Gala León García meglio di Moyá?

Editoriali del Direttore

Gala León García meglio di Moyá?

Pubblicato

il

TENNIS – In Spagna, il Paese più forte del mondo sebbene retrocesso in B, la nomina di una tennista che non aveva mai vinto niente ha stupito tutti, tennisti ed allenatori non solo in Spagna e non per una questione di sesso. La disinformazione favorita dalle federazioni per scopi politico-elettorali

Ne ho lette tante in questi giorni sulla imprevedibile decisione della federtennis spagnola di rivolgersi a Gala León García quale capitano di Coppa Davis per il 2015, dopo che Carlos Moyá, “bruciato” dall’eliminazione in Brasile e dalla retrocessione nella cosiddetta Serie B della Coppa Davis.

 

Per prima cosa ribadisco un vecchio, vecchissimo concetto: la Coppa Davis, manifestazione certamente ricca di fascino e pure di prestigio, non rappresenta assolutamente la forza tennistica di un Paese.
L’ho sempre pensato e scritto, sia quando l’Italia era in serie B – dove come forza tennistica non meritava di stare perchè non ci sono mai stati 16 Paesi più forti dell’Italia come base tennistica – sia ora che è in A.

Purtroppo il pressapochismo con cui viene seguito dai media – e di riflesso dalla gente – lo sport in Italia, condiziona pesantemente anche l’opinione pubblica.
I politici sfruttano certe vittorie per loro personali motivi propagandistico-elettorali. Ovunque.
Non solo la nostra Federtennis, quando le cose vanno bene per una squadra nazionale, sia essa junior, senior, maschile o femminile, contribuisce a creare falsa informazione.
E’ una connotazione negativa che va estesa a tutte le federazioni tennis del mondo, nessuna esclusa.

Lo premetto ad uso di quei lettori che mi attribuiscono pregiudizi quando sono loro per primi ad averli. Non si interpreti quanto scrivo per un mio desiderio di affibbiare colpe alla FIT.
Ribadisco, la nostra Fit sotto questo profilo è esattamente uguale alle altre federazioni. Se un Paese vince la Coppa Davis la disinformazione di ogni Paese farà dire ai politici di quel Paese: “Siamo campioni del mondo”.
Niente di più falso. La Spagna, con 2 tennisti, Nadal e Ferrer nei primi cinque, 4 nei primi 20 (con Bautista Agut e Feliciano Lopez), 10 nei primi 46, è la vera nazione più forte del mondo. Poi viene la Francia con 3 nei primi 21 (Tsonga, Monfils e Gasquet) sei nei primi 35 (Bennetau, Simon e Chardy) anche se il suo miglior giocatore, Tsonga n.12, è attualmente fuori dai top-ten dopo esserci stato a lungo, così come Gasquet, Monfils e Simon.

Favorita per vincere la Coppa Davis quest’anno è la Svizzera, grazie a Federer e Wawrinka, n.3 e n.4 del mondo, ma abbiamo constatato recentemente come il terzo giocatore svizzero, Chiudinelli è n. 163, e come il quarto, Marti, è 209, mentre il doppista Lammer, non rientra addirittura fra i primi 500 (è 502).

L’Italia manca di punte di valore, ma come base è molto più forte della Svizzera. L’undicesimo tennista italiano, Roberto Marcora, n.219, è ben davanti davanti al quinto tennista svizzero.
Così la Cechia che ha vinto recentemente due volte la Davis grazie a due giocatori di punta, Berdych e Stepanek, talvolta coadiuvati da Rosol, non poteva davvero aspirare ad essere considerata la nazione tennisticamente più forte del mondo.
Chiarita per l’ennesima volta questa questione che rende ridicole le affermazioni del tipo “Siamo campioni del mondo”- lo si scrive dal 1975 quando Borg vinse la Coppa Davis praticamente da solo, affiancato in doppio da Ove Bengtson che non era fra i primi 100 tennisti del mondo – può accadere che in Fed Cup le russe non giochino con le loro prime 12 tenniste e perdano dall’Italia così come perderebbero da un sacco di altre squadre.

