L'estinzione dei colpi nel tennis (2a parte)

Focus

L’estinzione dei colpi nel tennis (2a parte)

Pubblicato

il

TENNIS FOCUS – L’evoluzione del tennis contemporaneo ha portato alla progressiva scomparsa di colpi e schemi di gioco che erano fondamentali e frequentissimi nel tennis del secolo scorso. Analisi di quattro colpi in via di estinzione. Di Luca Baldissera e AGF

3) Lob liftati

Nella prima parte abbiamo visto che oggi chi attacca tende a privilegiare sempre la potenza e l’immediatezza del risultato. Allo stesso modo anche chi difende tende a preferire le soluzioni dirette: i passanti lungolinea o incrociati hanno soppiantato i lob in topspin.
A mio avviso l’estinzione dipende da due fattori:
in parte perché poche  giocatrici hanno imparato ad eseguirli al meglio, anche perché non si tratta di una esecuzione facile
in parte dipende invece dalla posizione dell’attaccante; le giocatrici che si presentano a rete lasciano spesso varchi abbastanza invitanti e difficilmente si posizionano molto “sotto” (a volte per mancanza di tempo, a volte per scarsa dimestichezza con le geometrie di volo).

 

E così ai giorni nostri il pallonetto è utilizzato solo nelle situazioni disperate, quando proprio non ci sono alternative e non c’è quindi il tempo di giocare altro. Ma è tutta un’altra cosa rispetto a quello aggressivo in topspin.

https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=ITbbA3rLVbw#t=662

Ecco invece qui uno schema “old style”:

E questa è la versione maschile di un giocatore ancora in attività, ma che si è formato negli anni ’90 come Lleyton Hewitt.

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=M5PyPDCCAaE#t=0


Analisi tecnica

Fino agli anni ’90, una delle opzioni per contrastare le discese a rete era il lob liftato, ovvero il pallonetto giocato in modo spinto e aggressivo, caricato di top-spin per far scendere la palla entro le righe del campo dopo aver superato l’avversario. Tale esecuzione è da considerarsi un colpo offensivo – o meglio, un colpo di contrattacco – a tutti gli effetti, ben diverso dal semplice lob difensivo.

Lo scopo del lob in top-spin è scavalcare il giocatore a rete, per poi schizzare via grazie alla rotazione rendendo impossibile una rincorsa per recuperare, mentre il “semplice” pallonetto difensivo cerca solamente di ricacciare indietro l’attaccante, ed è giocato come estremo tentativo di salvarsi in uno scambio che vede il difensore in situazione di grande svantaggio, di solito sbattuto lateralmente fuori dal campo. Questo secondo tipo di lob, ormai, è quasi l’unico che si vede ancora eseguire: ed è davvero l’estrema difesa, quando non ci sono altre possibilità di “rimanere vivi” nello scambio.

Ma per tanti, tanti anni, il lob liftato è stato un colpo di altissima spettacolarità, grande difficoltà tecnica, e veniva utilizzato frequentemente da molti giocatori di livello come vera e propria alternativa al passante. Quindi, non in situazioni di particolare difficoltà in fase difensiva (non sempre almeno), ma anche quando il giocatore era ben messo con gli appoggi e l’equilibrio, e sufficientemente in anticipo sulla palla. Come detto, era un’alternativa ai passanti, anche quando questi avrebbero tranquillamente potuto essere colpiti in comodità.

Dai tempi di Jimmy Connors, a quelli di Andre Agassi, arrivando a Lleyton Hewitt (l’ultimo grande “lobber” del tennis contemporaneo), generazioni intere di attaccanti hanno dovuto subire le imprendibili parabole dei migliori interpreti di questo colpo, purtroppo ormai quasi sparito: anche i fenomenali difensori e contrattaccanti di oggi, Nadal e Djokovic su tutti, se possono tirano il passante praticamente sempre. E’ come se la dimensione verticale, in altezza, degli schemi di gioco non esistesse quasi più.

Tecnicamente, un lob liftato comporta una notevole dose di “mano” tennistica, perchè si va a creare il controllo della profondità e dell’altezza della traiettoria solo attraverso la sensibilità in termini di proporzione tra spinta e rotazione in avanti. La palla deve essere abbastanza veloce per sorprendere l’avversario, appena più alta della sua massima potenziale elevazione per lo smash, e tanto carica di top-spin da tuffarsi subito dopo verso il campo. Questo si può ottenere, sia con il dritto che con il rovescio, facendo cadere più dello standard la testa della racchetta verso il basso nella fase finale del backswing di preparazione, portando successivamente il movimento a colpire da sotto verso la palla, e chiudendo il follow-through abbondantemente sopra le spalle, quasi in verticale (di dritto come nel caso del “reverse forehand” tipico di Nadal, di rovescio un po’ meno soprattutto per i bimani che possono sfruttare il richiamo della mano non dominante). Si può così “spazzolare” il colpo verso l’alto-avanti in modo molto deciso, con la componente principale del controllo di profondità che diventa la quantità di rotazione piuttosto che la sola forza impressa. Si deve assolutamente saper “dare del tu” alla palla, insomma, altrimenti l’errore di misura è inevitabile.

E’ un vero peccato che anche questo splendido colpo sia ormai quasi un ricordo, e le ragioni sono piuttosto simili a quelle già viste nei casi degli approcci slice e delle volée in avanzamento: da un lato l’aumentata velocità di gioco, dall’altro le traiettorie estreme e cariche consentite dai materiali moderni. Oggi come oggi, con la palla che viaggia tanto arrotata e rapida su ogni singolo colpo, per chi attacca sarà molto difficile arrivare tanto avanti verso la rete (e probabilmente avrà tirato uno schiaffo al volo da metà campo, non una volée o uno slice): con l’avversario non abbastanza vicino al net lo spazio per il lob sarà ovviamente minore, quando non inesistente. Aggiungiamo a questo l’enormemente aumentata facilità del giocare passanti da qualsiasi angolo del campo, contro attaccanti ben diversi da quelli di un tempo che si appiccicavano alla rete, e si capisce facilmente come l’opzione del pallonetto carico e aggressivo sia ormai utilizzata molto poco. Anche in questo caso, dal punto di vista della varietà tecnica non è certo una cosa positiva.

4) Rovescio ad una mano

Justine Henin e Francesca Schiavone rischiano di passare alla storia come le ultime giocatrici capaci rispettivamente di comandare il ranking (18 maggio 2008) e di vincere uno Slam (5 giugno 2010) utilizzando il rovescio ad una mano.

Se escludiamo le italiane e le spagnole ultratrentenni (Schiavone, Brianti, Vinci, Dominguez Lino) l’eccezione che conferma la regola è data dalla ventiseienne Carla Suarez Navarro.

All’unicità di Carla possiamo solo affiancare qualcuna che stacca la mano per giocare il back (Rybarikova, Flipkens ad esempio). Ma rovesci in topspin monomani non se ne vedono più.

Analisi tecnica: Rovescio a una mano/rovescio bimane

Il grande vantaggio in termini di controllo che dà l’esecuzione a due mani del rovescio, rispetto al più classico swing monomane, oltre che la possibilità di salire meglio sulle palle alte e cariche di top-spin, è soprattutto una questione di tempo. Centesimi di secondo, quando non millesimi, per l’esattezza. In entrambe le esecuzioni, come in tutti i colpi del tennis, la cosa fondamentale per ottenere impatti sicuri, fluidi ed efficaci è incontrare la palla ben davanti al corpo, nel caso del rovescio ben davanti alla gamba destra, che deve essere avanzata e caricata (flessa) contribuendo così al trasferimento del peso.

Finchè il giocatore, grazie alla corretta ricerca della palla con i piedi, e al giusto timing del movimento a colpire, trova un piano di impatto sufficientemente avanzato, che il rovescio venga eseguito a una o due mani non ci sono differenze tanto evidenti come efficacia, anzi con la presa monomane è possibile sviluppare anche maggiore topspin grazie al follow-through più ampio e veloce.

Ma i problemi, e in un tennis moderno tanto proiettato verso l’esasperazione di rotazioni e rapidità della palla sono problemi grossi e frequenti, nascono in tutte quelle situazioni (soprattutto risposta al servizio e recuperi difensivi) nelle quali il giocatore si trova aggredito dal rimbalzo, che sia per la pasantezza o la profondità di un colpo avversario, o per una non perfetta posizione in campo, e non può impattare davanti al corpo.
I bimani, in queste circostanze, grazie all’appoggio della mano di richiamo (sinistra per i destri), hanno la possibilità di recuperare le eventuali frazioni di secondo di ritardo sostenendo e accompagnando la racchetta proprio con la mano non dominante, prossimale al cuore dell’attrezzo, avendo così in pratica una “finestra” di spazio e di tempo estremamente più ampia (dall’impatto ideale, avanzato, fino al limite della gamba posteriore quando sono davvero tardi) entro la quale colpire la palla con successo.

Inoltre, anche se non è l’ideale, è possibile giocare dei buoni rovesci bimani anche in stance (posizione) praticamente frontale, mentre l’esecuzione a una mano può venire sviluppata con incisività solo da affiancati e anche – e meglio – oltre (neutral o closed stance). Anche questo posizionamento del corpo richiede tempo per essere messo in atto. In uno sport nel quale il ritmo e la velocità di gioco sono ormai arrivati a limiti estremi, margini simili si traducono in vantaggi enormi per i bimani. Ma finchè si rimane in ambito ATP, i grandi interpreti del rovescio a una mano sono ancora competitivi: molto diversa è la situazione nella WTA, dove il rovescio a una mano si può dire completamente svanito.

È piuttosto comprensibile una prevalenza dell’esecuzione bimane a livello femminile, tenendo presenti le fasi tecniche di impostazione e la progressione didattica dell’insegnamento, e la minor vigoria fisica delle bambine e delle ragazzine che vengono avviate al nostro sport. Ma una cosa è parlare di prevalenza, anche nettissima, ben altra è trovarsi davanti a un assoluto monopolio. Se poi consideriamo che di esempi vincenti ai massimi livelli di campionesse monomani ce ne sono stati diversi anche in tempi recenti, da Schiavone a Farina (Silvia è stata top-20 fissa per diverse stagioni una decina di anni fa), da Justine Henin ad Amelie Mauresmo, da Alicia Molik ad Anna Smashnova, senza dover arrivare fino a Steffi Graf (insieme a Jana Novotna, la “maestra” dello slice), il rammarico dal punto di vista tecnico è davvero notevole.

Al contrario di quello che sta avvenendo in campo maschile, ovvero un progressivo innalzarsi dell’età in cui i giocatori raggiungono la massima competitività, tra le ragazze, pur non essendoci più le baby-campionesse come Martina Hingis (numero 1 della classifica a sedici anni e mezzo nel marzo 1997), si arriva comunque spesso ad alti livelli professionistici prima dei vent’anni.
Questo significa che una giovane avviata alla carriera agonistica, una volta uscita dalle under 14, nei due-tre anni successivi dovrà iniziare a essere competitiva a livello futures, a raccogliere pian piano i primi punti WTA, per poi capire se il salto successivo verso il tennis “vero” è o meno alla sua portata. A 18 anni devi già essere una bella “belva da campo”, tecnicamente completa, e pronta a crescere ancora atleticamente e tatticamente. Risulta quindi molto difficile, per l’ovvia ragione del gap di forza nel braccio, impostare a una mano e proseguire così attraverso questi determinanti anni di formazione agonistica già proiettata alla massima prestazione, ma di formazione fisica ancora incompleta.

Stiamo davvero rischiando l’estinzione definitiva, e credo irreversibile, del rovescio a una mano nel circuito femminile: e a prescindere dai gusti estetici personali, la scomparsa totale di un colpo è ancora più grave e preoccupante della scomparsa di una fase di gioco.

Per terminare

All’inizio dell’articolo (prima parte) ho proposto un parallelo, piuttosto ovvio, con la biologia e con la teoria dell’evoluzione della specie di Darwin. Forse però avrete notato che ho evitato di mettere in relazione l’argomento tennistico con un concetto fondamentale del pensiero darwiniano: la selezione naturale.
E questo non soltanto perché non è automatico associare l’aggettivo naturale a questioni sportive, ma anche perché non sono convinto si possa utilizzarlo nemmeno in senso lato: vale a dire come qualcosa di spontaneo e inevitabile.

L’evoluzione del tennis è stata naturale? Tutte le trasformazioni tecnologiche (telai, corde, palline, superfici etc) che hanno influito sul gioco (e i colpi utilizzati) vanno considerate come un processo inevitabile? Non è facile rispondere.

Si potrebbe provare a riformulare la domanda: di fronte all’estinzione di certi colpi e di certi schemi di gioco ci sarebbe stata la possibilità di agire altrimenti?
In natura l’uomo a volte cerca di intervenire per fare fronte all’estinzione delle specie animali o vegetali; il panda, ad esempio, è diventato il simbolo stesso di questi tentativi di tutela.
Spesso gli interventi sono stati attuati su pressione dell’opinione pubblica, che ha cominciato a sentire come una perdita da evitare l’estinzione di alcune specie.

Nel tennis questo non è accaduto. Forse è stato determinante il carattere progressivo del fenomeno (di cui parlavo all’inizio dell’articolo) che lo ha reso meno percepibile. Ma se non si è mai formata un’opinione pubblica (mi riferisco agli appassionati, ai giornalisti, ai giocatori, ai dirigenti) che si preoccupasse seriamente di questo, forse significa che il processo è stato semplicemente considerato trascurabile. E se questo è vero, allora penso che molto probabilmente risulterà anche irreversibile.

.

Continua a leggere
Commenti

ATP

Il Rio Open è anche un po’ italiano: Mager e Sonego ai quarti

Lorenzo Sonego supera la seconda testa di serie Lajovic, Gianluca Mager sconfigge il qualificato Domingues

Pubblicato

il

Lorenzo Sonego - Rio 2020 (foto Twitter @RioOpenOficial)

Inizio di giornata trionfale per i colori azzurri giovedì pomeriggio al Rio Open. Impegnati contemporaneamente sui due campi principali del torneo carioca, gli unici due italiani rimasti in gara all’ATP 500 brasiliano hanno superato entrambi il secondo turno accedendo ai quarti di finale.

Il primo a conquistare il lasciapassare per gli ultimi otto del torneo è stato il qualificato Gianluca Mager, n. 128 del ranking ATP, che dopo la splendida affermazione al primo turno contro il norvegese Casper Ruud ha avuto “in dono” (è proprio il caso di dirlo) al secondo turno un altro qualificato, il portoghese Joao Domingues, oltre quaranta posizioni indietro rispetto a lui nella classifica mondiale, che all’impegno precedente aveva superato il lucky loser Federico Gaio.

Primo set deciso da un solo break al quarto game e nel quale Mager ha preso immediatamente il comando delle operazioni per poi mettere in cascina il parziale senza alcuna esitazione per 6-3 in 41 minuti. Decisamente più complicato il secondo set: l’atleta sanremese ha avuto un passaggio a vuoto sull’1-2 cedendo a zero la battuta con tre errori gratuiti e mandando così Domingues avanti per 4-1. Mager si è comunque ripreso subito dal momento negativo, infilando tre giochi consecutivi e riuscendo ad andare a servire per il set sul 6-5 dopo che due game prima Domingues aveva sprecato un set point mettendo lungo un diritto di palleggio. Lì però la tensione si è fatta sentire, e con tre errori gratuiti il tennista italiano ha concesso il controbreak mandando il set al tie-break. Mager sembrava potesse vincere con grande agio il “gioco decisivo” quando si è portato subito sul 6-1, ma ha avuto bisogno di ben sei match point per chiudere la partita 7-5 finendo sdraiato sulla terra battuta “a stella marina” per celebrare il risultato ottenuto.

 

Nei quarti di finale Mager (che la settimana prossima salirà in classifica per assestarsi intorno alla posizione n. 112) affronterà il vincente della partita tra Dominic Thiem e Jaume Munar.

Sul campo Kuerten è stato invece Lorenzo Sonego ad uscire vincitore da una battaglia di due set ed oltre due ore contro la testa di serie n. 2 Dusan Lajovic. Il match è stato molto equilibrato con i due protagonisti che sono sempre rimasti molto vicini nel punteggio fatta eccezione per l’inizio del secondo set nel quale Lajovic è scappato subito sul 3-0 per poi essere immediatamente ripreso da Sonego sul 3-3. Il tennista torinese aveva avuto un primo set point nel primo parziale sul 5-4, quando dopo uno straordinario punto ottenuto in difesa non è riuscito a controllare in risposta una buona prima esterna del serbo. Nel successivo tie-break un solo mini-break, concesso da Lajovic con un errore di rovescio, è stato sufficiente per decidere il parziale.

Nel secondo set, dopo lo scambio di break iniziale nessuno dei due giocatori è riuscito ad arrivare oltre il “30” nei game di risposta, quindi si è dovuti ricorrere ad un altro tie-break giocato punto a punto fino al diritto in rete di Lajovic sul 5-6 che ha chiuso il match.

Sonego, che con questo risultato dovrebbe rientrare comodamente nei primi 50 e potrebbe anche ritoccare il suo best ranking di n.46, se la vedrà nei quarti con la testa di serie n.5 Borna Coric, che al secondo turno ha battuto la wild card locale Thiago Seyboth Wild al tie-break del terzo set.

I risultati completi:

L. Sonego b. [2] D. Lajovic 7-6(5) 7-6(5)
[Q] G. Mager b. [Q] J. Domingues 6-3 7-6(5)
[5] B. Coric b. [WC] T. Seyboth Wild 6-3 1-6 7-6(5)
[1] D. Thiem vs J. Munar

Continua a leggere

Focus

Marcelo Rios: “L’ATP è la m**** più grande che esiste. Ha beccato e coperto Agassi”

Le uscite dell’ex numero uno del mondo fanno sempre scalpore. Questa volta accusa direttamente Agassi di essersi dopato

Pubblicato

il

Quando si tratta di parlare con la stampa, Marcelo Rios tende spesso a rifuggire il linguaggio forbito in favore di espressioni più o meno letteralmente scatologiche. Dopo la multa per il… suggerimento dato ai giornalisti due anni fa, “el Chino” rilascia una lunga intervista al quotidiano di Santiago la Tercera, trattando svariati argomenti: dalle Finali della Caja Mágica, dove la squadra cilena è stata subito eliminata, alla sua recente operazione all’anca, con il conseguente dolore che gli rende difficile dormire. Questo per anticipare, se mai ce ne fosse bisogno, che non mancherà l’ampio ricorso alle sue espressioni preferite una volta toccati temi più “caldi”, ma almeno c’è la scusante dell’irritazione dovuta alla mancanza di sonno. Scusante a cui anche noi ci appelliamo per renderle un po’ più attenuate.

Il giornalista Carlos González Lucay non può esimersi dall’introdurre l’argomento doping dopo la positività proprio in Coppa Davis e relativa sospensione provvisoria in attesa di giudizio del concittadino Nicolas Jarry. Rios, presente a Madrid come supporto tecnico a capitan Massú, ricorda il giorno in cui Nico e Garin sono stati controllati. “Quando giocavo io, testavano solo le urine; oggi anche il sangue, così è molto difficile nascondere qualcosa” spiega. E aggiunge: “Io non metto la mano sul fuoco per nessuno. Ho detto a Nico, ‘continua a essere Nico Jarry se ti sospendono per quattro anni o quello che sarà. Ti voglio bene come amico, ti voglio bene come giocatore e, se non giocherai mai più, sarai ancora mio amico”. Marcelo sa come rassicurare le persone che gli stanno accanto. In ogni caso, crede che sia difficile che Jarry abbia assunto volontariamente delle sostanze proibite. “È metodico, ordinato, molto professionale: perché rovinarsi la carriera per il doping? Credo che lo sanzioneranno di sicuro, ma spero siano mesi. Sta cercando di dimostrare che dice la verità e non ha commesso alcun errore. In un caso così, anche se ti squalificano, l’importante è uscirne con l’immagine pulita.

A un passo dal rientro nel Tour poco più di un anno fa, Rios dice che bisogna separare quello che (ti) fai nella vita privata dal doparsi per avere un vantaggio in campo. Quanto successo con Korda, è stato per quel vantaggio. Proprio in uno Slam che avrei potuto vincere. Non è come nell’atletica, dove in questi casi danno il titolo al secondo arrivato. Adesso uno se la ride, però nel suo palmares rimane la vittoria [dell’Australian Open 1998]”. Marcelino assicura che non ha mai fatto uso di sostanze proibite durante la sua carriera: “Alcolici sì, però marijuana e droghe pesanti no, sia per i controlli sia perché non mi interessava restare incastrato in quelle porcherie”.

 

L’ex numero 1 del mondo, l’unico senza Slam nel circuito maschile, scalda i motori quando l’intervistatore introduce il caso Agassi. Lo hanno beccato quattro volte e l’ATP lo ha coperto perché era Agassi e perché il tennis sarebbe finito giù per lo scarico”. Giova ricordare che all’interno della sua autobiografia, ‘Open’, lo stesso Agassi ha ammesso di aver assunto metanfetamina nel 1997 e di aver fallito un controllo antidoping, evitando però la squalifica grazie alla menzogna (presa per buona dall’ATP) secondo cui l’assunzione sarebbe stata accidentale. “Trovo l’ATP la schifezza più sporca che esista [traduzione particolarmente edulcorata]. Gringo impiccioni. I Master erano sempre sul veloce indoor in modo che vincesse Sampras. Con Bruguera, discutevamo di cambiare ogni anno la superficie del Master. Chi è stato danneggiato? I tennisti sudamericani”.

Con i suoi 175 cm, non poteva sommergere gli avversari di servizi vincenti, costretto così a correre sul duro per cinque set. “L’unico sport che cambia quattro superfici. Neanche ho mai capito perché ci siano a disposizione due servizi. È come nel golf quando giochi con gli amici che hai il mulligan [seconda possibilità di tirare il colpo iniziale per quelli scarsi]. È assurdo. Qualcuno lo ha inventato e adesso è un vantaggio per lo scemo di turno che misura 214 cm. Guardavo Karlovic, ha quarant’anni… quando mai si ritira se batte da un palazzo!. Il povero Ivone non ha però colpa della sua (di Rios o propria) altezza. Chissà se gli staranno fischiando le orecchie. No, è troppo buono per prendersela per queste inezie. E, comunque, le parole cilene probabilmente si sono spente prima di arrivare in cima al palazzo.

Continua a leggere

Focus

Jannik Sinner: “Guardo al presente e ci vuole pazienza”

MARSIGLIA – Le dichiarazioni postmatch del giovane azzurro: “Per me è importante raccogliere tante informazioni e guardare tanto tennis”. Al prossimo turno sfiderà Medvedev: “È un giocatore che capisce molto bene la partita”

Pubblicato

il

da Marsiglia, la nostra inviata

Che Jannik Sinner fosse un ragazzo particolarmente calmo e riflessivo si sapeva, ma al suo arsenale si aggiungono già maturità e prudenza. Dopo aver superato Norbert Gombos con una prestazione di carattere, giovedì affronterà il n. 5 del mondo Daniil Medvedev. Esattamente un anno fa cominciava la bellissima, nuova avventura ad alto livello del giovane altoatesino. Di seguito vi proponiamo le dichiarazioni post-match di Jannik, che si è presentato in sala stampa alla fine del suo match di doppio, disputato in coppia con Simone Bolelli. Il duo azzurro è stato superato dalla coppia Bopanna/Shapovalov.

Oggi è il 18 febbraio, esattamente un anno fa hai conquistato il primo match al Challenger di Bergamo, torneo che poi hai vinto. Cosa pensi di questo anno? Che sensazioni hai pensando al percorso che hai compiuto fino ad ora e alla vittoria di oggi? Sicuramente l’anno scorso è stato molto bello. Ma io resto sul presente. Quello che è successo è successo; sto provando a migliorare giorno dopo giorno, anche la partita di oggi non era facile e ho dovuto abituarmi a questi campi. Però ho provato a stare lì, ad avere pazienza e sono felice della mia prestazione. Per un ragazzo di 18 anni giocare questi tornei è bello, però alla fine devi cercare di trovare il modo di affrontare come si deve tutti questi eventi e anche alzare il livello. Ma per questo ci vuole pazienza; io invece, a volte, voglio andare un po’ di fretta e quindi, grazie al mio team, riesco a stare un po’ più calmo. Provo a raccogliere più informazioni possibili, ne parlo con Riccardo ed è davvero importante per me avere sempre tante informazioni“.

Un commento sul prossimo avversario di Jannik, il n. 5 del mondo, nonché n. 1 del tabellone, Daniil Medvedev: “Affronterò questo match come tutti gli altri. Non sarà facile, lui sul cemento gioca molto bene; ha giocato molto bene soprattutto l’anno scorso. È un giocatore che capisce molto bene la partita e io dovrò provare ad anticipare quello che potrebbe fare lui in campo. È un giocatore nuovo per me; mi sono allenato insieme a lui una volta a Rotterdam però l’allenamento è completamente diverso dalla partita“.

E poi una cosa curiosa. Sinner conferma ad un altro collega italiano presente in sala stampa, di guardare tantissimo tennis: “Sì, è vero. In una settimana guardo il tennis il più possibile. Credo che guardando le partite si possa imparare tantissimo; riusciamo a capire meglio gli avversari. La cosa buona è che non mi stanco di guardare il tennis, pur trascorrendo la maggior parte del tempo a giocarlo. Prendo la cosa con molta tranquillità e con Riccardo guardiamo tante partite insieme”.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement