TENNISPOTTING luglio: Djokovic, Federer e l'avvento del Terrore

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TENNISPOTTING luglio: Djokovic, Federer e l’avvento del Terrore

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Kyrgios Wimbledon

TENNIS TENNISPOTTING – Luglio, Wimbledon. Per molti è il torneo dei tornei, quello che, vincendolo, ti permette di accedere nell’Olimpo del tennis. In Australia possono vincere anche dei carneadi di questo sport, a Wimbledon no. Al massimo puoi fare una finale, oppure puoi essere il più forte della tua èra e non riuscire a vincere mai questo torneo. Wimbledon è il Walhalla, una sorta di aldilà rispetto ai normali tornei dell’anno

A cura di Claudio Giuliani e Daniele Vallotto

A luglio si giocano ben dieci tornei: è il mese in cui si gioca di più durante l’intero anno. I giocatori si dividono in due categorie in questo mese: quelli che vogliono allenarsi per l’erba e quelli che andranno a Wimbledon per riscuotere l’assegno-partecipazione, e che allora giocano su terra o sul duro, quest’ultimi in previsione dei mesi seguenti. A Londra si abbandonano i brutti e colorati vestitini per vestirsi di bianco e seguire la regola del “predominantly white”, perché l’occhio, l’attenzione dello spettatore, dev’essere tutto per la pallina. E pazienza se i gesti non sono più bianchi o se le volée le fanno sempre i soliti noti, sempre più vecchi e malandati: a Wimbledon non si vince per caso, si vince se sei un campione.

 

TENNISTA DEL MESE
Claudio Giuliani: Novak Djokovic, come pensare ad altri? Luglio si rivelerà il mese più importante per il serbo, da troppo a digiuno in prove dello Slam. La conquista del torneo dei tornei,  l’annuncio della paternità, il matrimonio, il ritrovato numero uno al mondo: è lui il Re di luglio per me. Il tennis oramai si gioca solo da fondocampo e a Wimbledon si usa il top spin forse solo un po’ che meno che dalle altre parti. Il capo dei giardinieri soffre ed empatizza con l’erba ogni qual volta le suole dei giocatori grattano quei fili d’erba messi in pari trattati come se fossero le granelle rosse del mattone tritato. Novak struscia come e più degli altri;  e poi si adatta bene all’erba specialmente dal lato del già superbo rovescio, visto che scende benissimo sulle ginocchia. Non ha la mano sotto rete, dove è rozzo e anche non molto carino da vedere complice quel racchettone con cui gioca – come molti bimani peraltro –  ma tanto a rete non ci va più nessuno, giusto Federer e neanche tanto. Ha vinto il torneo battendo il miglior Federer degli ultimi due anni e, cosa da non sottovalutare, visto che capiremo solo in seguito l’importanza di questa vittoria, ha battuto Marin Cilic al quinto set nei quarti di finale. Ha avuto il suo bel da fare insomma, rilassandosi in semifinale contro Dimitrov, arrivando a dimostrare quanto sia forte mentalmente nelle ultime quattro ore del torneo. Con questa vittoria ha fatto rilassare anche Boris Becker, visibilmente emozionato ad applaudire il successo del suo assistito, che si conferma il migliore assieme a Nadal sul piano mentale di questo gioco, l’aspetto più importante.

Daniele Vallotto: Riassumiamo la carriera di Novak Djokovic dopo il 2011 – a conti fatti e stando così le cose una bellissima parentesi all’interno di una carriera fenomenale ma ancora un po’ staccata da quella delle leggende pure di questo sport. 2012: vince gli Australian Open al termine di due maratone lunghissime e iperadrenaliniche. Sembra lo zenit della carriera e forse lo è veramente, perché per il resto dell’anno le aspettative non vengono rispettate fino in fondo. Perde al Roland Garros e agli US Open, si riscatta con il Masters e chiude l’anno ancora da numero 1. 2013: rivince a Melbourne ma perde una semifinale massacrante al Roland Garros e il resto della stagione ne risente. Intanto Nadal torna a vincere pure sul cemento, gli strappa un altro US Open dalle mani e si riprende il numero 1, nonostante il secondo Masters di fila del serbo. Arriviamo al 2014, dove perde per la prima volta in quattro anni agli Australian Open e tutti si domandano che fine farà il SuperNovak che non vince più nemmeno a casa sua. Fa doppietta a Indian Wells e Miami, vince Roma e arriva come un razzo a Parigi, ma si sgonfia di nuovo in finale. Insomma, Djokovic ha giocato parecchi grandi tornei, in molti di questi era tra i primi due favoriti e in altri il numero 1 senza se e senza ma. Ma di tornei davvero grossi, dal 2012 in poi ne ha vinti quattro (che mica è poco, intendiamoci). A Wimbledon, dove negli ultimi tre anni ha fatto sempre bene ma è reduce da due sconfitte piuttosto cocenti, arriva in finale per mancanza di concorrenza. E contro Roger Federer, l’arcirivale che vuole scrivere l’ennesimo capitolo di storia, non parte con uno schiacciante vantaggio, anzi, alcuni si permettono di dare per favorito quel vecchietto che non vince nulla di veramente importante da due anni. Perso il primo set della finale, poi, sembrava tutto apparecchiato per l’ennesimo trionfo di Roger e un’altra bruciante sconfitta in finale per Novak. Invece il serbo smentisce chi lo dava per cotto: sull’erba, forse la superficie meno adatta al suo gioco, trova la migliore partita dell’anno e nonostante di fronte a sé si palesi all’interno del singolo punto e per brevissimi tratti di partita (suppergiù, la fine del primo set e i game conclusivi del quarto) una copia di Federer in versione 2006 finisce per far prevalere la logica sulla leggenda. È una vittoria bellissima, emozionante, la più significativa del Djokovic post-2011. Ci riconsegna un Djokovic sicuro di sé, quel magnifico tennista praticamente imbattibile nel tennis da fondo campo. Con questa vittoria ha battuto Federer, l’uomo degli Slam, in tutti gli Slam. Tennista del mese perché se devi giocare una partita davvero difficile e la giochi così, sei un fenomeno assoluto del tennis.

DELUSIONE DEL MESE
Claudio Giuliani: Il logorio delle ginocchia di Nadal si manifesta anno dopo anno sull’erba di Wimbledon, quando le articolazioni dello spagnolo devono piegarsi sempre di più per tirare su la pallina. Deluso da Rafa? No. Ha vinto il suo Slam, quello rosso, quello dove dovrebbe giocare con l’handicap per rendere interessante il torneo, che di fatto non lo è. Normale che a Wimbledon, dove già nei due anni precedenti è uscito per mano di tennisti di secondo piano, non potesse arrivare fino in fondo. Fare di più magari, ma certo se poi incroci uno sfrontato come Kyrgios sul campo c’è poco da fare. La delusione del mese è Federer. Come tutti sanno io ho tifato Djokovic in finale, per un preciso motivo: al momento era il tennista che stava giocando meglio di tutti durante il 2014 e ancora non aveva vinto uno Slam. Dall’altra parte invece c’era Federer, già salvato dall’amico Wawrinka nei quarti di finale (se non fosse successo qualcosa al fisico di Stan staremmo parlando di altro adesso, con molta probabilità), presentatosi puntuale all’appuntamento con la storia. Non si è uno dei più grandi di sempre per caso, no? Federer che torna a vincere uno Slam dopo due anni, proprio a Wimbledon 2014 dopo Wimbledon 2012, a coronamento di un’ottima annata fin lì, che stava riscattando l’orribile 2013 giocando un tennis che nessuno mai vorrebbe veder sparire sui campi da tennis. La loro partita è stata un dramma shakesperiano in piena regola. Una storia dall’andamento alterno che ha fatto vacillare le nostre certezze di tifosi (a me è successo), perché di fronte all’oggettiva manifestazione di grandezza tennistica c’è da rendere omaggio. Ma non se si è Novak Djokovic, uno Slam perso da Wawrinka improvvisamente diventato vincente e l’altro perso ancora da Nadal a Parigi. Il dramma si è consumato in maniera perfetta, come il miglior sceneggiatore avrebbe scritto. La finale-serieTV articolata in cinque set-puntate ha interrotto ogni altra attività della nostra vita in un caldo pomeriggio di luglio. Quel giorno tutto è stato meno importante di due tennisti chiamati a scrivere un pezzo di storia. Un’istantanea che per Federer rimarrà l’ultima vera delusione della sua vita tennistica: il mancato colpo di coda del campione arrivato ad un soffio dal vincere lo Slam degli Slam a trentatré anni. Una delusione enorme per lui e per i suoi tifosi.

Daniele Vallotto: Di Federer e della partita contro Djokovic ho già scritto diffusamente, a caldo. Che cosa mi resta a freddo, sei mesi dopo? La stessa identica sensazione: che Federer, quel giorno, abbia fatto qualcosa di irripetibile, qualcosa che va al di là del risultato. Vittoria o sconfitta, il senso della sua partita non cambia. Nella finale di Wimbledon non ci sono vincitori, né vinti e pertanto non ci sono delusi (ma la lacrima che riga la guancia dello svizzero, quella sì contiene un po’ di delusione. Ma si tratta di una parentesi all’interno di un pomeriggio fuori dai confini umani). La delusione, per quanto mi riguarda, è Murray, senza se e senza ma. La terra battuta, che normalmente gli provoca allergie tennistiche davvero irrisolvibili, pare aver rigenerato Murray: una bellissima partita con Nadal, una semifinale tutto sommato positiva al Roland Garros. Sembra tutto pronto per il grande ritorno dello scozzese. Invece Wimbledon è uno dei tanti pit-stop con falsa partenza del 2014 di Andy. Contro Dimitrov, che pure gioca una delle migliori partite dell’anno, lo scozzese è dimesso, impacciato, sconfitto in partenza. Si parla di qualche problema fisico ma restano soltanto le chiacchiere. Sul campo, quello che vediamo è un avanzo di campione. Francamente è preoccupante vederlo così: il tennis ha terribilmente bisogno di lui.