Può accadere, parimenti, in Davis Cup che la Spagna di Carlos Moyà non riesca a convincere nessuno dei suoi migliori giocatori -salvo l’inesperto Bautista Agut – ad affrontare a trasferta brasiliana e che di conseguenza la Spagna precipiti nell’abisso della serie B.
Anche qui, anzi in Spagna, si è gridato allo scandalo, ci si è indignati. Si è data la colpa alla federazione iberica che colpe non aveva. Moyá si è dimesso, i giocatori “renitenti” – non alla leva ma alla trasferta – lo avevano tradito, lui non ci sta più. L’amico Rafa forse non lo avrebbe abbandonato, ma poteva tornare a giocare tre set su cinque con quel problema che lo aveva costretto a rinunciare a difendere il titolo conquistato all’US Open l’anno prima? No che non poteva. Un conto è giocare un’esibizione in Kazhakstan, un altro è andare a giocare tre set su cinque contro gli arrapatissimi Bellucci e soci.
Cogliendo in contropiede tutti gli addetti ai lavori, e per primi i giocatori spagnoli – come ormai tutti sapete dalle ripetute notizie comparse anche su Ubitennis – il presidente della federtennis spagnola José Luis Escañuela ha nominato capitano della prossima Davis l’ex tennista mancina Gala León García , classe 1973, ex n.32 del mondo nel 2000 come best ranking di fine anno, appena un solo torneo vinto in carriera.
Chi ha contestato questa decisione si è sentito dare del maschilista. Toni Nadal su tutti: “Come farà ad entrare negli spogliatoi? Molte situazioni nel corso di un match di Coppa Davis vengono affrontate e gestite negli spogliatoi…E poi posso dire che semplicemente la sua nomina mi ha sorpreso e ritengo che potrebbe essere un problema. Sarò antiquato ma non di certo maschilista”.
Le donne che rivestono ruoli tecnici, da Amelie Mauresmo alla nostra Tatiana Garbin, alle mogli dei Kukushkin e alle mamme degli Istomin, si sono invece dichiarate – e non può sorprendere – a favore di una scelta consimile.
Come al solito si fa confusione. L’aspetto sorprendente e discutibile, a mio avviso, non sta tanto nella scelta caduta su una donna anziché su quella più tradizionale maschile.
Il sesso non c’entra, anche se Toni Nadal che ha sottolineato un problema concreto come quello dell’accesso agli spogliatoi, non ha detto una cosa fuori dal mondo.
Negli Stati Uniti la mamma di Alexandra Stevenson, Samantha, giornalista che ebbe una lunga relazione con Julius “Doctor J” Erving (dopo anni e anni “scoperto” padre di Alexandra da uno scoop giornalistico del collaboratore di Ubitennis Charlie Bricker del “Sentinel” di Fort Lauderdale), pretese di entrare al pari dei colleghi maschi negli spogliatoi dei giocatori della NBA. “Oppure escano dagli spogliatoi anche i miei colleghi maschi”. Mi pare che la spuntò. Perchè in qualche spogliatoio fecero entrare anche le giornaliste e in qualche altro cacciarono anche i giornalisti. Ma il problema c’è stato eccome. E ci sarà probabilmente sempre perchè molto spesso le squadre di Davis si trovano a dividere gli stessi spogliatoi. Soprattutto nelle serie inferiori, dove gli stadi sono quelli che sono.

Se la moda di scegliere capitane donne prendesse piede, il massimo del…caos accadrebbe quando una squadra capitana da una donna dovesse affrontare la squadra di un Paese musulman-integralista! Ve l’immaginate?
“Busserò alla porta prima di entrare in uno spogliatoio!– ci ha scherzato su Gala Leon Garcia – a San Paolo l’ho fatto e non è successo niente”.
Ma a prescindere dall’obiezione di Toni Nadal, sostenuta in parte da Rafa Nadal “Mio zio ha parlato solo di sport, ma qui si mette sempre in mezzo la politica. Non ho niente contro Gala León, non la conosco personalmente. E’ una strana seppur legittima decisione del presidente Escañuela…che non ci ha consultato”, mi pare che l’accaduto dimostri come i “politici” si rivelino spesso o degli sprovveduti o dei gran superficiali. La scelta di una donna di per sé può essere discutibile ma non sbagliata.

Diventa sbagliata quando chi viene nominato, uomo o donna, non ha il minimo rapporto con i giocatori che deve guidare.
Quando un capitano viene calato dall’alto e su giocatori che, presumibilmente, non sono juniores inesperti ma consumati professionisti. Diventa una scelta sbagliata soprattutto quando si sa benissimo che l’aspetto più importante per il successo di una squadra oggi è proprio la capacità di avere buoni rapporti con i giocatori che vuoi poter convocare. Per evitare che si rifiutino di rispondere alla convocazione con una scusa o con l’altra. Oggi è anacronistico pensare ancora di prendere provvedimenti contro professionisti che devono pensare primariamente alla loro carriera. Nessuno ormai pensa più a punirli, a lanciare proclami come accadeva qualche anno fa. Si cerca semmai di gestire la cosa con tatto, con diplomazia, semmai…offrendo qualche prebenda.

Ma, tornando al capitano, se questi i giocatori non li conosce nemmeno? La León García è caduta dal pero quando Moyá ha dato le dimissioni e il presidente spagnolo l’ha “nominata” capitano. Tant’è che in precedenza non si era neppure sognata di cercare Rafa Nadal per chiedergli come stesse del suo infortunio al polso. Non lo conosce neppure, non ci ha nulla a che fare, perchè avrebbe dovuto chiamarlo? Da capitana già incaricata, invece di sicuro lo avrebbe fatto.

