Con Djokovic e contro Federer, perché il tennis non è solo eleganza

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Con Djokovic e contro Federer, perché il tennis non è solo eleganza

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TENNIS – A Wimbledon, Federer ha fermato il tempo. Djokovic invece, sconfiggendo il sublime svizzero ha semplicemente ribadito di essere il migliore. Il racconto di una vittoria vissuta dall’altra parte del fiume, sostenendo il serbo.  

 

Programmare un weekend al mare nella tre giorni conclusiva di Wimbledon per seguire le fasi finali del torneo più importante del tennis è una cosa ardita. L’estate dura mesi, semifinali e finale del torneo dei campioni no. Se poi quando arrivi in pineta ti accorgi di aver dimenticato a casa la scheda Sky per seguire l’incontro allora provi il sentimento noto come sconforto. Bisogna rimediare, e non c’è McGyver. Avevo seguito le semifinali. Non avevo dubbi che Novak Djokovic e Roger Federer avrebbero conquistato la finale del torneo. Le fasi finali di un torneo dello Slam sono come la Champions League o i Mondiali per il calcio: esperienza e carisma contano più di tecnica e altro, spesso e volentieri.

 

Domenica quindi l’incontro dell’anno. Roger Federer, il tennista amato da tutti, quello a cui ci si riferisce di solito con gli appellativi di Re, il Tennista, l’eletto, l’immortale, il più grande di tutti i tempi e via dicendo. Esteticamente, nessuno è come lui nel colpire la palla con gesta fluide, armoniose, sorrette da una postura spesso immortalata deliziosamente dai fotografi sportivi più famosi. È talmente elegante che neanche la bandana, un orpello spesso ritenuto cafone, stona sulle sue mise molto classiche e mai ardite, financo nella colorazione. È svizzero, per vulgata corrente quindi freddo e algido. Contro di lui quello che viene definito “il prototipo del tennista moderno”, Novak Djokovic. “L’uomo di gomma”, “tiramolla” e via dicendo, giocatore cui si fa riferimento per il grandissimo fisico, per aver brevettato la scivolata anche sui campi in cemento e per la grande solidità mentale, lui che ha imparato a giocare a tennis sotto i bombardamenti Nato nell’ex Jugoslavia. Una storia di sport bellissima no? Esteticamente, fra i due non c’è partita. Il suo tennis a livello esecutivo è molto costruito. Il suo colpo naturale è il rovescio, fra i migliori di sempre nel tennis, colpito con una naturalezza e una postura che rende il lato sinistro del serbo una zona di campo da evitare per gli avversari. Diritto e servizio sono il frutto del duro allenamento, colpi diventati incisivi e sicuri grazie al lavoro sul campo. Ad ogni modo, anche se a molti esteticamente non piacerà, c’è una sua magnifica foto premiata dal World Press Photo 2014 che lo immortala colpire un diritto in estensione. Il match dei match quindi. L’occasione di Federer di entrare nella storia, di superare Sampras come titoli vinti a Wimbledon(7 ex aequo ora), di vincere l’ultimo grande torneo con uno straordinario colpo di coda, nel giardino tennistico che sente come casa sua, contro l’emblema dei tennisti moderni e per questo reietti. Che bellissima storia di sport sarebbe no? Il Campione che vince contro tutti i suoi (pochi) detrattori, contro l’età che avanza, contro il tempo quindi. E poi Djokovic sarà distratto dal prossimo matrimonio, dalla prossima paternità no? Non può mettersi di traverso nel lieto fine che vuole Roger dedicare il trofeo a moglie, figli e figlie. Ma un’altra finale Slam persa sarebbe dura da mandare giù, e il carattere nel tennis si chiama Djokovic.

Sotto la pineta, con gran parte della popolazione dormiente e riposante in attesa dei mondiali in notturna, il panico di perdere il match dell’anno sparisce quando trovo un amico disposto a prestarmi la sua scheda Sky con pacchetto sport. Tiferò Novak Djokovic. Vi spiego il perché. Federer piace a tutti, a troppi. Lo adoro anche io senza compromessi. Cerco come ogni tennista della domenica di imitare i suoi colpi, giocando con la Wilson e colpendo ad una mano sempre. Quando ho iniziato a seguirlo in Tv mi sono esaltato peri suoi gesti, che ho cercato di studiare quando poi l’ho visto dal vivo. Ricordo di essere stato felice tennisticamente come poche altre volte quando riuscì a battere proprio Djokovic sul rosso di Parigi, in semifinale al Roland Garros. Però criticarlo vuol dire essere accusati di iconoclastia. Anche solo evidenziare i suoi comportamenti altezzosi, specie quando perde, trascina dietro le strali delle sue legioni, onnipresenti. Adesso è tempo che Djokovic vinca un altro Slam. Perché quest’anno è quello che sta giocando meglio e merita che sia Wimbledon a consacrare il suo 2014. E poi mi piace la sua storia personale, la sua voglia di non mollare mai. Mi piace perché ha dato già prova in passato (Us Open 2011, proprio contro Federer) di vedere la speranza quando gli avversari vedono già la vittoria, perché ha scelto la via del sacrificio alimentare per migliorare ancora di più e vincere su quei prati che vide in Tv per la prima volta a 5 anni, già sicuro di vincervi un giorno.

Non è voglia di fare il bastian contrario. Tifare contro Federer in questo match non è fare snobismo. È che tifare per Djokovic è tifare l’allenamento, l’esaltazione del carattere come arma tennistica principale, la voglia di non soccombere più che quella di non lottare. È tifare la forza mentale di un giocatore che si esalta quando è spacciato. Un tennista che nel momento topico di un incontro che se fosse calcistico terminerebbe in pareggio se è a posto fisicamente riesce sempre ad alzare l’asticella e a farlo suo. Prevale sempre nello scontro frontale con la forza dell’esaltazione che il linguaggio del corpo non nasconde, battendo il pugno sul cuore, mulinando il braccio verso il suo box con il quale ha bisogno di un contatto visivo e uno scambio d’attenzioni costante. Djokovic poi, ha vinto la madre di tutte le battaglie tennistiche del tennis moderno, la finale dello Australian Open 2012 contro Rafael Nadal durata 5 ore e 53 minuti e questo sarà sempre ricordato, al pari di questa finale di Wimbledon.

Perso il primo set in maniera sfortunata Nole non si abbatte e quindi non mi abbatto. Nole sta giocando meglio, merita lui di vincere e di fatti la vittoria controllata del secondo parziale restituisce giustizia al punteggio dell’incontro fin lì e speranza al mio tifo. Poteva essere due set a zero e match praticamente finito. Fa caldo in pineta e non riesco a rimanere, al contrario del solito, algido e distaccato nei confronti della finale. Mi muovo sulla poltroncina da mare in tela verde cercando di buttare a rete con lo sguardo i rovesci di Federer, sperando che Djokovic faccia in tempo ad aprire di diritto visto che lo svizzero gioca di controbalzo e non arretra di un centimetro. Oggi non stecca nulla e continua a servire ace come se fosse la cosa più naturale del mondo. Che campione. Avanti due set a uno quando arriva il break che lo porta 5 a 2 nel quarto mi affretto su Twitter – come molti – a prospettare la fine della contesa. Arriva però la rivolta di Federer. Troppe volte si era arreso al tempo, impersonificato molte volte da malanni e altre volte da giocatori più giovani di lui. La ribellione di Roger, nel mezzo del parziale forse più bello degli ultimi anni, scalfisce gli schemi mentali di Djokovic, che ora, forse, vorrebbe trovare nel suo box Vajda ad incoraggiarlo. Vorrebbe ricevere in cambio del suo sguardo verso l’angolo della grinta, un pugno al cielo e qualche urla. E invece trova un Becker freddo, forzoso nella sua esultanza controllata. Non c’è neanche Jelena, in albergo a seguirlo in TV. Intanto altri vicini di pineta passano a chiedere il punteggio. Si fermano a guardare un po’, si abbandonano  in ricordi del tennis su erba vecchi di decenni, non apprezzando minimamente l’evoluzione fisica e mentale di questo sport, giunta allo Zenith forse. Si fanno i soliti nomi: Borg, Connors, McEnroe. Si arriva a Sampras se si è fortunati e competenti un minimo. Ma è tennis anche questo di Djokovic e Nadal, anche senza fare le volée ma è difficile farglielo capire nel tempo di sorseggiare un caffè che a me non serve per stare con gli occhi sbarrati sul piccolo schermo. Quinto set quindi e tanta paura perché Roger sta bene, si è conquistato l’occasione della vita resistendo, lui questa volta. Sulla palla break che Djokovic annulla sul 3 a 3 ho pensato che fosse finita. Vedevo già Federer alzare la coppa, forte dell’ennesimo record e Djokovic battuto ancora una volta ma consolato dal prossimo matrimonio. Sarebbe stato giusto così no? D’altronde il serbo era anche stanco della quindici giorni del torneo, costretto a incontri lunghi e impegnativi a differenza del suo avversario. E invece no. Non oggi. È qui che scatta il click. È qui che Djokovic si ricorda della strada che ha fatto per arrivare lì anche quando ha già conquistato molto, e soprattutto restituito molto ai bambini pieni di sogni come lui nella sua Belgrado.

Va a vincere, facendosi trovare pronto nei due minuti in cui Federer si appanna, cedendo forse per un attimo alla perfezione tennistica che lo aveva accompagnato fin lì. Aveva gli occhi della tigre Roger, grintoso come poche altre volte, campione nel gestire la pressione di un evento epocale, di un incontro di cui si parlerà negli anni a venire. Consapevole forse di aver rovinato una storia bellissima di sport, che non sarà mai ricordata per il lieto fine che auspicavano in molti, Djokovic esulta contenendosi. Non strappa la sua maglietta. Vuole amore. Emula Cash nell’arrampicata sulle tribune, abbraccia il suo staff, ovvero la sua terza famiglia dopo quella d’origine e quella che sta costruendo con Jelena, che nei nostri pensieri sta saltellando con giudizio sulla moquette dell’albergo, in pantofole.

È passato un pomeriggio intero. In pineta torna la gente dalla piscina e dal mare. “È finita?”, chiede, volendo sapere in pochi attimi come sia maturata la vittoria. Vai a spiegargli le bombe della Nato, il campo in cemento crepato e senza rete, il muro preso a pallate, la dieta particolare, l’assenza del cioccolato per un anno e mezzo della sua vita (mangiata proprio dopo aver battuto Nadal in Australia nel 2012),  lo yoga e tanto altro. “Ha giocato meglio”, rispondo, non volendo raccontare quello che andava vissuto anche davanti al piccolo schermo per essere capito: ha vinto il sogno di un bambino e la determinazione di chi si è fatto le ossa in strada. Perché il tennis non è solo eleganza. Non è solo colpire bene. È cuore, è testa, è fisico. La miscela di tutto ciò rende ogni tennista diverso dall’altro. E quando trovi la formula giusta di questa alchimia allora sei Novak Djokovic, il più forte oggi.

 

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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