Zverev e Coric fanno faville Perchè Quinzi invece deve giocare la Coppa Valerio?

Editoriali del Direttore

Zverev e Coric fanno faville Perchè Quinzi invece deve giocare la Coppa Valerio?

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TENNIS – Gianluigi Quinzi, campione di Wimbledon 2013, aveva detto “basta all’attività junior”. Mentre 7 teenagers che lui batteva (Zverev, Coric, Chung, Kyrgios, Ymer) compiono exploit superandolo, la FIT privilegia la propria propaganda e lo spinge a…perder tempo e punti ATP

 Il solito Scanagatta che ce l’ha con la FIT! Sono certo che qualche malpensante commenterà subito così.

E può pure essere che la mia sia deformazione pregiudiziale, però quando ho saputo che Gianluigi Quinzi avrebbe dovuto rinunciare a due possibili settimane di tennis fra gli “adulti” per giocare in Coppa Valerio, pena la restituzione del “prestito d’onore” alla FIT, ho fatto un salto sulla sedia. Come lo facevo già, purtroppo, 30 anni fa quando la FIT presieduta da Paolo Galgani (non a caso nominato presidente onorario…) si comportava esattamente allo stesso modo, andando a caccia di trofei giovanili da sbandierare per motivi propagandistico-elettorali-mediatici. Ed infischiandosene di ritardare così il processo di maturazione dei nostri migliori giovani.

 

E poi, da anni, tutti a domandarsi come mai i tennisti italiani maturino tardi ed alcuni non siano ancora maturi dopo i 25 anni! Non è cambiato nulla, purtroppo, e forse non cambierà mai nulla. Nel girone di semifinale di La Rochelle (30 luglio-1 agosto), giocano Italia, Francia, Grecia, Islanda, Romania, Israele e Ucraina. Per l’Italia, oltre al marchigiano Quinzi – che aveva detto giustamente “basta all’attività junior, cosa posso far di più fra gli under 18 che aver vinto a Wimbledon? Se voglio bruciare le tappe devo misurarmi nel circuito professionistico a costo di prendere tante batoste!” – anche il lombardo Filippo Baldi, il romano Matteo Berrettini, il pugliese Andrea Pellegrino. Se passerà il turno, dal 4 al 6 agosto l’Italia giocherà, con Quinzi e gli altri, la fase finale al Lido di Venezia.

Ma come!, proprio nei giorni in cui assistiamo agli exploit in vari tornei del circuito Atp da parte di junior o ex junior che avevano perso o arrivavano dietro a Quinzi un anno fa – Nick Kyrgios (classe 1995 e oggi n.69 ATP) che batte Nadal e va nei quarti a Wimbledon, Alexander Zverev (1997, n.159 ATP, ma sconfitto 60 62 da Quinzi alla Davis junior a Barcellona) che va in semi ad Amburgo, Elias Ymer (1996, n.262) che batte Kukushkin a Baastad e va nei quarti a Tampere, Borna Coric (1996 e n.194 Atp) nei quarti a Umag dove ha lottato alla pari con Fognini n.19 – di che si preoccupa la nostra Fit? Di conquistare la Coppa Valerio! Una coppa snobbata da tutti i migliori junior europei, pur di potersi fregiare di un titolo che a Quinzi non aggiunge nulla, anzi gli farà solo perdere altro tempo, ma che magari potrebbe consentire un’altra passerella del massimo dirigente federale a Palazzo Chigi e, nel peggiore dei casi, qualche bel titolo sugli organi di stampa più compiacenti.

Sempre i malpensanti – nei miei confronti… – diranno “Embè, che vuoi che siano due settimane perse a giocare con gli junior!”. Ma il fatto è che oggi Gianluigi, n.309, dopo aver vinto a maggio due Future 1 e un Future 2 di fila in Romania e Marocco – tornei giocati e vinti per acquistare fiducia: vincere aiuta –  ha purtroppo perso terreno rispetto ai suoi avversari dell’ultimo biennio per una serie di motivi di cui una FIT meno miope, meno egoistica, avrebbe potuto (dovuto?) tener conto. Reagendo di conseguenza. Mollato all’improvviso, in modo indubbiamente abbastanza traumatico dall’allenatore degli ultimi anni, l’argentino Eduardo Medica – problemi familiari – dapprima Gianluigi si è trovato senza coach nel pieno della stagione primavera-estate. Poi ha dovuto affrontare la maturità liceale. E non una maturità burletta, ma quella scientifica al liceo di Fermo. Liceo pubblico. Ha preso 70, un voto più che dignitoso, facendo contenti i suoi genitori che sono gente sana – come si capisce anche da questa scelta – ma saltando tutto giugno e rinunciando dolorosamente ad utilizzare la wild card alle qualificazioni di Roehampton che Andrew Jarrett, direttore degli Wimbledon Championships, gli aveva messo a disposizione in quanto campione junior 2013. Una scelta che pochi ragazzi avrebbero accettato di fare.

Chi scrive avrebbe potuto fare le qualificazioni di Wimbledon nel ’73 – erano altri tempi, bastavano certi risultati che avevo fatto in America, il computer Atp sarebbe entrato in funzione un paio di mesi dopo, il 23 agosto – e ha sempre rimpianto di non averle poi potute fare. Per carità, Quinzi ha ben altro talento e prima o poi le farà, o magari le salterà addirittura, però mettetevi nei panni di un ragazzo di 18 anni che sogna di giocare il torneo vero di Wimbledon, quello dei grandi. Il giorno in cui avrebbe dovuto giocare il primo turno Gianluigi aveva invece la prova scritta di italiano. Insomma mentre tutti gli altri giocavano a più non posso, e facendo progressi e risultati, lui è stato praticamente costretto a fermarsi per un mese e mezzo. Sembra una sciocchezza, ma alla sua età e in questa fase della stagione è tanta roba.

E ciò dopo che agli Internazionali d’Italia, al nostro junior più vincente di sempre – controllare i dati di Nargiso e Gaudenzi, per non parlare di Galimberti coetaneo di Boris Becker e tutti gli under 18 che snobbavano i tornei junior: 4 gradi A, uno Slam, il Bonfiglio, dopo gli argenti under 12 e under 14 nel palmares di Gianluigi – non era stata data neppure una wild card per le qualificazioni. A queste bisognava qualificarsi attraverso un torneo di prequalificazione che però avrebbe premiato, a parte i due finalisti, i due semifinalisti con la miglior classifica Atp.