COLPO DEL MESE
Claudio Giuliani: I detrattori di Rafael Nadal lo bollano spesso – denotando un’incompetenza sul genere che è solo pari all’odio verso il maiorchino, colpevole soprattutto di aver tolto molti Slam a Federer, più che altro – come un tennista di solo fisico e sprovvisto di manina. Nel video di seguito c’è tutto: colpi eseguiti in equilibrio precario, back di diritto con presa Continental in recupero, back di rovescio rasenti la rete, recuperi straordinari e passanti di precisione chirurgica (e c’è anche un lob messo con una raffinatezza tale che vale uno qualsiasi dei migliori tocchi sotto rete). So, caro Daniele, che sceglierai come colpo del mese sicuramente quello di Kyrgios contro Nadal. Qualcuno deve pur incensare di gloria quel gesto straordinario e sento già il formicolio delle tue dita sulla tastiera bramante la descrizione di quello che forse è il colpo dell’anno. Ti cedo la parola e la scena per la tua esaltazione.

Daniele Vallotto: La mia prevedibilità mi deprime un po’. Per smentirti, avevo in mente di scegliere un colpo incredibile che però, nel campionario di Roger Federer mica è così incredibile. Parlo della terza palla break annullata da Federer nel settimo game del quinto set contro Djokovic. Gioca una seconda ben piazzata, segue a rete, gioca una demivolée difficilissima ed è poi attentissimo a piazzare la volée di rovescio che gli vale il punto. Difficoltà e coraggio quasi incalcolabili perché Federer, in quel momento della partita, era in riserva di energie da almeno mezz’ora. Poco prima, ricordo di aver visto il suo ciuffo spettinato, la fronte coperta di sudore (!), lo sguardo smarrito. E mi sono detto: “adesso crolla”. E avevo ragione perché poco dopo Djokovic breakkerà. Ma quel punto è qualcosa che racchiude in sé tutti i motivi per cui Federer è così amato: classe, eleganza, sprezzo del pericolo, freddezza. Altro che Frigidaire.
Lasciando stare quel colpo, che vale comunque una menzione all’interno del mese, non si può ignorare l’estrema nonchalance con cui Nick Kyrgios gioca quello che per me è il colpo del mese. Già a gennaio avevo scelto un suo colpo sottolineandone la disinvoltura. Si trattava peraltro di un punto piuttosto importante. Questo contro Nadal si gioca sul 3-3 40-0: totale equilibrio. Per cui un po’ di incoscienza ci sta. Ma per chi l’avesse dimenticato, stiamo parlando di un debuttante a Wimbledon che gioca sul Centre Court contro il numero 1 del mondo. Rivedi la sua espressione nemmeno troppo sorpresa e pensi che il suo viso da spaccone non ti ispirerà una grande simpatia. Ma se all’arroganza si accompagnano questo tipo di colpi allora gli perdoniamo tutto, anche le discutibili scelte cromatiche.

Continua a pagina 2 con: Partita del mese, Invisibile del mese, Partito della Nazione, Fiori d’arancio, sorpresa del mese e osservatorio sui social network, con qualcuno che si è fatto prendere la mano.

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Australian Open, tabù Slam per Zverev: Shapovalov passa in tre set, ora Nadal

Sorpresa a Melbourne: il tedesco vittima dei suoi demoni, il canadese conferma di essere pronto per puntare in alto

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Denis Shapovalov - Australian Open 2022 (Instagram - @australianopen)
Denis Shapovalov - Australian Open 2022 (Instagram - @australianopen)

[14] D. Shapovalov b. [3] A. Zverev 6-3 7-6 6-3

Clamorosa sorpresa all’Australian Open, che saluta uno dei principali favoriti. Alexander Zverev cade fragorosamente agli ottavi di finale per mano di un Denis Shapovalov che appare ormai maturo per puntare a qualcosa di importante. Sulla Margaret Court Arena passa il canadese in tre set (6-3 7-6 6-3) al termine di una partita che ha visto il tedesco rimanere vittima dei suoi demoni: qualcosa non va negli Slam per Sascha, che era accreditato come uno dei pretendenti al trono di Melbourne dopo quanto accaduto a Novak Djokovic. Dall’altra parte, Shapovalov si è fatto forza dei dubbi dell’avversario, gestendo bene i suoi momenti complicati e rimanendo lucido anche quando, nel terzo set, Zverev è apparso faticare più del dovuto dal punto di vista fisico.

IL MATCH – E dire che Sascha aveva avuto due palle break subito, nel primo game dell’incontro. Denis però le ha salvate e ha finito per togliere il servizio all’avversario nel quarto game (3-1). Il canadese è stato bravo a portare fino in fondo il break, senza concedere l’opportunità del contro-break: la saetta col servizio mancino slice ha messo spesso in difficoltà Zverev, che è finito ben presto in preda alla frustrazione. Il secondo set è proseguito sulla scia del primo, con il canadese che ha strappato al primo gioco il servizio a Zverev (molto deludente il rendimento del tedesco col suo punto migliore: a fine partita avrà solo il 69% di punti vinti con la prima e addirittura solo il 29% di punti vinti con la seconda). Dopo il break subito, il tedesco ha mostrato chiari segni di cedimento nervoso sfasciando malamente la racchetta. Poi però Denis ha accusato un calo, subendo prima il contro-break (2-2) e poi il break all’ottavo gioco (5-3). Ma Zverev è incappato in un game negativo quando è andato a servire per il secondo set permettendo a Shapo di agganciarlo sul 5-5. Il tiebreak è stato vissuto come sulle montagne russe. Il canadese si è portato sul 5-1, Zverev ha accorciato le distanze sul 5-4, Shapovalov ha commesso un doppio fallo sul primo set point sul 6-4, ma ha concretizzato il secondo il punto successivo grazie a una clamorosa stecca di diritto del tedesco e si è portato in vantaggio due set a zero. A quel punto l’inerzia del match era tutta dalla sua parte. Uno Zverev in rottura prolungata ha ceduto il servizio alla prima palla break del terzo set (2-0) e solo nel sesto gioco è riuscito ad arrivare a parità sul servizio di Shapovalov, che però è riuscito a tenere il servizio e poi a chiudere al secondo match point.

 

LE PAROLE – Shapovalov, dopo aver vinto la ATP Cup a inizio anno, arriva per la prima volta ai quarti a Melbourne e conferma che questo potrebbe essere l’anno della sua definitiva consacrazione come tennista di livello massimo: è il terzo canadese ad arrivare ai quarti di finale dell’Australian Open dopo Belkin (1968) e Raonic (2019). Potrebbe essere raggiunto da Auger-Aliassime, che domani sfiderà Cilic. “Adoro giocare in Australia, strafelice di aver vinto e giocato bene in una atmosfera fantastica come questa – ha detto Shapovalov nell’intervista post partita -. Non mi aspettavo di poter vincere in tre set. Ho giocato bene in tutte le zone del campo, colpito bene su entrambi i lati e sono stato intelligente. Ho gestito bene momenti complicati e sono riuscito a venirne fuori”. Ora per Shapovalov il quarto di finale contro Nadal: “Sarà un onore. Abbiamo giocato non troppo tempo fa ad Abu Dhabi, sarà ovviamente un’altra partita, sarà una grande battaglia, ma credo proprio che ci divertiremo”. Qui, invece, le dichiarazioni dei due giocatori in conferenza stampa.


TABELLONE MASCHILE

TABELLONE FEMMINILE


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Editoriali del Direttore

L’Italia del tennis sogna in grande con Berrettini e Sinner. L’obiettivo è uguagliare l’exploit di 49 anni fa. E di 62 anni fa no?

Nel ’73 Panatta e Bertolucci giocarono i quarti a Parigi. Solo 5 nazioni hanno due tennisti in ottavi. Se Berrettini superasse Carreno Busta e Sinner de Minaur, l’Italia potrebbe restare la sola nazione con due rappresentanti nei quarti

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Matteo Berrettini e Jannik Sinner (foto Twitter @federtennis)

Quando uno Slam arriva agli ottavi di finale si può già buttar giù un primo bilancio per nazioni.

E se fino al 2015, quando Flavia Pennetta annunciò il suo ritiro con ancora il trofeo dell’US Open in mano, il tabellone femminile era stato per anni quello che mi dava maggior soddisfazione commentare, ormai da un pezzo a questa parte è decisamente quello maschile.

Siamo fra le 5 nazioni che hanno ancora in gara fra i 16 superstiti, due rappresentanti: Berrettini e Sinner. E ci permettiamo perfino qualche rimpianto, perché Sonego avrebbe potuto essere il terzo, se non avesse perso in 4 set dal battibile Kecmanovic. Le altre quattro nazioni con due alfieri sono la solita Spagna, Nadal e Carreno Busta, il prevedibile Canada sulla scia del successo in ATP Cup con Shapovalov e Aliassime, la Francia dell’immarcescibile Monfils (35 anni e un quarto) e di un altro semi-Vet Mannarino (quasi 34) e gli Stati Uniti di Fritz (testa di serie 20 vittorioso su Bautista Agut al quinto) e del “panda del serve&volley” Cressy.

 

Le restanti 6 nazioni hanno ciascuna un giocatore ancora in gara: Russia (Medvedev), Croazia (Cilic), Germania (Zverev), Grecia (Tsitsipas), Australia (de Minaur), Serbia (Djokovic…no, pardon, è la forza dell’abitudine, Kecmanovic).

Poiché il Mago Ubaldo ha contratto uno strano virus e mi ha pregato di rinviare le sue profezie a dopo Australian Open, provo indegnamente a sostituirlo, non senza aver messo a confronto quelli che avrebbero dovuto essere gli ottavi teorici stando al seeding, ad inizio torneo, e gli ottavi  che invece si sono venuti a formare.

Tranne che per Zverev-Shapovalov di tutti gli altri ottavi teorici non se n’è salvato uno! Tecnicamente in effetti, almeno sulla  quell’ottavo dovrebbe poter offrire il miglior spettacolo

Dovevano essere 

OTTAVI TEORICI

[1] N. Djokovic (o [5] A. Rublev) v [16] C. Garin (dopo l’order of play Sonego-Garin)
[12] C. Norrie v [7] M. Berrettini
[3] A. Zverev v [14] D. Shapovalov
[10] H. Hurkacz b [6] R. Nadal

[8] C. Ruud v [11] J. Sinner
[15] R. Bautista Agut v [4] S. Tsitsipas
[5] A. Rublev (o [17] G. Monfils) v [9] F. Auger-Aliassime
[13] D. Schwartzman v [2] D. Medvedev).

OTTAVI REALI

Kecmanovic-Monfils 17

19 Carreno Busta- 7 Berrettini

3 Zverev- 14 Shapovalov

Mannarino 6 Nadal

32 De Minaur- 11 Sinner

20 Fritz- 4 Tsitsipas

27 Cilic- 9 Aliassime

Cressy- 2 Medvedev

QUARTI TEORICI

Monfils-Berrettini

Zverev-Nadal

Sinner-Tsitsipas

Aliassime-Medvedev

A questo punto mi auguro sinceramente che i quarti teorici rispettino maggiormente le previsioni di quanto è accaduto per gli ottavi teorici. Anche perché in questo caso l’Italia sarebbe l’unica nazione ad avere due giocatori ancora in lizza.

I quarti li hanno raggiunti in Australia Giorgio De Stefani nel 1935, Nicola Pietrangeli nel 1957 e per ultimo Cristiano Caratti nel 1991. Trentuno anni fa…e chi scrive c’era e se li ricorda bene. Ricorda infatti che Caratti di Acqui Terme , allievo di Riccardo Piatti insieme a Furlan, Mordegan e Brandi, battè da sfavorito un olandese diciannovenne assai promettente, tal Richard Krajicek (che era cresciuto 23 centimetri in un anno e si muoveva ancora piuttosto male..ma cinque anni più tardi avrebbe vinto Wiombledon) per poi perdere da Patrick McEnroe il quale da neo-semifinalista se ne uscì con la quote (una battuta) che fu decretata la migliore dell’anno: “Ragazzi – disse il ventiduenne McEnroe junior rivolgendosi a noi giornalisti– ma perché sembrate così sorpresi? I semifinalisti sono sempre i soliti…Lendl, Becker, Edberg e …McEnroe!”.

Se i quarti teorici che ho ipotizzato fossero proprio quelli appena scritti sopra,  vorrebbe dire che avremmo, per la prima volta dopo il 1973 al Roland Garros (Bertolucci e Panatta), due azzurri nei quarti di finale contemporaneamente. Quarantanove anni dopo.

Quarantanove anni fa Bertolucci e Panatta erano capitati nello stesso quarto di tabellone, tanto è vero che se Bertolucci avesse battuto Nikki Pilic avrebbe poi incontrato Panatta e uno dei due sarebbe approdato alla finale. Invece Paolo perse in 4 set dal tennista jugoslavo (era di Split-Spalato, come Ivanisevic) che poi battè anche Panatta in semifinale e in tre set. Fu Ilie Nastase a dominare poi Pilic in finale: 6-3,6-3,6-0. Sia Panatta sia Bertolucci si sarebbero difesi meglio.

Questa volta in teoria sia Berrettini, battendo prima Carreno Busta e poi più probabilmente Monfils che non Kecmanovic, sia Sinner, superando prima De Minaur  e poi più probabilmente Tsitsipas che Fritz, potrebbero arrivare entrambi in semifinale da parti opposte del tabellone!

Sto scrivendo quel che scrivo non tanto all’insegna del sognare non costa nulla – perché sia chiaro che già battere per Matteo Carreno Busta e per Jannik  De Minaur davanti al suo pubblico sarebbero due grossi e per nulla scontati exploit – ma per raccontare un po’ di storia del tennis italiano. E aver modo di scrivere anche che se sono 49 anni che non abbiamo più visto due tennisti italiani insieme nei quarti d’uno Slam, sono 62 che non ne abbiamo due in semifinale ed è accaduto una sola volta, nel 1960 al Roland Garros. Accadde grazie a Nicola Pietrangeli che battè in semifinale il francese Robert Haillet 6-4,7-5,7-5, e a Orlando Sirola che nell’altra semifinale invece perse dal cileno Luis Ayala 6-4,6-0,6-2.

Dopo di che Pietrangeli, che aveva colto il primo trionfo mai conquistato da un italiano in uno Slam l’anno prima lì a Parigi battendo il sudafricano Jan Vermaak, si riconfermò campione vendicando l’amico e compagno di doppio superano Ayala in cinque set  3-6,6-3,6-4,4-6,6-3.

Carreno Busta non ha più talento di Carlos Alcaraz, ma, trentenne, è molto più esperto. Berrettini sa che non avrà vita facile. Nell’articolo di Stefano Tarantino trovate tutto quello che vorreste sapere sul match fra il tennista romano e quello spagnolo di Gijon che chiuderà la settima serata dell’Open d’Australia, a metà mattina nostra di questa domenica subito dopo la conclusione dell’attesa partita fra la n.1 del mondo e idolo locale Ashley Barty e l’americana Amanda Anisimova che ha messo k.o. la campione uscente del torneo Naomi Osaka.

Per Matteo già raggiungere i quarti anche in questo torneo, come già in tutti gli altri tre Slam, sarebbe già una grandissima soddisfazione – il primo italiano a riuscirci –  anche se legittimamente le ambizioni sue e del suo coach Vincenzo Santopadre mirano più in alto. I due sono persuasi che vincere uno Slam sia un obiettivo alla portata di Matteo, a prescindere dalla presenza di Novak Djokovic che lo scorso anno lo aveva battuto in tre Slam, Parigi, Wimbledon, New York.

Io non so se ce la farà. Ma perché ci riesca è fondamentale che ci creda lui. Ricordo bene le perplessità generali ad ascoltare Francesca Schiavone quando sui 24-25-26 ma anche 28 anni dichiarava di poter vincere un giorno uno Slam. Alla fine ha avuto ragione lei. Perché aveva il talento per riuscirci. Ma prima ancora perché ci credeva.

Intanto se dovesse battere Carreno Busta, a seguito della sconfitta di Rublev con Cilic, Matteo salirebbe a n.6 del mondo, scavalcando il best ranking di Corrado Barazzutti n.7, sempre che io non abbia sbagliato i calcoli.

Un altro che crede di riuscirci prima o poi a vincere uno Slam è certo anche Jannik Sinner. Nella breve intervista che mi ha concesso Marin Cilic ha detto che Jannik ha più margini di progresso rispetto a Berrettini. E’ normale che sia così, visto che fra i due azzurri ci sono 5 anni di divario anagrafico.

Intanto Jannik giocherà il suo quarto ottavo di finale, a 20 anni e 4 mesi, il più giovane dai tempi di Juan Martin del Potro, ma il primo in Australia. Mentre Berrettini non ha mai incontrato Carreno Busta Jannik ha affrontato due volte De Minaur che davanti al suo pubblico è certamente un osso duro, anche se lo scorso anno qui perse da Fognini e se questa sarà la prima volta anche per lui che gioca un match di ottavi all’Australian Open. Il miglior risultato di de Minaur in uno Slam risale all’US Open 2020, quando raggiunse i quarti e lì perse da Thiem che poi avrebbe vinto il torneo.

Sinner dovrà giocare certamente meglio che non contro Taro Daniel, perché de Minaur è più completo e non a caso è stato anche un top-20. Ma l’averlo battuto due volte in finale del torneo Next Gen di Milano e soprattutto in un torneo come quello di Sofia con le vere regole del circuito, gli dà un piccolo vantaggio psicologico – se poi fosse superstizioso…quei due tornei li ha vinti entrambi – che bilancia in parte l’avere il pubblico contro. Per inciso un pubblico capace di essere anche fortemente scorretto quando giocano i ragazzi di casa. Soprattutto nella sera australiana quando le birre possono aver avuto qualche effetto. Il pubblico non si è certamente comportato bene né in occasione del match Kyrgios-Medvedev né del match vinto dai “cinque K”  Kyrgios e Kokkinakis su Pavic-Mektic, la coppia croata n.1 del mondo. Sembra che alla fine di quel match reso incandescente dal pubblico incoraggiato, se non proprio aizzato, dai due australiani poco c’è mancato che negli spogliatoi non si sia venuti alle mani, protagonisti – pare – anche alcune persone del team croato.

Sinner è avvertito. Gli avevo chiesto se la cosa minimamente lo preoccupasse e lui mi ha risposto con l’abituale calma: “Mi è già capitato in due occasioni di giocare contro due tennisti che giocavano in casa e credo di sapere che cosa mi aspetta e come controllarmi”.

A volte Sinner ti dà proprio la sensazione di essere un ventenne comn la testa di un ventisettenne. Chissà, forse può avergli fatto un inconsapevole favore Daniil Medvedev quando ha tenuto con grande personalità a sottolineare che fargli buuuh, o siuuh o qualunque verso, fra la prima e la seconda di servizio, non era certo un modo corretto di sostenere il proprio tennista. Ha anche aggiunto: “Non è semplice controllare tutto il pubblico, è un compito non facile per l’arbitro”.

Ci vorrà un arbitro con personalità. Ma comunque credo che Sinner non si farà troppo intimidire e neppure distrarre. Questo anche se proprio il servizio non è il colpo più sicuro del tennista altoatesino. Con Taro Daniel in un set e mezzo ha ceduto la battuta 4 volte e i tifosi giapponesi, che erano abbastanza numerosi, non erano certo indisciplinati e maleducati come molti australiani presenti nella Rod Laver Arena. Ma la concentrazione di Sinner contro de Minaur sarà ben diversa. Ne sono certo che non avrà gli stessi alti e bassi, gli stessi cali di tensione.Facciamo tifo per un italiano alla volta. Prima Berrettini. E poi Sinner.

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Australian Open

Matteo Berrettini non smette di smentire i suoi detrattori. Non si vince di solo servizio. Ha coraggio da leone

Ed è il tennista italiano più continuo dell’era Open negli Slam. Nessuno è mai stato negli ottavi cinque volte di fila. Gli altri suoi record. Ha vinto con merito con Alcaraz. E’ stato più solido. Un match epico che ne ricorda altri non suoi

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Se nei giorni scorsi aveste frequentato qualche circolo di tennis, e tanti appassionati, credo che possiate confermare che non è che in giro ci fosse grandissima fiducia nelle chance di Matteo Berrettini alla vigilia del suo match con Carlos Alcaraz.

C’era – e c’è – invece grandissima considerazione sulle straordinarie qualità del ragazzo di El Palmar, la piccola cittadina vicino Murcia dove è nato 18 anni fa, il ragazzotto già ipermuscolato che molti ritengono essere l’erede di Rafa Nadal, sebbene il suo tennis sia diverso e sebbene per ora Rafa – che ho visto dominare Khachanov per 3 set su 4, dimostrando di avere ancora le sue carte da giocare e non solo negli ATP 250  – non abbia alcuna intenzione di mollare la presa e abdicare prima del tempo. Più o meno come la regina Elisabetta nei confronti del principe Carlo…che è già vecchiarello.

Ad Alcaraz aveva dedicato un grande articolo un giorno fa Christopher Clarey del New York Times.

 

Carlos Alcaraz Is About to Cause a Big Commotion

Avevano giocato d’anticipo pensando che avrebbe vinto. Come tanti si sono sbagliati. E a me naturalmente non dispiace. Penso che a Berrettini nemmeno.

Data l’ora in cui è cominciato il quinto set del duello poi diventato epico perché conclusosi al tiebreak a 10 punti, intorno alle 8 del mattino, non avevo troppe persone con cui confrontarmi.

Ma anche in quei momenti quei pochi con cui mi sono scambiato pareri via WhatsApp non sembravano davvero ottimista sul conto di Matteo.

Aveva avuto le sue chances per chiudere in tre set, le aveva mancate anche per un pizzico di sfortuna, palle che uscivano di centimetri, net che parevano essere nati in Spagna, una apparente stanchezza, una certa lentezza, tanti rovesci slice in rete perché Matteo sembrava arrivarci in ritardo, anche qualche dritto piuttosto semplice giocato corto, e poi quella percentuale sui punti avviati con la seconda di servizio, intorno al 40%, che preoccupava ogni volta che lo scambio si allungava.

Il ragazzotto invece  – sì non riesco a chiamarlo ragazzino, Carlos sembra già uomo fatto, quella canottiera non è elegante ma mette in mostra muscoli da far invidia al Nadal prima maniera – appariva pimpante, fresco come se il match dovesse ancora cominciare.

Poi c’è stata quella caduta di Matteo. Che paura. Con tutti i guai che ha sempre avuto, alle caviglia, ai polpacci, agli addominali, al collo, lì per lì, mentre scorrevano i replay, mi sono dato una botta su una coscia e ho detto: “No dai, ancora una volta, ma non è possibile!”.

Per fortuna invece, e già al terzo replay mi sono tranquillizzato, la distorsione di quel piede quasi ingessato era stata minima.

E subito mi sono detto, mentre Matteo attendeva la visita del medico e poi i 3 minuti di MTO: “Vuoi vedere che questa pausa destabilizza un po’ il ragazzotto e magari invece Matteo, che avevo visto a tratti un po’ in affanno, si calma, si tranquillizza dopo il trauma dei due set persi e magari la sensazione che Alcaraz si avvii a essere inarrestabile e riprende il filo un po’ smarrito della partita?”.

Io non voglio attribuire eccessiva importanza a quella caduta, a quello stop che è servito a lui per riordinare le idee e allo spagnolo per irrigidirsi un po’. Però secondo me un pochino può aver pesato.

Negli scambi prolungati Alcaraz continuava ad avere il sopravvento. A un certo punto riusciva a trovare il rovescio di Matteo e allora prendeva il pallino in mano e costringeva  Matteo a far da tergicristallo.

E allora, ai miei amici, scrivevo: “Deve sperare di arrivare al tiebreak e giocarsela lì. Forse per Matteo sarebbe meglio un tiebreak a 7 punti, invece che quell’ australiano a 10”, perché l’inerzia del match sembrava essersi spostata nell’ultima ora e mezzo dalla parte del murciano e più punti si fossero giocati – pensavo – forse peggio sarebbe stato.

Mi ricordo di aver notato che i due si sono trovati 3 a 3 quando l’orologio a fondocampo segnava le 3 ore e 33 minuti di gioco – una sfilza di 3 – e poi ho fatto il tifo per il tiebreak tranne che nel momento in cui Matteo ha avuto il matchpoint sul 6-5 e servizio Alcaraz, ma lì ha sbagliato un dritto ed ecco il tiebreak.

Che è cominciato con Matteo che ha sbagliato un rovescio in rete ed è stato subito minibreak. Meno male che Alcaraz ha subito restituito il punto. Non sto a ripercorrere tutto quel che è successo. Ma quando Matteo ha raggiunto il 7-5, mi è scappata una sommessa imprecazione: “Lo sapevo che se il tiebreak era a 7 punti Matteo avrebbe vinto”. C’era invece ancora da soffrire. Poco per fortuna questa volta. Due punti tenuti alla grande con il servizio “che non tradisce nel tiebreak!”, ho esclamato, e sul 9-5 il doppio fallo del ragazzotto che lì si è ricordato di avere solo 18 anni.

Sport crudele il tennis. Sembrava dovesse vincere lui, alla fine e invece Matteo si è tolto la grandissima soddisfazione di raggiungere gli ottavi di uno Slam per l’ottava volta, più di qualunque altro tennista italiano, e per la quinta volta consecutiva. Anche quest’ultima è un’impresa senza precedenti.

Forse si dovrebbe smettere di sottolineare che il suo rovescio non è all’altezza dei big. Già, perché quale dei big ha il suo dritto? E quanti hanno il suo servizio? E quanti hanno la sua testa? La sua solidità nervosa nei momenti che contano? Siamo sicuri che il rovescio (che è comunque migliorato sia in risposta sia in slice…) debba essere molto più importante di una gran testa? Il proliferare dei coach mentali ne fa dubitare.

Quindi, basta di andare a cercare il pelo nell’uovo, di spaccare il capello in quattro. Chi non ha un colpo un più debole degli altri? I risultati parlano per Matteo, le altre sono chiacchiere. E non è che per Matteo questo torneo sia finito perché ha battuto il favorito di molti (dei più?) Alcaraz? Chapeau caro Matteo, grandissimo.

Grandissimo perché ha dimostrato una solidità nervosa pazzesca. E anche gran coraggioNon ha mai tremato. E non è la prima volta… perché mi sono subito ricordato che Matteo aveva vinto un set al tiebreak nella finale di Wimbledon contro Djokovic (il primo) e, andando a ritroso, anche il terzo set al Roland Garros. Sono andato a ricercare tutti i duelli con il n.1 del mondo: 4 sconfitte (e si sa che Matteo non ha ancora mai battuto uno dei primi 5 del mondo al di fuori di Thiem in un match a risultato ininfluente nel round robin del Masters 2019…l’unica vittoria italiana nelle finali ATP allora) con il campione serbo, ma con nessun altro tiebreak tranne quei due vinti dal nostro.

Allora – noi appassionati di tennis siamo davvero un po’ malati – mi è venuto lo sghiribizzo di andare a controllare i duelli diretti con il n.2 del mondo, dopo aver avuto la soddisfazione di quella scoperta relativa al n.1. E che ti trovo? Che anche con Medvedev, che ha battuto Matteo 3 volte su tre, ci sono stati due tiebreak e li ha vinti entrambi il tennista romano. Allora mi è tornato anche in mente il trionfale tiebreak del quinto set con Monfils negli ottavi dell’US Open 2019, perché quella fu una battaglia memorabile. E prima di quella c’era stata anche quella vinta in tre set con Rublev, con un tiebreak nel terzo che se se fosse stato vinto dal russo …sì, mi sa che si sarebbe messa male.

Dopo di che, e l’ho fatto presente in conferenza stampa con Matteo, in 4 ore e 10 minuti c’era stato un sostanziale equilibrio di game e di punti –guardando le statistiche del match che la tempestiva redazione di Ubitennis aveva messo all’inizio dell’eccellente pezzo di cronaca di Vanni Gibertini avrei scoperto dopo che per l’appunto i punti vinti da ciascuno dei contendenti erano gli stessi 159! – ma nei due tiebreak Matteo aveva vinto 17 punti e Carlos 8. Insomma il nostro, dando dimostrazione di solidità decisamente superiore, aveva fatto più del doppio dei punti del suo avversario.

Fenomenale, direi. Fatti i complimenti che meritano a Matteo e al suo coach mentale Stefano Massari, oltre che a quello tecnico Vincenzo Santopadre, non so se augurarmi che Matteo si ritrovi a giocare altri tiebreak contro quel cagnaccio di Carreno Busta. Perchè dopo aver visto l’infallibile Vlahovic (11 rigori consecutivi segnati), sbagliare quello con il Genoa, meglio non illudersi che vada tutto sempre bene così. Siccome un tiebreak importante Matteo lo ha già perso, con Nadal nella semifinale a New York del 2019, un altro caso…Vlahovic non dovrebbe ripetersi.

Ho accennato agli straordinari numero di Matteo: 8 ottavi di Slam (come Panatta e Fognini nell’Era Open, prima meglio solo Pietrangeli 16 e Merlo 9) 5 consecutivi. Non ha ancora vinto i 2 Slam di Nicola o quello di Adriano, ma con la prima finale mai raggiunta da un italiano a Wimbledon, soprattutto nei confronti di Panatta può già dirsi di essere stato più continuo.

Mi sono poi chiesto quali siano state, al di là dei 3 Slam vinti fra Pietrangeli e Panatta al Roland Garros (non dimentico che se Adriano avesse perso il tiebreak della finale con Solomon probbailmente avrebbe perso al quinto; era stravolto), quali siano state le partite più belle, sofferte fino al tiebreak finale quinto set ed importanti vinte dai nostri giocatori nei tornei del Grande Slam. Tornando indietro e senza fare ricerche troppo approfondite direi Cecchinato-Djokovic al Roland Garros 2018, Fognini-Nadal all’US Open 2015 con la spettacolare rimonta da sotto 2 set a zero, Seppi- Federer all’Australian Open del 2015 (ma l’unico successo di Andreas in 15 partite fu coronato al quarto set, al tiebreak), Sanguinetti-Srichapan con tre tiebreak negli ultimi tre set (6-3,4-6,6-7,7-6,7-6). Quante altre me ne sono perse?

In mattinata è d’obbligo la sveglia per seguire, non prima delle 7, Jannik Sinner contro il giapponese Taro Daniel che deve  avere un fatto personale con gli italiani. Dopo aver battuto Musetti a Adelaide nelle “quali” di Melbourne ha sconfitto Arnaboldi, Moroni e Caruso.

Credo che Sinner vendicherà tutti quanti e raggiungerà per la prima volta gli ottavi in Australia. Poi però dovrà battere anche il vincente di de Minaur-Andujar per centrare i quarti, così come Berrettini dovrà superare Carreno Busta. Se ci riusciressero avremo per la prima volta dal ’73 – furono Bertolucci e Panatta a Parigi quando persero entrambi da Nikki Pilic, Paolo nei quarti, Adriano in semifinale…il torneo lo vinse Ilie Nastase – due italiani nei quarti di uno Slam. E immagino come stiano fumando di rabbia le orecchie di Lorenzo Sonego che avrebbe potuto arrivarci anche lui se non avesse ceduto al non irresistibile Kecmanovic che vedremo alla prese con l’irriducibile Monfils per il traguardo dei quarti.

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