E il solito obiettivo: vincere Parigi».

Stanchezza Nole non vorrebbe ammetterlo: «Ho visto un po’ del match contro Andy, non sono sorpreso, tutti sappiamo quant’è forte su questo campo. Questo è Rafa al Roland Garros, ha alzato il livello del suo gioco e comincia a sentirsi al massimo quando ne ha bisogno». Ma il campione si ribella: «Il favorito è lui, ma io sono pronto alla sfida fisica e a quella mentale. Sono stato così vicino da batterlo negli ultimi due anni da credere di farcela ora. D’accordo, qui lui ha perso solo una volta, ma io l’ho spuntata nelle ultime quattro finali, non è imbattibile». La sensazione è che urli un po’ alla luna. Gancio cielo è tornato.

Solo Djokovic insidia Nadal l’uomo terra (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport, 07-06-2014)

Il re Nino contro il Joker serbo, un passato che vuole trasformarsi in futuro contro un presente che non si accontenta di consumarsi nell’attesa, mescolati in una mano di carte secca, e storica. Non succede spesso nel tennis, anzi in passato tante volte i calcoli del computer hanno smentito il risultato di una finale importante. Stavolta invece nel big match di domenica al Roland Garros fra Rafa Nadal c’è in palio tutto, o quasi. A partire dal numero 1 del ranking. Se vince Rafa resterà sul trono e si godrà la nona coppa dei moschettieri, la 5a consecutiva, il 14 Slam (come Sampras) l’ennesimo dei suoi record sul rosso. Se Nole riuscirà a stanarlo dal suo fortino si riprenderà il n.1, e completerà anche lui – dopo Perry, Budge, Laver, Emerson, Agassi, Federer e appunto Nadal – il Grande Slam in carriera. Parigi è l’unico asso che manca alla sua collezione.

PREVISTA. Era la finale che tutti si aspettavano, che tutti volevano forse, e in semifinale Nadal e Djokovic non hanno faticato troppo a prendersela. Soprattutto Rafa, che ha masticato e digerito Andy Murray in tre set con la voracità di un cannibale. Un’ora e quaranta minuti di pasto solitario, 6-3 6-2 6-1, contro un Murray incapace di reagire. «Che sarebbe stata dura lo sapevo anche prima di entrare in campo – ha ammesso il campione di Wimbledon – ma se c’è qualcuno a dare la colpa quello oggi sono io. Non ho fatto niente per vincere (e le zero palle-break conquistate la dicono lunga in merito, ndr)». Djokovic ha faticato un po’ di più – soprattutto per colpa del caldo (28 gradi) arrivato dopo giorni di mezzo autunno – contro Gulbis, che gli ha scippato un set (6-3 6-3 3-6 6-3), ma si è perso alla distanza: «alla fine: lui buttava due volta la palla sopra il net – ha detto Emests -e io sbagliavo la terza. L’unica notizia buona è che stasera potrò uscire dalla mia camera d’albergo. Mi concederò anche un sigaro. Ma non ditelo al mio coach…». Djokovic invece si vuole concedere una speranza, anche se i numeri di Rafa sulla terra, in particolare su quella parigina, sono scoraggianti. Al Roland Garros ha perso solo una partita in dieci anni e 65 match, l’ottavo lasciato a Soderling nel 2009. Sul rosso ha vinto 44 tornei, appena due meno del record di Vi-las, e dal 2004, quando afferrò il primo a Sopot, ha perso solo 15 partite. Ma tre solo quest’anno. «II problema è il passato – commenta il Cannibale – tutti fanno paragoni. Sul rosso vinto solo due titoli (a Rio e Madrid, ndr), ma per me è stata una buona stagione. Con Federer il tema tattico era diventato ripetitivo, io e Nole usiamo più colpi. Lui sarà teso perché vuole vincere per la prima volta a Parigi, io perché inseguo la nona, non fa differenza. Per me conta solo vincere il Roland Garros, il numero non importa».

PRECEDENTE. Una finale contro Djokovic l’ha già vinta, sul Philippe Chatrier: l’unica di un 2011 incuidovette inchinarsi 11 volte a Nole. «Ma non è un caso se centrale di Parigi Rafa non ha quasi mai perso», spiega il serbo. «II campo ha degli but’ molto larghi. Rafa ama quella visuale quando gioca lì sente di poterti recuperare ogni palla». Il dritto assassino di Rafa contro il rovescio e la risposta-boomerang di Djokovic, quella che, come dice Raonic, ti toma sempre indietro. E anche Gulbis, che ha servito fisso sopra i 200 all’ora, ieri se ne è accorto. Dalla parte di Djokovic c’è una statistica. Nella rivalità infinita fra lui e Nadal, che conta già 41 precedenti, un record assoluto per il tennis, Nole è sotto nel conto totale (22-19) e anche in quello dei match giocati sulla terra (134), ma si è imposto nelle ultime 4 occasioni, l’ultima a Roma. Ed è l’unico che è riuscito a battere 3 volte lo spagnolo nello Slam: Federer, e poi Ferrer, Hewitt e Murray, si sono fermati a 2. «La vittoria a Roma mi ha dato molta fiducia», ha spiegato Novak, «e sapere che negli ultimi due anni qui sono stato vicino a batterlo (prima in finale poi in semifinale, ndr) mi fa pensare che questa potrebbe essere la volta buona. Sono un po’stanco: colpa del caldo, ho due giorni per recuperare. Lui è il favorito, basta guardare la sua carriera qui, ma io sto giocando del buon tennis. E voglio quell’ultima coppa che mi manca». Per impedirglielo ci vorrà davvero il miglior Nadal.

Rafa contro Nole, Parigi si regala il «Clasico» della racchetta (Gaia Piccardi, Il Corriere della Sera, 07-06-2014)

Come natura crea, apparecchiato da coincidenze astrali che nessun essere urna-no — né Ernest Gulbis né men che meno Andy Murray — ha saputo/potuto contrastare, El Clasico del tennis è il gran finale che Parigi si regala nella stagione della rivoluzione mancata, quella della nouvelle vague (Dimitrov, Raonic, Nishikori più la pia speranza Fognini) ri-spedita al mittente dai portentosi senatori nati a undici mesi di distanza e destinati a ritrovarsi, come nel Giorno della Marmotta, l’uno di fronte all’altro, nell’eterna ripetizione di una rivalità che di questo sport è sangue, fegato, cuore.

Nadal-Djokovic, atto 42, è la finale più desiderata, attesa, pronosticabile, la partita che porta con sé alte dosi di testosterone e incertezza, perché sia Rafa che Nole hanno ottime ragioni per aspirare al titolo di Parigi, una legittimità che il vecchio niño tenuto insieme con i cerotti, l’isolano che alla nona finale parigina non si è ancora stancato di pensare in grande, riassume (bene) così: ‘«Djokovic avrà addosso motivazione e pressione. Io pure. Lui vuole il primo Roland Garros, io voglio il nono. Dov’è la differenza?». Lo scarto, minimo, è nei dettagli. Il lettone Gulbis, con Nole, si è squagliato sotto il peso della tensione («Non sono abituato a questi palcoscenici: ero nervoso, non sentivo la palla, lottavo con me stesso»), lasciando vagare per il campo quel dritto così macchinoso simile all’apertura alare di un rapace, però con il becco spuntato: rimesso in gioco da un colpo di calore che ha tolto forze al serbo nel terzo set, Ernesto non ne ha approfittato, accontentandosi di aver giustiziato Federer negli ottavi.

Murray, che pure a Roma aveva costretto Nadal al terzo set, è stato annientato dal miglior match stagionale di Rafa, scontando la stanchezza delle maratone con Kohlschreiber e Monfils, fino ad arrivare alla semifinale, insolitamente calda, molle come il pudding della colazione. Se Simona Halep ha la possibilità di tentare il golpe alla regina Sharapova oggi nella finale femminile e l’inossidabile coppia Errani/Vinci (settima finale Slam) domani proverà a riannettersi il titolo di doppio dopo il trionfo 2012, l’eredità di Nadal rimane nelle mani di Nadal, che ha allungato la sua striscia vincente a Parigi a 65 match .(34 consecutivi), con la sola eccezione del quarto turno 2009 con lo svedese Robin Soderling, un tipo estroso, ormai fuori dal circuito, a cui ancora oggi telefoniamo per cercare di capire come ha fatto. n centrale di Wimbledon era il giardino di Boris Becker, il mentalist bolso ma carismatico cui Djokovic chiede l’antidoto per neutralizzare Nadal. Ma il centrale di Parigi è il salotto di Rafa. «Nemmeno lui è imbattibile» si dice a voce alta Nole per favorire l’esorcismo, pur sapendo che i record (nonostante gli ultimi quattro k.o. nei confronti diretti: 22-19 per lo spagnolo) crescono sulla terra fertile dell’isola di Maiorca. Nove volte uno Slam non l’ha mai vinto nessuno. Ecco perché El Clasico ha il sapore dell’impresa, qualsiasi siano le braccia dentro cui si accoccolerà.

