TENNISPOTTING marzo: il gioco si fa duro? Allora vince Djokovic

Focus

TENNISPOTTING marzo: il gioco si fa duro? Allora vince Djokovic

Pubblicato

il

La famiglia Djokovic a marzo (si allargherà nei mesi seguenti)
 
 

TENNIS TENNISPOTTING – Nel terzo mese dell’anno si giocano due tornei: Indian Wells e Key Biscaine. Il primo è noto anche come “quinto Slam”, e si gioca nel deserto americano grazie ai soldi di Mr. Oracle, alias Larry Ellison, il quale non si perde un punto del torneo e costringe la bionda di turno ad annoiarsi e pensare alle tante buone ragioni per sorbirsi quello strazio annuale. Poi c’è il torneo di Miami, dove spesso qualche giocatore dà forfait per via dei dieci giorni sul cemento precedenti

A cura di Claudio Giuliani e Daniele Vallotto

Marzo consta di quattro settimane che sembrano quasi un lunghissimo Slam anche se Indian Wells e Miami sono due tornei parecchio diversi: situato nell’arido deserto californiano il primo, all’interno di un florido e umido parco naturale il secondo. Anche le condizioni di gioco sono piuttosto diverse: a Indian Wells è caldo di giorno ma alla sera tende a rinfrescare, a Miami il caldo umido è una costante. Il pubblico è prevalentemente “W.A.S.P.” a Indian Wells mentre a Miami è più eterogeneo e tanti latinoamericani accorrono a tifare per i propri beniamini. Rafa Nadal, che non è sudamericano, è certamente più amato e tifato a Miami (anche se non ci ha mai vinto). Indian Wells è anche un torneo dove l’80% del pubblico proviene da più di 100 miglia dall’impianto (Los Angeles è appunto a più di 100 miglia dall’impianto), mentre a Miami c’è una fortissima presenza locale che include appunto gli spettatori di origine latina. Indian Wells poi ha il vantaggio di avere bellissimi alberghi a due passi dai campi (e diversi affittano anche una casa come a Wimbledon), mentre a Miami, a parte quelli che possono permettersi i 600-700 dollari a notte (come minimo) del Ritz Carlton a Key Biscayne, bisogna sciropparsi il traffico della Rickenbacker Causeway che può essere davvero una pena. (Anche se dal prossimo torneo il traffico dovrebbe essere alleggerito dal fatto che hanno tolto la barriera pedaggio del costo di $1.75 per ogni volta che si entra, passando ad un sistema completamente digitale tipo Telepass). Insomma, sono le ultime quattro settimane (scarse) di cemento prima che il circuito si trasferisca in Europa per giocare a orari più consoni. Raramente questi due tornei tradiscono le attese e così è stato anche quest’anno – più o meno.

 

TENNISTA DEL MESE
Claudio Giuliani: Vabbè: come non dire Novak Djokovic? Con soli due tornei a disposizione, per scegliere uno dei migliori non si può che puntare verso i vincitori. Se poi c’è uno che li vince tutti e due, allora la scelta è obbligata. Djokovic ha conquistato la doppietta Indian Wells-Miami per la seconda volta in carriera, battendo Federer prima e Nadal poi. Se ancora il Federer di marzo non era temuto come quello ammirato poi nella seconda parte della stagione (mancava solo la consapevolezza degli altri, lo svizzero sapeva di essere tornato a giocare bene), la vittoria su Nadal conferma la mia tesi: se i migliori tennisti sono tutti almeno all’80% della forma sotto tutti gli aspetti, Nadal perde solo da Djokovic. E poi il Nadal versione 2014 è tutt’altro che un buon Nadal.  E sul cemento Nole si avvantaggia di essere più fluido dello spagnolo nei rapidi scambi da fondo campo rispetto alla terra battuta. A marzo cominciano a pervenire segnali importanti da Kei Nishikori, che a Indian Wells perde contro Tommy Haas (e ci può stare perché Haas è un signor giocatore) salvo poi rifarsi con gli interessi a Miami dove vince una estenuante battaglia con Ferrer, addirittura battendo Roger Federer il giorno dopo, sempre in tre set. Peccato poi che il fisico fragile lo costringa al forfait in semifinale contro Djokovic (con Berdych che rinuncia anche lui a giocare contro Nadal).

Daniele Vallotto: Seconda doppietta americana per Mister 2014 e trofeo più che meritato, le chiacchiere stanno a zero. Incensare ulteriormente Novak Djokovic non avrebbe senso: basta vederlo giocare sul cemento statunitense e si capisce che le gerarchie stanno per cambiare di nuovo. E spesso viene da domandarsi come ci abbia messo così tanto tra il primo Slam e il secondo. Visto che Novak è stato ultrapremiato, mi permetto di sottolinare il grande marzo di Alexandr Dolgopolov. A Indian Wells batte Nadal al tie-break del terzo (le adorabili contraddizioni di questo tennista darebbero materia a decine di biografi), poi schiaccia Fognini e Raonic ma quando affronta Federer capisce che è davvero arrivato troppo avanti e si accontenta di quattro game perché anche le follie hanno una data di scadenza. A Miami batte un altro top 10 – Wawrinka, che una vittoria non la risparmia a nessuno in questo periodo – e perde, quasi da favorito, contro Berdych che contro Nadal dà poi forfait. Chissà cosa sarebbe successo se il maiorchino avesse potuto giocarsi la rivincita… Siccome lo vedremo ben poco per il resto dell’anno, è meglio parlarne qui del sobrio ucraino, altrimenti si rischia di dimenticarsene. Occhio anche a Bautista-Agut: a gennaio non ne abbiamo parlato ma lo spagnolo inizia a farsi largo tra i grandi. A Melbourne batte del Potro e arriva fino agli ottavi, a Indian Wells batte Berdych e conquista un altro ottavo. Inizia l’anno da numero 73 del mondo e a fine anno lo troveremo molto, ma molto più in alto.

Claudio Giuliani: onore a Daniele Vallotto per tre cose rispetto a questo pezzo. Anzitutto la delicatezza nell’usare l’aggettivo sobrio per il più grande coatto della storia del tennis, alias “The Dog” (che bello farsi chiamare “il cane”). Poi per la nomina di Bautista-Agut, l’unico spagnolo a giocare di piatto, roba da venderlo al Portogallo. E poi per aver chiamato Juan Martín con il cognome scritto nella maniera giusta: del Potro. Bravo, hai fatto i compiti a casa e si vede.

DELUSIONE DEL MESE
Claudio Giuliani: Sarebbe troppo facile attribuire la delusione del mese al signor Walk Over, il protagonista delle due semifinali del torneo di Miami, partite mai giocate. Vediamo di ricordare cosa mi ha deluso in questi due tornei Master 1000. A rivedere i tabelloni, cercando di ricordare alcuni incontri, qualcosa di veramente deludente non c’è stato. Alcuni giocatori hanno trovato una striscia di continuità mettendo in mostra il proprio talento (Haas, Dolgopolov) e poi perdendo da giocatori più forti; sconfitte clamorose non ce ne sono state. E insomma: diciamo che forse i risultati di marzo hanno accontentato un po’ tutti. Nei piani alti Nadal non era il miglior Nadal a Indian Wells e ha poi perso da Djokovic a Miami; Federer ha perso da Nishikori e poi ha perso la finale contro Djokovic per pochi punti. Lui sicuro è il deluso del mese, ma rimproverargli qualcosa non esiste.

Daniele Vallotto: Io direi che è Nadal la delusione del mese. Non che il cemento sia la superficie su cui gli si possa domandare di dominare, eh, ma perdere contro Dolgopolov al tie-break decisivo è un brutto segno dell’anno che verrà. E non che il 2014 di Nadal si possa definire deludente, ma dolceamaro, come ha detto lo zio Toni, sì. Marzo è una tappa amara perché allo scivolone di Indian Wells segue la severa lezione di Miami. Tre anni fa Nadal e Djokovic giocarono una finale palpitante, piena di emozioni e colpi spettacolari. Quella del 2014 è una partita scialba e brevissima, decisa fin troppo presto dall’impressionante superiorità di Nole sul cemento. E dire che ci ha perso due finali di US Open, contro Nadal.

Claudio Giuliani
Sai che hai ragione? Il Nadal ammirato in questi due tornei, quello che perde seppur lottando con Dolgopolov e quello che perde velocemente contro Djokovic, è il Nadal 2014, quello che splenderà e dominerà solo sul rosso (e neanche tanto, a differenza degli anni passati). Quindi sì, hai ragione: Nadal è la delusione del mese di marzo.

PARTITA DEL MESE
Claudio Giuliani
Federer Djokovic a Indian Wells? (Tra l’altro quella finale mi ha fatto tornare in mente uno dei loro precedenti match, giocato a Miami, famoso per la rarità di vedere Roger Federer furioso mentre sfascia la sua Wilson, per poi gettarla con stizza verso il suo angolo. Anche i Re/Dio/Goat hanno dei momenti di umanità come gli altri, no?). Ad ogni modo in quella partita ho avuto la percezione che Roger Federer avesse passato del tempo nel Coocon, rigenerando il suo fisico; è grazie alla sua leggerezza in campo che lui riesce a fare quelle cose straordinarie con la racchetta. Giocava di controbalzo, con il diritto killer e Djokovic non poteva che arretrare. Ma non si è il migliore dell’anno per caso, e quindi Novak, di mestiere, ma anche con sprazzi di classe, ha fatto suo il match al tiebreak del terzo. Non lo sapevamo, ma stavamo vedendo in campo il numero 1 e il numero 2 della classifica ATP di fine novembre.

Daniele Vallotto: Federer che spacca la racchetta me lo riguardo di tanto in tanto per farmi due risate. La signorilità con cui si aggiusta il ciuffo dopo aver disintegrato la racchetta è una delle immagini più divertenti di quell’anno (e quella rabbia finirà per fargli vincere un Roland Garros, mica male no?). Come per febbraio, evito di giocarmi il bonus Federer-Djokovic perché secondo me a Indian Wells i due non danno ancora il meglio di quanto possono dare. Colpa soprattutto di Federer, che si spegne un po’ troppo in fretta e quando si riaccende è troppo tardi. La partita più bella, per quel poco che ricordo dato che YouTube non è d’aiuto, è stata Gulbis-Dimitrov a Indian Wells, un 7-5 al terzo molto combattuto e che ha visto prevalere il lettone. Dimitrov non pare fatto per vincere trofei importanti, ma per regalarci belle partite sì. Gioca più o meno bene con tutti: delle volte vince, delle volte perde. A volte si ha l’impressione che gli basti giocarsela o dimostrare di poter fare quel colpo o quello. Sperando che mi smentisca, la sua carriera sembra un enorme manifesto dell’esatto opposto del mantra gilbertiano: non Winning Ugly, bensì Losing Pretty.

COLPO DEL MESE
Claudio Giuliani: C’è Rafael Nadal che fa cadere le braccia di Stepanek nello scambio più lungo della vita giocato dal ceco con un passante formidabile, c’è Dimitrov che dimostra una manualità della racchetta fuori dal comune ma io dico Tommy Haas. Il tedesco gioca contro Federer, in una sfida over 30 (32 Roger che diventerano 33 nel corso dell’anno e 35 Haas che di lì a poco ne compirà 36). Federer fa fare il tergicristallo ad Haas che dà prova del suo grandissimo atleticismo passando un Federer giunto a rete dopo una serie di incrociati alternati sui quali pensava: “Ma davvero ti va di correre fin lì e tirarla di qua?”.  Alla fine dello scambio Federer ha corso 31,8 metri rimanendo però in dieci metri di campo. Haas ne ha corsi 58,8 di metri, facendoselo tutto il campo però: fenomenale.

Daniele Vallotto
Il passante di Nadal è notevole perché Rafa rispolvera uno dei suoi marchi di fabbrica: la ginocchiata per festeggiare il punto. Del punto di Haas mi piace la faccia lievemente scocciata di Federer: sicuro che lo voleva fare lui un punto così bello. Ci sarebbe pure questo punto che riesce a vincere Nadal, un aggancio disperato allo smash (sempre quello) di Djokovic che finisce sulla riga. Ma io (ri)prendo un tennista della tua scuderia, Claudio, se me lo concedi. Parlo dell’incredibile colpo che gioca Bautista-Agut contro Johnson a Indian Wells. Come spesso accade descriverlo non rende giustizia alla bellezza del gesto (anzi, dei gesti) ma ci sono talmente tante belle cose in questo punto che vale la pena elencarle. Il dritto incrociato per aprirsi il campo, innanzitutto, poi il delicato drop shot seguito da un rovescio in controbalzo col corpo che arretra, un’altra carezza a rete sulla volée di Johnson e poi la disperata rincorsa che termina con un allucinante colpo di polso. Coefficienti di difficoltà che si moltiplicano con altri coefficienti di difficoltà producendo un punto di rara ed imprevedibile bellezza. Una menzione speciale la concediamo a Federer che a Miami lascia impietrito De Bakker. Non siamo ai livelli di Roddick a Basilea, ma quasi.

OUTSIDER DEL MESE
Daniele Vallotto: A 33 anni Andy Roddick si sarà già ritirato da tre anni. Björn Borg da sei. Fernando Gonzalez da uno. Marat Safin da quattro. Victor Estrella Burgos, che è coetaneo sia di Safin che di Gonzalez e ha lasciato la carriera da tennista a 24 anni, non si è invece mai avvicinato ai top-100 ma nel 2006 decide di darsi una possibilità e si iscrive ad un Futures in Florida, a cui si reca dalla Repubblica Dominicana, la sua patria, in macchina. Arriva in finale e da Vero Beach parte la lunghissima rincorsa ad un sogno inconfessabile: la top-100. Dopo otto anni passati tra Future e Challenger, a marzo di quest’anno, all’età di 33 anni, Victor ci riesce e non è retorico segnalare questa storia come una delle più emozionanti dell’anno. E il bello è che devono ancora venire i migliori momenti dell’anno per lui. Premio alla caparbietà.

ADDENDUM DEL MESE
Va segnalata l’ennesima impresa di Bernard Tomic che ritocca il record del match più corto della storia. L’austratomico, al rientro dopo un infortunio, perde in ventotto minuti e venti secondi contro Jarkko Nieminen – vincendo pure un game – e dichiarando a fine match: “Devo migliorare il mio gioco ma non sono deluso”. Viva l’ottimismo. Bautista Agut, due anni prima, ci mise appena un minuto in meno per vincere un game e breakkare Mathieu che serviva per il match (evidentemente la sua carriera sarà sempre legata a statistiche tragiche di questo tipo). La linea verde però può puntare tutto su Jiri Vesely che contro Murray sbaglia qualsiasi colpo che gli passa sopra la testa. No, non per la testa, ma sopra la testa. Alla fine però ne azzeccherà uno e celebrerà appropriatamente (perderà lo stesso: 6-7 6-4 6-4)

TWEET DEL MESE
Spotted!

L’indice della rubrica:
TENNISPOTTING febbraio: il ritorno dello Jedi Federer
TENNISPOTTING gennaio: Wawrinka e la fine dell’età adulta del tennis

Continua a leggere
Commenti

Editoriali del Direttore

Wimbledon: mi manca Berrettini. E manca anche a Sinner. Nadal dritto in finale? 15 le “vittime” di primo turno. Serena Williams out ma non per sempre

Tre italiani in “vita” su undici

Pubblicato

il

Matteo Berrettini - Queen's 2022 (Credit: Getty Image for LTA)

Ritrovarsi a scrivere di un Berrettini che doveva essere un grande probabilissimo protagonista di questo torneo e dover scrivere invece del suo Covid, del suo ritiro, del suo ennesimo sogno svanito senza sue colpe, dopo averne già discusso e scritto non so più quante volte e in quanti video, su Instagram, TikTok, Twitter, e chi più ne ha più ne metta…beh, questa francamente me la sarei voluta proprio risparmiare.

Figurarsi lui. Davvero mi dispiace. E non potete immaginare quanto. E non per me, per Ubitennis, per il tennis italiano. Ma per lui.

Di solito i multimilionari, anche se i loro guadagni se li sono meritati facendo cose che non riescono ai comuni mortali – e i grandi campioni certo appartengono a queste categoria – non suscitano gran tenerezza anche se sono incappati in qualche disavventura.

 

Ma Matteo è un tal bravo ragazzo, educato e mai arrogante sebbene in certe situazioni logistiche, ambientali, sia abbastanza facile diventarlo, che francamente tutte le problematiche fisiche che lo hanno avversato in questi ultimi anni, non possono non stimolare una più che naturale forma di solidarietà.

Nessuno potrà mai sapere che cosa avrebbe potuto succedere in questo torneo nel quale nel giorno del sorteggio tutti lo avevamo considerato più fortunato che sfortunato.

Il sorteggio era stato giovedì scorso, quando lui si era allenato con Rafa Nadal, e al venerdì Matteo ha sentito salire la febbreUn’orribile sensazione alla vigilia del torneo che era nella sua testa dal 12 aprile, quando si era operato alla mano, quando aveva deciso che avrebbe saltato il torneo più amato, a casa sua al Foro Italico, e poi anche il Roland Garros quando sapeva bene di avere in scadenza la cambiale dei quarti di finale dell’anno precedente. 

E, come Matteo avrebbe fatto trasparire con l’abituale sincerità, se mai si fosse immaginato che l’ATP avrebbe preso la decisione harakiri di togliere i punti conquistabili ai Championships mentre scadevano quelli dell’anno scorso, beh forse avrebbe accelerato la preparazione per scendere in campo già al Roland Garros.

Too late now. Il COVID è peggio del Fato, colpisce a caso. Ok, le precauzioni servono, mettere le mascherine ancora oggi sarebbe più che consigliabile, eppure anche qui sui metrò a Londra – underground, via – non c’è nessuno nel fittume di passeggeri che si pestano i piedi, che le metta. In sala stampa, su centinaia di colleghi, pochissime eccezioni. Eppure nella sala stampa del Roland Garros più di un collega è rimasto intrappolato dal Covid e non ha potuto lasciare Parigi che diversi giorni dopo la conclusione del torneo.

Nella vita, bisogna avere fortuna. E per quanto concerne la salute le differenti situazioni fra i ricchi e i poveri si assottigliano assai, si ammalano i primi come i secondi anche se i primi magari possono curarsi meglio e resta vero poi – come si divertiva a ricordare spesso il mio maestro Rino Tommasi (che non mi stancherò mai di citare) – che tutti nella loro vita hanno diritto alla stessa quantità di ghiaccio: l’unica differenza è che i ricchi ce l’hanno d’estate e i poveri d’inverno.

Berrettini ha avuto in sorte, coltivata con il lavoro di tantissimi allenamenti durati anni e anni con Vincenzo Santopadre, un servizio formidabile e un dritto quasi altrettanto efficaceE quell’altezza, un metro e 96 cm, che gli ha dato il Padreterno altrimenti a voglia a cercare di lavorare duro per tirare cannonballs da 230 km orari: non ci sarebbe mai riuscito se avesse avuto gli stessi centimetri di Fabio Fognini.

Però si allunga fino a oltre i 4 metri e magari si stira i muscoli addominali. Tira missili fracassanti con quel polso e quella mano destra esplosiva e la mano a un certo punto si stufa per tutto quel continuo stress e fa cilecca. È più simpatico, bello e socievole di altri, stringe volentieri e generosamente la mano a tutti, certo più di un tipo “orso e introverso” e magari si becca il COVID quando quell’altro invece la scampa. La vita è così.

Nell’articolo scritto ieri ho accennato al caso di Tamberi cui sparirono sotto il naso, anzi sotto il ginocchio perché fu il tendine d’Achille a tradirlo, anni e anni di sacrifici per partecipare alle Olimpiadi di Rio 2016.

Ecco, a confronto, lo sfortunato Berrettini si può lamentare assai di meno. Fra pochi giorni Matteo starà bene, già ieri sera era senza sintomi, tornerà a giocare e magari già all’US Open – dove Djokovic non ci sarà e Nadal chissà… molto dipenderà proprio da questo Wimbledon in cui il favorito è certo Djokovic a dispetto di un primo turno con Kwon poco convincente – si prenderà una soddisfazione dorata simile a quella che Tamberi ha dovuto attendere fino a Tokyo 2020… che è poi diventato Tokyo 2021. E Tamberi non se l’aspettava quasi più. Berrettini invece può aspettarsela. Mica avrà sempre scalogna!

Fra i tanti che non sono certo contenti, quindi fra milioni di appassionati italiani (e ci metterei anche le…. appassionate! Dopo la partecipazione di Sanremo dove peraltro il solito brillante Matteo non fu per niente brillante, anche a sua stessa detta, ma solo bello… beh, non avete idea di quante signore di varia età che non avevano mai visto una partita di tennis mi hanno avvicinato per dirmi: “Ma quant’è bello e fascinoso Berrettini!”. Un’invidia che non vi dico!) ci metto anche Jannik Sinner.

Eh sì, perché fino a ieri, nonostante la prima vittoria erbosa al quinto tentativo (e su un nome di sicuro prestigio, anche se minimamente appannato dall’età), Jannik si poteva muovere sotto traccia, in penombra. I riflettori erano tutti puntati su Berrettini, come le scommesse. Lui, il secondo tennista più … “puntato” dopo Djokovic nel regno del betting. Perfino più – udite udite – di Rafa Nadal che, insomma, questo torneo l’ha vinto un paio di volte quando c’era in gara un certo signor Federer che non aveva 41 anni come Serena Williams ieri, ma non ne aveva ancora 27 e 29 (anni 2008 e 2010). Un vecchietto solo presunto, quello di Manacor che, frodando sfacciatamente l’anagrafe ben al di là della calvizia incipiente, continua a roncolare dritti mancini paurosi e a dimostrarsi il più forte di tutti al Roland Garros, il torneo più duro di tutti in cui ha trionfato 14 volte. 

Da noi in Italia, e guai a mancargli di rispetto, per carità, è diventato un mito, una leggenda vivente, Adriano Panatta che di Roland Garros ne ha vinto uno solo, a 26 anni. Rafa ne ha 10 di più, 36, ma c’è qualcuno che riesce a considerarlo fuori gioco? Ora soprattutto che nella metà bassa del tabellone Berrettini non c’è più, Auger Aliassime non c’è più, mentre Tsitsipas deve ringraziare l’inesperienza del giovane e talentuoso svizzero Ritschard che nel primo era avanti 4-1 con doppio break e Stefanos è riuscito a vincere soltanto di misura al quarto set. Poi ci sono le supposte mine vaganti Kyrgios e Shapovalov: entrambi  hanno vinto soltanto al quinto set (con Jubb e Rinderknech), proprio come un’altra testa di serie di quei bassifondi, Krajinovic (con Lehecka).

Insomma laggiù solo Bautista Agut (ma con Balasz) e Fritz (ma con Musetti…) sono apparsi in forma sufficiente per impensierire un Nadal ancora in rodaggio erboso. Ma mi dite chi sarebbe favorito di tutti questi contro Rafa? Almeno se il maiorchino giocherà un po’ meglio – dopo 3 anni di digiuno erboso – che contro Francisco Cerundolo, bravino e agguerrito finchè il match non “pesava”, salvo sciogliersi come neve al sole quando avanti 4-2 nel quarto set dopo aver inopinatamente conquistato il terzo, si è fatto strappare il servizio a 0 sul 4-3 in un batter d’ccchio e poi di nuovo – anche se a 30 – sul 4-5.

Rafa non avrà problemi a disfarsi di Berankis e se Sonego, bravissimo a vendicare due sconfitte con Kudla, confermerà la legge del “non c’è due senza tre” con Gaston, sarà proprio Lorenzo a sfidare Rafa al terzo turno. E lì più che gli auguri non gli posso fare.

Beh, insomma dopo questa lunga digressione sulle chances di Nadal, torno ab ovo, da dove ero partito. Da Sinner che suo malgrado, a causa della prematura dipartita di Berrettini – oh Matteo sta bene eh, è un modo di dire, è solo la dipartita dai Championships, tornerà l’anno prossimo… – non potrà più nascondersi.  Oggi ha Mikael Ymer, uno dei due fratellini svedesi di origini afro, ed è certo favorito, anche se il fatto che abbia battuto Altmaier lo deve mettere in guardia. E poi ieri avevo dato per scontata la vittoria di Camila Giorgi e avete visto che fine ha fatto contro la modesta polacca Frech che a 24 anni non può nemmeno essere considerata una speranza? Che match scriteriato! Ma non voglio maramaldeggiare. Le due teste di serie donne ce le siamo perse al primo turno, Giorgi 21 e Trevisan 22, le altre due che non lo erano pure Bronzetti e Paolini pure anche se Jasmine per un set ha illuso con la Kvitova.

Cì è rimasta soltanto la superstite del derby azzurro di primo turno, Elisabetta Cocciaretto (brillante oltre ogni dire contro Martina Trevisan) che oggi affronta la rumena Begu con la quale ha perso un primo duello ma non è detto che perda anche il secondo.

Con inclusa la Cocciaretto, dunque, di 11 italiani al via ce ne sono rimasti solo tre: Sinner e Sonego. Sonego onestamente non lo vedo andare oltre al terzo turno, ma intanto coraggio e che ci arrivi, anche perché un anno fa qui arrivò agli ottavi e il rischio di finire intorno alla settantesima posizione purtroppo c’è tutto. Per quanto riguarda Sinner, senza sottovalutare Mikael Ymer, mi chiedo e già che ci sono vi chiedo: se vincerà come gli auguro  sarebbe meglio affrontare poi un grande e terribile battitore come Isner, classe 1985 (37 anni) oppure l’idolo di casa Andy Murray, classe 1987 (35 anni) che oggi duelleranno sul centre court ma certo non potranno fare sfoggio di grande mobilità? Io dico che Jannik, ove vincesse, farà il tifo perché i due giochino 5 strenui set, fino al limite delle forze, e con Isner almeno un paio di tiebreak è probabile che ci scappino, anche se non potrà più venir fuori un altro 70 a 68 al quinto

Se non fosse così tardi, ancora, parlerei di Serena Williams, battuta al tiebreak del set decisivo dopo 3 ore e 11 minuti dalla ragazza francese di nascita e passaporto ma per metà cinese e metà vietnamita Harmony (che magnifico nome!) Tan di 24 anni, n.115 WTA e best ranking 90, ma voglio andare a letto alle 2 di notte, tanto ci sarà occasione di riparlarne. Anche perché lei ha tutte le intenzioni, e alla fine dopo qualche ritrosia le ha manifestate, di giocare anche il prossimo US open. Credo che neppure lei, ormai, si faccia illusioni sul record di Margaret Court, sui famigerati 24 Slam, ma non ha voglia di smettere. E seppure a sprazzi anche ieri sera ha fatto vedere insieme a tanti errori, anche tanti colpi che le hanno valso il titolo onorifico di miglior tennista del terzo millennio.

Segnalo in conclusione che dopo il primo turno mancano all’appello queste teste di serie. Quattordici in tutto.

Uomini – sei

7 Hurkacz (Davidovich Fokina)
6 Aliassime (Cressy)
16 Carreno Busta (Lajovic)
18 Dimitrov (Johnson)
24 Rune (Giron)
28 Evans (Kubler)

Donne – otto

7 Collins (Bouzkova)
14 Bencic (Wang)
18 Teichmann (Tomljanovic)
21 Giorgi (Frech)
22 Trevisan (Cocciaretto)
23 Haddad Maia (Juvan)
27 Putintseva (Cornet)
30 Rogers (Martic)
31 Kanepi (Parry)

Continua a leggere

evidenza

Matteo Berrettini: la scelta è stata sua. È onesta, ma gli costerà cara

Matteo Berrettini avrebbe potuto anche non ritirarsi. Il torneo gli avrebbe permesso di giocare ugualmente. Una scelta che gli fa onore, e che forse altri non avrebbero fatto

Pubblicato

il

Matteo Berrettini a Wimbledon 2021 (Credit: AELTC/Jed Leicester)

La notizia del ritiro di Berrettini a causa della positività al COVID è stata una doccia fredda per tutti gli italiani presenti a Londra ed è facile immaginare come ci debba essere rimasto lui quando, dopo la febbre dei primi giorni, è arrivata a seguito del tampone, anche la brutta scoperta di aver contratto il virus. Deve essere stato un piccolo grande dramma. Ma nella vita di uno sportivo può capitare. Ricordate Tamberi alla vigilia delle Olimpiadi di Rio? Quando si strappò il tendine di Achille, vanificando quattro anni di allenamenti, sacrifici, sogni? Vero però che gli episodi sfortunati di Matteo alla vigilia di appuntamenti importanti purtroppo si ripetono con straordinaria frequenza. In questo momento per lui certamente doloroso Ubitennis ha ritenuto di non disturbare la sua privacy. Non è difficile immaginare che la vicenda lo avrà certamente scioccato e neanche quanto sofferta sia stata la sua decisione di rinunciare al torneo.

Più sfortunato di così, come campione che pareva in grado di ripetere l’exploit di un anno fa, e magari nei sogni suoi e degli italiani, fare ancora meglio, davvero Matteo non poteva essere. Matteo era il secondo favorito del torneo secondo i bookmakers. Fisicamente stava bene e la sua condizione agonistica non poteva essere migliore a giudicare dalle due vittorie nei due tornei di preparazione ai Championships. L’operazione alla mano era ormai un ricordo lontano e l’obiettivo era quello di migliorare il risultato del 2021.

Tuttavia qualche piccola avvisaglia che non tutto stava andando benissimo c’era stata e ci eravamo permessi di coglierla, quando fu scritto “ma come mai Berrettini non si è presentato alla conferenza stampa? E perchè non si è allenato domenica?” Infatti quella domenica Berrettini aveva cancellato sia la sua conferenza stampa pre-torneo sia il suo allenamento. Ma solo oggi, al di là dei rumours che circolavano, si è saputo che il tennista romano ha passato tre giorni sul divano di casa senza toccare racchetta a causa di un malessere che gli ha provocato anche qualche linea di febbre. Lui ha certamente sperato che si trattasse di una normalissima influenza.

 

Poi, come da lui stesso comunicato attraverso i social media, è arrivata la decisione di sottoporsi a un test COVID nella giornata di martedì, prima di iniziare la preparazione al match di primo turno contro Garin. Di seguito la dolorosa decisione di ritirarsi dal torneo.

Secondo quanto trapelato nell’ambito del clan dell’azzurro, nei convulsi momenti dopo l’annuncio del ritiro, gli ufficiali del torneo di Wimbledon avrebbero lasciato a Berrettini e al suo staff la scelta se giocare o meno, indipendentemente dalle sue condizioni di salute. Non c’è nulla di scritto, ufficialmente. Ma pare che gli sia stato detto: “Se sei asintomatico e ritieni di poter giocare, non c’è alcun obbligo”.

Si è trattata quindi di una decisione di grande responsabilità, alla quale ha sicuramente contribuito la rettitudine morale di Berrettini e il suo desiderio di mantenere la reputazione che si è faticosamente costruito in questi anni nel circuito di persona rispettosa dei suoi colleghi e di tutti coloro che lavorano nel mondo del tennis.

Non è difficile infatti immaginare che qualcun altro avrebbe potuto compiere una scelta meno altruistica, decidendo di non testarsi e di provare comunque a giocare nonostante la febbre, infischiandone delle possibili conseguenze. Magari, visto anche il tabellone, poteva superare questa prima settimana anche in condizioni incerte di salute e poi chissà…

Durante le pause per pioggia che si sono verificate lunedì pomeriggio, tutti i giocatori sono dovuti ritornare negli spogliatoi e in quel momento quasi 200 persone (tra atleti, allenatori e staff) si sono ritrovate in una stanza relativamente piccola, andando a creare una situazione di affollamento in un luogo chiuso che sicuramente avrebbe costituito terreno fertile per la diffusione del coronavirus.

Berrettini tuttavia, pur sapendo di rinunciare in questo modo a un’altra grande occasione di portare a casa un risultato importante al torneo di Wimbledon, non punti, ma tanto prestigio e tanti soldi, ha scelto di non compromettere la propria integrità e di non far correre il rischio di ammalarsi alle altre persone che fanno parte del torneo. Tra i giocatori esiste un “gentlemen’s agreement”, un patto informale che prevede l’impegno di tutti a non trasformare gli spogliatoi o le players’ lounge del circuito in potenziali focolai; ma si tratta di un impegno basato sull’onore, totalmente non verificabile. Per loro stessa natura i tennisti sono quasi sempre estremamente egoisti: altrimenti forse non potrebbero raggiungere certi risultati.

Come in tante situazioni, anche in questo caso ognuno deve rispondere solo a se stesso e a qualche Entità Superiore (se ci crede), per cui la tentazione avrebbe potuto essere troppo forte per resisterla. In questo specifico episodio fa piacere vedere come Berrettini abbia deciso di mettere la salute di tutti al di sopra del suo interesse personale, anche se potrebbe aver giocato un ruolo – anche nei confronti dei propri sponsor – il fatto di voler mantenere quell’immagine irreprensibile che ormai viene associata al nome di Matteo Berrettini. Magari può lasciare un po’ perplessi la decisione del torneo di Wimbledon di delegare interamente ai giocatori la responsabilità di mantenere gli ambienti comuni del torneo liberi da potenziali virus, evitando di avere qualunque protocollo, anche il più blando, per proteggere il torneo e tutti quelli che ne fanno parte. Forse anche di qui passa il ritorno alla normalità dopo i due anni d’inferno che tutto il mondo ha vissuto, ma intanto l’All England Club ha deciso di riconsiderare la decisione dopo l’annuncio del ritiro di Matteo Berrettini: “Dopo i recenti casi all’interno del torneo stiamo riconsiderando le misure attualmente in atto per il contenimento del COVID-19 – ha detto un portavoce del Club al quotidiano britannico The Guardian – In qualità di evento di grandi dimensioni siamo in costante contatto con l’Agenzia per la Salute Pubblica (UK Public Health Security Agency) e le autorità locali”. Al momento nel Regno Unito le regole generali per chi presenta sintomi consistenti con il COVID-19 e risulta positivo a un test raccomandano cinque giorni di isolamento a casa e 10 giorni nei quali bisogna evitare contatti con persone ad alto rischio oppure la presenza in luoghi affollati nei quali è più elevata la possibilità di venire a contato con soggetti a rischio.

Sono tutte riconsiderazioni più che legittime, ma purtroppo ormai non cambiano la sostanza di quanto è accaduto riguardo a Matteo e ai Championships che avrebbero potuto portargli ancora maggior popolarità, gloria e status. Ha dimostrato ancora una volta di essere una persona molto seria. Più di tante. Chapeau a lui…ma, lasciateci dire, un vero grande grandissimo peccato che nè lui, nè il tennis italiano in quest’anno che fin qui non è paragonabile al 2021, davvero si meritavano.

(ha collaborato alla stesura Vanni Gibertini)

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Wimbledon: Fognini si scaglia contro l’ATP e dà dei “ciarlatani” ai colleghi. Alcaraz che carattere

LONDRA – Difficile trovare un giocatore, che non sia russo, d’accordo con la questione punti. 48 match conclusi. Hurkacz e Collins le sorprese negative. Quattro azzurri k.o. su sei. Oggi Berrettini

Pubblicato

il

Fabio Fognini (ITA) playing against Andrey Rublev (RUS) in the third round of the Gentlemen's Singles on No.3 Court at The Championships 2021. Held at The All England Lawn Tennis Club, Wimbledon. Day 5 Friday 02/07/2021. Credit: AELTC/Simon Bruty

La prima giornata dei Championships non è mai facile. Io non ricordo una volta in cui io sia riuscito a finire di scrivere il mio editoriale prima di mezzanotte. Di una giornata cominciata alle nove del mattino. Quanta invidia, per certi versi, con i colleghi che scrivono di una partita di calcio che dura un’ora e mezzo e che ti lascia libero per tutte le ore prima.

Il brutto è che alla fine ho le idee confuse su quel che dovrei scrivere, quando sono state giocate e completate 25 partite maschili e 23 femminili, perché naturalmente nel rispetto di ogni tradizione, ci sono state le solite interruzioni dovute alla pioggia, con un acquazzone anche piuttosto violento, e meno male che ci sono due campi coperti. In particolare quello del centre court ha permesso a Andy Murray di vincere in 4 set e in 2 ore e 43 minuti la sua minimaratona che si è conclusa alle 21,35 locali, cioè le nostre 22,35. Poi c’è stata la sua intervista e così siamo arrivati intorno alle 23,30.

Cioè quando un cronista non più giovanissimo come il sottoscritto non può fare a meno di ricordare un’espressione cara al mio vecchio compagno di telecronache Roberto Lombardi che in situazioni consimili mi diceva: “A quest’ora siamo cotti come un copertone!”. La diceva sempre, non l’ho mai dimenticato. Né la frase, né lui naturalmente. Forse da Lassù sta sorridendo. Lui ha vissuto gli Wimbledon che facevamo commentando sul posto, con un discreto spiegamento di forze… e mi ha fatto effetto sapere che Elena Pero, che dopo 12 anni ha riavuto la gioia di commentare questi Championship da qui anziché dalla cabina milanese, si è commossa fino alle lacrime – davvero! – tornando in Church Road, laddove c’erano insieme a lei per tanti anni Rino Tommasi, Gianni Clerici, Roberto Lombardi e il sottoscritto. Più cinico Paolo Bertolucci si lamentava invece di doversi occupare in telecronaca dalla cabina sul centrale del match della Raducanu mentre Sinner giocava sul campo 2.

 

Ma io sono sicuro che le loro telecronache, vissute qui, raccogliendo preziose informazioni da tanti interlocutori che altrimenti non avrebbero incrociato, saranno molto più vive, informate e interessanti. Senza con questo voler dire – Dio me ne guardi – che quelle fatte da Milano non lo fossero. Ma, credetemi, è un’altra cosa. C’è magari da scapicollarsi un po’ di più. Anche solo per raggiungere Wimbledon da Central London, soprattutto per chi non ha la mia possibilità di sconfiggere le code interminabili con un MP3 500 a tre ruote che la Piaggio continua generosamente a fornirmi.

Da Notting Hill ci metto meno di 25 minuti, ma se venissi in macchina ci vorrebbe oltre un’ora. Una ventina di minuti più un km e mezzo a piedi con l’underground fino a Southfields, solo che ogni anno si incappa sempre in qualche giorno di sciopero. E qui gli scioperi non sono come quelli italiani. Qui fanno sul serio.

Non ci sono le fasce orarie protette e i gruppi che aderiscono e quelli che non aderiscono.

Vabbè, immagino che di questi discorsi freghi a tutti assai poco.

Magari, prima di aver sentito Fognini che dava agli altri tennisti dei “ciarlatani e… siamo venuti tutti qui come degli stupidi quando avremmo dovuto boicottare il torneo… e allora l’ATP ha preso una decisione sbagliata… quella di togliere i punti! Insomma siamo tutti venuti fin qui per un torneo che non conta! E l’ha fatto, oltretutto senza informarci…”, ho sentito anche un ex boardmember dell’ATP, il giornalista Richard Evans, sostenere assolutamente le stesse cose mentre David Egdes e Simon Higson (braccio destro “media” di Andrea Gaudenzi) cercavano di difendere la presa di posizione dell’ATP che avrà come conseguenza principale quella di rendere poco credibili proprio quelle classifiche (non solo per Djokovic e Berrettini) che volevano proteggere per “rispettare” le situazioni “discriminate” di russi e bielorussi.

Quando sarebbe bastato semmai proteggere le classifiche di quei tennisti, senza provocare un terremoto che scontenta tutti. Io non ho ancora trovato un giocatore – salvo Nadal e Federer (che ormai non gioca più o quasi) – che abbia sposato questa soluzione senza compromessi.

Magari 4 o 5 settimane fa, sotto la spinta emozionale, poteva anche essere una reazione comprensibile all’errore commesso da Wimbledon sotto la spinta governativa, ma l’ATP avrebbe potuto anche aggiustarla in corsa, perché ogni giorno vediamo perfino con la guerra, che le cose evolvono, che cambiano. L’All England Club, per cominciare, avrebbe dovuto dire di essere costretto a rispondere a un input governativo, invece di volersi mostrare stupidamente più realista del re – in questo caso il re…è stato un partito conservatore al Governo (un laburista non si sarebbe comportato così) – e così avrebbe spuntato parzialmente la reazione dell’ATP. Che a quel punto ha voluto dare una dimostrazione di forza “Allora niente punti ai Championships!”, come se Wimbledon ne avrebbe sofferto. Non gli ha fatto un baffo e ha finito per danneggiare tutti i giocatori che partecipano al torneo.

Creando oltretutto anche il sospetto – non provabile nei fatti fin qui – che qualche giocatore, magari terraiolo d.o.c., non sia neppure troppo stimolato a impegnarsi fino in fondo se il match si mette male, correndo magari il rischio di un infortunio che pregiudichi la conquista di punti validi per il ranking in un successivo torneo. Finora ci sono stati soltanto 3 ritiri, due fra le donne e uno fra gli uomini, in 48 incontrima il fatto stesso che si possa insinuare un sospetto del genere fa capire quanto sia stata sbagliata la scelta ATP (che ha poi influenzato la WTA). Cui prodest? A chi ha giovato? C’era modo di proteggere russi e bielorussi senza danneggiare tutti gli altri. E se il principio è stato, come è stato detto in questo colloquio a quattro, “proteggere il nostro bene più grande, la classifica e l’uguaglianza per tutti”, beh mi pare che proprio questi due fattori, classifica e uguaglianza, sono invece stati misconosciuti.

Basta con la politica ora. Godiamo le novità messe in mostra dall’All England Club, tanti lavori che magari a voi sfuggono (ma non quello del nuovo ingresso dei protagonisti sul Centre Court che proprio oggi celebrava i 100 anni dopo aver consentito seri allenamenti fin da giovedì scorso sulla mitica erbetta: non passano più dal quel budello-cunicolo all’uscita dagli spogliatoi, ma escono centralmente in maniera molto più teatrale), così come tutta la battaglia legata all’eco-sostenibilità, la scomparsa di tanta carta e tanta plastica.

Ci sarà modo di riparlarne senza fare le ore ancora più piccole.

Per i risultati della prima giornata, beh ormai sapete tutto, dal nostro live, dai collegamenti facebook di Gianni e Pinotto, pardon di Vanni e Luca, del mio video targato NowTv – perché NowTv e Sky sono il solo modo per seguire Wimbledon su tutti i campi – e quindi io non dico nulla di nuovo e sconvolgente se io vi dico che le due teste coronate più importanti a rotolare sull’erba sono state due n.7 del seeding, Hurkacz fra i maschietti – lo scorso anno arrivò in semifinale, aveva vinto Halle, subirà un gran tonfo in classifica, quei punti sono persi – e Collins fra le femminucce.

O se aggiungo che Davidovich Fokina è stato un bel matto a sciupare i 3 matchpoint che ha avuto stando avanti 2 set a zero 5-3 e 40 a 0, con tre dritti sbagliati. Ma poi ha vinto 7-6 al quinto e con il primo tiebreak del nuovo corso 10-8 – long tiebreak a 10 punti nel quale era indietrissimo (leggetvei la cronaca) – pur avendo ciccato un quarto matchpoint con un altro dritto… e meno male che Hurkacz gli ha dato una mano sul quinto, non mettendo la “prima” e regalandogli un gratuito! 

A quel primo long-tiebreak dopo 3 h e 28 minuti di battaglia che poteva durare moto meno e concluso alle 17,32 locali, ne sarebbe seguito un altro con il cileno Tabilo vittorioso sul serbo Djere alle 19,23: durata 3h e 21 minuti (7 di meno…), ma 13-11 il punteggio del tiebreak con Djere che rimpiangerà 2 matchpoint non sfruttati.

Invece Bublik pareva avesse paura di perdere il treno: 1h e 22 minuti e ha mandato a casa Fucsovics che non mi ha dato l’impressione di impegnarsi troppo. Lo scorso anno l’ungherese aveva fatto fuori il nostro Sinner o sbaglio? Di andare a controllare a quest’ora non ci penso nemmeno.

Non aveva fretta invece Djokovic, apparso poco brillante con il coreanino del sud, Kwon, che invece non mi è per nulla dispiaciuto anche se aveva troppo presto ispirato titoli impossibili da presumere del tipo: “Ecco la Corea di Djokovic!”. Sono andato a parlarci a fine match.

Soon Woo Kwon è sponsorizzato da capo a piedi dalla Fila, azienda ex biellese diventata coreana, ha proprio la faccia di un bambino,  non spiccica una parola di inglese, ma è stato il suo coach Daniel Yoo, che gli faceva da interprete, a prendermi in contropiede quando mi ha detto: “Ma io riconosco la sua voce…non è lei il giornalista di “Not too bad” con Djokovic?”

Cavolo, è arrivato perfino in Corea! Magari la Fila potrebbe sponsorizzare pure me…

La partita più bella? No doubts, direbbero qui: Alcaraz-Struff. Bravo il tedesco, umile e bravissimo lo spagnolo. Che era sotto 2 set a 1 e 2-0 nel tiebreak del quarto set quando ha fatto una serie di miracolosi recuperi e un rovescio passante incrociato a una mano ancora più miracoloso. Strappa-applausi, in America gli avrebbe tributato una più che meritata standing ovation. 4 ore e 11 minuti e gran rimonta. L’altro giorno John Lloyd di cui ascolterete presto un’intervista esclusiva, mi ha detto: “Se mi chiedono di scommettere se Alcaraz vincerà più o meno di 10 Slam io dico… più di 10 Slam! E non lo dico di nessun altro”. 

Di sicuro a Carlitos non mancano gli attributi. Lo ha dimostrato anche con Struff dal quale aveva perso in precedenza.

Basta con…l’esterofilia. C’erano sei italiani, e se a vincere sono stati in due, Sinner e Cocciaretto, va subito detto che il successo femminile è arrivato in un derby. Dove la Trevisan è stata dominata dall’inizio alla fine. Un 6-2,6-0 francamente imprevedibile.

Più prevedibile invece che Sinner sia venuto fuori alla distanza contro Wawrinkache sarà anche Stan the Man, ma è anche un Old Man di 37 anni, anche se per due set ha servito e sparato le sue botte di rovescio quasi come ai bei tempi. Lo svizzero qui ha raggiunto una volta i quarti, ma insomma i suoi 3 Slam li ha vinti altrove. Per Sinner una vittoria beneagurante, dopo quattro k.o. erbosi in 4 esperienze.

Vavassori ha fatto la sua onesta partita, un periodico 6-4 senza infamia e senza lode avrebbe detto Rino Tommasi, e la Bronzetti ha lottato più nel secondo set (6-1,6-4) che nel primo…ma in tutta onestà non sono riuscito a vedere che qualche punto qua e là dallo schermo in sala stampa. Ubi sì, ubiquo no.

Perdonatemi. Ora vado a letto. Perché mi aspetta (e sono fiducioso) un Berrettini-Garin alle 14 italiane sul campo n.1 – le foto di Matteo campeggiano anche sulle copertine delle riviste inglesi esposte nelle vetrine del Village di Wimbledon – mentre sono un po’ meno fiducioso ma senza eccedere in negatività per Sonego alle prese con la rivincita con Kudla – che lo aveva battuto al Queen’s pochi giorni fa – e quanto a Camila Giorgi, beh, dai, anche una imprevedibile come lei contro la polacca Frech deve vincere. E la Paolini con la Kvitova sarebbe stata una mission impossible qualche anno fa…Credo che lo sia abbastanza ancora, ma Petra non è più quella che vinse questo torneo due volte.

Ma sono onestamente più curioso di rivedere Serena Williams contro Harmony Tan che conosco pochissimo.

Anche Aliassime-Cressy su questi campi è un match che merita di essere visto. Ma, ora, fatevi lo sforzo di guardare almeno il programma e di scegliervi il match che più vi interessa. Per me basta così. Dalle quote di Luca Chito potrete anche capire chi siano i favoriti di almeno tre agenzie di betting. Il che non significa proprio che io vi inciti a scommettere. Ma solo a capire come la pensano.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement