Zverev e Coric fanno faville Perchè Quinzi invece deve giocare la Coppa Valerio?

Editoriali del Direttore

Zverev e Coric fanno faville Perchè Quinzi invece deve giocare la Coppa Valerio?

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TENNIS – Gianluigi Quinzi, campione di Wimbledon 2013, aveva detto “basta all’attività junior”. Mentre 7 teenagers che lui batteva (Zverev, Coric, Chung, Kyrgios, Ymer) compiono exploit superandolo, la FIT privilegia la propria propaganda e lo spinge a…perder tempo e punti ATP

 Il solito Scanagatta che ce l’ha con la FIT! Sono certo che qualche malpensante commenterà subito così.

E può pure essere che la mia sia deformazione pregiudiziale, però quando ho saputo che Gianluigi Quinzi avrebbe dovuto rinunciare a due possibili settimane di tennis fra gli “adulti” per giocare in Coppa Valerio, pena la restituzione del “prestito d’onore” alla FIT, ho fatto un salto sulla sedia. Come lo facevo già, purtroppo, 30 anni fa quando la FIT presieduta da Paolo Galgani (non a caso nominato presidente onorario…) si comportava esattamente allo stesso modo, andando a caccia di trofei giovanili da sbandierare per motivi propagandistico-elettorali-mediatici. Ed infischiandosene di ritardare così il processo di maturazione dei nostri migliori giovani.

 

E poi, da anni, tutti a domandarsi come mai i tennisti italiani maturino tardi ed alcuni non siano ancora maturi dopo i 25 anni! Non è cambiato nulla, purtroppo, e forse non cambierà mai nulla. Nel girone di semifinale di La Rochelle (30 luglio-1 agosto), giocano Italia, Francia, Grecia, Islanda, Romania, Israele e Ucraina. Per l’Italia, oltre al marchigiano Quinzi – che aveva detto giustamente “basta all’attività junior, cosa posso far di più fra gli under 18 che aver vinto a Wimbledon? Se voglio bruciare le tappe devo misurarmi nel circuito professionistico a costo di prendere tante batoste!” – anche il lombardo Filippo Baldi, il romano Matteo Berrettini, il pugliese Andrea Pellegrino. Se passerà il turno, dal 4 al 6 agosto l’Italia giocherà, con Quinzi e gli altri, la fase finale al Lido di Venezia.

Ma come!, proprio nei giorni in cui assistiamo agli exploit in vari tornei del circuito Atp da parte di junior o ex junior che avevano perso o arrivavano dietro a Quinzi un anno fa – Nick Kyrgios (classe 1995 e oggi n.69 ATP) che batte Nadal e va nei quarti a Wimbledon, Alexander Zverev (1997, n.159 ATP, ma sconfitto 60 62 da Quinzi alla Davis junior a Barcellona) che va in semi ad Amburgo, Elias Ymer (1996, n.262) che batte Kukushkin a Baastad e va nei quarti a Tampere, Borna Coric (1996 e n.194 Atp) nei quarti a Umag dove ha lottato alla pari con Fognini n.19 – di che si preoccupa la nostra Fit? Di conquistare la Coppa Valerio! Una coppa snobbata da tutti i migliori junior europei, pur di potersi fregiare di un titolo che a Quinzi non aggiunge nulla, anzi gli farà solo perdere altro tempo, ma che magari potrebbe consentire un’altra passerella del massimo dirigente federale a Palazzo Chigi e, nel peggiore dei casi, qualche bel titolo sugli organi di stampa più compiacenti.

Sempre i malpensanti – nei miei confronti… – diranno “Embè, che vuoi che siano due settimane perse a giocare con gli junior!”. Ma il fatto è che oggi Gianluigi, n.309, dopo aver vinto a maggio due Future 1 e un Future 2 di fila in Romania e Marocco – tornei giocati e vinti per acquistare fiducia: vincere aiuta –  ha purtroppo perso terreno rispetto ai suoi avversari dell’ultimo biennio per una serie di motivi di cui una FIT meno miope, meno egoistica, avrebbe potuto (dovuto?) tener conto. Reagendo di conseguenza. Mollato all’improvviso, in modo indubbiamente abbastanza traumatico dall’allenatore degli ultimi anni, l’argentino Eduardo Medica – problemi familiari – dapprima Gianluigi si è trovato senza coach nel pieno della stagione primavera-estate. Poi ha dovuto affrontare la maturità liceale. E non una maturità burletta, ma quella scientifica al liceo di Fermo. Liceo pubblico. Ha preso 70, un voto più che dignitoso, facendo contenti i suoi genitori che sono gente sana – come si capisce anche da questa scelta – ma saltando tutto giugno e rinunciando dolorosamente ad utilizzare la wild card alle qualificazioni di Roehampton che Andrew Jarrett, direttore degli Wimbledon Championships, gli aveva messo a disposizione in quanto campione junior 2013. Una scelta che pochi ragazzi avrebbero accettato di fare.

Chi scrive avrebbe potuto fare le qualificazioni di Wimbledon nel ’73 – erano altri tempi, bastavano certi risultati che avevo fatto in America, il computer Atp sarebbe entrato in funzione un paio di mesi dopo, il 23 agosto – e ha sempre rimpianto di non averle poi potute fare. Per carità, Quinzi ha ben altro talento e prima o poi le farà, o magari le salterà addirittura, però mettetevi nei panni di un ragazzo di 18 anni che sogna di giocare il torneo vero di Wimbledon, quello dei grandi. Il giorno in cui avrebbe dovuto giocare il primo turno Gianluigi aveva invece la prova scritta di italiano. Insomma mentre tutti gli altri giocavano a più non posso, e facendo progressi e risultati, lui è stato praticamente costretto a fermarsi per un mese e mezzo. Sembra una sciocchezza, ma alla sua età e in questa fase della stagione è tanta roba.

E ciò dopo che agli Internazionali d’Italia, al nostro junior più vincente di sempre – controllare i dati di Nargiso e Gaudenzi, per non parlare di Galimberti coetaneo di Boris Becker e tutti gli under 18 che snobbavano i tornei junior: 4 gradi A, uno Slam, il Bonfiglio, dopo gli argenti under 12 e under 14 nel palmares di Gianluigi – non era stata data neppure una wild card per le qualificazioni. A queste bisognava qualificarsi attraverso un torneo di prequalificazione che però avrebbe premiato, a parte i due finalisti, i due semifinalisti con la miglior classifica Atp.

Quinzi, sapendo che c’erano tantissimi giocatori con una classifica Atp migliore della sua, aveva rinunciato, perchè come minimo avrebbe dovuto arrivare fra i primi due delle prequalifiche. E poi vincere le qualificazioni per entrare nel tabellone dell’unico torneo ATP rimasto in Italia e fare quei punti Atp necessari per poter partecipare almeno ai Challenger di più alto livello e magari alle qualificazioni dei tornei Atp di minor montepremi.

Non poteva una FIT appena un pochino più lungimirante, anziché “tutelare” anzianotti ultratrentenni, riservargli un piccolissimo posticino per dargli una chance? Se pensate che agli Internazionali d’Italia Nargiso ha battuto Emilio Sanchez, Pescosolido Andre Agassi e Richard Krajicek, Borroni Yevgeny Kafelnikov, Luzzi Clement e Arazi, Bracciali Ginepri, Caratti Pioline e Jaite, Di Matteo Riessen e Tiriac, Galvani Rusedski e Novak, Ocleppo Leconte, Claudio Panatta Arias, Santopadre Kucera e Norman, Starace Moya e Cilic, Volandri Federer….beh capirete bene che ogni tanto i miracoli posson succedere e magari un Quinzi in tabellone avrebbe potuto farne uno anche lui e guadagnare punti preziosi che avrebbero cambiato la sua estate agonistica. L’unico torneo del circuito maggiore Atp che c’è in Italia, quando ne abbiamo avuti anche 8 in un anno – e sì che leggo sull’ultimo numero della rivista federale uno sviolinatore professionista che scrive “Il nostro Paese è da sempre, per tradizione, all’avanguardia nell’organzzazione di eventi tennistici” – non avrebbe dovuto avere un occhio di riguardo per un ragazzo che tanto ha vinto e fatto per il tennis azzurro? Mah, evidentemente in FIT non la pensavano così.

Poi se, malgrado tutto, Gianluigi diventerà forte davvero, allora saranno tutti pronti a salire sul carro del vincitore. Tutti i federales fino all’ultimo, direttore degli Internazionali, capitano di Coppa Davis. Tutti coloro, insomma, che quando serviva non hanno mosso un dito. Come è accaduto a suo tempo per Errani (emigrata all’estero per disperazione per anni), per Fognini (grazie papà Fulvio), per Pennetta (grazie papà Oronzo, Gabri Urpi e Spagna) e mi fermo qui per non essere noioso. La gente che vuol capire capisce. Lasciamo stare Kyrgios che è già più grandicello, anche se a Wimbledon contro Quinzi due anni fa ci avevaperso 63 61. Ma Zverev, Ymer, Coric sono ragazzi di sicuro talento che, prova e riprova con l’aiuto di organizzatori di tornei più…”patriottici” e più modesti di un Master 1000 come Roma hanno avuto, insieme alle loro proprie indubbie capacità, anche la buona sorte (o una maggiore attenzione federale?) di poter disputare tornei di casa e di imbattersi in avversari non irresistibili facendo un bel bottino di punti Atp e salendo nel ranking.

Ci vuole, infatti, anche un po di fortuna. Pochi giorni dopo la “Maturità” Gianluigi – nel frattempo affidatosi all’ex giocatore di Recanati Federico Torresi e allo spagnolo Gorriz (consigliato da Ljubicic e Piatti, Gorriz, mancino ex n.80 del mondo ha allenato Haase, Portas, gli ultimi anni di Bruguera, Falla e Giraldo quando ha collaborato con la federazione colombiana, ma sta facendo una sorta di prova di conoscenza reciproca con Gianluigi) – è andato a giocare San Benedetto. Anche lì la dea bendata non poteva dargli avversario più tosto del bosniaco di Sarajevo Damir Dzumhur (n.116 Atp oggi) che difatti dopo aver perso l’unico set del torneo con Gianluigi (46 64 61) lo ha vinto battendo uno dopo l’altro Fucsovics (76 64), Coric (62 75) – toh chi si vede! – Gombos (64 62) e Haider Maurer (n.97 Atp 63 63). Un passo falso a Poznan dove ha perso al secondo turno dal serbo Zekic (674 Atp), 76 75 e poi Quinzi, è andato a Tampere, come Ymer, ma ha “pescato” al primo turno proprio Jarkko Nieminen, n.52 Atp ma ex n.13 del mondo, nonchè n.1 del torneo. Che poi ha perso solo in finale dal belga Goffin. Vedremo come finirà l’esperimento con il catalano Marcos Aurelio Gorriz, 50 anni ed ex n.88 del mondo. Certo è che nella programmazione di Gianluigi, fin dall’anno scorso quando aveva vinto Wimbledon, l’attività junior era stata cancellata.

L’obbligo contrattuale a “difendere i colori della nazionale se convocati per qualsiasi rappresentativa” pena la restituzione del cosiddetto prestito d’onore – cioè dei soldi ricevuti finora per finanziare sia pure parzialmente l’attività più recente di Quinzi – è stato imposto con ridicola rigidità da Sergio Palmieri, factotum tecnico della FIT. E per i genitori Quinzi e Gianluigi non ci sono state alternative. Non hanno fatto nemmeno polemica. Anche se c’è da giurare che saranno rimasti sorpresi. E probabilmente delusi, visto che i loro programmi tecnici per il figlio erano noti a tutti. Con la Federazione, qualunque federazione per qualunque atleta di qualunque disciplina, non conviene mai mettersi a discutere. Il coltello dalla parte del manico lo hanno le federazioni. Vedi caso Hackett (che si è comportato male) nel basket.

E’ un sistema perverso. I giovani hanno bisogno di aiuto, soprattutto in uno sport caro come il tennis dove anche i coach, i fisio, i viaggi e il resto, tutto è caro, carissimo. E devono sottostare anche a programmazioni che li possono danneggiare. I genitori Quinzi non hanno problemi economici, ma anche chi non li ha – come a suo tempo papà Fognini, papà Errani- alla fine ha convenienza a trovare un accordo. Papà Errani, ma anche papà Fognini, papà Quinzi, hanno fatto spaventosi sacrifici per assecondare il desiderio di emergere dei propri figli. E sono stati, per tanti anni, anche molto critici nei confronti di chi non li aiutava pur essendo evidente sia la determinazione che la qualità tennistica dei figli. Quando finalmente i figli hanno cominciato a conseguire risultati importanti, allora la FIT si è manifestata, ha mostrato tutt’altra disponibiltà.

