Cilic, una marcia trionfale. Serena: «lo sono nata per vincere gli Slam» (Martucci), Williams «Vivo un sogno e sono felice» (Zanni), Serena a 18 carati e...4 milioni(Valesio), Williams regina tra le regine New York si inchina alla più forte (Semeraro)

Rassegna stampa

Cilic, una marcia trionfale. Serena: «lo sono nata per vincere gli Slam» (Martucci), Williams «Vivo un sogno e sono felice» (Zanni), Serena a 18 carati e…4 milioni(Valesio), Williams regina tra le regine New York si inchina alla più forte (Semeraro)

Pubblicato

il

Rubrica a cura di Daniele Flavi

 

Cilic, una marcia trionfale

 

 

Vincenzo Martucci, la gazzetta dello sport del 9.09.2014

 

Una volata, Marin Cilic doveva giocare in fretta, tirare in fretta e vincere in fretta, proprio come il maestro, Goran Ivanisevic. E, favorito dalle gambe molli di Kei Nishikori — che s’è trovato col serbatoio vuoto proprio a un passo dal traguardo degli Us Open — ha vinto il primo Slam, alla prima finale di un Major, a 25 anni, da appena numero 16 del mondo. Ma ce l’ha fatta in modo degnissimo, dopo aver dato una lezione di tennis in tre set a Berdych e Federer, tirando fuori quella rabbia agonistica che tutti credevano non possedesse, accumulata in 4 mesi di sospensione per doping, e scaraventandola in campo insieme alla potenza dei suoi obici nel momento più importante, condendola col coraggio dei forti. Bombardieri Perché Marin dal talento cristallino e dalle lunghe leve (è alto 1.98) non è un signor nessuno, era già salito al numero 9 del mondo nel 2010, ma era poi rimasto in penombra rispetto al «gemello» del settembre 88. Cioè l’altro bombardiere del circuito, Juan Martin Del Potro, uno dei soli due picchiatori (con Wawrinka agli Australian Open di gennaio) capaci dal 2005 di interrompere l’abbuffata di tornei Slam dei Fab Four. Non è un caso se la favola degli Us Open 2009 del potente trampoliere argentino si ripete, sul cemento di New York, col primo successo in un Major di un altro omone potente, nella prima finale fra neofiti dagli Us Open 97, Rafter-Rusedski. Freddezza Così, con il suo gioco essenziale e la ricerca continua del vincente, Cilic non ha dato tregua al piccolo, scattante Kei, primo asiatico a raggiungere una finale Slam, ricalcando le gesta di mastro Ivanisevic, l’ultimo croato finalista in un Major con l’incredibile trionfo di Wimbledon 2001, guarda caso, anche quello ottenuto di lunedì. Bravissimo a tenere subito il pedale dell’acceleratore premuto, Cilic non ha avuto alcun problema nel primo set dopo il 4-2, volando al 6-3 col 91% di punti con la prima. Nel secondo parziale si è disunito solo sul 5-2, quando ha restituito uno dei due break, ma poi, favorito da uno smash sballato del giapponese, ha chiuso anche la seconda frazione per 6-3. Poi, con l’aiuto del net il ragazzo di Medjugorje ha salvato tre palle-break da brivido, chiudendo infine con un altro 6-3 in un’ora e 54′.

 

Serena: «lo sono nata per vincere gli Slam»

 

Vincenzo Martucci, la gazzetta dello sport del 9.09.2014

 

Gli italiani fanno festa con la lasagna da Giò a Via della Pace, Serena Williams festeggia nella banca più famosa d’America l’ultimo assegno da 4 milioni per il sesto trionfo agli Us Open, il terzo di fila, il 18 dello Slam, e si concede a pochi intimi. Che cos’ha provato in campo, quando Evert e Navratilova le hanno consegnato il braccialetto a 18 carati? «Mi sono detta: “E’ reale, è successo davvero, sono entrata nel club dei 18”. Ho qualcosa in comune con le leggende. Io non lo sono, di certo». Se si guarda indietro, da dove è partita, le sembra un sogno? »Non finirò mai di ringraziare i miei genitori per averci messo tanta disciplina e tanto lavoro, io nemmeno porto a passeggio il mio cane tutti i giorni, loro si sono dedicati totalmente e hanno fatto sacrifici immensi, non ci sono parole. Li onoro». Ha detto che pensa già al numero 19, agli Australian Open di gennaio». Ma non ho altri numeri in testa, non penso a quelle che hanno vinto ancora tanti Majors di più, anche perché ci sono tante altre giocatrici fortissime che vengono su, tante facce nuove, anche se spero di vedere sempre la mia faccia alla fine. Forse nel 2007 ho pensato: “Ehi, hai vinto 8 Majors!”. Mai avrei immaginato di arrivare a 18. Almeno finché non ne ho vinti 17…». Al di là dei 18 Slam, come si vede nella storia del tennis? »Non ci penso perché sto ancora giocando, penso solo a vincere titoli e Slam, non mi paragono mai con nessuna. Io non ho un ego. Venus e io abbiamo portato un nuovo stile di tennista, potente, atletica, offensiva». Quant’è stata dura quest’ultima battaglia? »Tanto, la pressione in finale era tanta, dopo tre fallimenti, quest’anno». Cosa l’ha aiutata nei momenti difficili? «Sono sempre stata una grande lavoratrice, sono sempre stata modesta e ho sempre cercato di trovare un sistema per vincere e migliorare il gioco perché le altre lavorano tanto per battermi». Quant’è stata dura questa stagione senza Slam fino a New York? »Non riuscivo a credere a quanto stavo male in Australia, la schiena mi ha completamente abbandonato. Dopo i French Open mi sono detta: “Devi assolutamente essere molto più forte”. E ho lavorato 6 ore al giorno, al massimo, solo per perdere Wimbledon… Ma gli Us Open mi ripagano di tutto. Vincere i piccoli tornei, lottare nei set, nei match, mi ha restituito la fiducia per vincere qui. Non vinci da zero. Sarei stata incredibilmente dispiaciuta se non avessi avuto uno Slam nel 2014, anche se qui puntavo davvero al terzo-quarto turno e questo mi ha tolto tensione». Secondo la sua amica Caroline Wozniacki, Serena è di un altro pianeta e sfidarla quando gioca così non è divertente. «Che carina Caroline, dolce, quando sono con lei abbasso il muro e sono quella che sono. Ma … ieri notte alla nostra cena mi ha rubato il cellulare… Io mi sento meglio ogni anno, sempre più forte, sempre più in forma. Quando gioco al meglio è difficile battermi perché servo piuttosto bene, ho una discreta risposta e sono piuttosto veloce». E come persona, come si definirebbe? »Molto, molto, divertente, super carina e protettiva». E’ innamorata? »Non ho tempo per l’amore, ora c’è Wuhan, poi Pechino e le finali Wta di Singapore. Nel ’98, quando guardavo Venus, pensavo: “Voglio vincere gli Slam, sono nata per questo…”. Non per l’amore». Che altri interessi ha? «Adesso alla Fashion Week espongo le mie creazioni. Poi sto costruendo una casa, mi sto spostando da mia sorella, ma resterò nella stessa strada, con quest’ultimo assegno posso confermare il progetto che avevo studiato con l’architetto di San Francisco e i miei amici del Nord Italia che mi aiutano per gli interni, la voglio più europea che tipica della Florida, diversa da quella di Venus che è tutta moderna e riflette la sua personalità». Ha esaurito i sogni? «Oddio, le ultime due notti sono stati incubi: ho perso con la Azarenka nei quarti, ho perso un match perché sentivo di non poter giocare, e un’altra volta ho perso l’aereo. Erano reali, mi sono svegliata così stressata… Che bella, invece, la realtà!».

 

Williams «Vivo un sogno e sono felice»

 

Roberto Zanni, il corriere dello sport del 9.09.2014

 

È l’era Serena. Cominciata quindici anni fa, non si sa per quanto tempo continuerà ancora. Ma se New York non mente, sotto il segno della Williams jr il tennis ci starà ancora per molto. «Sto già pensando al 19», ha detto appena conquistato il 18. Sì, c’è già un nuovo Slam tra gli obiettivi della più grande di oggi e forse anche di sempre. Gli US Open l’hanno lanciata, era il 1999, primo Slam m carriera e domenica l’hanno incoronata regina, anzi imperatrice della racchetta. Rimanendo all’era Open solo Steffi Graff (22) per ora ne ha vinti di più, dei quattro grandi tornei (Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open), Serena con 18 ha raggiunto Chris Evert e Martina Navratilova. Poi ecco le sei volte a New York, tre consecutive, altri due primati che deteneva la Evert e che sono stati eguagliati. Ha vinto Slam in tre decadi diverse, ne ha conquistad quattro consecutivi, tra il 2002 e il 2003, ultima tra uomini e donne, a riuscire nell’impresa. Numero 1 al mondo in sei periodi differenti (ovviamente è ancora saldamente al primo posto della classifica Wta), è diventata anche la più anziana a raggiungere la vetta del mondo. La sua media-vittorie negli Slam raggiunge il 31,5%, superiore anche a tutti i connazionali uomini, a cominciare da Pete Sampras (26,9%). Solo la Evert (32,1%) ha fatto leggermente meglio, ma non aveva le avversarie che Serena ha dovuto affrontare. E la donna dei record: 4 milioni di dollari il totale incassato domenica, mai prima d’ora, uomini o donne, c’era stato un premio complessivo così elevato. E il record precedente lo condivideva con Nadal, 3,6 milioni a New York l’anno scorso. È la tennista che ha vinto di più in carriera: 60.881.179 dollari. E il suo percorso a Flushing Meadows è stato senza macchie, il massimo che ha concesso alle avversarie in un set sono stati tre giochi. SENZA ETA. Compirà 33 anni il 28 settembre, ma nemmeno chi ha quasi nove anni di meno, come Caroline Wozniacki, è riuscita a contrastarla. «E stato come vedere un peso massimo che combatte contro un medio», ha sottolineato Martina Navratilova. «Poche ore dopo la vittoria e già ho detto 19 – ha sottolineato Serena, parlando di Slam – non 22: ne prendo uno per volta. Ma mai avrei potuto immaginare che mi sarei affiancata con Chris Evert e Martina Navratilova. Ero solo una bambina con un sogno e una racchetta, vivendo a Compton una cosa del genere non era mai successa prima». Ma Il, dalla California dove la famiglia Williams si era trasferita da Saginaw, nel Michigan, dove Serena era nata, il sogno è diventato realtà. PERCHE GIOCO. Da un ghetto di Los Angeles alla vetta del mondo. Ecco Serena. «Quello che faccio voglio farlo bene e amo il tennis – ha aggiunto – Gioco perchè alla fine della giornata voglio sedermi tenendo il trofeo, oppure stare in piedi e abbracciarlo….