Insomma ai miei occhi – parliamoci chiaro – si tratta di una scelta forse politicamente di grande impatto, ma abbastanza demenziale, più ancora che “contro tendenza”.
Non perchè i tennisti spagnoli siano più “machos” che gli altri, ma perchè l’idea di essere guidati tecnicamente da una donna che – a differenza della Mauresmo campionessa di due Slam – non ha mai vinto niente ma ha raggiunto al massimo una volta gli ottavi al Roland Garros, sicuramente non potrà ispirare loro fiducia.
Juan Carlos Ferrero ha rifiutato la candidatura e può pure essere che nessun altro giocatore di nome (dopo che Corretja, Albert Costa, Orantes hanno già coperto quel ruolo che nel 2000 fu rivestito addirittura da quattro capitani, fra i quali anche il Perlas di Fognini) avrebbe voluto accettare di fare il capitano, ma io non riesco ad immaginare che giocatori esperti come Tommy Robredo, Feliciano Lopez, Fernando Verdasco, David Ferrer ormai ultratrentenni e sempre seguiti nella loro carriera da allenatori maschi, si sentano adesso improvvisamente a loro agio per essere guidati da una tennista che non ha mai vinto nulla, che non ha mai provato certe sensazioni, che ha frequentato principalmente soltanto le arene – per lo più secondarie – del tennis femminile.

Poi, per carità, nella vita non si sa mai. Nè i giocatori spagnoli, né tantomeno io, sappiamo quali possano essere davvero le misteriose qualità di coach della Leon Garcia. Intanto a luglio sarà lei a guidare la Spagna contro la vincente di Russia-Danimarca.
A me è sembrata la classica mossa politica del dirigente che vuol sorprendere l’opinione pubblica e far parlare di sé con una mossa inattesa, come se fosse geniale.
Pronto a ricredermi quando conoscerò personalmente “el señor” José Luis Escañuela. Ma per ora, consentitemi di dubitare fortemente della sua scelta. Ai capitani calati dall’alto non ho mai creduto.

Quando Angelo Binaghi impose Corrado Barazzutti al posto di Paolo Bertolucci – che aveva come principale difetto, più che l’essere retrocesso, di essere grande amico di Adriano Panatta – nessuno dei giocatori mostrò di gradirlo. Non lo volevano proprio. Per quella decisione, anche se non solo per quella, un gran numero di giocatori e giocatrici inscenò addirittura una sorta di sciopero bianco contro la Federtennis. A giocare la Davis in Finlandia andarono, per questo motivo, le riserve, Luzzi e Navarra in singolare, Santopadre in doppio.

Così Barazzutti ci ha messo 10-12 anni prima di conquistare la fiducia degli eredi di coloro, Gaudenzi, Sanguinetti, Pozzi, Nargiso, che – battendo gli USA a Milwaukee – avevano raggiunto l’ultima finale di Coppa Davis per l’Italia, nel 1998.

Chissà, magari se resisterà per qualche anno a chi oggi dimostra chiaramente di dubitare di lei (da Verdasco a Lopez tutti hanno fatto capire come la pensano al riguardo), anche la León García riuscirà a guadagnarsi una sua credibilità. Se è accaduto a Barazzutti perchè non potrebbe accadere anche a lei? Non certo per una questione di sesso.

 

Continua a leggere
Commenti

Editoriali del Direttore

Ad arte la recente modifica dei punti ATP in funzione Federer? Regalata la super-classifica oltre i 41 anni?

Il Covid e le sue “varianti” tennistiche made in ATP fanno discutere e malignare chi ci rimette e non crede alla buona fede. Fra questi Pospisil, Djokovic, Isner e tennisti USA. Per Musetti e Alcaraz il Paradiso può attendere. O no?

Pubblicato

il

IL COVID non ci dà tregua, le sue varianti neppure. Sono certamente molto meno importanti e dolorose le varianti che l’ATP in questo lungo e triste periodo ci ha fatto piombare addosso più o meno all’improvviso. Manco a dirlo hanno creato un certo trambusto, non poche polemiche e lamentationes da parte dei giocatori che da esse si sentono penalizzati. Non sono pochi se si pensa che a reputarsi tali sono in pratica tutti quelli che sono fuori dai primi 100 del mondo!

MUSETTI E ALCARAZ, IL PARADISO PUO’ ATTENDERE

Eh sì, prima di entrare nel merito e discutere insieme se ciò possa essere giusto o meno, beh…il Paradiso può attendere. Così come il ricambio generazionale. Anche ragazzi super-promettenti, tipo il nostro Musetti (116 ATP), ma anche lo spagnolo Alcaraz (131 ATP), sembrano destinati a soffrire più del previsto per entrare nell’Empireo, nell’élite del tennis. Fino a una settimana fa sembrava meno difficile, le prospettive erano più rosee.

 

Il mondo del tennis si divide fra chi pensa che ciò sia giusto e chi invece lo trova profondamente ingiusto.Vedremo se avrete la pazienza di leggermi ancora, come Vasek Pospisil, e di sicuro il suo “compare” Novak Djokovic, appartengano certamente alla seconda schiera.

È probabile che appartenga invece alla prima, anche se hanno avuto per ora il buon gusto di non pronunciarsi, quella ricca dozzina di giocatori, fra i quali Lopez, Kyrgios, Fognini e anche sua Maestà Roger Federer e pure Rafa Nadal – da sempre fautore di una classifica imperniata su due anni di attività anziché uno solo – che invece quelle varianti le dovrebbero benedire.