Quinzi, sapendo che c’erano tantissimi giocatori con una classifica Atp migliore della sua, aveva rinunciato, perchè come minimo avrebbe dovuto arrivare fra i primi due delle prequalifiche. E poi vincere le qualificazioni per entrare nel tabellone dell’unico torneo ATP rimasto in Italia e fare quei punti Atp necessari per poter partecipare almeno ai Challenger di più alto livello e magari alle qualificazioni dei tornei Atp di minor montepremi.

Non poteva una FIT appena un pochino più lungimirante, anziché “tutelare” anzianotti ultratrentenni, riservargli un piccolissimo posticino per dargli una chance? Se pensate che agli Internazionali d’Italia Nargiso ha battuto Emilio Sanchez, Pescosolido Andre Agassi e Richard Krajicek, Borroni Yevgeny Kafelnikov, Luzzi Clement e Arazi, Bracciali Ginepri, Caratti Pioline e Jaite, Di Matteo Riessen e Tiriac, Galvani Rusedski e Novak, Ocleppo Leconte, Claudio Panatta Arias, Santopadre Kucera e Norman, Starace Moya e Cilic, Volandri Federer….beh capirete bene che ogni tanto i miracoli posson succedere e magari un Quinzi in tabellone avrebbe potuto farne uno anche lui e guadagnare punti preziosi che avrebbero cambiato la sua estate agonistica. L’unico torneo del circuito maggiore Atp che c’è in Italia, quando ne abbiamo avuti anche 8 in un anno – e sì che leggo sull’ultimo numero della rivista federale uno sviolinatore professionista che scrive “Il nostro Paese è da sempre, per tradizione, all’avanguardia nell’organzzazione di eventi tennistici” – non avrebbe dovuto avere un occhio di riguardo per un ragazzo che tanto ha vinto e fatto per il tennis azzurro? Mah, evidentemente in FIT non la pensavano così.

Poi se, malgrado tutto, Gianluigi diventerà forte davvero, allora saranno tutti pronti a salire sul carro del vincitore. Tutti i federales fino all’ultimo, direttore degli Internazionali, capitano di Coppa Davis. Tutti coloro, insomma, che quando serviva non hanno mosso un dito. Come è accaduto a suo tempo per Errani (emigrata all’estero per disperazione per anni), per Fognini (grazie papà Fulvio), per Pennetta (grazie papà Oronzo, Gabri Urpi e Spagna) e mi fermo qui per non essere noioso. La gente che vuol capire capisce. Lasciamo stare Kyrgios che è già più grandicello, anche se a Wimbledon contro Quinzi due anni fa ci avevaperso 63 61. Ma Zverev, Ymer, Coric sono ragazzi di sicuro talento che, prova e riprova con l’aiuto di organizzatori di tornei più…”patriottici” e più modesti di un Master 1000 come Roma hanno avuto, insieme alle loro proprie indubbie capacità, anche la buona sorte (o una maggiore attenzione federale?) di poter disputare tornei di casa e di imbattersi in avversari non irresistibili facendo un bel bottino di punti Atp e salendo nel ranking.

Ci vuole, infatti, anche un po di fortuna. Pochi giorni dopo la “Maturità” Gianluigi – nel frattempo affidatosi all’ex giocatore di Recanati Federico Torresi e allo spagnolo Gorriz (consigliato da Ljubicic e Piatti, Gorriz, mancino ex n.80 del mondo ha allenato Haase, Portas, gli ultimi anni di Bruguera, Falla e Giraldo quando ha collaborato con la federazione colombiana, ma sta facendo una sorta di prova di conoscenza reciproca con Gianluigi) – è andato a giocare San Benedetto. Anche lì la dea bendata non poteva dargli avversario più tosto del bosniaco di Sarajevo Damir Dzumhur (n.116 Atp oggi) che difatti dopo aver perso l’unico set del torneo con Gianluigi (46 64 61) lo ha vinto battendo uno dopo l’altro Fucsovics (76 64), Coric (62 75) – toh chi si vede! – Gombos (64 62) e Haider Maurer (n.97 Atp 63 63). Un passo falso a Poznan dove ha perso al secondo turno dal serbo Zekic (674 Atp), 76 75 e poi Quinzi, è andato a Tampere, come Ymer, ma ha “pescato” al primo turno proprio Jarkko Nieminen, n.52 Atp ma ex n.13 del mondo, nonchè n.1 del torneo. Che poi ha perso solo in finale dal belga Goffin. Vedremo come finirà l’esperimento con il catalano Marcos Aurelio Gorriz, 50 anni ed ex n.88 del mondo. Certo è che nella programmazione di Gianluigi, fin dall’anno scorso quando aveva vinto Wimbledon, l’attività junior era stata cancellata.

L’obbligo contrattuale a “difendere i colori della nazionale se convocati per qualsiasi rappresentativa” pena la restituzione del cosiddetto prestito d’onore – cioè dei soldi ricevuti finora per finanziare sia pure parzialmente l’attività più recente di Quinzi – è stato imposto con ridicola rigidità da Sergio Palmieri, factotum tecnico della FIT. E per i genitori Quinzi e Gianluigi non ci sono state alternative. Non hanno fatto nemmeno polemica. Anche se c’è da giurare che saranno rimasti sorpresi. E probabilmente delusi, visto che i loro programmi tecnici per il figlio erano noti a tutti. Con la Federazione, qualunque federazione per qualunque atleta di qualunque disciplina, non conviene mai mettersi a discutere. Il coltello dalla parte del manico lo hanno le federazioni. Vedi caso Hackett (che si è comportato male) nel basket.

E’ un sistema perverso. I giovani hanno bisogno di aiuto, soprattutto in uno sport caro come il tennis dove anche i coach, i fisio, i viaggi e il resto, tutto è caro, carissimo. E devono sottostare anche a programmazioni che li possono danneggiare. I genitori Quinzi non hanno problemi economici, ma anche chi non li ha – come a suo tempo papà Fognini, papà Errani- alla fine ha convenienza a trovare un accordo. Papà Errani, ma anche papà Fognini, papà Quinzi, hanno fatto spaventosi sacrifici per assecondare il desiderio di emergere dei propri figli. E sono stati, per tanti anni, anche molto critici nei confronti di chi non li aiutava pur essendo evidente sia la determinazione che la qualità tennistica dei figli. Quando finalmente i figli hanno cominciato a conseguire risultati importanti, allora la FIT si è manifestata, ha mostrato tutt’altra disponibiltà.