 

Serena a 18 carati e…4 milioni

 

Piero Valesio, tuttosport del 8.09.2014

 

E’ un po’ come palate della regina di Saba. Troppo forte per le avversarie sul campo Serena Williams è destinata, se continuerà così (ma non c’è motivo per non ritenere che riesca nell’intento), ad ascendere al ruolo di personaggio mitologico, ricchissima e magari relegata in un eremo in qualche atollo di sua proprietà. Serena ha vinto New York, già lo sapete. Ha massacrato la Wozniacki e pone questo, ormai, è storia. Ma è uscita dal campo a 18 carati non in senso letterale del termine e questo invece non è successo a molti o a molte. Quello conquistato ieri a Flushing Meadows è il titolo Slam numero 18 della carriera di Serena: tanti quanti ne hanno vinti Martina Navratilova e Chris Evert. Ovvero non due giocatrici di tennis ma un immaginario collettivo. Più in alto di lei ormai ci sono solo Steffi Graf con 20 titoli e Margareth Court Smith con 22. Ma chi può sostenere oggi che Serena non abbia i mezzi per agganciare e superare tali e tante campionesse che l’hanno preceduta? Comunque si diceva dei 18 carati: Martina e Chris hanno regalato alla neocampionessa un braccialetto d’oro griffato T5ffany (e come se no) a 18 carati che avrebbe fatto la felicità di Audrey Hepburn. Con un numero 18 inciso sopra, ovviamente. ll tutto dopo che Serena aveva di fatto messo in banca la cifra di 4 milioni di dollari raggiunta grazia al successo di Flushing sommato al fatto di aver conquistato il bonus derivante dal successo nella serie dello Us Open, ovverto i tornei americani che precedono lo Slam newyorchese. Mai nessuna giocatrice era uscita da un campo da tennis così più ricca di quanto ci era entrata. Una regina di Saba per l’appunto. Che impone la sua legge su uno sport intero con un senso di superiorità che non 6 possibile mettere in discussione; e che solo le sue (agilità interiori (perché ci sono anche quelle, per fortuna sua) possono mettere talvolta in discussione. C’è da credere che Serena sia sinceramente gioiosa dopo ogni successo: proprio perché quelle fragilità di cui sopra non la rendono così granitica nella sue certezze come la sua fisicità potrebbe far pensare. E si può anche essere convinti che pur non essendo più in tenerissima età il suo regno posa durare molto a lungo. Anche perché è un regno che potremmo definire totale nel senso che resiste anche quando, di fatto, la regina non vince. E’ la più forte sotto ogni profilo, sempre: quando qualcuna tenta di avvicinare il suo livello (Sharapova, Azarenka, forse Wozniacki nel prossimo futuro) ciò rappresenta per lei uno stimolo eccezionale. E di conseguenza fa viaggiare il suo motore ad un regime ancora più alto. Quando perde (e quest’anno è successo più del solito) è come se le sue sconfitte siano frutto del caso, di situazioni contingenti, di tempeste solari che influiscono sul suo rendimento. Nel suo caso perdere una o più partite è un incidente di percorso che però viene subito accompagnato dalla seguente considerazione: se fosse stata giusto un po’ meglio avrebbe vinto. Quando, l’anno scorso, un giornalista americano ebbe a domandarle se per caso non avesse già programmato il suo ritiro, lei lo guardò attonita e gli rispose con un sorriso spiazzante: «Ma sei matto?» rispose. Ecco: il tennis femminile ha una regina che magari va in overdose da lavoro e da Mouratoglu come è successo a Wimbledon: ma dal suo giocane a tennis trae linfa vitale. E pure linfa per il suo conto in banca, a ben vedere.

 

Williams regina tra le regine New York si inchina alla più forte

 

Stefano Semeraro, la stampa del 8.09.2014

 

A Serena stavolta è riuscito tutto, anzi di più. Tutto quello in cui ha fallito Roger Federer – vincere il sesto titolo agli Us Open, il primo del 2014 e il 18esimo dello Slam in carriera – e molto di più di quanto sperava all’inizio del torneo. La Williams è un’attrice consumata, ma stavolta appena dopo aver frantumato l’amica del cuore Caroline Wozniacki sul centrale di Flushing Meadows (6-3 6-3) la felicità gliela si leggeva negli occhi. «Dopo Wimbledon ero molto delusa, non speravo più di vincere uno Slam in questa stagione – ha raccontato – qui pensavo di arrivare al massimo al quarto turno. Invece cogliere il 18esimo Slam agli Us Open, e raggiungere due miti come Chris Evert e Martina Navratilova, ha un grande significato per me». Proprio Chris e Martina si sono presentate in campo per festeggiarla con un braccialetto d’oro – a 18 carati, obviously – di Tiffany’s, che si va ad aggiungere ai 4 milioni di dollari che la nd del mondo ha in- 6 24 Titoli Serena Williams ha vinto gli Us open per sei volte Tre successi sono di fila cassato (uno di bonus in quanto vincitrice delle Us Open Series), un record per un torneo di tennis. «Da piccola a Compton ero una ragazzina con una racchetta e un sogno – ha detto Serena, 33 anni il 26 settembre – quello di vincere a New York. Non avrei mai immaginato di fmire con 18 tornei dello Slam. Anzi, non finire: per me questo è l’inizio. Ora punto al numero 19». A quota 22 c’è Steffi Graf, a 24 la recordwoman Margaret Court – che però alcuni li ha vinti prima nell’Era Open, e 11 solo agli Australian Open. «Be’, 22 sono tanti- ha sorriso la Panterona – meglio pensarci uno alla volta». Dopo la (male Serena e una Caroline abbattuta ma realista («giocare con Serena non è divertente») si sono concesse un selfie, poi sono uscite in coppia e la Williams, come promesso, ha pagato da bere. In cambio Caroline l’accompagnerà da oggi alla Fashion Week di New York, alla quale Serena partecipa per la prima volta come stilista, presentando la sua linea di abitini «street style», leopardati o mimetici. Dal 16settembre saranno in vendita, costo fra i 26,9 e i 79,9 dollari. Per un braccialetto di Tiffany’s, invece, bisogna sborsare un po’ di più.

Continua a leggere
Commenti

Rassegna stampa

Intervista a Flavia Pennetta: “Contro Ivanovic e il mio ex per la Hall of Fame. Temevo una bufala invece la merito” (Piccardi)

La rassegna stampa di lunedì 18 ottobre 2021

Pubblicato

il

Intervista a Flavia Pennetta: “Contro Ivanovic e il mio ex per la Hall of Fame. Temevo una bufala invece la merito” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

All’eterna ragazza di Brindisi è sempre piaciuto mettere il naso davanti alle altre. Prima tennista italiana della storia a entrare nelle top lo della classifica mondiale (agosto 2009), prima n.1 del ranking in doppio (febbraio 2011), unica ad aver conquistato un titolo Slam sia in singolare (Us Open 2015) che in coppia (Australian Open 2011 insieme all’argentina Dulko).

[…]

 

Flavia, comincia la campagna elettorale per farsi votare dal tifosi (vote.tennisfame.com) e dal comitato della Hall of Fame presieduto da Stan Smith. «E qui iniziano i guai: mio padre Oronzo dice che sono una pessima politica, e ha ragione. Io sto mandando messaggi agli amici, userò Instagram, vedo tanti appassionati di tennis italiani entusiasti, mi colpisce l’attenzione mediatica data alla notizia. Va bene, tutto fa brodo per mantenere alta la visibilità rispetto agli altri candidati». Passiamo in rassegna rivali. Cara Black e Lisa Raymond non sembrano pericolose. Molto di più lo è Ana Ivanovic, sposata con l’ex calciatore tedesco Schweinsteiger, attivissima sui social. «Insieme a Serena Williams, la mia bestia nera, peraltro. Non riuscivo a capire dove tirasse, mi mandava ai matti. Cinque confronti, tra singolare e doppio, e cinque sconfitte da Wimbledon 2005 a Miami 2014. Che rabbia…». E poi i due uomini da battere: gli spagnoli Carlos Moya, suo ex oggi coach di Rata Nadal, e Juan Carlos Ferrero. «Scontrarmi con Moya è buffo, mi fa ridere: sarà un osso duro perché con Rafa è rimasto nel circuito e gode di grande visibilità. Ferrero mi impensierisce di meno».

[…]

Qualcuno le aveva messo una pulce nell’orecchio? «Macché. È stata una sorpresa totale. Ricevo una mail da Stan Smith: ciao Flavia, mi dai Il tuo numero di telefono? Penso a una bufala, ma dopo un controllo scopro che è tutto vero!». Perché i membri della Hall of Fame dovrebbero votarla (short list entro fine anno, ammissione nel 2022)? «Ho dato anima e corpo al tennis, mi sono divertita rispettando sempre le avversarie, ho avuto una carriera bellissima, terminata con una vittoria Slam a 33 anni. Penso di aver regalato qualcosa, in termini di risultati ed emozioni, al mio sport». Le place il suo sport, oggi? Per la quinta stagione consecutiva i quattro Slam hanno avuto quattro regine diverse: «A me non piace. Quello che sta succedendo, questa fortissima discontinuità, a mio parere non è un bene per il tennis. Ai miei tempi non sarebbe mai potuto succedere che una ragazzina partita dalle qualificazioni, come Emma Raducanu a New York, vincesse uno Slam. Le atlete al top facevano troppa differenza. C’è qualcosa che non va. Manca il carisma, così il tennis femminile è più difficile da vendere». Il declino dello strapotere di Serena Williams ha aperto la porta a chi è più in forma. «Le giovanissime, Raducanu e Fernandez, è tutto da dimostrare che si confermino. Una regina Slam non può sparire nel nulla. Io non sono mai stata tra le superstar però sono durata ad alto livello quindici anni, e Francesca Schiavone idem».

[…]

Kim Kljisters, 38 anni e tre figli, è tornata a giocare. In questo tennis così fluido non cl sarebbe spazio anche per Flavia Pennetta? «Noooo. Capisco la voglia di riprovarci, perché l’adrenalina del match non la ritrovi più da nessuna parte. Io non avrei più la forza mentale per stare in campo. Sta per arrivare il terzo figlio, che è l’ultimo. Mi ha fatto sorridere il tweet di Andy Roddick: nella Hall of Fame deve entrare la Pennetta perché resiste al fianco di suo marito Fabio Fognini, un risultato straordinario!».

Continua a leggere

Rassegna stampa

Mistero Djokovic verso la soluzione. Finals più vicine (Crivelli). Una volata a cinque per Torino (Bertellino). Depressione addio. Bentornata Badosa (Crivelli)

La rassegna stampa di domenica 17 ottobre 2021

Pubblicato

il

Mistero Djokovic verso la soluzione. Finals più vicine (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

C’è un fantasma che aleggia sul castello del tennis in questo finale di stagione infiammato dalla rincorsa agli ultimi posti per le Finals di Torino. E’ quello di Novak Djokovic, che ha giocato l’ultima partita il 12 settembre nella notte stregata di New York, in cui Medvedev gli strappò dalle mani il sogno di realizzare il Grande Slam. E dopo la quale ha trascorso il riposo, o meglio la decantazione della delusione più grande della carriera, tra Belgrado, Montecarlo e Marbella, le sue tre residenze, senza rivelare nulla sulle intenzioni per i tornei che chiudono l’annata. Siccome le ultime parole prima di un lungo silenzio erano risuonate nella pancia dell’Arthur Ashe e allungavano parecchie ombre sul resto del 2021 («Non ho piani per il futuro, ho promesso a me stesso di stare di più con i bambini»), il dubbio era che il Djoker desse appuntamento direttamente a gennaio, anche se la questione del vaccino richiesto al momento dagli Australian Open potrebbe complicargli i piani per il rientro. La sua assenza dalle Finals libererebbe un altro posto. aprendo le porte al 10° della Race che in questo momento è Jannik Sinner. Ma i contendenti (in lotta per gli ultimi due pass restano in cinque) farebbero bene ad affidarsi alle proprie forze, perché i rumors dalla Serbia danno per certo il ritorno a breve: secondo il «Kurar» , quotidiano sempre ben informato sulle vicende di Nole e che cita un’anticipazione dell’ufficio stampa del campione, Djokovic tornerà in campo in questo tramonto di stagione, ma non avrebbe ancora definito il programma. Facile prevedere che lo si possa rivedere al Masters 1000 di Parigi Bercy (dove è ancora iscritto), alle Finals di Torino e poi in Davis.

Una volata a cinque per Torino. Si deciderà solo a Parigi (Roberto Bertellino, Tuttosport)

 

 Inedita la collocazione in calendario, dalla classica primavera all’autunno, del tutto inatteso il quadro delle Semifinali nel Masters 1000 di Indian Wells, penultimo di categoria In stagione. Le semifinali, andate in scena nella tarda serata e notte italiana, hanno opposto Cameron Norrie a Grigor Dirnitrov e Nikoloz Basilashvili a Taylor Fritz. Nessuno è compreso tra i migliori 25 del mondo (mai accaduto in un Masters 1000). Il risultato nel complesso comporta, indipendentemente dall’esito degli ultimi scontri, un rimescolamento delle carte per quanto riguarda le ultime posizioni utili ad entrare di diritto alle Nitto ATP Finals di Torino. E’ tornato prepotentemente alla ribalta il britannico Norrie, risalito in 12^ (11^ considerando il forfeit certo di Nadal) alle spalle di Felix Auger-Aliassime e Jannik Sinner e con la possibilità, in caso di ulteriori successi nel torneo californiano, di miglioramenti. Ha consolidato la nona piazza Hubert Hurkacz, ora in vantaggio di 360 punti su Sinner; ha sorpassato il tetto dei 3000 punti Casper Ruud che ha anche ufficialmente scavalcato Nadal in 7^ posizione. Scendendo nella graduatoria potrebbe entrare tra i pretendenti alla partecipazione persino Basilashvili, per la prima volta in semifinale in un Masters 1000 dopo aver sconfitto nei quarti il n° 3 del mondo Stefanos Tsitsipas. Molto dipenderà dagli ultimi match di Indian Wells e dai tornei che seguiranno in calendario. Certamente decisivo sarà il Masters 1000 di Parigi Bercy, dall’1 al 7 novembre.

Depressione addio. Bentornata Badosa, la nuova Sharapova (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Più che la nuova Sharapova, finalmente la vera Badosa. Non e facile portarsi appresso un’etichetta così ingombrante come il paragone con la divina Masha fin da quando hai 18 anni: e infatti la bella Paula a un certo punto dell’ancor tenera carriera si perse nel tremendo tunnel della depressione. La finale raggiunta a Indian Wells, la prima in un Masters 1000 per la spagnola, conquistata battendo la grande amica Ons Jabeur che però può consolarsi con la top ten, rappresenta dunque il definitivo riscatto da un passato di grandi tormenti. Nata a New York da genitori che lavorano nella moda, la Badosa nel 2015 vince il Roland Garros juniores. È alta, bionda e tira forte da fondo, fin troppo semplice accostarla alla giocatrice più glamour. Firma contratti milionari, si prende una casa da sola a Barcellona e furoreggia sui social. Ma presto crolla sotto il peso delle aspettative: «In preda all’ansia, non riuscivo a uscire dal fosso». Scende oltre il 200° posto e in tre stagioni, dal 2016 al 2018, si ritira da metà dei tornei cui è iscritta adducendo infortuni che in realtà sono solo nella sua testa. Fino a quando affronta la situazione e telefona a Xavi Budo, ex coach della Suarez Navarro: «La prima volta che le ho parlato mi sono reso conto che era su una nuvola e il personaggio aveva preso il sopravvento sulla persona». Ma ne è uscita e, dopo aver iniziato l’anno da numero 70 e con una positività al Covid in Australia, se oggi batte la Azarenka diventa numero 11. Bentornata.

Continua a leggere

Rassegna stampa

Sinner battuto da Fritz (Crivelli, Mastroluca, Bertellino). «Candidata per aver abbattuto un muro» (Mastroluca). Pennetta nominata alla Hall of Fame: «Non ci credevo» (Cocchi)

La rassegna stampa di venerdì 15 ottobre 2021

Pubblicato

il

Sinner caduta amara. La corsa alle Finals adesso si complica (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

L’uragano Fritz si abbatte sull’Italia e in due giorni spazza via dal deserto californiano i frutti migliori del nostro tennis. Sognavamo un derby agli ottavi di Indian Wells, l’americano invece si è opposto al progetto e ha eliminato in serie prima Berrettini e poi Sinner, tra l’altro con lo stesso punteggio. Ma se la sconfitta del peggior Matteo di stagione non compromette affatto i suoi piani per le Finals di Torino, quella di Jannik rappresenta una complicazione nel cammino verso il Masters. L’allievo di Piatti resta 10′ nella Race, ma non ha accorciato le distanze da Ruud, ha visto allontanarsi l’amico Hurkacz e soprattutto adesso deve guardarsi pure le spalle dal possibile rientro di Norrie che è già in semifinale e in quella parte del tabellone, non più presidiata da Medvedev e Rublev, ora tutto è possibile. E chi dovesse raggiungere la finale si ritroverebbe con .un bottino di punti insperato e sostanziosissimo. Intanto, Jannik dovrà subito metabolizzare lo stop, maturato nonostante molte occasioni per portare il primo set dalla sua parte e la rimonta da 1-5 e due palle break per il 4-5 del secondo: «Non mi sentivo bene sulla palla, era come se non riuscissi a muovermi bene, ma ho provato a lottare fino alla fine. Quest’anno ho già perso alcune partite in modo simile, ma ogni sconfitta ha un suo perché. Forse ha influito il fatto di aver giocato dopo tre giorni per il ritiro di Isner: mi è sembrato quasi un primo turno». Per continuare a inseguire il sogno, Sinner ha in programma tre tornei, che potrebbero diventare quattro (Stoccolma la settimana prima del Masters) se avesse bisogno degli ultimi punti: Anversa da lunedì, Vienna a fine mese e il Masters 1000 di Bercy la prima settimana di novembre. Certo, sulle Finals continua ad aleggiare il fantasma di Djokovic, nel senso che una sua rinuncia, di cui si parla fin da dopo gli Us Open, libererebbe un altro posto insieme a quello già reso disponibile dal sicuro no di Nadal, che tornerà solo nel 2022. […]

Sinner ora rischia di mancare Torino (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Jannik Sinner è abituato alle discese sugli sci, ma adesso per coltivare il sogno delle Nitto ATP Finals dovrà imparare ad andare in salita. La sconfitta contro Taylor Fritz agli ottavi del Masters 1000 di Indian Wells, infatti, complica non poco la strada verso Torino. Lo statunitense, che già aveva eliminato Matteo Berrettini, si trasforma così nel “nemico Fritz” dei tennisti italiani. «In campo non riuscivo a muovermi come avrei voluto, non mi sentivo bene sulla palla, era come se non riuscissi a muovermi bene», ha detto l’altoatesino dopo la partita. In un braccio di ferro a chi tirava più forte, l’azzurro ha avuto il merito di lottare fino all’ultimo punto. Ma, come ha ammesso, l’aver tardato nella ricerca di opzioni alternative ha avuto un peso non trascurabile nella determinazione del risultato. Sinner ha vinto solo un punto su tre quando ha messo in campo la seconda di servizio e nel corso del match ha fatto più fatica a contenere le accelerazioni di diritto dell’avversario. Fritz, più efficace tanto negli scambi brevi quanto in quelli più prolungati, ha giocato meglio. L’azzurro, lucido nelle analisi anche delle sue sconfitte, l’ha ammesso chiaramente. Eppure, nonostante questo, di occasioni per invertire il corso del match ne ha avute comunque. «Ho mancato diverse palle break, penso al primo game del secondo set – ha detto -, poi ho servito io e non ho sfruttato le palle game per tenere il servizio. Non mi riuscivano cose che normalmente faccio. Pere, sono rimasto in partita fino alla fine, ho anche ottenuto un contro-break che avrebbe potuto riaprire il secondo set». Ma con i se non si va da nessuna parte, Jannik lo sa meglio di tutti. […] La qualificazione alle Nitto ATP Finals rimane possibile, per la matematica, ma certo più difficile. Il suo migliore amico nel circuito, il polacco Hubert Hurkacz che l’ha sconfitto in finale a Miami, può contare su un tesoretto di circa 400 punti di vantaggio. Dopo gli ottavi di finale, Hurkacz è virtualmente l’ultimo dei qualificati alle Nitto ATP Finals. Sinner ha ancora almeno tre jolly, ovvero il 250 di Anversa, l’ATP 500 di Vienna e il Masters 1000 di Parigi-Bercy. Recuperare così tanti punti non sarà facile.

Sinner già su Torino (Roberto Bertellino, Tuttosport)

La decima giornata del Masters 1000 di Indian Wells ha portato grandi sorprese in campo maschile. La più eclatante è stata la sconfitta di Daniil Medvedev, n° 2 del seeding e del mondo, ad opera di Grigor Dimitrov. Una partita, quella tra i due tennisti dell’est, che pareva conclusa quando Medvedev conduceva 6-4 e 4-1 con due break. Poi il russo ha giocato un game di scarico cedendo il primo dei due break acquisiti. Dimitrov ha iniziato a mettere in campo tagli e contro tagli d’ogni tipo, è risalito grazie ad alcuni colpi spettacolari e ha pareggiato i conti. Nel terzo set ancora Dirnitrov ha fatto la differenza con la sua classe innata e il russo si è arreso sul 4-6 6-4 6-3. Allo Stadium 2, dove aveva perso Berrettini, il suo stesso giustiziere, Taylor Fritz, si è regalato i quarti eliminando Jannik Sinner, n°14 del mondo per 6-4 6-3. Sinner era partito bene (4-2 40-40) spingendo sul rovescio del terrnista USA, ma da quel momento Fritz ha preso in mano le redini del gioco e ribaltato la situazione con 8 game vinti consecutivamente (6-4 4-0). Sinner ha servito con poca efficacia, soprattutto la seconda palla, e perso i tre giochi a cavallo tra il primo e il secondo set che sono stati dei veri lungometraggi (41 punti complessivi). Sullo 0-4 l’azzurro è tornato competitivo variando un po’ le proprie trame e ha avuto due chance per centrare il contro-break numero due del set sul 5-3 15-40 servizio Fritz. L’americano ha trovato però colpi e concentrazione e chiuso 6-3 dopo un’ora e 41 minuti. Prende il via oggi il suo viaggio itinerante il Trofeo delle Nitto ATP Finals. Alle 14, da Palazzo Civico, sede del Comune di Torino, verrà prelevato per raggiungere l’area X di Intesa San Paolo…la sua prima tappa. Sarà poi anche a Milano e ad Asti. […]

«Candidata per aver abbattuto un muro» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Flavia Pennetta potrebbe diventare la prima tennista italiana a entrare nella International Tennis Hall of Fame, il tempio che celebra i più grandi di questo sport. La brindisina, prima italiana a entrare in Top 10 in singolare, campionessa dello US Open 2015 nella prima finale Slam tutta azzurra contro Roberta Vinci, figura tra i sei candidati proposti per la cerimonia di induzione di luglio 2022. Prima voteranno i tifosi, fino al 31 ottobre, poi una giuria composta di campioni del passato, membri già ammessi nella Hall of Fame, giornalisti. Per raggiungere questo traguardo, bisogna raggiungere complessivamente il 75% dei consensi. La candidatura è un po’ come una nomination all’Oscar e Flavia ha accolto la notizia con tanta emozione. «E’ un grande onore anche solo essere presa in considerazione – ha detto – Sapere che hanno pensato a me, mi fa capire quanto venga considerato quel che ho fatto nella mia carriera».

Nel presentare la sua candidatura, la Hall of Fame ha sottolineato che ha raggiunto II numero 1 In doppio. Quanto è stato significativo quel traguardo?

A me è sempre piaciuto il doppio, era una forma di competizione da vivere con meno tensione rispetto al singolare. Ho avuto l’occasione per due anni di giocarlo con la mia migliore arnica nel circuito, Gisela Dulko. Eravamo una coppia affiatata in campo e fuori, abbiamo vinto uno Slam e un Masters: non male direi.

Essere la prima italiana in Top 10 resta un traguardo storico. Come ha vissuto quel momento?

Con grande gioia, finalmente ero riuscita a rompere un muro con cui tante mie colleghe in passato si erano scontrate. Quel traguardo è servito a me per avere consapevolezza di quel che stavo diventando. Ma penso sia servito a tutto il tennis italiano femminile, perché le altre hanno visto che si poteva fare. Da lì in poi, con Francesca Schiavone, Sara Errani e Roberta Vinci si put, dire che ci siamo sbizzarrite.

Con loro ha condiviso quattro trionfi In Fed Cup, I primi per l’Italia. Quali partite hanno segnato di più la sua esperienza in Fed Cup? Immaginiamo che quella memorabile contro Amelie Mauresmo del 2009, quando mostrò il dito all’arbitro, rientri in questo elenco.

Quella è impossibile dimenticarla, non so che mi è preso ma l’importante è che l’ho portata a casa. Ho giocato tante belle partite, non parlo necessariamente delle finali. Per esempio una vittoria di cuore in una trasferta “tragica” contro l’Ucraina delle sorelle Bondarenko o una partita lottatissima contro l’Australia.

Il momento clou rimane il trionfo alla US Open del 2015. L’immagine che si porta dietro di quel torneo?

Non dico la finale, ma l’esultanza dopo la vittoria contro Sam Stosur, una partita per me molto dura e molto importante. Ho chiuso con un punto pazzesco e ho fatto una specie di “come on!” gridando più forte che mai. […]

Pennetta nominata alla Hall of Fame: «Non ci credevo» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

La chiamata di Stan Smith, ex numero 1 al mondo, è arrivata a Brindisi, dove Flavia Pennetta sta con Federico e Farah in attesa di partorire il terzogenito di casa Fognini. Non una telefonata di cortesia, ma la comunicazione della nomination per Hall of Fame del Tennis, l’olimpo di chi ha fatto la storia della racchetta. Potrebbe essere lei la prima giocatrice italiana e figurare nell’elenco dei fenomeni, sempre che riesca a superare la concorrenza degli altri candidati. Insieme alla campionessa dello Us Open 2015 tra candidati ci sono Juan Carlos Ferrero (ex n.1 del mondo, campione al Roland Garros 2003), Lisa Raymond (ex n.1 in doppio e vincitrice di 6 Slam tra doppio e misto), Ana Ivanovic (ex n.1 al mondo e campionessa al Roland Garros 2008), Carlos Moya (ex n.1 e campione al Roland Garros 1998, ora allenatore di Rafa Nadal), Cara Black (ex n.1 al mondo in doppio e campionessa di numerosi Slam tra doppio e misto). Incredula Flavia racconta il retroscena della candidatura a cui subito non aveva creduto, pensando si trattasse di uno scherzo: «Mi è arrivata una mail in cui Stan Smith (presidente della Tennis Hall of Fame, ndr) mi chiedeva il numero di telefono per contattarmi. Io ho fatto lo screenshot e l’ho mandato alla mia manager chiedendole di verificare che fosse vero. Poi mi ha confermato che era il vero Stan e mi sono emozionata moltissimo». La concorrenza è forte, ma Flavia è amatissima: «Non penso riuscirò a battere gli altri. Gente come Moya e Ferrero, o come la Ivanovic. Ana è sempre stata una mia bestia nera, non sono mai riuscita a batterla in campo. Non capivo mai dove mandasse la palla…». […]

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement