TENNISPOTTING novembre: a Djokovic la coppa, a Federer l'insalata

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TENNISPOTTING novembre: a Djokovic la coppa, a Federer l’insalata

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Roger Federer è il più forte, ma spesso non è vestito all'altezza. Però c'è sempre Berdych a fare di peggio

TENNISPOTTING NOVEMBRE – Novembre, tempo di bilanci. Ché poi è facile fare il bilancio: chi a novembre deve ancora giocare a tennis vuol dire che ha fatto bene. Difatti o ci si trova impegnati alle ATP Finals, e quindi si è tra i migliori otto del mondo (Rafael Nadal permettendo), oppure si gioca la finale di Coppa Davis. Oppure siete Federer e Wawrinka e giocate dappertutto

A cura di Claudio Giuliani e Daniele Vallotto

 

In realtà si gioca anche a Parigi Bercy ma non se ne accorge quasi nessuno. Anche perché Djokovic, dopo il flop di Shanghai, ha ricaricato le pile al massimo e i segnali che dà alla concorrenza sono piuttosto chiari. Federer, che ha giocato e speso tantissimo, prova ad andare a Bercy sperando che il serbo inciampi, invece è lui a farsi da parte contro Raonic. Ma poco importa: la resa dei conti avverrà a Londra, non ci sono dubbi.

TENNISTA DEL MESE
Claudio Giuliani: Io dico Stan Wawrinka. Se consideriamo che a Londra è uscito dal torneo per mano di Federer con quattro matchpoint falliti, e che poi in Coppa Davis non ha tremato nel primo singolare, quello molto importante dal punto di vista psicologico, allora l’uomo del mese non può che essere lui. Quest’anno, il migliore della sua carriera, ha tolto parecchie spunte dalla lista delle cose da fare: Slam, Master 1000 e Coppa Davis. Ha dimostrato di poter battere sia Novak Djokovic che Roger Federer, anche nelle partite che contano maggiormente, dove la pressione richiede la personalità di un campione per essere gestita. A novembre il migliore per me è Stan Wawrinka.

Daniele Vallotto: Più che Djokovic e Federer, che si prendono le copertine del mese, il primo per il terzo Masters consecutivo, il secondo perché vince la sua prima Coppa Davis, vorrei celebrare un campione che a novembre mi ricorda lo storico gregario della Fassa Bortolo, Marco Velo, elemento chiave per tante vittorie del velocista Alessandro Petacchi. A Stan Wawrinka va riconosciuto il grande merito di aver vivacizzato (pure troppo, a dire il vero) il Masters più deludente degli ultimi anni. E la freddezza che ostenta nel primo singolare di Coppa Davis è forse decisiva per dare serenità ad una squadra svizzera che per poco non cade nel panico quando la schiena di Federer comincia a scricchiolare. Insomma, è il protagonista invisibile del mese. Dopo le polemiche – per lo più sterili – sui litigi con Mirka e i tentativi francesi di colpire il fragile sistema nervoso dello svizzero numero due, Stan si presenta al primo singolare di Coppa Davis e gioca con una tranquillità impressionante, per chi lo conosce un po’. Forse perché di là c’è qualcuno che è più teso di lui o forse perché non ci sono 15.000 svizzeri che gli tengono il fiato sul collo. Nel doppio, poi, fa dimenticare tutte le incertezze che aveva avuto nei doppi giocati quell’anno e dà la necessaria serenità a Roger Federer per affrontare un weekend che si preannunciava amarissimo. Insomma, un campione che si veste da gregario e tira perfettamente la volata della sua squadra.

DELUSIONE DEL MESE
Claudio Giuliani: La delusione del mese, per coerenza con quanto detto in TENNISPOTTING settembre, relativamente alla mancata finale dello Us Open fra Federer e Djokovic, questa volta è il mancato svolgimento di quella che doveva essere veramente la finale. Cioè: tu ordini la pizza, prepari i popcorn al burro, dispieghi in tavola il sacro trittico noccioline-pistacchi-cipster accompagnato da birre Menabrea da 33cl come se non ci fosse un domani, e poi ti ritrovi a vedere un set amichevole fra Djokovic e Murray e un doppio con cinquantenni e quarantenni “once we were tennis players”? [pullquote]No dài: mi rovinate l’ultima partita dell’anno, la super finale ATP? Grande delusione[/pullquote]. Poi però ho pensato a chi aveva speso cinquecento euro circa per stare seduto lì quel giorno, dopo una settimana di tennis spettacolo a livelli dei primi turni femminili degli Slam, e allora ho mangiato tranquillo guardando The Affairs.

Daniele Vallotto: Uhm. Murray prende una stesa clamorosa ma è già un miracolo che sia arrivato a giocarsela. Raonic è mezzo rotto, Nishikori fa quel che può e strappa pure un set a Djokovic in semifinale. Cilic ne deve fare di strada prima di concedersi il lusso di essere una delusione. Prendo allora l’usato sicuro: Berdych. A Bercy avrebbe un’autostrada ma in semifinale si ferma contro Raonic perdendo a modo suo, 7-5 al terzo. Al Masters non ha un girone complicatissimo ma il modo in cui si arrende a Wawrinka nella partita inaugurale del suo gruppo fa capire sùbito l’aria che tira. Ormai non ci si sorprende più di nulla ma i sei game che raccoglie a Londra nelle prime due partite sono davvero desolanti se pensiamo che stiamo parlando di uno che quest’anno non è mai sceso oltre la settima posizione mondiale.

COLPO DEL MESE
Claudio Giuliani: Alle ATP Finals qualche colpo bello si è visto. Nishikori si segnala per la bravura del suo rovescio contro Murray, ma anche per quella dal lato del diritto contro Djokovic, dopo uno scambio massacrante. Io però scelgo Roger Federer, che contro Murray è costretto a palleggiare da fondo campo rispondendo agli alti pallettoni dell’inglese, finché ad un certo punto si stufa e gira leggiadramente attorno alla palla colpendola quasi all’altezza della spalla. La sua leggerezza in campo è il segreto della sua ottima stagione, poi certo, la precisione per mettere la palla all’angolino quella ce l’ha sempre avuta.

Daniele Vallotto: Della difficoltà tecnica di tirare un dritto inside in come quello che Federer recapita nel campo di Murray ha scritto anche molto bene il nostro Luca Baldissera. Come è già stato detto e ridetto, la statura leggendaria di Federer è anche dovuta all’estrema facilità con cui lo svizzero esegue questi colpi. Ad ogni modo, nella desolazione più totale di novembre, scelgo l’improvvisazione di Gael Monfils, che potrebbe vincere almeno sei scambi prima il punto ma decide di vincerlo con un dropshot. Il punteggio, l’avversario e il torneo lo permettono, del resto.

PARTITA DEL MESE
Claudio Giuliani: Be’: Roger Federer che annulla quattro matchpoint a Stan Wawrinka, il quale si arrabbia – dicono e scrivono – con la moglie-matrona Mirka, e vola in finale contro Djokovic per l’ultima partita ATP dell’anno, fra il numero uno e il numero due del mondo. Avete visto di meglio a novembre? Come spesso accade quando si affrontano i due, è Wawrinka a fare il match. Tanti i vincenti da parte del numero due svizzero, ma di più gli errori però che comunque non lo fermano dall’issarsi sul 5 a 4 del terzo set e dall’avere tre matchpoint a disposizione. Li gioca a rete Stan e li sbaglia, con Federer che ci mette anche del suo. Al quarto matchpoint sbagliato, sul 6 a 5 per Stan al tiebreak, la partita è praticamente finita, e di fatto Roger la chiude facendo agevolmente i due punti successivi. I due giocano per quasi tre ore nel penultimo giorno del torneo. Fin lì nessun match di singolare si era spinto oltre le due ore di gioco. Il bilancio del 2014 fra i due dice 2 a 1 per Federer, vincitore a Londra, Wimbledon e ATP Finals, e perdente a Montecarlo nel torneo Master 1000. Ai punti, Wawrinka avrebbe vinto almeno un’altra di queste partite persa a Londra, sicuramente quella delle ATP Finals, ma anche a Wimbledon Stan era stato superiore a Federer almeno per due set sui quattro giocati, prima che si appannasse per un non meglio specificato motivo lasciando via libera a Federer. In soldoni: Stan sembra aver superato il complesso di inferiorità nei riguardi dello svizzero per eccellenza del tennis.

Daniele Vallotto: La partita più bella ed emozionante di novembre la giocano certamente i due svizzeri. Ha un risvolto positivo e uno negativo, almeno per i francesi. Peccato che questa bella partita ci privi di quella che poteva diventare la partita del mese, cioè la finale tra Federer e Djokovic. Ma magari, considerati i precedenti, pure Wawrinka-Djokovic avrebbe scalzato questa semifinale. Ad ogni modo vorrei sottolineare anche un capitolo del romanzo Ferrer-Nishikori, quasi un classico del 2014. I due non sono certo potenti ma corrono tantissimo e danno vita a quattro match spettacolari. Peccato per Ferrer che li abbia persi tutti e quattro, compreso il quarto di finale a Bercy con cui i due si giocavano l’accesso al Masters. Con Raonic che batte Federer, a Nishikori non rimangono chance: deve battere Ferrer. E lo stesso discorso vale per lo spagnolo. Perciò lo spagnolo e il giapponese se le suonano di santa ragione e alla fine ne viene fuori Nishikori. Non siamo forse ai livelli delle sfide di Miami e Madrid ma è una partita molto intensa e che sul 4-0 del tie-break del secondo set sembrava finita. Invece Nishikori non ha mollato, è riuscito a riprendere il suo avversario e a portarlo allo sfinimento nel terzo set per guadagnarsi una meritatissima qualificazione al Masters. Fantastico.

SORPRESA DEL MESE
Claudio Giuliani: La sorpresa del mese è la Francia che rinuncia al suo giocatore più forte: Gilles Simon. Queste le convocazioni: Tsonga aveva già vissuto la sua settimana da Dio durante l’anno, Monfils puntualmente è uno che arrivato al dunque si sgretola (Federer, Us Open, matchpoints: remember?) e poi Richard Gasquet, l’eterna promessa, l’uomo dal bacio alla cocaina dal rovescio meraviglioso e dal diritto eseguito con la Continental come se stessimo nel 1985. E tu, Clement, che fai? Non convochi Simon, il pifferaio magico, considerato inoltre che si gioca su terra battuta dove lui può tranquillamente stare in campo per ore. E consideriamo pure che ha giocato bene nell’ultima parte dell’anno, dando fastidio anche a Federer vincitore a Shanghai in finale proprio su Simon. Francamente non c’erano speranze per questa Francia, attaccata alla schiena di Federer (che ha reso più interessante il match perdendo all’esordio giocando praticamente azzoppato, possiamo dirlo?) e alla pazzia di Wawrinka, che però aveva già dato quest’anno, contro il Kazakhistan a inizio competizione. La Coppa Davis già si gioca con una modalità sbagliata ma insostituibile (leggi diritti televisivi o partecipazione dei migliori per via del calendario sempre più fitto) se poi in finale ci arrivano i francesi peggiori contro non gli svizzeri migliori, ma due dei primi quattro tennisti al mondo, be’: hai voglia a riempire arene e allentare le superfici se poi in campo trovi i vincitori annunciati dell’anno. Ricordo a tutti che la Coppa Davis 2014 è stata giocata senza Djokovic (numero uno del mondo a gennaio), Nadal (numero due al mondo) e Ferrer (numero tre al mondo). Chi vince ha sempre ragione, ma veramente vogliamo parlare di campionato a squadre per nazioni? La serie A della FIT viene vinta dai più forti, la Coppa Davis viene vinta dai più forti che giocano. Non è la stessa cosa.

Daniele Vallotto: Per me la sorpresa del mese è l’assoluta assenza di competizione al Masters. Seriamente, c’è tutto questo gap tra i primi quattro e il resto della truppa? Si giocano quattro partite al terzo: una è Ferrer-Nishikori e il fatto che Ferrer non sia uno degli otto qualificati la dice lunga sul livello della manifestazione; poi c’è Cilic-Wawrinka, a giochi conclusi; c’è Djokovic-Nishikori, ma il set perso da Novak sembra più che altro un incidente di percorso; infine c’è Federer-Wawrinka, l’unica partita degna di nota che però ci toglie il gusto di vedere una finale. Insomma, una delusione continua.[pullquote position=”right”] In autobus, mentre mi recavo a casa di Claudio per vedere Djokovic-Federer, controllavo compulsivamente Twitter perché già si temeva che Federer potesse mollare[/pullquote]. E purtroppo, quando ormai ero arrivato a destinazione, arriva il messaggio che tutti temevano. Ma al di là di questo, è davvero sorprendente che dodici partite di round robin tra i primi otto (nove) giocatori del mondo non siano riuscite a darci uno straccio di emozione. E dopo la Coppa Davis arriverà un mese abbondante di digiuno tennistico: aiuto.

Nella prossima pagina: PEGGIOR PARTITA DEL MESE,METALLURGICO DEL MESE, ROSICONE, OUTFIT, SELFIE DEL MESE e altro ancora

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Australian Open, tabù Slam per Zverev: Shapovalov passa in tre set, ora Nadal

Sorpresa a Melbourne: il tedesco vittima dei suoi demoni, il canadese conferma di essere pronto per puntare in alto

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Denis Shapovalov - Australian Open 2022 (Instagram - @australianopen)
Denis Shapovalov - Australian Open 2022 (Instagram - @australianopen)

[14] D. Shapovalov b. [3] A. Zverev 6-3 7-6 6-3

Clamorosa sorpresa all’Australian Open, che saluta uno dei principali favoriti. Alexander Zverev cade fragorosamente agli ottavi di finale per mano di un Denis Shapovalov che appare ormai maturo per puntare a qualcosa di importante. Sulla Margaret Court Arena passa il canadese in tre set (6-3 7-6 6-3) al termine di una partita che ha visto il tedesco rimanere vittima dei suoi demoni: qualcosa non va negli Slam per Sascha, che era accreditato come uno dei pretendenti al trono di Melbourne dopo quanto accaduto a Novak Djokovic. Dall’altra parte, Shapovalov si è fatto forza dei dubbi dell’avversario, gestendo bene i suoi momenti complicati e rimanendo lucido anche quando, nel terzo set, Zverev è apparso faticare più del dovuto dal punto di vista fisico.

IL MATCH – E dire che Sascha aveva avuto due palle break subito, nel primo game dell’incontro. Denis però le ha salvate e ha finito per togliere il servizio all’avversario nel quarto game (3-1). Il canadese è stato bravo a portare fino in fondo il break, senza concedere l’opportunità del contro-break: la saetta col servizio mancino slice ha messo spesso in difficoltà Zverev, che è finito ben presto in preda alla frustrazione. Il secondo set è proseguito sulla scia del primo, con il canadese che ha strappato al primo gioco il servizio a Zverev (molto deludente il rendimento del tedesco col suo punto migliore: a fine partita avrà solo il 69% di punti vinti con la prima e addirittura solo il 29% di punti vinti con la seconda). Dopo il break subito, il tedesco ha mostrato chiari segni di cedimento nervoso sfasciando malamente la racchetta. Poi però Denis ha accusato un calo, subendo prima il contro-break (2-2) e poi il break all’ottavo gioco (5-3). Ma Zverev è incappato in un game negativo quando è andato a servire per il secondo set permettendo a Shapo di agganciarlo sul 5-5. Il tiebreak è stato vissuto come sulle montagne russe. Il canadese si è portato sul 5-1, Zverev ha accorciato le distanze sul 5-4, Shapovalov ha commesso un doppio fallo sul primo set point sul 6-4, ma ha concretizzato il secondo il punto successivo grazie a una clamorosa stecca di diritto del tedesco e si è portato in vantaggio due set a zero. A quel punto l’inerzia del match era tutta dalla sua parte. Uno Zverev in rottura prolungata ha ceduto il servizio alla prima palla break del terzo set (2-0) e solo nel sesto gioco è riuscito ad arrivare a parità sul servizio di Shapovalov, che però è riuscito a tenere il servizio e poi a chiudere al secondo match point.

 

LE PAROLE – Shapovalov, dopo aver vinto la ATP Cup a inizio anno, arriva per la prima volta ai quarti a Melbourne e conferma che questo potrebbe essere l’anno della sua definitiva consacrazione come tennista di livello massimo: è il terzo canadese ad arrivare ai quarti di finale dell’Australian Open dopo Belkin (1968) e Raonic (2019). Potrebbe essere raggiunto da Auger-Aliassime, che domani sfiderà Cilic. “Adoro giocare in Australia, strafelice di aver vinto e giocato bene in una atmosfera fantastica come questa – ha detto Shapovalov nell’intervista post partita -. Non mi aspettavo di poter vincere in tre set. Ho giocato bene in tutte le zone del campo, colpito bene su entrambi i lati e sono stato intelligente. Ho gestito bene momenti complicati e sono riuscito a venirne fuori”. Ora per Shapovalov il quarto di finale contro Nadal: “Sarà un onore. Abbiamo giocato non troppo tempo fa ad Abu Dhabi, sarà ovviamente un’altra partita, sarà una grande battaglia, ma credo proprio che ci divertiremo”. Qui, invece, le dichiarazioni dei due giocatori in conferenza stampa.


TABELLONE MASCHILE

TABELLONE FEMMINILE


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Editoriali del Direttore

L’Italia del tennis sogna in grande con Berrettini e Sinner. L’obiettivo è uguagliare l’exploit di 49 anni fa. E di 62 anni fa no?

Nel ’73 Panatta e Bertolucci giocarono i quarti a Parigi. Solo 5 nazioni hanno due tennisti in ottavi. Se Berrettini superasse Carreno Busta e Sinner de Minaur, l’Italia potrebbe restare la sola nazione con due rappresentanti nei quarti

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Matteo Berrettini e Jannik Sinner (foto Twitter @federtennis)

Quando uno Slam arriva agli ottavi di finale si può già buttar giù un primo bilancio per nazioni.

E se fino al 2015, quando Flavia Pennetta annunciò il suo ritiro con ancora il trofeo dell’US Open in mano, il tabellone femminile era stato per anni quello che mi dava maggior soddisfazione commentare, ormai da un pezzo a questa parte è decisamente quello maschile.

Siamo fra le 5 nazioni che hanno ancora in gara fra i 16 superstiti, due rappresentanti: Berrettini e Sinner. E ci permettiamo perfino qualche rimpianto, perché Sonego avrebbe potuto essere il terzo, se non avesse perso in 4 set dal battibile Kecmanovic. Le altre quattro nazioni con due alfieri sono la solita Spagna, Nadal e Carreno Busta, il prevedibile Canada sulla scia del successo in ATP Cup con Shapovalov e Aliassime, la Francia dell’immarcescibile Monfils (35 anni e un quarto) e di un altro semi-Vet Mannarino (quasi 34) e gli Stati Uniti di Fritz (testa di serie 20 vittorioso su Bautista Agut al quinto) e del “panda del serve&volley” Cressy.

 

Le restanti 6 nazioni hanno ciascuna un giocatore ancora in gara: Russia (Medvedev), Croazia (Cilic), Germania (Zverev), Grecia (Tsitsipas), Australia (de Minaur), Serbia (Djokovic…no, pardon, è la forza dell’abitudine, Kecmanovic).

Poiché il Mago Ubaldo ha contratto uno strano virus e mi ha pregato di rinviare le sue profezie a dopo Australian Open, provo indegnamente a sostituirlo, non senza aver messo a confronto quelli che avrebbero dovuto essere gli ottavi teorici stando al seeding, ad inizio torneo, e gli ottavi  che invece si sono venuti a formare.

Tranne che per Zverev-Shapovalov di tutti gli altri ottavi teorici non se n’è salvato uno! Tecnicamente in effetti, almeno sulla  quell’ottavo dovrebbe poter offrire il miglior spettacolo

Dovevano essere 

OTTAVI TEORICI

[1] N. Djokovic (o [5] A. Rublev) v [16] C. Garin (dopo l’order of play Sonego-Garin)
[12] C. Norrie v [7] M. Berrettini
[3] A. Zverev v [14] D. Shapovalov
[10] H. Hurkacz b [6] R. Nadal

[8] C. Ruud v [11] J. Sinner
[15] R. Bautista Agut v [4] S. Tsitsipas
[5] A. Rublev (o [17] G. Monfils) v [9] F. Auger-Aliassime
[13] D. Schwartzman v [2] D. Medvedev).

OTTAVI REALI

Kecmanovic-Monfils 17

19 Carreno Busta- 7 Berrettini

3 Zverev- 14 Shapovalov

Mannarino 6 Nadal

32 De Minaur- 11 Sinner

20 Fritz- 4 Tsitsipas

27 Cilic- 9 Aliassime

Cressy- 2 Medvedev

QUARTI TEORICI

Monfils-Berrettini

Zverev-Nadal

Sinner-Tsitsipas

Aliassime-Medvedev

A questo punto mi auguro sinceramente che i quarti teorici rispettino maggiormente le previsioni di quanto è accaduto per gli ottavi teorici. Anche perché in questo caso l’Italia sarebbe l’unica nazione ad avere due giocatori ancora in lizza.

I quarti li hanno raggiunti in Australia Giorgio De Stefani nel 1935, Nicola Pietrangeli nel 1957 e per ultimo Cristiano Caratti nel 1991. Trentuno anni fa…e chi scrive c’era e se li ricorda bene. Ricorda infatti che Caratti di Acqui Terme , allievo di Riccardo Piatti insieme a Furlan, Mordegan e Brandi, battè da sfavorito un olandese diciannovenne assai promettente, tal Richard Krajicek (che era cresciuto 23 centimetri in un anno e si muoveva ancora piuttosto male..ma cinque anni più tardi avrebbe vinto Wiombledon) per poi perdere da Patrick McEnroe il quale da neo-semifinalista se ne uscì con la quote (una battuta) che fu decretata la migliore dell’anno: “Ragazzi – disse il ventiduenne McEnroe junior rivolgendosi a noi giornalisti– ma perché sembrate così sorpresi? I semifinalisti sono sempre i soliti…Lendl, Becker, Edberg e …McEnroe!”.

Se i quarti teorici che ho ipotizzato fossero proprio quelli appena scritti sopra,  vorrebbe dire che avremmo, per la prima volta dopo il 1973 al Roland Garros (Bertolucci e Panatta), due azzurri nei quarti di finale contemporaneamente. Quarantanove anni dopo.

Quarantanove anni fa Bertolucci e Panatta erano capitati nello stesso quarto di tabellone, tanto è vero che se Bertolucci avesse battuto Nikki Pilic avrebbe poi incontrato Panatta e uno dei due sarebbe approdato alla finale. Invece Paolo perse in 4 set dal tennista jugoslavo (era di Split-Spalato, come Ivanisevic) che poi battè anche Panatta in semifinale e in tre set. Fu Ilie Nastase a dominare poi Pilic in finale: 6-3,6-3,6-0. Sia Panatta sia Bertolucci si sarebbero difesi meglio.

Questa volta in teoria sia Berrettini, battendo prima Carreno Busta e poi più probabilmente Monfils che non Kecmanovic, sia Sinner, superando prima De Minaur  e poi più probabilmente Tsitsipas che Fritz, potrebbero arrivare entrambi in semifinale da parti opposte del tabellone!

Sto scrivendo quel che scrivo non tanto all’insegna del sognare non costa nulla – perché sia chiaro che già battere per Matteo Carreno Busta e per Jannik  De Minaur davanti al suo pubblico sarebbero due grossi e per nulla scontati exploit – ma per raccontare un po’ di storia del tennis italiano. E aver modo di scrivere anche che se sono 49 anni che non abbiamo più visto due tennisti italiani insieme nei quarti d’uno Slam, sono 62 che non ne abbiamo due in semifinale ed è accaduto una sola volta, nel 1960 al Roland Garros. Accadde grazie a Nicola Pietrangeli che battè in semifinale il francese Robert Haillet 6-4,7-5,7-5, e a Orlando Sirola che nell’altra semifinale invece perse dal cileno Luis Ayala 6-4,6-0,6-2.

Dopo di che Pietrangeli, che aveva colto il primo trionfo mai conquistato da un italiano in uno Slam l’anno prima lì a Parigi battendo il sudafricano Jan Vermaak, si riconfermò campione vendicando l’amico e compagno di doppio superano Ayala in cinque set  3-6,6-3,6-4,4-6,6-3.

Carreno Busta non ha più talento di Carlos Alcaraz, ma, trentenne, è molto più esperto. Berrettini sa che non avrà vita facile. Nell’articolo di Stefano Tarantino trovate tutto quello che vorreste sapere sul match fra il tennista romano e quello spagnolo di Gijon che chiuderà la settima serata dell’Open d’Australia, a metà mattina nostra di questa domenica subito dopo la conclusione dell’attesa partita fra la n.1 del mondo e idolo locale Ashley Barty e l’americana Amanda Anisimova che ha messo k.o. la campione uscente del torneo Naomi Osaka.

Per Matteo già raggiungere i quarti anche in questo torneo, come già in tutti gli altri tre Slam, sarebbe già una grandissima soddisfazione – il primo italiano a riuscirci –  anche se legittimamente le ambizioni sue e del suo coach Vincenzo Santopadre mirano più in alto. I due sono persuasi che vincere uno Slam sia un obiettivo alla portata di Matteo, a prescindere dalla presenza di Novak Djokovic che lo scorso anno lo aveva battuto in tre Slam, Parigi, Wimbledon, New York.

Io non so se ce la farà. Ma perché ci riesca è fondamentale che ci creda lui. Ricordo bene le perplessità generali ad ascoltare Francesca Schiavone quando sui 24-25-26 ma anche 28 anni dichiarava di poter vincere un giorno uno Slam. Alla fine ha avuto ragione lei. Perché aveva il talento per riuscirci. Ma prima ancora perché ci credeva.

Intanto se dovesse battere Carreno Busta, a seguito della sconfitta di Rublev con Cilic, Matteo salirebbe a n.6 del mondo, scavalcando il best ranking di Corrado Barazzutti n.7, sempre che io non abbia sbagliato i calcoli.

Un altro che crede di riuscirci prima o poi a vincere uno Slam è certo anche Jannik Sinner. Nella breve intervista che mi ha concesso Marin Cilic ha detto che Jannik ha più margini di progresso rispetto a Berrettini. E’ normale che sia così, visto che fra i due azzurri ci sono 5 anni di divario anagrafico.

Intanto Jannik giocherà il suo quarto ottavo di finale, a 20 anni e 4 mesi, il più giovane dai tempi di Juan Martin del Potro, ma il primo in Australia. Mentre Berrettini non ha mai incontrato Carreno Busta Jannik ha affrontato due volte De Minaur che davanti al suo pubblico è certamente un osso duro, anche se lo scorso anno qui perse da Fognini e se questa sarà la prima volta anche per lui che gioca un match di ottavi all’Australian Open. Il miglior risultato di de Minaur in uno Slam risale all’US Open 2020, quando raggiunse i quarti e lì perse da Thiem che poi avrebbe vinto il torneo.

Sinner dovrà giocare certamente meglio che non contro Taro Daniel, perché de Minaur è più completo e non a caso è stato anche un top-20. Ma l’averlo battuto due volte in finale del torneo Next Gen di Milano e soprattutto in un torneo come quello di Sofia con le vere regole del circuito, gli dà un piccolo vantaggio psicologico – se poi fosse superstizioso…quei due tornei li ha vinti entrambi – che bilancia in parte l’avere il pubblico contro. Per inciso un pubblico capace di essere anche fortemente scorretto quando giocano i ragazzi di casa. Soprattutto nella sera australiana quando le birre possono aver avuto qualche effetto. Il pubblico non si è certamente comportato bene né in occasione del match Kyrgios-Medvedev né del match vinto dai “cinque K”  Kyrgios e Kokkinakis su Pavic-Mektic, la coppia croata n.1 del mondo. Sembra che alla fine di quel match reso incandescente dal pubblico incoraggiato, se non proprio aizzato, dai due australiani poco c’è mancato che negli spogliatoi non si sia venuti alle mani, protagonisti – pare – anche alcune persone del team croato.

Sinner è avvertito. Gli avevo chiesto se la cosa minimamente lo preoccupasse e lui mi ha risposto con l’abituale calma: “Mi è già capitato in due occasioni di giocare contro due tennisti che giocavano in casa e credo di sapere che cosa mi aspetta e come controllarmi”.

A volte Sinner ti dà proprio la sensazione di essere un ventenne comn la testa di un ventisettenne. Chissà, forse può avergli fatto un inconsapevole favore Daniil Medvedev quando ha tenuto con grande personalità a sottolineare che fargli buuuh, o siuuh o qualunque verso, fra la prima e la seconda di servizio, non era certo un modo corretto di sostenere il proprio tennista. Ha anche aggiunto: “Non è semplice controllare tutto il pubblico, è un compito non facile per l’arbitro”.

Ci vorrà un arbitro con personalità. Ma comunque credo che Sinner non si farà troppo intimidire e neppure distrarre. Questo anche se proprio il servizio non è il colpo più sicuro del tennista altoatesino. Con Taro Daniel in un set e mezzo ha ceduto la battuta 4 volte e i tifosi giapponesi, che erano abbastanza numerosi, non erano certo indisciplinati e maleducati come molti australiani presenti nella Rod Laver Arena. Ma la concentrazione di Sinner contro de Minaur sarà ben diversa. Ne sono certo che non avrà gli stessi alti e bassi, gli stessi cali di tensione.Facciamo tifo per un italiano alla volta. Prima Berrettini. E poi Sinner.

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Australian Open

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Ed è il tennista italiano più continuo dell’era Open negli Slam. Nessuno è mai stato negli ottavi cinque volte di fila. Gli altri suoi record. Ha vinto con merito con Alcaraz. E’ stato più solido. Un match epico che ne ricorda altri non suoi

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Se nei giorni scorsi aveste frequentato qualche circolo di tennis, e tanti appassionati, credo che possiate confermare che non è che in giro ci fosse grandissima fiducia nelle chance di Matteo Berrettini alla vigilia del suo match con Carlos Alcaraz.

C’era – e c’è – invece grandissima considerazione sulle straordinarie qualità del ragazzo di El Palmar, la piccola cittadina vicino Murcia dove è nato 18 anni fa, il ragazzotto già ipermuscolato che molti ritengono essere l’erede di Rafa Nadal, sebbene il suo tennis sia diverso e sebbene per ora Rafa – che ho visto dominare Khachanov per 3 set su 4, dimostrando di avere ancora le sue carte da giocare e non solo negli ATP 250  – non abbia alcuna intenzione di mollare la presa e abdicare prima del tempo. Più o meno come la regina Elisabetta nei confronti del principe Carlo…che è già vecchiarello.

Ad Alcaraz aveva dedicato un grande articolo un giorno fa Christopher Clarey del New York Times.

 

Carlos Alcaraz Is About to Cause a Big Commotion

Avevano giocato d’anticipo pensando che avrebbe vinto. Come tanti si sono sbagliati. E a me naturalmente non dispiace. Penso che a Berrettini nemmeno.

Data l’ora in cui è cominciato il quinto set del duello poi diventato epico perché conclusosi al tiebreak a 10 punti, intorno alle 8 del mattino, non avevo troppe persone con cui confrontarmi.

Ma anche in quei momenti quei pochi con cui mi sono scambiato pareri via WhatsApp non sembravano davvero ottimista sul conto di Matteo.

Aveva avuto le sue chances per chiudere in tre set, le aveva mancate anche per un pizzico di sfortuna, palle che uscivano di centimetri, net che parevano essere nati in Spagna, una apparente stanchezza, una certa lentezza, tanti rovesci slice in rete perché Matteo sembrava arrivarci in ritardo, anche qualche dritto piuttosto semplice giocato corto, e poi quella percentuale sui punti avviati con la seconda di servizio, intorno al 40%, che preoccupava ogni volta che lo scambio si allungava.

Il ragazzotto invece  – sì non riesco a chiamarlo ragazzino, Carlos sembra già uomo fatto, quella canottiera non è elegante ma mette in mostra muscoli da far invidia al Nadal prima maniera – appariva pimpante, fresco come se il match dovesse ancora cominciare.

Poi c’è stata quella caduta di Matteo. Che paura. Con tutti i guai che ha sempre avuto, alle caviglia, ai polpacci, agli addominali, al collo, lì per lì, mentre scorrevano i replay, mi sono dato una botta su una coscia e ho detto: “No dai, ancora una volta, ma non è possibile!”.

Per fortuna invece, e già al terzo replay mi sono tranquillizzato, la distorsione di quel piede quasi ingessato era stata minima.

E subito mi sono detto, mentre Matteo attendeva la visita del medico e poi i 3 minuti di MTO: “Vuoi vedere che questa pausa destabilizza un po’ il ragazzotto e magari invece Matteo, che avevo visto a tratti un po’ in affanno, si calma, si tranquillizza dopo il trauma dei due set persi e magari la sensazione che Alcaraz si avvii a essere inarrestabile e riprende il filo un po’ smarrito della partita?”.

Io non voglio attribuire eccessiva importanza a quella caduta, a quello stop che è servito a lui per riordinare le idee e allo spagnolo per irrigidirsi un po’. Però secondo me un pochino può aver pesato.

Negli scambi prolungati Alcaraz continuava ad avere il sopravvento. A un certo punto riusciva a trovare il rovescio di Matteo e allora prendeva il pallino in mano e costringeva  Matteo a far da tergicristallo.

E allora, ai miei amici, scrivevo: “Deve sperare di arrivare al tiebreak e giocarsela lì. Forse per Matteo sarebbe meglio un tiebreak a 7 punti, invece che quell’ australiano a 10”, perché l’inerzia del match sembrava essersi spostata nell’ultima ora e mezzo dalla parte del murciano e più punti si fossero giocati – pensavo – forse peggio sarebbe stato.

Mi ricordo di aver notato che i due si sono trovati 3 a 3 quando l’orologio a fondocampo segnava le 3 ore e 33 minuti di gioco – una sfilza di 3 – e poi ho fatto il tifo per il tiebreak tranne che nel momento in cui Matteo ha avuto il matchpoint sul 6-5 e servizio Alcaraz, ma lì ha sbagliato un dritto ed ecco il tiebreak.

Che è cominciato con Matteo che ha sbagliato un rovescio in rete ed è stato subito minibreak. Meno male che Alcaraz ha subito restituito il punto. Non sto a ripercorrere tutto quel che è successo. Ma quando Matteo ha raggiunto il 7-5, mi è scappata una sommessa imprecazione: “Lo sapevo che se il tiebreak era a 7 punti Matteo avrebbe vinto”. C’era invece ancora da soffrire. Poco per fortuna questa volta. Due punti tenuti alla grande con il servizio “che non tradisce nel tiebreak!”, ho esclamato, e sul 9-5 il doppio fallo del ragazzotto che lì si è ricordato di avere solo 18 anni.

Sport crudele il tennis. Sembrava dovesse vincere lui, alla fine e invece Matteo si è tolto la grandissima soddisfazione di raggiungere gli ottavi di uno Slam per l’ottava volta, più di qualunque altro tennista italiano, e per la quinta volta consecutiva. Anche quest’ultima è un’impresa senza precedenti.

Forse si dovrebbe smettere di sottolineare che il suo rovescio non è all’altezza dei big. Già, perché quale dei big ha il suo dritto? E quanti hanno il suo servizio? E quanti hanno la sua testa? La sua solidità nervosa nei momenti che contano? Siamo sicuri che il rovescio (che è comunque migliorato sia in risposta sia in slice…) debba essere molto più importante di una gran testa? Il proliferare dei coach mentali ne fa dubitare.

Quindi, basta di andare a cercare il pelo nell’uovo, di spaccare il capello in quattro. Chi non ha un colpo un più debole degli altri? I risultati parlano per Matteo, le altre sono chiacchiere. E non è che per Matteo questo torneo sia finito perché ha battuto il favorito di molti (dei più?) Alcaraz? Chapeau caro Matteo, grandissimo.

Grandissimo perché ha dimostrato una solidità nervosa pazzesca. E anche gran coraggioNon ha mai tremato. E non è la prima volta… perché mi sono subito ricordato che Matteo aveva vinto un set al tiebreak nella finale di Wimbledon contro Djokovic (il primo) e, andando a ritroso, anche il terzo set al Roland Garros. Sono andato a ricercare tutti i duelli con il n.1 del mondo: 4 sconfitte (e si sa che Matteo non ha ancora mai battuto uno dei primi 5 del mondo al di fuori di Thiem in un match a risultato ininfluente nel round robin del Masters 2019…l’unica vittoria italiana nelle finali ATP allora) con il campione serbo, ma con nessun altro tiebreak tranne quei due vinti dal nostro.

Allora – noi appassionati di tennis siamo davvero un po’ malati – mi è venuto lo sghiribizzo di andare a controllare i duelli diretti con il n.2 del mondo, dopo aver avuto la soddisfazione di quella scoperta relativa al n.1. E che ti trovo? Che anche con Medvedev, che ha battuto Matteo 3 volte su tre, ci sono stati due tiebreak e li ha vinti entrambi il tennista romano. Allora mi è tornato anche in mente il trionfale tiebreak del quinto set con Monfils negli ottavi dell’US Open 2019, perché quella fu una battaglia memorabile. E prima di quella c’era stata anche quella vinta in tre set con Rublev, con un tiebreak nel terzo che se se fosse stato vinto dal russo …sì, mi sa che si sarebbe messa male.

Dopo di che, e l’ho fatto presente in conferenza stampa con Matteo, in 4 ore e 10 minuti c’era stato un sostanziale equilibrio di game e di punti –guardando le statistiche del match che la tempestiva redazione di Ubitennis aveva messo all’inizio dell’eccellente pezzo di cronaca di Vanni Gibertini avrei scoperto dopo che per l’appunto i punti vinti da ciascuno dei contendenti erano gli stessi 159! – ma nei due tiebreak Matteo aveva vinto 17 punti e Carlos 8. Insomma il nostro, dando dimostrazione di solidità decisamente superiore, aveva fatto più del doppio dei punti del suo avversario.

Fenomenale, direi. Fatti i complimenti che meritano a Matteo e al suo coach mentale Stefano Massari, oltre che a quello tecnico Vincenzo Santopadre, non so se augurarmi che Matteo si ritrovi a giocare altri tiebreak contro quel cagnaccio di Carreno Busta. Perchè dopo aver visto l’infallibile Vlahovic (11 rigori consecutivi segnati), sbagliare quello con il Genoa, meglio non illudersi che vada tutto sempre bene così. Siccome un tiebreak importante Matteo lo ha già perso, con Nadal nella semifinale a New York del 2019, un altro caso…Vlahovic non dovrebbe ripetersi.

Ho accennato agli straordinari numero di Matteo: 8 ottavi di Slam (come Panatta e Fognini nell’Era Open, prima meglio solo Pietrangeli 16 e Merlo 9) 5 consecutivi. Non ha ancora vinto i 2 Slam di Nicola o quello di Adriano, ma con la prima finale mai raggiunta da un italiano a Wimbledon, soprattutto nei confronti di Panatta può già dirsi di essere stato più continuo.

Mi sono poi chiesto quali siano state, al di là dei 3 Slam vinti fra Pietrangeli e Panatta al Roland Garros (non dimentico che se Adriano avesse perso il tiebreak della finale con Solomon probbailmente avrebbe perso al quinto; era stravolto), quali siano state le partite più belle, sofferte fino al tiebreak finale quinto set ed importanti vinte dai nostri giocatori nei tornei del Grande Slam. Tornando indietro e senza fare ricerche troppo approfondite direi Cecchinato-Djokovic al Roland Garros 2018, Fognini-Nadal all’US Open 2015 con la spettacolare rimonta da sotto 2 set a zero, Seppi- Federer all’Australian Open del 2015 (ma l’unico successo di Andreas in 15 partite fu coronato al quarto set, al tiebreak), Sanguinetti-Srichapan con tre tiebreak negli ultimi tre set (6-3,4-6,6-7,7-6,7-6). Quante altre me ne sono perse?

In mattinata è d’obbligo la sveglia per seguire, non prima delle 7, Jannik Sinner contro il giapponese Taro Daniel che deve  avere un fatto personale con gli italiani. Dopo aver battuto Musetti a Adelaide nelle “quali” di Melbourne ha sconfitto Arnaboldi, Moroni e Caruso.

Credo che Sinner vendicherà tutti quanti e raggiungerà per la prima volta gli ottavi in Australia. Poi però dovrà battere anche il vincente di de Minaur-Andujar per centrare i quarti, così come Berrettini dovrà superare Carreno Busta. Se ci riusciressero avremo per la prima volta dal ’73 – furono Bertolucci e Panatta a Parigi quando persero entrambi da Nikki Pilic, Paolo nei quarti, Adriano in semifinale…il torneo lo vinse Ilie Nastase – due italiani nei quarti di uno Slam. E immagino come stiano fumando di rabbia le orecchie di Lorenzo Sonego che avrebbe potuto arrivarci anche lui se non avesse ceduto al non irresistibile Kecmanovic che vedremo alla prese con l’irriducibile Monfils per il traguardo dei quarti.

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