WTA, le migliori al mondo: 4. Petra Kvitova

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WTA, le migliori al mondo: 4. Petra Kvitova

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TENNIS AL FEMMINILE – Facendo il bis nel torneo londinese, Petra Kvitova ha spostato il giudizio complessivo sulla sua carriera, uscendo dalla categoria delle giocatrici capaci di un exploit unico e irripetibile, e portandosi ad un livello superiore.

QUI la presentazione dei sedici articoli.

Gennaio 2015

 

Ormai nel tennis contemporaneo gli Slam sono diventati il principale riferimento per stabilire il valore di un giocatore: un Major viene prima di tutto.
Kvitova nel 2014 ha vinto nuovamente Wimbledon, e per quanto detto sopra direi che il valore del successo non ha bisogno di spiegazioni. Ha senso piuttosto considerarlo in rapporto alla carriera: per Kvitova ha significato arrivare a due titoli, e questo le consente di uscire dal novero delle giocatrici capaci di un solo exploit, episodico e irripetibile.

In sostanza il bis di Wimbledon ha significato liberarsi dal tormentone del 2011 come unico vero periodo di affermazione, spostando anche la prospettiva sugli ultimi anni di attività. Con il secondo picco del 2014, in parte si rivalutano anche altri aspetti: ad esempio la continuità nella top ten (quarto anno di fila tra le prime otto) e anche il discreto bottino di tornei di fascia superiore, che cominciano a farne una giocatrice di un certo spessore.

Ho riletto l’articolo che avevo scritto su di lei un anno fa (che compare qui di seguito).
Riconsiderando la parte che ragiona sul futuro, si potrebbe dire che esprime un’impostazione valida per qualsiasi risultato; diciamolo pure: un’impostazione anche un po’ furba. Dal momento che viene sottolineata l’imprevedibilità di Kvitova è difficile avere torto.
E però, malgrado tutto, Petra è riuscita ugualmente a smentirmi. Mi riferisco a questo passaggio: “A distanza di tempo è diventato chiaro a tutti che la vera Kvitova è una giocatrice da montagne russe, capace di picchi altissimi e improvvisi down altrettanto estremi.

Invece Kvitova nell’ultimo Wimbledon non è stata affatto così. Ha vinto esibendo una costanza caratteriale, una stabilità psicologica assoluta. E’ stato grazie alla tenuta mentale che ha prevalso nel match contro Venus Williams, e poi ha regolato le avversarie sempre in due set. E quanto fosse decisa a non distrarsi in alcun modo lo si è visto anche nella finale, conclusa con un tempo quasi record senza la minima concessione a Eugenie Bouchard.
Però almeno un merito lo voglio prendere: mi riferisco alla parte di articolo in cui si sottolinea l’importanza del servizio, e quanto sia indispensabile una alto rendimento del colpo iniziale per tutto l’equilibrio complessivo dei suoi match. Kvitova infatti è tornata a vincere quando ha ripreso a servire ai livelli di tre anni fa, superando l’appannamento delle ultime stagioni (trovate qui la tabella al riguardo).
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Ecco l’articolo pubblicato il 22 dicembre 2013:

Le 16 stelle WTA: Petra Kvitova

Sono kvitoviano; lo dico subito, in modo da sgombrare il campo da dubbi o fraintendimenti. Vorrei però specificare: non riesco proprio a riconoscermi nella definizione di tifoso né in quella di fan.
Per spiegare il mio stato d’animo preferisco rifarmi ad una formula che utilizzavamo da bambini: ”A che squadra tieni?”. Ecco, “tenere a” la trovo adatta perché si associa all’idea di attenzione e di affetto, non rimanda al concetto di malattia (tifoso) e non contiene sottintesi di intransigenza o fanatismo (fan). “Tenere a” spiega il mio modo di seguire Petra Kvitova; oppure, nel passato, Stefan Edberg.

Vorrei aggiungere che secondo me questo non compromette l’obiettività: se c’è da criticare o raccontare una brutta partita lo si farà, né più né meno che se riguardasse qualsiasi altro giocatore; potrà magari dispiacere, ma non impedirà di valutare le cose come stanno. Di questo sono convinto, ma siccome capisco che non tutti possano essere persuasi, preferisco che la situazione sia trasparente, e dichiaro quindi apertamente “a chi tengo”.

Ma torniamo a Petra Kvitova, che per il momento è ancora la più giovane vincitrice di Slam, malgrado da Wimbledon 2011 siano passati due anni e mezzo: è l’unica giocatrice nata negli anni novanta (8 marzo 1990) ad aver vinto un Major.

Da dove cominciare? Quello che mi sento di dire innanzitutto è che Kvitova sembra nata per smentire le previsioni: quando al termine del 2011 era reduce dalla accoppiata Wimbledon + Masters (la stessa di Sharapova nel 2004) ed era diventata numero due del ranking a pochissimi punti dal vertice, c’era chi pensava sarebbe stata la futura dominatrice del circuito. E così non è stato.

Quando sono cominciati i momenti negativi, con le eliminazioni precoci, e quando recentemente Petra è uscita per qualche settimana dalle prime dieci, altri hanno previsto il suo irreversibile declino: e invece lei ha immediatamente vinto in Asia, riportandosi al numero 6 in classifica.

Dopo il 2011 sembrava che il suo periodo di miglior rendimento sarebbe coinciso con la stagione europea (nel 2011 aveva vinto Parigi indoor, Madrid e Wimbledon) e che i suoi problemi con l’asma le avrebbero impedito di dare il meglio al caldo umido delle US Open Series. E invece nel 2012 ha vinto Montreal e New Haven, in pieno agosto.

Dopo i virus che aveva preso in Asia nel 2012, ha di nuovo sorpreso chi cercava di “inquadrarla”, vincendo nel 2013 Tokio e facendo semifinale a Pechino. Se aggiungiamo la vittoria di Dubai, si può dire che sia passata da giocatrice da periodo europeo (2011) a quella da stagione americana (2012) a “regina” d’Asia (2013).

Dopo tutte queste previsioni sbagliate, mi domando se ci sia ancora qualcuno disposto a sbilanciarsi su di lei. Forse si può solo dire che la sua unica regola sia l’imprevedibilità.
Non solo: con Petra bisogna stare attenti a non farsi ingannare dalla prima impressione. Prendiamo il suo fisico: a prima vista sembra una ragazzona forte, e invece soffre di cronici problemi di asma e si ammala con facilità: nel 2013 ha preso in periodi diversi quattro virus, e l’ultimo le ha compromesso gli US Open.

Oppure consideriamo il suo modo di giocare: la senti in un’intervista in cui le chiedono quale colpo preferisce tra dritto e rovescio e lei risponde: “forehand”.
Anche in questo caso meglio non fidarsi: se tutte le avversarie preferiscono servire e insistere sul suo “forehand” e cercano di evitare il “backhand”, forse qualche ragione devono averla. A mio avviso con il rovescio Kvitova sbaglia mediamente meno, e ha estrema facilità nel giocare un colpo incrociato particolarmente stretto che butta fuori dal campo; e se si perde la posizione contro Petra diventa poi difficilissimo recuperarla, vista la velocità dei suoi colpi.
Non che il dritto sia semplice da fronteggiare, ma è meno stabile, tanto è vero che nel tempo ha aumentato il topspin alla palla per cercare (con risultati alterni) di limitare gli errori che derivavano dalle traiettorie più tese e rischiose con cui lo eseguiva qualche anno fa.

C’è poi la questione del carattere. Molti si ricorderanno di come Petra Kvitova aveva vinto Wimbledon 2011: sembrava una specie di macchina da guerra, implacabile.

Pochissimi tentennamenti, nessun grave passaggio a vuoto, nemmeno nella finale giocata da esordiente contro una veterana come Maria Sharapova. E tutti, giustamente, a lodare la sua maturità e stabilità caratteriale:

Poi arriva alla sua seconda importante finale di carriera (Masters 2011), inizia la partita avanti 5-0 contro Azarenka e qui si blocca, disputando poi un match pieno di alti e bassi.
Anche in questo caso la prima impressione non era quella giusta: a distanza di tempo è diventato chiaro a tutti che la vera Kvitova è una giocatrice da montagne russe, capace di picchi altissimi e improvvisi down altrettanto estremi. Non per niente nel 2013 ha stabilito il record di match conclusi al terzo set.

Conoscendo ciò che le era capitato un paio di settimane prima di Wimbledon, verrebbe da dire che a Londra forse non tutto era stato reale, forse Kvitova aveva giocato quasi come in un sogno. Anche perché quel sogno Petra lo aveva davvero fatto: mentre era a Parigi impegnata al Roland Garros, una notte aveva sognato di alzare il trofeo più ambito del tennis, e quella visione potrebbe averle dato una speciale sicurezza:

Dopo l’eccezionale 2011, indiscutibilmente il suo livello è sceso, e da allora è cominciata la ricerca delle cause del calo. Secondo me in questi casi la prima risposta, che vale per tutti i giocatori che si affacciano a grandi livelli, è che gli avversari studiano e prendono le contromisure.

Poi c’è una spiegazione più specifica e condivisa da tutti: il problema fisico. Kvitova ha preso qualche chilo di troppo, e ha perso un po’ della mobilità (già non è eccelsa) rispetto al suo anno migliore.
A questo proposito devo confessare che uno degli effetti collaterali dell’essere kvitoviano è stato diventare esperto in un esercizio che non pensavo avrei mai praticato: il controllo delle pieghe della maglietta attorno alla vita, per capire se il peso forma si avvicina o si allontana. Di questo problema la stessa Petra sembra essere consapevole, tanto è vero che ha cambiato tre preparatori atletici in tre anni.

C’è poi l’aspetto tecnico, e qui le cose sono più controverse. Personalmente credo che il problema principale sia stato un regresso, non vistosissimo ma comunque percepibile, al servizio. Detto in parole povere: nel 2011 (e nel 2010) serviva più forte. Ecco i dati relativi al torneo di Wimbledon:

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Questo calo al servizio (che era un colpo molto incisivo, non solo perché mancino) secondo me determina conseguenze per tutto il resto del gioco: meno battute efficaci significano non solo meno vincenti diretti, ma anche meno cheap point. Meno cheap point significano più scambi faticosi da giocare in serie, e quindi maggior sforzo fisico (e mentale). Questo sforzo al momento pare superiore alle possibilità di Petra: si affatica e un po’ tutto il suo rendimento ne risente.

Del resto Kvitova è una giocatrice con grandi doti tecniche, ma anche con significative lacune: colpisce la palla da fondo campo con una pulizia e un timing spettacolare, riuscendo a imprimere velocità al di fuori della portata di quasi tutte le avversarie.
D’altra parte non ha mai veramente risolto il problema dei colpi al rimbalzo in avanzamento: quando deve correre in avanti se riesce ad intercettare la palla al volo le cose vanno abbastanza bene; ma se deve colpire dopo il rimbalzo sono dolori. Nemmeno nel suo miglior Wimbledon era riuscita ad evitare clamorosi errori in questo aspetto del gioco.

Ha un rendimento non straordinario con i colpi in back (rovescio e drop shot), mentre riesce a “tagliare” discretamente le volèe per imprimere la giusta spinta alla palla; in compenso troppe volte si dimentica di fare il passo in avanti per chiudere sulla rete dopo il colpo di approccio, con il risultato di farsi trovare arretrata quando deve fronteggiare i passanti.

Non si muove male lateralmente, se questo significa farlo nell’ambito di un palleggio di cui ha il controllo; ma è quasi impossibile pretendere da lei le inversioni di direzione e le rincorse in serie quando deve difendere. Se le capita di affrontare qualche scambio difensivo che la impegni per più di due-tre colpi, potrebbe perfino uscirne vincente (cosa peraltro rarissima), ma si può stare certi che perderà i punti successivi, perché poi non riesce a recuperare lo sforzo fatto.

Considerati pregi e difetti, è difficile contraddire l’affermazione che Petra dispone di un grande potenziale. Però “grande potenziale” è il mantra che viene sempre recitato in questi casi, la formula magica e consolatoria utilizzata per spiegare carriere riuscite a metà, quando per una ragione o per l’altra sono più le delusioni che le soddisfazioni. Il campo è il giudice ultimo che certifica i risultati, e con il potenziale non si vincono i tornei.

Gli kvitoviani vivono la soddisfazione mista a rammarico di seguire una tennista che quando gioca bene ha pochissime avversarie che la possono contrastare. E che però è capace di prestazioni negative come forse nessun’altra top ten.
Tanto per fare un esempio: chi ha seguito la partita contro Daniela Hantuchova a Sydney nel 2012 non può dimenticarsi un primo set di livello stratosferico: un vero piacere per chi ama il tennis.

https://www.youtube.com/watch?v=DVQ-mhYR8SU&feature=player_detailpage#t=1

Ma d’altra parte non si può nemmeno scordare, sempre di fronte ad Hantuchova, il disastro di quest’anno a Madrid nei due ultimi set: una fiera degli orrori contro una giocatrice che per le sue caratteristiche sarebbe invece l’avversaria ideale (come testimoniano gli scontri diretti).

Come ho già avuto modo di scrivere, personalmente soffro di una “insana” attrazione per i giocatori perdenti; di conseguenza quando la vedo giocare malissimo, superata l’iniziale delusione, non posso che affezionarmi ancora di più. Poi ci sono le volte in cui la vedo giocare bene e ringrazio di essere un appassionato di tennis, perché il suo modo di colpire continua a darmi una emozione speciale.

A fine 2013, dopo aver visto tante sue partite, ormai è chiaro il destino capitato a noi kvitoviani: sappiamo che dobbiamo aspettarci qualsiasi cosa, nel bene e nel male; e abbiamo capito che in certi momenti il campo non sarà mai grande abbastanza per contenere l’incostanza di Petra:

https://www.youtube.com/watch?v=orw4Ai0BXmU&feature=player_detailpage#t=6839

P.S. Guardate anche il punto successivo.

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La coppia Monfils-Svitolina aspetta una bambina. Anche Konta incinta

I due tennisti Gael Monfils e Elina Svitolina annunciano via social la lieta notizia. La settimana scorsa era stato il turno di Johanna Konta

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Gael Monfils e Elina Svitolina (foto Twitter @Gael_Monfils)

Mentre gli Internazionali BNL d’Italia giungono all’appuntamento conclusivo di questa edizione con due finali non troppo incerte, il mondo del tennis extra-campo si ravviva con la notizia divulgata via social dalla coppia composta da Elina Svitolina e Gael Monfils. I due infatti hanno annunciato di aspettare una bambina, il cui parto è previsto per ottobre. “Con il cuore pieno di amore e felicità, siamo lieti di annunciare che aspettiamo una bambina ad ottobre” queste le parole con le quali si sono espressi sia l’ucraina sia il francese, il quale è alle prese con un anno ricco di novità anche per quanto riguarda il piano professionale, visto il passaggio ad Artengo, il brand di Decathlon, per quanto riguarda la racchetta.

L’ultimo match disputato da Svitolina è il primo turno di Miami del 24 marzo perso al tiebreak del terzo set da Heather Watson, mentre la sua ultima vittoria risale al 4 marzo a Monterrey contro la bulgara Tomova. Attualmente n.27 del mondo, non rivedremo la 27enne Elina in campo per un po’.

Risale alla settimana scorsa invece – per la precisione al 9 maggio – la notizia simile diffusa da Johanna Konta. “Sono impegnata a cuocere il mio piccolo muffin in questo momento”, aveva scherzato la britannica sui social, sposatasi a dicembre 2021 poco dopo il ritiro dal tennis professionistico a 30 anni.

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Come Barty solo Henin: le reazioni dei colleghi. E n.1 chi diventa?

Barty seconda regina del tennis femminile ad abdicare. Chiude con lo Slam di casa come Sampras, si ritira ad un anno da Borg

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

Stamani, 23 marzo 2022, il tennis si è svegliato con un colpo al cuore. Un fulmine a ciel sereno che si è abbattuto contro il mondo della racchetta, una data che sicuramente non dimenticheremo. La numero 1 del mondo, nonché campionessa Slam per tre volte, Ashleigh Barty ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal tennis professionistico; affermando di aver dato tutto e di essere pronta ad inseguire nuovi sogni. Una notizia shock, Ash infatti è solo la seconda regina del tennis femminile su 27 che, sedendo sul trono WTA, annuncia la propria decisione di porre fine all’attività agonistica a stagione in corso.

COME LEI SOLO HENIN – L’unico precedente si è avuto nel maggio 2008, quando l’allora n.1 del mondo Justine Henin annunciò la fine della propria carriera – salvo poi cambiare idea e comunicare il 22 settembre 2009 il ritorno alle competizioni a 27 anni – e seppur anche in quel caso lo scalpore fu tanto, Justine aveva avuto un pessimo avvio di stagione perdendo malamente all’Open d’Australia con Maria Sharapova. Dunque il ritiro della belga arrivò a termine di un periodo difficile, differentemente dalla tennista australiana che ha iniziato invece la nuova stagione con una striscia di 11 vittorie e 0 sconfitte mettendo in bacheca tre titoli, (trionfo in singolare e in doppio al torneo di Adelaide) compreso il primo Major dell’anno. Effettivamente, però la belga non riuscì più a rientrare nel circuito ad alti livelli a causa di un infortunio al gomito, annunciando il suo ritiro definitivo nel gennaio 2011. Ricordiamo, inoltre che Barty aveva deciso di non prendere parte al Sunshine Double; motivando tale scelta con il fatto di non aver recuperato pienamente dalle fatiche di Melbourne, che gli erano valse il suo terzo titolo Slam.

IL PRIMO RITIRO, COME JORDAN – Probabilmente, invece questo periodo di pausa tra Melbourne e Indian Wells è stato propedeutico per maturare la decisione finale di appendere la racchetta al chiodo. In realtà però se analizziamo nel dettaglio la carriera della 25enne di Ipswich ci si accorge che questa presa di coscienza fulminea e ai più inimmaginabile fino a qualche ora fa, non è proprio discostante dal personaggio, anzi; l’australiana si era già presa una pausa dall’attività agonistica nel settembre del 2014 quando si ritirò una prima volta per cercare d’intraprendere la carriera professionistica come giocatrice di cricket. Ma due anni più tardi ritornò sui suoi passi, riallacciando i legami con il suo primo grande amore sportivo. In un certo senso ci sono molte similitudini con quello che accadde al leggendario Michael Jordan, il quale dopo il primo three-peat (tre titoli NBA consecutivi: 1991, 1992, 1993) con i Chicago Bulls, annunciò il ritiro nel 1993 per cercare fortuna nella Major League baseball; per poi successivamente rientrare in NBA nel 1995.

 

AL SUO POSTO? – Il 2021 e l’inizio del 2022 erano stati a tratti dominati dalla talentuosa tennista australiana, e la sua permanenza in cima al ranking – escluse le settimane di congelamento della classifica a causa della pandemia – si è esteso a 112 settimane consecutive che la portano al quinto posto della striscia più lunga della storia dopo Steffi Graf e Serena Williams a 186 settimane, Martina Navratilova a 156, e Chris Evert a 113. Nel conteggio totale invece è al settimo posto con 119. Nel precedente datato 2008, Henin chiese di rimuovere il suo nome dal ranking e se Barty dovesse fare altrettanto ci sarà gran battaglia alle sue spalle per accaparrarsi la prima posizione mondiale. Al momento in testa a questa corsa c’è Iga Swiatek, circa 700 punti davanti alla ceca Krajcikova, e con l’andare avanti della stagione potranno trovare spazio anche Badosa, Sabalenka e Kontaveit. Tutte tenniste che non hanno mai ricoperto questo ruolo. In ogni caso si potrebbe avere una nuova leader già dopo Miami.

PRECEDENTI ILLUSTRI – A livello di gioco invece quello della 25enne sarà una perdita di proporzioni incolmabili. Il suo tennis sopraffino, paragonabile per tecnica a quello di Ons Jabeur incantava gli occhi degli appassionati, e abbinare al suo tocco delicato un servizio e un gioco da fondo così potente ed efficace la rendeva unica e speciale. Sfumano dunque tutti i sogni di possibili rivalità con tenniste dallo stile complementare al suo come Osaka e soprattutto Swiatek. Barty chiude la carriera trionfando nello Slam di casa come accadde a Pete Sampras nel 2002, ma per trovare un altro ritiro altrettanto sconvolgente si deve tornare indietro a quello di Bjorn Borg che lasciò il tennis un anno più anziano di Barty. Ovviamente lo svedese all’epoca era un’icona mondiale molto di più di quanto non lo sia ora Barty, ma il vuoto a livello tennistico che hanno lasciato entrambi è paragonabile.

LE REAZIONI DEI COLLEGHI – Ovviamente, questa notizia ha scosso i cuori di tutti gli appassionati e gli addetti aI lavori del mondo del tennis. Numerose sono state le reazioni al ritiro di Barty, soprattutto tra le giocatrici ma non solo.  Fra le testimonianze che hanno pullulato Twitter dall’alba, ci sono state quelle di altre campionesse dei Major; come Simona Halep che ha ricordato il rapporto speciale che la lega ad Ash: “ Ash, cosa posso dire, sai che ho le lacrime giusto? Amica mia, mi mancherai in tour. Eri diversa e speciale, abbiamo condiviso alcuni momenti incredibili. Qual è il tuo prossimo passo? Campione del Grande Slam nel golf? Sii felice e goditi la vita al massimo, tua Simona.”– o come Petra Kvitova, che invece è sembrata non aver ancora realizzato; ma ciò nonostante ha sottolineato le incredibili peculiarità di un personaggio unico nel tennis: “Ash, non ho parole… in realtà stai mostrando la tua vera classe lasciando il tennis in questo modo bellissimo. Sono così felice di aver potuto condividere il campo con te .. il tennis non sarà mai più lo stesso senza di te! Ti ammiro come giocatrice e come persona.. ti auguro solo il meglio!”. Come detto non solo tennisti, ma anche dirigenti; dalle dichiarazioni del CEO della WTA Steve Simon: “Auguriamo ad Ash solo il meglio e sappiamo che continuerà a essere una straordinaria ambasciatrice per il tennis, mentre inizierà un nuovo capitolo della sua vita. Ci mancherà”– fino alle parole del CEO di Tennis Australia e direttore degli Australian Open; Craig Tiley: “Congratulazioni Ash per la tua brillante carriera. Sei stata un modello incredibile, sia in campo che fuori e la comunità del tennis, specialmente in Australia sentirà molto la tua mancanza. Goditi il tuo ritiro dal professionismo ed il prossimo capitolo della tua vita. Non vediamo l’ora di supportarti in qualsiasi cosa tu scelga di fare”.

Nonostante il periodo complicato che sta vivendo, non ha voluto far mancare la sua voce anche Elina Svitolina: “Nient’altro che RISPETTO per te!!! Ti auguro il meglio per quello che verrà dopo e congratulazioni per la tua illustre carriera”. Infine concludiamo con il commento di Andy Murray, molto più laconico, ma altrettanto pieno di significato: “Felice per Ash Barty, distrutto per il tennis, che giocatrice”. Lo scozzese ci è già passato; con la differenza che il suo ritiro non è stata una scelta consenziente ma forzata dai problemi all’anca, tanto è vero che grazie alla sue tenacia è riuscito a rientrare nel tour.

Ma Ashleigh sembra aver preso questa decisione, con molta consapevolezza e serenità d’animo. Si vede che questa scelta la rende felice. E allora noi non possiamo solo che augurarle il meglio per i prossimi sogni che ha intenzione di raggiungere. Poi chissà, se mai dovesse ripensarci noi saremmo pronti a riaccoglierla a braccia aperte, e intanto ci gustiamo a ripetizione il suo ultimo punto giocato.

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La disarmante superiorità di Ashleigh Barty

La numero 1 del mondo ha vinto in Australia il terzo titolo Slam dominando il campo delle avversarie. Quali sono le ragioni di questa supremazia?

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (via Twitter @AustralianOpen)

In occasione del ritiro di Ashleigh Barty, riproponiamo questo pezzo che celebra il suo ultimo successo Slam all’Australian Open 

Per iniziare l’articolo dedicato all’Australian Open 2022 e alla sua vincitrice, ecco una lista di nomi:
Chris Evert
Martina Navratilova
Hana Mandlikova
Steffi Graf
Serena Williams
Maria Sharapova
Ashleigh Barty

Cosa hanno in comune? A oggi nell’era Open solo queste giocatrici possono vantare almeno un titolo Slam conquistato su terra, erba e cemento (spero di non aver controllato male). Ricordo che il cemento è stato introdotto nello Slam americano nel 1978 e in quello australiano nel 1988, e questo ha probabilmente impedito a grandi protagoniste del primo periodo Open (come Margaret Smith Court, Billie Jean King o Evonne Goolagong) di far parte della lista. Ma da quando le superfici si sono stabilizzate, il dato tecnico è diventato attendibile e rilevante.

Dunque, grazie al successo australiano, Barty è riuscita a entrare in questa ristrettissima élite. Campionessa sulla terra di Parigi (2019), sull’erba di Wimbledon (2021) e sul cemento di Melbourne (2022).

Non solo: per il modo con il quale ha vinto l’ultimo Slam, siamo un po’ tutti spinti ad andare oltre il giudizio sul singolo torneo, per spaziare verso valutazioni che abbracciano orizzonti più ampi e ambiziosi. Non si tratta cioè semplicemente di celebrare il successo in questo Australian Open, ma di cominciare a inquadrare storicamente il suo ruolo e provare a immaginare fino a che punto potrebbe affermare il suo primato sulla concorrenza.

I numeri delle scorse due settimane sono inequivocabili: Barty ha conquistato il titolo con un percorso netto. Sette partite, quattordici set vinti e nessuno perso. E da quando è scesa in campo nel 2022 ha già vinto due tornei (Adelaide e Australian Open), per un totale di 10 match chiusi in due set e uno solo, il primo disputato, vinto in tre set (4-6, 7-5, 6-2 contro Coco Gauff). Zero sconfitte.

Il suo tragitto a Melbourne è stato questo: 6-0 6-1 a Tsurenko, 6-1 6-1 a Bronzetti, 6-2 6-3 a Giorgi, 6-4 6-3 ad Anisimova, 6-2 6-0 a Pegula, 6-1 6-3 a Keys, 6-3 7-6(2) a Collins. Quindi Ashleigh ha sconfitto due giocatrici italiane e ben quattro statunitensi nei turni conclusivi. Curiosità: anche in occasione del successo al Roland Garros 2019 aveva sconfitto le stesse quattro americane (nell’ordine di allora Pegula, Collins, Keys e Anisimova), con in più una quinta statunitense (Sofia Kenin).

Questi numeri illustrano una supremazia evidente, alla quale le avversarie non hanno saputo opporsi, se non a sprazzi, per qualche porzione di set. Per trovare un Australian Open altrettanto dominato occorre tornare al 2017, all’ultimo impegno di Serena Williams pre-maternità: anche per lei 14 set a zero e 23mo (e sinora ultimo) Slam nel palmarès.

Le caratteristiche fisico-tecniche di Ashleigh Barty
Indubbiamente una parte importante della supremazia dimostrata da Barty in questo inizio di 2022 deriva dalle sue qualità e specificità tecniche. Per una analisi più approfondita del tema rimando a un articolo scritto nell’aprile 2019 in occasione del suo primo grande successo, a Miami (“La maturità di Ashleigh Barty”). Qui sintetizzo alcuni aspetti fondamentali.

Innanzitutto il servizio. Un colpo forse non sempre sufficientemente apprezzato, ma di qualità assoluta. Completissimo per varietà di esecuzione, con una prima così incisiva che spesso ha aiutato Barty a tirarsi fuori dai guai sulle palle break, vincendo il punto senza nemmeno iniziare lo scambio.

Un colpo che le permette spesso di viaggiare tranquilla e con un bel margine di sicurezza sulle avversarie. Potente, preciso, vario, ma altrettanto efficace anche quando è lavorato slice e kick. E con una caratteristica che non finisce mai di sorprendermi: la grande facilità nel cambiare direzione fra prima e seconda, senza che questo le faccia aumentare i doppi falli.

Poi il dritto, con una quota di topspin che le permette esecuzioni potenti ma anche con margine di sicurezza nel transito sopra la rete. In questo momento, a mio avviso, semplicemente il miglior dritto del circuito WTA.

A due fondamentali quasi di stampo ATP, Barty aggiunge il rovescio giocato prevalentemente in back. Un rovescio che mette in difficoltà molte avversarie, poco abituate a gestire parabole basse e sfuggenti. Nel confronto sulla diagonale sinistra, lo slice di Barty va ad impattare sul rovescio bimane delle avversarie destre. Per replicare allo slice con il rovescio bimane in topspin occorre grande sicurezza tecnica ma anche disponibilità al sacrificio, perché è obbligatorio scendere molto basse di gambe per eseguire lo swing al meglio. Il tutto si traduce in un surplus di sforzo fisico e, a lungo andare, anche mentale, che può pesare sugli equilibri dei match.

Ecco perché un colpo che per Ashleigh è sostanzialmente di manovra, raramente utilizzato con lo scopo di ottenere vincenti diretti, a volte può fare la differenza perfino più del dritto, grazie alla quantità di errori gratuiti causati alle avversarie. L’efficacia del colpo slice di Barty ha finito per mascherare la relativa affidabilità della versione in topspin, che sicuramente non è alla altezza del dritto. Ma del resto anche Steffi Graf aveva una impostazione simile (gran dritto e rovescio slice), e i risultati raggiunti da Steffi parlano chiaro.

Circoscrivere l’analisi ai tre colpi base non illustra però a sufficienza il quadro tecnico di Barty. Intanto perché anche nei colpi di volo possiede una qualità superiore. E poi perché sa utilizzare altrettanto bene i drop-shot e tutte le soluzioni di contenimento, che le permettono di sostenere interi scambi in difesa senza andare in difficoltà. E se poi c’è da improvvisare qualcosa in situazioni-limite ecco che Ashleigh sfodera colpi anomali, come per esempio questo dritto al volo da fondo campo:

Ma nemmeno elencare la totalità del suo repertorio le rende in pieno giustizia, perché in lei c’è qualcosa in più, che va al di là della meccanica esecutiva del singolo colpo. Quel qualcosa in più lo definirei in questo modo: la naturalezza con cui produce tennis. Una naturalezza che, per esempio, si esprime attraverso la padronanza con cui si muove per il campo. Ashleigh sembra sempre a suo agio in ogni situazione, grazie al totale dominio dei movimenti del corpo in relazione a quelli della palla. Coordinazione, rapidità di lettura delle situazioni e immediata capacità di impostare lo sviluppo dello scambio. Qualità rarissime, che in lei sono vicine alla perfezione.

a pagina 2: Le caratteristiche tattiche e mentali di Barty

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