Ma quali nemici, Stan &Roger vedono la Davis (Martucci); Federer con Wawrinka, coppia da Davis (Clerici); Roger&Stan, l'amicizia paga (Valesio); La Svizzera vede la Coppa (Semeraro); Svizzera, è quasi fatta (Clemente); John McEnroe – Una vita a rovescio (Di Caro)

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Ma quali nemici, Stan &Roger vedono la Davis (Martucci); Federer con Wawrinka, coppia da Davis (Clerici); Roger&Stan, l’amicizia paga (Valesio); La Svizzera vede la Coppa (Semeraro); Svizzera, è quasi fatta (Clemente); John McEnroe – Una vita a rovescio (Di Caro)

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A cura di Davide Uccella

Ma quali nemici Stan & Roger vedono la Davis (Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport, 23-11-2014)

Chiamatelo «Stan the man», chiamatelo «Stani-mal», ma amatelo, Stanislas Wawrinka, con la sua storia di giocatore costruito pezzo a pezzo, il viso martoriato dall’acne e il cuore dall’anonimato nel paese di Roger Federer. Chiamatelo Mister volontà, Mister concretezza, ma applauditelo perché sta giocando un tennis portentoso, con il rovescio a una mano a fionda che fa sfracelli come il servizio-catapulta, come il dritto schiacciasassi. Non fidatevi delle apparenze, sfrondate la realtà dello sport dai fronzoli di polemiche più o meno gonfiate: sì, a Londra, Mirka Federer è stata troppo focosa, sì, Stan e Roger si sono chiariti, ma tutto è finito in tre minuti, tre, e la signora (slovacca) non è presente in Davis perché la diserta spesso e volentieri. Non ascoltate chi vi racconta che la chiave del doppio di ieri è stato David Macpherson, l’allenatore dei fratelli Bryan, chiamato al capezzale della Svizzera senza specialisti da Ellasek-Rosset: il super-tecnico c’è ma li ha visti in azione insieme appena un’ora prima del match, perché prima Roger non s’è allenato. Non fidatevi, qui non comanda la griffe RF Magnifico, ma Stan il brutto anatroccolo, il rude: «Dovevamo essere aggressivi, andare al comando e fargli capire che il doppio l’avremmo vinto noi». E questo schianta Benneteau-Gasquet in soli tre set e porta la Svizzera sul 2-1 alla vigilia degli ultimi due singolari della finale di coppa Davis sulla terra di Francia. Anche se, come da destino, l’eroe degli Australian Open di gennaio è carico di angosce da sabato, dopo che ha spezzato la schiena proprio a Fe-derer, ma ci ha perso, mancando 4 match point nelle semifinali del Masters di Londra, e poi è rimasto sotto pressione massima, a Lille, con le sorti della finale sulle spalle. Povero Stan, sempre dannato: se RogerExpress non vince oggi il derby dei numeri uno con Tsonga per lui diventa durissima, sul 2-2, contro quel capo-popolo di Gael Monfils (sabato in formissima) e contro i 27mila e più sciovinisti di qui.

 

PILASTRO Venerdì è stato Wawrinka a portare il primo punto, battendo Tsonga, eliminandolo dal doppio sabato e mettendolo sotto extra pressione oggi (se giocherà: ha un gomito dolente). Ed è ancora Wawrinka che tiene su Federer nel primo set del doppio. Perché Roger non risponde, non interviene, sbaglia solo, ma, finché non si riscalda, può concentrarsi sul servizio (concederà solo 9 punti), tanto al resto ci pensa lo scudiero Stan, che gli copre le spalle tirando sassate. Così, con tre spallate del numero 4 del mondo, la Maginot di Francia crolla una prima volta, sul servizio Benneteau, e il primo set ridà animo al numero 2 della classifica. Che si rilassa, sorride, parlotta fitto col compagno, lo tocca, gli dà anche una pacca sul fondoschiena. «Sono felice, è sempre un piacere giocare con Stan, e abbiamo giocato eccezionalmente bene. Non abbiamo ancora vinto, ma è evidente che può essere un gran punto e io ho superato un test. La mia schiena è a posto, sono al 100%».

ESPERIENZA Inutile l’incitamento della folla, inutili le chiamate per nome, «Julièn e Richàrd», inutili quei «Buuuh» agli svizzeri che sparano addosso ai Blues, giocatori buoni, numeri 26 e 27 del mondo, ma non di prima classe. La differenza in campo è netta. E ancor più netta la maggiore abitudine a giocare i punti importanti nei match importanti. Così, una volta salvate le 5 palle break concesse nel match, la partita finisce virtualmente col break del 6-5 su Gasquet. La storica Davis è lontana un solo punto. Anche se Roger se la ride, in campo, già al break del terzo set: «E’ solo perché siamo tranquilli e sereni. Amici». Che si abbracciano appassionatamente. E i gossip di Londra? Viva lo sport.

Federer con Wawrinka, coppia da Davis (Gianni Clerici, La Repubblica, 23-11-2014)

Questo gioco, tanto semplice da esser stato assunto da Freud quale paradigma degli sport individuali, si complica nei casi in cui diviene simile a un gioco di squadra. Simile fenomeno esige non solo complementarietà, ma il binomio viene spesso complicato quando si verifica la presenza di un terzo interessato, per solito definito Capitano, negli incontri a squadre quali la Coppa Davis. Prima di orientarmi in una personale previsione, ho quindi atteso, nella tarda mattinata, l’arrivo di un mio amico insubro, ammesso all’hotel e alle confidenze elvetiche, per sapere cosa il capitano Federer avesse deciso. Capisco che i documenti ufficiali svizzeri siano attribuiti all’amabile Severin Luhti, ma cosa fareste voi al suo posto, con una Divinità quale Roger in squadra? Se avete un minimo d’intelligenza cerchereste di assecondarlo. Infatti, dopo il palleggio mattutino, Roger ha comunicato di sentirsi la schiena felicemente elastica, tiepida, e pronta all’attività quotidiana. E anch’io, per quanto agnostico per professione, mi sono preparato alla vittoria svizzera.

Quanto ai francesi, privi di una personalità quale Federer (Cochet e Lacoste, i Moschettieri degli Anni Venti, sono sepolti ), hanno scelto per i due precedenti incontri di quest’anno, contro la povera Australia e l’ottima Boemia, una sorta di doppio misto, absit iniuria sexi, nel senso che Benneteau è un doppista, e Gasquet un singolarista avviato al completo fallimento, dopo che il mio allievo Piatti l’ha abbandonato in favore di Raonic. Se si ècapaci di battere Berdych e il vecchio Stepanek, ha pensato Arnaud Clement, ex bravo singolarista, perché non far lo stesso contro Federer e Wawrinka, che sono riusciti a perdere addirittura contro gli olandesi e i kazakistani, cose da incubo? Ed ecco allora due grandi singolaristi che stanno insieme come due attori specialisti di monologhi ma refrattari al dialogo, contro una doppio misto di due mediocri complementari. Moltissimo dipendeva dal restauro di un Federer che ieri pareva la controfigura di se stesso contro ad un esaltatissimo Monfils. Federer giocava a destra, lasciando a Wawrinka l’incarico di ribattere di rovescio, che Stan colpisce piatto, come in singolare, invece di affettarlo dall’alto. Ma il diritto di Roger era ritornato l’arma micidiale che passa ad un dito dal nastro, per poi lacerare le stringhe dell’avversario, e se Benneteau riusciva a difendersene, il povero Gasquet ne era spesso devastato. Anche lui schierato a sinistra, il povero Gasquet, certo capace di ottimi rimbalzi di rovescio, ma non meno a disagio a rete, soprattutto sul proprio lato destro.

Mi rendo conto, a questo punto, di non avere altre righe a disposizione, ma mi auguro che le televisioni, i blog, gli smartphone e tutti gli altri strumenti inventati dopo la mia penna già abbiano sommerso di notizie il lettore. Ricordo quindi che, mentre gli svizzeri non hanno mai smarrito un solo turno di battuta, uno ne ha perduto Gasquet, e due Benneteau, peraltro poco protetto dal suo partner. Con un Federer simile a quello d’oggi, gli svizzeri avrebbero già vinto. Non accadesse, potrebbe bastare il Wawrinka del Master, quello dei quattro match point mancati, per ragioni freudiane, proprio contro Federer.

Roger&Stan, l’amicizia paga (Piero Valesio, Tuttosport, 23-11-2014)

La ballerine di Degas sono eteree, avvolte nei loro tulle, pensierose, distanti Sono pura idealizzazione di un movimento. Meglio quando in coppia o in gruppo: loro, che sono immobili su tela, suggeriscono sempre il movimento perfetto. Va da sè che nè Roger Fe-derer nè Stan Wawinka hanno indossato un vestitino di tulle ieri pomeriggio mentre prendevano a paliate tutti i francesi. Non solo l’encomiabile Benneteau e il non pervenuto Gasquet: ma pure i 25.000 (gli altri duemila sono svizzeri) che affollavano il palazzo dello sport di Lille. E che oggi saranno costretti a depositare sulle spalle di Jo Wilifried Tsonga tutte le sperenze di conquista dell’Insalatiera.

Movimenti Ma il punto è che i movimenti in campo di Roger &Stan ispiravano ieri negli astanti la stessa idea di movimento cornune delle denseuses più celebri della storia dell’arte. La stessa sensazione di assoluta essenzialità del movimento stesso: pochi finnzoli inutili, passi studiali e soprattutto armonia Diciamolo subito così esauriamo il tema: due che vivono una fase di amicizia finita o, peggio, ancora di cordiale fastidio dell’alim, non giocano così. Non dialogano ad ogni colpo, non si caricano continuamente, non fanno l’uno in passo indietro quando l’altro si avventa sulla palla. Sottigliezze, direte: forse. Ma la coppia svizzera ha disputato un match perfetto anche perché, almeno a giudicare dai fatti, i due fuoriclasse che la compongono hanno completamente metabolizzato i fatti di Londra Molto probabilmente scaricandoli sulla testa di Mirica che, infatti, a Lille, non si è fatta vedere.

Metodo Giova a questo punto spendere una parola per Richard Gasquet, il vero perdente dell’incontro di ieri. Perché se ha ragione lo scrittore Santiago Gamboa e perdere è una questione di metodo, allora Gasquet ha scelto il peggiori dei metodi possibili. Quello che di rende estraneo all’incontro, che ti fa commettere errori non forzati e che non ti fa forzare praticamente nulla Quello cheti fa apparire completamente schiacciato dagli eventi: che ti rende talmente avulso da quanto ti succede intorno da far faticare il triplo il povero Benneteau, costringendolo a continue esplosioni di furia agonistica, da vero maschio Alfa, tese e risvegliare il compagno dal suo torpore. Ma tali sforzi hanno sortito ben poco risultato visto che Gasquet ha continuato a dormicchiare. In fondo la partita di ieri è stata il riflesso dell’intero stagione di talento Gasquet: il quale dopo l’anno in cui è stato fisicamente costretto da Riccardo Piatti a giocare con i piedi sulla riga di fondo, è tomato all’antico vizio, retrocedendo a dismura e quasi perdendo confidenza nel giocare colpi con i piedi in campo. Perché poi ieri non si sia vista in campo la coppia che ha fatto bella mostra di sè al Masters (Benneteau con Roger-Vasselin) è un mistero. Più o meno eguale a quello che riguarda Michael Llodra: il quale ieri di certo Roger Federer, 33 anni, e Stan Wawrinka (27); che abbraccio (AP) non sarebbe stato così avulso dalla partita come Gasquet. Ora tutti i giochi sono aperti. Ieri Roger ha servito forte, si mosso in elasticità senza mai dare la sensazione di temere la fitta di dolore, come invece era successo nel singolare contro Monfils. La sconfitta che Roger ha patito pochi mesi fa a Toronto contro Tsonga rivista oggi è parsa frutto più di circostanze particolari che di una effettiva capacità di Tsonga di mettere in crisi il Federer di quest’anno. Ma anche ponendo che in singolare il Re patisca ancora le conseguenze dell’infortunio toccherà al bellissimo Wawrinka di questo periodo giocarsi tutto contra Monfils, colui che «I’Equipe» ha salutato ieri a tutta prima pagina come il «salvatore della patria». E a quel punto ci saranno pochi motivi che impediranno a chiunque ami il tennis di restare inchiodato davanti al televisore.

Federer gioca e vince il doppio. La Svizzera vede la Coppa (Stefano Semeraro, La Stampa, 23-11-2014)

La Davis è una Coppa fatta di argento e di miracoli, così può anche succedere che il Federer catatonico e sciatalgico di venerdì, il sabato risorga in doppio, allungandosi eroicamente a rete a fianco di Stan Wawrinka. E ribalti la storia: quella di una finale che dopo la prima giornata sembrava per metà in tasca alla Francia e che invece domani la Svizzera, ora in vantaggio 2-1, avrà due matchpoint per chiudere. Sarebbe la prima della sua storia e anche la prima personale di Federer che infatti non vede l’ora di colmare il buco sullo scaffale e ieri ha (mito la giornata guidando la ola dei tifosi in rosso. E’ stato un doppio senza storia. Roger e Stan, riuniti dopo i bisticci del Masters (Mirka, la moglie-ultrà di Fe-derer, è rimasta a casa con i gemellini) hanno disposto in tre set di Richard Gasquet e Julien Benneteau dimostrando che l’oro olimpico di Pechino non è stato un caso. In Davis i due svizzeri avevano toppato più di una volta, sul rosso insieme non avevano mai vinto, ma contro il volenteroso Benneteau e l’amico fragile Gasquet (peggiore in campo) hanno faticato giusto un po’ all’inizio del secondo set. Così, anche se il vero eroe elvetico fino ad ora è stato Wawrinka, Federer si è guadagnato la chance di completare la sua faronica bacheca da salvatore della Patria rossocrociata, visto che oggi scenderà in campo per primo contro Tsonga. «Vincere il doppio è stato un sollievo – ha ammesso Rog – grazie allo staff medico che ha fatto un gran lavoro con la mia schiena. Siamo dove volevamo essere». Cioè a un passo dalla Coppa. D secondo matchpoint se lo giocherà eventualmente Wawrinka contro l’amico Monfils: «Io e Roger ci conosciamo a memoria, è stato facile capirci in campo. Sapevamo che sarebbe stato un weekend lungo, ma sono prontissimo a scendere in campo sul 2-2». Brividi in corso, dentro il gelido stadio del Lille.

Federer più Wawrinka. Svizzera, è quasi fatta (Valentina Clemente, Il Corriere dello Sport, 23-11-2014)

La Svizzera ha messo il piede sull’acceleratore e ha siglato il sorpasso nella seconda giornata della finale di Coppa Davis contro la Francia Sono stati due i nodi cruciali dell’incontro terminato con il punteggio di 6-3 7-5 6-4: da una parte l’ottima prova della coppia formata da Roger Federer e Stanislas Wawrinka, mentre dall’altra il punto debole è stato Richard Gasquet, rimasto mentalmente in panchina e poco utile alla causa condivisa con Julien Benneteau. Eppure sembrava che i francesi avessero studiato a tavolino l’incontro, ma il capitano dei transalpini Arnaud Clement ha forse sottovalutato l’impatto che il duo svizzero avrebbe potuto avere su un’onda di ritorno. A freddo infatti appare ancora più chiara la necessità di Federer di prendere le misure sia per se stesso sia per la squadra nella prima giornata e ieri in campo si è avvertita una sinergia particolare tra Wawrinka che conduceva e lui che rifiniva il gioco. Nei momenti forti è stato infatti il numero 2 svizzero a tenere la presa e a non mollare, soprattutto quando Roger ha vissuto un calo nel secondo parziale, nell’insieme il più duro dei tre. Benneteau e Gasquet da parte loro non hanno saputo approfittare dei ben cinque break-point che si sono trovati a portata di mano e alla fine hanno lasciato scivolare via U set all’undicesimo gioco. Nella terza partita poi gli svizzeri sono tornati in cattedra e I francesi, nonostante l’apporto caloroso del pubblico, hanno dovuto alzare bandiera bianca.

«Sapevamo che il doppio sarebbe stato importante – ha affermato Benneteau – ma questo 2-1 non chiude i giochi dobbiamo fare mente locale e concentrarci sugli ultimi match, perché questa domenica potrebbe essere una delle più _belle per il tennis francese». Ad aggiungere suspense ai match di chiusura, lato francese, c’è la situazione di Jo-Wilfried Tsonga che, previsto inizialmente come probabile doppista a lato di Gasquet è misteriosamente scomparso dalla lista ufficiale a un’ora dal via Clement in conferenza stampa ha affermato che il suo numero 1 è stato lasciato a riposo solamente in via precauzionale, ma il presidente della federazione francese si è lasciato scappare una notizia che potrebbe mettere i padroni di casa in ulteriore difficoltà. Pare infatti che Tsonga abbia un problema al gomito ed è stata questa la motivazione per cui non è sceso in campo: ai microfoni di ITele, Jean Gachassin ha affermato però di sperare in un recupero dei giocatore per l’incontro che oggi dovrebbe vederlo opposto a Federer. Dal lato svizzero invece la situazione sembra migliorare con il passare dei giorni e, se confermate le buone sensazioni di ieri, Roger potrebbe regalarsi subito la Coppa. «Mi sento bene e darò il 100%, è tutto quello che posso fare ora. Lo staff medico, la mia squadra e Stan sono stati incredibili in questi giorni e il loro sostegno è stato fondamentale. il doppio ci ha dato fiducia, soprattutto a me. e questo mi aiuterà ovviamente anche nel prossimo singolare». Tuttavia in caso di nuova sconfitta in singolare, gli svizzeri avrebbero sempre l’arma di riserva nel rovescio letale di Wawrinka, capace più di una volta di far male: «Sono giunto qui fiducioso, credendo pienamente nelle mie possibilità. Ho avuto pochi giorni per abituarmi al cambio di superficie, ma per fortuna mi adatto facilmente alla terra e questo mi ha sicuramente avvantaggiato. Penso che le cose stiano avanzando nel modo migliore per noi e nonostante un ambiente caldo sugli spalti abbiamo dimostrato di saper combattere».

Di certo l’entusiasmo e il buon feeling hanno avuto un peso specifico nella vittoria del duo svizzero, ma di sicuro al successo ha contribuito anche la presenza di David MacPherson, allenatore del gemelli Bryan (numeri 1 del doppio), che ha saputo dare maggiore geometria e ritmo al gioco dei due rossocrociati.

John McEnroe – Una vita a rovescio (Eliana Di Caro, Il Sole 24 Ore, 23-11-2014)

A 18 anni è in semifinale a Wimbledon, a 22 è numero i del mondo. Gli insulti agli arbitri, le racchette in aria, l’ossessione per la vittoria. Ma anche le notti brave con Gerulaitis e Borg… La rivalità di sempre con il connazionale Jimmy Connors, la venerazione per lo svedese a cui aveva fatto da raccattapalle quando era ragazzino (II Eliana Di Caro Quando aveva 15 anni la mamma gli disse « John, perché non pensi a diventare un dentista? Sei così bravo a usare le mani» (ve lo immaginate McEnroe che traffica nella bocca dei pazienti?). Un padre, un avvocato che aveva cominciato dal basso e si era conquistato una posizione di tutto rispetto a Manhattan, lo spingeva invece con forza al tennis, tanto che a un certo punto il ragazzino sbottò: «Papà, non parlarmi di classifiche, non voglio essere il numero uno prima dei 18 anni».

Leggendo Sul serio, la biografia appena ripubblicata da Piemme del più talentuoso (forse) e più estroso (certamente) tennista di tutti i tempi, d si spiega molte cose del suo modo di essere, si sorride a più riprese e si ripassa un pezzo di storia, a tratti memorabile, del tennis. Un’infanzia passata nella corsa a emanciparsi e a salire i gradini della scala sociale da parte dei suoi genitori che, dal Queens, sognavano un futuro in grande per i loro tre maschietti. Questo significava anche cambiare quattro case in poco tempo, «una volta – lo giuro – traslocammo in quella accanto. “È più bella”, dichiarò mia madre» con semplicità.

Parallelamente John, dopo essersi fatto le ossa alla Port Washington Academy, dove il suo idolo era un sedicenne biondo che si chiamava Vitas Gerulaitis, scala la vetta dei campionati juniores per arrivare a primeggiare non solo negli Stati Uniti. E quando a soli i8 anni gioca a Wimbledon nel tabellone principale e approda in semifinale partendo dalle qualificazioni, ormai è nella storia e ha già rivelato se stesso: nei quarti contro Phil Dent, una partita tesissima, spacca la sua prima racchetta, sommerso dai fischi del pubblico. Ma poco importa, la vittoria in cinque set gli vale la sfida con Jimmy Connors, il rivale di sempre, con il quale il rapporto sarà conflittuale e l’atteggiamento – reciprocamente – strafottente. In quel 1977, appena affacciatosi nel tennis che conta, un suo successo contro Jimbo era quotato 250 a 1 (perderà, con onore, in quattro set)!

II libro, scritto in modo agile e senza pretese di alta letteratura, funziona ovviamente per chi ama McEnroe, perché è una miniera di aneddoti, di piccole scoperte, di episodi divertenti. Ma anche per chi lo detesta trovandolo nient’altro che un arrogante sbruffone: emerge l’origine dei suoi comportamenti, lo strano miscuglio di fragilità e ostinazione che, unito all’ossessione di vincere instillata sin da bambino, ne hanno fatto il McEnroe che tutti conosciamo. Quello che insulta l’arbitro e i cameramen, urla, lancia racchette e palline, prende multe e viene squalificato. Salvo ricominciare con il solito diluvio di imprecazioni perché non può fare diversamente.

In varie pagine John, autore della biografia con James Kaplan, si sofferma sulla necessità di vincere, sull’ansia di essere all’altezza delle aspettative perché «quasi tutti divennero avversari contro cui non potevo assolutamente perdere, la prospettiva di essere fermato era impensabile». In altre ci sono i momenti di spensieratezza, le serate a New York con Gerulaitis, il più godereccio tra i goderecci, o in giro nel circuito dell’Atp con lo stesso Vitas e Bjorn Borg. Ni manca la sfera privata, con le due donne della sua vita, Tatum O’Neal e Patty Smith, la tribù dei loro sei figli, le battaglie feroci con i paparazzi.

Ma la parte migliore del libro riguarda il tennis e il suo mondo. A cominciare dal modo di vestire di quegli anni, niente a che vedere con «le magliette larghe e le scarpe da ginnastica che sembrano astronavi »di oggi. Quasi intenerisce la venerazione per Borg, uno che «per me era un poster appeso nella mia camera da letto accanto a Farrah Fawcett», racconta all’inizio. «Era magico, una specie di divinità vichinga atterrata su un campo da tennis. Non aveva molto da dire, né in campo, né fuori: ma non ce n’era alcun bisogno. Bastavano il suo aspetto – le lunghe gambe abbronzate, le spalle larghe – il suo mododi giocare e le emozioni che regalava». Quando lo svedese si ritira, a 25 anni, nello stupore generale, McEnroe subisce una specie di shock e faticherà a riprendersi perché Borg – cui aveva fatto da raccattapalle all’età di u anni – è per lui un punto di riferimento. Oltre che l’avversario di match spettacolari, come la finale di Wimbledon del 198o, rimasta negli annali per il tie-breakvintodall’americanoi8 a 16 nel quarto set, che tuttavia non bastò ad assicurargli il successo finale. Appassionanti anche le descrizioni di scontri indimenticabili di Coppa Davis, di personaggi d’altri tempi come Ilie Nastase(il buon vecchio “Nasty”),capacedi fermarsi in mezzo al campo a discutere una chiamata, agli Us Open, portando il pubblico dallasua parte, infiammando la situazione a un punto tale – dopo un penalty game! – da costringere il direttore del torneo a cambiare arbitro. O come Ivan Lendl, un campione esattamente all’opposto di John per temperamento tipo di gioco: è lui a negargli la gioia del Roland Garros nel 1984, quando, in vantaggio due set a zero, l’americano credeva di avere in tasca l’unico trofeo del Grande Slam che gli mancava. Il libro prende il nome dalla più famosa, irosa espressione pronunciata da McEnroe a un giudice di linea a Wimbledon nel 1981, reo di aver chiamato fuori un servizio profondo: «Man, you cannot be sen ous!». Ammettiamolo: uno come Mac, oggi, ci manca tanto. Sul serio.

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Jasmine cresce ancora (Bertellino). Paolini super. A Portorose il primo titolo della carriera (Gazzetta dello Sport). La prima volta di Jasmine è il trionfo della pazienza (Damato)

La rassegna stampa di lunedì 20 settembre 2021

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Jasmine cresce ancora (Roberto Bertellino, Tuttosport)

La prima volta di Jasmine Paolini è a Portorose. Il trofeo nel WTA 250 sloveno conferma la crescita dell’azzurra ma anche la tenuta mentale visto il ritardo di 3 ore nell’inizio, causa maltempo. Colpi e determinazione per battere la n. 38 del mondo, l’americana Alison Riske, 31enne di Pittsburgh che era alla 10a finale. La fotografia della nuova dimensione della 25enne toscana è nel primo set. Dopo break e contro-break iniziali Jasmine si è trovata a rincorrere la più esperta rivale dal 2-5. I’ha fatto cambiando marcia e chiudendo 7-4 al tie-break. Prima dell’inizio del 2° set Jasmine ha chiesto un medical time-out per un problema alla coscia sinistra. E’ ripartita di slancio, strappando subito il servizio alla statunitense e tenendo proprio dopo aver salvato più palle dell’ 1-1. Sul 2-0 ha rifiatato un attimo el’americana ha incamerato il primo game del set (2-1). Ripresa sul 2-2, Jasmine ha reagito chiudendo il gioco con un gran diritto per il 3-2 cogliendo poi altri 2 break per il sigillo all’8°gioca

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Nell’ITF 80 di Valencia ha vinto Martina Trevisan, in rimonta (4-6 6-4 6-0) contro l’ungherese Delma Galfi, n. 138 WTA.

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Paolini super. A Portorose il primo titolo della carriera (Gazzetta dello Sport)

Era alla prima finale Wta della carriera e l’ha vinta, domando l’americana (n. 38) Alison Riske in due set 7-6 (4) 6-2, dopo un’ora e 46 minuti di gioco. Per Jasmine Paolini il titolo nel 250 di Portorose può essere l’alba di una nuova carriera, ora che ha dimostrato una solidità mentale invidiabile. La 25enne toscana, che oggi raggiungerà il numero 64 della classifica (best ranking), è stata brava a non farsi influenzare dalla lunga attesa (si è cominciato due ore e mezza dopo il previsto per la pioggia) e poi fantastica nel primo set, quando ha recuperato da 5-2 sotto con due break di svantaggio. Nel secondo parziale, la Paolini ha non ha avuto problemi

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Questa settimana si gioca a Metz (cemento indoor): oggi in campo Lorenzo Sonego contro l’ungherese Fucsovics e Gianluca Mager contro il georgiano Basilashvili. A Nur-Saltan (cemento indoor), in Kazakistan, in campo Andreas Seppi contro il kazako Skatov. In tabellone pure Lorenzo Musetti: aspetta un qualificato.

La prima volta di Jasmine è il trionfo della pazienza (Corrado Damato, Il Messaggero Sport)

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l’Italtennis si gode un movimento che tra uomini e donne sembra veramente aver trovato la ricetta universale che porta al successo.

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a Portorose, in Slovenia, è “incappata” in quelle settimane perfette che talvolta capitano nella vita di un tennista e, giocando alla perfezione dall’inizio alla fine, ha scoperto la gioia del trionfo. Che apre nuovi scenari anche per i tornei più importanti visto che produce un balzo in classifica dal suo attuale 87′ posto a quello numero 64 che occuperà da oggi. Ovviamente, il suo nuovo best ranking. VITTIME DOC L’ultima ad arrendersi all’azzurra è stata l’americana Alison Riske, numero 38 della Wta e terza testa di serie del torneo. Le ha strappato il servizio per tre volte nel primo set e quando è andata a servire sul 5-2 (Jasmine aveva recuperato uno dei break) sembrava poter incanalare il match dalla sua parte. Ma l’azzurra ha dato prova di grande pazienza e ha ricucito, punto dopo punto, senza fretta, portando l’avversaria al tie break, poi vinto per 7 punti a 4. II secondo set è stato la copia a specchio del primo con la Paolini volata sul 5-2 e poi più cinica della Riske: 6-2 e tutti a casa. Brava Jasmine a non perdere la concentrazione anche per lo slittamento del match, iniziato con quasi tre ore di ritardo per colpa della pioggia.

[…]

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Pietrangeli: «Una notte ho portato a letto anche la Davis» (Iannacci)

La rassegna stampa di domenica 19 settembre 2021

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Pietrangeli: «Una notte ho portato a letto anche la Davis» (Leonardo Iannacci, LIbero)

In via Veneto giocava a carte con Mastroianni, a Gstaad prendeva l’aperitivo con Richard Burton e Liz Taylor, a Los Angeles cenava una sera con Charlton Heston e quella dopo con Frank Sinatra, a Parigi amoreggiava con una stripteaseuse del Crazy Horse e a Montecarlo insegnava il rovescio al principe Ranieri, suo amico. Schegge di memoria che riguardano il signor Chirinsky, protagonista di pezzi di vita che sembrano capitoli di un romanzo. «Quando mi dicevano: allenandoti meglio avresti potuto vincere di più, io rispondevo: forse, ma nella mia vita mi sarei divertito meno!», ripete sempre. Il signor Chirinsky è uno splendido 88enne, ancora pieno di vita che si diverte a portare in giro il suo mito. Chirinsky, e qui lo sveliamo, è il secondo nome di Nicola Pietrangeli, il tennista italiano più vincente della storia. Prima questione da chiarire: perché Nicola Chirinsky Pietrangeli? «Sono nato a Tunisi, all’epoca un protettorato francese, da papà Giulio e da mamma Anna, russa. Da qui il secondo nome Chirinsky, che non mi dispiace affatto. Ho iniziato a giocare a tennis in un campo di prigionia proprio in Tunisia, durante la seconda guerra mondiale, vincendo con papà il mio primo torneo di doppio. Avevo 13 anni. Ma il mio destino era l’Italia, venimmo espulsi e con la famiglia riparammo a Roma».

Dove si dedicò a tempo pieno al tennis…

 

Affatto. Preferivo il calcio, ero bravino e venni convocato nelle giovanili della Lazio. Dopo qualche tempo mi proposero il trasferimento alla Viterbese, capii subito che con il calcio non mi sarei divertito né avrei viaggiato, così passai al tennis. Al Circolo Parioli, dove il custode era un certo Ascenzio Panatta, che aveva un figlioletto di nome Adriano.

Un tipo che avrebbe incontrato anni dopo.

Sì, ma questa è un’altra storia. Giocare a tennis mi piaceva. Diventai bravo. Tra la fine degli anni ’50 e gli inizi dei ’60 vinsi 44 tornei, quattro volte il Roland Garros, due nel singolare e due nel doppio. Mi rispettavano tutti gli altri grandi giocatori dell’epoca, eravamo amici. Giocavamo ma ci divertivamo un mondo. Era un tennis educato, quello. E vivo.

La differenza tra un campione della sua epoca e uno odierno?

Noi entravamo in campo per divertire il pubblico. Oggi ogni pallina vale decine di migliaia di euro e ai giocatori non importa nulla del pubblico. Pensano solo ai soldi. Quando ho vinto il Roland Garros mi hanno dato un premio in denaro con il quale non mi sono potuto comprare neppure un appartamentino. Oggi chi vince uno Slam si porta a casa due milioni e mezzo di dollari.

Ma, allora, la Osaka che lascia il tennis, Djokovic paralizzato durante la finale degli Us Open, terrorizzato dalla mancata conquista del Grande Slam. Perché?

E qui mi arrabbio. Djokovic avrà, che so, 500 milioni di dollari in banca e gioca una finale stressato? Ma scherziamo? E la realtà attuale del tennis che strofina i nervi a questi plurimiliardari. Sono macchine da guerra, istituti di credito. Forse si stressano a contare i soldi. Quando leggo che sono depressi mi saltano i nervi.

Djokovic, Nadal, Federer: chi al primo posto?

Federer, di un altro pianeta. E ve lo dice uno che ha battuto un certo Rod Laver che di Grande Slam se ne è pappati due.

II tennis italiano sembra rinato: prima Fognini, ora Sinner, Berretti, Musetti, Sonego. Siamo tornati ai tempi di Panatta-Barazzutli-Bertolucci-Zugarelli?

Penso di sì. Sinner ha solo 20 anni. Ha il mondo davanti e arriverà entro l’anno nei primi 10. Berrettini con quel servizio può vincere uno Slam. Non sulla terra battuta, però.

La sua più bella vittoria?

Nel 1976 ero il capitano non giocatore della squadra di Davis e arrivammo alla finale con il Cile. Mezza Italia non voleva che andassimo a giocarla perché a Santiago c’era il regime di Pinochet. Era tutto politicizzato, la sinistra vedeva la finale dal punto di vista ideologico e voleva boicottarla. Pensai: siamo pazzi? Rinunciamo a vincerla? Mi sono battuto come un leone contro tutti i politici ipocriti, di sinistra e non solo. Alla fine mi diedero retta e andammo. Vincemmo la nostra prima e ultima Davis, i giocatori in campo, io fuori. Ma fummo costretti a tornare in Italia quasi di nascosto, protetti dai carabinieri. Ricevetti anche due minacce di morte, avevo la polizia sotto casa.

E una sera si portò a letto la Coppa Davis…

Accadde dopo una festa a Roma, con Giulio Andreotti presente, salito frettolosamente sul carro dei vincitori: tutti se ne andarono a dormire e il servizio d’ordine lasciò lì la coppa. Nessuno se la filava. Così, per paura che la rubassero, la portai a casa, la misi sul letto. C’è una foto con il sottoscritto, la coppa e il mio gatto che ci dorme dentro.

Ed ecco la domanda delle cento pistole: chi è stato più forte, lei o Panatta?

Adriano è nato per giocare a tennis. Un talento puro. Mi ha battuto anche nella finale dei campionati italiani del 1970. Ma lui aveva 20 anni, io già 37… Però è durato troppo poco ai vertici, 3-4 anni. Meglio Nicola Chirinsky Pietrangeli, dai.

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Rassegna stampa

Camila: l’amore per Firenze, il gioco, la moda (Querusti)

La rassegna stampa di venerdì 17 settembre 2021

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Camila: l’amore per Firenze, il gioco, la moda (Francesco Querusti, La Nazione)

Circolo Tennis Firenze in festa per la presenza di Camila Giorgi, numero 1 in Italia e al 36° posto nel ranking mondiale. Camila, nata a Macerata ma fiorentina d’adozione, ha portato freschezza, classe, simpatia, femminilità e moda nel tennis. Tra i suoi sogni quello di scalare posizioni nella classifica delle big, di insegnare ai giovani per trasmettere i suoi segreti e di non lasciare mai Firenze città che le ha preso il cuore. Camila, sui campi del Ct Firenze, è scesa in campo con gli allievi della scuola agonistica del circolo delle Cascine, in due ore divertenti, di grande fascino e colpi spettacolari. Oltre al tennis è stata protagonista la moda con sfilata sul bordo piscina con i capi dell’azienda Giomila disegnati dalla mamma di Camila. Poi si è raccontata, con accanto tutta la sua famiglia. «Sono più che soddisfatta – afferma Camila – ma non mi accontento mai. Adoro il tennis: ho detto che è il mio lavoro, ma lo amo. Una volta finito però ho altre cose a cui pensare, come la mia famiglia, e non ho rimpianti. Fra due settimane partirò per Chicago e poi parteciperò al torneo di Indian Wells. Mancano quattro tornei e poi è finita la stagione. Arrivare fra le prime 32 del ranking, per poter essere testa di serie negli Slam, è il mio obiettivo ma spero di fare ancora meglio». E in futuro quali obiettivi? «Mi piacerebbe insegnare alle bambine e ai bambini questo sport, che è incredibile, perché’ in parte è anche stile di vita. La scelta di seguire la passione di mia madre e di non scegliere altri brand è dettata dal fatto che mi ha insegnato tutto ed è una vera artista. Giomila è un progetto di moda che è diventato realtà e che seguirò con impegno». E il suo amore per Firenze e la Toscana. «Viviamo a Calenzano e quando sono a casa, insieme a mia madre e alla mia famiglia, andiamo in giro per la Toscana che è bellissima».

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