Meglio tardi che mai, si dirà. Certo, ma sarebbe stato meglio anche un po’ prima…perchè non si sa quanti ragazzi e ragazze di valore nel frattempo si sono perse per strada perchè le loro famiglie non hanno avuto i soldi per continuare. Oggi se andaste a intervistare Sara Errani, e la sua famiglia – e potrei dire la stessa cosa di Fognini e la sua famiglia, di Bolelli e la sua famiglia – lei non ti direbbe più sulla FIT quello che pensava e diceva allora. Perchè oggi la FIT tira fuori soldi, auto, assistenze tecniche, mediche e di altro tipo, contratti pubblicitari con Supertennis, pecette di vario tipo, ingaggi, gettoni di presenza, premi cospicui, organizza passerelle televisive. Magari non tira più fuori 400.000 euro come quelli regalati alla Schiavone ma sempre tanta roba.

Sarebbe un bel fesso il giocatore, la giocatrice, che oggi entrasse in polemica con chi generosamente lo finanzia. Perchè mai dovrebbe farlo, anche se forse soprattutto i suoi genitori non avranno dimenticato i tempi difficili di quando non erano…ricchi, forti e famosi? Costa molto meno rispondere male, o non rispondere affatto, a Scanagatta, a un qualunque giornalista indipendente (pochissimi ormai) che ricordi loro come erano e cosa dicevano, genitori e figli, piuttosto di quanto potrebbe costare l’indispettire un dirigente federale che ha i cordoni della borsa.

Contrariamente a quanto ha scritto qualcuno, Gianluigi Quinzi non ha nessuna intenzione di tornare sui suoi passi, di tornare a giocare fra gli junior se non obbligato a farlo. Infatti non giocherà l’US Open junior. Non ha mai avuto intenzione di giocarli. Un errore tecnico, commesso al computer da qualcuno, lo aveva erroneamente iscritto. Avrebbe invece voluto provare a giocare le qualificazioni dell’USOpen adulti, quelle che Roberto Marcora, per esempio, grazie al suo best ranking n.244, potrà quasi certamente disputare. Ma Gianluigi, per tutti i motivi di cui sopra, non è riuscito a conquistarsi la classifica necessaria e quindi non potrà farle. Mentre i suoi amici junior che lui batteva invece sì. E se avranno la fortuna di beccare un giocatore non troppo forte e in cattiva forma, saliranno ancora in classifica mondiale e…in fiducia.

Già, la fiducia. E’ fondamentale per qualsiasi tennista, figurarsi per un giovane. E il ranking, una rapida ascesa nel ranking, infonde grande fiducia. Oggi come oggi uno Zverev, un Coric, un Ymer, ma anche un Marcora classe 1989, ce l’hanno molta di più di Quinzi. Che rischia, come certi nostri impazienti tifosi, di dubitare di se stesso. E non c’è di peggio. Per questi motivi, anziché “impugnare” l’arma del prestito d’onore, una FIT che si fosse preoccupata primariamente dell’avvenire del “ragazzo Quinzi” non l’avrebbe mai convocato per giocare una manifestazione che non gli servirà a nulla  – la Coppa Davis junior l’hanno già vinta un anno fa – e nella quale avrà tutto da perdere, come sarebbe, ad esempio, se gli capitasse di giocare malissimo contro un giovane francese (Tatlot) e malauguratamente di soccombere. Un bravo manager non lo avrebbe mai esposto a questo rischio e lo avrebbe invece programmato su tornei nei quali fare punti ATP e costruirsi una classifica migliore dell’attuale. Ma alla FIT, a Palmieri, di comportarsi da bravo manager nell’interesse primario del ragazzo e di una sua più rapida crescita in classifica, non gliene frega nulla, altrimenti sarebbero state fatte scelte diverse.

L’importante è vincere la Coppa Valerio. Per dire a chi osasse contestare questa decisione: “Beh, se Quinzi vale potrà sempre dimostrarlo”. La solita superficialità di chi non ragiona con il giusto approccio professionale, che è quello di tendere sempre a far raggiungere certi obiettivi nel minor tempo possibile a chi ne abbia i mezzi tecnici. Infatti i “nostri”, quando non si perdono del tutto, arrivano sempre tardi. Come mai? Proprio il fatto che Gianluigi quest’anno abbia vinto soltanto due partite su nove, a livello Challenger (qualificazioni comprese) e abbia perso anche tre partite da avversari peggio classificati nei Futures, avrebbe dovuto far capire ad un tecnico sensibile che Gianluigi attraversa un periodo difficile e che quindi andava aiutato, lasciandogli fare il programma agonistico che da un anno aveva deciso di perseguire.

Tutta ‘sta tiritera, ‘sta lungagnata per 2 settimane buttate, Scanagatta, ma non ti pare di esagerare? No, non credo di esagerare perchè, come ho già scritto sopra, questi 10 giorni (che si traducono in due settimane di tornei) destabilizzanti in piena estate si aggiungono a quasi due mesi di semi-inattività, difficili per i motivi sopra esposti. E i meccanismi psicologici di un diciottenne che si vede i suoi ex rivali passargli davanti in tromba, sono o possono dimostrarsi delicatissimi. I loro exploit non lo aiutano di certo. La pressione su lui cresce inevitabilmente. Non è più il primo, davanti a tutti loro. E’ il settimo dei teenagers (under 19), dietro Zverev, Coric, l’australiano Kokkinakis n.216, il coreano Hyeon Chung (il nome di battesimo del n.245 Atp è necessario: i Chung nell’archivio Atp sono soltanto 15!), il giapponese Yoshihito Nishioka 250 (che qualche wild card ai tornei giapponesi e magari australiani la riceverà di sicuro), lo svedese Ymer…e sente la pressione di doversi sbrigare per non perdere ulteriore terreno nei loro confronti, anche perchè il cileno Nicolas Jarry (n.311 e quindi due posti soltanto dietro a lui) e l’americano Jared Donaldson (326) incalzano.