Meglio tardi che mai, si dirà. Certo, ma sarebbe stato meglio anche un po’ prima…perchè non si sa quanti ragazzi e ragazze di valore nel frattempo si sono perse per strada perchè le loro famiglie non hanno avuto i soldi per continuare. Oggi se andaste a intervistare Sara Errani, e la sua famiglia – e potrei dire la stessa cosa di Fognini e la sua famiglia, di Bolelli e la sua famiglia – lei non ti direbbe più sulla FIT quello che pensava e diceva allora. Perchè oggi la FIT tira fuori soldi, auto, assistenze tecniche, mediche e di altro tipo, contratti pubblicitari con Supertennis, pecette di vario tipo, ingaggi, gettoni di presenza, premi cospicui, organizza passerelle televisive. Magari non tira più fuori 400.000 euro come quelli regalati alla Schiavone ma sempre tanta roba.

Sarebbe un bel fesso il giocatore, la giocatrice, che oggi entrasse in polemica con chi generosamente lo finanzia. Perchè mai dovrebbe farlo, anche se forse soprattutto i suoi genitori non avranno dimenticato i tempi difficili di quando non erano…ricchi, forti e famosi? Costa molto meno rispondere male, o non rispondere affatto, a Scanagatta, a un qualunque giornalista indipendente (pochissimi ormai) che ricordi loro come erano e cosa dicevano, genitori e figli, piuttosto di quanto potrebbe costare l’indispettire un dirigente federale che ha i cordoni della borsa.

Contrariamente a quanto ha scritto qualcuno, Gianluigi Quinzi non ha nessuna intenzione di tornare sui suoi passi, di tornare a giocare fra gli junior se non obbligato a farlo. Infatti non giocherà l’US Open junior. Non ha mai avuto intenzione di giocarli. Un errore tecnico, commesso al computer da qualcuno, lo aveva erroneamente iscritto. Avrebbe invece voluto provare a giocare le qualificazioni dell’USOpen adulti, quelle che Roberto Marcora, per esempio, grazie al suo best ranking n.244, potrà quasi certamente disputare. Ma Gianluigi, per tutti i motivi di cui sopra, non è riuscito a conquistarsi la classifica necessaria e quindi non potrà farle. Mentre i suoi amici junior che lui batteva invece sì. E se avranno la fortuna di beccare un giocatore non troppo forte e in cattiva forma, saliranno ancora in classifica mondiale e…in fiducia.

Già, la fiducia. E’ fondamentale per qualsiasi tennista, figurarsi per un giovane. E il ranking, una rapida ascesa nel ranking, infonde grande fiducia. Oggi come oggi uno Zverev, un Coric, un Ymer, ma anche un Marcora classe 1989, ce l’hanno molta di più di Quinzi. Che rischia, come certi nostri impazienti tifosi, di dubitare di se stesso. E non c’è di peggio. Per questi motivi, anziché “impugnare” l’arma del prestito d’onore, una FIT che si fosse preoccupata primariamente dell’avvenire del “ragazzo Quinzi” non l’avrebbe mai convocato per giocare una manifestazione che non gli servirà a nulla  – la Coppa Davis junior l’hanno già vinta un anno fa – e nella quale avrà tutto da perdere, come sarebbe, ad esempio, se gli capitasse di giocare malissimo contro un giovane francese (Tatlot) e malauguratamente di soccombere. Un bravo manager non lo avrebbe mai esposto a questo rischio e lo avrebbe invece programmato su tornei nei quali fare punti ATP e costruirsi una classifica migliore dell’attuale. Ma alla FIT, a Palmieri, di comportarsi da bravo manager nell’interesse primario del ragazzo e di una sua più rapida crescita in classifica, non gliene frega nulla, altrimenti sarebbero state fatte scelte diverse.

L’importante è vincere la Coppa Valerio. Per dire a chi osasse contestare questa decisione: “Beh, se Quinzi vale potrà sempre dimostrarlo”. La solita superficialità di chi non ragiona con il giusto approccio professionale, che è quello di tendere sempre a far raggiungere certi obiettivi nel minor tempo possibile a chi ne abbia i mezzi tecnici. Infatti i “nostri”, quando non si perdono del tutto, arrivano sempre tardi. Come mai? Proprio il fatto che Gianluigi quest’anno abbia vinto soltanto due partite su nove, a livello Challenger (qualificazioni comprese) e abbia perso anche tre partite da avversari peggio classificati nei Futures, avrebbe dovuto far capire ad un tecnico sensibile che Gianluigi attraversa un periodo difficile e che quindi andava aiutato, lasciandogli fare il programma agonistico che da un anno aveva deciso di perseguire.

Tutta ‘sta tiritera, ‘sta lungagnata per 2 settimane buttate, Scanagatta, ma non ti pare di esagerare? No, non credo di esagerare perchè, come ho già scritto sopra, questi 10 giorni (che si traducono in due settimane di tornei) destabilizzanti in piena estate si aggiungono a quasi due mesi di semi-inattività, difficili per i motivi sopra esposti. E i meccanismi psicologici di un diciottenne che si vede i suoi ex rivali passargli davanti in tromba, sono o possono dimostrarsi delicatissimi. I loro exploit non lo aiutano di certo. La pressione su lui cresce inevitabilmente. Non è più il primo, davanti a tutti loro. E’ il settimo dei teenagers (under 19), dietro Zverev, Coric, l’australiano Kokkinakis n.216, il coreano Hyeon Chung (il nome di battesimo del n.245 Atp è necessario: i Chung nell’archivio Atp sono soltanto 15!), il giapponese Yoshihito Nishioka 250 (che qualche wild card ai tornei giapponesi e magari australiani la riceverà di sicuro), lo svedese Ymer…e sente la pressione di doversi sbrigare per non perdere ulteriore terreno nei loro confronti, anche perchè il cileno Nicolas Jarry (n.311 e quindi due posti soltanto dietro a lui) e l’americano Jared Donaldson (326) incalzano.

Mi è bastato vedere, anche su questo sito, commenti ingenerosi, impazienti, eccessivamente esigenti senza cognizione di causa, perfino maleducati, nei suoi confronti. Personalmente il maggior conforto, il maggior motivo di ottimismo, mi viene dalla constatazione che attorno a Gianluigi c’è una famiglia colta, saggia e intelligente – la scelta di affrontare l’esame di maturità lo dimostra – e anche un giovane intelligente, preparato e serio come Federico Torresi. Son quindi fiducioso che Quinzi emergerà lo stesso, a dispetto degli ostacoli che chi dovrebbe pensare a toglierglieli, glieli para invece davanti.

