TENNISPOTTING marzo: il gioco si fa duro? Allora vince Djokovic

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TENNISPOTTING marzo: il gioco si fa duro? Allora vince Djokovic

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La famiglia Djokovic a marzo (si allargherà nei mesi seguenti)

TENNIS TENNISPOTTING – Nel terzo mese dell’anno si giocano due tornei: Indian Wells e Key Biscaine. Il primo è noto anche come “quinto Slam”, e si gioca nel deserto americano grazie ai soldi di Mr. Oracle, alias Larry Ellison, il quale non si perde un punto del torneo e costringe la bionda di turno ad annoiarsi e pensare alle tante buone ragioni per sorbirsi quello strazio annuale. Poi c’è il torneo di Miami, dove spesso qualche giocatore dà forfait per via dei dieci giorni sul cemento precedenti

A cura di Claudio Giuliani e Daniele Vallotto

Marzo consta di quattro settimane che sembrano quasi un lunghissimo Slam anche se Indian Wells e Miami sono due tornei parecchio diversi: situato nell’arido deserto californiano il primo, all’interno di un florido e umido parco naturale il secondo. Anche le condizioni di gioco sono piuttosto diverse: a Indian Wells è caldo di giorno ma alla sera tende a rinfrescare, a Miami il caldo umido è una costante. Il pubblico è prevalentemente “W.A.S.P.” a Indian Wells mentre a Miami è più eterogeneo e tanti latinoamericani accorrono a tifare per i propri beniamini. Rafa Nadal, che non è sudamericano, è certamente più amato e tifato a Miami (anche se non ci ha mai vinto). Indian Wells è anche un torneo dove l’80% del pubblico proviene da più di 100 miglia dall’impianto (Los Angeles è appunto a più di 100 miglia dall’impianto), mentre a Miami c’è una fortissima presenza locale che include appunto gli spettatori di origine latina. Indian Wells poi ha il vantaggio di avere bellissimi alberghi a due passi dai campi (e diversi affittano anche una casa come a Wimbledon), mentre a Miami, a parte quelli che possono permettersi i 600-700 dollari a notte (come minimo) del Ritz Carlton a Key Biscayne, bisogna sciropparsi il traffico della Rickenbacker Causeway che può essere davvero una pena. (Anche se dal prossimo torneo il traffico dovrebbe essere alleggerito dal fatto che hanno tolto la barriera pedaggio del costo di $1.75 per ogni volta che si entra, passando ad un sistema completamente digitale tipo Telepass). Insomma, sono le ultime quattro settimane (scarse) di cemento prima che il circuito si trasferisca in Europa per giocare a orari più consoni. Raramente questi due tornei tradiscono le attese e così è stato anche quest’anno – più o meno.

 

TENNISTA DEL MESE
Claudio Giuliani: Vabbè: come non dire Novak Djokovic? Con soli due tornei a disposizione, per scegliere uno dei migliori non si può che puntare verso i vincitori. Se poi c’è uno che li vince tutti e due, allora la scelta è obbligata. Djokovic ha conquistato la doppietta Indian Wells-Miami per la seconda volta in carriera, battendo Federer prima e Nadal poi. Se ancora il Federer di marzo non era temuto come quello ammirato poi nella seconda parte della stagione (mancava solo la consapevolezza degli altri, lo svizzero sapeva di essere tornato a giocare bene), la vittoria su Nadal conferma la mia tesi: se i migliori tennisti sono tutti almeno all’80% della forma sotto tutti gli aspetti, Nadal perde solo da Djokovic. E poi il Nadal versione 2014 è tutt’altro che un buon Nadal.  E sul cemento Nole si avvantaggia di essere più fluido dello spagnolo nei rapidi scambi da fondo campo rispetto alla terra battuta. A marzo cominciano a pervenire segnali importanti da Kei Nishikori, che a Indian Wells perde contro Tommy Haas (e ci può stare perché Haas è un signor giocatore) salvo poi rifarsi con gli interessi a Miami dove vince una estenuante battaglia con Ferrer, addirittura battendo Roger Federer il giorno dopo, sempre in tre set. Peccato poi che il fisico fragile lo costringa al forfait in semifinale contro Djokovic (con Berdych che rinuncia anche lui a giocare contro Nadal).

Daniele Vallotto: Seconda doppietta americana per Mister 2014 e trofeo più che meritato, le chiacchiere stanno a zero. Incensare ulteriormente Novak Djokovic non avrebbe senso: basta vederlo giocare sul cemento statunitense e si capisce che le gerarchie stanno per cambiare di nuovo. E spesso viene da domandarsi come ci abbia messo così tanto tra il primo Slam e il secondo. Visto che Novak è stato ultrapremiato, mi permetto di sottolinare il grande marzo di Alexandr Dolgopolov. A Indian Wells batte Nadal al tie-break del terzo (le adorabili contraddizioni di questo tennista darebbero materia a decine di biografi), poi schiaccia Fognini e Raonic ma quando affronta Federer capisce che è davvero arrivato troppo avanti e si accontenta di quattro game perché anche le follie hanno una data di scadenza. A Miami batte un altro top 10 – Wawrinka, che una vittoria non la risparmia a nessuno in questo periodo – e perde, quasi da favorito, contro Berdych che contro Nadal dà poi forfait. Chissà cosa sarebbe successo se il maiorchino avesse potuto giocarsi la rivincita… Siccome lo vedremo ben poco per il resto dell’anno, è meglio parlarne qui del sobrio ucraino, altrimenti si rischia di dimenticarsene. Occhio anche a Bautista-Agut: a gennaio non ne abbiamo parlato ma lo spagnolo inizia a farsi largo tra i grandi. A Melbourne batte del Potro e arriva fino agli ottavi, a Indian Wells batte Berdych e conquista un altro ottavo. Inizia l’anno da numero 73 del mondo e a fine anno lo troveremo molto, ma molto più in alto.

Claudio Giuliani: onore a Daniele Vallotto per tre cose rispetto a questo pezzo. Anzitutto la delicatezza nell’usare l’aggettivo sobrio per il più grande coatto della storia del tennis, alias “The Dog” (che bello farsi chiamare “il cane”). Poi per la nomina di Bautista-Agut, l’unico spagnolo a giocare di piatto, roba da venderlo al Portogallo. E poi per aver chiamato Juan Martín con il cognome scritto nella maniera giusta: del Potro. Bravo, hai fatto i compiti a casa e si vede.

DELUSIONE DEL MESE
Claudio Giuliani: Sarebbe troppo facile attribuire la delusione del mese al signor Walk Over, il protagonista delle due semifinali del torneo di Miami, partite mai giocate. Vediamo di ricordare cosa mi ha deluso in questi due tornei Master 1000. A rivedere i tabelloni, cercando di ricordare alcuni incontri, qualcosa di veramente deludente non c’è stato. Alcuni giocatori hanno trovato una striscia di continuità mettendo in mostra il proprio talento (Haas, Dolgopolov) e poi perdendo da giocatori più forti; sconfitte clamorose non ce ne sono state. E insomma: diciamo che forse i risultati di marzo hanno accontentato un po’ tutti. Nei piani alti Nadal non era il miglior Nadal a Indian Wells e ha poi perso da Djokovic a Miami; Federer ha perso da Nishikori e poi ha perso la finale contro Djokovic per pochi punti. Lui sicuro è il deluso del mese, ma rimproverargli qualcosa non esiste.

Daniele Vallotto: Io direi che è Nadal la delusione del mese. Non che il cemento sia la superficie su cui gli si possa domandare di dominare, eh, ma perdere contro Dolgopolov al tie-break decisivo è un brutto segno dell’anno che verrà. E non che il 2014 di Nadal si possa definire deludente, ma dolceamaro, come ha detto lo zio Toni, sì. Marzo è una tappa amara perché allo scivolone di Indian Wells segue la severa lezione di Miami. Tre anni fa Nadal e Djokovic giocarono una finale palpitante, piena di emozioni e colpi spettacolari. Quella del 2014 è una partita scialba e brevissima, decisa fin troppo presto dall’impressionante superiorità di Nole sul cemento. E dire che ci ha perso due finali di US Open, contro Nadal.

Claudio Giuliani
Sai che hai ragione? Il Nadal ammirato in questi due tornei, quello che perde seppur lottando con Dolgopolov e quello che perde velocemente contro Djokovic, è il Nadal 2014, quello che splenderà e dominerà solo sul rosso (e neanche tanto, a differenza degli anni passati). Quindi sì, hai ragione: Nadal è la delusione del mese di marzo.

PARTITA DEL MESE
Claudio Giuliani
Federer Djokovic a Indian Wells? (Tra l’altro quella finale mi ha fatto tornare in mente uno dei loro precedenti match, giocato a Miami, famoso per la rarità di vedere Roger Federer furioso mentre sfascia la sua Wilson, per poi gettarla con stizza verso il suo angolo. Anche i Re/Dio/Goat hanno dei momenti di umanità come gli altri, no?). Ad ogni modo in quella partita ho avuto la percezione che Roger Federer avesse passato del tempo nel Coocon, rigenerando il suo fisico; è grazie alla sua leggerezza in campo che lui riesce a fare quelle cose straordinarie con la racchetta. Giocava di controbalzo, con il diritto killer e Djokovic non poteva che arretrare. Ma non si è il migliore dell’anno per caso, e quindi Novak, di mestiere, ma anche con sprazzi di classe, ha fatto suo il match al tiebreak del terzo. Non lo sapevamo, ma stavamo vedendo in campo il numero 1 e il numero 2 della classifica ATP di fine novembre.

Daniele Vallotto: Federer che spacca la racchetta me lo riguardo di tanto in tanto per farmi due risate. La signorilità con cui si aggiusta il ciuffo dopo aver disintegrato la racchetta è una delle immagini più divertenti di quell’anno (e quella rabbia finirà per fargli vincere un Roland Garros, mica male no?). Come per febbraio, evito di giocarmi il bonus Federer-Djokovic perché secondo me a Indian Wells i due non danno ancora il meglio di quanto possono dare. Colpa soprattutto di Federer, che si spegne un po’ troppo in fretta e quando si riaccende è troppo tardi. La partita più bella, per quel poco che ricordo dato che YouTube non è d’aiuto, è stata Gulbis-Dimitrov a Indian Wells, un 7-5 al terzo molto combattuto e che ha visto prevalere il lettone. Dimitrov non pare fatto per vincere trofei importanti, ma per regalarci belle partite sì. Gioca più o meno bene con tutti: delle volte vince, delle volte perde. A volte si ha l’impressione che gli basti giocarsela o dimostrare di poter fare quel colpo o quello. Sperando che mi smentisca, la sua carriera sembra un enorme manifesto dell’esatto opposto del mantra gilbertiano: non Winning Ugly, bensì Losing Pretty.

COLPO DEL MESE
Claudio Giuliani: C’è Rafael Nadal che fa cadere le braccia di Stepanek nello scambio più lungo della vita giocato dal ceco con un passante formidabile, c’è Dimitrov che dimostra una manualità della racchetta fuori dal comune ma io dico Tommy Haas. Il tedesco gioca contro Federer, in una sfida over 30 (32 Roger che diventerano 33 nel corso dell’anno e 35 Haas che di lì a poco ne compirà 36). Federer fa fare il tergicristallo ad Haas che dà prova del suo grandissimo atleticismo passando un Federer giunto a rete dopo una serie di incrociati alternati sui quali pensava: “Ma davvero ti va di correre fin lì e tirarla di qua?”.  Alla fine dello scambio Federer ha corso 31,8 metri rimanendo però in dieci metri di campo. Haas ne ha corsi 58,8 di metri, facendoselo tutto il campo però: fenomenale.

Daniele Vallotto
Il passante di Nadal è notevole perché Rafa rispolvera uno dei suoi marchi di fabbrica: la ginocchiata per festeggiare il punto. Del punto di Haas mi piace la faccia lievemente scocciata di Federer: sicuro che lo voleva fare lui un punto così bello. Ci sarebbe pure questo punto che riesce a vincere Nadal, un aggancio disperato allo smash (sempre quello) di Djokovic che finisce sulla riga. Ma io (ri)prendo un tennista della tua scuderia, Claudio, se me lo concedi. Parlo dell’incredibile colpo che gioca Bautista-Agut contro Johnson a Indian Wells. Come spesso accade descriverlo non rende giustizia alla bellezza del gesto (anzi, dei gesti) ma ci sono talmente tante belle cose in questo punto che vale la pena elencarle. Il dritto incrociato per aprirsi il campo, innanzitutto, poi il delicato drop shot seguito da un rovescio in controbalzo col corpo che arretra, un’altra carezza a rete sulla volée di Johnson e poi la disperata rincorsa che termina con un allucinante colpo di polso. Coefficienti di difficoltà che si moltiplicano con altri coefficienti di difficoltà producendo un punto di rara ed imprevedibile bellezza. Una menzione speciale la concediamo a Federer che a Miami lascia impietrito De Bakker. Non siamo ai livelli di Roddick a Basilea, ma quasi.

OUTSIDER DEL MESE
Daniele Vallotto: A 33 anni Andy Roddick si sarà già ritirato da tre anni. Björn Borg da sei. Fernando Gonzalez da uno. Marat Safin da quattro. Victor Estrella Burgos, che è coetaneo sia di Safin che di Gonzalez e ha lasciato la carriera da tennista a 24 anni, non si è invece mai avvicinato ai top-100 ma nel 2006 decide di darsi una possibilità e si iscrive ad un Futures in Florida, a cui si reca dalla Repubblica Dominicana, la sua patria, in macchina. Arriva in finale e da Vero Beach parte la lunghissima rincorsa ad un sogno inconfessabile: la top-100. Dopo otto anni passati tra Future e Challenger, a marzo di quest’anno, all’età di 33 anni, Victor ci riesce e non è retorico segnalare questa storia come una delle più emozionanti dell’anno. E il bello è che devono ancora venire i migliori momenti dell’anno per lui. Premio alla caparbietà.

ADDENDUM DEL MESE
Va segnalata l’ennesima impresa di Bernard Tomic che ritocca il record del match più corto della storia. L’austratomico, al rientro dopo un infortunio, perde in ventotto minuti e venti secondi contro Jarkko Nieminen – vincendo pure un game – e dichiarando a fine match: “Devo migliorare il mio gioco ma non sono deluso”. Viva l’ottimismo. Bautista Agut, due anni prima, ci mise appena un minuto in meno per vincere un game e breakkare Mathieu che serviva per il match (evidentemente la sua carriera sarà sempre legata a statistiche tragiche di questo tipo). La linea verde però può puntare tutto su Jiri Vesely che contro Murray sbaglia qualsiasi colpo che gli passa sopra la testa. No, non per la testa, ma sopra la testa. Alla fine però ne azzeccherà uno e celebrerà appropriatamente (perderà lo stesso: 6-7 6-4 6-4)

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L’indice della rubrica:
TENNISPOTTING febbraio: il ritorno dello Jedi Federer
TENNISPOTTING gennaio: Wawrinka e la fine dell’età adulta del tennis

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Australian Open, tabù Slam per Zverev: Shapovalov passa in tre set, ora Nadal

Sorpresa a Melbourne: il tedesco vittima dei suoi demoni, il canadese conferma di essere pronto per puntare in alto

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Denis Shapovalov - Australian Open 2022 (Instagram - @australianopen)
Denis Shapovalov - Australian Open 2022 (Instagram - @australianopen)

[14] D. Shapovalov b. [3] A. Zverev 6-3 7-6 6-3

Clamorosa sorpresa all’Australian Open, che saluta uno dei principali favoriti. Alexander Zverev cade fragorosamente agli ottavi di finale per mano di un Denis Shapovalov che appare ormai maturo per puntare a qualcosa di importante. Sulla Margaret Court Arena passa il canadese in tre set (6-3 7-6 6-3) al termine di una partita che ha visto il tedesco rimanere vittima dei suoi demoni: qualcosa non va negli Slam per Sascha, che era accreditato come uno dei pretendenti al trono di Melbourne dopo quanto accaduto a Novak Djokovic. Dall’altra parte, Shapovalov si è fatto forza dei dubbi dell’avversario, gestendo bene i suoi momenti complicati e rimanendo lucido anche quando, nel terzo set, Zverev è apparso faticare più del dovuto dal punto di vista fisico.

IL MATCH – E dire che Sascha aveva avuto due palle break subito, nel primo game dell’incontro. Denis però le ha salvate e ha finito per togliere il servizio all’avversario nel quarto game (3-1). Il canadese è stato bravo a portare fino in fondo il break, senza concedere l’opportunità del contro-break: la saetta col servizio mancino slice ha messo spesso in difficoltà Zverev, che è finito ben presto in preda alla frustrazione. Il secondo set è proseguito sulla scia del primo, con il canadese che ha strappato al primo gioco il servizio a Zverev (molto deludente il rendimento del tedesco col suo punto migliore: a fine partita avrà solo il 69% di punti vinti con la prima e addirittura solo il 29% di punti vinti con la seconda). Dopo il break subito, il tedesco ha mostrato chiari segni di cedimento nervoso sfasciando malamente la racchetta. Poi però Denis ha accusato un calo, subendo prima il contro-break (2-2) e poi il break all’ottavo gioco (5-3). Ma Zverev è incappato in un game negativo quando è andato a servire per il secondo set permettendo a Shapo di agganciarlo sul 5-5. Il tiebreak è stato vissuto come sulle montagne russe. Il canadese si è portato sul 5-1, Zverev ha accorciato le distanze sul 5-4, Shapovalov ha commesso un doppio fallo sul primo set point sul 6-4, ma ha concretizzato il secondo il punto successivo grazie a una clamorosa stecca di diritto del tedesco e si è portato in vantaggio due set a zero. A quel punto l’inerzia del match era tutta dalla sua parte. Uno Zverev in rottura prolungata ha ceduto il servizio alla prima palla break del terzo set (2-0) e solo nel sesto gioco è riuscito ad arrivare a parità sul servizio di Shapovalov, che però è riuscito a tenere il servizio e poi a chiudere al secondo match point.

 

LE PAROLE – Shapovalov, dopo aver vinto la ATP Cup a inizio anno, arriva per la prima volta ai quarti a Melbourne e conferma che questo potrebbe essere l’anno della sua definitiva consacrazione come tennista di livello massimo: è il terzo canadese ad arrivare ai quarti di finale dell’Australian Open dopo Belkin (1968) e Raonic (2019). Potrebbe essere raggiunto da Auger-Aliassime, che domani sfiderà Cilic. “Adoro giocare in Australia, strafelice di aver vinto e giocato bene in una atmosfera fantastica come questa – ha detto Shapovalov nell’intervista post partita -. Non mi aspettavo di poter vincere in tre set. Ho giocato bene in tutte le zone del campo, colpito bene su entrambi i lati e sono stato intelligente. Ho gestito bene momenti complicati e sono riuscito a venirne fuori”. Ora per Shapovalov il quarto di finale contro Nadal: “Sarà un onore. Abbiamo giocato non troppo tempo fa ad Abu Dhabi, sarà ovviamente un’altra partita, sarà una grande battaglia, ma credo proprio che ci divertiremo”. Qui, invece, le dichiarazioni dei due giocatori in conferenza stampa.


TABELLONE MASCHILE

TABELLONE FEMMINILE


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Editoriali del Direttore

L’Italia del tennis sogna in grande con Berrettini e Sinner. L’obiettivo è uguagliare l’exploit di 49 anni fa. E di 62 anni fa no?

Nel ’73 Panatta e Bertolucci giocarono i quarti a Parigi. Solo 5 nazioni hanno due tennisti in ottavi. Se Berrettini superasse Carreno Busta e Sinner de Minaur, l’Italia potrebbe restare la sola nazione con due rappresentanti nei quarti

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Matteo Berrettini e Jannik Sinner (foto Twitter @federtennis)

Quando uno Slam arriva agli ottavi di finale si può già buttar giù un primo bilancio per nazioni.

E se fino al 2015, quando Flavia Pennetta annunciò il suo ritiro con ancora il trofeo dell’US Open in mano, il tabellone femminile era stato per anni quello che mi dava maggior soddisfazione commentare, ormai da un pezzo a questa parte è decisamente quello maschile.

Siamo fra le 5 nazioni che hanno ancora in gara fra i 16 superstiti, due rappresentanti: Berrettini e Sinner. E ci permettiamo perfino qualche rimpianto, perché Sonego avrebbe potuto essere il terzo, se non avesse perso in 4 set dal battibile Kecmanovic. Le altre quattro nazioni con due alfieri sono la solita Spagna, Nadal e Carreno Busta, il prevedibile Canada sulla scia del successo in ATP Cup con Shapovalov e Aliassime, la Francia dell’immarcescibile Monfils (35 anni e un quarto) e di un altro semi-Vet Mannarino (quasi 34) e gli Stati Uniti di Fritz (testa di serie 20 vittorioso su Bautista Agut al quinto) e del “panda del serve&volley” Cressy.

 

Le restanti 6 nazioni hanno ciascuna un giocatore ancora in gara: Russia (Medvedev), Croazia (Cilic), Germania (Zverev), Grecia (Tsitsipas), Australia (de Minaur), Serbia (Djokovic…no, pardon, è la forza dell’abitudine, Kecmanovic).

Poiché il Mago Ubaldo ha contratto uno strano virus e mi ha pregato di rinviare le sue profezie a dopo Australian Open, provo indegnamente a sostituirlo, non senza aver messo a confronto quelli che avrebbero dovuto essere gli ottavi teorici stando al seeding, ad inizio torneo, e gli ottavi  che invece si sono venuti a formare.

Tranne che per Zverev-Shapovalov di tutti gli altri ottavi teorici non se n’è salvato uno! Tecnicamente in effetti, almeno sulla  quell’ottavo dovrebbe poter offrire il miglior spettacolo

Dovevano essere 

OTTAVI TEORICI

[1] N. Djokovic (o [5] A. Rublev) v [16] C. Garin (dopo l’order of play Sonego-Garin)
[12] C. Norrie v [7] M. Berrettini
[3] A. Zverev v [14] D. Shapovalov
[10] H. Hurkacz b [6] R. Nadal

[8] C. Ruud v [11] J. Sinner
[15] R. Bautista Agut v [4] S. Tsitsipas
[5] A. Rublev (o [17] G. Monfils) v [9] F. Auger-Aliassime
[13] D. Schwartzman v [2] D. Medvedev).

OTTAVI REALI

Kecmanovic-Monfils 17

19 Carreno Busta- 7 Berrettini

3 Zverev- 14 Shapovalov

Mannarino 6 Nadal

32 De Minaur- 11 Sinner

20 Fritz- 4 Tsitsipas

27 Cilic- 9 Aliassime

Cressy- 2 Medvedev

QUARTI TEORICI

Monfils-Berrettini

Zverev-Nadal

Sinner-Tsitsipas

Aliassime-Medvedev

A questo punto mi auguro sinceramente che i quarti teorici rispettino maggiormente le previsioni di quanto è accaduto per gli ottavi teorici. Anche perché in questo caso l’Italia sarebbe l’unica nazione ad avere due giocatori ancora in lizza.

I quarti li hanno raggiunti in Australia Giorgio De Stefani nel 1935, Nicola Pietrangeli nel 1957 e per ultimo Cristiano Caratti nel 1991. Trentuno anni fa…e chi scrive c’era e se li ricorda bene. Ricorda infatti che Caratti di Acqui Terme , allievo di Riccardo Piatti insieme a Furlan, Mordegan e Brandi, battè da sfavorito un olandese diciannovenne assai promettente, tal Richard Krajicek (che era cresciuto 23 centimetri in un anno e si muoveva ancora piuttosto male..ma cinque anni più tardi avrebbe vinto Wiombledon) per poi perdere da Patrick McEnroe il quale da neo-semifinalista se ne uscì con la quote (una battuta) che fu decretata la migliore dell’anno: “Ragazzi – disse il ventiduenne McEnroe junior rivolgendosi a noi giornalisti– ma perché sembrate così sorpresi? I semifinalisti sono sempre i soliti…Lendl, Becker, Edberg e …McEnroe!”.

Se i quarti teorici che ho ipotizzato fossero proprio quelli appena scritti sopra,  vorrebbe dire che avremmo, per la prima volta dopo il 1973 al Roland Garros (Bertolucci e Panatta), due azzurri nei quarti di finale contemporaneamente. Quarantanove anni dopo.

Quarantanove anni fa Bertolucci e Panatta erano capitati nello stesso quarto di tabellone, tanto è vero che se Bertolucci avesse battuto Nikki Pilic avrebbe poi incontrato Panatta e uno dei due sarebbe approdato alla finale. Invece Paolo perse in 4 set dal tennista jugoslavo (era di Split-Spalato, come Ivanisevic) che poi battè anche Panatta in semifinale e in tre set. Fu Ilie Nastase a dominare poi Pilic in finale: 6-3,6-3,6-0. Sia Panatta sia Bertolucci si sarebbero difesi meglio.

Questa volta in teoria sia Berrettini, battendo prima Carreno Busta e poi più probabilmente Monfils che non Kecmanovic, sia Sinner, superando prima De Minaur  e poi più probabilmente Tsitsipas che Fritz, potrebbero arrivare entrambi in semifinale da parti opposte del tabellone!

Sto scrivendo quel che scrivo non tanto all’insegna del sognare non costa nulla – perché sia chiaro che già battere per Matteo Carreno Busta e per Jannik  De Minaur davanti al suo pubblico sarebbero due grossi e per nulla scontati exploit – ma per raccontare un po’ di storia del tennis italiano. E aver modo di scrivere anche che se sono 49 anni che non abbiamo più visto due tennisti italiani insieme nei quarti d’uno Slam, sono 62 che non ne abbiamo due in semifinale ed è accaduto una sola volta, nel 1960 al Roland Garros. Accadde grazie a Nicola Pietrangeli che battè in semifinale il francese Robert Haillet 6-4,7-5,7-5, e a Orlando Sirola che nell’altra semifinale invece perse dal cileno Luis Ayala 6-4,6-0,6-2.

Dopo di che Pietrangeli, che aveva colto il primo trionfo mai conquistato da un italiano in uno Slam l’anno prima lì a Parigi battendo il sudafricano Jan Vermaak, si riconfermò campione vendicando l’amico e compagno di doppio superano Ayala in cinque set  3-6,6-3,6-4,4-6,6-3.

Carreno Busta non ha più talento di Carlos Alcaraz, ma, trentenne, è molto più esperto. Berrettini sa che non avrà vita facile. Nell’articolo di Stefano Tarantino trovate tutto quello che vorreste sapere sul match fra il tennista romano e quello spagnolo di Gijon che chiuderà la settima serata dell’Open d’Australia, a metà mattina nostra di questa domenica subito dopo la conclusione dell’attesa partita fra la n.1 del mondo e idolo locale Ashley Barty e l’americana Amanda Anisimova che ha messo k.o. la campione uscente del torneo Naomi Osaka.

Per Matteo già raggiungere i quarti anche in questo torneo, come già in tutti gli altri tre Slam, sarebbe già una grandissima soddisfazione – il primo italiano a riuscirci –  anche se legittimamente le ambizioni sue e del suo coach Vincenzo Santopadre mirano più in alto. I due sono persuasi che vincere uno Slam sia un obiettivo alla portata di Matteo, a prescindere dalla presenza di Novak Djokovic che lo scorso anno lo aveva battuto in tre Slam, Parigi, Wimbledon, New York.

Io non so se ce la farà. Ma perché ci riesca è fondamentale che ci creda lui. Ricordo bene le perplessità generali ad ascoltare Francesca Schiavone quando sui 24-25-26 ma anche 28 anni dichiarava di poter vincere un giorno uno Slam. Alla fine ha avuto ragione lei. Perché aveva il talento per riuscirci. Ma prima ancora perché ci credeva.

Intanto se dovesse battere Carreno Busta, a seguito della sconfitta di Rublev con Cilic, Matteo salirebbe a n.6 del mondo, scavalcando il best ranking di Corrado Barazzutti n.7, sempre che io non abbia sbagliato i calcoli.

Un altro che crede di riuscirci prima o poi a vincere uno Slam è certo anche Jannik Sinner. Nella breve intervista che mi ha concesso Marin Cilic ha detto che Jannik ha più margini di progresso rispetto a Berrettini. E’ normale che sia così, visto che fra i due azzurri ci sono 5 anni di divario anagrafico.

Intanto Jannik giocherà il suo quarto ottavo di finale, a 20 anni e 4 mesi, il più giovane dai tempi di Juan Martin del Potro, ma il primo in Australia. Mentre Berrettini non ha mai incontrato Carreno Busta Jannik ha affrontato due volte De Minaur che davanti al suo pubblico è certamente un osso duro, anche se lo scorso anno qui perse da Fognini e se questa sarà la prima volta anche per lui che gioca un match di ottavi all’Australian Open. Il miglior risultato di de Minaur in uno Slam risale all’US Open 2020, quando raggiunse i quarti e lì perse da Thiem che poi avrebbe vinto il torneo.

Sinner dovrà giocare certamente meglio che non contro Taro Daniel, perché de Minaur è più completo e non a caso è stato anche un top-20. Ma l’averlo battuto due volte in finale del torneo Next Gen di Milano e soprattutto in un torneo come quello di Sofia con le vere regole del circuito, gli dà un piccolo vantaggio psicologico – se poi fosse superstizioso…quei due tornei li ha vinti entrambi – che bilancia in parte l’avere il pubblico contro. Per inciso un pubblico capace di essere anche fortemente scorretto quando giocano i ragazzi di casa. Soprattutto nella sera australiana quando le birre possono aver avuto qualche effetto. Il pubblico non si è certamente comportato bene né in occasione del match Kyrgios-Medvedev né del match vinto dai “cinque K”  Kyrgios e Kokkinakis su Pavic-Mektic, la coppia croata n.1 del mondo. Sembra che alla fine di quel match reso incandescente dal pubblico incoraggiato, se non proprio aizzato, dai due australiani poco c’è mancato che negli spogliatoi non si sia venuti alle mani, protagonisti – pare – anche alcune persone del team croato.

Sinner è avvertito. Gli avevo chiesto se la cosa minimamente lo preoccupasse e lui mi ha risposto con l’abituale calma: “Mi è già capitato in due occasioni di giocare contro due tennisti che giocavano in casa e credo di sapere che cosa mi aspetta e come controllarmi”.

A volte Sinner ti dà proprio la sensazione di essere un ventenne comn la testa di un ventisettenne. Chissà, forse può avergli fatto un inconsapevole favore Daniil Medvedev quando ha tenuto con grande personalità a sottolineare che fargli buuuh, o siuuh o qualunque verso, fra la prima e la seconda di servizio, non era certo un modo corretto di sostenere il proprio tennista. Ha anche aggiunto: “Non è semplice controllare tutto il pubblico, è un compito non facile per l’arbitro”.

Ci vorrà un arbitro con personalità. Ma comunque credo che Sinner non si farà troppo intimidire e neppure distrarre. Questo anche se proprio il servizio non è il colpo più sicuro del tennista altoatesino. Con Taro Daniel in un set e mezzo ha ceduto la battuta 4 volte e i tifosi giapponesi, che erano abbastanza numerosi, non erano certo indisciplinati e maleducati come molti australiani presenti nella Rod Laver Arena. Ma la concentrazione di Sinner contro de Minaur sarà ben diversa. Ne sono certo che non avrà gli stessi alti e bassi, gli stessi cali di tensione.Facciamo tifo per un italiano alla volta. Prima Berrettini. E poi Sinner.

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Ed è il tennista italiano più continuo dell’era Open negli Slam. Nessuno è mai stato negli ottavi cinque volte di fila. Gli altri suoi record. Ha vinto con merito con Alcaraz. E’ stato più solido. Un match epico che ne ricorda altri non suoi

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Se nei giorni scorsi aveste frequentato qualche circolo di tennis, e tanti appassionati, credo che possiate confermare che non è che in giro ci fosse grandissima fiducia nelle chance di Matteo Berrettini alla vigilia del suo match con Carlos Alcaraz.

C’era – e c’è – invece grandissima considerazione sulle straordinarie qualità del ragazzo di El Palmar, la piccola cittadina vicino Murcia dove è nato 18 anni fa, il ragazzotto già ipermuscolato che molti ritengono essere l’erede di Rafa Nadal, sebbene il suo tennis sia diverso e sebbene per ora Rafa – che ho visto dominare Khachanov per 3 set su 4, dimostrando di avere ancora le sue carte da giocare e non solo negli ATP 250  – non abbia alcuna intenzione di mollare la presa e abdicare prima del tempo. Più o meno come la regina Elisabetta nei confronti del principe Carlo…che è già vecchiarello.

Ad Alcaraz aveva dedicato un grande articolo un giorno fa Christopher Clarey del New York Times.

 

Carlos Alcaraz Is About to Cause a Big Commotion

Avevano giocato d’anticipo pensando che avrebbe vinto. Come tanti si sono sbagliati. E a me naturalmente non dispiace. Penso che a Berrettini nemmeno.

Data l’ora in cui è cominciato il quinto set del duello poi diventato epico perché conclusosi al tiebreak a 10 punti, intorno alle 8 del mattino, non avevo troppe persone con cui confrontarmi.

Ma anche in quei momenti quei pochi con cui mi sono scambiato pareri via WhatsApp non sembravano davvero ottimista sul conto di Matteo.

Aveva avuto le sue chances per chiudere in tre set, le aveva mancate anche per un pizzico di sfortuna, palle che uscivano di centimetri, net che parevano essere nati in Spagna, una apparente stanchezza, una certa lentezza, tanti rovesci slice in rete perché Matteo sembrava arrivarci in ritardo, anche qualche dritto piuttosto semplice giocato corto, e poi quella percentuale sui punti avviati con la seconda di servizio, intorno al 40%, che preoccupava ogni volta che lo scambio si allungava.

Il ragazzotto invece  – sì non riesco a chiamarlo ragazzino, Carlos sembra già uomo fatto, quella canottiera non è elegante ma mette in mostra muscoli da far invidia al Nadal prima maniera – appariva pimpante, fresco come se il match dovesse ancora cominciare.

Poi c’è stata quella caduta di Matteo. Che paura. Con tutti i guai che ha sempre avuto, alle caviglia, ai polpacci, agli addominali, al collo, lì per lì, mentre scorrevano i replay, mi sono dato una botta su una coscia e ho detto: “No dai, ancora una volta, ma non è possibile!”.

Per fortuna invece, e già al terzo replay mi sono tranquillizzato, la distorsione di quel piede quasi ingessato era stata minima.

E subito mi sono detto, mentre Matteo attendeva la visita del medico e poi i 3 minuti di MTO: “Vuoi vedere che questa pausa destabilizza un po’ il ragazzotto e magari invece Matteo, che avevo visto a tratti un po’ in affanno, si calma, si tranquillizza dopo il trauma dei due set persi e magari la sensazione che Alcaraz si avvii a essere inarrestabile e riprende il filo un po’ smarrito della partita?”.

Io non voglio attribuire eccessiva importanza a quella caduta, a quello stop che è servito a lui per riordinare le idee e allo spagnolo per irrigidirsi un po’. Però secondo me un pochino può aver pesato.

Negli scambi prolungati Alcaraz continuava ad avere il sopravvento. A un certo punto riusciva a trovare il rovescio di Matteo e allora prendeva il pallino in mano e costringeva  Matteo a far da tergicristallo.

E allora, ai miei amici, scrivevo: “Deve sperare di arrivare al tiebreak e giocarsela lì. Forse per Matteo sarebbe meglio un tiebreak a 7 punti, invece che quell’ australiano a 10”, perché l’inerzia del match sembrava essersi spostata nell’ultima ora e mezzo dalla parte del murciano e più punti si fossero giocati – pensavo – forse peggio sarebbe stato.

Mi ricordo di aver notato che i due si sono trovati 3 a 3 quando l’orologio a fondocampo segnava le 3 ore e 33 minuti di gioco – una sfilza di 3 – e poi ho fatto il tifo per il tiebreak tranne che nel momento in cui Matteo ha avuto il matchpoint sul 6-5 e servizio Alcaraz, ma lì ha sbagliato un dritto ed ecco il tiebreak.

Che è cominciato con Matteo che ha sbagliato un rovescio in rete ed è stato subito minibreak. Meno male che Alcaraz ha subito restituito il punto. Non sto a ripercorrere tutto quel che è successo. Ma quando Matteo ha raggiunto il 7-5, mi è scappata una sommessa imprecazione: “Lo sapevo che se il tiebreak era a 7 punti Matteo avrebbe vinto”. C’era invece ancora da soffrire. Poco per fortuna questa volta. Due punti tenuti alla grande con il servizio “che non tradisce nel tiebreak!”, ho esclamato, e sul 9-5 il doppio fallo del ragazzotto che lì si è ricordato di avere solo 18 anni.

Sport crudele il tennis. Sembrava dovesse vincere lui, alla fine e invece Matteo si è tolto la grandissima soddisfazione di raggiungere gli ottavi di uno Slam per l’ottava volta, più di qualunque altro tennista italiano, e per la quinta volta consecutiva. Anche quest’ultima è un’impresa senza precedenti.

Forse si dovrebbe smettere di sottolineare che il suo rovescio non è all’altezza dei big. Già, perché quale dei big ha il suo dritto? E quanti hanno il suo servizio? E quanti hanno la sua testa? La sua solidità nervosa nei momenti che contano? Siamo sicuri che il rovescio (che è comunque migliorato sia in risposta sia in slice…) debba essere molto più importante di una gran testa? Il proliferare dei coach mentali ne fa dubitare.

Quindi, basta di andare a cercare il pelo nell’uovo, di spaccare il capello in quattro. Chi non ha un colpo un più debole degli altri? I risultati parlano per Matteo, le altre sono chiacchiere. E non è che per Matteo questo torneo sia finito perché ha battuto il favorito di molti (dei più?) Alcaraz? Chapeau caro Matteo, grandissimo.

Grandissimo perché ha dimostrato una solidità nervosa pazzesca. E anche gran coraggioNon ha mai tremato. E non è la prima volta… perché mi sono subito ricordato che Matteo aveva vinto un set al tiebreak nella finale di Wimbledon contro Djokovic (il primo) e, andando a ritroso, anche il terzo set al Roland Garros. Sono andato a ricercare tutti i duelli con il n.1 del mondo: 4 sconfitte (e si sa che Matteo non ha ancora mai battuto uno dei primi 5 del mondo al di fuori di Thiem in un match a risultato ininfluente nel round robin del Masters 2019…l’unica vittoria italiana nelle finali ATP allora) con il campione serbo, ma con nessun altro tiebreak tranne quei due vinti dal nostro.

Allora – noi appassionati di tennis siamo davvero un po’ malati – mi è venuto lo sghiribizzo di andare a controllare i duelli diretti con il n.2 del mondo, dopo aver avuto la soddisfazione di quella scoperta relativa al n.1. E che ti trovo? Che anche con Medvedev, che ha battuto Matteo 3 volte su tre, ci sono stati due tiebreak e li ha vinti entrambi il tennista romano. Allora mi è tornato anche in mente il trionfale tiebreak del quinto set con Monfils negli ottavi dell’US Open 2019, perché quella fu una battaglia memorabile. E prima di quella c’era stata anche quella vinta in tre set con Rublev, con un tiebreak nel terzo che se se fosse stato vinto dal russo …sì, mi sa che si sarebbe messa male.

Dopo di che, e l’ho fatto presente in conferenza stampa con Matteo, in 4 ore e 10 minuti c’era stato un sostanziale equilibrio di game e di punti –guardando le statistiche del match che la tempestiva redazione di Ubitennis aveva messo all’inizio dell’eccellente pezzo di cronaca di Vanni Gibertini avrei scoperto dopo che per l’appunto i punti vinti da ciascuno dei contendenti erano gli stessi 159! – ma nei due tiebreak Matteo aveva vinto 17 punti e Carlos 8. Insomma il nostro, dando dimostrazione di solidità decisamente superiore, aveva fatto più del doppio dei punti del suo avversario.

Fenomenale, direi. Fatti i complimenti che meritano a Matteo e al suo coach mentale Stefano Massari, oltre che a quello tecnico Vincenzo Santopadre, non so se augurarmi che Matteo si ritrovi a giocare altri tiebreak contro quel cagnaccio di Carreno Busta. Perchè dopo aver visto l’infallibile Vlahovic (11 rigori consecutivi segnati), sbagliare quello con il Genoa, meglio non illudersi che vada tutto sempre bene così. Siccome un tiebreak importante Matteo lo ha già perso, con Nadal nella semifinale a New York del 2019, un altro caso…Vlahovic non dovrebbe ripetersi.

Ho accennato agli straordinari numero di Matteo: 8 ottavi di Slam (come Panatta e Fognini nell’Era Open, prima meglio solo Pietrangeli 16 e Merlo 9) 5 consecutivi. Non ha ancora vinto i 2 Slam di Nicola o quello di Adriano, ma con la prima finale mai raggiunta da un italiano a Wimbledon, soprattutto nei confronti di Panatta può già dirsi di essere stato più continuo.

Mi sono poi chiesto quali siano state, al di là dei 3 Slam vinti fra Pietrangeli e Panatta al Roland Garros (non dimentico che se Adriano avesse perso il tiebreak della finale con Solomon probbailmente avrebbe perso al quinto; era stravolto), quali siano state le partite più belle, sofferte fino al tiebreak finale quinto set ed importanti vinte dai nostri giocatori nei tornei del Grande Slam. Tornando indietro e senza fare ricerche troppo approfondite direi Cecchinato-Djokovic al Roland Garros 2018, Fognini-Nadal all’US Open 2015 con la spettacolare rimonta da sotto 2 set a zero, Seppi- Federer all’Australian Open del 2015 (ma l’unico successo di Andreas in 15 partite fu coronato al quarto set, al tiebreak), Sanguinetti-Srichapan con tre tiebreak negli ultimi tre set (6-3,4-6,6-7,7-6,7-6). Quante altre me ne sono perse?

In mattinata è d’obbligo la sveglia per seguire, non prima delle 7, Jannik Sinner contro il giapponese Taro Daniel che deve  avere un fatto personale con gli italiani. Dopo aver battuto Musetti a Adelaide nelle “quali” di Melbourne ha sconfitto Arnaboldi, Moroni e Caruso.

Credo che Sinner vendicherà tutti quanti e raggiungerà per la prima volta gli ottavi in Australia. Poi però dovrà battere anche il vincente di de Minaur-Andujar per centrare i quarti, così come Berrettini dovrà superare Carreno Busta. Se ci riusciressero avremo per la prima volta dal ’73 – furono Bertolucci e Panatta a Parigi quando persero entrambi da Nikki Pilic, Paolo nei quarti, Adriano in semifinale…il torneo lo vinse Ilie Nastase – due italiani nei quarti di uno Slam. E immagino come stiano fumando di rabbia le orecchie di Lorenzo Sonego che avrebbe potuto arrivarci anche lui se non avesse ceduto al non irresistibile Kecmanovic che vedremo alla prese con l’irriducibile Monfils per il traguardo dei quarti.

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