LE VOCI MALIGNE SI RINCORRONO (per Federer e Nadal)

Ve lo anticipo qui prima di sviluppare l’ostico tema: c’è perfino qualche malignetto che insinua che… ”se è stato aiutato Roger Federer a restare a galla fino ai 41 anni compiuti, beh non è stato per nulla casuale! Idem Nadal…”. Non sono uno dei malignetti, tuttavia le voci in tal senso sono state così tante che mi sono sentito in dovere di riportarle e anche di farci (con pochi scrupoli…) il titolo. Da reo confesso dico: grazie a questo titolo i lettori dovrebbero leggere anche il resto che, almeno spero, credo meriti perché riflette un momento di particolare tensione nel microcosmo tennistico.  

In effetti Roger il Magnifico che torna a esibirsi a Doha proprio questa settimana potrebbe invece non giocare più oppure perdere anche tutte le partite fino all’agosto 2022 e, sebbene non abbia giocato neppure un match negli ultimi 14 mesi, resterebbe ampiamente tra i top-100 del mondo, in barba a chi avrebbe voluto inserirsi al suo posto.

Insomma, il celebre detto di Giulio Andreotti, “a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”, sono in parecchi ad averlo attribuito all’ultima “pensata” dell’ATP che del resto non è la sola associazione ad augurarsi l’eternità di Federer.

Come è noto ormai a tutti dopo le varie esternazioni di Novak Djokovic al 50 per cento l’ATP è formata da giocatori professionisti di tennis e per l’altro 50% dagli organizzatori-direttori dei tornei. Indovinate da che parte stanno questi ultimi. Tutti loro, i tournament’s directors, sognano di aver un giorno fra gli iscritti Roger Federer, anche se Roger avesse 45 anni. Mi sa che qualcuno di loro sarebbe pronto a scambiare il proprio 250 ATP per una tappa del Senior ATP Tour pur di averlo! A Torino per le finali ATP noi italiani faremmo carte false, del resto, pur di averlo fra i Magnifici Otto. La vendita dei biglietti, statene certi, si impennerebbe. Idem l’audience televisiva.

RIASSUNTO DELLA MODIFICA ATP PIÙ RECENTE

Avrete letto – e se non lo avete fatto starei per dire peggio per voi!, ma invece vi voglio generosamente dare un’altra opportunità con questo LINK –  l’esauriente, puntualissimo articolo di Tommaso Villa, sulla modifica recentemente comunicata dall’ATP all’ordinario sistema delle classifiche che era già stato modificato una prima volta quando si era concesso ai giocatori di scegliere il miglior bottino di punti fra quanti raccolti in un torneo giocato due volte fra il marzo 2019 (quando tutto, da Indian Wells in poi, si è fermato per cinque mesi) e il marzo 2021. Si lasciavano intatti anche i punti ottenuti nel 2019 in tornei cancellati nel 2020 (come Wimbledon) ed eventualmente in quei tornei che dovessero saltare nel 2021.

La seconda recentissima modifica appena aggiunta dall’ATP permette ai giocatori che difendono punti in questi eventi di mantenere solo il 50% dello score ottenuto nelle edizioni incluse nella fascia temporale considerata (marzo 2019-agosto 2020). Qualcuno ne risulta favorito, qualcuno molto meno.

I 13 FAVORITI DALLA MODIFICA ATP (e non solo loro… c’è forse pure Nadal)

Beh già sapete dall’articolo sopra citato che Feliciano Lopez, Kyrgios, Fognini, Basilashvili, Lajovic, Isner, Querrey, Simon sono quelli che più di altri godranno di questa novità, seguiti in misura minore da Federer, Paire, Monfils, Goffin, Nishikori. Ma anche Rafa Nadal potrebbe giovarsene nell’improbabile caso che nel 2021 perdesse al primo turno (o non giocasse) al Roland Garros: dei 2.000 punti conquistati nel 2020 gliene resterebbero comunque 1.000. A molti degli altri giocatori la cosa appare sospetta: per l’appunto sia Federer, sia Nadal, sono fortemente avversi alla PTPA e il loro appoggio alla politica ATP è importante non solo agli occhi dell’opinione pubblica. Per il momento, un piccolo svantaggio lo spagnolo lo accuserà perché il 15 marzo verrà superato in classifica da Medvedev proprio a seguito dalla scadenza del 50% dei punti di Indian Wells 2019.

Rafa Nadal – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

IL SORPASSO DI TSITSIPAS A FEDERER

Grazie ai risultati di Rotterdam, e nonostante la sconfitta con Rublev in semifinale, Tsitsipas ha scavalcato Federer ma lo svizzero è ancora n.6 del mondo. Secondo i calcoli puntuali che ha fatto Tommaso Villa, nell’ultimo anno giocato lo svizzero ha comunque fatto una finale e due semifinali Slam (2.640 punti), ha vinto un 1000 (con un’altra finale, quella di Indian Wells, per la quale perderà solo metà dei punti) e tre 500 (3.100 punti).

CHE ASSIST STRAORDINARIO È STATO FATTO A ROGER FEDERER! DEL TUTTO CASUALE?

Ora c’è l’incognita del Federer che riscopriremo a Doha e (forse) Dubai, ma una cosa è certa: le ultime deroghe gli fanno un grandissimo favore. Un premio alla carriera? Non dico che non se lo meriterebbe, però insomma, siamo onesti, non poteva indovinare un periodo migliore per fermarsi, per operarsi due volte al ginocchio – nella sfortuna è stato fortunato – e per “sfruttare” al massimo gli straordinari risultati del 2019.

Fra Miami (dove non giocherà), Madrid, Halle e Wimbledon Roger può contare su almeno 1.440 punti certi, a cui si aggiungono i 1.020 (720 effettivi più 300 congelati) dell’Australian Open e di Indian Wells che resteranno buoni fino al 2022. Questo significa che anche senza giocare terrebbe 2.460 punti, un ruolino da Top 20 mondiale.A quest’ultimo proposito va però precisato a scanso di equivoci: per qualificarsi per le prime finali ATP di Torino contano solo i punti maturati nel 2021. Quindi che Roger si dia da fare se vuole esserci!

Ora va ricordato che tutte queste modifiche di questo periodo eccezionale sono state introdotte perché l’ATP si è sentita di dover mostrare comprensione a chi non si sentiva di ricominciare a viaggiare a pandemia in corso. Ma fino a che punto questa comprensione va giustificata?

UN EQUILIBRIO NON FACILE E CHE NON C’È

Trovare un giusto equilibrio non è sempre facile, ma anche la regolarità di uno sport andrebbe salvaguardata, con il rispetto dei suoi sistemi di classifica e di quanti, soprattutto giovani, si sacrificano per anni per arrivare dove sognano e non sono aiutati dal sistema tennis.

Alludo ai pochi punti assegnati dai challenger rispetto a quelli che chi già si trova fra gli eletti “top-100” raccoglie con maggior facilità anche azzeccando pochi buoni tornei all’anno.

Confesso che al di là dei modi ( e talvolta dai dei tempi) talvolta un tantino sbagliati perchè poco diplomatici usati da Novak Djokovic – forse tentato dal desiderio di conquistarsi un ruolo di leader fra i tennisti meno famosi e fortunati – capisco l’insofferenza di tutti coloro che non sono top-20! Cioè della grande maggioranza dei tennisti, costretti ad un ruolo che sta loro stretto, quello dei comprimari che fanno cornice semi-anonima alle top-star, i nababbi del tennis, cioè di tutti i tennisti che non fanno cassetta e che subiscono le discriminazioni dei direttori di tornei che… sono molto più padroni dell’ATP di quanto lo siano loro.

L’ATP? UN VERO DISASTRO!” SOSTIENE VASEK POSPISIL, IL “COMPAGNO” DI DJOKOVIC

L’ex board-member dell’ATP, il canadese Vasek Pospisil, cui certo non manca personalità, carattere e scilinguagnolo, è stato contattato da diversi tennisti e ha così loro risposto, commentando l’ultima decisione dell’ATP: “Il nostro Tour è un completo disastro adesso. Il solo modo di affrontare questi problemi è avere un’associazione di soli giocatori. Noi stiamo cercando di crearla. L’ATP Tour non farà mai i migliori interessi dei giocatori. Il circuito è controllato dal potere dei tornei. I nostri dirigenti sono condizionati da questi poteri maggiori, come l’IMG (proprietario del torneo di Miami e di diritti tv di una discreta quantità di tornei) e i Masters 1000. Il circuito è nelle mani di chi lo controlla e manipola. Dobbiamo guardarci l’uno con l’altro e sarà la PTPA l’inizio di una nuova storia. È difficile immaginare il cammino verso una soluzione positiva senza di essa”.

Vasek Pospisil – Sofia 2020 (foto Ivan Mrankov)

L’ATP CERCA DI CORRERE AI RIPARI OFFRENDO DOLLARI. SONO ELEMOSINE?

L’ATP del Chairman Andrea Gaudenzi, del CEO Massimo Calvelli (che fin qui ha tenuto un profilo più basso di…Draghi, non l’abbiamo ancora mai sentito esporsi), del presidente Kevin Anderson (che ha sostituito il predecessore Djokovic) si è resa perfettamente conto di essere al centro di molte critiche e allora, per guadagnarsi un po’ di credito dopo aver fatto appelli su appelli per cementare l’unità “sindacale” e combattere la PTPA di Djokovic e Pospisil (in ciò sostenuti da Federer e Nadal), sta correndo ai ripari offrendo soldi a compensare le perdite dovute al COVID: 5.040 dollari ai tennisti che nel 2021 affrontino spese di viaggio per i tornei e che nel 2020 abbiano incassato meno di 150.000 di prize money essendo compresi fra il 31° e il 500° posto nel ranking ATP in singolare di fine anno, fra il 1° e il 200° in doppio. Anche i tennisti che avevano il ranking protetto e avessero gareggiato fino al marzo 2019 avranno accesso a questo compenso.