Come è sempre successo, ripeto ancora. Questa federtennis non è diversa o peggiore delle precedenti. E’ uguale. E i risultati, quelli ottenuti proprio da essa e non dai giocatori che hanno avuto genitori benestanti e determinati, lo dicono. Tirrenia docet. Anche se poi quando si tratta di farsi propaganda, di farsi belli davanti agli organi di informazione più disinformati, si è capaci di dire di tutto e di più per “magnificare i grandi exploit del tennis italiano” appropriandosi di tutti i meriti (senza che i giocatori abbiano il minimo interesse a zittirli).

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Djokovic, fenomeno in corso da 12 anni, pronto al sorpasso su Federer e Nadal

EDITORIALE – La corsa alla conquista di più Slam è viva. Gli ultimi 13 tutti ai Big 3. Djokovic ha più chance di chiudere la carriera da top Slam-winner. La ricerca della perfezione la chiave dei successi dei campioni

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Novak Djokovic - Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

da Melbourne, il direttore

Ragazzi non si è fenomeni per pochi giorni. Quando lo si è, lo si è per anni, se non per sempre. Gli ultimi 13 Slam sono stati vinti tutti dai Fab Three: 5 da Djokovic, 5 da Nadal e 3 da Federer, dopo che 14 Slam fa Stan Wawrinka vinse l’US Open 2016 sorprendendo Djokovic. Da allora Nadal ha vinto 3 Roland Garros e 2 US Open, Federer ha vinto 2 Australian Open e un Wimbledon, Djokovic ha vinto 2 Australian Open, un US Open e 2 Wimbledon. Agli altri, compreso il validissimo e valorosissimo Thiem che non è più un bambino con i suoi 26 anni, non sono rimaste che le briciole. Il ragazzo di Vienna, dopo essere stato in campo quasi 12 ore nei suoi ultimi tre match, è fermo al palo di tre finali di Slam senza aver ancora provato la gioia di vincerne uno. Prima o poi ci riuscirà, ma intanto neppure questa volta che si è trovato avanti per due set a uno, è riuscito nell’impresa che sogna fin da bambino.

E sì che Djokovic non sembrava in serata straordinaria nel secondo e terzo set – ha raccontato di essersi sentito come svuotato di ogni energia e sia pure senza diventare preda del panico si è fortemente preoccupato “Non riuscivo a spiegarmi che cosa avessi” – pareva impaziente, perdeva gli scambi più lunghi come a lui non capita quasi mai, aveva un atteggiamento decisamente negativo. Guardava il suo angolo, allargava le braccia, si faceva ammonire due volte di fila per “time violation”, chiedeva un medical time out che gli serviva più per ritrovare la giusta concentrazione che perché avesse davvero qualcosa da curare. Parlando con Luca Baldissera in tribuna gli ho detto: “In questo momento dovessi scommettere lo farei su Thiem”. E lui annuiva. Meno male non ho scommesso!

Chi non conosce Nole e la sua storia, avrebbe quasi potuto pensarlo rassegnato, in certi momenti. L’iniziativa era stata quasi costantemente di Thiem. Che ha avuto anche la palla break del 2-1 nel quarto set (“Forse se l’avessi convertita adesso sarei qui a parlarvi da vincitore del torneo”), ma Novak ha improvvisato a quel punto un serve&volley ed è venuto coraggiosamente a prendersi il punto a rete. Thiem non può rimproverarsi nulla. Ha lottato come penso che meglio non potesse e se nel finale era un po’ stanco e meno incisivo – ripenso al dritto in rete proprio gratuito sulla palla break del quinto set che gli avrebbe consentito di recuperare il break appena subito nel terzo gioco, quella del possibile 2 pari – beh vorrei vedere chi non lo sarebbe stato dopo le quasi 12 ore di lotte davvero intensissime anche – se non soprattutto – sotto l’aspetto mentale. E ha ragione Dominic a sottolineare -senza lamentarsene apparentemente e anche se non è il primo e l’unico a pensarla così – che “non c’è mai stata una situazione unica come questa nella storia dello sport, tre giocatori che sono probabilmente i migliori di tutti i tempi e giocano nella stessa era”. Non ha aggiunto “Accidenti che sfiga!” perché è un ragazzo troppo beneducato.

 

Quando vidi Novak Djokovic qui nel 2008 battere Jo Wilfried Tsonga e vincere il primo Slam non avrei mai immaginato che avrebbe vinto 8 volte questo stesso Slam nell’arco di 12 anni. Si vedeva che, a 20 anni e 8 mesi aveva le stimmate del campione, questo sì, ma non si poteva immaginare che avrebbe vinto 17 Slam. Anche perché in giro c’erano già un certo Roger Federer e un certo Rafa Nadal. Però – i lettori più affezionati di Ubitennis mi saranno testimoni – da qualche anno ho scritto su questo sito che vedo Djokovic in grado di chiudere la carriera con più Slam di chiunque altro.

I tifosi di Federer e di Nadal non me lo hanno mai perdonato. E non lo faranno neppure oggi. Ma se Djokovic non ha perso oggi che sembrava quasi spacciato, e per la prima volta si è trovato sotto due set a uno in una finale di Slam e ha rimontato, quando perderà a breve? A Parigi da Nadal, a Wimbledon da Federer ci sta… ma forse quest’anno, mica anche nel 2021.

Ricordo che qualcuno mi irrise quando Nole, dopo aver vinto finalmente al Roland Garros nel 2016, entrò in una profonda crisi. Ricordate Pepe Imaz, il divorzio da Becker, i primi problemi con Vajda che con Imaz non si intendeva per nulla? Insomma le mie previsioni di allora si scontrarono con quelle situazioni imprevedibili. Io mi aspettavo che Nole potesse vincere almeno un altro Slam quell’anno. Invece quel secondo semestre fu dominato da un Andy Murray quasi ingiocabile. Lo scozzese non si limitò a vincere il suo secondo Wimbledon, ma gli soffiò alla fine – battendolo alle Finals di Londra – anche il n.1 del mondo. Quel percorso che avevo pronosticato ripetutamente vincente si si arrestò bruscamente. E a lungo. La crisi durò quasi un anno, da Parigi a Parigi compresa, quando al Roland Garros del 2017 Nole perse nei quarti dal nostro Cecchinato.

Dopo di che decise di andare a rilassarsi, a ossigenarsi sul Monte Saint Victoire insieme a sua moglie. Lo avremmo saputo soltanto all’US Open. Nel frattempo, con sua grande sorpresa, lui aveva già rivinto Wimbledon e ricostituito il sodalizio vincente con Marian Vajda. Ora – augurandogli che non ricada in un’altra crisi a oggi del tutto imprevedibile – mi pare che sia tornato il Djokovic che io credevo avrebbe continuato a vincere il maggior numero di duelli sia contro Federer sia contro Nadal, incrementando la propria leadership. Questo anche se con Thiem non mi ha convinto proprio appieno. Non avesse quella tigna infinita… Quel terzo set – e non potevo conoscere i suoi problemi di assenza di energia – non era da lui. Sembrava si sentisse obbligato a chiudere il punto alla svelta, lui che fa della pazienza e della regolarità su ritmi alti una delle sue prerogative.

Chiarisco ai tifosi dei tre Fab: pensatela come volete, ma vi assicuro che io non faccio il tifo per nessuno. Vinca il migliore. Ma come già nel 2016 penso che nei confronti di Roger 6 anni di differenza siano un grande gap. Quanti mai Slam potrà vincere ancora Roger? Uno, due, chi crede davvero che possa vincerne ancora tre? Io no. Rispetto all’altro big, a Rafa Nadal, Novak ha oggettivamente tutta un’altra struttura e condizione fisica. È fatto di caucciù, si allunga come Tiramolla, non si spezza mai. Nadal non riesce invece a giocare 11 mesi di fila senza avere qualche serio problema. E poi Nadal oggi come oggi che è meno agile e scattante di un tempo, mi sembra un po’ meno completo per lottare ad armi pari su tutte le superfici. È ancora il più forte sulla terra battuta, una spanna sopra tutti, ma sul cemento e sull’erba mi sembra un filino inferiore a Novak. Se ha un tabellone duro – cosa che ad esempio non gli è capitata all’US Open 2018 – alle fasi finali qualche rischio lo corre. Lo ha corso anche con Daniil Medvedev al quinto, in finale, dopo che Berrettini era stato capace di impegnarlo soltanto nel primo set.

Ora non ci resta che attendere il prosieguo della stagione. Vincere 8 Australian Open e 17 Slam è un gran bell’exploit. Se vincesse ancora uno o due Slam quest’anno e altri due l’anno prossimo voi sareste davvero sorpresi? Io no. E in tal caso un Federer che non trionfasse a Wimbledon – per me è l’ultima spiaggia per lo svizzero anche se spero di sbagliarmi – sarebbe raggiunto; un Nadal che conquistasse soltanto il 13° e il 14° Roland Garros nei prossimi due anni idem. Lo so che sono discorsi scritti sulla sabbia vicino alla risacca, chiacchiere da bar, ma non dovrei riferirvi le mie sensazioni se ce le ho, solo perché non sapendo cosa può accadere domani non è serio azzardare nessuna ipotesi per il biennio a venire? Come ho scritto tante volte, io queste sensazioni su un giornale non le scriverei. Su Ubitennis mi sento di scrivere a ruota libera, come si fa tra amici, e in questo discorso includo anche tutti i commentatori… pur sapendo di invitare a nozze coloro che non la pensano come me e esponendomi dunque al pubblico ludibrio in caso io prenda un granchio. Come è possibilissimo.

Intanto vi riferisco l’inizio della conferenza stampa di Djokovic perché per quanto il moderatore avesse inteso dare per primo la parola a Joel Drucker di Tennis Channel (l’avrete forse visto nel video che abbiamo registrato per Ubitennis.net dopo la vittoria di Sofia Kenin su Garbine Muguruza) Novak invece ha voluto che fossi io a rivolgergli l’ormai rituale “Not too bade dar vita ormai a un siparietto che sta diventando quasi un rito. Nole voleva che io dicessi quel “Not too bad” che in realtà un anno fa era stato lui a pronunciare – “Vai avanti dai…” diceva sorridendo. Ecco il video.

E che Novak continui ad imparare lo dimostra quanto è successo nel quarto e quinto set, come racconta lui stesso: “Il match poteva avere anche un esito diverso, hanno deciso pochi punti. Ho fatto serve&volley quando ho dovuto fronteggiare palle break nel quarto e nel quinto set. Ha funzionato in entrambe le occasioni. Poteva andare diversamente. Il serve&volley non è un modo di giocare cui io sia abituato. Non lo faccio spesso. Ma mi sono reso conto che può essere una scelta tattica importante in quelle circostanze e sono davvero felice che ha funzionato”.

È la cura continua dei dettagli che i fenomeni hanno nel sangue a fare la differenza con i giocatori normali, quelli che fenomeni non sono. La ricerca continua della perfezione è ciò che Djokovic, Federer e Nadal sentono e vivono naturalmente da quando hanno preso la prima racchetta in mano. E possono avere vinto 17, 19 oppure 20 Slam e nulla cambia. Loro vogliono sempre migliorarsi, fare meglio, vincere di più. Forse Djokovic, come dice Mats Wilander, ha avuto un vantaggio rispetto a Federer. Quello di avere davanti ai suoi occhi, sui campi da tennis, un modello da imitare e cercare di superare. Anche per Nadal c’è stato quello stimolo, Federer aveva cominciato a vincere prima di lui. Alla fin fine il compito più difficile l’ha avuto proprio Federer: ha dovuto cercare la perfezione anche se era il n.1 e non c’era davvero nessuno davanti che lui dovesse superare, sudando, lavorando duro, limando i dettagli.

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Editoriali del Direttore

Sofia Kenin: non è un caso che le figlie di immigrati coronino il loro American Dream

I casi Kournikova, Sharapova hanno fatto scuola. Ma anche Osaka e Andreescu ripercorrono strade a suo tempo vissute da Agassi, Chang, Sampras. E poi l’altezza non è quel fattore determinante che si credeva. Lo dicono i successi di Halep, Andreescu, Barty e ora Kenin negli ultimi 4 Slam

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Sofia Kenin e Alex Kenin - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Da Melbourne, il direttore

In casa la chiamano Sonia, sui documenti c’è scritto Sofia e allora chiamiamola pure Sofia come suggerisce papà Alex che le fa da coach fin da quando lei, bambina, veniva immortalata dalle foto di Art Seitz e diceva sempre: “Voglio diventare la n.1 del mondo”.

Ho mandato la registrazione di un’intervista che ho cominciato a fare al padre, raggiante, prima di venire circondato da parecchi altri colleghi.