Nadal-Djokovic, a Parigi c’è il nuovo clasico (Stefano Semeraro, La Stampa, 07-06-2014)

Nadal contro Djokovic è il nuovo clàsico del tennis, l’ordalia fisica che ha sostituito il magnifico incastro di stili fra Nadal e Federer ed è già diventata la rivalità più cospicua della storia del tennis Open: 41 le puntate precedenti, Nadal è avanti 2219 (e 13-4 sulla terra), ma ha perso gli ultimi 4 match, corn-presa la finale di Roma. Domani, alle tre del pomeriggio al Roland Garros sarà anche una finale perfetta, oltre che una corrida feroce e la rivincita del 2011: chi vince ritorna (nel caso di Djokovic) o rimane (nel caso di Nadal) n. 1 del mondo. Il match che può spaccare la terra e l’anno 2014 del tennis -se lo giocano comunque due r assuefatti al trono: come tutti sospettavano fin dall’inizio e come i due fenomeni hanno confermato in semifinale. Novak ha ceduto un set (6-3 6-3 3-6 6-3) al suo vecchio compagno di college Ernests “Pierino” Gulbis, che ha messo i riccioli a posto, serve ai 210 all’ora, ma è ancora di molte incollature dietro il suo modello. D trita-tennisti made in Maiorca ha ridotto ad un pudding le magre speranze di Andy Murray in un’ora e 40 minuti, più che una lezione un’esecuzione, concedendo zero – dicasi: zero – pallebreak al campione di Wimbledon. II Niño a 28 anni è alla sua nona finale parigina in 10 anni, su questa terra ha perso un solo match su 65 (contro Soderling, nel 2009). Ha la chance di raggiungere un traguardo che è sfuggito persino a Borg, i 5 centri di fila. «E poi a Ra-fa piace giocare sul “Philippe Chatrier” – spiega Djokovic, che ieri è sembrato più affaticato del solito – perché è un campo con degli ‘out’ enormi e lui ha l’impressione di poterti rimandare indietro ogni palla. Io ho sofferto un po’ il caldo, ma ho due giorni per recuperare. Chi è favorito? Be’, guardate alla carriera di Ra-fa… Però la vittoria a Roma mi ha dato fiducia, voglio vincere l’unico Slam che mi manca». Nadal, che può raggiungere Sampras a 14 Slam e intanto ha già sorpassato Lendl come finali (20, il record sono le 24 di Federer), spera in unagiornatadi sole. «II problema è il passato», dice Rafa il neoboskoviano. «Tutti i paragoni con quello che ho vinto sulla terra. Ma io non bado ai numeri, bado a vincere il Roland Garros. Con Federer era diventato un match ripetitivo, io e Djokovic usiamo più colpi. Una nuova sfida tutte le volte. La vita, e il tennis, in fondo non sono questo?».

Errani-Vinci: «Mai pensato dl smettere con II doppio» (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport, 07-06-2014)

«Ma guardate che a smettere di giocare il doppio io eSara non ci pensiamo pro-prio» Sorride con gli occhi verdi e birichini Roberta Vinci. Con la compagna di sempre ha appena battuto, anzi stroncato in due set (6-2 6-1) Lude Hradecka e Michaella Krajicek, la sorellina di Richard, e domani le due amiche prove-ranno a sollevare per la 5 volta in tandem una coppa dello Slam A Parigi ci sono già riuscite nel 2012, contro Kirilenko e Petrova, l’anno scorso si sono arrese ad altre due russe, Makarova e Vesnina (gli altri titoli: Us Open 2012, Australian Open 2013/14). Stavolta tocca alle diversamente cinesi: Su-Wei Hsie, che è di Taiwan, e Shuai Peng, chevieneda Hunan, nella Repubblica popolare. 11 compromesso storico le ha portate in vetta al ranking di specialità, da dove hanno scalzato proprio le nostre, che perb al momento sono prime nella Race.

«La Hsieh èbrava a rete, la Peng spinge da fondo – spiega Sara – insomma si completano bene». D segreto per batterle sta nell’armonia di squadra. «Noi riusciamo a tirarci fuori il meglio anche quando non siamo al 100% – aggiunge Roberta – io qui ho dovuto combattere con gli infortuni, Sara con la stanchezza. II doppio ci prosciuga? No, perché nei tornei piccoli non lo giochiamo e comunque la settimana prossima riposeremo. E poi ci sostiene il nostro team allargato)). Chiosa ironica di Sara: «non tutti gli anni sono uguali forse stiamo diventando vecchie..». Un fatica che peraltro paga. «Con il doppio guadagniamo un sacco di soldi», ammette Roberta, che poi indica l’unica possibile fonte di screzi: «Se Sara provasse ilfrdanzato, l’ammazzerei. Impossibivisto che non ce l’abbiamo? E voi che ne sapete..». Buone notizie infine per il 1 turno la Fed Cup di febbraio contro la Francia: «il vantaggio è che giocheremo in casa – dice Roberta -e noi ci saremo».

Sara&Roby un doppio nella storia (Daniele Azzolini, Tuttosport, 07-06-2014)

Una volta al di, a piccole dosi, il doppio è come una medicina Sostiene eprotegge, tiene a bada lo stress, abbassala pressione, ha persino effetti antidepressivi. Contro il logorio del tennis modemo, il doppio è un carciofo salvifico. Capita che Sara e Roberta, le cichi, vi si aggrappino, e in esso ritrovino gli slanci offuscati dai troppi match di metà stagione, quando il calendario non concede ponti festivi e le vacanze di metà settembre appaiono ancora lontane. Ma capita, riche, che il doppio diventi l’occasione in più, una motivazione condivisa dalla coppia e per questo ancora più intensa, quasi passionale. E ofûa percorsi meno scoscesi del singolare per scrivere, a quattro mani, un capitolo italiano nella storia del tennis. Non è facile comporre quotidianamente le tessere di un puzzle che combini ambizioni personali e di coppia, piccole e grandi delusioni perciò che poteva accadere nel singolare e invece non è accaduto, e voglie ferocissime di rimettersi in gioco di lì a poche ore, di fianco a una compagna di viaggio che, nel piatto, riversa a sua volta i propri stati d’animo. Ma Sara e Roberta hanno il vantaggio dell’amicizia, che immerge le fondamenta nella reciproca comprensione. Ed è questo ìl segreto.

Sono in finale, Errani e Vinci, e se viva di misurare con un paradosso la consistenza della meta raggiunta, si potrebbe argomentare, con disincanto, che non faccia più notizia O quasi… Il fatto è che ci hanno abituati bene, le ragazze, ma non è facile tenere separata questa nuova, possibile conquista nello Slam, con i numeri che la rendono ancor più preziosa, e diversa dalle altre che l’hanno preceduta e preparata. C’è un doppio azzurro che, per la prima volta, domenica, può entrare nel novero dei più forti di sempre. E sono i numeri a dirlo, se è vero che nell’arco di 2 stagioni e mezza, dal 2012 a oggi, Sara e Roberta hanno guadagnato 4 titoli major (Australian Open 2013-2014, Parigi e Us Open 2012) e sono state finaliste in 7 Slam sui 10 fin qui giocati. Una continuità impressionante, che le spingerà, con i15 titolo, fra le prime 5 coppie dell’Era Open, accanto alle celebratissime Billie Jean King e Rosemarie Casals, che intorno ai Settanta vinsero 4 Wrmbledon e uno Us Open. Un Club di dieci atlete che, con la King e la Casals, comprende Navratilova e Shriver, davanti a tutte, con 20 titoli (7 Australian Open, 4 Roland Garros, 5 Wimbledon e 4 Us Open), Gigi Fernandez e Natasha Zvereva con 14 titoli, Serena e Venus Williams con 13, Virginia Suarez Pascal e Paola Suarez con 8. Le adesioni numero undid e dodici sono in mano alle Cichi, che in caso di vittoria conquisterebbero metà Grand Slam, e potrebbero dare con fiducia l’assalto a Wimbledon, l’unico titolo che manca, quello che vale il Career Grand Slam che solo tre coppie hanno ottenuto.

Prospettive che le due ragazze sembrano quasi trascurare, concentrate sulla dolcissima idea di conficcare, bene in profondità, le unghiette sulla nuova preda Parlano d’altro, infatti… «Abbiamo un bel gruppo che ci sostiene, è quasi una famigliona, con bambini, babbi, mamme. Coach e parenti, amici. È la nostra fortuna, perché all’interno di essatroviamo le parole di incoraggiamento che ci servono, e si stemperano le ansie». Hanno ragione ascantonare. Ansia e stanchezza hanno giocato un brutto tiro alla Errarvi, in un quarto difinale del singolo affrontato senza forza nelle gambe. «Problematiche sempre esistite», dicono, «ma abbiamo imparato a conviverci. È stato così negli anni passati, e magari non ne abbiamo parlato. Quest’anno il tema stanchezza è emerso in modo più accentuato, ma sono situazioni che conosciamo, e non per questo ci è mai passato perla testa di rinunciare al doppio». Hanno battuto Hradecka e Krajicek, affronteranno Peng e Hsieh (3 set faticosi contro Muguruza e Suarez Navarro), le diversamente cinesi – una della Repubblica, l’altra di Taipei – attuali capoclassifica «Forti, e molto ben amalgamate. Bel doppio», il giudizio. Di fatto, le uniche che le abbiano avvicinate fino a superarle. La finale, dunque, servirà a definire la classifica Ma, in fondo, pure questo conta poco. «Conta solo vincere», dicono le Cichi a una voce. E così che la medicina del doppio funziona.

Intervista a Virginia Ruzici – «Semplicità e qualità: ecco la Halep» (Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport, 07-06-2014)

Virginia Ruzici, campionessa romena del Roland Garros 1978 e finalista 1980, è la manager di Simona Halep, un’altra romena finalista a sorpresa, oggi, contro Maria Sharapova.

Quando e perché ha scommesso su Simona? «L’ho vista giocare 6 anni fa a Parigi juniores, me l’aveva raccomandata Cino Marchese, dopo che aveva vinto il Bonfiglio, e m’ha impressionata: aggressiva, qualità fisiche naturali, rapidità, come Sanchez e Graf, meno potenza, più qualità».

Ha impiegato tanto nella transizione da stella juniores a stella pro. «L’allenatore dell’epoca, Tomai, le cambiò l’impugnatura del dritto e quindi doveva riprendere fiducia su quel colpo. Eppoi ha avuto diversi problemi fisici. Ha avuto anche bisogno di tempo per rinforzarsi fisicamente e credere in se stessa».

Qual è la caratteristica tennistica che più le piace di Simona? «E’ diversa delle giocatrici di oggi, ha una velocità particolare, è un’incontrista che può fare tante cose, sfrutta tanto il contropiede, conosce la palla corta, è piccolina , ma ha anche un bel servizio nel quale deve credere di più».

La terra è la sua superficie migliore? «Quando la vidi giocare la prima volta pensai subito che avesse il potenziale da top 10, la terra è la superficie preferita ma può giocare bene ovunque perché ha una capacità di adeguarsi eccezionale».

Lei è solo manager o anche un po’ coach? «Cerco di non invadere altri campi come quello del coach, ma a febbraio abbiamo cambiato, ora lavora con il belga Wim Fissette, ex della Clijsters, che l’anno scorso ha portato Lisicki in finale a Wimbledon».

Simona Halep somiglia a Virginia Ruzici. «Anch’io ero una giocatrice di gambe, lei sembra che danzi. Mi ricorda molto Arancia Sanchez».

Come persona, com’é? «Molto modesta, gentile con tutti. E’ molto vicina alla famiglia e al fratello che l’ha spinta al tennis ma non s’e’ realizzato come pro».

Come sta vivendo la Romania un finalista a Parigi? «Mi dicono siano impazziti: prime pagine dei giornali, grande attenzione. E’ già un idolo, perché è un esempio di semplicità e di lavoro duro. La Romania attendeva da tempo un personaggio così».

E la storia del seno che s’è ridotto, che tanto stuzzica le pruderie? «E’ una cosa di 5 anni fa. Parliamo di tennis: Simona è una gran bella tennista».

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La sesta vittoria a Roma di Novak Djokovic (Crivelli, Calabresi, Semeraro)

Il sesto titolo a Roma di Novak Djokovic

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Nole 6 il re di Roma. Domina Tsitsipas e vola a Parigi « Grazie Roma » (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Da Roma verso il mondo. L’impero mostrava le prime crepe dopo un inverno terribile e surreale. Marcato da una delle più incredibili vicissitudini mai capitate a una leggenda dello sport. A Capodanno, Novak Djokovic ha visto arrivare il 2022 dalla cella di un centro di detenzione per immigrati irregolari di Melbourne, privato del visto dalle autorità australiane per le note posizioni no vax; trascorsi cinque mesi, alza per la sesta volta in carriera la Coppa degli Internazionali, rimettendosi al centro della terra. Il condottiero, il conquistatore delle 1001 vittorie, si riprende la scena nel modo che da sempre gli è più abituale, cioè dominando il rivale di giornata Tsitsipas in una finale per larghi tratti senza storia. Senza età In tutta la settimana, Nole non ha concesso neppure un set agli avversari (una primizia per lui, a Roma), ha mostrato una condizione atletica sfavillante e si è lasciato definitivamente alle spalle le scorie mentali della sosta forzata. 

(…)

 

«Dentro mi sento giovane, fresco, credo di avere ancora tanto tennis davanti a me». Del resto, dopo un primo set in cui il conto dei punti è 27-10 per lui, in campo quello fuori posto sembra l’Apollo greco che ha 11 annidi meno, fallosissimo e poco incisivo al servizio anche per il solito, fenomenale rendimento alla risposta del Djoker, che in aggiunta non sbaglia mai una scelta da fondo. Titsi non aveva mai subito un 6-0 in un match Atp, e neppure l’incitamento del pubblico, che vorrebbe naturalmente una partita, lo scalda. Così, ci ripensa Djokovic a riportarlo in corsa con un game di servizio orribile per il break dell’ateniese del 3-1 e un improvviso calo di tensione che potrebbe costargli addirittura il 5-1 e probabilmente il set, ma quando sul 5-3 il numero 5 del mondo si presenta alla battuta per allungare la contesa, regala due gratuiti e il controbreak. A quel punto, tomato di prepotenza nel duello, Novak azzanna di nuovo il match, giocando con più accuratezza il tie break dell’apoteosi. Non vinceva un torneo da Bercy a novembre, 189 giorni di sofferenza: 

(…)

È il 38° Masters 1000 della carriera, ma soprattutto il trionfo della ritrovata consapevolezza: «Dopo quello che mi è accaduto, avevo bisogno di un grande successo come questo, grazie a Roma e all’Italia perché qui ho sempre vissuto emozioni positive quando mi sentivo giù. Ho sempre cercato di prendere il lato positivo da ciò che mi è successo, qui non potevo chiedere una settimana migliore, non ho perso neppure un set e in finale ho giocato un primo set perfetto. Anche la condizione atletica è migliorata dopo Madrid, ora sono consapevole delle mie chance per il Roland Garros, anche se un torneo di due settimane richiede un approccio particolare e tanta cura nei dettagli». 

Djokovic rompe il digiuno e torna re di Roma: “Questo posto mi dà forza” (Marco Calabresi, Corriere della Sera)

Non ha giocato in Australia e nemmeno negli Stati Uniti, ma quando Novak Djokovic lo fa, e lo fa in questo modo, non si tiene. Lo ha fatto capire ieri, ancora una volta, e serviva farlo anche perché lo sfortunato avversario di turno era lanciatissimo e, mai come quest’anno, sentiva che fosse arrivato fl suo momento. Niente di più sbagliato. A una settimana dal Roland Garros, la sentenza l’ha data direttamente Nole: «Fisicamente mi sento perfetto». Via i problemi di metabolismo che lo avevano intimorito, via anche le incertezze che per il lungo periodo di inattività dovuto alla sua decisione di non vaccinarsi dalla quale non si è mai spostato e che gli ha fatto prendere porte in faccia sia a Melbourne che nei due Masters 1.000 sul cemento americano. 

(…)

Il primo set, però, è stato una non finale. Perché Djokovic è sceso in campo con la fame del cannibale, ma anche perché Stefanos Tsitsipas in campo non è sceso proprio. Papà Apostolos, che ogni tanto si alzava in piedi, non sapeva più che dire, e a Stefanos non sono servite neanche due racchettate alla borsa dopo aver subito il secondo break di fila. Anzi, se possibile è andata addirittura peggio. Dopo il cappotto, però, la partita è finalmente iniziata, con il pubblico di Roma che ha preso le parti del greco proprio per evitare di tornarsene subito a casa. Quel «TsiTsi-Pas» urláto da diecimila persone ha avuto l’incredibile effetto di innervosire Djokovic, che ha commesso qualche errorino ed è sembrato vulnerabile come era successo soprattutto venerdì sera contro Auger-Aliassime, ma dopo la partita numero i.000 (senza mangiare la torta che gli avevano dedicato, ma dando solo una ditata alla base di panna) ha vinto anche la 1000, Chissà se ci sarà un altro Djokovic: intanto ci godiamo questo, un personaggio estremamente controverso e che ha attirato tante antipatie per quello che è successo nei primi mesi di questo 2022, ma che in campo dà l’impressione di essere inscalfibile e per gli avversari resta un modello da seguire. 

Il ritorno del re (Stefano Semeraro, La Stampa)

A Roma è tornato il re, a Belgrado ha vinto anche l’erede. «Mentre io e Tsitsipas entravamo in campo qui mio figlio Stefan giocava il suo primo torneo. Questa coppa è per lui. Io il mio primo torneo l’ho vinto a otto anni e mezzo, lui ci è riuscito a sette. Ma del resto le nuove generazioni sono sempre migliori delle vecchie, no?». Per ora, fra i grandi, la questione è incerta. Se Alcaraz ha spaccato negli ultimi due mesi, e Nadal proprio a Roma ha raccontato del suo calvario al piede, Djokovic sembra tornato quello dei bei tempi. Rapido, elastico, di ottimo umore, non ha perso un set in tutta la settimana e in finale ha liquidato anche il numero 5 del mondo, che ha sì steccato il primo set- letteralmente anche causa il centrale diviso fra sole e ombra -, ma gli ha dato filo da torcere nel secondo (6-0 7-6). «Quello che è successo in Australia mi ha reso più forte, o almeno spero, ma ormai è dietro alle spalle. A Monte-Carlo ero arrugginito, fra Belgrado e Madrid sono tornato in forma fisicamente, qui tutto ha fatto clic. Per come ho giocato nelle ultime settimane mi considero fra i favoriti per il Roland Garros, anche con Alcaraz a Madrid avevo perso per un punto, di sicuro parto con ambizioni molto alte». 

(…)

Con Roma, dove ha vinto sei volte su dodici finali, ha un rapporto particolare: «Il primo match lo persi con Fognini in qualificazione, nel 2006, sul campo numero 2. Sono cresciuto con Fogna, e Roma è sempre stata la mia seconda casa, forse perché parlo l’italiano. Qui di soli *** to trovo la mia forma migliore sulla terra battuta». Gli dicono che il Milan è 2-0 con l’Atalanta, e il volto si illumina: «Evvai, speriamo nello scudetto. Tifare per il Milan mi emoziona sempre, come per la Stella Rossa, mio padre iniziò ai tempi di Savicevic. Ibra? Un modello, anche per la longevità, con lui parlo in serbo perché la sua famiglia viene dalla mia stessa regione». Quello di ieri è l’87° titolo da pro, il 38esimo in un Masters 1000, che gli assicura anche il primo posto per la 371esima settimana. È diventato anche il campione anziano del Foro, battendo Nadal di dieci giorni: «Rafa è il mio più grande avversario, mi ha fatto crescere. Finché giocherà lui giocherò io, penso sia un bene per il tennis».

(…).

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Finale Djokovic-Tsitsipas (Crivelli, Grilli, Azzolini). Martello Swiatek e la maga Jabeur, al Foro la finale più bella (Crivelli)

La rassegna stampa di domenica 15 maggio 2022

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La voce del padrone (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Dopo aver guardato l’abisso, il Superuomo riscopre la luce. Djokovic è tornato: la clamorosa prigionia australiana a cavallo dell’anno, le posizioni contro il vaccino che per troppe settimane gli hanno impedito di giocare a tennis, la misteriosa malattia di Montecarlo proprio nel momento in cui la stagione stava convertendosi alla normalità, sono ormai alle spalle. Madrid aveva mandato i primi segnali con la sconfitta lottatissima in semifinale contro Alcaraz, Roma certifica la conferma: il vero Nole è di nuovo tra noi. Con gli occhi spiritati che inceneriscono le ambizioni di Ruud, il norvegese di ghiaccio, terraiolo evoluto stavolta senza armi contro la pressione costante del numero uno. Si parte ed è subito 4-0 per il Djoker, una mazzata che già indirizza il match in via definitiva: troppo concentrato il numero uno del mondo, troppi profondi i suoi dritti pesanti negli angoli per la ragnatela del povero Casper. Che lotta, suda, corre, ma si arrende in un’ora e 42 minuti senza mai costruirsi l’opportunità di stare dentro il match, se non in un paio di game a inizio secondo set. Per Djokovic è la 12^ finale (5 vittorie) e quarta consecutiva al Foro, nonché la seconda della stagione dopo Belgrado, ma con una valenza ben più consistente: «Sono molto contento, la partenza è stata favolosa, contro un avversario così forte sapevo che dovevo alzare il mio livello. Anche fisicamente mi sono sentito molto bene, infatti gli ultimi quattro game li ho giocati alla grande come i primi». Il corollario della notte che restituisce il Novak feroce è poi la celebrazione (con torta annessa) della vittoria numero 1000 in carriera, quinto a raggiungere il traguardo dopo Connors, Federer, Lendl e Nadal: «Una pietra miliare per la mia carriera, significa che ho realizzato qualcosa di importante. Negli ultimi anni avevo visto festeggiare Roger e Rafa, aspettavo con ansia che arrivasse anche il mio momento. MI piace che sia successo a Roma, qui l’atmosfera è magica, mi sento amato come in Serbia. Sono davvero, davvero fortunato e privilegiato ad aver ottenuto così tante vittorie nel Tour. È passato molto tempo da quando ho ottenuto il mio primo successo Atp, spero di poter andare avanti e conquistarne altre mille». Cominciando da oggi pomeriggio alle 16, quando si troverà davanti Apollo Tsistipas. Il greco ritrovava Zverev per la terza volta consecutiva in semifinale dopo il successo a Montecarlo e la sconfitta a Madrid, e si aggiudica questa sorta di «bella» romana ritrovando il servizio dal secondo set dopo un primo parziale in cui il tedesco è più propositivo e aggressivo. Ma con la battuta che torna a funzionare, Tsitsi può prendere il controllo dello scambio fin dal primo colpo a rimbalzo, per tenere al centro del campo Sascha e poi pizzicarlo con i lungolinea. Sulla terra, Stefanos è decisamente uno degli interpreti più completi, perché la palla più lenta gli permette di preparare meglio il suo letale top spin: «È stata una battaglia di servizi, una lotta per riuscire a prendere il controllo già con il primo colpo e metterci davvero molta pressione, cosa che penso di aver fatto davvero bene nel terzo set Sono rimasto ben dentro gli scambi, non ho regalato nulla e a un certo punto ho visto pure che lui era un po’ impaziente». Tsistipas con il Djoker è sotto 6-2 nei precedenti e non lo ha mai sconfitto silla terra, però un anno fa al Roland Garros era sopra due set a zero in finale e anche l’anno prima, in semifinale, l’aveva portato al quinto: «Ci sono molte lezioni che impari da tutte le partite contro giocatori così forti. Il margine è molto piccolo quando giochi contro di loro e devi riuscire a riempirlo. Ho rivisto quelle partite, le ho analizzate. Al Roland Garros sono stato piuttosto testardo, non volevo cambiare qualcosa che funzionava, forse è íl momento di fare qualcosa di diverso». Per regalare a Roma una finale indimenticabile.

Tsitsipas, che finale contro Nole (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

 

Il Djoker sta tornando. Il campionissimo dei venti Slam, il protagonista del 2021- tre vittorie e una finale nei quattro grandi tornei dell’anno – sembra ormai pronto a riaffacciarsi tra i grandissimi nel momento più caldo della stagione, a pochi giorni dal Roland Garras, e con i prati di Wimbledon già visibili sullo sfondo. A certificare simbolicamente il suo ritrovato stato di forma ieri è arrivata anche la vittoria numero 1000 della carriera ottenuta ieri sera contro lo spigoloso Ruud. Tra il serbo e il sesto trionfo al Foro Italico resta ora l’ostacolo più diffidle di questo spicchio di stagione, quello Tsitsipas già vincitore a Monte Carlo e protagonista ieri di un successo non così scontato contro Zverev. Conoscerete tutti le vicissitudini che hanno accompagnato Djokovic negli ultimi mesi: il suo ostinato rifiuto di sottoporsi a qualsiasi vaccino, il braccio di ferro perduto con il governo australiano, l’impossibilitá a giocare i grandi tornei americani di primavera, come Indian Wells e Miami. Arrivato così a Roma con appena 12 partite giocate nell’anno, con il bagaglio di alcune sconfite e qualche cenno di reazione invece nella battaglia persa una settimana fa in semifinale a Madrid contro Alcaraz, il n. 1 del mondo è riuscito giorno dopo giorno a progredire, in sicurezza e colpi. Ieri ne ha dato l’ennesima dimostrazione contro Ruud, ha cominciato alla grande, salendo 5-1 per poi accusare un breve passaggio a vuoto e chiudere comunqua6-4. Stesso copione nella seconda partita, con Ruud rimasto in gara fino al 3-2 e poi travolto da una serie di quattro giochi di fila. «Ci sono due posti al mondo dove avrei voluto festeggiare la millesima vittoria della carriera – ha detto Nole – la Serbia e qui a Roma. Dai, andiamo per altre mille!» In precedenza, Tsitsipas aveva vinto la terza sfida di fila giocata con Zverev nella semifinale di un Masters 1000 sulla terra battuta, conquistando la sua prima finale al Foro. Tsitsipas si conferma giocatore durissimo da addomesticare sulla terra. Ora punta alla doppietta Monte Carlo-Roma, centrata per l’ultima volta nel 2018 da Rafa (che da parte sua ci è riuscito ben 7 volte). Ieri Stefanos ha sofferto all’inizio, con Zverev molto a suo agio anche nel palleggio da fondo campo e bravo a sfruttare il break ottenuto sul 3-3. Perso il primo set il greco non si è perso d’animo, ha continuato a tenere alto il ritmo del palleggio mentre Zverev perdeva minuto dopo minuto gran parte delle sue certezze. Subito un break garantiva al greco il secondo set nel terzo la svolta arrivava sul 2-2, con Zverev che poi sul 3-5 abdicava definitivamente alla sua terza finale romana con un game davvero orripilante, seguito da un opportuno abbraccio molto amichevole trai due, che – si dice – non si amerebbero troppo.

Tsitsi il teoreta (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Stai manzo! Meìne íremos! Keep calm! Sokhranyat’ Spnknyctviye! Stai calmo Tsitsi, in tutte le lingue che conosce, tranne una, la prima. Puro romanesco degli anni Duemila. Seguono greco, inglese, e il russo della mamma Julia, che è anche la lingua di Sascha Zverev. Ma il concetto non cambia. Datte una calmata (sempre romanesco), perché corri? Perché insegui? Perché non rifletti? Ecco Tsitsipas versione teoreta, una delle tante nelle quali si esprime, non sempre la migliore. Alla fine del primo set il nostro si è reso conto di essere finito dentro una tormenta di ceffoni. Va bene porgere l’altra guancia, ma i jab di Zverev gli erano arrivati ovunque. ll tedesco aveva imposto il ritmo, e il greco si era convinto di poterlo sostenere, finendo per esporsi oltre il dovuto alla pioggia di sganassoni. Tennistici, s’intende. Più sul pezzo, Zverev. Più convinto. “Che fare?” si chiedeva intanto Tsitsi. in questi casi il greco ricorre ai consigli del papà, che tanto glieli dà anche se non richiesti. Anzi, la filiera della raccomandazione, di solito, nasce due file più su, dove si sistema mamma Julia, ex giocatrice. E’ lei a sollecitare il padre “digli di fare così”. E Apostolos, che è dotato di un megafono naturale, trasferisce il pizzino vocale. Di solito si fa beccare, e scatta il warning per il buon Tsitsi, ma qui a Roma non è successo. Ammesso che la scelta tattica, stavolta, non sia farina del sacco di Stefanos. In tal caso… complimenti! La mossa è stata quella di sottrarsi alla tormenta arretrando di un metro, in modo da imporre un ritmo più slow al match e poco alla volta riprenderlo in mano. Qualche colpo in più. Poi l’accelerazione (o una perfida smorzata) per aprirsi il giusto varco. E su quello chiudere il punto. Facile no? A parole certamente, ma in questi frangenti è il buon Zverev a regalare quasi sempre grandi soddisfazioni. E’ bastato che Tsitsipas mutasse atteggiamento che il tedesco ha subito concesso il break. Alla fine, il cambio tattico ha prodotto i fruiti desiderati. Su quel break Tsitsipas ha intascato la seconda frazione, e nella terza si è addirittura permesso di tormentare con i suoi pallettoni il tedesco. Prima finale romana per Tsitsipas. «Il torneo di Roma mi è sempre piaciuto, mi trovo bene su questa terra. Il pubblico sa apprezzare i match combattuti e tifa per il bel gioco, da qualsiasi parte esso venga. Con Sascha c’è amicizia e rivalità, com’è giusto che sia».

Martello Swiatek e la maga Jabeur, al Foro la finale più bella (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Roma avrà la sfida più nobile, il duello tra le più forti di questo scorcio di stagione: la campionessa in carica Swiatek, cinque finali conquistate negli ultimi cinque tornei giocati (e le quattro precedenti le ha vinte), e la tunisina Jabeur, fresca del trionfo a Madrid, dove peraltro la polacca non c’era. Non si poteva chiedere di meglio. La semifinale di Iga contro la Sabalenka è senza storia, confermando lo straordinario momento della prima giocatrice del mondo, arrivata in finale senza perdere neppure un set e concedendo appena 17 game: piantata con i piedi sulla riga di fondo, imprime al gioco un ritmo insostenibile, aggiungendoci pure la capacità di ridurre al minimo gli errori. Alla ricerca di una giocatrice di riferimento che potesse sostituirsi per continuità di risultati a Serena Williams, forse il tennis femminile ha davvero trovato la sua dominatrice, e i numeri di questa eccezionale stagione della Swiatek stanno lì a dimostrarlo. Ha inanellato la 27^ vittoria consecutiva, eguagliando la quarta striscia più vincente di sempre e la più lunga dal 2015. Un rullo compressore che sembra non avere alcuna intenzione di mollare la presa sul circuito: «Sto sorprendendo continuamente anche me stessa. E sono orgogliosa di ciò che sta accadendo. Sto capendo che non devo mettermi limiti ed è divertente. Ho letto qualcosa sulle strisce positive del passato, ma non ho tanto tempo per distrarmi». Contro la Jabeur, orgoglio di Tunisia e di tutto íl mondo arabo e reduce da 11 successi di fila, è sotto 2-1 nei precedenti, ma non si è mai giocato sulla terra. Dopo il ritiro della Barty, Ons è certamente la giocatrice più divertente e imprevedibile del circuito, oltre a possedere una spiccata simpatia che tutte le colleghe adorano. Nel tennis stereotipato di oggi, meraviglia la sua continua ricerca delle soluzioni più varie: in stagione, ha ottenuto addirittura 840 vincenti, di cui 43 contro la Kasatkina ieri. E poi è una guerriera: era sotto 6-2 5-1 nei quarti contro la Sakkari, in semifinale ha annullato un match point nel terzo set alla russa. Viva le donne. Finalmente.

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Rassegna stampa

Rimandato in greco (Crivelli, Grilli). Progressi e paura (Azzolini). Djokovic resta numero 1 e inquadra la finale. Pure Zverev va di corsa (Cocchi). Bolelli e Fognini show, possono scrivere la storia (Grilli). Arrivederci Roma, Sinner dura un set, l’anca lo tradisce (Rossi, Martucci)

La rassegna stampa del 14 maggio 2022

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Rimandato in greco (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Quella sporca dozzina. Il tabù non si scioglie, la maledizione continua: Sinner ancora una volta, la 12° appunto, non riesce a superare l’ostacolo di un top 5. […]. Anche con Tsitsipas, il quinto giocatore mondiale, non basta II valore comunque eccelso dello Jannik attuale, ma il primo set è li a rappresentare plasticamente cosa potrà diventare il Rosso di Sesto Pusteria quando la fioritura tecnica e atletica sarà completata. Rispetto alla stesa presa a gennaio contro l’Apollo greco in Australia, il match rimane sul filo per più di un’ora e Jan recupera da 3-0 sotto con l’aggressività da fondo, la lettura in risposta del servizio dell’avversario, l’uso sapiente della smorzata. Testa e Fisico. Come sempre accade quando impera l’equilibrio, sono un paio di punti a decidere il parziale, e succede nel tie break: il doppio fallo di Sinner sul 3-3 e seconda di servizio tenera sul 5-5, che permette a Stefanos una replica aggressiva seguita da una discesa a rete vincente. Con il set, però, finisce anche la partita, perché sul recupero provato nell’ultimo punto Jannik si procura un leggero infortunio alla gamba sinistra: «L’anca si è girata, sono andato subito negli spogliatoi e ho fatto dei massaggi con il fisioterapista, ma la situazione non è migliorata, ho sentito che qualcosa non andava. Nel secondo set purtroppo non sono riuscito a rendere al 100%. Quindi si può parlare di un primo set giocato nel modo giusto, ora vedrò cos’è successo e farò dei controlli». Al netto della sfortuna contingente, l’ora e 27′ in cui matura il risultato del set d’apertura, in cui Sinner ottiene due punti in più dell’avversario (56 a 54), testimonia che per livello del tennis l’azzurro sta già al piano superiore, e il gap con l’eccellenza è sostanzialmente fisico, soprattutto sotto il profilo della resistenza. E lui, profondo conoscitore di se stesso e del gioco, ne è consapevole: «Sappiamo tutti che devo migliorare in questo aspetto, non è una cosa nuova. Ci stiamo lavorando tanto. Una parte della differenza con i big è quella, anche perché quando tiro forte loro comunque rimangono lì. Dobbiamo solo capire come posso migliorare. Ma nell’altro senso, come gioco ci sono, anche se ci sono dettagli che posso migliorare. A Montecarlo ci è mancato poco per battere Zverev, e qui nel primo set ho avuto più occasioni di Tsitsipas». E se il precedente del confronto di Melbourne rappresentava un riferimento importante per misurare l’evoluzione di Jannik anche alla luce di ciò che accadde dopo, cioè il cambio di allenatore, il test di ieri si è rivelato confortante: «Tante cose, ho fatto tante cose giuste. Sono riuscito a mettere in campo ciò che avevo preparato e in passato poche volte ci sono riuscito così bene. Nel tie break lui ha giocato meglio il punto sul 5-5 dove però la mia seconda palla non era eccezionale. Avrei dovuto rischiare un po’ di più. Invece lui si è preso il punto e poi ha vinto il primo set con il servizio. Però ho avuto più opportunità io. Sentivo che avrei comunque potuto vincere, nel primo set da fondocampo ho giocato alla pari. Di quello che è accaduto nel secondo set è inutile parlare, con i se non si va da nessuna parte. Mi porto a casa un’ottima prima parte di match». Verso Parigi. Nell’ultimo game, Sinner si renderà pure protagonista di un bel gesto, facendo recapitare un paio di bottiglie d’acqua ai sanitari che stanno assistendo uno spettatore che ha accusato un malore, mentre il resto del pubblico rumoreggia perché l’arbitro conferma il punto del greco ottenuto mentre la tribuna chiedeva già la sospensione della partita. Sarà l’unico momento sopra le righe di un tifo calorosissimo ma molto corretto, con i cori ritmati a battezzare il nuovo eroe italiano. La passione della gente è un punto d’orgoglio per Jannik insieme agli indubbi progressi tecnici mostrati nella sfida: «Secondo me ci sono e cominciano a vedersi. Poi sono consapevole che devo ancora migliorare. Ho bisogno del mio tempo, in questo momento sono anche un po’ stanco perché ho giocato tanti tornei e credo di essere stato costante (quinta volta nell’anno ai quarti, ndr). Ora andiamo avanti così, a ricercare partite come questa». Prossima fermata il Roland Garros, il gigante che a Sinner affascina tanto: «Giocare tre su cinque mi piace, la partita più lunga ti dà margine per gestire meglio le strategie». Intanto, scampato il pericolo,Tsitsi lo accoglie in paradiso: «È stata una partita difficilissima, nel primo set ha avuto un eccellente piano di gioco, forse migliore del mio. lo non guardo la classifica. lui è un giocatore fortissimo e vale la top ten». Arrivederci a Parigi.

Sinner rimandato: “So dove migliorare” (Massimo Grilli, Il Corriere dello Sport)

 

 Tsitsipas ha vinto, Sinner non ha demeritato. La sfida tanto attesa dei quarti di finale – che speravamo potesse nuovamente spingere un azzurro trai primi quattro del torneo, un anno dopo Sonego -è stata portata a casa dal campione greco, che ha dimostrato di essere ancora più forte del nostro campioncino, uscito sconfitto per l’ennesima volta in una sfida contro un Top Five della classifica.[…] Qualche passo in avanti piuttosto dovrà essere fatto sul piano fisico – gli acciacchi di Sinner in questa stagione sono stati fin troppi, e ieri ne abbiamo avuto una nuova dimostrazione – come anche bisognerà lavorare sul rendimento al servizio, non sempre incisivo quando servirebbe (ieri solo tre aces, contro i dieci di Tsitsipas). La gara ha avuto un percorso nettamente diviso in due parti, con un primo set lottatissimo, durato 87 minuti, dove il greco è stato sempre in vantaggio, ma che alla fine è stato deciso da un punto, sul 5-5 del tie break, quando Stefanos ha aggredito con il suo drittone la blanda seconda palla di Sinner chiudendo una facile volée, per poi farsi bastare il primo set point con un servizio robusto. Nel secondo set, dopo il medical time out chiesto da Sinner per un problema all’inguine sinistro, Jannik ha vinto il primo gioco per poi gradualmente sparire dalla partita, anche perché visibilmente in difficoltà negli spostamenti. «Sull’ultimo punto del tie break – ha spiegato in conferenza stampa – ho sentito l’anca sinistra girare. Ho chiamato il fisioterapista ma la situazione non è migliorata, e a quel punto non ero più al certo per cento. Peccato, perché avevo giocato bene il primo set e, chissà, avrei potuto ancora provare a far girare la partita. Problemi in vista del Roland Garros? Non credo, vediamo comunque nelle prossime ore come mi sento, farò altri controlli». BRACCIO DI FERRO. Nel primo set, chiuso al fotofinish, Sinner ha ottenuto più punti dell’avversario (56 contro 54) ma ha sempre dovuto inseguire, con Tsitsipas scappato subito sul 3-0 (dopo un terzo gioco durato un quarto d’ora) con palla del 4-0 e poi del 5-3. Qui Jannik è stato bravissimo a non farsi travolgere e a rispondere colpo su colpo al greco, beffandolo più volte con la smorzata, provando ad aggredire subito alla risposta, chiudendo qualche scambio con un rovescio lungolinea da applausi e chiamando il pubblico a fare da colonna sonora alle sue prodezze. «Nel primo set non sono partito bene però quando l’ho raggiunto ho avuto più occasioni di Stefanos – il rammarico di Jannik -soprattutto sul suo servizio. Sono contento perché ho applicato al meglio la strategia di gioco che avevamo preparato, purtroppo sul 5-5 non ho spinto il mio servizio come avrei dovuto fare e lui ne ha approfittato». Insomma, a sentirlo parlare il consuntivo di Sinner sembra positivo. «So che per battere i più forti devo migliorare sul piano fisico e alzare il livello di gioco, ma i progressi si vedono, e sono contento di andare ora a Parigi. Giocare sulla distanza dei tre set su cinque non mi dispiace, anzi». IL GRECO «Incredibile giocare in questa atmosfera ed essere riuscito a battere Jannik – le prime parole di Tsitsipas dopo l’incontro – sono contento soprattutto del mio livello di gioco nel tie break, sapevo esattamente cosa dovevo fare. Fisicamente mi sento molto bene, dopo l’operazione al gomito mi sono ripreso gradualmente e ora è tutto ok». Oggi lo aspetta Zverev, già sfidato negli ultimi due Master 1000, sempre in semifinale (ha vinto a Monte Carlo ed ha perso a Madrid). Nei confronti diretti il greco è in vantaggio per 7-4. «Mi aspetto la solita battaglia».

Progressi e paura (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 Il concetto è semplice. Merita però di finire nero su bianco, servirà per tenerlo a mente le prossime volte. «La salute di una persona è più importante di una partita di tennis». A dirlo è Stefanos Tsitsipas, con parole altrettanto semplici, che gli fanno onore. Eppure su un episodio collaterale al match, ìl clima s’è arroventato, e davvero non ce n’era bisogno. E successo tra il primo e il secondo match point di una partita che aveva dato il meglio di sé nel primo set, il malore di una persona, nella fascia alta dello stadio, ha mosso il pubblico a richiamare l’attenzione e bloccare la disputa in campo. Sono intervenuti i medici, hanno stabilita le prime cure e deciso di portare via l’uomo in barella. Non facile in uno stadio a strapiombo, sono servite le forze dell’ordine. L’ incontro si è fermato per 11 minuti. Troppi? L’arbitro voleva far riprendere il gioco, ma il pubblico non era d’accordo. «Se c’è uno che soffre, ci si ferma», dice Jannik Sinner. «Fare finta di nulla sarebbe intollerabile». Prima la salute, poi la partita… Grinta da pirata, il greco aveva fallito il primo match point con una volée sghemba. Sinner era riuscito ad approfittarne, dandosi un’ultima chance con una palla break, e Tsitsi era stato bravo a cancellarla con un servizio vincente. […] Ma il match è sempre rimasto sulla racchetta di Tsitsi, che l’ ha chiuso per le vie spicce alla ripresa del gioco. Seconda semifinale romana per Stefanos. E nuovo confronto con Zverev, il primo a Roma. Grecia avanti 7 a 4, ma dal 2020 i due procedono in alternanza Una semifinale a Montecarlo per Tsitsipas, una a Madrid per Zverev, quest’anno. Secondo logica, il favorito di Roma è il greco. Chissà… Sinner se ne va acciaccato. Il primo set extra large, protrattosi un’ora e 27 minuti, ha squassato il fisico e l’animo. Il toilet break alla fine della mini maratona è servito per un intervento fisioterapico all’anca. Si sente dire che potrebbero esserci preoccupazioni per Parigi, ma non ci sono conferme, al momento. Piuttosto, restano le valutazioni per questo set lungo un intero match, che Sinner ha giocato alla pari con ilgreco che quattro mesi fa, a Melbourne, lo aveva passato nel tritatutto. E sono tutte positive. Per come è stato capace di riportarsi in parità dopo un inizio parecchio scostante. Per come ha organizzato le sue difese, nella parte centrale del primo set senza mai rinunciare a colpire con la smorzata, e con qualche coraggiosa avventura verso rete. […] Se Sinner indossasse per sbaglio gli abiti di Tsitsipas, finirebbe per somigliare a Totò. Ce l’ha messa tutta, Jannik E l’ha fatto grazie alle scelte operate, quasi tutte oculate, e non soltanto per reazione nervosa. Ha combattuto bene, ha cancellato il nulla di Melbourne, ha fatto intuire che nel proseguo i confronti con il greco potranno avere approdi diversi. Tsitsipas è stato più svelto in partenza, ma se è riuscito a sembrare straripante lo si deve alle difficoltà di Sinner con il servizio, un gap che ha influito sull’intero sistema di gioco. Tre a zero e palla per il 4-0, è stato lì che Semola si è ritrovato, come spesso gli capita quando la situazione sembra ormai senza sbocchi. Mostrandosi d’improvviso più calmo, ha guadagnato il primo punto e da lì i movimenti si sono fatti più fluidi, i colpi hanno cominciato a funzionare. Tsitsipas se n è accorto e su un rimbalzo anomalo della palla ha preteso che l’arbitro verificasse lo stato del campo. Mossa sbagliata, perché ha dato modo al pubblico di entrare in partita. Bordate di fischi per lui, e poi di applausi per il 15-40 e il successivo contro break di Sinner con un diritto che il greco neanche ha visto passare, seguito dal 3 pari. E l’orologio già segnava 43 minuti. Si va verso un tie break tutt’altro che scontato. Il match trasformato in battaglia. Sinner recupera un mini break ma ne concede un altro. Tsiitsipas non fa regali e chiude 7-5. Un’ora e 27… Forse un record. E sul tabellino di Sinner ci sono due punti in più. Il match finisce lì. Sinner subito in difficoltà. Non si muove bene, si tocca l’anca Cede la battuta all’inizio, e Tsitsipas prende le distanze. «Me la sono giocata alla part finché ho potuto», il commento di Jannik. «Questo problema all’anca mi ha spento le forze, ma fin li avevo giocato nel modo giusto. Poi, magari, avrei perso lo stesso. Sento che sto crescendo, se colpisco forte vedo i miei avversari in difficoltà. Ora farò degli esami, spero non sia niente di grave. Al Roland Garros ci tengo»

Djokovic resta numero 1 e inquadra la finale. Pure Zverev va di corsa (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

N ovak Djokovic fa 999, a un passo dal diventare il quinto giocatore della storia a toccare la vetta delle mille vittorie in carriera in compagnia dei sodali Federer e Nadal, ovviamente, e di Connors e Lendl. Ma soprattutto, superando Felix Auger-Aliassime 7-5 7-6 (1), si difende dall’assalto Daniil Medvedev al trono mondiale e mantie ne vivo il progetto di sollevare per la sesta volta il trofeo degli Internazionali. È un Foro Italico che ormai considera casa sua, a tal punto da fare anche le conferenze stampa in italiano. Ancora Casper Per la finale, però, dovrà vedersela con un Casper Ruud motivato e solido, che ieri ha battuto in due set Denis Shapovalov. Curiosa statistica: per Noie e il norvegese sarà il terzo confronto diretto, e tutti si sono giocati sul suolo italiano. I primo sempre in semifinale al Foro nel 2020, e l’ultimo alle Finals di Torino. Nell’altra semifinale va in scena Sascha Zverev contro Stefanos Tsitsipas atto terzo. Per la terza volta nel giro di poco più di un mese, il tedesco e il greco si affrontano per una finale sulla terra.[…]. Ex amici La loro è una rivalità che si potrebbe definire frizzante. Entrambi di origine russa, amici da ragazzini, la rivalità ha preso sempre più il sopravvento fino alla definitiva deflagrazione di Cincinnati 2021. Lì Sascha scatenò un putiferio per i toilet break del rivale greco e, non soddisfatto, ne scatenò un secondo per il vizietto di papà Apostolos di “suggerire” le mosse al figlio in campo. Addirittura disse che mentre Stefanos faceva la toeletta negli spogliatoi, il padre gli passava informazioni sul match via telefono. Cosa succederà oggi? Di sicuro i due, alla sfida numero 12, se le daranno di santa ragione. Stefanos, per conquistare il secondo 1000 sul rosso di fila, Sascha per bissare il titolo conquistato nel 2017 in finale contro Djokovic. Il primo 1000 della carriera. Il greco è in vantaggio 7-4 nei precedenti e sa che con Zverev non è mai facile: «Certamente è uno dei giocatori che più mi costringono a dare il meglio – ha detto dopo aver superato Sinner nei quarti -. Ha tanta esperienza, ha iniziato sul Tour molto prima di me. lo lo rispetto, non so se l’ho dimostrato, ma ho sicuramente molto rispetto per quello che ha fatto nello sport fino a ora». Nello sport, sia chiaro. Sarà un bel braccio di ferro che potrebbe allungarsi fino a Parigi, dove entrambi possono essere protagonisti. Soprattutto dopo l’uscita di scena di Rafa Nadal, di cui Zverev non era al corrente: «Ah, si è fatto male? – ha detto stamattina -. Beh ha un po’ di giorni davanti per recuperare e poi non c’è solo lui… Ci siamo io Stefanos, Alcaraz. Un sacco di giovani che possono alzare il trofeo». La Next Gen è adesso

Bolelli e Fognini show, possono scrivere la storia (Massimo Grilli, Il Corriere dello Sport)

Popopopopopo- oo…», gli altoparlanti della Grand Stand Arena sparano a volume altissimo l’inno dei nostri anni più felici, quando la nostra nazionale di calcio non saltava un Mondiale e magari lo vinceva pure. Fognini si regala un selfie con i tifosi, sugli spalti si balla. Resiste ancora uno spicchio di azzurro in questi Internazionali, grazie ai nostri “Chicchi”, alla coppia cioè formata da Fognini e Bolelli, che ieri ha compiuto una piccola grande impresa rimontando da 6-7 2-4 contro i tedeschi Krawietz e Mies, vincitori due volte al Roland Garros. Quando la partita sembrava ormai avviata verso la vittoria alemanna, è bastato un passaggio a vuoto di Mies al servizio per scatenare i nostri: la potenza di Simone e i ricami di Fabio hanno fatto il resta anche nel super tie break che ha deciso la gara, dove gli azzurri hanno recuperato due volte un mini break, centrando così – grazie a una bordata di rovescio di Fognini sul terzo match point – quella semifinale già raggiunta nel 2011 (persero dagli statunitensi Isner e Querrey). Fognini e Bolelli si sono ritrovati all’inizio di questa stagione dopo una separazione – almeno nei tornei individuali lunga quattro anni. Nel 2022 hanno vinta il torneo di Rio de Janeiro, oltre ad aver raggiunto la finale di Sydney, i quarti agli Open d’Australia (torneo conquistato invece nel 2015) e la semifinale di Miami, risultati che per il momento li collocano all’ottavo posto nella classifica Atp di doppio, in piena corsa per le finals di Torino. Questa sera affronteranno sul Centrale i croati Mektic e Pavic, in una sorta di rivincita-anticipo di Coppa Davis. Ricordiamo infatti che pochi mesi fa a Torino fummo eliminati dal doppio croato (noi schierammo Sinner con Fognini per l’indisponibilità di Bolelli) e che lo ritroveremo a settembre, a Bologna, nella prima gara dell’edizione 2022. VERSO LA STORIA. Bolelli e Fognini possono davvero scrivere la storia del nostro tennis, dato che nessuna coppia tutta italiana ha mai vinto gli Internazionali. I successi azzurri sono quattro: nel 1931 Alberto Del Bono si impose in coppia con l’inglese Hughes, che si ripetè nel 1932 con Giorgio De Stefani, mentre nel `34 Giovanni Palmieri, papà di Sergio, direttore tecnico del torneo, vinse con l’irlandese Rogers. Bisogna poi arrivare al 1991 per il trionfo di un altro azzurro, Omar Camporese, in coppia con Goran Ivanisevic, ora all’angolo di Djokovic. Non riuscirono a vincere nemmeno i grandi Pietrangeli e Sirola, malgrado sei finali conquistate in otto anni, tra il 1955 e il `63. Nel 1960 la finale fu sospesa per oscurità con gli australiani Emerson e Fraser in vantaggio per 6-3 5-7 6-211-11 e mai più ripresa. 

Arrivederci Roma. Sinner dura un set, l’anca lo tradisce (Paolo Rossi, La Repubblica)

Alla dodicesima sconfitta contro un Top Five, speriamo che la prossima volta Jannik Sinner non dovrà citare Vitas Gerulaitis e dire “Nessun Top Five batte Jannik Sinner per 13 volte di seguito!”. Chi se lo ricorda sa che questa frase fu pronunciata il 12 gennaio 1980 da Vitas Gerulaitis dopo aver sconfitto Jimmy Connors che lo batteva senza soluzione di continuità. […] Così come resta la dura realtà di un Sinner che proprio non riesce ad avere la meglio sui Top 5. Mai riuscito, ed ecco che i criticoni sostengono che il buon Jannik sia un tipo, come dire, forte con i deboli e debole con i forti. Accusa ingiusta. Anche perché ieri, nei quarti di finale di questi Internazionali d’Italia 2022, mentre era alle prese con Stefanos Tsitsipas, ha accusato un problema fisico all’anca. «È successo proprio al set point del tie-break: l’anca si è girata e ho sentito una fitta». Un vero peccato: era quasi un’ora e mezza che Sinner e Tsitsipas navigavano nell’equilibrio, e stavolta davvero sembrava che il tabù potesse essere sfatato. Invece. «Ho provato con il fisio, ma niente. Non sono più riuscito ad esprimermi al meglio. Avevo giocato un primo set giusto… ora ho un po’ di ansia, vediamo cosa dicono gli esami». Smorzate assassine, qualche volèe in avanzamento: davvero pareva un altro Sinner. «Ho fatto tante cose buone, seguito la tattica giusta. Da Roma mi porto via cose positive, e contro Tsitsipas sentivo che me la sarei potuta giocare fino in fondo, anche se poi, chi lo sa, perdevo lo stesso». Capitan Volandri perora la sua causa: «Faceva molto caldo, cosa che ha fatto rimbalzare molto alte le palle, cosa a favore del greco». Ma gli alibi non piacciono all’altoatesino, che va oltre il proprio naso: «Devo migliorare fisicamente e questa non è una novità, ci stiamo lavorando tanto. Lo vedete che quando tiro forte loro restano lì… Ma anche tecnicamente devo affinarmi. Sì, quest’anno sono stato più costante: in pratica ho perso solo contro giocatori molto forti, ma prima o poi toccherà a me». Gli è toccata anche l’esperienza `diversa’, proprio sul match point: «Stefanos si lanciava la palla per servire e ho sentito delle urla che sono continuate durante lo scambio: abbiamo capito che qualcuno si era sentito male. Mi sono preoccupato perché una partita di tennis è una partita, ma la vita è un’altra cosa». La priorità ora è riposo. Ma la tappa da non perdere è Parigi, che riporta alla mente bei ricordi: i quarti nel 2020, gli ottavi nel 2021, con lo stesso avversario — Rafa Nadal che è ripartito da Roma acciaccato. Lui ancor più del Rosso d’Italia: lo spagnolo è sembrato davvero triste per il suo stato («Non so fin quando reggerò»). Intanto Roma può consolarsi con BolellieFognini: i due vecchi amici sono in semifinale, e ieri hanno compiuto una bella rimonta contro i tedeschi Krawietz e Mies, spuntandola al tie-break del terzo set. L’Italia c’è, dunque: oggi se la vedranno con i croati Mektic e Pavic. Ma ci sono anche Isner e Schwartzman, la coppia strana del tennis: 2,08 e 1,70 d’altezza. I risultati Uomini, quarti di finale Zverev- Garin 7-5,6-2, Tsitsipas-Sinner 7-6 (5), 6-2; Ruud-Shapovalov 7-6 (5) 7-5 Donne, quarti di finale Sabalenka- Anisimova 4-6, 6-3, 6-2; Swiatek-Andreescu 7-6 (2), 6-0; Jabeur- Sakkari 1-6,7-5,6-1);Kasatkina-Teichmann 6-4, rit

Tsitsipas poi l’anca, Sinner cade (Vincenzo Martucci, Il Messaggero)

Così, nell’assolato pomeriggio dei quarti al Foro, il ventenne più precoce di sempre delle racchette “de noantri” non può far festa contro un avversario più forte come Stefano Tsitsipas. Anche se segna un sensibile salto di qualità rispetto alle prime apparizioni agli IBI di Roma lottando alla pari per un’ora e mezza, per un set e un tie-break (perso 7-5) contro uno dei dichiarati favoriti allo Slam di Parigi del 22 maggio insieme a Djokovic ed Alcaraz. Sempre che Nadal non faccia un altro miracolo dopo l’ultimo guaio fisico di giovedì. DOPPIO STOP Sinner si è fermato dopo quel primo, durissimo, set. Ferito all’anca, preoccupato e spompato di energie psico-fisiche ha ceduto netto (6-2) contro il greco di grandi qualità che lo sopravanza in classifica (numero 5 contro 13), esperienza (23 anni contro 20) e testa a testa (ora 4-1). L’analisi dell’avversario è lucida: «Sono stato molto solido, soprattutto nel tie-break, dovevo prendere delle decisioni e in quei momenti critici sono stato preciso, sapevo perfettamente cosa fare, ho rischiato un minimo quando vedevo l’occasione, ho cercato il vincente, ero particolarmente concentrato sulle volée. Poi mi sono sentito padrone del match». In semifinale affronterà Zverev che ha eliminato Garin, mentre Ruud ha superato Shapovalov e aspetta il vincente di Djokovic-Auger-Aliassime. TAPPA IMPORTANTE Dopo quest’esperienza Sinner può guardare con occhi diversi allo 0-12 contro i primi 5 del mondo. «Mi porto via tante cose: sono riuscito a metter in campo ciò di cui ho discusso prima con Simone (coach Vagnozzi). La tattica era giusta. Nel primo set ho avuto più occasioni io con palle-break o 15-30. Lui si è salvato col servizio. Poi, nel tie-break, ha giocato meglio un punto sul 5-5 dove io non ho spinta la seconda». E il problema fisico? «Nell’ultimo punto del tie-break sono arrivato in recupero col diritto, l’anca sinistra si è girata e ho sentito una botta. Poi non ero più al 100%». Avrebbe potuto rovesciare la situazione dopo quello sprint perso di un soffio che è sembrato decidere anche il match? «Mi sentivo di poter vincere, dopo aver giocato alla pari nel primo set, soprattutto da fondo». Sembrava, però, che, mentre lui stava producendo il massimo sforzo, Tsitsipas possedesse ancora spazio ed energie per un ulteriore margine di intervento. Anche perché era stato Sinner a tirare di più il collo per recuperare da 0-2 a 3-3. La distanza di Jannik dagli avversari di prima fascia è soprattutto fisica: «Devo lavorarci, è una parte del gap fra me e gli altri: quando tiro forte loro restano lì». Dopo i buchi e i tentennamenti contro Martinez, Fognini e Krajinovic, contro Tsitsipas ha però giocato meglio. «Come tennis e progressi ci sono. Ognuno ha i suoi tempi. Quest’anno credo di essere stato anche abbastanza costante ed ho perso solo contro giocatori davvero forti. Continuiamo così e a cercare queste partite importanti nei turni importanti. Prima o poi speriamo anche di vincere». Tsitsipas è d’accordo: «Ha avuto dei momenti in cui è entrato in campo ed è stato molto determinato come scelta di colpi e piano di gioco. Non è stato facile affrontarlo». Jannik Sinner riparte da qui e dal bel gesto verso lo spettatore che s’accascia in tribuna per un colpo di calore sul secondo match point. Ha preso due bottigliette d’acqua, le ha consegnate a un paramedico, ha aspettato ansioso che la persona anziana stesse meglio. Gran stile il tennis italiano.

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