Bocciati i giovani, Federer rinato, ora c'è Djokovic (Clerici, Martucci, Semeraro, Valesio, Crivelli); Riecco Roger ed un altro Becker - Edberg (Martucci); Errani e Vinci super. Sotto il traguardo anche sull'erba tabù (Mariantoni, Marcotti); Kvitova-Bouchard, una sfida anni '90 (Crivelli)

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Bocciati i giovani, Federer rinato, ora c’è Djokovic (Clerici, Martucci, Semeraro, Valesio, Crivelli); Riecco Roger ed un altro Becker – Edberg (Martucci); Errani e Vinci super. Sotto il traguardo anche sull’erba tabù (Mariantoni, Marcotti); Kvitova-Bouchard, una sfida anni ’90 (Crivelli)

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Nell’era Open, pa satii 32 anni solo in quattro sono riusciti a vincere uno Slam: Gimeno nel ’72 a Parigi, Ashe qui a Wunbledon nel ’75, I’higlander Rosewall a un passo dai 40 anni nel ’74 e il 35enne Agassi nel 2003, entrambi in Australia. Federer a 32 anni e 332 giorni può diventare il più anziano vincitore a Church Road. «Davvero?Nonlosapeva Vuol dire che non mi importa cosa tanto…».

Infinito Federer. Wimbledon, il futuro può attendere (Stefano Semeraro, La Stampa, 05-07-2014)

Una spallata e uno scivolone. Grigor Dimitrov ha provato a scardinare i Doherty Gates, lottando quattro set contro Novak Djokovic, scivolando come beep-beep sul sabbione del centre Court, aggrovigliandosi un po’ sotto gli occhi di Maria Sharapova, la sua morosa, che per applaudirlo ha abbandonato il consueto gelo siberiano. Ha perso, il bel Griga, sciupando anche tre set point nel tie-break del quarto set. Ma ha mostrato che può ormai giocarsela con i migliori anche nei grandi tornei. Che il futuro bussa alla porta e non si accontenterà a lungo dell’anticamera. Milos Raonic, la macchina canadese da ace, invece si è inceppato. Roger Federer l’ha congedato in tre set in un’ora e 41 minuti come si fa con gli studenti che si emozionano all’esame: grazie, si accomodi pure, si presenti quando sarà più preparata La sfida delle semifinali fra il vecchio e il nuovo del tennis è finita così con il trionfo dell’ancien regime, dei 27 anni di Djokovic e dei quasi 33 di Federer che domani si contenderanno una coppa che assomiglia ad un elisir di lunga vita. Soprattutto per SuperRog, il Giardiniere supremo, che torna a giocarsi una fmale di Slam sullo stesso campo dove nel 2012 superò Andy Murray. Tutti lo davano per consunto, lui ci ha creduto sempre; anche l’anno scorso quando la lombalgia gli dava 6-0 6-0 e gli avversari lo trattavano come uno zio un po’ arrugginito. Due anni e due gemelli dopo rieccolo qui, lo Splendore dell’erba, l’uomo dei sette titoli ai Championships (come Sampras e Willie Renshaw), dei 17 Slam che possono finalmente diventare 18. Il rosso e il verde, e Stendhal non c’entra nulla: Rafa Nadal lo ha bruciato sul tempo vincendo nove Roland Garros, lui può rispondere con 8 Wimbledon, comunque vada da huredi tornerà sul podio del mondo, numero 3 Atp – e per quel che conta di nuovo ni di Svizzera dopo aver accantonato, proprio qui nei quarti, il sacrilego Wawrinka. In carriera ha vinto 81 milioni di dollari di montepremi, ogni anno ne incassa una trentina di sponsor ma il vecchio coppone dorato luccica in maniera speciale, diversa da tutto il resto, non lo compri con la Master Card. Anche perché Roger sa che l’ottava meraviglia potrebbe essere l’ultimo sorso di immortalità, il grande inchino prima dell’addio. Sarebbe un record nel record, visto che dal 1968 a oggi una vittoria Slam dopo i 32 anni è statisticamente roba rarissima. Ci sono riusciti in quattro: Gimeno, Rosewan, Ashe (qui a Wimbledon) nel ’75, per ultimo Agassi nel 2003 in Australia. «So che non ho ancora dieci anni davanti a me», ha detto il Genio sorridendo come un bambino a cui abbiano riparato il giocattolo. «La prima finale fu un sogno, questa cercherò di godermela più che posso». Fra lui è l’happy end c’è il n. 2 del mondo, il serbo ringhiante in astinenza da Slam: il sesto e ultimo titolo l’ha afferrato nel 2013 a Melbourne, le ultime tre grandi fmali che ha giocato se l’è fatte scippare da Murray e da Nadal. Per riprendersi il n. 1 deve vincere un torneo che ha già fatto suo nel 2011, ma l’unica volta che ha incontrato Federer nel suo Giardino, in semifinale nel 2012, si è dovuto inchinare. Sarà, comunque, una questione fra re.

 

E’ proprio un torneo per vecchi (Piero Valesio, Tuttosport, 05-07-2014)

Nonno Federer vince, baby Federer non ancora Ma il fatto stesso che ci sia un piccolo (si fa per dire) Federer che è pronto ormai a ricevere l’eredità del suo predecessore è la splendida notizia che emerge dalle semifinali dei Championships. Dimitrov segnerà il prossimo futuro del tennis sui campiveloci e in particolar modo sulla fu-erba pazzescamente scivolosa di Londra Miloos Raonic (che ieri si è arreso in modo netto ad una superba versione di Roger) è forse un passo indietro rispetto al bulgaro: Piatti, Ljubicic e il loro staff dovranno ancora lavorare per renderlo perfettamente consapevole dei suoi mezzi e delle sue possibilità. Ma il tempo è dalla parte di entrambi. La finale di Wimbledon sarà Djokovic-Federer con il serbo a caccia del suo secondo titolo sull’erba londinese (e soprattutto della chiusura di una serie nera nelle finali Slam) e il grande sviuem dell’ottavo; un gradino più su di Pete Sampras e un’eternità più avanti rispetto a chiunque possa anche lontamente pensare di raggiungerlo. Ma con le semifinali di ieri è iniziata una nuova epoca del tennis: quella che si identificherà (anche ma non solo) con i due ragazzi che ieri sono usciti dal campo sconfitti.

Già e non ancora

Vogliamo forse che i ragazzi diventino uomini prima del tempo? CenU che no. Anche perché poi, magari, ridiventano ragazzi nel senso che non sanno come impegnare una vita che ha già regalato lom fin troppo. Sarà per questo che il ricco, bello, strafidanzato con la Sharapova e. per l’appunto, erede della magia tennistica di Federei Grisha Dimitrov, ancora indugia in ingenuità che sono proprio di un ragazzo più che di un giovane uomo. Si potrebbero citare, a questo proposito, i tre doppi falli nello stesso game ad inizio del quarto set quando era ancora suonato per aver malamente perduto il tie break del terzo. Oppure i quattro set point non sfruttati nel tiebreak del quarto; quando sarebbe bastato un livello appena superiore di concentrazione per allungare l’incontro e far vedere altri verdi sorci ad un Nole non fantasmagorico. Ma d’altro canto come volete considerare quell’atteggiamento sempre offensivo, quel continuo immolarsi in tuffi spettacolari, in cadute ardite (e naturalente in risalite, che vi aspettavate) che (sarà l’età o la coincidenza temporale, fate voi) hanno riportato alla mente non tanto il Becker dei tempi d’oro (forse perché quello attuale in tempi un po’ meno dotati ce l’abbiamo davanti quasi tutti i giorni) quanto i Borg e i McEnroe del celebre tie break di cui oggi ricorre il compleanno? Vogliamo forse prendere sotto gamba quel gioco a volo spregiudicato, quella volèè di rovescio in con-trotempo giocata talvolta anche contro le leggi della fisica ma straordinariamente bella a vedersi? Non avevamo forse bisogno di tutto ciò?

Serenità

Milos Raonic non ha giocato la prima semifinale Slam della sua carriera con il massimo della serenità e si è visto. Ma la curva del suo progresso è nitida La sua non sarà la carriera di un Roscoe Tanner o di un Butch Walts qt ualsiasL Chissà che ieri, fra i due perdenti giovani, non sia nata una rivalità che porebbe occupare i pensieri tennistici di molti a partire dalle prossime settimane. Milos ha un servizio devastante lo si sapeva. Ma anche intelligenza tattica’llittavia è già bello oggi tratteggiare le caratteristiche dei due quando saranno loro a giocarsi i titoli Slam: l’uno più esplosivo, comunicativo, non immune dalle leggi dello show business, belloccio e con top fidanzata (finché dura); l’altro non proprio belloccio, più tendente all’introspezione, più silenzioso. Umani, comunque, gli occhi di tutti saranno puntati sul Federer originale, inutile girarci intomo. Al campione di quasi 33 anni che è probabilmente (ma quante altre volte lo si è detto?) a1P ultima occasione di conquistare uno Slam; il suo Slam Se ci riuscisse (battendo anche il record di Ashe che vinse a quasi 32 anni) potremmo anche sciogliere la riserva e stabilire, parafrasando il centurione romano che mentre le nubi si addensavano sul Golgota ebbe la certezza che il Crocifisso era davvero il figlio del Padretemo, quanto segue: sì, lui è davvero il più forte di tutti i tempi.

Djokovic e Federer in finale sull’erba di Wimbledon (Alessandro Merli, Il Sole 24 Ore, 04/07/2014)

WIMBLEDON – Chi l’ha detto che nel tennis è il momento dei giovani turchi?
Grigor Dimitrov e Milos Raonic saranno anche il futuro di questo sport, ma in finale ci vanno Novak Djokovic e l’eterno Roger Federer. Rimasti gli ultimi due dei Fab Four in gara dopo le eliminazioni, per la verità piuttosto brusche, di Rafa Nadal e Andy Murray, saranno i due campioni, e non i due ragazzi, a giocarsi il titolo. E per Federer, il favorito del cuore e della folla del Centre Court, sarebbe l’ottavo Wimbledon e il 18esimo Grande Slam. Già prima del 2012, quando aveva vinto il settimo, eguagliando l’antico William Renshaw e Pete Sampras, era stato dato per finito. Per lui la semifinale è stata poco più che una formalità, un giorno come tanti in ufficio, nel suo ufficio del campo centrale di Wimbledon. Triplo 6-4 al canadese Raonic, che non ha mai dato l’impressione di poter far sua la partita, forse intimidito dall’occasione. Lo svizzero non ha avuto neppure bisogno di forzare troppo, nè al servizio, nè con il gioco a rete, su cui insiste il suo nuovo coach, Stafn Edberg, che ne era maestro.
Per Federar serata in famiglia, con Mirka e le due coppie di gemelli, nonché cinque bambinaie, un apparato perfettamente oliato che gli consente di girare il mondo e di giocare in tutta tranquillità. «Bisogna amare questo sport», ha commentato alla fine, con l’aria di uno in pace con se stesso.
In finale domenica lo aspetta Djokovic, che non è mai sembrato completamente a suo agio per tutto il torneo e anche in semifinale non ha certo giocato al meglio, ma, almeno fisicamente, dovrebbe avere una marcia in più di Federer. Se però qui ha vinto una sola volta, nel 2011, vorrà pure dir qualcosa. Il suo incontro con Dimitrov ha avuto anche scambi altamente spettacolari, una serie di tuffi da una parte e dall’altra (in un’occasione entrambi i giocatori sono finiti a terra). Del resto, nel box di Djoko c’è oggi Boris Becker, che non perdeva occasione per lanciarsi sull’erba di Wimbledon. E, volendo, la finale Federer-Djokovic rinnova anche la rivalità dei loro attuali coach, che si spartirono le glorie dell’All England Club alla fine degli anni 80.
Nel box di Dimitrov c’era invece la sua fidanzata, Maria Sharapova, che, dice lui, gli ha dato un solo consiglio: «Vinci». Non c’è riuscita lei, non c’è riuscito lui, forse non ancora maturo per questi livelli. Tanto che ha ceduto al terzo e al quarto (quando ha avuto addirittura tre set-point consecutivi) al tie-break, più di nervi che d’altro.
Il sabato è delle “ladies”. Finale del singolo fra la canadese Eugenie Bouchard, questa sì un’emergente di successo, e Petra Kvitova, che qui vinse nel 2011. Entrambe ventiquattrenni, fanno parte della nouvelle vague, anche se la seconda ha già al suo attivo uno Slam. A corto di talento locale, gli inglesi tiferanno Bouchard: la mamma, una fanatica della famiglia reale britannica, ha battezzato Eugenie e sua sorella Beatrice con i nomi delle figlie del principe Andrea.
Ma per gli appassionati italiani, quello che conta sarà il secondo incontro sul Centre Court, la finale del doppio, che vedrà Sara Errani e Roberta Vinci impegnate nel tentativo di aggiudicarsi l’unico titolo dello Slam che manca alla loro bacheca. Sulla carta, sono favorite sulle rivali, l’ungherese Timea Babos e la francese Kristina Mladenovic.

Ma ormai l’erba è diventata sabbia (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport, 05-07-2014)

Una scivolata. Poi un’altra. Poi un’altra ancora. E al ralenty Novak Djokovic che mulina i polpacci come fosse dentro un cartone animato fa sorridere anche il commentatore della BBC: «Sembra Beep Beep!». Le “rughe” dell’ultranovantenne Centre Court di Wimbledon (inaugurato nel 1922) raccontano la storia del tennis. Una volta formavano una “T” allungata verso la rete. Da anni ormai, con la quasi totale scomparsa del serve and volley, disegnano un ovale allargato sulla linea di fondo, dove nelle annate di gran caldo l’erba si consuma sino a diventare terra battuta, quasi sabbia. Venerdì a Londra c’è stato un caldo record, lo scalpitare furioso di Djokovic, Dimitrove compagni in questi giorni ha fatto il resto. Il serbo già contro Cilic aveva dovuto cambiarsi le scarpe per evitare uno scivolone definitivo (fuori dal tomeo), ieri è toccato anche a Dimitrov – meno a Fede-rer e Raonic – finire decine di volte con il sedere a terra «Dovrebbero aspettare mezz’ora e bagnare i campi!», ha tuonato John McEnroe. «Sì, quest’anno l’erba era decisamente secca – ha spiegato Djokovic – A volte poi il sudore nei calzini peggiora la situazione: meglio portarsi sempre un paio di scarpe di riserva». Per non scivolare fuori dalla Storia.

Errani e Vinci super. Sotto il traguardo anche sull’erba tabù (Luca Mariantoni, La Gazzetta dello Sport, 05-07-2014)

Il tricolore torna a sventolare a Wimbledon grazie all’impresa di Sara Errani e Roberta Vinci; le azzurre hanno centrato, per la prima volta, l’accesso alla finale strapazzando in 69 minuti per 6-3 6-2 la cinese Jie Zheng e la ceca Andrea Hlavackova: oggi, sul Centre Court, affronteranno il duo franco-magiaro, formato da Kristina Mladenovic e Ti-mea Babos, per entrare nella leggenda dello sport italiano.

Segreti «La nostra aggressività — ha raccontato Roberta Vinci — aumenta partita dopo partita; cerchiamo la rete e soprattutto forziamo molto con la risposta. Sull’erba c’è poco da pensare e questo facilita notevolmente il nostro tennis». Sorride anche Roberta Vinci: «Stiamo giocando bene, nel modo più giusto; su questi campi non paga mai attendere, ma sfruttare la prima occasione per attaccare e chiudere gli angoli. Fisicamente stiamo benissimo».

Record Sono miracolate — per i 5 match point annullati nel secondo turno alle gemelle ucraine Kichenok (Lyudmyla e Nadiia) — ma anche pronte ad allungare la mano per portare a casa un trofeo sfuggito nel 1956 a Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola (fermati in finale dai miti Lew Hoad e Ken Rosewall) e ancora prima, nel lontanissimo 1925, a Uberto de Morpurgo che, con l’americana Elizabeth Ryan, perse la finale del doppio misto a vantaggio delle leggende francesi Suzanne Lenglen e Jean Borotra.

Ritorno in cielo Il match che da lunedì riporta le due azzurre al numero 1 del mondo — come già ininterrottame-te dal 20 settembre 2012 al 16 febbraio 2014 — non ha storia. Le azzurre dominano da fondo con Sara, sulle risposte, e a rete quando pressano le rivali, con la dasse di Roberta. Così arriva una finale strameritata che cancella 4 anni di delusioni e 5 presenze a Wimbledon, compresa l’esperienza olimpica. Le Cichi avevano perso al 3 turno nel 2010 (Peschke-Srebotnik) e nel 2011 (Llagostera Vives-Parra Santonja), ai quarti nel 2012 (HlavackovaHradecka) e ai Giochi Olimpici (Williams) e ancora a13 turno nel 2013 (GoergesZahlavova).Questa volta l’erba sembra la terra e Wimbledon non fa più paura alle azzurre. «E’ pur sempre uno Slam — racconta Roberta — ed è una situazione che abbiamo già affrontato 7 volte; cerchiamo di non pensare che questi sono i Championships, l’unico Major che manca alla nostra collezione». Un match per entrare nella storia, per completare lo Slam in carriera, riuscito nell’era Open solo a Martina Navartilova e Pam Shriver, Gigi Fernandez e Natasha Zvereva e alle sorellone Williams. «Non accusiamo nessun tipo di pressione — dice Sara — e spero che la situazione non cambi neppure quando staremo per scendere in campo». Alle Cichi non bastano i 4 Slam vinti: Parigi e Us Open 2012, Australian Open 2013 e 2014. Ora è la volta di Wimbledon.

Errani-Vinci ad un passo dalla storia (Gabriele Marcotti, Il Corriere dello Sport, 05-07-2014)

La storia è ad un passo, ad un solo match di distanza. Una vittoria per il titolo che manca. Quello ancora assente alla loro formidabile collezione di Slam. Cercheranno di conquistarlo oggi pomeriggio sui prati di Church Road. La strada che identifica Wimbledon, l’ultimo Major non ancora vinto da Sara Errani e Roberta Vmci, finaliste per la prima volta ai Championships. Ma le Cichis, a Londra favorite n.2, giurano di non pensare al Career Grand Slam: dopo aver vinto gli altri tre Slam, manca l’alloro di Wimbledon. Un’extra di pressione che si aggiunge agli inevitabili favori dei pronostici dopo la vittoria di ieri contro la ceca Andrea Hlavackova e la cinese Jie Zheng. Giunta al termine di una partita pressoché perfetta che conferma una costanza di rendimento che non teme confronti. Sono i loro formidabili numeri a confermarlo: quella di oggi è l’ottava finale negli ultimi 11 Slam a cui hanno partecipato. Da Melbourne 2012 ad oggi le due italiane hanno vinto 4 Slam (Roland Garros e US Open nel 2012, Australian Open 2013 e 2014).

SOGNO DOPPIO «Dobbiamo continuare con la stessa concentrazione e pensare solo al singolo match e non all’importanza di questo match – la raccomandazione della Errani”. Sarà una finale difficile come lo sono state quelle agli Australian Open o al Roland Garros. Certo non possiamo negare che questo torneo ha un valore speciale perché sull’erba non abbiamo mai vinto. Stiamo affrontando gli incontri nel modo più giusto. Quando giochi su questa superficie non puoi utilizzare gli stessi schemi tattici che si usano sulla terra rossa». In finale dovranno superare la coppia composta dall’ungherese Timea Babos e dalla francese Kristina Mladenovic, favorite n.14. «Siamo cresciute durante il torneo – l’analisi della Vinci che ricorda i cinque match point annullati al secondo turno alle gemelle ucraine Kichenok (“Eravamo praticamente fuori, ce lo ricordiamo dopo ogni incontro”) -. Partita dopo partita siamo diventate sempre più aggressive Cerchiamo di attaccare appena possibil su questa superficie non hai tempo di pensare». Per trovare l’unica altra coppia italiana in finale sui prati londinesi bisogna risalire al 1956 quando Nicola Pie-trangeli e Orlando Sirola furono sconfitti in tre set da Lew Hoad e Ken Rosewall. Oggi tocca alle Cichis scrivere una nuova pagina della storia del tennis italiano.

Kvitova-Bouchard, una sfida anni ’90 (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport, 05-07-2014)

Dice Nick Bollettieri che entrare sul Centrale di Wimbledon per giocare una finale è come lasciarsi avvolgere dalle fiamme dell’inferno. Dunque, senza il controllo di ogni nervo, rischi di bruciarti. La Kvitova, vincitrice tre anni fa, questa sensazione l’ha già provata: «Devi concentrarti solo sull’obiettivo, far funzionare la testa al 100% e tirare fuori dal fisico tutto ciò che puoi». Quella tra la ceca e la Principessa Bouchard è la prima finale Slam con due nate negli anni 90, ma Petra giocherà la 31′ partita sull’erba più famosa del mondo ed Eugenie solo la 10′.

Matrimoni e pressione Le due settimane londinesi della canadese, però, ribaltano ogni prospettiva legata all’esperienza e alla pressione: la n.13 del mondo ha gestito emozioni e partite con il piglio deciso della veterana. Non ha ancora perso un set e, all’apparenza, si avvicina al primo momento clou della giovane carriera con la calma dei forti: «Sono orgogliosa di ciò che ho fatto fin qui, ma il lavoro non è finito. Proverò a divertirmi più che posso, anche se sarà un match durissimo, contro un’avversaria che sa come si vince questo torneo». Intanto, l’account Twitter di Genie sta collassando per le migliaia di proposte di matrimonio quotidiane. La Kvitova, invece, è appena uscita dalla storia con Stepanek e pare abbia ritrovato la serenità tornando a frequentare l’antico fidanzatino Adam Pavlasek: «Quella vittoria mi aveva proiettato in un mondo che non mi apparteneva». Ora può ripartire.

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Jasmine cresce ancora (Bertellino). Paolini super. A Portorose il primo titolo della carriera (Gazzetta dello Sport). La prima volta di Jasmine è il trionfo della pazienza (Damato)

La rassegna stampa di lunedì 20 settembre 2021

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Jasmine cresce ancora (Roberto Bertellino, Tuttosport)

La prima volta di Jasmine Paolini è a Portorose. Il trofeo nel WTA 250 sloveno conferma la crescita dell’azzurra ma anche la tenuta mentale visto il ritardo di 3 ore nell’inizio, causa maltempo. Colpi e determinazione per battere la n. 38 del mondo, l’americana Alison Riske, 31enne di Pittsburgh che era alla 10a finale. La fotografia della nuova dimensione della 25enne toscana è nel primo set. Dopo break e contro-break iniziali Jasmine si è trovata a rincorrere la più esperta rivale dal 2-5. I’ha fatto cambiando marcia e chiudendo 7-4 al tie-break. Prima dell’inizio del 2° set Jasmine ha chiesto un medical time-out per un problema alla coscia sinistra. E’ ripartita di slancio, strappando subito il servizio alla statunitense e tenendo proprio dopo aver salvato più palle dell’ 1-1. Sul 2-0 ha rifiatato un attimo el’americana ha incamerato il primo game del set (2-1). Ripresa sul 2-2, Jasmine ha reagito chiudendo il gioco con un gran diritto per il 3-2 cogliendo poi altri 2 break per il sigillo all’8°gioca

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Nell’ITF 80 di Valencia ha vinto Martina Trevisan, in rimonta (4-6 6-4 6-0) contro l’ungherese Delma Galfi, n. 138 WTA.

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Paolini super. A Portorose il primo titolo della carriera (Gazzetta dello Sport)

Era alla prima finale Wta della carriera e l’ha vinta, domando l’americana (n. 38) Alison Riske in due set 7-6 (4) 6-2, dopo un’ora e 46 minuti di gioco. Per Jasmine Paolini il titolo nel 250 di Portorose può essere l’alba di una nuova carriera, ora che ha dimostrato una solidità mentale invidiabile. La 25enne toscana, che oggi raggiungerà il numero 64 della classifica (best ranking), è stata brava a non farsi influenzare dalla lunga attesa (si è cominciato due ore e mezza dopo il previsto per la pioggia) e poi fantastica nel primo set, quando ha recuperato da 5-2 sotto con due break di svantaggio. Nel secondo parziale, la Paolini ha non ha avuto problemi

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Questa settimana si gioca a Metz (cemento indoor): oggi in campo Lorenzo Sonego contro l’ungherese Fucsovics e Gianluca Mager contro il georgiano Basilashvili. A Nur-Saltan (cemento indoor), in Kazakistan, in campo Andreas Seppi contro il kazako Skatov. In tabellone pure Lorenzo Musetti: aspetta un qualificato.

La prima volta di Jasmine è il trionfo della pazienza (Corrado Damato, Il Messaggero Sport)

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l’Italtennis si gode un movimento che tra uomini e donne sembra veramente aver trovato la ricetta universale che porta al successo.

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a Portorose, in Slovenia, è “incappata” in quelle settimane perfette che talvolta capitano nella vita di un tennista e, giocando alla perfezione dall’inizio alla fine, ha scoperto la gioia del trionfo. Che apre nuovi scenari anche per i tornei più importanti visto che produce un balzo in classifica dal suo attuale 87′ posto a quello numero 64 che occuperà da oggi. Ovviamente, il suo nuovo best ranking. VITTIME DOC L’ultima ad arrendersi all’azzurra è stata l’americana Alison Riske, numero 38 della Wta e terza testa di serie del torneo. Le ha strappato il servizio per tre volte nel primo set e quando è andata a servire sul 5-2 (Jasmine aveva recuperato uno dei break) sembrava poter incanalare il match dalla sua parte. Ma l’azzurra ha dato prova di grande pazienza e ha ricucito, punto dopo punto, senza fretta, portando l’avversaria al tie break, poi vinto per 7 punti a 4. II secondo set è stato la copia a specchio del primo con la Paolini volata sul 5-2 e poi più cinica della Riske: 6-2 e tutti a casa. Brava Jasmine a non perdere la concentrazione anche per lo slittamento del match, iniziato con quasi tre ore di ritardo per colpa della pioggia.

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Pietrangeli: «Una notte ho portato a letto anche la Davis» (Iannacci)

La rassegna stampa di domenica 19 settembre 2021

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Pietrangeli: «Una notte ho portato a letto anche la Davis» (Leonardo Iannacci, LIbero)

In via Veneto giocava a carte con Mastroianni, a Gstaad prendeva l’aperitivo con Richard Burton e Liz Taylor, a Los Angeles cenava una sera con Charlton Heston e quella dopo con Frank Sinatra, a Parigi amoreggiava con una stripteaseuse del Crazy Horse e a Montecarlo insegnava il rovescio al principe Ranieri, suo amico. Schegge di memoria che riguardano il signor Chirinsky, protagonista di pezzi di vita che sembrano capitoli di un romanzo. «Quando mi dicevano: allenandoti meglio avresti potuto vincere di più, io rispondevo: forse, ma nella mia vita mi sarei divertito meno!», ripete sempre. Il signor Chirinsky è uno splendido 88enne, ancora pieno di vita che si diverte a portare in giro il suo mito. Chirinsky, e qui lo sveliamo, è il secondo nome di Nicola Pietrangeli, il tennista italiano più vincente della storia. Prima questione da chiarire: perché Nicola Chirinsky Pietrangeli? «Sono nato a Tunisi, all’epoca un protettorato francese, da papà Giulio e da mamma Anna, russa. Da qui il secondo nome Chirinsky, che non mi dispiace affatto. Ho iniziato a giocare a tennis in un campo di prigionia proprio in Tunisia, durante la seconda guerra mondiale, vincendo con papà il mio primo torneo di doppio. Avevo 13 anni. Ma il mio destino era l’Italia, venimmo espulsi e con la famiglia riparammo a Roma».

Dove si dedicò a tempo pieno al tennis…

 

Affatto. Preferivo il calcio, ero bravino e venni convocato nelle giovanili della Lazio. Dopo qualche tempo mi proposero il trasferimento alla Viterbese, capii subito che con il calcio non mi sarei divertito né avrei viaggiato, così passai al tennis. Al Circolo Parioli, dove il custode era un certo Ascenzio Panatta, che aveva un figlioletto di nome Adriano.

Un tipo che avrebbe incontrato anni dopo.

Sì, ma questa è un’altra storia. Giocare a tennis mi piaceva. Diventai bravo. Tra la fine degli anni ’50 e gli inizi dei ’60 vinsi 44 tornei, quattro volte il Roland Garros, due nel singolare e due nel doppio. Mi rispettavano tutti gli altri grandi giocatori dell’epoca, eravamo amici. Giocavamo ma ci divertivamo un mondo. Era un tennis educato, quello. E vivo.

La differenza tra un campione della sua epoca e uno odierno?

Noi entravamo in campo per divertire il pubblico. Oggi ogni pallina vale decine di migliaia di euro e ai giocatori non importa nulla del pubblico. Pensano solo ai soldi. Quando ho vinto il Roland Garros mi hanno dato un premio in denaro con il quale non mi sono potuto comprare neppure un appartamentino. Oggi chi vince uno Slam si porta a casa due milioni e mezzo di dollari.

Ma, allora, la Osaka che lascia il tennis, Djokovic paralizzato durante la finale degli Us Open, terrorizzato dalla mancata conquista del Grande Slam. Perché?

E qui mi arrabbio. Djokovic avrà, che so, 500 milioni di dollari in banca e gioca una finale stressato? Ma scherziamo? E la realtà attuale del tennis che strofina i nervi a questi plurimiliardari. Sono macchine da guerra, istituti di credito. Forse si stressano a contare i soldi. Quando leggo che sono depressi mi saltano i nervi.

Djokovic, Nadal, Federer: chi al primo posto?

Federer, di un altro pianeta. E ve lo dice uno che ha battuto un certo Rod Laver che di Grande Slam se ne è pappati due.

II tennis italiano sembra rinato: prima Fognini, ora Sinner, Berretti, Musetti, Sonego. Siamo tornati ai tempi di Panatta-Barazzutli-Bertolucci-Zugarelli?

Penso di sì. Sinner ha solo 20 anni. Ha il mondo davanti e arriverà entro l’anno nei primi 10. Berrettini con quel servizio può vincere uno Slam. Non sulla terra battuta, però.

La sua più bella vittoria?

Nel 1976 ero il capitano non giocatore della squadra di Davis e arrivammo alla finale con il Cile. Mezza Italia non voleva che andassimo a giocarla perché a Santiago c’era il regime di Pinochet. Era tutto politicizzato, la sinistra vedeva la finale dal punto di vista ideologico e voleva boicottarla. Pensai: siamo pazzi? Rinunciamo a vincerla? Mi sono battuto come un leone contro tutti i politici ipocriti, di sinistra e non solo. Alla fine mi diedero retta e andammo. Vincemmo la nostra prima e ultima Davis, i giocatori in campo, io fuori. Ma fummo costretti a tornare in Italia quasi di nascosto, protetti dai carabinieri. Ricevetti anche due minacce di morte, avevo la polizia sotto casa.

E una sera si portò a letto la Coppa Davis…

Accadde dopo una festa a Roma, con Giulio Andreotti presente, salito frettolosamente sul carro dei vincitori: tutti se ne andarono a dormire e il servizio d’ordine lasciò lì la coppa. Nessuno se la filava. Così, per paura che la rubassero, la portai a casa, la misi sul letto. C’è una foto con il sottoscritto, la coppa e il mio gatto che ci dorme dentro.

Ed ecco la domanda delle cento pistole: chi è stato più forte, lei o Panatta?

Adriano è nato per giocare a tennis. Un talento puro. Mi ha battuto anche nella finale dei campionati italiani del 1970. Ma lui aveva 20 anni, io già 37… Però è durato troppo poco ai vertici, 3-4 anni. Meglio Nicola Chirinsky Pietrangeli, dai.

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Camila: l’amore per Firenze, il gioco, la moda (Querusti)

La rassegna stampa di venerdì 17 settembre 2021

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Camila: l’amore per Firenze, il gioco, la moda (Francesco Querusti, La Nazione)

Circolo Tennis Firenze in festa per la presenza di Camila Giorgi, numero 1 in Italia e al 36° posto nel ranking mondiale. Camila, nata a Macerata ma fiorentina d’adozione, ha portato freschezza, classe, simpatia, femminilità e moda nel tennis. Tra i suoi sogni quello di scalare posizioni nella classifica delle big, di insegnare ai giovani per trasmettere i suoi segreti e di non lasciare mai Firenze città che le ha preso il cuore. Camila, sui campi del Ct Firenze, è scesa in campo con gli allievi della scuola agonistica del circolo delle Cascine, in due ore divertenti, di grande fascino e colpi spettacolari. Oltre al tennis è stata protagonista la moda con sfilata sul bordo piscina con i capi dell’azienda Giomila disegnati dalla mamma di Camila. Poi si è raccontata, con accanto tutta la sua famiglia. «Sono più che soddisfatta – afferma Camila – ma non mi accontento mai. Adoro il tennis: ho detto che è il mio lavoro, ma lo amo. Una volta finito però ho altre cose a cui pensare, come la mia famiglia, e non ho rimpianti. Fra due settimane partirò per Chicago e poi parteciperò al torneo di Indian Wells. Mancano quattro tornei e poi è finita la stagione. Arrivare fra le prime 32 del ranking, per poter essere testa di serie negli Slam, è il mio obiettivo ma spero di fare ancora meglio». E in futuro quali obiettivi? «Mi piacerebbe insegnare alle bambine e ai bambini questo sport, che è incredibile, perché’ in parte è anche stile di vita. La scelta di seguire la passione di mia madre e di non scegliere altri brand è dettata dal fatto che mi ha insegnato tutto ed è una vera artista. Giomila è un progetto di moda che è diventato realtà e che seguirò con impegno». E il suo amore per Firenze e la Toscana. «Viviamo a Calenzano e quando sono a casa, insieme a mia madre e alla mia famiglia, andiamo in giro per la Toscana che è bellissima».

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