 

Sofia non è ancora n.1 del mondo, qui era soltanto testa di serie n.14 e la Muguruza era appena n.34 – per i bookmakers l’accoppiata di queste due finaliste era pagata 750 a 1 –  ma intanto è n.7 dopo aver vinto a 21 anni e 80 giorni il primo Slam della sua vita, più giovane di pochi giorni rispetto a quando Naomi Osaka vinse questo stesso Slam un anno fa. Bianca Andreescu aveva vinto l’ultimo Slam prima di questo, a New York, a soli 19 anni.  La più giovane campionessa a Melbourne era stata Maria Sharapova, a 20 anni.

Come Sofia lo abbia vinto lo ha ben descritto nella sua cronaca Luca Baldissera, ma certo quel quinto  game del terzo set (sul 2-2), nel quale ha tirato con un coraggio che rasentava l’incoscienza tre vincenti di fila per risalire da 0-40 a 40 pari e poi mettere a segno un ace, seguito da un altro vincente, meriterebbe di essere conservato nella cineteca della Hall of Fame dove sono sicuro che prima o poi le faranno posto.

Aveva annullato due setpoint per set alla Barty, infrangendo il sogno degli australiani di vedere salire sul podio un loro connazionale – fra i maschi l’ultimo è stato Mark Edmondson nel 1976, fra le donne Chris O’Neill nel 1978! – non si è data per vinta quando ha perso il primo set 64, ma anzi ha finito dominando con un doppio 62 una Muguruza che avrebbe dovuto essere più esperta di lei, avendo già vinto due Slam, Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017.

Invece Garbine –che ho implorato di tornare a sorridere e a parlare con il simpatico piacevole scilinguagnolo dei primi tempi (“La stampa è stata dura con me, non leggo molto, ma ho visto che un giorno si scrivono belle cose su di me e la settimana dopo brutte cose se perdi. Così sono meno entusiasta di come le cose vanno”) – che avrebbe dovuto comandare il gioco è riuscita a farlo solo per un po’, perchè Sofia ha cominciato a farle fare il tergicristallo, fino a lasciarla boccheggiante, senza fiato. Sofia ha vinto gran parte degli scambi più lunghi. Di quelli che hanno superato i 9 palleggi ne ha vinti 23 su 34.

“Ho servito male, molto male – ha detto Garbine ai colleghi spagnoli che le hanno dovuto ricordare con la massima delicatezza il doppio fallo che le è costato il break  del 2-4 (quando era ancora sotto shock per quei cinque vincenti sul 2 pari) e poi i clamorosi tre doppi falli dell’ultimo game, due consecutivi e il terzo (l’ottavo del match) poco dopo proprio sul matchpoint: – e tutto è diventato più difficile”.

Quei doppi falli nell’ultimo game mi hanno fatto venire in mente quei due che fece Goran Ivanisevic nella finale di Wimbledon 1992: Goran serviva sul 4-5, aveva seppellito Andre Agassi di aces (mi pare di ricordare fossero 37 ma magari sbaglio) ma al momento buono il braccio tremò e anziché confermare i favori del pronostico il croato che avrebbe vinto da wild card e n.125 del mondo Wimbledon 9 anni dopo, perse 64 al quinto. Nessuno avrebbe scommesso una sterlina su Agassi vincitore del torneo. Andre era convinto di non poter giocare sull’erba e aveva saltato tre edizioni dei Championships.

Il percorso di Sofia Kenin (e anche di Amanda Anisimova, semifinalista a Parigi 7 mesi fa) somiglia moltissimo a quello di Maria Sharapova, e prima di lei Anna Kournikova che arrivarono alla corte di Bollettieri ancora bambine. I genitori di Sofia lasciarono la Russia per gli Stati Uniti nel 1987, poi tornarono a Mosca per far nascere lì Sofia. Tornarono poco dopo negli USA, in Florida, dove il padre le mise prestissimo una racchetta in mano e oggi dice che “Già a tre anni e mezzo mi resi conto che aveva un’attitudine per il tennis a dir poco straordinaria”.

Come Yuri Sharapov anche Alex Kenin è arrivato negli USA con poche centinaia di dollair in tasca. I sacrifici che questi genitori, queste famiglie, hanno fatto a lungo, per più di 10 anni influenzato la crescita e la maturazione delle loro figlie.  Guarda caso più motivate, grintose, tenaci,  di tutte le loro coetanee fin dalla più tenera età.

Sofia è stata n.1 americana under 12, under 14, under 16, under 18 “– ricorda con malcelato orgoglio Alex Kenin, padre e coach, nel giorno in cui, battendo la Muguruza 46 62 62, Sofia è diventata anche n.1 americana, scavalcando Serena Williams. Ed è l’americana più giovane a fare l’ingresso fra le top-ten proprio dall’epoca Williams, 1999.

E proprio battendo Serena Williams al terzo turno dello scorso anno al Roland Garros Sofia sentì di essere pronta ad imprese ancora più grandi: “Lì la fiducia nelle mie possibilità è cresciuta immensamente”.

Aveva vinto fino a ieri solo 3 tornei minori, Hobart, Maiorca e Guangzhou e negli Slam non era mai andata oltre gli ottavi, qui superati battendo Coco Gauff…anche lì dopo aver perso il primo set, ma dominando (63 60) secondo e terzo.

La sua grinta, la sua aggressività, mi ha ricordato quella di Jimbo Connors. “Nel tour lo sanno che io sono una che non molla, quale che sia il punteggio. Se mi vuoi battere devi davvero battermi”

Uno dei suoi primi estimatori, il famoso coach americano Rick Macci (ha allenato brevemente anche le Williams, la Sharapova) che di Sofia si è occupato un tantino anche se oggi nessuno ne fa più menzione, ha paragonato invece il suo timing sulla palla a quello di Martina Hingis (che tirava molto più piano, ma aveva un grande anticipo e dominò da ragazzina il tennis fino a che non fu soverchiata dalla potenza delle Williams, della Davenport.) Macci aveva ribattezzato la ragazzina “Mosquito”, per la rapidità di arrivare dappertutto e l’insistenza nel creare infinito fastidio a qualunque avversaria. Mosquito era anche il soprannome dato a Juan Carlos Ferrero…nel Paese della Muguruza. “Mosquito – spiegava Macci – perché è una che non ti dà tregua, ha questa forza mentale innata fin da che era bambina…”

“Sofia non è mai sbilanciata, colpisce la palla mentre sta ancora salendo e proprio perché non è troppo alta, può anticipare maggiormente i colpi, ti butta fuori dal campo e se si apre il campo non ti dà scampo. Poche ragazze hanno poi la sua mano nel giocare le smorzate”.

