L'estinzione dei colpi nel tennis (2a parte)

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L’estinzione dei colpi nel tennis (2a parte)

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TENNIS FOCUS – L’evoluzione del tennis contemporaneo ha portato alla progressiva scomparsa di colpi e schemi di gioco che erano fondamentali e frequentissimi nel tennis del secolo scorso. Analisi di quattro colpi in via di estinzione. Di Luca Baldissera e AGF

3) Lob liftati

Nella prima parte abbiamo visto che oggi chi attacca tende a privilegiare sempre la potenza e l’immediatezza del risultato. Allo stesso modo anche chi difende tende a preferire le soluzioni dirette: i passanti lungolinea o incrociati hanno soppiantato i lob in topspin.
A mio avviso l’estinzione dipende da due fattori:
in parte perché poche  giocatrici hanno imparato ad eseguirli al meglio, anche perché non si tratta di una esecuzione facile
in parte dipende invece dalla posizione dell’attaccante; le giocatrici che si presentano a rete lasciano spesso varchi abbastanza invitanti e difficilmente si posizionano molto “sotto” (a volte per mancanza di tempo, a volte per scarsa dimestichezza con le geometrie di volo).

 

E così ai giorni nostri il pallonetto è utilizzato solo nelle situazioni disperate, quando proprio non ci sono alternative e non c’è quindi il tempo di giocare altro. Ma è tutta un’altra cosa rispetto a quello aggressivo in topspin.

https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=ITbbA3rLVbw#t=662

Ecco invece qui uno schema “old style”:

E questa è la versione maschile di un giocatore ancora in attività, ma che si è formato negli anni ’90 come Lleyton Hewitt.

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=M5PyPDCCAaE#t=0


Analisi tecnica

Fino agli anni ’90, una delle opzioni per contrastare le discese a rete era il lob liftato, ovvero il pallonetto giocato in modo spinto e aggressivo, caricato di top-spin per far scendere la palla entro le righe del campo dopo aver superato l’avversario. Tale esecuzione è da considerarsi un colpo offensivo – o meglio, un colpo di contrattacco – a tutti gli effetti, ben diverso dal semplice lob difensivo.

Lo scopo del lob in top-spin è scavalcare il giocatore a rete, per poi schizzare via grazie alla rotazione rendendo impossibile una rincorsa per recuperare, mentre il “semplice” pallonetto difensivo cerca solamente di ricacciare indietro l’attaccante, ed è giocato come estremo tentativo di salvarsi in uno scambio che vede il difensore in situazione di grande svantaggio, di solito sbattuto lateralmente fuori dal campo. Questo secondo tipo di lob, ormai, è quasi l’unico che si vede ancora eseguire: ed è davvero l’estrema difesa, quando non ci sono altre possibilità di “rimanere vivi” nello scambio.

Ma per tanti, tanti anni, il lob liftato è stato un colpo di altissima spettacolarità, grande difficoltà tecnica, e veniva utilizzato frequentemente da molti giocatori di livello come vera e propria alternativa al passante. Quindi, non in situazioni di particolare difficoltà in fase difensiva (non sempre almeno), ma anche quando il giocatore era ben messo con gli appoggi e l’equilibrio, e sufficientemente in anticipo sulla palla. Come detto, era un’alternativa ai passanti, anche quando questi avrebbero tranquillamente potuto essere colpiti in comodità.

Dai tempi di Jimmy Connors, a quelli di Andre Agassi, arrivando a Lleyton Hewitt (l’ultimo grande “lobber” del tennis contemporaneo), generazioni intere di attaccanti hanno dovuto subire le imprendibili parabole dei migliori interpreti di questo colpo, purtroppo ormai quasi sparito: anche i fenomenali difensori e contrattaccanti di oggi, Nadal e Djokovic su tutti, se possono tirano il passante praticamente sempre. E’ come se la dimensione verticale, in altezza, degli schemi di gioco non esistesse quasi più.

Tecnicamente, un lob liftato comporta una notevole dose di “mano” tennistica, perchè si va a creare il controllo della profondità e dell’altezza della traiettoria solo attraverso la sensibilità in termini di proporzione tra spinta e rotazione in avanti. La palla deve essere abbastanza veloce per sorprendere l’avversario, appena più alta della sua massima potenziale elevazione per lo smash, e tanto carica di top-spin da tuffarsi subito dopo verso il campo. Questo si può ottenere, sia con il dritto che con il rovescio, facendo cadere più dello standard la testa della racchetta verso il basso nella fase finale del backswing di preparazione, portando successivamente il movimento a colpire da sotto verso la palla, e chiudendo il follow-through abbondantemente sopra le spalle, quasi in verticale (di dritto come nel caso del “reverse forehand” tipico di Nadal, di rovescio un po’ meno soprattutto per i bimani che possono sfruttare il richiamo della mano non dominante). Si può così “spazzolare” il colpo verso l’alto-avanti in modo molto deciso, con la componente principale del controllo di profondità che diventa la quantità di rotazione piuttosto che la sola forza impressa. Si deve assolutamente saper “dare del tu” alla palla, insomma, altrimenti l’errore di misura è inevitabile.

E’ un vero peccato che anche questo splendido colpo sia ormai quasi un ricordo, e le ragioni sono piuttosto simili a quelle già viste nei casi degli approcci slice e delle volée in avanzamento: da un lato l’aumentata velocità di gioco, dall’altro le traiettorie estreme e cariche consentite dai materiali moderni. Oggi come oggi, con la palla che viaggia tanto arrotata e rapida su ogni singolo colpo, per chi attacca sarà molto difficile arrivare tanto avanti verso la rete (e probabilmente avrà tirato uno schiaffo al volo da metà campo, non una volée o uno slice): con l’avversario non abbastanza vicino al net lo spazio per il lob sarà ovviamente minore, quando non inesistente. Aggiungiamo a questo l’enormemente aumentata facilità del giocare passanti da qualsiasi angolo del campo, contro attaccanti ben diversi da quelli di un tempo che si appiccicavano alla rete, e si capisce facilmente come l’opzione del pallonetto carico e aggressivo sia ormai utilizzata molto poco. Anche in questo caso, dal punto di vista della varietà tecnica non è certo una cosa positiva.

4) Rovescio ad una mano

Justine Henin e Francesca Schiavone rischiano di passare alla storia come le ultime giocatrici capaci rispettivamente di comandare il ranking (18 maggio 2008) e di vincere uno Slam (5 giugno 2010) utilizzando il rovescio ad una mano.

Se escludiamo le italiane e le spagnole ultratrentenni (Schiavone, Brianti, Vinci, Dominguez Lino) l’eccezione che conferma la regola è data dalla ventiseienne Carla Suarez Navarro.

All’unicità di Carla possiamo solo affiancare qualcuna che stacca la mano per giocare il back (Rybarikova, Flipkens ad esempio). Ma rovesci in topspin monomani non se ne vedono più.

Analisi tecnica: Rovescio a una mano/rovescio bimane

Il grande vantaggio in termini di controllo che dà l’esecuzione a due mani del rovescio, rispetto al più classico swing monomane, oltre che la possibilità di salire meglio sulle palle alte e cariche di top-spin, è soprattutto una questione di tempo. Centesimi di secondo, quando non millesimi, per l’esattezza. In entrambe le esecuzioni, come in tutti i colpi del tennis, la cosa fondamentale per ottenere impatti sicuri, fluidi ed efficaci è incontrare la palla ben davanti al corpo, nel caso del rovescio ben davanti alla gamba destra, che deve essere avanzata e caricata (flessa) contribuendo così al trasferimento del peso.

Finchè il giocatore, grazie alla corretta ricerca della palla con i piedi, e al giusto timing del movimento a colpire, trova un piano di impatto sufficientemente avanzato, che il rovescio venga eseguito a una o due mani non ci sono differenze tanto evidenti come efficacia, anzi con la presa monomane è possibile sviluppare anche maggiore topspin grazie al follow-through più ampio e veloce.

Ma i problemi, e in un tennis moderno tanto proiettato verso l’esasperazione di rotazioni e rapidità della palla sono problemi grossi e frequenti, nascono in tutte quelle situazioni (soprattutto risposta al servizio e recuperi difensivi) nelle quali il giocatore si trova aggredito dal rimbalzo, che sia per la pasantezza o la profondità di un colpo avversario, o per una non perfetta posizione in campo, e non può impattare davanti al corpo.
I bimani, in queste circostanze, grazie all’appoggio della mano di richiamo (sinistra per i destri), hanno la possibilità di recuperare le eventuali frazioni di secondo di ritardo sostenendo e accompagnando la racchetta proprio con la mano non dominante, prossimale al cuore dell’attrezzo, avendo così in pratica una “finestra” di spazio e di tempo estremamente più ampia (dall’impatto ideale, avanzato, fino al limite della gamba posteriore quando sono davvero tardi) entro la quale colpire la palla con successo.

Inoltre, anche se non è l’ideale, è possibile giocare dei buoni rovesci bimani anche in stance (posizione) praticamente frontale, mentre l’esecuzione a una mano può venire sviluppata con incisività solo da affiancati e anche – e meglio – oltre (neutral o closed stance). Anche questo posizionamento del corpo richiede tempo per essere messo in atto. In uno sport nel quale il ritmo e la velocità di gioco sono ormai arrivati a limiti estremi, margini simili si traducono in vantaggi enormi per i bimani. Ma finchè si rimane in ambito ATP, i grandi interpreti del rovescio a una mano sono ancora competitivi: molto diversa è la situazione nella WTA, dove il rovescio a una mano si può dire completamente svanito.

È piuttosto comprensibile una prevalenza dell’esecuzione bimane a livello femminile, tenendo presenti le fasi tecniche di impostazione e la progressione didattica dell’insegnamento, e la minor vigoria fisica delle bambine e delle ragazzine che vengono avviate al nostro sport. Ma una cosa è parlare di prevalenza, anche nettissima, ben altra è trovarsi davanti a un assoluto monopolio. Se poi consideriamo che di esempi vincenti ai massimi livelli di campionesse monomani ce ne sono stati diversi anche in tempi recenti, da Schiavone a Farina (Silvia è stata top-20 fissa per diverse stagioni una decina di anni fa), da Justine Henin ad Amelie Mauresmo, da Alicia Molik ad Anna Smashnova, senza dover arrivare fino a Steffi Graf (insieme a Jana Novotna, la “maestra” dello slice), il rammarico dal punto di vista tecnico è davvero notevole.

Al contrario di quello che sta avvenendo in campo maschile, ovvero un progressivo innalzarsi dell’età in cui i giocatori raggiungono la massima competitività, tra le ragazze, pur non essendoci più le baby-campionesse come Martina Hingis (numero 1 della classifica a sedici anni e mezzo nel marzo 1997), si arriva comunque spesso ad alti livelli professionistici prima dei vent’anni.
Questo significa che una giovane avviata alla carriera agonistica, una volta uscita dalle under 14, nei due-tre anni successivi dovrà iniziare a essere competitiva a livello futures, a raccogliere pian piano i primi punti WTA, per poi capire se il salto successivo verso il tennis “vero” è o meno alla sua portata. A 18 anni devi già essere una bella “belva da campo”, tecnicamente completa, e pronta a crescere ancora atleticamente e tatticamente. Risulta quindi molto difficile, per l’ovvia ragione del gap di forza nel braccio, impostare a una mano e proseguire così attraverso questi determinanti anni di formazione agonistica già proiettata alla massima prestazione, ma di formazione fisica ancora incompleta.

Stiamo davvero rischiando l’estinzione definitiva, e credo irreversibile, del rovescio a una mano nel circuito femminile: e a prescindere dai gusti estetici personali, la scomparsa totale di un colpo è ancora più grave e preoccupante della scomparsa di una fase di gioco.

Per terminare

All’inizio dell’articolo (prima parte) ho proposto un parallelo, piuttosto ovvio, con la biologia e con la teoria dell’evoluzione della specie di Darwin. Forse però avrete notato che ho evitato di mettere in relazione l’argomento tennistico con un concetto fondamentale del pensiero darwiniano: la selezione naturale.
E questo non soltanto perché non è automatico associare l’aggettivo naturale a questioni sportive, ma anche perché non sono convinto si possa utilizzarlo nemmeno in senso lato: vale a dire come qualcosa di spontaneo e inevitabile.

L’evoluzione del tennis è stata naturale? Tutte le trasformazioni tecnologiche (telai, corde, palline, superfici etc) che hanno influito sul gioco (e i colpi utilizzati) vanno considerate come un processo inevitabile? Non è facile rispondere.

Si potrebbe provare a riformulare la domanda: di fronte all’estinzione di certi colpi e di certi schemi di gioco ci sarebbe stata la possibilità di agire altrimenti?
In natura l’uomo a volte cerca di intervenire per fare fronte all’estinzione delle specie animali o vegetali; il panda, ad esempio, è diventato il simbolo stesso di questi tentativi di tutela.
Spesso gli interventi sono stati attuati su pressione dell’opinione pubblica, che ha cominciato a sentire come una perdita da evitare l’estinzione di alcune specie.

Nel tennis questo non è accaduto. Forse è stato determinante il carattere progressivo del fenomeno (di cui parlavo all’inizio dell’articolo) che lo ha reso meno percepibile. Ma se non si è mai formata un’opinione pubblica (mi riferisco agli appassionati, ai giornalisti, ai giocatori, ai dirigenti) che si preoccupasse seriamente di questo, forse significa che il processo è stato semplicemente considerato trascurabile. E se questo è vero, allora penso che molto probabilmente risulterà anche irreversibile.

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Racconti

Quel campo da tennis tra la guerra e il cielo

Nel 1943 l’Albergo Vittoria di Beaulard ospitò una clinica dove si curavano ebrei, partigiani e tedeschi sotto lo stesso tetto. Con un campo da tennis sullo sfondo e la speranza di un futuro migliore

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Il campo da tennis dell'Hotel Vittoria

“A invogliarmi, d’un tratto, a tirar fuori la racchetta e i vestiti da tennis che riposavano in un cassetto da più di un anno, forse non era stata che la giornata luminosa, l’aria leggera e carezzevole di un primo pomeriggio autunnale straordinariamente soleggiato. Ma nel frattempo erano accadute varie cose” ( Il Giardino dei Finzi Contini)

Lo chiamavano l’albero delle scimmie. E le scimmie rispondevano al nome di Thea, Lella, Carla, Anna e Maria, cinque sorelline che dal ramo più alto di un grande noce assistevano rapite a quelle infinite sfide sul campo da tennis in terra rossa posto sul retro dell’ “Albergo Vittoria”, dal nome che i loro nonni Giuseppe e Teresa Cerutti avevano scelto per quella che sarebbe diventata la loro mamma e per la pensione di Beaulard, Val di Susa a pochi chilometri dal confine francese.

Quel campo da tennis però racconta anche altro, eco dei venti di guerra che solo qualche anno prima aveva lasciato le sue tracce in Val di Susa. Racconta di alcune buche scavate nei suoi dintorni per nascondere il vino e le masserizie dalle razzie dei tedeschi e per celare strumenti di lotta dei partigiani. E di sfide a rincorrere una pallina bianca tra ufficiali germanici e misteriosi ospiti dell’albergo.

 

Il campo sorgeva tra prati, panchine e alberi ma rimaneva un sogno proibito per le cinque nipoti di “Pinotto”, essendo riservato ai clienti della pensione e ai villeggianti di Beaulard, cui veniva concesso di scambiare qualche colpo, previa consumazione di panini, cedrate e caffè.

Vittoria Cerutti con un’amica e delle racchette improvvisate

Sono gli anni ’50 e l’Italia prova a ripartire e a concedersi un sorriso di speranza. E così le sfide dei tornei estivi con in palio l’ambito trofeo di un vassoio di dolci della pasticceria Ugetti di Bardonecchia, si consumavano tra il tifo delle ragazzine per i giovanotti villeggianti e le incursioni del raccattapalle d’eccezione. Appena un diritto maldestro mandava la palla oltre la rete di cinta dell’albergo, ecco che Leed, il pastore tedesco di casa, si lanciava trai frutteti e i trifogli per riportare in campo l’oggetto del contendere.

Luglio 1943: Torino è sotto scacco, vittima dei bombardamenti inglesi. Il Professor Arturo Pinna Pintor, fondatore nel 1904 dell’omonima e famosa clinica, prende l’inevitabile decisione di trasferire tutto in una località più sicura. La scelta cade su Beaulard, “Località amena e sicura, comodità ferroviaria. Posto pubblico telefonico intercomunale in Clinica” come recita il comunicato pubblicitario inserito su La Stampa del 24 agosto 1943 e l’Hotel Vittoria viene individuato come il luogo ideale dove ricollocare le attività sanitarie della clinica.

Le prime ad approdare a Beaulard sono le quattro suore e infermiere carmelitane ma c’è un grosso problema. Non si trova un medico disponibile a prendere le redini della struttura, perché girano strane voci su quella piccola pensione in Val di Susa. Alcune persone vengono ricoverate ma nelle carte non si trovano i documenti clinici relativi alle patologie, e anche alcuni cognomi sono stranamente cangianti. Sono ebrei, accolti sotto mentite spoglie e ospitati nella struttura tra le montagne.

Le difficoltà però sono a un passo dall’indurre Pinna Pintor a chiudere la clinica, quando finalmente il neolaureato dott. Matteo Lincoln Briccarello accetta l’incarico di dirigere la struttura per lo stipendio di 800 lire al mese. E così nel febbraio del 1944 il giovane dottore viene accolto alla stazione del treno da Giuseppe Cerutti e dalla piccola nipotina Thea che con una carriola lo aiutano a trasportare i bagagli in albergo.

Inizia così, in un piccolo anfratto tra le montagne, una storia intrisa di umanità e solidarietà, mentre il mondo non ha ancora capito quale sarà il suo destino. Una storia fatta di visite notturne in montagna del dott. Briccarello per assistere dei partigiani rifugiati o di bambini accorsi da tutta la valle per operarsi alle tonsille.

Il dott. Briccarello non nasconde sin da subito le sue simpatie e così per l’Hotel Vittoria transitano verso il confine vari gruppi di partigiani, come raccontato nel suo “Diario” da Ada Gobetti, staffetta partigiana in Val Germanasca e in Val di Susa in quegli anni e che diverrà, dopo la Liberazione, la prima donna ad essere nominata vicesindaco di Torino come rappresentante del Partito d’Azione.

Hotel Vittoria Beaulard

I tedeschi di stanza ad Oulx fiutano però quello che sta succedendo a Beaulard e tendono un tranello al dottore, invitandolo in paese con una scusa. Lì lo minacciano ma Bricarello se la cava, salvando la vita ad un soldato tedesco ferito. 

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 il contingente tedesco occupa la Val di Susa, ma è meno feroce di quello sul fronte o come in altre zone non lontane come la Valle d’Aosta. Ed ecco che le mura dell’Hotel Vittoria raccontano del capitano viennese Hans Lanperle che mette da parte pezzi di pane per i bambini dell’albergo, che gioca infinite partite a poker con gli ospiti senza nome dell’albergo che fingeva di non sapere essere ebrei.  E alla fine sono proprio i tedeschi a impedire la chiusura della clinica, per poter disporre di una struttura di pronto intervento sia per i civili sia per i militari.

Arriverà il 25 aprile del 1945 e la fine delle ostilità. La clinica non lascia subito l’Hotel Vittoria, perché ci sono ancora i pazienti da trasferire a Torino, tra essi Mario Lamberto Zanardi, esponente del Partito d’Azione.

Anni dopo il capitano Lanperle tornerà in vacanza a Beaulard e scoprirà che la famiglia dell’Hotel Vittoria si è allargata. Ritorna d’incanto protagonista quel campo da tennis che sbuca trai noci e i trifogli. Non c’è più la guerra, non c’è più bisogno di far finta di non vedere, di far finta di non sapere chi è che dorme sotto il tuo stesso tetto, chi cala il poker e chi ti chiama a rete con una palla corta.

Ci sono cinque ragazzine arrampicate su un albero che guarda il cielo, c’è anche un cane che raccoglie le palline. Perché è la gente che fa la storia, quando è il momento di scegliere e di andare. 

Settant’anni dopo l’Hotel non c’è più e le cinque figlie di Vittoria sono diventate nonne. Ma il ricordo di quel rettangolo rosso con le linee di gesso, accarezzerà ancora a lungo la ruga del sorriso sui loro volti.


Questo racconto nasce dagli appunti e dalle ricerche di Carla Di Matteo, figlia di Vittoria che ha dato il nome all’hotel, nipote di Giuseppe Cerutti e…zia dell’autore dell’articolo.

 “Diario Partigiano” di Ada Gobetti“

“La casa di cura di Beaulard 1943-1945” di Edoardo Tripodi su “Panorami”

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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Focus

Il sito degli Internazionali BNL d’Italia ha diffuso un comunicato che parla di temporanea sospensione

“Gli Internazionali BNL d’Italia non sono stati oggetto di cancellazione bensì di temporanea sospensione. Per questo motivo il torneo non ha ancora diffuso indicazioni circa le modalità di riprotezione dei biglietti”, spiega il comunicato

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Rafael Nadal con il trofeo vinto a Roma nel 2019

Vi avevamo aggiornato sulla questione del torneo di Roma, che non ha ancora disposto il rinvio o la cancellazione dell’edizione 2020 né avviato alcuna pratica per il rimborso dei biglietti. Sul sito ufficiale degli Internazionali BNL d’Italia è comparso ieri pomeriggio un comunicato che fa seguito alle esternazioni del presidente Angelo Binaghi, il quale ha già confermato di voler provare a riprogrammare il torneo anche eventualmente in altra sede e su una superficie diversa. Gli IBI sono ‘temporaneamente sospesi’ e per questo, spiega il comunicato, non è stato ancora deciso nulla sul rimborso dei biglietti.

Riportiamo il comunicato integralmente:

Come definito in data 18 marzo dall’ATP e WTA, le associazioni che sovrintendono al tennis maschile e femminile a livello globale, gli Internazionali BNL d’Italia, come gli altri tornei rientranti nella finestra temporale estesa fino al 7 giugno, sono da ritenersi sospesi.

 

La FIT e Sport e Salute, assieme impegnate nell’organizzazione del torneo di Roma, stanno collaborando con le suddette organizzazioni al fine di determinare se sia possibile riprogrammare gli Internazionali BNL d’Italia in una nuova data nella seconda parte dell’anno.

Differentemente da quanto avvenuto in altre sedi e nell’interesse del movimento tennistico, dei fan e degli altri stakeholder del torneo, gli Internazionali BNL d’Italia non sono stati oggetto di cancellazione bensì di temporanea sospensione. Per questo motivo il torneo non ha ancora diffuso indicazioni circa le modalità di riprotezione dei biglietti fino a qui venduti. L’attenzione ai nostri appassionati resta l’assoluta priorità e, pertanto, sarà nostra premura fornire adeguate informazioni non appena possibile.

A.S.

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