Questo il messaggio inviato ai giocatori: “Siamo contenti di annunciare, come parte degli sforzi di supporto ai giocatori colpiti dalle conseguenze del COVID-19, che l’ATP ha previsto ulteriori contributi alle spese di viaggio dei giocatori nel 2021 attraverso l’ATP Year-End Player Relief”

Altra buona notizia è giunta per i giocatori che erano pronti a giocare un anno fa il torneo di Indian Wells, cancellato all’ultimo momento quando i tennisti avevano già affrontato spese di viaggio e di alloggio. Tutti riceveranno 10.985 dollari: “Informiamo che una compensazione di 10.985 dollari per l’edizione 2020 di Indian Wells sarà presto versata ai giocatori eleggibili, una volta che l’ATP avrà ricevuto i fondi stanziati“.

In precedenza era stato reintrodotto da un gruppo costituito dai quattro Slam e dalla Federazione Internazionale il bonus di 6 milioni di dollari che ATP e WTA dovevano dividersi equamente per distribuirlo ai giocatori in funzione del loro ranking e alla presenza dei quattro Slam. Una volta era previsto per i top-ten, ora ci si augura che lo si distribuisca a quelli che ne hanno più bisogno. Il denaro annusa sempre chi già ce l’ha. Ora il minimo che dovrebbe accadere e che ci si augura accada, è che lo si distribuisca a quelli che ne hanno più bisogno. Per ora però notizie ufficiali riguardo al sistema di distribuzione non sono state rese note.

I RICCHI AMERICANI SEMBRANO DISPOSTI A FAR BARRICATE E BOICOTTARE IL CIRCUITO

Per i più ricchi giocatori americani, da tempo fra i più acerrimi contestatori dell’attuale establishment ATP – Isner e Querrey erano certi solidali con Pospisil e Djokovic – queste “offerte” dell’ATP sono poco più che elemosine in rapporto con le casse ancora floride nonostante il COVID dell’associazione. Soprattutto quando certi tornei, come Miami ad esempio, hanno ridotto il montepremi del 60%. Infatti un discreto gruppo di tennisti sarebbe propenso addirittura a fermarsi per boicottare il circuito fino a che non verranno garantiti premi più alti. “Se non ci ribelliamo mai, saremo costretti sempre a subire le volontà degli organizzatori” dichiarano i più barricadieri… ma scontrandosi con coloro i quali – sudamericani in testa – ritengono di non potersi permettere di incrociare braccia e racchette.

IL MONDO TENNIS STA TIRANDO TROPPO LA CORDA PER MIOPIA?

Insomma, come dicono dalle mie parti toscane, è un periodo in cui c’è parecchio “Bu-Bu”, si bofonchia, si contesta. Il mondo tennis ha sempre protetto di più i top-players che i bottom-players perché come sempre sono i soldi che fanno girare tutto, però – pur tenendo conto delle circostanze del tutto imprevedibili causate dalla pandemia – occorre anche avere una visione che rafforzi la base, dei tornei (challengers e futures) come dei giocatori. Già abbiamo visto come ormai da anni gli ultra trentenni siano tenacemente abbarbicati alle loro posizioni e non abbiano alcuna intenzione di mollarle ai giovani, però il sistema tennis non deve scoraggiare quei giovani dal profondere i loro sforzi.

Sappiamo bene che con il calcio vivono ben sopra i 100.000 euro l’anno di guadagni netti una decina di migliaia di calciatori, mentre nel tennis chi è fuori dai primi 120 fatica a far pari. Da anni. Qualcuno con una visione meno miope dovrebbe farsi carico di arrivare ad allargare almeno a 200-250 professionisti la sostenibilità economica, tenendo presente che ormai salvo pochi fenomeni (Sinner fra quelli, per ora più grazie agli sponsor, che credono nelle sue prospettive, che ai risultati), fino ai 22-23 anni c’è alle spalle una decina di anni in perdita o nella migliore delle ipotesi in pareggio. A tirare troppo la corda alla fine si strappa. Chi sovraintende alla promozione e allo sviluppo del tennis e dei tennisti ha convenienza a che si strappi?

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Australian Open: Jannik Sinner ha più pazienza (e classe) dei suoi fan

Si pretende troppo da lui. Sbaglia chi si dichiara deluso per la sconfitta del tennista altoatesino con Shapovalov. E non era giusto dargli un giorno di riposo in più

Pubblicato

il

Per dare l’idea delle pesanti, esagerate aspettative che già perfino ieri sono cadute sui riccioli rossi di Jannik Sinner, siamo già al punto che una sconfitta arrivata per 6-4 al quinto set (3-6 6-3 6-2 4-6 6-4) dopo una maratona di quasi quattro ore e una palla mancata per il 5-5 contro il n.12 del mondo Denis Shapovalov, sembra essere percepita da molti impazienti appassionati come una piccola grande delusione.