Per anni il tennis americano ha vissuto momenti di gloria grazie agli exploit di figli di immigrati, iraniani come gli Agassi, cinesi come i Chang, greci come i Sampras. E quando anche i figli di questi o si sono imborghesiti o si sono dedicati a sport meno costosi all’inizio e più ricchi per chi riusciva ad emergere, il tennis americano che in un certa fase storica degli anni Settanta aveva anche 40 top 100, è entrato in crisi. Dopo Andy Roddick e Blake, in pratica, non hanno più avuto campioni in grado di conquistare uno Slam. Forse l’unico top-ten, e di retrovia, è stato John Isner. Un po’ poco. E’ mancato il bacino costituito dall’immigrazione. Ragazzi (e famiglie) disposti a sacrifici enormi.

Piuttosto va osservato un altro fenomeno non proprio scontato. Anni fa si riteneva che anche le ragazze, così come gli uomini top-ten ormai sono quasi tutti più vicini al metro e 90 (e sopra) che al metro e 80, per emergere avrebbero dovuto essere amazzoni di grande statura.

Beh, a scorrere l’elenco delle ultime vincitrici di Slam non è proprio così;: la Barty che ha vinto il Roland Garros è un metro e 66 cm, la Halep che ha vinto Wimbledon è un metro e 68,  la Andreescu che ha vinto l’US Open è un metro e 70, la Kenin è un metro e 70 (scarsi secondo me biografie della WTA spesso barano un po’. L’altro giorno accanto alla Barty all’atto del sorteggio vicino alla rete, Sofia non sembrava più alta dell’australiana…).

Beh, insomma, questo dovrebbe dare speranze anche alle nostre ragazze italiane, troppe volte scoraggiate in partenza dall’altezza. Non faccio nomi per non mettere nessuna in imbarazzo, però quanto ho appena sottolineato non dovrebbe essere più un alibi per nessuna nostra giocatrice. Del resto Schiavone, Vinci, Errani erano – sono – forse giganti?

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Editoriali del Direttore

Thiem è stato molto più coraggioso di Zverev. Non avrà paura di Djokovic

MELBOURNE – Il serbo resta favorito, però non avrà dimenticato 4 sconfitte in 5 duelli con l’austriaco in crescendo di fiducia. Thiem ha vinto tutti gli ultimi tie-break: 3 con Nadal e 2 con Zverev

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Dominic Thiem e Alexander Zverev - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

da Melbourne, il direttore

Chi aveva più da perdere dalla semifinale che vedeva di fronte due giocatori che qua non c’erano mai arrivati? Thiem. Aveva battuto Nadal e non è mai facile batterlo anche se Nadal non è forse più il Nadal d’una volta. Zverev aveva superato un Wawrinka che era apparso decisamente in migliore condizione contro Medvedev.  Chi era più nervoso? Thiem (ma all’inizio anche Zverev). Chi ha il tennis più vario e piacevole fra Thiem e Zverev? Thiem. Chi aveva più chance di battere eventualmente Djokovic, fra Zverev e Thiem? Thiem. Chi è dunque meglio che sia arrivato in finale? Thiem.

Ma ora è lecito chiedersi… può Thiem battere Djokovic come gli è riuscito quattro volte delle ultime cinque? In teoria sì, anche se battere Novak sul cemento non è come batterlo al Roland Garros. E batterlo 3 su 5 non è come batterlo 2 set su 3.

 

Al Roland Garros mi sono trovato due volte in finale con il re del Roland Garros, che aveva vinto il torneo 10 e 11 volte… qui mi trovo di fronte al re dell’Open d’Australia che lo ha vinto 7!”. Dominic Thiem lo dice quando è ancora sul sul campo dove battendo Zverev in 4 set fa felice tutti suoi connazionali: fra Austria e Germania c’è da sempre una fortissima rivalità – dai tempi dell’impero austroungarico e la Prussia – e la si coglie perfino parlando con  i giornalisti dell’uno e dell’altro Paese. È più sentita che fra tedeschi e inglesi, fra neozelandesi e australiani, fra francesi e italiani. Thiem ha risposto brillantemente a McEnroe dopo che John (meno bravo a parer mio come giornalista ma più showman di Jim Courier che è invece un ottimo intervistatore) lo aveva stressato oltre il dovuto facendogli ripercorrere tutto il match appena concluso, obbligandolo a raccontare tutti i quattro set che sono durati 3 ore e 42 minuti. Vanno aggiunti alle 4 ore e 10 minuti di battaglia con Nadal, vale a dire 8 ore (meno 8 minuti) di corse furibonde, di massima intensità. Le quattro precedenti “vittime” Mannarino, Bolt, Fritz, Monfils lo avevano tenuto in campo oltre 10 ore e mezzo.

Se Thiem, di solito prevedibile e abbastanza scontato nelle interviste, diventa anche sagace nel parlare, beh il post Fab Four ha trovato un erede all’altezza. Sì perché i Fab Four non sono stati soltanto straordinari campioni, ma anche veri personaggi, dotati di grandissimo carisma. Fra i giovani della Next Gen – apro un inciso – forse quello che sembra avere più personalità, anche se talvolta pare un po’ arrogantello o presuntuoso, è Stefanos Tsitsipas. I due russi Medvedev e Rublev, più di Khachanov, sono anch’essi tipi abbastanza brillanti fuori dal campo, nelle interviste, anche se Rublev, che pure è capace di dire cose più coraggiose e meno politically correct di tanti colleghi, parla sempre tenendo gli occhi bassi, quasi mai guardando in faccia chi lo intervista. Torno su Thiem però…Certo, pur avendo 26 anni e non potendo quindi più essere definito propriamente un NextGen – chi non lo è però al cospetto di trentottenni, trentaquattrenni e trentatreenni che da 15 anni dominano il tennis? –  l’austriaco è competitor fisso fra i top 5 dal marzo 2019. Qui giocherà la sua terza finale in uno Slam, a conferma di una notevole continuità e qualità. Con tre dei Fab 4 ancora tutti più che attivi e competitivi, non è stato certo facile inserirsi nella fasi finali degli Slam.

Contro Djokovic, per averlo battuto quattro volte delle ultime cinque (dicevo sopra), Thiem avrà il vantaggio psicologico di chi non ha nulla da perdere, ma l’handicap di un giorno in meno di riposo, di molte più ore sul campo, la minore esperienza. Lui, per la verità, del giorno di riposo in meno non è sembrato preoccuparsene troppo. Fra i giocatori, merito anche della cura stakanovista di Bresnik – il coach che lo ha seguito per una vita, fino a quando è subentrato il cileno Nicolas Massu – è uno dei più preparati fisicamente. Alla domanda se il giorno in più di riposo per Novak fosse un grande handicap Dominic ha risposto serenamente: “Ci sono svantaggi ma anche vantaggi. A volte può essere anche un problema essere abituati a un giorno soltanto di stop e ritrovarsene due. Certo ho meno tempo per recuperare. Ma con l’adrenalina che ho accumulato e il resto sarà tutto a posto. Ho giocato due match molto intensi contro Rafa e Sascha, quindi magari ne risentirò, soprattutto domani. Ma farò i soliti trattamenti, giocherò un pochino domani e cercherà di essere al 100% domenica sera”.

Dominic Thiem – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Zverev era da un lato soddisfatto della buona partita giocata, ma ovviamente assai deluso di aver perso. “Ho avuto troppe occasioni che non ho saputo sfruttare: 14 palle break (5 sfruttate e 9 no), due set point nel terzo set”. Li ha avuti sul 5-4 ma serviva Thiem che li ha molto ben annullati per la verità, con grandissimo coraggio e splendide esecuzioni. Un rovescio incrociato vincente sparato a tutto braccio, super spettacolare sul primo set point, poi un gran dritto sul secondo dopo essersi aperto il campo. Insomma, Thiem è stato molto più aggressivo del tedesco. Stasera, riuscendo a strappare il servizio 4 volte a Zverev sebbene il tedesco abbia servito percentuali spaventose di prime, addirittura il 92% nel primo set, l’81% di media nel match, Thiem ha confermato – dopo Indian Wells e Londra alla finali ATP – di non essere più soltanto uno specialista della terra battuta, e di essere diventato anzi un tennista davvero completo.

La vittoria di Indian Wells in finale su Federer è stata importantissima per la mia fiducia, anche se nel deserto californiano i campi sono abbastanza simili alla terra rossa: la palla rimbalza alta, una situazione perfetta per il mio gioco. Poi lo scorso anno nella stagione indoor in Asia ho fatto un grande passo avanti. Ho davvero sviluppato il mio tennis nella giusta direzione. Sono diventato più aggressivo, ho cominciato a servire e rispondere meglio. Mi sono detto ‘Se riesco a far bene indoor come alle finali ATP di Londra (dove ha sconfitto Djokovic; n.d.Ubs) perché non posso riuscirci anche sui campi in cemento?’ Da allora gioco bene anche sulle superfici più veloci”. Io credo che Thiem, vittorioso in tre tie-break su tre con Nadal e in due su due con Zverev, debba alla sua intraprendenza, al suo coraggio, alla varietà dei suoi attacchi, fin dalla risposta, la chiave dei suoi successi. Il tennis di Thiem non annoia, quello di Zverev, ad oggi troppo legato all’efficacia del servizio è certamente più monocorde. Cinque set di Thiem si guardano volentieri, cinque di Zverev un po’ meno.

Mentre seguivo la loro partita, che ha avuto momenti di grandissimo tennis, sia pur un po’ troppo a sprazzi, pensavo alle grandi rivalità di quest’ultimo decennio e mi chiedevo: ma mi piacerebbe vedere 40, 50 volte un duello fra questi due giocatori che certo rappresentano il futuro (abbastanza prossimo ormai) del tennis? Nadal, Federer, Djokovic, Murray non mi hanno quasi mai annoiato nelle loro sfide…Loro due? Ne parlavo con Chris Clarey del New York Times e con Simon Briggs del Daily Telegraph, miei vicini di posto nella Rod Laver Arena, quando entrambi hanno detto, sul finire del quarto set: “Great match, ma sopravviveremmo anche se non si giocasse un quinto set!”. Ecco, forse anni fa nel corso delle sfide fra Federer e Nadal, o gli altri due Big, invece avremmo sempre sperato di assistere al quinto set. E quelli giocati qui da Federer e Nadal nel 2017, o da Djokovic e Nadal nel 2012, sono rimasti leggende. Anche se il match andava avanti da 3,4,5 ore e 54 minuti! Pura nostalgia? Non c’è dubbio che il contrasto di stili che hanno offerto i Fab Four, e prima di loro Sampras vs Agassi, e a suo tempo Becker e Edberg, McEnroe e Borg o Lendl o Connors, rendeva più appassionante lo spettacolo.

Ripeto: Thiem si fa guardare volentieri. Cerca spesso soluzioni diverse, angoli inconsueti, varia il rovescio una volta coprendolo e un’altra tagliandolo, viene più spesso a rete di una volta per chiudere il punto, all’occorrenza gioca le smorzate. Ha fatto 23 punti su 27 quando è venuto a rete… mentre Zverev a rete non è ancora un top-player, ha fatto poco più del 70% dei punti a rete pur venendoci la maggior parte delle volte a punto quasi fatto: clamorosi alcuni smash sbagliati, compreso quello fatale del tiebreak del quarto set che avrebbe dovuto portarlo sul 3 pari. È anche vero che fra i due semifinalisti di questo venerdì caldissimo australiano ci sono quattro anni di differenza e non sono pochi. Nell’arco di quattro anni Zverev di sicuro farà ancora progressi e non si fermerà certo a una sola semifinale di Slam. E dico questo anche perché fra quattro anni dei Fab Four forse sarà rimasto in lizza soltanto Djokovic.

Adesso io mi auguro soltanto di assistere a una gran bella finale. Il miglior Thiem può giocarsela con Djokovic e i colleghi serbi, super patrioti e supertifosi del loro Nole, mi parevano parecchio preoccupati stasera. C’è anche la cabala a spaventarli: nessuno ha mai vinto l’Australian Open 8 volte. Temono che prima o poi l’incantesimo si spezzi. Chissà se sul divano, dove avrà assistito bello tranquillo al match di stasera, Djokovic si sarà un pochino preoccupato anche lui. Di certo avrebbe preferito affrontare Zverev. Novak sa che Dominic scenderà in campo domenica piuttosto sicuro del fatto suo: “Non sarà la mia prima finale di Slam – ha detto – e già nella finale del 2019 contro Nadal ho dimostrato di aver fatto grandi progressi rispetto a quella che giocai nel 2018…”. Insomma, cavalier senza paura, Dominator Thiem ha lanciato il suo guanto di sfida al vincitore di 7 degli ultimi 12 Australian Open.

Dominic Thiem – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

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