Bilancio italiane 2014: in ascesa solo Pennetta e Giorgi

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Bilancio italiane 2014: in ascesa solo Pennetta e Giorgi

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TENNIS AL FEMMINILE – Il torneo di Sofia ha chiuso la stagione WTA e modificato in extremis le gerarchie del tennis Italiano, con il primato di Flavia Pennetta. E’ l’occasione per un bilancio di stagione, riferito proprio alla giocatrici italiane.

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Il Tournament of Champions di Sofia ha concluso la stagione WTA. A questo punto per le donne rimangono da giocare solo la finale di Fed Cup e alcuni 125K, tornei che stanno a cavallo tra il circuito maggiore e gli ITF.
Proprio in extremis, nelle ultime partite di Sofia, i punti assegnati hanno modificato le gerarchie del tennis italiano, con il sorpasso di Flavia Pennetta a Sara Errani.

 

Un rapporto curioso quello tra Pennetta e il cosiddetto “Masterino”: quando avrebbe avuto i requisiti per partecipare (2009, 2010) non lo aveva giocato per la concomitanza con la finale di Fed Cup. Quest’anno, invece, in cui non aveva ottenuto la necessaria vittoria in un torneo International, ha trovato posto come wild card, guadagnando i punti utili per scalare addirittura due posizioni nella classifica di fine stagione.

Nel discorso di premiazione la vincitirice Andrea Petkovic ha sottolineato come all’atto finale fossero arrivate due giocatrici (lei e Flavia) che l’anno scorso avevano passato lunghe traversie fisiche. Problemi che le avevano fatte precipitare oltre il centesimo posto del ranking, e che avevano insinuato anche dubbi sul loro futuro agonistico. Interpretata in questo modo, la finale di Sofia si trasforma in un messaggio di ottimismo per le tenniste che stanno passando oggi momenti difficili a causa di infortuni.

 La fine della stagione è anche il momento dei primi bilanci e, visti i recentissimi movimenti di classifica, per questa settimana ho deciso proprio di iniziare con le italiane.

Per ciascuna giocatrice ho espresso due voti (singolare e doppio) e selezionato il miglior match disputato nel 2014 (a mio avviso).

Procedo in ordine di classifica:

 – Flavia Pennetta
13 (ranking attuale)
31 (ranking fine 2013)
+18 (saldo ranking)

Slam
AO QF
RG R64
Wim 
R64
UO 
QF

Tornei vinti: Indian Wells (Premier Mandatory)

Voto
8- (singolare)
7+ (doppio)

Miglior partita
Indian Wells, semifinale: Pennetta def Li 7-6, 6-3

 Una stagione caratterizzata da alti e bassi, e da un feeling particolare con le superfici dure, cosa certo non sorprendente. Il successo ad Indian Wells ha rappresentato il secondo torneo più importante vinto da una tennista italiana (dopo il Roland Garros di Schiavone) ed è arrivato sconfiggendo Townsend, Stosur, Giorgi, Stephens, Li, Radwanska. Altri risultati positivi: quarti di finale in Australia e Stati Uniti, finale indoor nel “Masterino” di Sofia.

Ma anche controprestazioni: le precoci eliminazioni negli Slam europei, alcune sconfitte ai primi turni subite da giocatrici di ranking molto inferiore. Dopo Indian Wells un po’ più di costanza sarebbe bastata per tornare dopo cinque anni nella top ten. Ma tutto sommato penso che la soddisfazione di classifica Flavia se l’era già tolta nel 2009 e probabilmente non l’avrebbe barattata con la vittoria in un torneo prestigioso come quello californiano.
Il ranking indica un importante progresso (+18), e la stagione 2014 testimonia che l’operazione al polso non le ha impedito un ritorno ad alti livelli. Con la finale di Sofia è tornata dopo cinque anni ad essere la leader (in termini di classifica) del tennis italiano.

Sul piano tecnico secondo me la Pennetta migliore è stata quella che è riuscita a giocare in stile US Open 2013: vale a dire con una prima di servizio molto incisiva e un dritto più carico di spin. Quando invece non è riuscita a “lavorare” il dritto e il servizio ha fatto i capricci, il gioco e i risultati ne hanno risentito.
Aggiungo anche che 
con il passare dei mesi è sembrata soffrire i match lunghi: fino a marzo aveva un record di 5 partite vinte e zero perse al terzo set, ma da aprile in poi ha vinto 4 match e ne ha persi 7 nelle occasioni in cui la partita è andata al terzo. Forse segno che l’età (32 anni compiuti in febbraio) comincia a farsi sentire.

 Il finale di stagione le ha anche regalato una compagna di doppio di livello superiore: Martina Hingis. Pochi tornei sono bastati per raggiungere una finale Slam (secondo me giocata da Flavia molto bene per un set e mezzo, poi invece malino) e per sfiorare la qualificazione al Masters. Se riusciranno ad affrontare regolarmente tutta la prossima stagione un posto tra quelli di vertice del ranking sembra prenotato.