Niente di più ingiusto. Il ragazzo altoatesino mostra una maggiore maturità rispetto ai suoi fan anche nella sconfitta che resta comunque dolorosa, la seconda al quinto set in uno Slam dopo il 76 s-ubito nel set decisivo con Khachanov a New York, e mi ha detto con grande lucidità e fairplay: “Ho dato quel che potevo, non ci sono scuse. Credo di aver fatto le scelte giuste anche se ho perso. Analizzerò con Riccardo Piatti se avrei dovuto giocare nel game finale lungolinea invece che incrociato, ma “Shapo” ha meritato di vincere perché i punti importanti li ha giocati meglio lui. Se perderò una terza volta al quinto set, magari mi preoccuperò, ma prima o poi vincerò”.

Jannik lo dice stropicciandosi gli occhi, come se non riuscisse neppure a tenerli aperti. Era visibilmente stanco, provato, ma ha rifiutato orgogliosamente di aggrapparsi al minimo alibi. Che tempra.

 

Eppure le attenuanti non mancherebbero. L’inevitabile stress per un torneo appena vinto meno di 24 ore prima, il secondo in carriera e di fila, tutta una serie di battaglie – anche due in un giorno – la “vendetta” consumata con un bel 7-6 al set decisivo in 3h e 10 m di rincorse con Khachanov dopo avergli annullato un match point.

Jannik ha perso la più bella partita del primo giorno d’Australian Open, dando ragione alle attese degli organizzatori che l’avevano programmata match clou nella sessione serale sulla Margaret Court Arena. La sfortuna ha voluto che Jannik si trovasse fra i 64 giocatori della metà alta del tabellone, quelli destinati a giocare il primo giorno.

Pazienza, dice lui. E noi con lui. Io stesso mi ero chiesto se non sarebbe stato più giusto che gli organizzatori consentissero ai finalisti di un altro loro torneo conclusosi domenica un giorno extra di riposo. Mi sono risposto che non sarebbe stato giusto. In fondo la finale del Melbourne 1 (Great Ocean Road) era previsto sulla corta distanza dei due set su tre (tant’è che Sinner ha vinto la finale in due). Perché quindi programmare due partite di fila di Slam, quindi tre set su cinque? Non sarebbe stato neppure conveniente per lo stesso Sinner. Figurarsi per Shapovalov. Non è colpa di Shapovalov se Sinner ha deciso di giocare un torneo che finiva di domenica, pur considerando le complicazioni che sono derivate dal giovedì in cui non si è potuto giocare.

Il neo 32 del mondo ha dimostrato che con il ventunenne mancino canadese non c’è proprio il gap di 20 posti del ranking ATP. Lo ha detto lui stesso in conferenza, a margine dei dei dovuti complimenti all’avversario: “Non c’è tutta questa differenza tra me e lui. Semplicemente, oggi ha giocato meglio di me i punti importanti“. Considerazione lucida e onesta che, mi pare, conti più di qualsiasi altra. Jannik ha 2 anni di meno, ve lo ricordo.

Nella prima ora di gioco, anzi, è stato decisamente superiore. Poi, calato d’intensità, ha perso secondo e terzo set per ritrovarsi sotto d’un break nel quarto. Ma con smisurato orgoglio ha rimontato e vinto il set. Purtroppo all’inizio del quinto ha subito lui il break che non è più riuscito a recuperare pur avendo sfiorato il cinque pari.

Non ha mai mollato insomma. Anzi ha lottato fino all’ultimissima palla, spendendo tutto quello che aveva. Ha perso, non ha accampato scuse, è una sconfitta che va vista in positivo. Forse è perfino più importante di una vittoria, e anche questa considerazione l’aveva fatta lui stesso in conferenza dopo aver battuto Travaglia. Non c’è nessuno motivo per perdere la nostra fiducia nelle sue qualità. Anzi, ce ne sono parecchi per credere ancora di più in lui.

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Australian Open, 6 vittorie azzurre e 8 KO al primo turno: poteva andare meglio, no?

Con le delusioni Cecchinato e Seppi e l’amaro in bocca per Sinner, la risposta è sì. Bravissima Errani, e adesso può sorprendere Venus. Bello il derby Fognini-Caruso

Pubblicato

il

All’interrogativo posto dal titolo, a seguito di sei vittorie al primo turno e otto sconfitte, mi viene fatto di rispondere che sì, certo che poteva andare meglio.

Chiaro che è facile dirlo, scriverlo stando davanti a un computer, però le vittorie che io pensavo potessero arrivare con percentuali vicine al 50% e non sono venute – premesso che mi sarei accontentato della metà – erano quelle di Mager, Travaglia, Cecchinato, Cocciaretto e…(why not?) Sinner. Cinque speranze svanite.

Di vittorie inattese, comunque arrivate fuor di mio pronostico una sola: quella di Sara Errani sulla Wang. E brava Sara. Dovrei darle a questo punto fiducia anche con Venus Williams, 40 anni, all’ottantottesimo Slam? 73 anni in due, match più “anziani” anagraficamente è difficile ipotizzarli. Se Venus non riuscisse a fare 50 risposte vincenti sulle seconde dal basso di Sara, boh, magari ci scappa un’altra vittoria a sorpresa. Sara vanta un quarto di finale a Melbourne 2012, nove anni fa, ai suoi bei tempi (2012) e Venus ben altri record, compresa due finali (2003 e 2017), ma 40 anni pesano più di 33. Se – vista dalla prospettiva di Sara –  gli scambi si prolungassero e diventasse una gara di corsa, ci potrebbe essere lotta e sorpresa.

 

Tornando al bilancio di primo turno – con 14 azzurri al via: il record di 15 era stato nel ’92 – il primo duro colpo era arrivato dalla prima giornata dell’Australian Open, perché i maschi (che quest’anno eguagliavano il record di partecipazione del ’92 e di un anno fa con 9 presenze) sono schizzati fuori in tre su tre, Mager con Karatsev, seguito da Travaglia con Tiafoe e da Sinner con Shapovalov.

Nella seconda giornata gli altri sei uomini hanno chiuso sul 4-2, con le convincenti vittorie di Berrettini (Anderson), Fognini (Herbert), Sonego (Querrey) e Caruso (Laaksonen), tutte in tre set.  12 set a zero. Onestamente non pensavo che Seppi, ormai purtroppo un po’ in disarmo (anche se continua a battersi) potesse battere Cuevas, ma mi illudevo sul conto di Cecchinato, soprattutto dopo il primo set vinto su McDonald. Invece il Ceck ha perso le uniche due partite giocate qui in Australia (tra Slam e torneo di preparazione): la trasferta nella terra dei canguri è stata un vero disastro. Tant’è che ha dichiarato di essersene pentito. Se non si convince che sul cemento occorre giocare in modo diverso rispetto alla terra, temo che avrà poche soddisfazioni anche in avvenire.

BILANCI, TRA 2020 E 2021

Il bilancio uomini dunque è quattro vittorie, ben vissute, e cinque sconfitte, con quella di Sinner che brucia più delle altre solo perché è arrivato a un soffio dal 5 pari al quinto, quando avrebbe ancora potuto succedere di tutto dopo 4 ore di gioco e tanta stanchezza. Anche il bilancio delle cinque donne è negativo, due sole vittorie (Giorgi su Shvedova e Errani su Wang) e tre sconfitte (Trevisan con Alexandrova, Paolini con Karolina Pliskova, Cocciaretto con Barthel), ma direi che era nelle previsioni, salvo invertire la vittoria della Errani con la sconfitta della Cocciaretto.

Un anno fa il bilancio dei nove uomini si concluse allo stesso modo: quattro vittorie (Berrettini su Harris, Sinner su Purcell, Seppi su Kecmanovic, Fognini su Opelka), cinque sconfitte (Caruso con Tsitsipas, Travaglia con Garin, Sonego con Kyrgios, Cecchinato con Zverev, Giustino con Raonic). Delle quattro donne nel 2020 passò il primo turno solo Giorgi (su Lottner). Persero Trevisan con Kenin, Cocciaretto con Kerber, Paolini con Bunkova.

Insomma, se non è zuppa è pan bagnato.

Un Sinner vittorioso avrebbe fatto la differenza, perché il secondo turno  che adesso è di Shapovalov (Tomic) lo avrebbe visto favorito e al terzo turno con Auger-Aliassime e poi al quarto con Schwartzman poteva esserci partita.

Ma rispetto a un anno fa, quando dei quattro superstiti tre persero (Sinner da Fucsovics, Berrettini da Sandgren, Seppi da Wawrinka) con Fognini che giunse agli ottavi (sconfitto da Sandgren) dopo aver battuto Thompson e Pella, forse stiamo un tantino meglio.

Intanto perché un azzurro al terzo turno c’è di sicuro e cioè il vincente del derby Fognini-Caruso, il cui esito mi incuriosisce non poco. E direi che si può pronosticare quasi sicuro anche Berrettini contro il ceco Machac n.199 ATP. Il quasi quarantenne Lopez, uno degli ultimi panda del serve&volley, ha sempre un tennis fastidioso per uno come Sonego che preferirebbe trovare avversari che gli danno ritmo, però 3 set su 5 dovrebbe far prevalere la sua maggiore freschezza. Insomma tre italiani al terzo turno come nel 2019 (Fognini, Seppi e Fabbiano) è un obiettivo eguagliabile.

Alle donne, il cui record di partecipazione è di nove e risale al 2004 (Garbin, Pennetta, Adriana Serra Zanetti e Grande eliminate al primo turno, Antonella Serra Zanetti, Schiavone e Camerin al secondo, Santangelo e Farina agli ottavi), credo non si possa chiedere che di… sopravvivere alla notte in cui, come detto, Errani affronta Venus Williams e, come non detto, Camila Giorgi sogna di ripetere contro Iga Swiatek il risultato conseguito quando Iga (sempre al secondo turno di Melbourne, due anni fa) non aveva ancora vinto il Roland Garros e… non era la Swiatek.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement