L'orgoglio non basta Federer si arrende alla gioventù di Nole in finale a Wimbledon (Clerici, Crivelli, Martucci, Semeraro, Mancuso, Lombardo, Merli)

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L’orgoglio non basta Federer si arrende alla gioventù di Nole in finale a Wimbledon (Clerici, Crivelli, Martucci, Semeraro, Mancuso, Lombardo, Merli)

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Rubrica a cura di Daniele Flavi

 

L’orgoglio non basta Federer si arrende alla gioventù di Nole

 

Gianni Clerici, la repubblica del 7.07.2014

Ha vinto Djokovic, alla fine di quasi quattro ore. Ha vinto Djokovic perché, pur nel suo fascino che ispirerà qualche favola, la partita non è stata purtroppo simile a una fiction, cioè a una finzione, in cui il giocatore più anziano, che fu il primo nell’ultimo decennio, si rifiutava di abbandonare la sua immagine vincente e, con drammatica testardaggine, cercava di riproporla, riuscendoci alla fine. Ha vinto Djokovic, che tra sei anni avrà l’età che ha oggi Federer, e magari starà ancora giocando, mentre papà Federer racconterà, spero al camino, la storia di un pomeriggio del luglio 2014, nel quale è stato vicino alla diciottesima vittoria nei tornei detti del Grande Slam, e lo ascolteranno le gemelle che avevano presenziato, senza ben capire, sedute su una sorta di cornice metallica, che delimita una grande finestra chiamata Falco. Ha vinto Djokovic, forse con giustizia per un grande che aveva perduto le ultime tre finali Slam, e che nella lunghissima vicenda ha finito per dimostrare, come ci si attendeva, la condizione tipica di un giovane, a con-fronto non si dice di un anziano, e nemmeno di un vecchio, ma insomma di qualcuno che sarebbe stato battuto, sino a ieri, in tre o quattro set dal se stesso degli anni migliori. Il Federer visto nel corso del torneo si era fatto ammirare per una ritrovata autorità, che l’aveva più del solito condotto a rete, sull’erba certo più propizia al suo diritto di controbalzo, ai colpi aerei, e L’albo d’oro 2014 con gli stessi vincitori di Wimbledon 2011: il serbo e la Kvitova addirittura al rovescio ad una mano, che pareva ormai spesso in cantiere. Per contro il nuovo leader Djokovic era parso incerto in più di un’occasione, contro il vecchio volleatore Stepanek, contro un buon tennista per altro dimenticabile quale Cilic, infine nella semifinale contro Dimitrov, risolta da un discutibile tiebreak. I sostenitori dell’happy hand avevano tra l’altro, ricordato che nei confronti diretti non solo Federer conduceva tuttora per 18 vittorie a 16 ma, dopo una serie negativa, aveva però, ritrovato l’ultimo successo a Montecarlo, e infine che la sua preparazione era stata specialmente orientata ai prati, con una collaborazione ancor prima umana, ma forse per questo di maggior valore, di Stefan Edberg, un giardiniere come pochi. Molte di simili premesse mi hanno permesso d i assistere oggi ad una finale tra le più emozionanti di quante ho ammirate negli ultimi sessant’anni di vacanze a Wimbledon. Roger ha dimostrato sin dal primo set che l’atteggiamento annunciato sin dal suo primo incontro non era affatto mutato, mostrando a tutti che il tennis di 10-15 anni fa, il tennis del serve and volley, non era ancora morto ma, con un grande talento, si poteva ancora praticarlo, anche con dei ribattitori del livello di Djokovic. Non potevo io stesso trattenermi da un mimo di applauso, rigorosamente vietato in tribuna stampa, imitando i fragorosi scrosci che giungevano da ogni ordine di posti, addirittura dalla tribuna in cui sedevano il principe Williame Signora, e il Duca di Kent, 90nne presidente dello Wimbledon Lawn Tennis Club. In un primo set nel quale la pur efficiente battuta di Fede-rer era stata, almeno in parte, contenuta dal rovescio bimane di Djokovic, lo svizzero si sarebbe comunque assicurato il vantaggio in un lunghissimo tie-break di 16 punti. Un Nole maggiormente efficace nella ribattuta, e nei passanti, avrebbe ottenuto alfine il primo break nel 3 game del secondo set, difendendo questo vantaggio sino alla fine. Il gioco continuava ad onorare gli schemi dell’erba, con un’accentuazione degli attacchi di Roger, sino ad un nuovo tiebreak, che avrebbe dato a molti, non ultimo lo scriba, l’impressione che il match stesse ormai prendendo la via di Belgrado, soprattutto perché, a quel vantaggio, ne seguiva un altro quasi conclusivo di 5-2. Ma i conti andavano fatti con la determinazione, la lucidità tattica, la determinazione di Federer di esser simile al meglio di sé. Quasi incredibilmente ammiravamo lo svizzero in una rilucente rimonta di 5 consecutivi giochi, e di un match point annullato alla terza ora di gioco, che spingeva un pubblico delirante a immaginare un suo successo. Ma la stanchezza e l’età non erano egualmente cancellabili, e più volte un decimo di ritardo mi spingeva a segnarne il significato, sul mio taccuino. Dal 4 pari, ben 8 punti a 2 in favore del più giovane, del più fresco, avrebbero confermato i miei sospetti. E, nonostante la grande ammirazione di tutti noi presenti, Roger Federer non avrebbe conquistato il suo 18 Slam, perdendo un match memorabile. 

Wimbledon, il re è Djokovic. Con Federer un duello tra gigant

Riccardo Crivelli, la gazzetta del 7.07.2014

Questo è il giardino dell’Eden, che stilla miele e leggenda. Djokovic prega, si inginocchia, poi strappa quei fili d’erba santa e li inghiotte in un rito trionfale di immortalità. E’ lui il custode del tempio, è lui l’Highlander benedetto che piega alle sue brame di vittoria una battaglia epica, titanica, esaltata pure dalla monumentale grandezza dello sconfitto, quel Federer già sette volte sovrano di Wimbledon e mai così vicino, nel tramonto della carriera, alla grazia e ai prodigi della sua età dell’oro. II peso del passato Ne resta solo uno, ed è la legge dura e meravigliosa dello sport, ma l’applauso infinito, da batticuore, che i 14.000 del Centre Court tributano a Roger dopo la fatica perdente, con il nome scandito contro ogni tradizione centenaria che regola la vita del torneo più famoso del mondo, divide gli onori di un pomeriggio da consegnare subito al mito. Piange, Nole, quando dalle mani del Duca di Kent riceve la Coppa costata 100 ghinee nel 1887, lacrime di liberazione che lavano via la fama opprimente di guerriero delle occasioni perdute, nonostante i sette Slam in bacheca, come McEnroe e Wilander, uno in più del nuovo maestro Becker che nel box è più emozionato di lui. Pesavano, eccome, i tre Majors persi tra Londra, New York e Parigi negli ultimi 12 mesi, una maledizione che d’improvviso si insinua come un incubo anche qui, tra le ombre calanti della sera, quando un ace di Federer spegne il match point per Nole nel decimo game del quarto set. S.rvlzl Sballottato dai ricordi e dalla tensione, Djoker perde a zero il servizio successivo, aprendo il sesamo del quinto set al Genio, formidabile nel non arrendersi a un destino da battuto, non qui nel prato di casa. E’ tutto da rifare, e sono già passate tre ore e 12 minuti. All’inizio, avevano comandato i servizi, con un primo set senza palle break e il tiebreak domato da Roger nonostante due palle per il successo altrui. Federer, a quel punto, è addirittura più vincente del rivale negli scambi sopra i 10 colpi, ma non appena smette di aggredire e di flirtare con la rete, l’altro torna a comandare e quando un facile dritto dello svizzero finisce in corridoio per il 5-3 sotto, offrendo in pratica il tiebreak del terzo set, l’equilibrio sembra spezzato. Lassù, nel Royal Box, nemmeno il Principe William e la consorte Kate, sfacciatamente tifosi di Federer, immaginano che l’idolo infranto a quel punto possa sopportare il fardello di un match da ribaltare, eppure sospinto dal miraggio dell’ottava meraviglia erbivora in carriera Roger risorge con l’eleganza della fenice. Il quinto set diventa perciò un thriller adrenalico e spettacolare, uno scontro di stili che avvinghia ed appassiona. Djokovic, da fondo, adesso è una sentenza quando lo scambio si allunga, perciò Federer abbandona la prudenza e scende appena può, soprattutto dietro il rovescio in back, deliziando con tocchi al volo paradisiaci. Sul 3-3, il re di 17 Slam si procura la palla break del sogno, Nole la annulla di cuore e orgoglio con un dritto d’attacco. Ma servire per secondo, cioè con l’avversario in vantaggio, alla lunga diventa un macigno per Roger, favoloso nell’annullare tre palle break nell’ottavo game, l’ultima con una demi-volée che dovrebbe diventare patrimonio dell’umanità, prima di sciogliersi nel decimo. Arrivano le prime palle break, nel 1 game,a favore di Nole. Federer si salva, ma nel successivo turno di battuta perde per la prima volta il servizio……

Finalmente una finale da sogno

Vincenzo Martucci, la gazzetta del 7.07.2014

Finalmente una bella finale di Wimbledon. Non solo una finale appassionante ed equilibrata. Proprio una finale bella, anche come gioco. Mancava, nello Slam, dal 2008, ancora con Roger Federer e in questo stesso torneo, sia pure con lo svizzero ancora sconfitto (da Nadal). A riprova che il tennis ha ancora tremendamente bisogno che il suo talento si opponga a stili diversi, e moderni, sciorinando colpi sempre unici e fantastici. Finalmente un Novak da vero numero 1 del mondo (la posizione che recupera oggi ai danni di Nadal), non da video-game inesauribile, non da gladiatore, non da campione a intermittenza che diventa anche irascibile, smarrendosi sotto il traguardo degli ultimi due Us Open, di Wimbledon dell’anno scorso e del Roland Garros di maggio, dov’arrivava ancora più favorito di ieri. Questo Djoker è un campione e un uomo più maturo – non a caso, imminente marito e papà – che sa vincere con la puntualissima prima di servizio nei momenti topici del match, con la precisione da fondocampo, con la resistenza e l’elasticità, con la difesa stoica ma, soprattutto, coi nervi. Quando, sfumato un match point, dal 5-2, si vede trascinare al quinto set da quell’iradiddio di Federer. Con tutto il pubblico che gli fa police verso. Ecco, finalmente, il sogno, la parola magica dello sport, riappare nella domenica di Wimbledon. Che potevano sperare di meglio Djokovic e Federer di una battaglia simile nel Tempio? Che poteva sperare il tennis di un Djokovic e un Federer più forti che mai?

II Joker annulla le magie di Federer

Stefano Semeraro, la Stampa del 7.07.2014

L’ottava meraviglia resta quello che era: una magnifica illusione. ll sogno di un pomeriggio di mezza estate nel quale, per un lungo attimo, il sette volte campione Roger Federer ha pensato di potersi riprendere Wimbledon. Comunque magia. Grande tennis, soprattutto all’inizio e alla fine. E molto corazon, visto con questo successo per la mia prima maestra, Jelena: e stata lei a insegnarmi tutto» che babbo Rogo; quattro gemelli e 33 anni ad agosto, se l’è giocata alla pari per cinque set (6-76-4 7-6 5-7 6-4) e 2 ore e 56 minuti con il maratoneta del tennis, Novak Djokovic, il Mister Fantastic serbo che in quattro giorni si è stravolto l’esistenza: ieri campione di Wimbledon per la seconda volta (dopo il 2011), oggi di nuovo n. 1 del mondo (dopo nove mesi) sorpassando Nadal, mercoledì sposo di Jelena Ristic, la sua fidanzata storica che a ottobre gli regalerà un erede, in un romantico convento di Sveti Stefan, in Montenegro. A Belgrado sono già partiti festeggiamenti degni di un’eroe della Patria, Novak il primo pianto se l’è fatto sul Centre Court, dopo essersi chinato a masticare un po’ dell’erbetta sacra. Come fece nel 2011 a Parigi Francesca Schiavone: ma quella era terra rossa, decisamente meno dietetica. Il primo number one senza glutine della storia del tennis ha festeggiato ingoiando commozione e raccogliendo i complimenti dei Principi Reali, Kate e William – che probabilmente sotto sotto, come quasi tutti i 15.000 del Centre Court, tifavano per il genio. «Credevo di avercela fatta sul 5-3 del quarto set – ha spiegato Nole con il groppo alla gola e i lucciconi dopo la scalata non più acrobatica per abbracciare il suo team – ma Roger non ha vinto 17 Slam a caso. È un campione immenso: lo ringrazio per avermi lasciato vincere oggi…». Tipico del Joker, le public relation infilate fra le lacrime di sollievo per aver interrotto la serie di tre finali Slam perse su quattro: «La finale in Australia con Nadal è stata la più lunga, questa la più bella che ho giocato – ha detto – E la più importante: dopo aver perso il quarto set non ho battuto solo il mio avversaria ma anche me stesso, trovando dentro di me l’energia che mi ha regalato la vittoria». Federer si era preso il primo set al tie-break dopo aver salvato due set-point, giocando divinamente in difesa, lasciando all’avversario l’onere dei colpi vincenti. Nel secondo e nel terzo ha subito il rientro del campione, nel quarto è rimerso come uno splendido gioco , attaccando appena poteva (36 volte serve and volley) e salvando un match-point prima di pareggiare il conto dei set. Nel quinto la grande illusione è arrivata sul 3 pari, una palla break per Federer che Djokovic ha cancellato buttandosi a rete, poi con un Federer sempre più stanco il match è scivolato lentamente verso la conclusione meno magica, ma più logica. 

Djokovic è il re di Wimbledon

Angelo Mancuso, il messaggero del 7.07.2014

Non a caso le quote dei bookmakers avevano messo Novak Djokovic davanti a tutti: favorito n.1, nonostante nel ranking alla vigilia di Wimbledon fosse n.2 dietro Rafa Nadal. Il serbo, che da oggi è di nuovo in vetta anche per il computer dell’ATP, ha conquistato per la seconda volta il titolo più ambito sull’erba londinese, il settimo negli Slam. Lo aveva fatto nel 2011, ecco il bis battendo in finale Federer. 6-7 (7) 6-4 7-6 (4) 5-7 6-4 dopo aver avuto un match point già nel quarto set. Nole ha giocato non solo contro il rivale, ma contro i 14mila spettatori del Centre Court. Fatta eccezione per il box del serbo, erano tutti dalla parte di King Roger. Anche gli imperturbabili (per etichetta) William e Kate d’Inghilterra. I sudditi di Sua Maestà adorano il campione svizzero: non sono riusciti a prendersela neppure due anni fa, quando in finale mise ko Andy Murray. Curioso poi vedere Boris Becker e Stefan Edberg, un tempo avversari in campo, di nuovo rivali: il primo è il coach di Nole, il secondo di Roger. L’ETÀ DEL MAESTRO Un trionfo del “Maestro” sarebbe stata una storia perfetta da raccontare nel tempio del tennis: ottavo titolo ai Championships, l8esimo negli Slam. Come fermare il tempo. Lo sport regala sogni, ma sa pure essere cinico. I 33 anni di Federer contro i 27 di Djokovic non sono un dettaglio, soprattutto al meglio dei 5 set. Se nei 186 Slam giocati da quando il tennis è open (1968) soltanto 6 sono stati vinti da giocatori con più di 32 anni un motivo ci sarà. Ed è semplice: il tennis di Roger, pur nella sua maestosità, non ha la continuità di 3-4 stagioni orsono. Lo svizzero ha giocato uno dei migliori incontri degli ultimi anni e servito alla grande (29 ace), ma ha pagato quei piccoli passaggi a vuoto che lo rendono vulnerabile quando di fronte c’è un top player come Djokovic. Ha vinto il primo al tie break 9-7, dopo aver annullato due set point con un diritto e un ace. E’ bastata una piccola pausa ad inizio secondo set ed ecco il break del serbo: 6-4. Nel tie break della terza partita. Sotto 3-2, Federer ha provato il serve and volley, ma l’avversario gli ha risposto sui piedi: volée interlocutoria e passante di Djokovic. Lo svizzero ha recuperato il mini break, ma sotto 4-3 ha commesso una leggerezza spedendo out un diritto da metà campo: 7-4 per Djokovic. Nel quarto set la sfida sembrava finita 5-2 per Nole. C’è stata la reazione d’orgoglio del campione ferito: contro break e match point annullato sul 4-5 30-40 con un ace. Quindi ancora due game, 5 in totale di fila, e 7-5. Tutto rimandato alla quinta partita. Il break fatale sul 5-4 in favore del tennista di Belgrado: 15-40 e rovescio in rete di Federer. LA GRANDE FATICA Tre ore e 56 minuti: una delle finali più belle degli ultimi anni. «AI quinto set pensavo di farcela», ha ammesso lo svizzero, con le gemelle Charlene Riva e Myla Rose, che in tribuna lo chiamavano. «Sono ancora piccole, ma hanno capito che ho perso… Ma sono il loro papà», ha aggiunto fiero. «Ringrazio Roger, è un esempio per tutti noi», ha detto Djokovic, che era uscito malissimo dal Roland Garros, dove aveva perso la settima finale nei Major delle 13 disputate sino a quel momento, annientato dalla fisicità di Nadal. Il bello del tennis è che ti dà subito un’altra chance: il serbo si è rifatto con gli interessi a Wimbledon. La nuova erba (più alta) si addice al suo gioco, ma dopo la serie di batoste nelle ultime finali di Slam (Wimbledon e US Open 2013, Roland Garros 2014) un piccolo tarlo nella psiche del serbo si era fatto strada. Non vinceva un titolo in un major dagli Australian Open 2013: oltre un anno e mezzo. Tutto è bene quel che finisce bene, come nella commedia shakespeariana. Il serbo mercoledì sposerà Jelena Restic, che a breve gli regalerà il primogenito. La cerimonia sarà celebrata a Sveti Stefan, isoletta del Montenegro. In dote Nole porterà il trofeo più prestigioso.

Federer infinito ma Nole è il n 1

Marco Lombardo, il Giornale del 7.07.2014

Lo svizzero costringe Djokovic al quinto set Il serbo fa il bis: «Grazie Roger per questa felicità» Marco Lombardo nostro inviato a Wimbledon • E poi dicono che nella vita non bisogna mai mollare e se magari non ci credi arriva una partita di tennis a darti una lezione. Perché nello sport, in certi sport, non è finita finché non è finita e tutto diventa meraviglioso anche se non sempre esiste il lieto fine, almeno quello che sperava Wimbledon – tutta – arrivata sul Campo Centrale per rivedere vincere il suo Maestro. Ma se anche poi non ha vinto il Migliore, questa volta ha vinto il migliore, cioè Novak Djokovic che ha sconfitto Roger Federer nella partita in cui aveva tutto contro, anche il destino. In fondo, se non è ancora considerato il re dell’All England Club dopo averlo conquistato la seconda volta per il suo settimo Slam della carriera-come McEnroe e Wilander, 1 per la classifica mondiale. E questo gli basta, per dedicare esausto la coppa più bella del tennis alla futura moglie Jelena e al futuro baby che cresce dentro di lei:«Sto diventando padre, la gioia più grande che possa accadermi. Grazie Roger, che mi hai concesso di vincere, quello che è successo è la dimostrazione di quanto sei grande». Già, perché siccome nel tennis non è mai finita a un certo punto il tabellone segna 6-7, 64,7-6 perDjokovic, e 5-3, e servizio, il che vuol dire appunto che la questione sarebbe chiusa qui. Ma Roger Federer non ha vinto per niente sette volte Wimbledone 17torneidel Grande Slam, non sarebbe Roger Federer se decidesse di mollare, se non avesse il cuore del Più Grande. E così, come per magia, il punteggio diventa 7-5 e si va al quinto set, dove a un certo punto sembra sia finita per Djokovic, quando sul 3-3 c’è una palla-break per il Divino e il Campo centrale tifa per l’inesorabile. E invece Novak tira fuori l’ultimo fiato, Roger arriva spompo al momento dellaveritàei16-4finalepremiailmigliore, ma in fondo anche il Migliore. Alla fine infatti Roger Federer esce da sconfitto ma non da battuto, fa sorridere il pubblico adorante dicendo che davvero non ci credo di essere arrivato al quinto set» e ammette che tutto è stato troppo «fisicamente duro». A quasi 33 anni e dato per finito troppe volte. Ma non è mai finita, almeno per lui che promette di tornare l’anno prossimo mentre lascia il palcoscenico ad un commosso No le. Lui che guarda là sulla tribuna, dove con mamma Mirka ci sono le gemelle Charlene Riva e Myla Rose che hanno lasciato a casa i due nuovi arrivati Leo e Lenny. Applaudono felici, lui sorride: «Non so bene se capiscono che cosa è successo, però io mi sono divertito e dunque è giusto che siano contente». Ecco, insomma Djokovic e Federer ci hanno dato una grande lezione, ovvero che non bisogna mollare mai e- comunque vada  bisogna saper amare il tennis. Così – soprattutto – come la vita.

Novak Djokovic è il nuovo re di Wimbledon, Federer battuto

Alessandro Merli, Il Sole 24 Ore del 7.6.2014

WIMBLEDON – «Grazie, Roger, per avermi lasciato vincere». Nemmeno in uno dei momenti più drammatici della sua carriera, Novak Djokovic perde il senso dell’umorismo. E sdrammatizza con un battuta una grandissima finale di Wimbledon. Per lui è arrivato il secondo titolo, dopo quello del 2011, con una vittoria su Roger Federer in cinque set costantemente in altalena, forse non un classico, ma un match ad altissimo contenuto agonistico.

Federer ha sfiorato un nuovo capitolo della leggenda della quale fa già parte, arrivando a un passo dall’ottava vittoria sull’erba londinese, un’impresa che sarebbe stata senza precedenti. Anche Federer, che non è estraneo a sciogliersi in lacrime sopo una sconfitta, l’ha buttata sulla scherzo: «Francamente, non credevo proprio che al quinto set ci sarei arrivato». Dal suo box sul Centre Court, lo guardavano le gemelline Myla e Charlene, non ancora 5 anni. «Non so se ci capiscono qualcosa», ha ammesso lo svizzero. Di certo, Federer non è apparso come un ex atleta pronto a dedicarsi a fare il papà a tempo pieno, anche se forse è stata la sua ultima occasione per aggiungere un altro Grande Slam alla sua collezione di 17.

La finale di Wimbledon è cominciata in modo intenso: niente break di servizio e Federer vittorioso nel primo set al tie-break 9-7. Nel secondo, bastava a Djokovic strappare allo svizzero, in difficoltà sulla sua battuta, oltre che sul rovescio, un solo servizio al terzo game, per vincere 6-4. Nel terzo altro tie-break, questa volta appannaggio del serbo, a 4.

Ma era il quarto set a dare una svolta inaspettata alla partita. Quando tutti si attendevano un Federer declinante, l’inizio del set confermava quest’impressione. Il campione svizzero scivolava sotto 2-5 e sul 4-5 accusava un match-point. Sul quale si salvava con un ace, ma solo dopo aver dovuto chiamare il “falco” per ottenere giustizia. A quel punto l’inerzia si invertiva e Federer faceva suo il set 7-5, sostenuto da un tifo per un momento quasi calcistico.

All’inizio del quinto, era Djokovic ad apparire sulla difensiva, soprattutto dopo che sul 2-1 era costretto, per la seconda volta nell’incontro, a chiamare il fisioterapista. Parità fino al 4-4. Sul 15 pari del gioco successivo, Federer sbagliava uno smash elementare. Al decimo gioco, era finita, sull’ennesimo errore di rovescio dello svizzero: 6-4 Djokovic dopo 3 ore e 56 minuti.

Federer ha sempre provato a fare la partita, ha messo a segno più vincenti (75 a 68) dell’avversario, ha spesso attaccato la rete, secondo la dottrina del suo nuovo coach Stefan Edberg, anche sulla seconda di servizio, anche, con coraggio, quando ha dovuto annullare un break-point che sarebbe stato decisivo all’ottavo gioco dell’ultimo set. Ma nessuno hai mai vinto a Wimbledon dopo esser stato sotto di un match-point e questa finale non è stata l’eccezione. Alla fine l’ha spuntata il serbo, più atletico, forse più lucido sulle ultime palle.

Djokovic riconquista il numero uno della classifica mondiale, che aveva perso a favore di Nadal nel settembre scorso, Federer torna al terzo posto, scavalcando il suo connazionale Stan Wawrinka. Ma oggi quel che conta veramente è che Djokovic è il vincitore della 128esima edizione dei Lawn Tennis Championships.

Una edizione che per il tennis italiano passerà alla storia come quella in cui Sara Errani e Roberta Vinci, aggiudicandosi il doppio femminile, hanno per la prima conquistato ai colori azzurri un titolo a livello senior. Con questo portando a casa anche il Grande Slam in carriera, impresa riuscita finora solo a cinque coppie di doppiste, molte delle quali della élite del tennis mondiale come le sorelle Williams e Martina Navratilova e Pam Shriver.

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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