Mi è bastato vedere, anche su questo sito, commenti ingenerosi, impazienti, eccessivamente esigenti senza cognizione di causa, perfino maleducati, nei suoi confronti. Personalmente il maggior conforto, il maggior motivo di ottimismo, mi viene dalla constatazione che attorno a Gianluigi c’è una famiglia colta, saggia e intelligente – la scelta di affrontare l’esame di maturità lo dimostra – e anche un giovane intelligente, preparato e serio come Federico Torresi. Son quindi fiducioso che Quinzi emergerà lo stesso, a dispetto degli ostacoli che chi dovrebbe pensare a toglierglieli, glieli para invece davanti.

Come è sempre successo, ripeto ancora. Questa federtennis non è diversa o peggiore delle precedenti. E’ uguale. E i risultati, quelli ottenuti proprio da essa e non dai giocatori che hanno avuto genitori benestanti e determinati, lo dicono. Tirrenia docet. Anche se poi quando si tratta di farsi propaganda, di farsi belli davanti agli organi di informazione più disinformati, si è capaci di dire di tutto e di più per “magnificare i grandi exploit del tennis italiano” appropriandosi di tutti i meriti (senza che i giocatori abbiano il minimo interesse a zittirli).

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Editoriali del Direttore

Nadal e Djokovic andranno a Parigi con grande fiducia, ma anche i quattro azzurri

ROMA – I due non sono “Matusa” ma NextGen, come ha detto Djokovic. Berrettini, Sinner, Sonego e Fognini saranno fra le 32 teste di serie. Quindi con due turni sulla carta accessibili

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da Roma, il nostro inviato

È vero che Rafa Nadal poteva perdere contro Shapovalov nei quarti, ma resta il fatto che di quattro tornei giocati sulla terra rossa, ne ha vinti due, Barcellona e Roma e ha perso gli altri due nei quarti, Montecarlo con Rublev e Madrid con Zverev. Che non sono due broccacci, mi pare.

Montecarlo è spesso il primo approccio sulla terra rossa per molti giocatori alla ricerca di una forma che ancora non c’è. Nel caso di Djokovic e Nadal, poi, il torneo del Principato era stato preceduto da un lungo stop. Entrambi avevano giocato l’ultimo match all’Open d’Australia e certo a Montecarlo non erano al massimo.

 

Il secondo Masters 1000 europeo, a Madrid, si gioca in altura e i campi sono molto più veloci che a Parigi. Non è un caso che in finale siano andati Zverev e Berrettini. Nadal ha detto chiaramente più volte: se c’è un torneo sulla terra battuta che meno si adatta alle mie caratteristiche tecniche questo è certamente quello di Madrid. Inoltre a Madrid non c’era Djokovic.

Insomma, io sono abbastanza convinto di non essere affetto da miopia patriottica se penso che dei tre Masters 1000 europei gli Internazionali d’Italia sia il torneo più importante. Più importante oltre che come tradizione e prestigio, per il fatto di rappresentare il miglior test possibile sulla condizione di forma dei giocatori due settimane prima del Roland Garros. L’ultimo vero test.

Chiaro che l’aver vinto il torneo, e in finale sull’avversario storicamente più valido dacché non gira più per i tornei Roger Federer, fa fare il pieno di fiducia a Rafa che, tanto per tappare la bocca a eventuali scettici, ha giocato d’anticipo sul dubbio legato ai tre set su cinque dello Slam parigino: “Ho fatto diverse partite dure qui a Roma, oggi con Novak quasi tre ore, ma avrei tranquillamente potuto giocare un paio d’ore in più”. Un bel messaggio, oltre che per gli scettici, per tutti gli avversari della Next Gen che magari si fossero illusi di avere a che fare con un vecchietto imborghesito e stanco, privo dell’antica resistenza sovrumana.

A quest’ultimo proposito Novak Djokovic non ha vinto il torneo, ma di certo ha detto la battuta migliore all’ennesima e poco originale domanda postagli da Diego Nargiso sull’incalzare dei Next-Gen “Me l’hanno chiesto 55 volte ultimamente, ma io penso che i Next-Gen siamo noi, Rafa e io”.

In effetti il modo in cui Djokovic ha rimontato Tsitsipas e quello con cui Nadal ha reso lo stesso servizio a Shapovalov, sia pure correndo entrambi rischi pazzeschi – un punto e buonanotte suonatori! – fa dire anche a noi che sì, il cambio della guardia è inevitabilmente sempre più vicino, ma attenzione lo si dice da anni… anche per la Regina Elisabetta e il Principe Carlo.

Giustamente anche Djokovic, per quanto umanamente iper-dispiaciuto per aver perso questo duello che consente a Rafa di pareggiare il conto dei Masters 1000 vinti – 36 ciascuno – per ritrovarsi il maiorchino con il fiato sul collo nel numero dei duelli vinti (ora sono 29 a 28 per lui, dopo la cinquantasettesima sfida) e per essere stato “doppiato” sia nel conto delle finali romane da Rafa (4 a 2) sia nei trionfi al Foro Italico (10 a 5), ha però buoni motivi per credere nelle proprie chance per il prossimo Roland Garros. Rafa è in doppia cifra in una quantità impressionante di tornei: 10 titoli a Roma, 11 a Montecarlo, 12 a Barcellona, 13 al Roland Garros dove sarà il favorito n.1 – pur da n.3 del seeding – per il titolo n.14.

Nole ha perso contro Rafa – e sono sicuro che gli girano un po’ le scatole tutte le volte che sente ripetere, e magari pronuncia lui stesso con la bocca storta l’innegabile: “Nadal è il più forte tennista di tutti i tempi sulla terra battuta” – ma nella finale al Foro Italico non è stato davvero dominato, tutt’altro. Non solo ha rifilato a Nadal un pesante 6-1 nel secondo set, dopo essere stato trafitto da non so più quante sciabolate vincenti del ritrovato dritto del rivale nel primo set, ma nel terzo ha avuto due palle break che se trasformate avrebbero potuto rovesciare l’esito del match. In particolare la prima, un dritto da tre quarti campo, avrebbe dovuto essere una sentenza, una semplice esecuzione contro un Nadal impotente. Invece quel dritto, bello e comodo, l’ha clamorosamente schiacciato in rete. L’altra palla break invece l’ha ben annullata con un gran rovescio Rafa, ben felice d’essere scampato al precedente pericolo.

Come spesso accade il contraccolpo psicologico per il break mancato si è tramutato, di lì a poco, un break subito. E da lì in poi Rafa si è involato verso il traguardo sparendo dalla vista di Nole perfino sul rettilineo d’arrivo.

Rafael Nadal – ATP Roma 2021 (via Twitter, @atptour)

Quindi Nole ha ragione, a mio avviso, a valutare il bicchiere mezzo pieno e a pensare positivo in vista Roland Garros. Sono gli altri, semmai, a doversi preoccupare della condizione dei due “Old-Gen”, perché quelli se proprio non li ammazzi non muoiono mai. Hanno una testa, non solo un’esperienza, diversa. Si aggrappano a tutto, non mollano mai.

LA FINALE FEMMINILE

Inciso che non vuole apparire sessista: ma come fa la n.9 del mondo (ed ex n.1), Karolina Pliskova a prendere 6-0 6-0 in 46 minuti una finale che avrebbe dovuto cercare di onorare per la gente che era venuta alle 14,30 per assistervi e pagando un biglietto anche piuttosto salato? Il secondo premio, 132.200 euro, io sarei stato quasi tentato di sequestrarglielo (se si potesse…) vedendola sorridere come se nulla fosse dopo l’imbarazzante sconfitta assolutamente indecorosa e irrispettosa. Ricordo Natalia Zvereva perdere 6-0 6-0 in 34 minuti la finale del Roland Garros con Steffi Graf, ma Graf era Graf e con tutto il rispetto Iga non lo è ancora. E poi comunque io vidi Natalia prima piangere all’uscita dal campo e poi, più tardi, apparve imbarazzata e al tempo stesso imbufalita. Pliskova, invece, sembrava fosse stata reduce da un Players Party. Vabbè, chiudo l’inciso.

Alla fine io sono convinto che la stessa Iga, sebbene determinatissima anche nell’ultimissimo game a non concedere la minima chance a Pliskova e certo contenta di questo trionfo dopo quello dell’ultimo Roland Garros (quest’anno ha vinto anche ad Adelaide, fanno tre titoli), avrebbe tutto sommato preferito venire a capo di una partita un po’ più equilibrata nel suo svolgimento e nel punteggio. Perché in giro per il mondo a tutti verrà in mente, come prima cosa, di sospettare che Pliskova – che lo scorso anno in finale qui prese 6-0 e poi sul 2-1 si ritirò contro Halep per un problema alla coscia – avesse nuovamente qualche problema fisico che le impedisse di difendersi secondo le proprie possibilità.

Torneremo, tornerò su questi Internazionali d’Italia che ci hanno donato la grande gioia di ritrovare un italiano in semifinale, uno straordinario Lorenzo Sonego che ci consentirà di non dover più tirare fuori ogni anno quel che successe nel 2007 con Filippo Volandri, con buona pace dell’ex tennista livornese.

Due finali in Masters 1000 (Sinner a Miami e Berrettini a Madrid), un quarto di finale (Fognini a Montecarlo), Sonego in semifinale: quattro diversi italiani protagonisti di altrettanti exploit in tornei importantissimi, con affermazioni in tornei meno importanti come il Melbourne Great Ocean Road (Sinner su Travaglia) e il Sardegna Open (Sonego). Roba mai vista prima.

A Parigi avremo quattro italiani teste di serie, quindi almeno in teoria con un paio di turni sulla carta abbordabili per tutti e quattro. A Roma nessuno aveva avuto un buon sorteggio, meno male che Sonego ha fatto… i bambini con i baffi. Ma se a Parigi ci dice bene, almeno qualcuno dei quattro moschettiere in terra di Francia ci darà di sicuro buone soddisfazioni. Ad maiora.

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Editoriali del Direttore

Ancora i soliti due, Nadal e Djokovic. Rischiano, ma alla fine sono i più forti [VIDEO-COMMENTO]

ROMA – Sonego che batte il n.15 Monfils, il n.4 Thiem, il n.7 Rublev e lotta alla pari con il n.1 Djokovic è la storia più bella che poteva capitare al tennis italiano, già protagonista in tutti i Masters 1000 dell’anno. Il Connors de noantri

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Rafa Nadal e Novak Djokovic - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

da Roma, il direttore

I soliti due. Dov’è la notizia? Non c’è dubbio che la notizia più clamorosa sarebbe stata quella di un Sonego in finale, come lo fu per l’ultima volta qui al Foro Adriano Panatta nel ’78 battuto da Bjorn Borg al quinto set nel famoso match in cui un calabrone ingaggiò un duello con la Donnay di Borg che dovette schivare anche qualche monetina lanciata da qualche italopiteco che fu rimbrottato perfino da Adriano Panatta, quando lo svedese disse: “Se me ne tirate un’altra me ne vado!”.

Mi pare giusto ricordare, a questo punto, che anche l’anno prima un italiano aveva raggiunto la finale, e cioè Tonino Zugarelli che perse in quattro set contro Vitas Gerulaitis, così come in quattro set nel ’76 era stato Panatta ad avere la meglio su Guillermo Vilas.

 

Non è andato in finale, rimpiangerà forse le tre palle break iniziali del terzo set (“La partita avrebbe potuto prendere un’altra piega, comunque Sonego ha dimostrato perché aveva raggiunto le semifinali” gli ha subito riconosciuto Novak Djokovic), ma comunque così come nessuno ha dimenticato che Filippo Volandri raggiunse le semifinali qui nel 2007, nessuno dimenticherà che l’eroe azzurro di questa edizione è stato Lorenzo Sonego, un ragazzo capace di straordinari progressi che peraltro il suo coach Gipo Arbino mi aveva garantito di aver constatato già quando ci parlai a gennaio.

Lorenzo ha battuto in un solo torneo il n.15 del mondo Monfils, il n.4 Thiem, il n.7 Rublev e ha giocato per oltre due ore alla pari contro il n.1 del mondo, uno che ha vinto questo torneo cinque volte e che aveva fatto vedere contro Tsitsipas, al termine di un match bellissimo, la sua straordinaria bravura e irriducibilità.

Lorenzo Sonego – ATP Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Lorenzo è stato alla sua altezza, all’altezza di un supercampione come Djokovic, assolutamente, dimostrando un coraggio, una personalità e doti tecniche che un anno fa forse solo Gipo Arbino, il suo mentore, aveva intravisto.

Mi è piaciuto da morire anche, conoscendo la sua timidezza e umiltà fuori del campo, la sua grande educazione, quel suo modo di incitare la folla perché a sua volta lo incitasse, lo caricasse ancor più di adrenalina, quasi come se avesse bisogno di ancor più garra. Come se altrimenti potesse rischiare di mollare. Ma quando mai!