 – Sara Errani
15 (ranking attuale)
7 (ranking fine 2013)
-8 (saldo ranking)

Slam
AO R128
RG QF
Wim 
R128
UO 
QF

Tornei vinti: nessuno

Voto
6,5(singolare)
(doppio)

Miglior partita
Roland Garros, R16: Errani def Jankovic 7-6, 6-2

Penso che qualcuno considererà il torneo di Roma, dove ha raggiunto una storica finale, il teatro delle sue migliori partite. Ma Li Na non era nelle condizioni ideali e Jankovic non mi è sembrata così convinta come qualche settimana dopo nello Slam parigino. Anche il match vinto a Flushing Meadows contro Venus è stato molto combattuto e avvincente sul piano delle emozioni, ma a mio avviso tecnicamente non straordinario.
Per questo 
scelgo la seconda vittoria stagionale a Parigi contro Jankovic come il vertice del gioco della Errani 2014. Una partita particolarmente dura, contro un’avversaria in forma e per nulla disposta a lasciare strada, superata grazie ad una costante profondità di palla e a una straordinaria efficacia nelle diverse situazioni in cui il gioco si è sviluppato in verticale (drop-shot, volée, corpo a corpo a rete).

Il voto stagionale non può essere molto alto, visto il peggioramento rispetto al 2013, ma penso meriti una sicura sufficienza, considerato quanto di buono fatto sul rosso e il ranking, comunque di prestigio, raggiunto.
Alla fine il bilancio ci dice che la gran parte dei punti della classifica di Sara sono arrivati dai tornei disputati su terra (19 vinte – 6 perse) mentre sulle altre superfici (16-18) il rendimento rispetto al 2013 è calato. E il quarto di finale di Flushing Meadows a mio avviso è stato anche frutto di un tabellone piuttosto fortunato.
Ecco, secondo me forse 
più che l’arretramento nel ranking appare preoccupante un certo regresso tecnico che l’ha riportata nell’alveo della specializzazione: in sostanza una Errani molto terraiola.

Si è parecchio discusso (come però avveniva anche nei suoi anni migliori) sulle difficoltà al servizio. Ma secondo me quello che è mancato rispetto al passato è soprattutto la profondità di palla, grazie alla quale metteva in difficoltà le avversarie: se il suo dritto molto carico di spin rimbalza nei pressi della linea del servizio non disturba granché; se viceversa riesce a spingerlo a ridosso della linea di fondo per chi la fronteggia tutto il gioco risulta molto più complicato e per Sara si aprono soluzioni efficaci nello scambio. Ma questo è accaduto raramente nel 2014.
Stagione invece di altissimo livello in doppio: numero uno del ranking, due Slam vinti (Australian Open e Wimbledon) finale al Roland Garros e Career Slam complessivo.
L’infortunio del Masters (praticamente non disputato) impedisce un voto ancora più alto. Ma in ogni caso annata di doppio da incorniciare.

– Camila Giorgi
35 (ranking attuale)
98 (ranking fine 2013)
+63 (saldo ranking)

Slam
AO R64
RG R64
Wim 
R64
UO 
R128

Tornei vinti: nessuno

Voto
7,5 (singolare)
s.v. (doppio)

Miglior partita
Indian Wells, R32: Giorgi def Sharapova 6-3 4-6 7-5

 Su Camila Giorgi le opinioni (e di conseguenza le valutazioni) spesso divergono. Secondo me alcuni dati sono estremamente positivi: innanzitutto il grande progresso nel ranking, poi il rendimento contro le top ten (3 vinte, 1 sola persa: risultato tecnicamente molto importante).
Almeno due partite sono state di valore molto alto: la prima è quella che ho scelto come migliore della stagione, contro Sharapova. Segnalo che Masha ad Indian Wells storicamente gioca benissimo: era campionessa in carica e le sconfitte più recenti nel torneo le aveva subite solo per mano di numero uno del mondo. Poi c’è da ricordare la netta vittoria di New Haven contro Wozniacki, che sul cemento estivo americano ha perso solo da due giocatrici: Serena Williams e Camila Giorgi.
Resta il rammarico per lo zero alla voce tornei vinti, visto che le due finali raggiunte a Katowice e Linz (due tornei indoor) sono state perse per un soffio, entrambe con match point non convertiti.

Aspetti in negativo: la poca strada fatta negli Slam e la difficoltà a mantenere un alto rendimento per più partite di fila. Personalmente non considero con troppa preoccupazione il confronto con le migliori coetanee; ci sono atlete che sono esplose giovanissime (e che magari hanno finito la carriera molto presto) e altre che invece sono maturate più tardi. Fino a che Camila saprà crescere sia nel gioco che nel ranking per me l’anno sarà da considerare positivo. E nel 2014 entrambe le cose si sono verificate.
Sul piano tecnico Giorgi ha mostrato progressi nella varietà del servizio, nella gestione del palleggio e nel gioco di volo. Invece mi pare che il colpo su cui ha faticato di più sia stata la risposta: spesso la scelta della massima aggressività è stata pagata con molti (forse troppi) errori gratuiti.
Due soli match giocati (e persi) insieme a Karin Knapp in doppio non mi sembrano sufficienti per una valutazione di specialità.

 – Roberta Vinci
49 (ranking attuale)
14 (ranking fine 2013)
-35 (saldo ranking)

Slam
AO R128
RG 
R128
Wim 
R128
UO 
R32

Tornei vinti: nessuno

Voto
4,5 (singolare)
9 (doppio)

Miglior partita
Pechino, R32: Vinci def Radwanska 6-4, 6-4

 Gli indicatori della stagione di Roberta Vinci sono tutti negativi. Particolarmente deficitaria la prima parte dell’anno con un inizio di sei sconfitte consecutive al primo turno, e un dato complessivo di 7 vinte e 17 perse fino a luglio. In questo periodo l’unica giocatrice di alta classifica battuta è stata la Wozniacki (allora 15 del mondo) distratta dalle questioni sentimentali della prima parte di 2014.
Il voto non può che essere negativo, frutto di una difficoltà che secondo me all’inizio è stata causata soprattutto da carenze fisiche (poca brillantezza e resistenza, qualche acciacco di troppo) e che si è poi trasformata anche in una crisi di fiducia che ha finito per indebolire tutto il gioco.

A mio avviso il miglior torneo è stato quello di Pechino, in cui una Vinci ritrovata ha saputo sconfiggere Shvedova, Radwanska e Makarova. Personalmente considero il risultato di Pechino molto più significativo di quelli di Istanbul e Bucarest, in cui sono state raggiunte sì due finali, ma grazie ad una serie di vittorie contro giocatrici di classifica non eccezionale.
E visto che il torneo cinese è molto recente, c’è la speranza che possa essere il segno di un recupero di efficienza da mantenere anche per la prossima stagione.
Riguardo alla 
straordinaria stagione di doppio rimando a quanto scritto per Sara Errani.

  – Karin Knapp
56 (ranking attuale)
41 (ranking fine 2013)
-15 (saldo ranking)

Slam
AO R64
RG 
R128
Wim 
R128
UO 
R128

Tornei vinti:  Tashkent (International)

Voto

6+ (singolare)
s.v. (doppio)

Miglior partita
AO, R64: Sharapova def Knapp 6-3 4-6 10-8

 La stagione era cominciata molto bene: la partita eccezionale contro Sharapova agli Australian Open era apparsa, al di là della conclusione sfavorevole, un ottimo punto di partenza, poi confermato dalle vittorie determinanti in Fed Cup nella trasferta statunitense. Ma invece dopo la Fed Cup è iniziato un periodo negativo con sette sconfitte consecutive al primo turno.
Knapp pratica un gioco di pressione in cui dà il meglio se può prendere il controllo dello scambio e martellare l’avversaria; ma per fare questo occorre una perfetta efficienza fisica e una notevole convinzione. E non sempre le ha avute quest’anno.

Non è facile individuare un voto di sintesi: il regresso nel ranking è un brutto indicatore, così come l’unica vittoria ottenuta nelle quattro partecipazioni Slam. Va anche detto che in un paio di occasioni Karin è arrivata ad un passo dalla vittoria mancandola per un soffio:  penso non solo alla sconfitta 10-8 al terzo set di Melbourne già citata, ma anche a quella di Wimbledon (ancora per 10-8 al terzo set) contro Karolina Pliskova.

La seconda parte di stagione è stata sicuramente in recupero e a questo va aggiunto il primo successo ottenuto in carriera in un torneo del circuito maggiore. E’ stata soprattutto l’affermazione di Tashkent a convincermi per il 6+; alla fine per una tennista professionista vincere il primo torneo WTA risulta comunque un aspetto davvero importante, che credo vada sottolineato.
Confesso di non averla mai vista giocare in doppio con la sua partner dell’ultimo periodo, la rumena Begu, per cui su questo preferisco non pronunciarmi.

– Francesca Schiavone
82 (ranking attuale)
39 (ranking fine 2013)
-43 (saldo ranking)

Slam
AO R128
RG 
R128
Wim 
R128
UO 
R128

Tornei vinti: nessuno

Voto
4+ 
(singolare)
s.v. (doppio)

Miglior partita
Roma, R64 Schiavone def Bouchard 6-4, 6-2

Per Schiavone tutti gli indicatori sono negativi: nessun turno passato negli Slam e pochi guizzi davvero degni del suo talento. Di fronte a questo quadro mi sembra difficile una valutazione differente dal 4. Il “più” aggiunto al 4 dipende dalle vittorie di Roma, in cui ha sconfitto due delle migliori promesse del circuito come Bouchard e Muguruza, che qualche giorno dopo al Roland Garros sarebbero state grandi protagoniste (una raggiungendo la semifinale, l’altra eliminando Serena Williams)
Ad oggi (questa settimana è impegnata nel 125K di Limoges) il bilancio di Schiavone è di 22 vittorie e 27 sconfitte, e una sola top 30 battuta (Bouchard, appunto).

Quest’anno, nelle occasioni in cui l’ho vista perdere, spesso ho avuto l’impressione che il problema principale non fosse fisico-tecnico, ma mentale; che cioè mancasse la convinzione agonistica. E così ho assistito a match condotti con i set in equilibrio fino alla stretta finale; ma poi, al dunque, invece di aumentare la concentrazione e il rendimento il suo tennis tendeva a spegnersi.
Il discorso sull’età e sulle prospettive è abbastanza scontato e non sto qui a ripeterlo per esteso. 
Personalmente credo che a 34 anni compiuti e con una carriera alle spalle come la sua Francesca abbia il diritto di decidere da sola sul suo futuro, senza che un “signor nessuno” come me si metta a dare consigli se proseguire o meno.
Resto dell’idea che fino a quando giocherà meriterà di essere seguita; e lo dico perché, al di là del risultato, durante i suoi match il colpo fuori dagli schemi prima o poi arriva, ed è un peccato perderlo.
Non ho avuto occasione di vederla in doppio e quindi preferisco evitare la valutazione.

 – In conclusione
Dopo Francesca Schiavone, attualmente numero 82, per quanto riguarda le tenniste italiane c’è il vuoto.
Significa che all’orizzonte non si vedono molte alternative in vista dell’inevitabile ricambio: Schiavone, Pennetta e Vinci sono ultratretenni e anche Errani e Knapp non sono più giovanissime (entrambe nate nel 1987, significa che vanno per i 28).
Per il momento solo Camila Giorgi può far sperare in risultati di rilievo. 
Gioia Barbieri ha fatto capolino tramite le qualificazioni nel tabellone principale di un torneo importante e selettivo come Stoccarda, ma la strada è ancora lunga: questa settimana è esattamente 200ma.
In questa occasione non c’è spazio per trattare il tema, ma sembra difficile che le giovani tenniste italiane riescano, nel prossimo futuro, reggere il confronto con le giocatrici attuali.

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WTA, protagoniste del 2021: Barty, Kenin e Muguruza

Primo articolo di riepilogo della stagione appena conclusa attraverso le vicende di alcune delle principali protagoniste. In positivo, ma anche in negativo

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Ashleigh Barty - Wimbledon 2021 (via Twitter, @wimbledon)

Ashleigh Barty, conferma al vertice
Nelle ultime stagioni WTA i nomi e le protagoniste si sono succeduti con grande varietà: titoli e successi sono stati appannaggio di un notevole numero di giocatrici, in un quadro di insieme in cui a regnare sovrani sono stati incertezza ed equilibrio. Ci troviamo in una situazione molto lontana da quella di altre fasi storiche nelle quali poche giocatrici svettavano quasi incontrastate.

Pensiamo per esempio all’epoca di Navratilova ed Evert. Martina e Chris davano vita a una rivalità che caratterizzava la gran parte dei tornei disputati ed egemonizzava il vertice del tennis mondiale con la solidità di una roccia. Oggi no, le cose vanno diversamente, e dalla solidità della roccia si è passati a un contesto liquido e sfuggente, così sfuggente che a volte più che liquido rischia di diventare gassoso.

Nelle ultime stagioni, però, una costante ha iniziato a delinearsi, ed è rappresentata da Ashleigh Barty. La 25enne australiana (è nata il 24 aprile 1996), si sta costruendo un curriculum di rilievo ed è per questo che, se si ragiona sulle protagoniste della stagione appena conclusa, il primo nome che viene in mente è il suo.

 

Barty è diventata numero 1 della classifica WTA per la prima volta nel giugno del 2019, succedendo a Naomi Osaka. E da quel momento solo lei e Naomi hanno occupato il vertice del ranking mondiale, anche se in parte a causa delle nuove regole introdotte con la pandemia (su questo tema torneremo più avanti).

Con il passare del tempo, però, in classifica Barty ha preso il sopravvento su Osaka: non tanto per i picchi di rendimento, quanto per la maggiore continuità e adattabilità alle diverse superfici. Allo stato attuale, Ashleigh “regna” sulla WTA dal settembre 2019, e nel 2021 nessuna giocatrice è mai arrivata davvero vicina a scalzarla dal primato.

Ecco perché, pur nello scenario liquido delle ultime stagioni WTA, Barty rappresenta l’unico vero punto di riferimento, il più credibile “ubi consistam” che il tennis femminile possa offrire. E se ripercorriamo rapidamente i risultati del 2021 ne abbiamo la conferma.

Ashleigh ha cominciato la stagione vincendo uno dei tre tornei di preparazione allo Slam australiano, lo Yarra Valley Classic, e si è presentata tra le favorite allo Slam di casa. Primi quattro turni di Melbourne superati senza lasciare set, ma poi eliminazione inaspettata contro Karolina Muchova, al termine di una partita sconcertante.

Una partita dominata nella prima parte, sino al 6-1 2-1 a suo favore, e poi giocata malamente nella seconda, cominciata dopo il Medical Time Out chiamato da Muchova. Risultato finale: successo di Muchova per 1-6, 6-3, 6-2. Il titolo della cronaca di Ubitennis recitava: “L’MTO più decisivo dell’Australian Open: una grande Muchova elimina la numero 1 Barty”

Senza voler togliere i meriti a una giocatrice di notevole talento come Muchova, la sensazione rimasta di quel match è che Barty abbia faticato a gestire la tensione dell’impegno di casa, lasciandosi sopraffare dallo stress improvvisamente cresciuto durante la pausa determinata dall’intervento medico. Una sconfitta quindi più nata da cause mentali che tecniche.

Una sconfitta dai contorni anomali, per la quale però è la stessa Ashleigh a non cercare scuse o indulgenza. Queste le sue parole di allora: “Anche io in passato ho chiamato dei medical time-out, quindi non dovrebbe essere un momento così decisivo in un match. Sono insoddisfatta perché sono stata io a farlo diventare decisivo. (…) È una sconfitta che mi spezza il cuore, ovviamente. Ma o si vince o si impara, e oggi credo ci sia moltissimo da imparare“.

Archiviata la delusione di Melbourne, Barty riprende il suo percorso con ottimi risultati, specie nei tornei di prima fascia: vittoria a Miami, quarti di finale sulla terra verde di Charleston (sconfitta dall’emergente Badosa), vittoria a Stoccarda e finale a Madrid (sconfitta 6-0 3-6 6-4 da Sabalenka).

A questo punto della stagione nessuna giocatrice può vantare una tale continuità di risultati. Poi però a Roma ci si mette un infortunio al braccio destro a fermarla (si ritira durante il match dei quarti di finale contro Gauff). E siccome il dolore persiste, finisce per compromettere anche il Roland Garros: Ashleigh si ritira durante il match di secondo turno contro Linette.

Il problema al braccio la obbliga a saltare i tornei sull’erba di preparazione a Wimbledon, ma per fortuna durante i Championships, il guaio rientra. Di nuovo a posto fisicamente, conquista il torneo superando in finale Karolina Pliskova. Dopo molto tempo in WTA la giocatrice prima nel ranking, prima nella race, testa di serie numero 1, tiene fede alle aspettative, e conquista il titolo di un Major da favorita.

La vittoria a Wimbledon (secondo Slam dopo il Roland Garros 2019), non rappresenta solo uno dei culmini della sua carriera, ma anche la definitiva legittimazione del suo primato nella attuale WTA. Ormai non ci sono più dubbi.

Il passaggio dall’erba al cemento comincia con una grande delusione: la sconfitta alle Olimpiadi di Tokyo per mano di Sorribes Tormo, per 6-4, 6-3. A mio avviso la peggiore prestazione in stagione di Barty, che durante la partita non riesce proprio a registrare i colpi, compiendo una quantità industriale di errori non forzati: situazione non usuale per le sue caratteristiche.

Poi però Barty torna a primeggiare a Cincinnati, dove si afferma in modo straordinariamente autorevole: cinque match disputati, dieci set vinti e zero persi. La vittoria in Ohio rafforza la sua posizione di prima favorita allo US Open.

Ma a New York accade qualcosa di simile a quanto vissuto a Melbourne: Barty perde un match contro Shelby Rogers nel quale sembrava avere in pugno la vittoria. Partita male, Ashleigh raddrizza la partita e si spinge sino al 2-6, 6-1, 5-2. Ma a questo punto diventa incapace di chiudere il match: una crisi di “braccino” le fa perdere la sicurezza e la misura dei colpi, sino alla sconfitta nel tiebreak decisivo.

E così nei due Slam sul cemento, Barty ha lasciato strada ad avversarie che a un certo punto del match si vedevano già pronte a rientrare negli spogliatoi da sconfitte. E se a Melbourne probabilmente aveva influito il peso della responsabilità di giocare nel torneo di casa, a New York la sensazione è che sia arrivata logora fisicamente e ancor di più mentalmente, al termine un lungo tour de force affrontato senza mai potersi fermare per tornare a casa.

A causa delle regole della pandemia, infatti, per Ashleigh è risultato impossibile tornare in patria, visto che dovrebbe sottoporsi a un periodo di quarantena al rientro in Australia. E i lunghi mesi della tournée senza mai staccare, alla fine hanno presentato il conto.

Tenendo presente tutto questo, non sorprende che Barty abbia deciso di chiudere la stagione in anticipo, rinunciando a competere sia a Indian Wells che alle Finals di Guadalajara, dove si sarebbe presentata da numero 1. Due rinunce che non hanno comunque scalfito il suo primato nel ranking WTA, che oggi comanda con oltre mille punti di vantaggio sulla numero 2 Sabalenka.

Barty ha terminato il 2021 con un bilancio di 42 vittorie e 8 sconfitte (84,0% di partite vinte), ma di queste 8 sconfitte 2 sono arrivate per ritiro in seguito a infortunio (a Roma e Parigi). E nei confronti diretti con le giocatrici Top 20 ha chiuso con un bilancio di 14 vittorie e 1 sola partita persa (in tre set contro Sabalenka nella finale di Madrid). Cinque i tornei vinti su tre superfici diverse (tre su cemento, uno su terra rossa, uno su erba). Tutti dati che dimostrano che allo stato attuale nessuna giocatrice appare più credibile di lei quale numero 1 della classifica WTA.

a pagina 2: Sofia Kenin

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Garbiñe Muguruza e le prime WTA Finals messicane

La giocatrice più titolata fra le otto partecipanti ha vinto la prima edizione delle Finals disputata in America latina. A conti fatti, che torneo è stato?

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Garbiñe Muguruza, WTA Finals 2021 (via Twitter @WTA Insider)

Con la disputa delle WTA Finals di Guadalajara si è concluso il calendario WTA ufficiale: le giocatrici più forti hanno terminato in Messico i loro impegni, e comincia dunque il periodo di offseason (prima le vacanze, poi la preparazione), in vista della apertura del 2022 orientata all’Australian Open. Si annunciava un torneo di difficile decifrazione, senza una chiara favorita, e così è stato: i valori si sono delineati progressivamente, match dopo match. E alla fine, in un evento con al via sei esordienti su otto, ha prevalso la giocatrice più titolata di tutte.

Garbiñe Muguruza, infatti, era l’unica tennista “pluri-Slam” presente, con due Major vinti in carriera (Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017), oltre ad altre due finali Slam disputate (Wimbledon 2015, Australian Open 2020). Grazie al successo di Guadalajara ha ulteriormente impreziosito il palmarès, che non è ricchissimo in termini quantitativi (10 titoli complessivi) ma con un peso specifico da non trascurare. Insomma, forse Muguruza non vince molto spesso, ma è capace di farlo quando le occasioni sono importanti.

Garbiñe Muguruza
Con il successo a Guadalajara, Muguruza conferma di essere una giocatrice capace di accendersi all’improvviso, e di offrire il rendimento migliore senza preavviso. Avete presente le atlete che crescono poco a poco, torneo dopo torneo, sino a raggiungere il picco di condizione? Ecco, tutto il contrario di Garbiñe. Dopo il successo a Chicago in settembre, Muguruza aveva deluso sia a Indian Wells che a Mosca, e si era presentata in Messico con un ultimo risultato preoccupante: sconfitta in Russia da Anett Kontaveit addirittura per 6-1, 6-1.

 

Ma non è una novità. Ricordo che in occasione del successo a Wimbledon 2017, Garbiñe era reduce da un primo turno disastroso a Eastbourne, dove contro Strycova aveva raccolto un solo game: 6-1, 6-0. Poi però qualcosa era scattato nel suo rendimento, e dopo il “clic” aveva vinto i Championships lasciando per strada un solo set.

A Guadalajara Muguruza ha ritrovato Kontaveit, autrice della “stesa” subita a Mosca, ma in Messico ha raccolto ben più di due game: l’ha affrontata per due volte e per due volte ha prevalso. E se nel primo caso Anett non aveva le stesse motivazioni (scendeva in campo con la certezza di essere già semifinalista), in finale non c’erano più fattori esterni a mettere in dubbio il valore del match.

Eppure anche alle Finals Muguruza aveva aperto con una sconfitta, battuta di misura da Karolina Pliskova per 4-6, 6-2, 7-6. Poi nel secondo impegno contro Krejcikova si era trovata vicina alla eliminazione: perso il primo set per 2-6, occorreva un cambio di passo per tenere vive le speranze di qualificazione. Ebbene, Garbiñe ha rovesciato le sorti del match vincendo i due set successivi (2-6, 6-3, 6-4) e da quel momento ha compiuto percorso netto, vincendo tutti i parziali sino ad alzare la coppa. Otto set consecutivi.

Il set conquistato in occasione della sconfitta contro Pliskova le ha permesso di superare il girone: con tre giocatrici sulla stessa linea (Kontaveit, Muguruza e Pliskova tutte con due vittorie e una sconfitta) è stato il quoziente set a condannare Karolina.

Come ha giocato in Messico Muguruza? Sinceramente non mi è sembrato di avere visto particolari novità nel suo tennis. In fondo sono diverse stagioni che collabora con Conchita Martinez, e ormai abbiamo capito che il termometro del gioco di Garbiñe è il dritto. Perché il rovescio è sempre un colpo di qualità superiore, ma invece il dritto è molto meno stabile.

Per questo quando riesce a evitare gli errori gratuiti dalla parte destra e a spingere con una certa costanza sulla diagonale, diventa automaticamente una avversaria tosta. E se poi la fiducia sale ancora, e anche con il dritto comincia a cambiare con una certa disinvoltura le geometrie dello scambio, cercando il lungolinea, allora siamo di fronte alla migliore versione di Muguruza; e a quel punto sono dolori per tutte.

Quando Garbiñe è nelle giornate in cui manovra senza timori con il dritto, tutto il suo tennis decolla: il servizio non raccoglie più solo vincenti al centro (la T rimane la sua direzione più stabile) ma anche a uscire. E se a questo si aggiunge la qualità superba del rovescio e la aggressività in risposta, ci troviamo di fronte a una giocatrice capace di soffocare l’avversaria attraverso l’avanzamento del baricentro di gioco.

Garbiñe infatti, è in grado di colpire con i piedi attaccati alla linea di fondo (ma a volte addirittura dentro il campo) sottraendo istanti decisivi alla avversaria, che di conseguenza fatica a sviluppare i propri schemi: ecco perché in questa condizione le sue avversarie diventano più fallose del solito. Si tratta di frazioni di secondo, ma che possono incidere in modo determinante sul rendimento complessivo.

In sintesi, direi che è ciò che è accaduto sia in semifinale contro Badosa (6-3, 6-3) che in finale contro Kontaveit (6-2, 7-5): l’alto ritmo sviluppato da Muguruza ha finito per mandare Paula e Anett in difficoltà nella “velocità di crociera” dello scambio, e questo ha fatto aumentare il numero dei loro errori non forzati. Insomma, per battere la migliore Muguruza occorre davvero esprimersi ai massimi, senza flessioni o pause di rendimento. Altrimenti si finisce per essere sopraffatte.

Magari sbaglio, ma in semifinale Badosa mi è parsa anche un po’ intimorita sul piano della personalità. Timore anche comprensibile: aveva pur sempre di fronte una connazionale che aveva fatto da guida al movimento tennistico spagnolo negli ultimi anni. Sul piano tattico, Paula mi ha dato l’impressione di non riuscire a trovare soluzioni di gioco alternative; in pratica proponeva un tipo di tennis simile a quello di Muguruza, ma di un livello leggermente inferiore. A partire dalla posizione di gioco, un po’ meno aggressiva, che finiva per costringerla a subire più spesso le iniziative di Garbiñe. Detto questo, la prestazione di Badosa alle Finals è stata comunque rimarchevole, con il passaggio del girone raggiunto prima del tempo, grazie ai due successi ottenuti contro avversarie molto toste come Sakkari e Sabalenka.

Anche nella finale tra Muguruza e Kontaveit la mia sensazione è che gli aspetti mentali abbiano inciso, seppure per ragioni differenti: Garbiñe è apparsa più fresca e meno logora rispetto a una avversaria reduce da un tour de force eccezionale, necessario per conquistare i punti indispensabili per essere presente alle Finals.

Muguruza è scesa in campo con la convinzione e la forza di chi non ha intenzione di mollare nemmeno un quindici, anche in situazioni di punteggio molto complicate. E così nel secondo set, quando si è trovata sotto 3-5, non ha pensato che in fondo poteva sempre vincere al terzo. No, non ha lasciato nulla di intentato: ha alzato la qualità della risposta finendo per conquistare quattro game consecutivi che le hanno permesso di chiudere la partita in due set. E diventare la prima campionessa spagnola nella storia del Masters femminile.

a pagina 2: Anett Kontaveit

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WTA Finals: a Guadalajara con l’incognita dell’altura

Dopo la cancellazione del torneo 2020 e la rinuncia della Cina, in Messico si torna a disputare il Masters, con al via sei debuttanti su otto contendenti

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Le otto partecipanti alle WTA Finals 2021 (via Twitter @WTA Finals)

Questo mercoledì sera cominciano in Messico, a Guadalajara, le WTA Finals 2021. Le Finals sono il torneo più importante di fine stagione, l’evento che, Slam a parte, regala alla giocatrice che lo vince più punti e prestigio. E si tratta di un torneo controllato direttamente da WTA: per questo rappresenta anche una importante fonte di guadagno per l’organizzazione e le giocatrici.

La decisione di ospitare il torneo in Messico rappresenta un ripiego rispetto ai programmi definiti in passato. Infatti a partire dal 2019 WTA aveva deciso di fissare la sede delle Finals in Cina, a Shenzhen, città con la quale era stato firmato un contratto pluriennale. Il contratto prevedeva non solo di approntare un torneo ricchissimo (con il montepremi più alto della storia del tennis, maschile incluso), ma anche di ospitare la manifestazione in un nuovo stadio costruito ad hoc, che si sarebbe dovuto inaugurare nel 2020.

 

Poi però la pandemia ha stravolto ogni progetto. Nel 2020 il torneo non si è disputato: cancellato per cause di forza maggiore (la stagione monca, la difficoltà di far viaggiare le protagoniste, l’impossibilità di trovare una soluzione alternativa a quella cinese); mentre per il 2021 ci si è dovuti accontentare di una sede temporanea con strutture e montepremi molto meno faraonici e ambiziosi rispetto a quelli asiatici.

Al momento non abbiamo la certezza che nel 2022 il Masters (come veniva storicamente denominato) si torni a disputare in Cina, visto che ai tempi del Covid si naviga a vista, con i grandi eventi internazionali di sport costantemente a rischio cancellazione o ridimensionamento.

Sta di fatto che oggi la situazione è questa: in Messico si giocherà all’aperto e con una capienza delle tribune ridotta al 50% per le norme anti Covid. E dato che l’impianto è provvisorio e senza copertura, potrebbe anche capitare qualche ritardo nel programma a causa dalle condizioni meteo. Per tornare a un Masters disputato all’aperto, si deve risalire al 2010, anno della ultima edizione tenuta a Doha (vinta da Clijsters in finale su Wozniacki).

Questo per quanto riguarda gli aspetti logistici. Sul piano tecnico l’elemento più importante da sottolineare riguarda la condizione di gioco della sede scelta. Guadalajara si trova a 1566 metri sul livello del mare, e la fisica applicata al tennis ha dimostrato che l’altitudine influisce in modo drastico sulla velocità della palla; influisce molto più di altri fattori come, per esempio, la temperatura o l’umidità (rimando a questo articolo per un approfondimento dettagliato: “Tennis e fisica: la traiettoria e gli effetti del caldo. Per un dritto più veloce, andate a Bogotá”).

L’altura incide così tanto che nei tornei disputati in altitudine si utilizzano palle differenti, in modo da compensare le condizioni eccezionali rispetto al tennis “normale”, delle quote vicine al livello del mare. A questo proposito merita di essere segnalata la dichiarazione di metà settembre di Craig Tyzzer, coach di Ashleigh Barty: “Abbiamo appena scoperto che verranno usate palle senza pressione. Le palle senza pressione volano letteralmente. È una palla che, se la usi in condizioni normali, non rimbalza. Non è la più grande pubblicità per le migliori ragazze del mondo giocare con qualcosa che non hanno mai usato prima”.

Forse l’asprezza delle parole di Tyzzer è in parte determinata dal fatto che Barty aveva già in mente di rinunciare alle Finals, dopo essere stata molti mesi lontano da casa, senza la possibilità di tornare in patria a causa delle regole australiane sulla quarantena. Ma resta il fatto che la combinazione tra altura, palline e superficie del campo sarà tutta da scoprire e presenta delle incognite. E siccome non sarebbe la prima volta che alle Finals emergono problemi con le condizioni di gioco (vedi QUI), si spera che a Guadalajara la qualità del tennis non risulti penalizzata da fattori esterni mal gestiti.

Detto del contesto, qualche osservazione di insieme dedicata alle protagoniste. La prima: assisteremo a un Masters tutto europeo. Le giocatrici provengono da queste nazioni: due dalla Repubblica Ceca, due dalla Spagna, e una ciascuna da Bielorussa, Grecia, Polonia ed Estonia. Credo però che sarebbe sbagliato considerare questo campo di partecipazione come lo specchio della attuale WTA, che invece è molto più internazionalizzata e “intercontinentale” di quanto risulterà a Guadalajara. Intanto perché al numero 1 della classifica c’è una tennista australiana (Barty, appunto) e poi perché subito dopo le otto partecipanti alle Finals troviamo una tennista africana (Jabeur, numero 10 nella Race) e una asiatica (Osaka, numero 11). Mentre la prima americana, è Pegula (che ha chiuso 14ma nella Race).

Seconda osservazione. Dopo il forfait di Ashleigh Barty, vincitrice dell’ultima edizione disputata (Shenzhen 2019), sappiamo già che l’albo d’oro si arricchirà di un nome nuovo. Nessuna delle otto partecipanti infatti, ha mai vinto il Masters, e solo due non sono alla prima partecipazione: Pliskova e Muguruza. E questo malgrado l’età media non sia poi così bassa, visto che non avremo teenager al via. Questa è la data di nascita delle otto partecipanti, in ordine decrescente:

Pliskova, marzo 1992
Muguruza, ottobre 1993
Sakkari, luglio 1995
Krejcikova, dicembre 1995
Kontaveit, dicembre 1995
Badosa, novembre 1997
Sabalenka, maggio 1998
Swiatek, maggio 2001

Nel torneo mancheranno tre delle quattro campionesse Slam in carica. Infatti, dopo il forfait di Barty (titolata a Wimbledon) l’unica vincitrice di Major 2021 presente sarà la “regina di Francia” Krejcikova. Non avremo la campionessa dell’Australia (Naomi Osaka) e nemmeno quella degli Stati Uniti (Emma Raducanu). Naomi paga la stagione difficile, con il forfait a Parigi e la rinuncia a Wimbledon, mentre Emma ha vinto a New York quasi sbucando dal nulla, e di conseguenza non è riuscita ad aggiungere altri punti sufficienti a quelli conquistati a Flushing Meadows per entrare fra le prime otto.

Ma non vorrei sembrare troppo critico o pessimista; come si dice in questi casi, ”non fasciamoci la testa prima di averla rotta” perché, se saranno in buone condizioni, le otto giocatrici presenti sono comunque in grado di offrire dei bei match.

Come è noto, la formula del Masters prevede una prima fase a gironi all’italiana (round robin) e una seconda fase a eliminazione diretta, con semifinali e finale. I due gironi sono definiti attraverso una procedura che prevede quattro sorteggi: il primo sorteggio è fra la numero 1 e a 2, il secondo fra la 3 e la 4, poi fra la 5 e la 6 e infine tra la 7 e la 8. In caso di arrivo a pari vittorie nel girone, trovate QUI i criteri utilizzati per definire le classifiche.

Il sorteggio tenuto lunedì ha deciso che nella prima fase ci sarà il derby ceco, fra Krejcikova e Pliskova, ma non quello spagnolo, visto che Muguruza e Badosa non sono nello stesso girone. Ecco la composizione dei gruppi:

Gruppo Chichén Itzá
1. Aryna Sabalenka
4. Maria Sakkari
5. Iga Swiatek
7. Paula Badosa

Gruppo Teotihuacán
2. Barbora Krejcikova
3. Karolina Pliskova
6. Garbiñe Muguruza
8. Anett Kontaveit

Ultima nota: questioni di varia natura hanno condizionato la definizione delle due riserve, pronte a subentrare in caso di infortuni (ricordo che nel 2019 erano entrambe scese in campo). La prima avente diritto, Ons Jabeur ha rinunciato; probabilmente a causa del guaio al gomito patito a Mosca, che già l’aveva costretta al forfait a Courmayeur. La seconda in ordine di classifica sarebbe Naomi Osaka, che però ha già annunciato di avere chiuso la stagione agonistica. E così, con Pavlyuchenkova uscita acciaccata dalla Billie Jean King Cup, si è andati a scalare nella Race; le prime giocatrici che si sono rese disponibili sono Jessica Pegula ed Elise Mertens, rispettivamente numero 14 e 15 della classifica.

a pagina 2: Le giocatrici del Gruppo Chichén Itzá

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