Mary Pierce, 40 anni e un nuovo inizio

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Mary Pierce, 40 anni e un nuovo inizio

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Oggi, 15 gennaio 20115, Mary Pierce spegne 40 candeline. Una vita all’insegna del tennis, dei successi e di tanto talento, ma anche di momenti difficili e infortuni. E poi, un’isola…

Quando penso a Mary Pierce, non posso fare a meno di associarla ad un’immagine ormai indelebile nella mia memoria tennistica. Mi sembra di rivederla ancora, entusiasta, ammirata e quasi commossa dalla splendida impresa di Francesca Schiavone in quel memorabile 5 giugno 2010, quando la tennista milanese baciava la terra rossa del Philippe Chatrier per poi sollevare al cielo il trofeo Suzanne Lenglen consegnatole, appunto, da Mary. In quel fatidico giorno di giugno, così speciale per il tennis italiano, la Pierce era lì e, con un gran sorriso stampato sulle labbra, sembrava davvero godersi la gioia di una collega che, incredula, stava toccando il cielo con un dito.

 

Ma, in fondo, Mary conosceva perfettamente le sensazioni di Francesca. Anche lei, 10 anni prima, in quello stesso campo, aveva sollevato lo stesso trofeo, dopo aver compiuto un exploit che sembrava ormai sempre più lontano.

Come per la Schiavone, la storia tennistica di Mary Pierce raggiunge l’apice proprio a Porte d’Auteuil, quando la francese vi trionfa nel 2000, mettendo in bacheca il suo secondo titolo slam e ritornando n. 3 del mondo, suo best ranking. È una vittoria sofferta e inaspettata, soprattutto dopo i tanti infortuni subiti precedentemente; tuttavia, era da tempo che Mary, di nazionalità francese – ma nata in Canada da madre francese e padre americano – sognava di trionfare proprio nello slam di Parigi. Ci era andata vicino nel 1994, giocando un tennis pressoché perfetto per poi venire fermata in finale dalla spagnola Arantxa Sanchez. Ma, nel 2000, contro un’altra spagnola, ci riesce: Mary supera in finale Conchita Martinez, dopo aver battuto Monica Seles nei quarti (nel celebre match in cui Mary realizza un tweener spettacolare e vincente) e poi l’allora n. 1 del mondo Martina Hingis in semifinale, due match tiratissimi al terzo set.

Se, nel 1994, Arantxa spezza il sogno parigino di Mary, l’anno seguente la tennista di Barcellona subirà la rivincita della francese in finale a Melbourne, dove la Pierce si aggiudica il suo primo slam e sale per la prima volta in carriera alla 3a posizione del ranking.

I trionfi all’Australian Open e al Roland Garros sono certamente i fiori all’occhiello della carriera di Mary Pierce che vanta in tutto 18 titoli in singolare, tra cui anche il torneo di Roma, nel 1997, vincendo in finale ancora con la Martinez. Ricordiamo che l’ultimo torneo aggiudicatosi dalla Pierce è stato quello di Mosca, nel 2005, battendo in finale proprio la nostra Francesca Schiavone.

Ma non solo. Mary trionfa due volte in Fed Cup: nel 1997, in finale contro l’Olanda, insieme a Sandrine Testud e Nathalie Tauziat, capitanate da Yannick Noah; e poi nel 2003, in finale contro gli stati Uniti, con la Mauresmo e questa volta sotto la guida di Guy Forget.

La francese disputa, inoltre, altre tre finali slam: nella già citata edizione 1994 del Roland Garros e nel 2005, ancora al Roland Garros e agli US Open. Si issa inoltre due volte in finale al Masters, nel 1997 e nel 2005.

Capace di esprimere un tennis particolarmente potente e solido da fondo campo, anche grazie al rovescio bimane, Mary è una giocatrice estremamente competitiva dal punto di vista atletico, dotata di potenza e scatto fulmineo. Spesso, però, la tensione e una certa fragilità le giocano brutti scherzi in campo, facendole perdere occasioni preziose. Si trova inoltre ad affrontare numerosi infortuni che le minano il fisico. Il più complicato è quello subìto nel 2006 ai legamenti del ginocchio sinistro. Dopo l’operazione, Mary è costretta ad una lunga convalescenza che la porterà, in seguito, ad allontanarsi definitivamente dalle competizioni.

Ma non sono stati solamente gli infortuni a complicare la carriera della Pierce. Come altre colleghe, la francese ha dovuto fare i conti, nei primi anni della sua ascesa, con la presenza alquanto ingombrante di un padre-allenatore particolarmente iracondo. Tanti, troppi, i dérapages di Jim Pierce che, quando Mary era ancora una ragazzina, durante un match le urla “Mary, kill the bitch!” oppure viene alle mani con due spettatori al Roland Garros nel 1992. Alla fine, dopo i numerosi episodi di mancato self control durante le partite e gli allenamenti della figlia, Jim verrà allontanato dai campi da tennis e, in Florida, Mary troverà, prima in Nick Bollettieri, e poi in Sven Groeneveld, guide ottimali per raggiungere quella serenità e fiducia necessarie al successo.

La Pierce è assente dalle competizioni ormai da quasi dieci anni e, oggi, pur dedicandosi ancora al tennis e sedendo a volte nelle tribune del Roland Garros, appare meno di frequente nei grandi eventi. La francese ha infatti iniziato un nuovo percorso, dedito alla religione e al volontariato. Oggi vive nell’Isola Mauritius, dove fa parte di un movimento evangelico pentecostale  e svolge attività missionaria. Nello stesso tempo, vi allena alcuni giovani dell’isola. Insomma, sembra che l’ex tennista abbia finalmente trovato la vera felicità e il giusto equilibrio per lasciarsi definitivamente alle spalle tutti i vecchi fantasmi… E noi, nel giorno dei suoi 40 anni, glielo auguriamo di cuore. Buon compleanno Mary !

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Elogio di Mikhail Youzhny, colonnello dal braccio d’oro

Dalla scomparsa del padre, a cui dedicava il suo celeberrimo saluto militare, alle sue imprese sul campo. Un talento che forse avrebbe meritato uno Slam

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San Pietroburgo, 20 settembre 2018, torneo di casa, o quasi. Mikhail Youzhny, ormai trentaseienne, disputa quello che sarà il suo ultimo incontro da professionista, scelta pianificata già da qualche tempo. Dall’altra parte della rete c’è Roberto Bautista Agut, un tipo scomodo dal gioco tignoso a cui non daresti due lire e che invece, con due frecce spuntate nella faretra, ha finito per dotarsi di una carriera interessante. Abnegazione, un gran merito. A quanto si dice l’iberico non gode nemmeno della simpatia dei colleghi e dunque, per una sorta di proprietà transitiva applicata alle dinamiche sportive, nemmeno degli appassionati. Quando si dice giocare contro gli umori del pubblico.

La differenza tecnica tra i due giocatori in campo è abissale, ma, purtroppo per il russo, lo è anche l’età e così un Bautista sparagnino, figlio di quell’attualità tennistica poco incline alla fantasia, accede non senza soffrire al turno successivo, negando al rivale la possibilità di un ulteriore ultimo match e la soddisfazione della vittoria numero cinquecento in carriera. Pazienza. Sedici anni dopo la vittoria nel torneo ATP di Stoccarda, la prima, il mondo del tennis ringrazia così con un lungo applauso uno dei talenti più luminescenti e irrazionali delle ultime generazioni. Resterà comunque nell’ambiente che lo ha visto diventare uomo, quale titolare di un’accademia. Largo ai giovani.

Un passo indietro. Miami, 31 marzo 2008, terzo turno del torneo all’epoca appartenente alla categoria Masters Series, ovvero il meglio del panorama mondiale fatta eccezione per i quattro tornei Monumento. Sessione serale. Sul cemento dalla tipica colorazione verde-viola che caratterizza i playground della Florida, Mikhail Youzhny, professionista ormai da una decade, e Nicolas Almagro se le stanno dando di santa ragione, partita incerta. A un passo dal traguardo, avanti per cinque giochi a quattro nel terzo e decisivo parziale, lo spagnolo deve però affrontare una pericolosa palla break che potrebbe riaprire i discorsi. Quello che ne scaturisce è uno scambio estenuante, quando il rovescio del russo, un marchio di fabbrica per giunta, si stampa sul nastro: parità. Apriti cielo.

Youzhny è letteralmente fuori di sé e dopo qualche imprecazione urlata al mondo con un body language che non lascia presagire nulla di buono decide che la punizione più consona al frangente nefasto sia quella corporale. Uno, due e tre colpi violenti di racchetta alla fronte aprono una ferita che in un amen prenderà a sanguinare copiosamente. Gioco sospeso, intervento del medico e multa in arrivo. Misha vincerà quella partita. L’aneddoto, al di là dell’ovvia singolarità, racconta molto di un personaggio sui generis, dalla psicologia complessa e indecifrabile che accomuna tanti campioni pregni di talento. Una sorta di geniale bipolarismo tutto tennistico che certifica l’imprevedibile alternanza dell’eccellenza e del suo esatto contrario.

Mikhail Youzhny ‘rotto’

Anno 2002, ancora più indietro. Misha è in auto con Mikhail, il babbo, e Andrei, il fratello anch’esso tennista, rientrano da una sessione di allenamento. Non è un giorno come tanti perché l’incidente pronto ad attenderli in strada si porta via il padre, un valoroso ufficiale dell’Armata Rossa e mentore dell’adolescente Misha. Arresto cardiaco, dirà un medico. Nel momento di lancinante dolore, Youzhny – a cui l’esperienza finirà, se possibile, per fortificare un rapporto già viscerale con il gioco del tennis – conia un rituale che compendia commozione, esultanza e memoria paterna. La mano destra, tenuta rigida, sale alla tempia con la sinistra che nel contempo porta la racchetta sopra alla testa, a mimare un berretto che non c’è. Perché un saluto militare che si rispetti deve essere fatto con il capo coperto. Il gesto, dopo ogni vittoria, viene ripetuto con rigore quattro volte, una per ciascun lato del campo. Per la gioia di papà Mikhail, seduto da qualche parte a godersi le gioie di un erede speciale nella sua complessità, e anche della nostra. Impavidi bacchettoni quando si tratta, e succede sempre di meno, di godere del tennis d’antan.

 

La vita toglie, la vita dà. Che i russi siano un popolo visceralmente legato alla patria è segreto di Pulcinella e non è certo Youzhny, cresciuto nella rigorosa casa di un militare, a fare eccezione alla consolidata regola. Non è strano quindi che l’acme sportivo sia stato raggiunto dal moscovita proprio nella competizione a squadre nazionali per antonomasia, la Coppa Davis. Anno 2002, quello maledetto, palasport di Parigi-Bercy. Francia, ambiziosa padrona di casa, e Russia, appunto, si contendono l’insalatiera d’argento. Che in apparenza interessa giusto il minimo sindacale salvo poi regalare scampoli di furibonde battaglie che, stringi stringi, incarnano l’essenza dello sport tout court. Succede che dopo tre singolari e un doppio il punteggio sia ancora inchiodato sulla parità, con due vittorie per parte.

Domenica, quasi sera ormai, la tensione si taglia a fette. Youzhny, nell’incontro decisivo di una giornata che sarà leggenda, prende il posto in campo di un autentico mito dello sport russo ormai al crepuscolo, Yevgeny Kafelnikov, roba da far tremare i polsi. Tra inferno e paradiso l’ostacolo è incarnato dalla speranza transalpina Paul-Henri Mathieu, anch’esso maggiorenne e poco più, che in una bolgia incandescente pronta a saltare in aria incamera agevolmente i primi due set. Saranno gli ultimi. Misha, sull’orlo del baratro e apparentemente senza alternative alla disfatta che incombe, ribalta l’inerzia della partita sfoggiando, come il mago che solletica il cappello, una varietà di colpi mai uguali tra loro che con l’incedere dei minuti sgretolano una a una le certezze del rivale. Fino all’inevitabile knock-out: tripudio.

Per la Russia, in un contesto sociale che il politically correct definirebbe con garbo ‘di transizione’, si tratta del primo storico trionfo, con il delfino Youzhny a recitare la parte dell’eroe di stato. Per gli amanti della statistica è doveroso segnalare che nessuno prima di allora sia mai riuscito a recuperare uno svantaggio così marcato nel match decisivo di una finale. Misha assume dunque i gradi (sportivi) di Colonnello, nel nome del padre. Fu meno eclatante, come facilmente comprensibile, tuttavia Youzhny qualche anno più tardi contribuirà alla conquista di una seconda Coppa Davis.

Mikhail portato in trionfo dopo la vittoria della Coppa Davis 2002

A pagina 2, le somme della carriera di Mikhail

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Numeri

Otto numeri per i 50 anni di Gabriela Sabatini

I nostri auguri alla tennista straniera più amata dal pubblico italiano sono una raccolta di statistiche e aneddoti. Le vittorie, le debolezze, la rivalità con Steffi Graf e la grande amicizia con Monica Seles

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Oggi Gabriela Sabatini compie 50 anni. Abbiamo scavato nei suoi ricordi grazie alla penna di Sebastián Torok, che l’ha intervista per ‘La Nación’. Oggi, per augurarle buon compleanno, abbiamo selezionato otto numeri per ricostruire la sua carriera. Otto, come gli anni che aveva quando ha vinto il suo primo torneo.

1 – i titoli Slam conquistati in singolare. Quando Sabatini nel 1990 a New York vinse lo US Open, ruppe la maledizione che sembrava accompagnarla nei grandi tornei: in precedenza aveva raggiunto già otto semifinali e una finale nei Major e da quasi cinque anni era in top 10, ma non aveva mai vinto uno Slam. Gabriela arrivò all’ultimo atto del Major statunitense per la prima volta nel 1988, ma in quella circostanza si arrese (solo al terzo set) a Steffi Graf, che con quel successo centrò – terza a riuscirci dopo Maureen Connolly nel 1953 e Margaret Smith Court nel 1970 – il grande Slam. La campionessa tedesca, in quegli anni autentica dominatrice del circuito (lo fu ininterrottamente da agosto 1987 a marzo 1991), nell’estate del 1990 rappresentò per l’argentina nuovamente l’ultimo ostacolo da superare per vincere uno Slam.

A inizio settembre di trenta anni fa Sabatini coronò il suo sogno: grazie a una superba prova, superò infatti Graf col punteggio di 6-2 7-6, dopo aver perso un solo set nel corso di quel torneo, in semifinale contro Mary-Joe Fernandez. Per la tennista argentina nel luglio 1991 arrivò poi una terza finale Slam, questa volta a Wimbledon, sempre con Steffi Graf dall’altra parte della rete: sui prati londinesi Gaby giunse a soli due punti dalla vittoria dei Championships, prima di cedere in volata (8-6 al terzo set). Dopo quella amara partita ci furono “solo” altre otto semi a livello Slam (in tutto saranno diciotto): tre di esse nel 1992, con l’ultima raggiunta allo US Open del 1995.

4 – le edizioni (1988, 1989, 1991 e 1992) vinte degli Internazionali d’Italia, il torneo nel quale Sabatini vanta più successi (non ha mai vinto nessun’altra manifestazione per più di due volte). Una trentina d’anni fa nacque un legame speciale tra l’argentina e il torneo romano: Gaby era amatissima dal pubblico italiano, un sentimento da lei ricambiato, anche per le origini dei propri avi (il nonno era originario di Potenza Picerna, vicino Macerata). Un’alchimia perfetta che fu d’aiuto alla tennista argentina per vincere, dopo la finale romana persa in tre set contro Graf nel 1987, ben ventitré delle seguenti ventiquattro partite giocate al Foro Italico: arrivarono così i titoli di quattro delle successive cinque edizioni alle quali partecipò (nel 1990 fu fermata in semifinale da Navratilova).

 

Non va dimenticato che in questa serie sono incluse le due finali romane vinte nel 1991 e 1992 contro Monica Seles, allora numero 1 al mondo, entrambe le volte superata nettamente in due set. Vittorie arrivate grazie a prestazioni considerate negli anni successivi dalla stessa Gabriela come tra le sue migliori in assoluto; contro la serba naturalizzata statunitense, oltre alle due finali a Roma, Sabatini vinse solo un’altra volta, contro una Seles quattordicenne a Miami nel 1988. Le sconfitte totali furono undici. Una grande stima ha sempre legato Gaby e Monica: quest’ultima, nella sua biografia, l’ha dipinta non solo come una tennista che avrebbe meritato di vincere maggiormente, ma l’ha elogiata come donna, ricordando come nel 1995 l’argentina sia stata l’unica delle top 20 a non aver votato contro la decisione della WTA di restituire il numero 1 a Seles dopo l’attentato subito ad Amburgo.

L’incredibile striscia di risultati romani per Sabatini si concluse nel 1994, quando Gabriela fu sconfitta al primo turno da Irina Spirlea, un passo falso che non le impedì di essere dopo Chris Evert (vincitrice cinque volte a Roma) e, assieme a Conchita Martinez, la seconda tennista più vincente della storia degli Internazionali d’Italia. Oltre che la più amata di sempre dal pubblico italiano.

6 – gli anni che Gabriela aveva quando per la prima volta impugnò una racchetta da tennis. Cresciuta vedendo giocare in un circolo della sua città natale (Buenos Aires) il padre Osvaldo, manager alla General Motors, nonché il fratello più grande, volle emularli: mostrò subito grande talento e all’età di dieci anni era già la più brava under 12 argentina. Nel 1984 si impose da quattordicenne all’attenzione mondiale, vincendo sette degli otto tornei giocati da junior (tra i quali il Roland Garros) e arrivando al numero 1 di categoria, dopo essere stata l’anno precedente la più giovane vincitrice di sempre dell’Orange Bowl. Animata da grande fame di vittoria, ma al contempo timida – a fine carriera dirà: “Molte volte preferivo arrivare in semifinale, così vincevo partite ma al contempo evitavo le luci  della ribalta“- si mise in mostra grazie anche alla ferocia agonistica che metteva in campo. Una determinazione che però alternava con un atteggiamento schivo appena lasciata la racchetta, un’indole non certo aiutata dalla scarsa conoscenza della lingua inglese che accompagnò i primi anni della carriera.

Nel 1984 lasciò gli studi per concentrarsi al 100% sul tennis, che le offriva grandi soddisfazioni: Gabriela (ventisei anni fa) esordì nel circuito maggiore sconfiggendo ben tre top 50 (tra le quali la nostra Reggi) e diventando la più giovane tennista di sempre ad accedere al terzo turno degli US Open, un piazzamento decisivo per chiudere la stagione da 74 WTA. Quell’anno decise anche di farsi allenare da Patricio Apey, ex tennista cileno, e di spostare la sede degli allenamenti in Florida. Nel 1985 arrivò l’esplosione definitiva: prima a Hilton Head sconfisse nello stesso torneo due top 10, poi arrivò sino alle semifinali del Roland Garros (dove perse contro Evert) e, infine, vinse il primo torneo della sua carriera, a ottobre sul cemento all’aperto a Tokyo, chiudendo a soli quindici anni la stagione da dodicesima giocatrice al mondo, dopo aver fatto il primo ingresso in top 10 a settembre.

10 – le stagioni terminate nella top ten di singolare, con cinque di queste chiuse in top 5 e tre concluse da terza giocatrice al mondo (ci riuscì nel 1989, 1991 e 1992), il piazzamento che è stato anche il suo best career ranking. Dal 1985, primo anno in cui fece il suo accesso nella top 10, sino al 1995, ultima stagione giocata interamente nel circuito, è sempre riuscita a mantenersi ad alti livelli distribuendo in questo lungo arco temporale i ventisette titoli conquistati nel circuito maggiore. L’unico anno in cui non ha vinto tornei è stato il 1993, quando comunque ha raggiunto la semifinale all’Australian Open (dove fu sconfitta nettamente da Seles) e due finali importanti ad Amelia Island e Berlino, perse rispettivamente contro Arantxa Sanchetz e Graf. Il 1993 è anche la stagione di uno dei ricordi più amari della carriera di Gabriela: arrivata ai quarti del Roland Garros lasciando alle avversarie solo tredici games nei precedenti quattro turni, perse contro Mary Joe Fernandez dopo essere stata avanti 6-1 5-1 e aver sciupato cinque match point.

A pagina due: la splendida finale del Masters 1990, le vittorie in doppio con Steffi Graf… e la rivalità con la tedesca

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I primi 50 anni di Andre Agassi: crescita, decadimento e ritorno

Auguri a uno dei tennisti che più ha lasciato il segno nella storia dello sport. Il suo talento e i suoi drammi personali, uniti ai successi, rendono la sua storia (raccontata in ‘Open’) unica

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“La chimica è lo studio delle sostanze, ma io preferisco vederla come lo studio dei cambiamenti. È la costante, è il ciclo: creazione e dissoluzione, poi di nuovo creazione poi ancora dissoluzione, è crescita poi decadimento, poi trasformazione! Ed è affascinante”.

La frase è di Walter Hartwell White, personaggio principale di una delle serie TV meglio riuscite degli ultimi anni, Breaking Bad. Se ancora manca alla vostra lista, recuperatela al più presto. Walter White è un semplice professore di chimica nel liceo di Albuquerque, ha un figlio adolescente da mantenere e una figlia più piccola in arrivo, ma deve lottare con un cancro ai polmoni. Compiuti i 50 anni, quasi liberandosi da ogni zavorra della sua vita, Walter sceglie di sfruttare le sue conoscenze per produrre cristalli di metanfetamina, entrando così in un mondo che lo risucchierà completamente. Quella frase, detta ai suoi studenti, non è una descrizione della materia. È la descrizione della sua vita.

Ma che diavolo c’entra Breaking Bad con il tennis? Beh, oggi, 29 aprile, compie 50 anni anche uno dei tennisti più forti della storia, Andre Kirk Agassi. Arrivato al mezzo secolo però, la sua storia a differenza di quella di Walter è già stata scritta. Immaginatelo sul letto di camera sua, la mattina successiva all’ultimo match della sua carriera contro Benjamin Becker, agli US Open 2006. Il periodo più importante della sua vita era ormai alle spalle, fatto di cambiamenti continui, creazione e dissoluzione, crescita, decadimento e trasformazione. In quel momento, guardandosi indietro, Agassi avrà citato ancora Walt, dicendo: “Mi sono sentito vivo”. E anni più tardi, ci ha anche raccontato questa sua storia nella sua autobiografia ‘Open’, affidandosi alla prosa trascinante di J.R. Moehringer.

 

‘Open’ a tratti diventa un racconto drammaturgico più che un romanzo sportivo. Il tennis infatti non è il vero protagonista del racconto di Agassi, a dimostrazione del fatto che sono più le esperienze vissute attorno alla sua carriera ad aver segnato i primi trent’anni della vita del ‘Kid’ di Las Vegas. Il dramma è in un ragazzo spinto dal padre ossessivo a colpire 2500 palle al giorno, tante da odiare presto quello sport che lo renderà una star assoluta. Segue l’incontro con Nick Bollettieri e la dura vita nella sua accademia, che lo preparano al mondo del professionismo, dove i sacrifici della sua adolescenza verranno finalmente ripagati.

Il nome di Andre Agassi finisce presto sulla bocca di tutti. Il suo modo di interpretare il gioco è unico, proprio come lui. Fuori dagli schemi, aggressivo e difensivo allo stesso tempo. Dice di lui Rino Tommasi: “Prima di lui i giocatori si dividevano tra attaccanti e regolaristi […] Agassi ha inventato un nuovo tipo di giocatore, l’attaccante da fondo campo, sfruttando due grandi qualità, l’anticipo e la capacità di arrivare in equilibrio sulla palla. Riusciva in tal modo a trovare angoli che erano impossibili agli altri giocatori”. È come il suo look, specchio della sua anima ribelle, tanto che venne definito il ‘David Bowie della racchetta’. Prima la folta parrucca, accompagnata da completini stravaganti, poi la decisione di darci un taglio e rasarsi a zero.

I risultati arrivano agli inizi degli anni Novanta. Vince il suo primo Slam a Wimbledon, un anno dopo il suo primo US Open e nel 1995 alza anche il titolo degli Australian Open. Sono gli anni della grande rivalità con il connazionale Pete Sampras, visto da tanti come la sua nemesi perfetta sia sul campo che fuori. La pagina più incredibile della sua carriera Agassi la scrive al Roland Garros 1999, dopo una crisi profonda dalla quale sarebbe potuto non uscire. Nei due anni precedenti finisce fuori dai primi cento giocatori ATP. Deve curare un infortunio al polso e soprattutto la crisi del matrimonio con Brooke Shields. È qui che si incastrano tra un dolore e l’altro le esperienze coi cristalli di metanfetamina, raccontati per la prima volta nella sua autobiografia.

Andre Agassi è tutto questo. Crescita, decadimento e ritorno. Al suo terzo tentativo vince il Roland Garros rimontando due set di svantaggio in finale ad Andrij Medvedev e completa il Career Grand Slam. Pochi mesi dopo tornerà al numero uno del mondo e vincerà anche a Flushing Meadows. La rinascita sportiva coincide in toto con la rinascita nella vita sentimentale. Steffi Graf ricompone Andre Agassi: i due entrano subito in sintonia – anche per via del background sportivo condiviso. Si sposano nel 2001 e nello stesso anno arriva anche il primo figlio, Jaden Gil. Altri due tornei dello Slam (otto in totale) contribuiranno a impreziosire il palmarès del ragazzo di Las Vegas, che ha finalmente trovato l’equilibrio giusto nella sua vita.

Quattordici anni dopo il ritiro, ora Agassi si gode la compagnia di Steffi, di Jaden Gil e della seconda figlia, Jaz Elle. E ancora oggi mentre ripercorrerà la sua carriera cullato dalle acque tranquille della “pensione”, ripenserà ai cambiamenti, alle trasformazioni, al suo decadimento e alla sua rinascita. A tutti gli elementi che nella sua esistenza hanno reagito nei modi più disparati, ma gli hanno permesso di vivere al massimo la sua carriera. Tanti auguri, Andre!

Gli auguri di Gianni Clerici: “Cinquanta sfumature di Andre, la vita del tennista più rock”

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