Lorenzo, e potrò venire accusato di blasfemia perché ovviamente in termini di risultati il paragone non regge, ma con quel suo modo di caricare la folla mi ha ricordato quel che faceva allo US Open nientemeno che Jimmy Connors. Bellissimo, trascinante. Uno vero, che non si nasconde dietro il politically correct perché corretto, correttissimo è in campo… tant’è che ha subito senza fiatare anche due errori arbitrali di cui si sono resi conto soltanto gli spettatori davanti alla TV.  Immagino la soddisfazione dei suoi sponsor, uno dei quali, Reale Mutua non poteva davvero immaginarsi un simile exploit del suo “ambassador” (ormai si dice così…, chissà perchè il sostantivo testimonial è passato di moda) proprio nel torneo di Roma di cui è sponsor. Giocando sul core business dell’antica società torinese d’assicurazione – sarà mica intervenuta nel mondo tennis perchè proprio a Torino ci saranno le finali ATP per i prossimi 5 anni? – si può dire che essa si è “assicurata” un tennista dal grande presente e da un probabilissimo grande futuro, al di là di ogni più rosea aspettativa: di certo al momento in cui hanno firmato …la polizza, i riflessi mediatici e televisivi di quella sponsorship non erano onestamente prevedibili. A volte nel firmare un contratto con un atleta non sai davvero dove puoi cadere. Ti può andare bene bene perchè quello improvvisamente comincia a vincere match su match o anche male, molto male. Pensate, giusto per accennare ad un paio di “immortali”: Barilla e Uniqlo hanno investito una fortuna su Federer e lo svizzero negli ultimi due anni non ha quasi giocato. Mi direte che a “prendere” un giocatore di 38 anni ci sta che scivoli nella vasca da bagno mentre fa il bagnetto a un gemellino e si rovini un ginocchio, così come ci sta che una prima operazione non basti, ma avete idea degli investimenti, anche se Federer è e resta icona mondiale anche quando non gioca a tennis e gira uno spot in cucina con un Master Chef. Idem il primo anno, disastroso, di Djokovic con Lacoste. Un 2011, un 2015 e i primi 6 mesi del 2016 da Mille e Una Notte, poi un pessimo secondo semestre del 2016, tanto che pure avendo un margini di punti pazzesco nei confronti di Murray, finì proprio con le finali ATP di Londra per perdere la leadership.

Chiusa qui la parentesi sponsor – e non ho accennato al discorso pandemia, ai 6 mesi di stop dovuti al virus, chi poteva immaginarli? E quelli che avevano firmato un contratto di un anno soltanto per il 2020? – avremo certo modo di riparlare degli incredibili progressi mostrati da Lorenzo Sonego, ora che è 12° nella Race è la possibilità che ci sia anche lui fra i tre italiani che lotteranno per arrivare a disputare le finali ATP di Torino alla luce di quanto si è visto in questi primi quattro mesi dell’anno, c’è, è reale, non è pura utopia, un sogno impossibile. Per carità, che ce la facciano tutti e tre, Berrettini, Sinner e Sonego è quasi impossibile, siamo onesti. Però quel quasi uno ce lo può mettere, e io ce lo metto, senza passare da illuso sciovinista. Ragazzi, quando si batte tre top 15 in un torneo, ci sta tutto. Quando si fanno due finali di un Mille con due giocatori e una semifinale con un terzo, sognare è lecito e non è detto che si debba cascare dal letto.

Sonego e Djokovic – ATP Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

VERSO LA FINALE – Pur con tutto il rispetto e l’ammirazione per lo straordinario torneo di Sonego, devo passare ai due sfidanti della finale maschile. Ancora loro, i duellanti degli ultimi tre lustri che si sono sfidati fino a oggi la bellezza di 56 volte e giocheranno per la sesta volta per il titolo degli Internazionali d’Italia. Snocciolo subito altri numeri, così me li levo tutti di torno. Djokovic ha vinto in 29 occasioni, Nadal in 27. Nelle nove finali di Slam Nadal conduce 5-4, negli incontri giocati in toto negli Slam (16) Nadal è avanti 10-6. Nelle finali dei Masters 1000 invece è avanti, anche lui di misura, Djokovic, 7-6. Nei Masters 1000, fra finali e non, i due si sono incontrati 28 volte e Djokovic è avanti 16 a 12.

Infine eccoci a Roma, dove Nadal ha trionfato nove volte (2005-2006-2007-2009-2010-2012-2013-2018-2019) ed è a caccia della “Decima”. Djokovic si è imposto 5 volte (2008-2011-2014-2015-2020) e cerca le “Sesta”. In totale, sono arrivati in finale rispettivamente 12 e 11 volte (compresa questa) e il Masters 1000 di Roma vanta una particolarità: dopo il 2004, quando Moya batté Nalbandian, in finale c’è sempre stato uno dei due. In cinque occasioni ci sono arrivati entrambi e Nadal conduce 3-2 avendo vinto l’ultima finale nel 2019, 6-0 4-6 6-1. Come dicevo all’inizio di questa sfilza di dati, si contenderanno per la sesta volta il trofeo dei nostri Internazionali.

In totale a Roma però si sono affrontati otto volte e il bilancio è di cinque vittorie per Nadal e tre per Djokovic. Quale anno, quale turno e quale duello fra loro, quale vincitore, quale risultato?

Ecco qua:

  • 2007, quarti, duello n.4, Nadal 6-2 6-3; 
  • 2009, finale, duello n.17, Nadal 7-6 6-2; 
  • 2011, finale, duello n.27, Djokovic 6-4 6-4; 
  • 2012, finale, duello n.32, Nadal 7-5 6-3;
  • 2014, finale, duello n.41, Djokovic 4-6 6-3 6-3; 
  • 2016, quarti, duello n.49, Djokovic 7-5 7-6; 
  • 2018, semifinale, duello n.51, Nadal 7-6(4)6-3; 
  • 2019, finale, duello n.54, Nadal 6-0 4-6 6-1.

Sei loro duelli si sono conclusi in due set, mentre soltanto due sfide – curiosamente – sono andate al terzo. E a Roma le loro non sono sempre state grandi partite. Speriamo che lo sia quella odierna. Anche se Djokovic ci arriva dopo due notevoli battaglie, mentre Nadal, che aveva annullato due match point nei quarti, ieri ha avuto una giornata decisamente più leggera.

A mio avviso nessuno dei due è al massimo, però. Nonostante questo, in fondo sono arrivati ancora una volta loro.

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Editoriali del Direttore

Sonego, meglio l’uovo che la gallina. Il riscatto di Nadal e la parità di diritti uomo donna

ROMA – Ecco dove Sonego, rispetto a Vienna e al k.o. con Rublev, è migliorato più di Berrettini. Solita gestione FIT per i biglietti. La vendetta di Rafa su Zverev, l’egoismo di Barty, l’handicap pro Gauff

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da Roma, il direttore

Il tassista che mi ha accompagnato alla mia macchina, parcheggiata a un km dal Foro Italico, troppo lontano per non finire inzuppato di pioggia io e fradicio il trolley con il computer e tutto l’armamentario da “elettricista” che ormai ci tocca portar dietro, di tennis sa poco o nulla. Però una cosa gli è chiara: “Aho, ogni volta che ce sta ‘er tennis a Roma piove sempre!”. Vero, però lo dicevano anche per il concorso ippico a Piazza di Siena.

La pioggia ha disturbato parecchio, e non poco, la giornata. Ma forse Lorenzo Sonego l’ha benedetta. Dovrebbe infatti avergli permesso di recuperare la faticaccia di giovedì sera e una notte forse un tantino agitata ripensando al matchpoint annullato con un coraggioso serve&volley a Thiem, alle mille emozioni, al balletto trionfale di fine partita, agli abbracci dei pochi che hanno potuto permettersi di godere dal vivo la sua miglior partita di sempre e comunque di certo bellissima anche agli occhi di chi fosse stato spettatore neutrale.

 

Gioca stamani alle 11 contro Rublev una partita che nella finale di Vienna apparve a senso unico, ben più del punteggio, ma da allora Sonego ha migliorato quasi tutto, a tempo record direi se si pensa che invece per sfondare nel tennis che conta ci ha messo un po’.

Ha fatto progressi nel servizio, che non è quello di Berrettini ma è un signor servizio, nel rovescio, che è più completo e incisivo di quello di Berrettini, sia che lo giochi slice sia che tenti il lungolinea (colpo fondamentale contro tutti quei tennisti alla Rublev che fanno il giro attorno alla palla per colpire tre quarti degli affondo con il dritto; magari lo avesse altrettanto sicuro “Berretto”), gioca con grande disinvoltura e timing la palla corta, di dritto come di rovescio. Inoltre, al di là della consueta garra, perché proprio non molla mai – ricorderete, prima di questo fantastico match con Thiem quello del tiebreak infinito al Roland Garros con Fritz, quello con Djere in Sardegna… – il “Polp” che tutto rincorre e acchiappa è diventato hombre muy solido. Anche in questo caso, e Matteo che peraltro ha altre qualità, ben altro dritto e potenza, magari quelle gambe e quelle capacità difensive avesse Matteo.

Poi, anche la buona sorte conta. A volte certi tornei girano bene – e a lui è capitato a Vienna di trovarsi di fronte il fratello scarso di Djokovic (però anche solo quel nome magari avrebbe intimorito un hombre meno solido) – e fin qui Roma gli è girata parecchio bene. Sì perché fra tutte le teste di serie l’unica a non avere vinto due partite in un anno era Gael Monfils. Poi l’amico Mager gli aveva fatto il favore di togliergli di mezzo de Minaur e insomma… anche se si dice sempre con gli amici non è mai facile dare il meglio di sé, il discorso valeva anche per Mager. Ecco poi la grande impresa, davvero fantastica, con Thiem, però si sa come va il tennis: su quel matchpoint Thiem avrebbe potuto anche indovinare una di quelle tante splendide risposte che gli sono riuscite nella partita.

Dopo di che c’era il timore che un ben più riposato Rublev potesse avvantaggiarsi ieri della stanchezza psicofisica, quasi inevitabile, di Lorenzo chiamato a una difficilissima prova del nove contro un altro top-10. Con i soliti scettici alla finestra, pronti a dire “beh, se uno batte il n.4 del mondo deve battere anche il n.7… sennò non è uno vero!”. Sonego sa bene che il match di stamani non sarà una passeggiata. Ma lo sa anche Rublev, credetemi. Sul Grande Stand ci sarà anche il pubblico… e non mancherà di farsi sentire in quel brutto palcoscenico che rimbomba e che ad ogni batter di piedi collettivo pare di trovarsi in mezzo a una battaglia fra soldati armati di mitragliatrici.

Certo chi vincerà il match di quarti di finale dovrà in serata battersi anche contro il vincente di Tsitsipas-Djokovic (il greco è avanti 6-4 2-1 e break, e io nel video che vi invito ancora una volta ad aprire ho definito Djokovic quale Mosè salvato dalle acque), ma questo a mio parere era uno di quei casi in cui era meglio scegliere l’uovo oggi (Rublev sabato mattina) che la gallina domani (Tsitsi o Djoker stasera).

Quindicesimo quartofinalista agli Internazionali d’Italia, Lorenzo sarebbe il primo semifinalista dai tempi di Volandri 2007. In semifinale si fermarono una volta Oscar de Minerbi nel 1931, Giorgio De Stefani e Giovannino Palmieri nel 1932 (unica edizione con due italiani in semifinale), ancora Palmieri nel 1933, Sertorio nel 1934, Gardini nel 1953, Pietrangeli nel 1959, 1965 e 1967, Merlo nel 1960 e, nell’Era Open, Bertolucci nel ’73 e, appunto, Volandri ne 2007. I finalisti azzurri sono stati in tutto dieci, in altre annate, e vorrei tanto ricordarli domani perché vorrebbe dire che alla finale c’è approdato anche Sonego, mentre i vincitori meritano di essere ricordati comunque e sono stati appena cinque: Sertorio (1933), Palmieri (1934), Gardini (1955), Pietrangeli (1958 e 1961) e Panatta (1976).

Intanto Rafa Nadal, nove volte campione al Foro, ha già messo piede per l’ennesima volta in semifinale al torneo, dopo il grande spavento preso con Shapovalov per i due matchpoint annullati e fin da molto prima, quando si era trovato sotto e quasi disarmato sul 6-3 3-0 per il canadesino cui manca solo la continuità per diventare un grande, Alla sua età ci sta. I colpi li ha tutti. Solo a rete deve decisamente fare ancora parecchi progressi. Giocare i doppi gli farà bene. Rafa si è vendicato di Madrid e di Zverev. Vero che ha dovuto annullare nove pallebreak, ma Zverev in risposta, soprattutto sul servizio esterno in kick di Rafa, ha decisamente avuto una giornata no. Di solito le sue giornate no coincidevano con quelle negative al servizio, la seconda palla ballerina. Stavolta è stata la risposta e di rovescio, per solito il colpo più solido. Capita.

Nadal era muy satisfecho, come ha detto ai colleghi spagnoli, della sua brillante prestazione. Certo Zverev, dandogli l’abbrivio psicologico nei primi quattro game disastrosi, gli ha dato bella mano. E forse il momento in cui Rafa si è spaventato di più stato quando è caduto rovinosamente su una riga, sul 5-3 30-15 . Oh ma queste cose accadono solo al Foro Italico! Sono anni che sento dire che questi campi sono pessimi da parte di tutti i giocatori, Djokovic in testa, Fognini in coda anche l’altro giorno; possibile mai che non si riesca a prepararli in condizioni decenti? Che ci vorrà mai? Mistero, come mistero è quello dei biglietti, anno dopo anno, sembra che ci sia chi si diverta a far incavolare… i clienti, gli spettatori. Leggete l’articolo di Federico Bertelli (ma non perdetevi anche i commenti dei lettori e alcune repliche di Vanni Gibertini). E se sentiste la mancanza di qualche link in più, quelli di due anni fa che portarono, insieme alla mia denuncia, anche al ritiro “fascista” del mio accredito.

Un Rafa soddisfatto dovrebbe rivelarsi ostacolo insormontabile per la sorpresa gigante, davvero gigante, di questo torneo, Reilly Opelka, 2 metri e 11 e due sole vittorie in carriera sui campi rossi prima di Roma, ma quattro vittorie qui senza perdere un solo set (Kecmanovic, Musetti, Karatsev, Delbonis). Otto set a zero e, attenzione, solo due tiebreak. Con Delbonis vinto 7-2 dopo essere andato sul 5-0.

Però, dopo aver detto che Rafa è favorito e ci mancherebbe anche se di Davide che ha sconfitto Golia se ne parla ancora non a caso, ho ricordato però nel video – e dai guardatelo ogni tanto! – il match che vidi al Roland Garros 2011: Isner quel giorno era avanti 2 set a 1 con Rafa e perse soltanto 6-4 al quinto. Insomma, i giganti che servono come Opelka, se azzeccano una giornata in cui mettono l’80% di prime… è meglio evitarli anche se ci si chiama Rafa Nadal. Opelka è pure più alto di Isner e… guardate che da fondocampo se la palla gli arriva a tiro, non è per nulla malvagio. Vabbè, mi sbilancio, 6-4 6-4 per Rafa se è il Rafa di ieri. Ma se fosse quello di Sinner e Shapovalov per un set e mezzo allora sarei più prudente. Di Djokovic e Tsitsipas leggerete (forse) domani. Dipende da Sonego… Ubi maior, giornalisticamente parlando (e quell’Ubi non sono io).

Ladies last. Why always first? Non si è per la parità dei diritti? Una parità che un articolo di Repubblica ieri, sulla scia di un esposto del Codacons che mi lascia perplesso, ha invocato anche per il Prize Money. Ma in questo caso, sarò forse bieco maschilista ma secondo me – udite udite!- ha la ragione la FIT. Se le donne tenniste in Italia fanno meno audience – ne facevano meno perfino quando avevamo delle campionesse – e meno biglietti venduti, la FIT ha il diritto di proporre un montepremi inferiore. Così come la WTA di sdegnarsi e rifiutarlo. Che poi questo non accada più negli Slam e soprattutto nei tornei americani, non significa granché. Billie Jean King e Martina Navratilova hanno combattuto e vinto grandi battaglie per “l’equal prize money”. Ma insomma chi tira fuori i soldi ha forse anche il diritto di scegliere come darli e a chi darli. Magari solleverò un vespaio con questa mia presa di posizione. Consapevole, corro il rischio.

Barty che si ritira per un doloretto al braccio quando ha vinto primo set ed è avanti 2-1 avendo chiuso a 15 il game sorprende un po’ tutti, per prima la fortunatissima Coco Gauff che proprio non se l’aspettava e cade dalle nuvole. Barty come sempre è candidamente spontanea nel dichiarare come è arrivata alla sua decisione: “Ho seguito quel che mi diceva il mio corpo, fra poco più di due settimane c’è il Roland Garros, non volevo correre rischi”. Vero che lei ha vinto il suo primo e unico Slam a Parigi nel 2019 e normale che ci tenga a far bene al Roland Garros, ma insomma proprio per aver garantito che l’infortunio non è tale da mettere in discussione la propria partecipazione allo Slam parigino, con il torneo di Roma non si è comportata in modo impeccabile. Non è certo un problema di soldi e di montepremi, non è il tipo, però ha dato quasi l’impressione che per lei Roma fosse quasi un torneo davvero minore.

Peccato perché il suo tennis facile è davvero piacevole da vedere, diverso da come giocano quasi tutte. Qui AGF, nostro vate e massimo esperto di tennis femminile, sicuramente me ne vorrebbe dire di tutti i colori. Per il torneo, alla fin fine, la presenza della giovanissima Gauff in semifinale non è disdicevole, anzi. Avrà il vantaggio di giocare più fresca oggi con chi vincerà stamani fra una ex campionessa del Foro Italico, Elina Svitolina (2 volte) e la campionessa dell’ultimo Roland Garros, Iga Swiatek. Considerata la giovane età e la inevitabile inesperienza di Coco è forse giustizia divina quella che le dà quel vantaggio. Di certo lei stamani tiferà perché Svitolina e Swiatek giochino una maratona di 3 set.

Una maratona tipo quella che, annullando tre matchpoint a Ostapenko, ha vinto un’altra ex campionessa del Foro Italico, quella Karolina Pliskova, n.9 WTA, che era l’unica testa di serie a presidiare le metà bassa del tabellone dove quale altra semifinalista c’è – in barba alle più attese e titolate Osaka 2, Brady 13, Bencic 10 e Serena Williams 8 – troviamo la longilinea croata Petra Martic, 25, che ha ridimensionato Pegula, giustiziera della Osaka, una campionessa di quattro Slam che proprio sulla terra rossa resta un pesce fuor d’acqua. E sì che di acqua in questi giorni su Roma ne è caduta tanta.

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