Fognini-Bolelli la super coppia ha fatto... slam (Crivelli, Semeraro, Rossi, Azzolini); Quel gioco di coppie alle radici del tennis (Clerici); Doppio o non doppio è trionfo vero (Scanzi); «Noi, una famiglia diventata un team» (Azzolini); Panatta: «Con un doppio così che Italia in Davis!» (Semeraro); Serena senza pietà sale a 19 Slam, Graf a un passo (Azzolini, Giorni); Forza mentale e tattica, Nole favorito su Murray (Bertolucci)

Rassegna stampa

Fognini-Bolelli la super coppia ha fatto… slam (Crivelli, Semeraro, Rossi, Azzolini); Quel gioco di coppie alle radici del tennis (Clerici); Doppio o non doppio è trionfo vero (Scanzi); «Noi, una famiglia diventata un team» (Azzolini); Panatta: «Con un doppio così che Italia in Davis!» (Semeraro); Serena senza pietà sale a 19 Slam, Graf a un passo (Azzolini, Giorni); Forza mentale e tattica, Nole favorito su Murray (Bertolucci)

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A cura di Davide Uccella

Quel gioco di coppie alle radici del tennis – Clerici Gianni (01/02/15, La Repubblica)       

BOLELLI e Fognini hanno vinto gli internazionali d’Australia, e vanno quindi ad incidere, spero grati, il loro nome, alla teca in bronzo che, a Melbourne, ospita i nomi dei vincitori dei doppi, presso la galleria delle statue dei vincitori dei singoli. Ero, guarda caso, nuovamente ad assistere alla finale W nella club house del mio circolo, giusto in attesa di un doppietto, di quelli odierni tra pensionati o simili. Mentre guardavamo, uno dei miei tre partner mi aveva fatto notare una considerazione del commentatore, Federico Ferrero, che ricordava come, nei tornei Slam, i soli degli azzurri a farcela fossero stati Pietrangeli e Sirola. «Li hai visti?», mi si chiedeva e, con tutta la possibile nostalgia, rispondevo agli increduli amici che, dopo aver vinto cinque grossi tornei insieme a Sirola, ed aver poi trascorso sei mesi in ospedale, avevo assistito a Parigi al successo dei miei amici in doppio, contro due australiani, Frasere Emerson, nellaqualitàdi giornalista, un mestiere che avevo probabilmente iniziato per l’improvvisa impossibilità nel continuare una carriera di tennista «Ma sono davvero così bravi, Bolelli e Fognini?» mi chiedeva un altro, e un terzo: «Ma tu non hai scritto più di unavolta che il doppio è ormai una specialità che i grandi singolaristi hanno abbandonato, almeno dai tempi di McEnroe e Fleming?». «L’ho scritto e lo confermo, perché dal giorno in cui il tennis è divenuto ultraprofessionale conta di più il singolo. Rimane il fatto che, per vincere uno Slam bisogna giocare un ottimo tennis, come stanno facendo Bolelli e Fognini». «E poi – osservava un altro dei miei partner-tu hai scrittocheil tennis ènato storicamente come gioco di coppia, o addirittura di tripletta, durante il Rinascimento». «E non solo», aggiungeva Antonio, «è rimasto il gioco più praticato, nei club». Sullo schermo, intanto, Bolelli e Fognini controllavano in modo piuttosto sicuro le velleità di due francesi, dei quali il solo Mahut piuttosto noto per esser stato in campo undici ore interminabili contro Isner, a Wimbledon. L’altro avversario, Pierre Hugues Herbert, era poco più di un ragazzo, pur dotato di un buon servizio e, gli auguro, di un buon futuro. Due break decisivi, uno per ogni set, sarebbero stati sufficienti a Bolelli e Fognini perché il loro nome si iscrivesse nella storia del gioco, come erano riusciti a fare i loro antenati Pietrangeli e Sirola. In tempi di doppi più serrati, d’accordo, ma la mia natura di storico è felicemente rintuzzata dal compiacimento, non dico dall’entusiasmo, che sono stati capaci di comunicarmi. Speriamo, che come i Bryan, arrivino a ripetersi. Senza, tuttavia, dimenticare il singolare.

 

Fognini-Bolelli la super coppia ha fatto… slam – La coppia più bella del mondo – Crivelli Riccardo               (01/02/15, La Gazzetta dello Sport)

Bravi. Una parola semplice, ma che scalda il cuore e riempie di orgoglio. L’hanno scelta per loro Fabio Fognini e Simone Bolelli, usandola per colorare un’impresa che entra nella storia, perché uno Slam non si definisce Grande per niente e mettere il proprio nome sotto quella coppa d’argento, anche se si tratta del doppio, è uno squillo che riecheggia per l’eternità: «Siamo stati bravi. Davvero bravi». Erano passati quasi 56 anni dall’unico trionfo azzurro nella specialità, Pietrange«Ci frequentiamo anche fuori dal campo, e in partite così si vede quanto è importante» li e Sirola a Parigi, e quasi 39 dall’apoteosi di Pa-natta in singolare, sempre sulla terra sacra del Roland Garros. Insomma, il rapporto tra gli uomini italiani e quelle quattro lettere che racchiudono i quattro tornei più prestigiosi, che tanti hanno inseguito per una carriera senza mai assaporarne la gioia, è sempre stato complicato e questo dà ancor di più il senso della dimensione regale del successo di Fogna e Bole.

EMOZIONI E GAFFE Maturato attraverso qualche peripezia, specialmente quando al servizio è andato Fabio, ma poi sbocciato perché nei momenti salienti il maggior talento e la ferrea lucidità dei nostri (favolose le tre risposte con cui hanno ottenuto il break decisivo del 5-4 nel secondo set) hanno travolto la mano incerta del giovane francese Herbert, cui il socio esperto Mahut non ha fatto da adeguato sostegno. Vincono i più forti, e sono italiani. Oggi, dopo aver marchiato a fuoco la partita, i nomi di Fognini e Bolelli si aggiungeranno nella piastra metallica del piedistallo a quelli delle coppie che in più di un secolo hanno reso l’Australia terreno di conquista: «E’ un’emozione sapere che rimarremo scolpiti lì per sempre – sorride Simo soddisfatto – e del resto abbiamo fatto qualcosa di incredibile. Siamo sorpresi, all’inizio non pensavamo di poter arrivare fino in fondo, ma per come abbiamo giocato ce lo siamo meritati, una grande settimana». Fabio si mangia il trofeo con gli occhi, ha già vinto tre tornei in singolare, ma questa è una notte da brividi. Fa anche una gaffe nel tradizionale discorso durante la premiazione. Mentre parla in inglese, scappa una parolaccia: «Abbiamo vinto uno Slam, c…». Poi analizza il trionfo: «E’ qualcosa di totalmente diverso, stiamo parlando di uno Slam. Il singolo resta la nostra priorità, ci godiamo questa coppa. Spero ce ne diano presto una copia per ciascuno, altrimenti ci toccherà tagliarla a metà».

AMICIZIA In questi anni hanno condiviso tutto, da amici di lunga data: infortuni, problemi di cuore, prestazioni da campioni e giornate da dimenticare. Si conoscono fin da ragazzini, anche se sono separati da due anni, e l’affiatamento non è solo tecnico: «Ci frequentiamo anche fuori dal campo – afferma Bolelli – e penso che in partita sia importante conoscerci così a fondo, perché c’è sempre un momento in cui uno ha bisogno dell’altro. Credo che Fabio sia unico, dietro quegli atteggiamenti un po’ guasconi c’è un giocatore di una classe straordinaria». Simone, ad inizio carriera, scelse come compagno Andreas Seppi, prima che irrompesse quel ligure un po’ folle: «Se non avessimo avuto tanti problemi fisici – ammette Fogna – avremmo dato più continuità ai nostri risultati. Bole è ammirevole, ha avuto un’operazione al polso che poteva costargli la carriera e invece è tornato su con orgoglio. Io per lui non ho segreti, è uno dei pochi amici veri».

OBIETTIVI In un mondo spesso tormentato da gelosie, un rapporto così saldo ha finito per coinvolgere anche staffe famiglie: «Come festeggeremo? Simone è qui con la moglie (Ximena, ndr), io sono da solo. Beato lui», butta lì un Fognini in gran forma come e più rispetto al campo. In realtà, la prima telefonata è stata per Flavia Pennetta, la fidanzata: «Le ho detto che mi sto avvicinando – confida sornione – perché finalmente ho vinto uno Slam come lei (Australian Open in coppia con la Dulko nel 2011, ndr): mi restano solo sette tornei, lei è a 10 e io a 3, e di arrivare nella top ten in singolare». Dopo i fuochi d’artificio australi, all’orizzonte c’è Londra col suo Masters di novembre: «Dopo una vittoria così pesante – ricorda Bolelli – la qualificazione diventa un obiettivo stagionale, pur tenendo conto delle esigenze del singolare. Per un mese ci separiamo, torneremo insieme ai Masters 1000 americani e giù con tutti gli altri Slam. Richiederà sacrifici, ma ora sarà più leggero affrontarli». Fognini riesce perfino a ottenere le scuse dal giudice di sedia portoghese Gomes per un errore che aveva fatto scaldare Fabio, poi tornato nei ranghi: «A fine partita, dopo aver visto il filmato, si è avvicinato e mi ha detto che ha sbagliato e gli dispiaceva. Siccome con gli arbitri non è che abbia tutta questa fortuna – sorride – è stato un gesto che ho gradito. E poi, alla fine, quel che conta è fare le fotografie con la coppa». Bravi. A volte basta una parola sola.

Un Chicco tira l’altro e l’Italia fa Slam “Freddi e vincenti” – Semeraro Stefano (01/02/15, La Stampa)

Caspita, Chicco, abbiamo vinto uno Slam!». Vabbè, durante la premiazione Fabio Fognini non ha detto proprio «caspita» – ma ci siamo capiti: ha espresso tutta l’incredulità che gli saliva dentro per aver vinto insieme con Simone Bolelli il doppio agli Australian Open. Caspita, come direbbe Gene Wilder-Frankestein junior, allora si-può-fare, allora non tocca solo alle ragazze. Battuti Herbert-Mahut Il tabù è rotto, ma è stata lunga. Sono passati 56 anni dall’ultimo urrah di Nicola Pie-trangeli e Orlando Sirota a Parigi, 39 dalla vittoria in singolare, sempre al Roland Garros, di Adriano Panatta, l’ultimo maschio italiano capace di alzare una coppa che conta. Pazienza se dall’altra parte della rete non c’erano due semidei come Emerson e Fra-ser, o Hoad e Rosewall, gli avversari che Pietrangeli e Siro-la si trovavano di solito davanti in finale, ma Pierre-Hugues Herbert e Nicholas Mahut, doppisti scrupolosi e anche eleganti, nel loro serve evolley molto stiloso, ma ignoti ai più. «Bello, bellissimo – sorride il vecchio Nick al telefono – Bravissimi Fabio e Simone a vincere il torneo. Un po’ meno a battere quella coppia Il… Ma chissenefrega: il doppio non è più quello di una volta, diciamo che è “diversamente difficile” rispetto ai mie tempi. Ma speriamo che loro continuino comunque a vincerne tanti altri». In alto i calici, per Chicco e Chicco, confusi e felici. «Che effetto fa vedere i nostri nomi sulla Coppa? Ancora non ce ne rendiamo conto», dice Chicco Fabio, che negli occhi ha sempre un cerino acceso e anche ieri non ce l’ha fatta a non litigare un po’ con il giudice di sedia, Carlos Ramos. «Sono solo contento perché questo Slam non è solo nostro, ma anche delle nostre famiglie, di quelli che lavorano con noi e ci sostengono». «Stamattina sentivamo la tensione – risponde Chicco Simone – all’inizio del torneo non credevamo di arrivare in finale, ma in campo siamo stati freddi, abbiamo saputo imporre la nostra personalità». Fabio è l’uomo classifica, il primo top-20 a vincere il doppio a Melbourne dai tempi di Pat Rafter (nel 1999, da n.4), Simone il Credente. Un anno fa aveva il polso fasciato do-Po un’operazione fastidiosa, un ranking sprofondato oltre quota 300, un futuro incerto. La coppia, già promettente, si è era spaccata, i sentieri divisi. «Ma Simone non ha mai mollato – dice il Fogna – Si è ripreso alla grande e ora sta dimostrando quanto vale». II segreto del successo A spiegare il segreto di un duo che funziona incastrando ingranaggi opposti è Flavia Pennetta, campionessa in proprio e fidanzata di Fabio: «Si compensano bene, dentro fuori il campo. Simone serve forte, ed è più riflessivo, parla poco. Fabio risponde bene, è un vulcano e non sta zitto un secondo. Eppure si capiscono al volo e si danno sempre una mano». Ma perché «Chicchi»? «Perché è uno dei soprannomi di Simone, che ha vissuto tanto a Roma dove la gente spesso si chiama così: “a’ Chicco…”. Un chicco tira l’altro. Intanto i due si sono intascati quasi 400 mila eu-roe 2000 punti Atp che avvicinano molto la qualificazione al Masters. Caspita, come direbbe ‘Chicco’ Fognini.

Fognini-Bolelli: doppio o non doppio è trionfo vero – Scanzi Andrea (01/02/15, Il Fatto Quotidiano)

Nessuno poteva prevederlo, nonostante le due semifinali del 2011 e 2013: il fatto di avere vinto da favoriti non sminuisce l’impresa di Andrea Scanzi ersi a metà strada tra chi esulta troppo e chi ripete che il doppio è morto, occorrerebbe forse mantenere l’equilibrio giusto per affermare una verità incontrovertibile: quello di Simone Bolelli e Fabio Fognini è un trionfo vero. Uno Slam non si vince mai per caso, di sicuro in singolare ma nemmeno in doppio, e oltretutto il tennis italiano maschile è persino meno vincente della sinistra nostrana. L’ultima vittoria in doppio in uno Slam è vecchio quasi 56 anni (Pietrangeli e Sirola al Roland Garros 1959) e l’ultimo successo in singolo resta quello di Adriano Pa-natta, ancora a Parigi, stavolta anno 1976. Nessuno poteva prevederlo, nonostante le due semifinali già raggiunte in uno Slam (Australian Open 2011, US Open 2013) e il fatto di avere vinto una finale da favoriti non sminuisce ma rafforza l’impresa. Il tennis italiano, quando ha un’occasione, nove volte su dieci la butta via. DALL’ALTRA parte non c’erano i gemelli Bryan, ma il bel perdente Mahut e il quasi-specialista Herbert. Bolelli e Fognini li hanno regolati con un 6-4 periodico. Il break è sempre arrivato sul 4-4, nel primo set su servizio Herbet (due doppi falli consecutivi) e nel secondo con Mahut alla battuta. Più costante Bolelli, più umorale Fognini: come sempre. L’incontro, di fatto, non è mai stato in discussione. Il tennis femminile è da tempo mediamente aduso all’exploit, dall’apice di Francesca Schiavone al Roland Garros fmo al dominio seriale della coppia Errani- Vinci. Bolelli e Fognini non arriveranno a tanto, ma uno strapuntino nella storia ce l’hanno già. Per vincere gli Australian Open hanno conquistato sei incontri, tre vittorie in due set e tre in tre. Il match in cui hanno rischiato di più è stato probabilmente il primo, vinto sugli americani Johnson-Querrey 5-7 6-4 6-3. Sofferta anche la semifinale con Rojer-Tecau, eversori al turno precedente dei favoriti Bryan. Non è stata una finale entusiasmante. Nulla a che vedere con quanto visto nell’epilogo di Wimbledon 2014, quando Pospisil e Sock sembravano posseduti da una trance benedetta che li aveva resi di colpo imbattibili. Bolelli e Fogni-ni sono doppisti atipici, giocano soprattutto da fondo come gli ex campioni olimpionici cileni Gonzalez-Massu. A rete, se possono, non vanno. La loro impresa sancisce forse la mutazione genetica del doppio, ma dice anche che – quando vogliono – i big possono ancora frequentarlo con successo. E Fognini e Bolelli, poiché top 50 in singolare, possono ritenersi “big” se paragonati al doppista canonico, quasi sempre “specialista” e dunque latitante ad alti livelli in singolare. Al netto della retorica, che porterà non pochi parvenu a improvvisarsi esperti di tennis, la vittoria di Bolelli e Fognini è un’ottima notizia per almeno tre motivi. Pub dare fiducia a tennisti dotati ma dissipatori, il primo per limiti congeniti – poca grinta, lentezza, infortuni – e il secondo per un carattere da pazzo. E poi bello che Bolelli, tra i giocatori più belli da vedere nel circuito ATP, abbia finalmente ottenuto qualcosa di rilevante. ED È INFINE divertente pensare ai tanti anti-fogniniani di professione, che detestano il talentaccio di Arma di Taggia poiché antipatico in campo, maleducato e spaccaracchette. Tutto vero, beninteso: Fogni-ni è eccome un Balotelli del tennis. Andrebbe perb ricordato ai campioncini del politicamente corretto che il tennis non è un presepe ma uno sport individuale, in cui chi sbaglia fa danno anzitutto a se stesso. Fognini non ha mai detto di voler essere un esempio. Ed è insensato, nonché un po’ noioso, pretendere che lo sia.

L’azzurro ora vede doppio – Azzolini Daniele (01/02/15, Avvenire)

Su quella coppa d’argento, all’apparenza piccola e un po’ banale, senza ghirigori né svolazzi, ci sono i nomi che hanno fatto la storia del tennis. Quelli dei piccoli maghi Hoad e Rosewall, dei signori del doppio Newcombe e Roche, di Ashe, Laver, Emerson. Oraci sono anche quelli di Fabio Fognini e Simone Bolelli, e l’impresa sembra grande, poco importa se il gioco di coppia si sia svalutato nell’ultimo decennio, reso fragile dall’assenza dei molto forti, impoverito nei contenuti tecnici. I match occorre vincerli, prima di giudicare, di apporre dei distinguo, e soprattutto di svilire. Fabio e Simo hanno vinto, sono i primi italiani a farlo nel doppio in Era Open, cioè da quando il tennis si è aperto ai professionisti, scegliendo di diventare per tutti, e non solo per i pochi facoltosi dilettanti che potevano permettersi circoli, racchette, e flanelle con il piccolo coccodrillo di monsieur Lacoste ricamato. Ci sono riusciti in due sole occasioni, gli italiani in campo maschile, da quando il tennis s’è fatto modemo, e fra l’uno e gli altri sono trascorsi trentanove anni. E 156 tornei del Grand Slam. Dal 1976 di Adriano Panatta al 2015 di Bolelli e Fognini. Non saremo un popolo di campioni, con la racchetta, ma quando succede, quando gli astri del tennis si allineano nella giusta disposizione, è anche più bello. È bello l’abbraccio, fra i due. C’è amicizia, reciproco sostegno, c’è il percorso compiuto assieme. Sono belli i ringraziamenti a quanti sono stati al loro fianco. E bello sentire Bolelli che ringrazia l’Italia, bello vederli con la coppa alzata, uno dietro l’altro, perle foto private, quelle che scattano la moglie di Simone, Ximena, e il coach di Fognini, Josè Perlas. È bello soprattutto ciòche accade nell’ora’ x” del nostro tennis, le 23 e 44 di Melbourne, sotto il tetto della Laver Arena chiuso per pio a In un minuto Bolelli, già il più bravo dei quattro, si prende in via definitiva il molo di primattore, in questo confronto che non è stato così facile come indica il punteggio. Il suo ace sfrigola nell’aria, lambisce la riga bianca esterna. E il punto che annette gli italiani al match point. Sono momenti delicati, per chi non li ha mai vissuti. Ma Simone è caldo, risoluto.Va giù duro anche con il servizio successivo e la risposta è lunga. I volti di Simone e Fabio esprimono un’espressione di incredulità, le racchette finiscono sul cemento del campo… Per l’abbraccio finale, quello dei vincitori, quello di due grandi amici, servono braccia e mani libere. L’impresa merita l’aggiunta di un capitolo tutto per Bolelli e Fognini, nel libro di storia del nostro tennis. Da ieri i due compongono la coppia più importante che abbiamo mai avuto. Le vittorie di Pie-trangeli e Sirola, tre, l’ultima nel 1959, giunsero contro grandi coppie, ma appartengono a un tennis troppo ridotto. Panatta e Bertolucci costruirono, anche loro in amicizia, una coppiafenomenaleinCoppaDavis, dicertoildoppio tecnicamente migliore che l’Italia abbia mai avuto, ma fra loro vigeva l’accordo che il torneo di coppia fosse preso in considerazione solo nel caso di una rapida eliminazione dal singolare. Fognini e Bolelli hanno invece un progetto comune, che muove proprio da questa vittoria: alzare una coppa importante, e sulla spinta che ne deriverà, raggiungere la qualificazione al Masters di fine anno. La vittoria è arrivata, contro i francesi Mahut ed Herbert, anche loro singolaristi, proprio come i due italiani, ma di valore decisamente inferiore. E si è visto. Coppia d’attacco, però. Di quelle che il punto se lo vanno a cercare. Simo e Fabio l’hanno tenuta a bada lavorando per vie difensive. Hanno corso un rischio nel primo set, quando Fognini ha ceduto il servizio, ma hanno recuperato e superato i francesi. E nel secondo, il break è stato operato nel momento giusto, sul4 pari. ll match perfetto. La Coppa del doppio suggella un torneo diverso dagli altri, per gli italiani. Gli ottavi di Seppi in singolare, con la vittoria su Federer in terzo turno, quelli della Giorgi che è stata vicinissima ai quard, se Venus Williams (ieri sua sorella, Serena Williams, in finale ha superato Maria Sharapova 6-3, 7-6) non glieli avesse sfilati. Ora il titolo di Bolelli e Fognini. Segnali importanti, in avvio di stagione. Non fra i più giovani, però. LI tutto tace. Non sono servite a far da traino le vittorie delle ragazze, la Fed Cup, il Roland Garros della Schiavone; e l’unico 19enne di valore, Quinzi, è in ritardo. Se Bolelli e Fogni-ni riusciranno a portare al tennis qualche giovane di valore, allora la loro vittoria sarà più bella. Doppiamente bella.

Carica Pennetta: «Tra me e Fabio la sfida è aperta» – Cocchi Federica (01/02/15, La Gazzetta dello Sport)

Compagna e collega: «Mi ha detto che siamo uno Slam pari e vuole superarmi Tra lui e Simone c’è una bella chimica» Federica Cocchi Lei di doppio se ne intende, e pure di Fognini. Insomma, Flavia Pennetta è l’esperta perfetta da interrogare sul successo del doppio azzurro negli Australian Open. Flavia non si è persa un minuto del match tra Fabio Fognini, collega e compagno nella vita, e Simone Bolelli: «Anche perché sono ancora sul fuso australiano… una fatica riprendermi!». Flavia nel doppio è stata anche numero uno al mondo, nel 2011 con la compagna Gisela Dulko. E’ stato proprio con l’argentina, che ora fa la mamma, che la brindisina ha conquistato lo Slam degli antipodi come il fidanzato.

CONCORRENZA La prima telefonata di Fabio è stata ovviamente per la sua Flavia: «Ora siamo 1-1, attenta che ti sorpasso – mi ha detto -. Stavano festeggiando a casa cucinandosi un bel piatto di pasta». Concorrenza di coppia dunque: «Effettivamente un po’ di fiato sul collo lo sento. Siamo pari negli Slam e ha detto che mi vuole superare, quei due mi sembrano proprio sulla buona strada». La Pennetta, reduce da un inizio di stagione un po’ in salita in Australia, si sta riposando in questi giorni a Milano prima di partire la settimana prossima per Barcellona, dove riprenderà gli allenamenti. C’è da prepararsi agli appuntamenti negli Emirati, dove la numero 12 al mondo sarà impegnata in singolare e anche in coppia con Martina Hingis, con cui giocherà tutta la stagione: «Con Martina dovrò cercare di passare in vantaggio e staccare Fabio. Scherzi a parte, c’è una bella chimica tra lui e Simone, questo è l’ingrediente fondamentale per far funzionare una coppia, in campo e nella vita».

COMPLICITA’ Flavia Pennetta sa riconoscere una coppia di successo: «Credo che, con Simone, Fabio si senta molto bene in campo. E’ molto importante che tra chi gioca in doppio ci sia complicità e tra loro di sicuro non manca. Sono complementari, Fabio sente molto supportato». E non si prendono nemmeno a pallate in testa, com’è accaduto ai francesi durante la finale: «Quello succede anche ai migliori, anche io mi sono presa un bel servizio tra capo e collo quando giocavo con Gisela, un dolore tremendo!». Ma tra amici si perdona tutto: «Già, le coppie di doppio vincenti sono quelle che ancora prima di giocare hanno un buon feeling. Fabio e Simone ce l’hanno, quindi meglio che io riprenda a pedalare…». La sfida in famiglia è aperta.

È il 15° Slam dell’Italia Errani-Vinci 5 volte regine – Marianantoni Luca (01/02/15, La Gazzetta dello Sport)

Sanone Bolelli e Fabio Fognini regalano all’Italia il 15 titolo dello Slam.

4 SINGOLARI L’Italia ha vinto 3 Slam nel singolare maschile. Due con Nicola Pietrangeli: il Roland Garros nel 1959 sul sudafricano Ian Vermaak e nel 1960 sul cileno Luis Ayala. Il terzo con Adriano Panatta, sempre a Parigi, nel 1976 sullo statunitense Harold Solomon. Nel singolare femminile invece abbiamo vinto un solo titolo, con Francesca Schiavone al Roland Garros 2010 sull’australiana Samantha Stosur.

11 DOPPI Prima di Bolelli-Fognini, l’unica coppia maschile italiana a vincere uno Slam è stata quella formata da Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola che hanno vinto il Roland Garros 1959 battendo in finale gli australiani Roy Emerson e Neale Fraser. Sono invece 7 le vittorie nel doppio femminile. La prima a vincere è stata Mara Santangelo che, con l’australiana Alica Molik, ha vinto il Roland Garros 2007. La seconda è stata Flavia Pennetta che, con l’argentina Gisela Dulko, ha vinto l’Open d’Australia 2011 su AzarenkaKirilenko. Poi Sara Errani e Roberta Vinci hanno conquistato 5 titoli: Roland Garros 2012, Us Open 2012, Australian Open 2013 e 2014, e Wimbledon 2014. Nel misto 2 vittorie: Nicola Pietrangeli al Roland Garros 1958 in coppia con la britannica Shirley Bloomer e Raffaella Reggi agli Us Open 1986 con lo spagnolo Sergio Casal.

Maria stai Serena. È super Williams vince sempre lei – Crivelli Riccardo   (01/02/15, La Gazzetta dello Sport)

Una rivalità non si regge e non si legge solo attraverso i numeri, ma si alimenta pure della qualità che la giocatrice più forte deve esprimere per conservare la posizione di dominio. Serena Williams batte la Sharapova per la 16a volta consecutiva, la 17a in 19 sfide dirette e si offre per la sesta volta (su sei) gli Australian Open e ne diventa anche la più anziana conquistatrice, a 33 anni e 127 giorni. Eppure, mai come nel secondo set della finale di ieri, la russa è stata così vicina all’awersaria, così competitiva, così vicina al sorpasso, in 13 game che hanno finalmente riconciliato con lo spettacolo dopo un torneo grigio e senza sussulti. Solo che la numero uno del mondo, obbligata ad opporsi ad una rivale così fiera, risponde con ferocia e talento da extraterrestre, da giocatrice che meriterà un posto speciale nella storia e tra le più forti di sempre. Prestazione monstre: 15 ace nel set, 27 punti su 31 con la prima 27 vincenti complessivi. Eppure, di fronte alla versione marziana di Serena, Masha si arrende solo al tiebreak, dopo aver annullato due match point con altrettanti dritti emblematici della sua solidità e del suo coraggio.

RISPETTO Per questo, il sorriso che alla fine le riserva la vincitrice e la stretta di mano decisamente cordiale dopo il gelo di tante altre occasioni, diventano il simbolo del rispetto tra due giocatrici che certo non si amano e che tuttavia, questa volta, hanno veramente estratto il meglio l’una dall’altra in quel secondo set giocato con il tetto chiuso per la pioggia. Un successo, quello di Serena, che le consente di salire a 19 Slam, alla pari di Helen Wills Moody e a tre lunghezze dalla Graf (a 24 c’è la primatista Court Smith): «Ad inizio torneo, davvero non pensavo di poter giocare la finale – racconta la Williams – perché non sono stata bene due settimane. Anche prima di questo match, ho dovuto prendere uno sciroppo per la tosse. Ma adesso è una sensazione bellissima ritrovarsi di nuovo vincitrice, soprattutto dopo che ho battuto un’avversaria di grande, grandissimo livello. Il record di Steffi? Certo che ci penso, ma ora devo concentrarmi eventualmente sul 20 Slam, poi il 21 e poi vediamo cosa succede: ho 33 anni e tante ragazzine che stanno crescendo dietro di me».

GRAZIE PAT Vincere è divertente, lo riconosce anche la Sharapova: «Non mi piace perdere, ma sono un’agonista e amo competere. Io sono felice di aver raggiunto una finale dello Slam e di giocarla contro Serena, prendetemi pure per pazza. La competizione è sfidare le migliori e in questo momento lei è migliore di me». Una Williams che raggiunge la settimana 226 in testa alla classifica e ammette in mondovisione che il feeling almeno tecnico con coach Mouratoglou si è riconsolidato: «Sono grata di avere Patrick al mio fianco, in queste due settimane lui ha creduto in me anche nei giorni in cui ero sicura che potevo perdere». Un verbo che Serena non riesce a coniugare.

Forza mentale e tattica, Nole favorito su Murray – Bertolucci Paolo  (01/02/15, La Gazzetta dello Sport)

Con Rafa Nadal lontano dalla miglior condizione e Roger Federer incappato nella miglior versione di sempre di Andreas Seppi non era difficile ipotizzare una finale tra gli altri due componenti dei fab four, Nole Djokovic e Andy Murray. I numeri relativi agli scontri diretti e alla classifica mondiale parlano a favore del serbo che da alcuni anni ha eletto l’Australia come terra di conquista. Dal punto di vista tecnico i due giocatori hanno qualità simili, prediligono la diagonale di sinistra, accusano alcune battute a vuoto sul dritto, si esaltano nelle scorribande difensive e offrono un rendimento costante nella risposta al servizio. A mio parere Nole possiede una superiore forza mentale e un piano tattico alternativo che gli consente, in caso di necessità, di attingere a un gioco maggiormente votato all’offesa. L’eccessivo spirito conservativo, probabilmente originato dalla terra natia, frena spesso lo scozzese Murray che solo in rare occasioni si scomoda per mettere in mostra l’ottima qualità tecnica nei pressi della rete. Per entrambi il servizio non dovrebbe spostare di molto gli equilibri, ma l’alta percentuale di prime palle di servizio messe in campo sarà una variabile da tenere nella giusta considerazione. Difficilmente i fuochi d’artificio e gli effetti speciali faranno la loro comparsa nella finale odierna. Sarà una partita per uomini duri, votati al sacrificio, pronti ad affrontare anche una maratona tennistica pur di raggiungere il successo e alzare il trofeo riservato al vincitore.

Il tennis italiano riscrive la storia – Valenti Gianni (01/02/15, La Gazzetta dello Sport)

1 tennis italiano non si smentisce mai: dovunque lo metti è capace di battere sempre un colpo vincente. Stavolta è toccato a Fabio Fognini e Simone Bolelli entrare nei libri di storia con la vittoria di uno Slam, gli Australian Open. Aspettavamo questo momento da quasi 39 anni se facciamo riferimento all’Adriano Panatta che conquistava il Roland Garros del 1976; o da ben 56 se andiamo a scovare il precedente più calzante. E cioè il trionfo della coppia formata da Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola a Parigi nel 1959. Quell’immagine in bianco e nero oggi pub finalmente essere riposta con cura in archivio e venire sostituita in copertina dall’esultanza a colori dei nostri baldi giovani a Melbourne. La gioia per questo successo è ancora maggiore perché si tratta di un risultato davvero inaspettato che ha preso forma nel corso di un torneo reso estremamente competitivo dalla presenza delle migliori coppie del mondo. Si dirà che la specialità del doppio non porta addosso lo stesso blasone del singolare. E vero, ci mancherebbe. Ma è comunque divertente e soprattutto custodisce ancora la parte più spettacolare e romantica di questo sport, il gioco a rete. Che tra l’altro necessita di una buona tecnica individuale. Fognini-Bolelli sono una formazione giovane che ha cominciato a muovere i primi passi nella primavera del 2011 sotto la spinta di Corrado Barazzutti. Il c.t. azzurro cercava disperatamente un doppio importante per la Davis e come spesso accade ci ha visto bene. Fabio e Simone, infatti, hanno vinto quattro dei cinque match nei quali finora sono stati chiamati in causa con la maglia della Nazionale, oltre a due titoli Atp. Davanti a loro hanno margini di miglioramento importanti soprattutto se sapranno interpretare la specialità con costanza durante l’intera stagione. Dandosi magari come obiettivo quello di insidiare nella scala dei valori assoluti la forza di PanattaBertolucci. Viene spontaneo sperare in un percorso simile a quello tracciato da Sara Errani e Roberta Vinci, straordinarie per i cinque Slam conquistati dal 2012 al 2014, senza contare le 17 vittorie nei tornei Wta e quelle in Fed Cup. Il nostro tennis, dunque, gonfia giustamente il petto per l’orgoglio. Facendo due conti, quello australiano è il quindicesimo Slam della storia che mettiamo in bacheca. Addirittura il nono negli ultimi otto anni. Cambiano i protagonisti, ma i risultati continuano ad arrivare. La pallina passa ora alle ragazze. Sabato a Genova c’è una Fed Cup da onorare al meglio.

Serena, ora gli Slam sono 19. «E non è finita» – Viggiani Mario (01/02/15, La Corriere dello Sport)              

Prima Roger Federei: poi Rafa Nadal: Serena Williams no. A questi Australian Open lo svizzero ha perso perla prima volta contro Andreas Seppi dopo averlo sempre sconfitto nei 10 precedenti. E lo spagnolo s’è fatto battere da Tomas Berdych dopo 17-vittorie-17 consecutive (era il 2006, quando il ceco l’aveva spuntata per l’ultima volta!). Invece, Serenona è andata avanti come un rullo anche nella finale di Melbourne, dove i successi di fila su Maria Sharapova sono diventati 16. Un trionfo speciale, per la statunitense: 19 in uno Slam, 6 agli Australian Open, numero 1 in riacsifica blindato. E paura passata La paura è quella che l’ha accompagnata spesso in questa edizione dello Slam australiano. La Williams temeva di essere costretta a rinunciare addirittura al torneo o finire fuori in malo modo per colpa di tosse e raffreddore, che sono stati sgradita cornpagnia più o meno per tutte e due le settimane e che giusto venerdì l’avevano costretta a interrompere l’ultimo allenamento prima della finale. E che ieri l’hanno affiitta nuovamente (« Respiravo male, a fatica, avevo la nausea») almeno fino alla pausa per pioggia sul 3-2 e30 pari nel primo set Dodici minuti di stop, perla cdniusura del tetto sulla Rod Laver Arena, nei quali Serena non ha avvertito belle sensazioni. Poi però, aiutata da uno sciroppo e dal fatto di essersi liberata il petto anche se in modo poco nobile («Non avevo mai vomitato durante una partita: c’è 65 TOME Con gli Australian Open 2015, la statur Ittmrsie sale Invece a 65 tornei vinti h carriera: 6′ nella classifica assoluta, che è guidata da Martina Navratilova con 167. sempre una prima volta per tutta no?»), la Pantera al ritorno in campo ha messo sotto definitivamente la Tigre e alla fine, dopo 1h51′ di gioco, con il punteggio di 6-3 7-6(5), ha finalmente esultato, con i soliti saltelli, o balzi se preferiti, ironicamente commentati da Ivo Kariovic su Twitter: «Terremoto a Melbourne!». Serena è stata aiutata dal dottore ma anche dalle preghiere: «L’ho fatto speso, in questi giorni. Chiedevo solo di star meglio e di poter giocare tranquillamente. Per questo ringrazio tanto Dio». A suo modo, anche la Sharapova l’ha aiutata: «Maria ha giocato un match fantastico, è merito suo se ho dovuto esprimermi su livelli di gioco così alti in una finale così bella». Un ringraziamento speciale è andato al suo coach, Patrick Mouratoglou: «Sono grata di averti nella mia vita e nella mia squadra». E magari ancora anche nel orrore, nonostante i due non stiano più insieme. E così adesso la Williams si ritrova al terzo posto nella classifica della Slam winner: a quota 19, condivisa con la connazionale 1 lelen MIJS Moody (protagonista tra le due Guerre, tra 1923 e 1938), è preceduta solo dall’australiana Margaret Court con 24 e dalla tedesca Steffi Graf con 22, questa l’unica ad aver fatto meglio di lei nell’era Open. «Vorrei tanto raggiungerla, ma ho trentatre anni Però intanto fatemi arrivare a venti, magari già al Roland Garros e giocando meno nel frattempo…».

Bolelli & Fognini coppia perfetta, finale trionfale – Semeraro Stefano (01/02/15, Il Corriere dello Sport)  

Roba da non crederci: due italiani che vincono uno Slam. «E infatti ancora non ce ne rendiamo conto», dice Simone “Chicco” Bolelli, abbracciato a Fabio “Chicco” Fognini, appena dopo aver respinto il duo francese Herbert-Mahut – 6-4 6-4 e “a la maison” – nella finale degli Australian Open, quasi un anticipo di Italia-Francia di Fed Cup del prossimo weekend a Genova. «Per realizzare cosa abbiamo fatto ci metteremo qualche giorno – ammette il “Bole” nato a Budrio, proPennetta: «Forse sono stati stimolati da noi ragazze» Pietrangeli: «Era ora, bravissimi» vincia di Bologna, ma quasi romano d’adozione, e punta di forma nella Serie A della Canottieri Aniene tanto cara al Presidente del Coni Malaga. «E pensare che il doppio per tutti e due qui era l’opzione numero due rispetto al singolare». Da tempo, va detto, il doppio è l’opzione numero uno solo per gli specialisti: i big lo giocano per allenarsi e lo onorano in Coppa Davis e alle Olimpiadi, tanto che Fabio è il primo Top 20 a vincere il doppio a Mel-boume dai tempi di Pat Rafter (n. 4 nel 1999). Ma ragazzi, uno Slam è sempre uno Slam. Anzi, come ha detto Fabio in mondovisione durante la premiazione: «Cazzo, Chicco, abbiamo vinto uno Slam!».

DIGIUNO. Già. Non capitava da tanto, troppo tempo. Gli ultimi italiani (maschi) a farcela in doppio erano stati Nicola Pietrangeli e Orlando Simla nel 1959 al Roland Garros, contro Emerson e Fraset L’ultimo in singolare Adriano Panatta – ieri “talismano” azzurro dai microfoni di Eurosport – che sempre a Parigi nel 1976 stroncò in quattro set il “sorcio maledetto” Solo-mon (copyright Lea Pericoli) nella finale del singolare. Negli ultimi sette anni a darci fiato ci avevano pensato le ragazze, prima Santangelo e Pennetta da “spaiate” (con Molik e Dulko a Parigi e in Australia), poi il duo meraviglia Errani e Vinci, che di Slam ne hanno arraffati ben cinque. «E forse, anche se loro non lo ammetteranno mai, con le nostre vittorie un po’ li abbiamo stimolati», sorride Flavia Pennetta. LA PARTITA. «Stamattina quando ci siamo svegliati eravamo un po’ nervosi – ammette Simone – in campo però siamo rimasti freddi, abbiamo saputo gestire i momenti critici». 11 primo set non era iniziato bene, 3-1 per i francesi, ma i “Chicchi” sono stati bravi a reagire e a chiudere strappando il servizio a Herbert, il meno esperto (n. 109 Atp), il vaso di coccio della partita. All’inizio del secondo è arrivato puntuale il diverbio fra Fognini e il giudice di sedia Carlos Ramos (ma sul doppio tocco di Mahut stavolta aveva straragione il Fogna..), poi l’ultimo passaggio difficile sul 4-3 per i francesi e 15-40 servizio Fognari, quindi il break finale su Mahut.

LA FESTA. Salti, abbracci, il doppio bacio alla coppa e la doppia dedica di Fabio. «Non è una vittoria solo nostra, ma anche delle nostre famiglie, di chi lavora con noi e ci ha sempre sostenuto. Quello che ci ha sempre creduto è Simone. Non ha mai mollato, e ora si sta riprendendo e dimostrando quanto vale». Un anno fa il “Bole” i match li guardava in televisione, con il polso appena ricucito e una classifica da sottoscala (n. 367 nell’aprile 2014), ma ha saputo riprendersi in fretta un futuro che pareva sdrucito. «Dopo la semifinale che avevamo raggiunto qui nel 2013 già pensavamo a questa vittoria – racconta Bolelli – poi però io mi sono fatto male, e anche l’anno scorso siamo riusciti a giocare poco insieme. Se ora mi ritrovo 48 e con uno Slam in mano, lo devo anche a Edoardo Infantino e allo staff del centro tecnico di Tïrrenia, mi sono stati vicini in un momento difficile». Il segreto del soprannome dei Chicchi, che ora grazie ai 2000 punti intascati puntano decisi alla qualificazione al Masters, lo spiega Flavia Pennetta. «Simone ha abitato a Roma, e ll quando devi chiamare uno per strada dici “a Chicco”:. Lui e Fabio sono diversi, calmo uno vulcanico l’altro, ma si compensano bene anche in campo, Simone più forte al servizio, Fabio più incisivo alla risposta. Si completano, e si danno sempre una mano».

AVO FELCE Se non lo champagne, un prnsecco lo stappa volentieri anche Nicola Pie-trangeli, l’avo felice. «Gelosia? Ma scherziamo, sono felicissimo per loro, anzi, speriamo non sia un fuoco di paglia. Fabio e Simone sono stati bravissimi a vincere il torneo. Magari meno a battere una coppia cosl in finale, ma mica è colpa loro se oggi f big non giocano più il doppio come ai tempi miei Come dicono i francesi: “Intanto fallo” E loro l’hanno fatto». Si attendono le repliche.

Intervista ad Adriano Panatta – «Con un doppio così che Italia in Davis!» – Semeraro Stefano (01/02/15, Il Corriere dello Sport)          

Adriano Panatta toma a commentare il tennis in tv – su Eurosport, anche oggi per la finale maschile – e due italiani vincono un tomeodello Slam -in doppio. Portafortuna? Talismano? «Macchè – se la ride l’Adriano nazionale – la fortuna non esiste. Nè nella vita, né nel tennis».

Ha commentato lei il successo dl Bolelli e Fognini: quanto vale? «E’ un bel successo, che dà fiducia, perchévincere dà sempre fiducia. Sono stati bravi, ma bisogna anche dine le cose come stanno, senza esaltarci in maniera esagerata: davanti avevano una coppia che in Coppa Davis la Francia non schiererebbe nemmeno come terza o quarta. E Simone e Fabio sono i primi a saperlo, mica sono stupidi. Uno Slam ha sempre un fascino particolare, Perb?… «Mi auguro di rivederli così felici per un successo in sin-gola;g. Non vorrei che pensas.gro che la loro carriera è da doppisti. In singolare sono tutti e due bravi, devono puntare su quello». Vincere uno Slam in singa «Bolelli e Fognini sono una coppia atipica: più die un doppio giocano due singolari affiancati» lare non è una passeggiata. Potrebbero farcela? «Ma perché escluderlo? Ci sono riusciti in tanti che nessuno avrebbe pronosticato». Bdoppioè snobbato da quasi tutti i big: come si pub rilanciarlo? «il doppio io lo concepisco in funzione della Coppa Davis. Per quello è utile, e un successo così è importante per noi perché significa che con due singolaristi competitivi e un doppio così l’Italia oggi dispone di un’ottima squadra. Per quanto riguarda i big ormai non credo ci sia possibilità di recuperarli al doppio: in singolare i premi sono troppo alti. E’ diventata una riserva per specialisti, alcuni anche bravi nell’interpretare in maniera classica il gioco. Ma quando arrivano le Olimpiadi, e in doppio scendono in campo quelli forti davvero, Federer e Wawrinka per intenderci, quelli che primeggiano nei tornei, guarda caso, scompaiono». A proposito di stili di gioco: Bolelli e Fognini non sono un doppio ortodosso. «L ho detto anche in telecronaca: giocano un doppio-singolare, nel senso che giocano due singolari affiancati più che un doppio vero e proprio. «Djokovic favorito su Mumy. E per V futuro “vedo” Dimitrov, ma solo se cambia tecnico» Stanno spesso a fondo, perché G si sentono più sicuri». D premio anche in doppio è decisamente più alto che ai suoi tempL.. «Non conosco l’invidia, quindi mi fa piacere e sono contento per loro». Oggi tocca a Novak Djokovic e Andy Murray che si affrontano nella finale del singolare. Pronostico? «Dico Djokovic, che mi sembra il giocatore più solido, anche se in questo torneo non ho visto né lui nè Murray al cento per cento. Murray è uno tosto, un avversario sicuramente più coriaceo – non come Wawrinka, che contro Djokovic in semifinale è praticamente uscito dal campo nel quinto set, forse anche perché era stanco. Ma per me il serbo resta favorito». Che tipo di match si aspetta? «Un confronto fisico, una battaglia da fondocampo. Nel prossimo futuro, una volta che Federer si ritirerà, temo ci dovremo rassegnare a questo tipo di tennis». Non vede personaggi Interessanti all’orizzonte? «Mi piace Dimitrov, il bulgaro. A patto per) che cambi allenatore e si prenda uno come Edberg, un campione che lo sappia consigliare. Non quel Rasheed che lo allena adesso. E poi c’è Kyrgios, il giovane australiano che ha battuto Seppi. E’ molto giovane, speriamo che di confermi». Lei uno come Dimitrov non lo allenerebbe? «Certo: per una settimana, massimo due. Il coach a tempo pieno non è un mestiere che fa per me, poi adesso i giocatori hanno tutta una corte attorno a loro, per carità». Federer e Nadal sono ormai al tramonto? «Federer vincerà ancora qualcosa, più facilmente due set su tre, magari sull’erba. Nadal c’è da sperare che si rimetta dagli infortuni, perché se lo merita davvero. Quando lo vedi lottare in campo ti viene voglia di abbracciarlo».

Adesso chiamateli i Fichis d’Italia! – Valesio Piero (01/02/15, Tuttosport)

Ma che colore ha una giornata radiosa? Che colore ha una vita ben spesa? Cazzurro, ovvio. Un testo, quello della giornata uggiosa, ispirato alla tristezza più che alla gioia; ma che, adeguatamente rivisitato è perfetto per celebrare BolellieFognini. Per mettere in musica una delle giornate più azzurre della storie recente del tennis azzurro: e poco importa che ieri a Mel-boume piovesse. Il concetto penò va completato: una giornata radiosa come quella in cui si vince un titolo dello Slam di doppio ha un valore eterno. E una vita ben spesa come quella che pub portare due giovani uomini intorno ai trent’anni a conquistare un titolo del genere ha un’importanza ancora superiore che può cambiare la carriera e fors’anche la vita dei due paratrentenni di cui sopra Un’importanza fondamentale che va ben oltre il fatto che BoleeFogna, da oggi ufficialmente i Fichis azzurri che arrivano a far compagnia alle Chichis, abbiano sconfitto la modest(issim)a coppia francese formata da Mahut e da Herbert. Braccio d’oro Intanto si ca che se c é un elemento che della partita di ieri Altro che campioni per caso: i nostri possono salire ancora più in alto. E il successo di ieri può imprimere una svolta alle loro carriere passerà alla storia sarà quello di un doppio maschile vinto dai nostri poggiando spesso (e in modo sempre efficace, in qualche modo risolutivo) su un colpo che è invece è frequentessirno a vedersi nei doppi femminili soprattutto di circolo: il pallonetto. E’ tesi fusa che all’interno delle mutazioni di genere che attraversano questa nostra epoca i maschietti stiano ampliando la loro fetta di natura femminile: secondo alcuni addirittura per chissà quali sostanze contenuti nei prodotti di bellezza che una volta ignoravano e di cui adesso invece fanno ampio uso. Che la partita di ieri ne sia la riprova? Non è così diffuso vedere in un match, di tale importanza perdi più, metiere in difficoltà gli avversati, e talvolta ridicolizzarli, con lob stratosferici (nel senso che transitavano nella stratosfera) per poi però cadere in campo o comunque costringere i francesi a recuperi difficoltosi e faticosi Invece ieri s’è visto, soprattutto per merito del braccio di Fabio Fogni-ni: sul cui talento non è certo il caso qui di tornare. Luoghi comuni Torniamo invece al punto di cui sopra: il successo Slam che frutterà ai due azzurri qualcosa come 250.000 dollari (lordi) a cranio può certamente essere letto in chiave negativa o No disfattismi Vincitori in Una disciplina assai più spettacolare di certi Singolari disfattista: il doppio non conta nulla, a vedere la partita c’era uno sparuto gruppo di appassionati, il fatto che in finale siano arrivate due coppie delle quali una (quella francese) aveva giocato assieme tre partite e i cui membri manco avevano passato le qualificazioni in singolare significa in modo definitivo che si tratta di una disciplina minore che infatti i big non giocano perché non gliene frega niente e anche al pubblico gliene importa poco insomma è una roba da circolo il tennis vero è un’altra cosa. Iassenza di punteggiatura nella frase precedente è voluta perché si tratta di una nenia che da anni si diffonde nell’aere e che qualche motivo di aggirarsi ce l’ha: che i big non giochino i doppi se non in circostanze particolari èvero. Ma è anche veto che la disciplina ben lungi dall’essere morente, che ha una spettacolarità tutta sua talvolta superiore anche a quella di certi singolari anche assai estesi sul piano temporale. Cioè noiosi da morire. Futuribille Dunque la corona che ieri Simone e Fabio si sono posati sul capo è un titolo Slam a tutti gli effetti: e come tale va salutata. Ma cià che interessa, soprattutto, è l’effetto che tale corona avrà sul futuro dei nostri due. «Abbiamo vinto uno Slam, c…» ha detto Fognini dopo il match: il primo a sorprendersi è stato lui. E se qualla sorpresa, quell’improvvisa rivelezione dei propri mezzi (e lo stesso pensiero valga per Simone) fosse il lampo che squarcia l’oscurità delle sue incertezze e delle sue dannose intemperanze? E se per Bole questo successo si tra-sforrnasse non già nel coronamento di una carriera; ma nella presa di coscienza che il bello per lui deve ancora venire? E se per tutti i ragazzi maschi delle scuole tennis il successo dei nostri due diventasse quel punto di riferimento, quello molo all’emi damione che difficilmente scatterà in loro guardando le nostre pur splendide ragazze? Eccolo il valore di una giornata gloriosa: che diventi fondamento di un futuro di cui il nostro tennis ha grandissimo bisogno.

Serena senza pietà sale a 19 successi nello Slam – Azzolini Daniele (01/02/15, Tuttosport)

Prima le donne, anzi, le prime donne. Il Club delle tenniste che non hanno eguali, il più esdusivo. Conta solo due iscritte, Serena e Maria, le altre fuori, numero chiuso. A vederle si capisce il perché. In un’ora e mezza Williams e Sharapova dispongono sul palcoscenico una rappresentazione che vale le due settimane di attesa. Nessuno ha saputo fare meglio, nemmeno Djokcvic, nemmeno Murray. È la finale della rabbia, delle urla, delle esagerazioni, delle prove di forze. La finale dei salti di gioia, delle occasioni mancate, dei colpi che non si capisce come e perché. La finale che si ripete da undici anni, quando Maria commise il peccato originale, a Wimbledon, strappando a Serena un titolo che sentiva suo. Era i12004… Non si vogliono bene. Si rispettano sul campo, meno fuori. Hanno avuto da dire sui rispettivi comportamenti, persino sui fidanzati. Di fatto, l’una, la bionda, si chiede perché vinca sempre l’altra, e l’altra, la nera, non capisce perché guadagni molto di più la bionda, che vince molto meno. Comanda pet Serena, da cima a fondo. Distrugge la rivale nel primo set Dal 3-2, dopo la sosta per la pioggia, Serena scatena la sua voracità, vola 5-2. E quando l’altra si riaffaccia alla partita, e la costringe al tie break dopo il match point mancato sul 5-4, l’americana trova i colpi per tenere a bada le sbracciate della russa. Sul nuovo match point, stampa l’ace sulla riga bianca. Glielo annullano. Lei resta al centro del campo con le braccia sui fianchi. Toma a battere e lo rifà da capo, riga bianca, ace e vittoria. Poi salta a più non posso. E il suo diciannovesimo Slam, due più di Federei il sesto a Melbourne.

Boomrang – Il mistero di un popolo di doppisti- Valesio Piero (01/02/15, Tuttosport)

Sarebbe stato impensabile immergersi in una riflessione del genere. Invece la vita, che notoriamente ha piùfantasia dell’impugnatura di Berasategui, spesso ti sorprende Ed eccoti dunque a chiederci perché, oltre che essere un popolo di navigatori, di poeti, di rnusidsti (e purtroppo anche di un certo numero di altri ruoli decisamente meno nobili) siamo anche un popolo lidoppisti Il perché è sotto gli occhi di tutti nel femminile abbiamo le Chichis Errani/Vinci che da un triennio dominano il mondo, da ieri possiamo sollevare lo sguardo ed comportarci con una certa altezzosità visto che abbiamo pure i Fichi’s (Bolelli e Fogni-ni) vincitori dello Slam australiana Quello stesso dove erano iscritti i Bryan, non un torneino di bassa categoria. Dunque a tutt oggi siamo i primi al mondo quando si parla di doppio. Detta così pot7ebbeanche passare per un’esagerazione e forse lo è: ma tutto sommato pow importa. Chi ha molto sofferto e talvolta ancora molto soffre (come gli appassionati che dal tempo deWattuale commentatore Panatta e dei suoi compagni di Davis attendono un nuovo messia al maschile) ha diritto di entusiasmarsi quanto gli pare per una vittoria di Slam. Avvenuta nel paese di Neale Fraser e Roy Emerson: gli aus1naIXuti che quando in Italia il Presidente della Repubblica era ancora Giovanni Grondri (l’ha opportunamente ricordato un tweet Federico Ferrero) persero infinale a Roland Garras contro Nuvola Pietrangeli e Orlando Simla. Siamo dunque a Sara Errant, una delle 2 Chichis tutti gli effetti un popolo di doppisti? La risposta è sì: il doppio è nel nastro dna Il perché? Proviamo a indovinare: in due non si è da soli: e noi italiani in compagniadstiamo bene almeno quando la compagnia è degna, ovvio. Abbiamo bisogno di rassicurazioni perché tante volte siamo un paese affetto (talvolta malato) di eterna giovinezza: e allora essere in due è un vantaggio perché c’è sempre qualcuno da ad essere rassicurati. Oppure perché ildoppio èbelloeil nastro io mai dimentica che siamo nati nel paese più bello del mondo? Ero questa si che è una motivazione plausibile.

Bolelli-Fognini doppio… Slam per la storia – «Noi, una famiglia diventata un team» – Azzolini Daniele (01/02/15, Tuttosport)

Mani italiane che sollevano una Coppa dello Slam maschile. Immagini cui non siamo abituati. Sono passati 39 anni dall’ultima volta in singolare e 56 in doppio. I nomi di Fabio e Simone in- 3 le vittorie m doppio á Fabio e Simone: Umago lleBai’esnel13 13 1 i slegasi precedenti nei doppi Slam P’ietrangei/Scola nel ’59 i best rarg ä Fogni m siigolare, raggiunto Panno scorsa cisi sul trofeo d’argento, sotto quelli di Hoad e Rosewall, di Newcombe e Roche, di Laver ed Emerson, grandi fra i grandissimi. II plgllo del forti Una partita condotta da cima a fondo con il piglio dei forti, perfetta nei tempi e nei modi, chiusa con un ace e un servizio vincente quasi a ribadire che non potevano esserci altri vincitori. Poi la festa, le foto, la consegna del premio. Un microfono per i saluti. «Minchia, abbiamo vinto uno Slam», 36 i best ranking á Simone Bolsi in singolarer 9gierto nel 2009 dice Fognini, e anche questa non s’era mai sentita durante una premiazione. Ma la condividiamo. La facciamo nostra. Minchia, Fabio, siamo emozionati anche noi. Sapete com’è, la storia C’è la Francia da battere, la rivale dei nostri trofei più belli. Sapete com’è, la storia… I francesi che s’incazzano quando a vincere siamo noi. Mahut ed Herbert, nella fattispecie. Il più giovane, Herbert, si è addirittura sentito poco bene prima di scendere in campo. L’emozione. Con una gallata di servizio sulla nuca, Mahut l’ha svegliato. Era il primo set. «Sapevamo che ci avrebbero attaccato», racconta Bolelli. «Avevamo preparato il match curando in particolare la risposta, convinti che tenendo la palla in campo le nostre doti si sarebbero fatte sentire». I conciliaboli con Josè Perlas e Giancarlo Petrazzuolo s’erano notati, negli allenamenti della vigilia. «Siamo una famiglia, e quando si gioca in doppio, le famiglie diventano team, tutti hanno un ruolo». Non c’era Flavia Permetta, nelle ore scandite dall’attesa. Partita per Doha, con passaggio obbligato in Italia. E Fabio che fa? Saluta il pubblico, i francesi, il team, e non saluta Flavia. Dimenticata sul più bello? «Ma nemmeno per sogno, la prima telefonata è stata per lei, ha voluto la radiocronaca del match. Poi i familiari…Sono sereno, questa vittoria mi dà forza, e Flavia m’insegna molte cose. È lei l’esperta, quella che ha vinto di più». La perorazione Si cercano le parole per definire l’impresa, ché tale deve essere ritenuta, e poco importa se viene dal doppio. «Le partite prima si vincono, poi si discute», è la regola che enuncia Bolelli. Così, pescando fra le emozioni, l’impresa finisce per essere descritta come «grande», «inattesa», «troppo giusta». «Da titolo in prima pagina», suggerisce Fognini, anzi esorta, perora, e s’infiamma quando aggiunge che se la sono meritata, «che questa vale più del solito calcio di tutti i giorni». E si prosegue, perché al vaglio della suprema coppia c’è la parola chiave che ha determinato la vittoria. «Amicizia», propone Bolelli, e Fabio annuisce. «Lui è speciale, è un tennista di altissima qualità, fa cose che altri nemmeno si sognano», è l’arringa di Simone in favore dell’amico. E Fognini restituisce: «Bole viene da un infortunio, ma è di nuovo dentro i primi cinquanta, sempre più potente, una vera macchina da gran premio». Gli amici condividono tutto. Gli amici si difendono l’uno con l’altro. Gli amici si abbracciano come Simo e Fabio ci hanno mostrato. Soprattutto, gli amici si sostengono nei momenti più caldi. Eccoli, infatti, i due italiani protestare assieme con Ramos, l’arbitro del match, su una pallina rimbalzata più volte sulla racchetta di Mahut. «Una delle poche volte in cui un arbitro mi abbia dato ragione», la chiosa di Fognini. Poi, l’ora “X”. Scoccata alle 23 e 44 minuti. Nel primo set era servito un break in più, ma nella seconda frazione tutto è filato liscio. Sul 4 pari i due si sono staccati, poi Bolelli ha servito e ha chiuso il conto con le maniere forti. Le racchette sono volate e Fabio e Simone si sono ritrovati l’uno stretto all’altro. «Dopo la semifinale» «Abbiamo cominciato a pensare alla vittoria solo dopo la semifinale, prima ci sembrava quasi peccaminoso. La tensione si è fatta sentire, ma solo prima del match. Aspettare tutta la giornata ha rischiato di toglierci le forze», dice Bolelli. Ma Fognini replica… «Forse a te, io invece ho dormito, due ore». «Ci aspetta una stagione ancora più difficile», riprende Bole, «sfrutteremo tutte le occasioni, ma ne vale la pena. Il singolare resta la priorità, ma il doppio, da questa finale, è diventato centrale, vogliamo vincere ancora. È troppo bello».

Fognini e Bolelli, il potere dell’amicizia «Riscritta la storia» – Piccardi Gaia (01/02/15, Corriere della Sera)

naspettata, e quindi più bella, da Melbourne rimbalza l’impresa di Fabio Fognini e Simone Bolelli, italiani d’esportazione e amici veri, capaci di dare una spolverata alla storia dei padri fondatori, che rischiava ammuffire in naftalina Australian Open, provincia dello Slam: «Mai avremmo pensato di vincere il torneo. Ancora non ci rendiamo conto di aver fatto qualcosa d’importante». Là dove c’erano Nick Pietrangeli e Orlando Sirola — Parigi 1959, 56 anni fa: Castro defenestrava Batista a Cuba, de Gaulle s’insediava all’Eliseo, cadeva il secondo governo Fanfani, nasceva la bambola Barbie e Qua-simodo vinceva il Nobel per la letteratura —, oggi menano fendenti un ligure talentuoso ma uterino e un bravo figlio dell’ilia, sposato con la modella uruguaiana Ximena Fieitas, Conosciuta su Facebook. Niente a che vedere con la lasse innata degli antenati, ma nel giorno in cui lltalia a due punte sale sul tetto di uno Slam, quell’Australian Open terremotato dall’eliminazione dei Bryan, gemelli e fuoriclasse del doppio, non è il caso di sottilizzare su una specialità disertata dai migliori (Pietrangeli e Siro- la al Roland Garros sconfissero due mostri dell’epoca: gli australiani Emerson e Fraser), che i nostri interpretano come se fosse un singolare bicefalo e quadrumane, da fondocampo, perforando di passanti gli attacchi nemici. Di là della rete, con la scritta «Je suis Charlie» sulla maglia, due francesi improvvisatisi coppia: il magnifico perdente Mahut e l’imberbe Herbert, anch’essi alla loro prima finale Slam, emozionati come scolaretti. Se due set (6-4, 6-4) bastano per tingere d’azzurro la Rod Laver Arena gremita, è anche grazie all’intuizione che il c.t. Barazzutti ebbe in Coppa Davis: in mancanza di esperti del settore, unire due ragazzi affiatati nella vita privata, gettando i semi dell’alleanza che ieri ha interrotto il digiuno. Un anno fa Bolent aveva il polso fasciato e il futuro incerto. Un anno fa Fogna era sulla soglia dei suoi mesi ruggenti (successo a Viña del Mar, gran vittoria in Davis a Napoli con Murray, che stamane gioca la finale contro Djokovic), prima di avvilupparsi in una spirale di sconfitte e sceneggiate con gli arbitri, spinte fino all’autolesionismo. Ma un titolo Slam è un balsamo in grado di rilandare carriere a 29 anni (Simone) e dare ossigeno a chi aveva finito la stagione in asfissia (Fabio), e ora è chiamato al salto di qualità in singolare, che nel tennis è lo sport che più conta. Sugli Italian boys che oggi tornano a casa con l’Australia in tasca piovono complimenti (Del Piero: «Grandi!»), aspettative (Malagò: «Ci vediamo a Rio 2o16»), abbracci virtuali (Flavia Pennetta aspetta Fabio a Barcellona: «Lei ha vinto io tornei, io tre ma prima o poi la riprendo…»), nuovi scenari (il Master in doppio). E pazienza per la parolaccia del Fogna, che non ha studiato a Oxford, in mondovisione («Abbiamo vinto uno Slam, ca..o»): Brontolo è fatto così, se fosse sregolatezza senza un pizzico di genio non avrebbe mai sfiorato la top-lo. Oltre l’onore, la pecunia. 575 mila dollari, da spartirsi da buoni amici. Fabio ha appena comprato casa, Simone cambierà la macchina. E già cambiata, intanto, la piccola storia del tennis nostrano. Dopo anni di successi delle ragazze, la rivincita dei maschi. Che non sia uno sparo nel buio, però.

Fognini & Bolelli, è festa il fascino senza pari di vincere uno Slam – Rossi Paolo   (01/02/15, La Repubblica)

RINASCITA. O, più semplicemente, ripartenza. Due ragazzi desiderosi di trovare se stessi, Simone Bolelli e Fabio Fognini ( in rigoroso ordine alfabetico ) hanno conquistato gli Australian Open. Si sono presi sullo slancio uno Slam di tennis quasi perca-so, hanno scritto una pagina di storia a colori del tennis italiano e rilanciato le loro vite ( non solo sportive ). Nell’era del professionismo l’Italia non aveva mai vissuto questo momento, ed è bello—forse significativo—che ci siano riusciti questi due giovanotti talentuosi e dalla storia problematica. Il trionfo di ieri a Melbourne, ottenuto contro una coppia francese inedita ( ma che farà male a molti in futuro ), Herbert/Mahut, replica quello di Pietrangeli/Sirola del 1959 quando—al loro terno tentativo — riuscirono a ottenere la coppa del Roland Garros. Daalloranessunacoppiaazzurra ( che fosse Panatta/Bertolucci o Gaudenzi/Nargiso ) era mai giunta in fondo ad un torneo major. «Una grande emozione forse la più belladellamiacarriera!! Felicissimo di averla condiviso con te!! Daje chiccc00000» ha postato su Instagram Simone Bolelli, liberando finalmente la gioia e tralasciando per un attimo la sua abituale sobrietà. Mentre Fogni-ni, in pieno cerimoniale, come solo lui sa fare, aveva già sparato in mondovisione un «abbiamo vinto uno Slam, cacchio!» (e meno male che s’era espresso in italiano ). Perla cronac a gli italiani hanno vinto 6-4, 6-4 una partita tesa, bravi a sfruttare l’occasione quando s’è palesata e bravi anche rimontare l’inizio incerto ( 1-3 nel prima set ). «C’eravamo svegliati nervosi, sentivamo la partita, che pesava un macigno» ha ammesso con onestà Bolelli, che ha poi continuato la sua disamina tecnica: «Siamo comunque riusciti a essere freddi in campo, anche sotto di un break e bravi a gestire imo-menti importanti». Invece l’esuberante Fognini è stato impaziente di passare alla fase due: «C’è tanta felicità, e ancora non siamo consapevoli di questo momento speciale. Già la finale lo era, ma ora vogliamo viverlo fino in fondo». Ecco, il 2015 del tennis italiano riparte da qui. Da questi due ragazzi (ma non dimentichiamo l’exploit in singolare di Seppi su Federer), e questi due tennisti, giunti nell’età della maturità ( alle soglie dei trent’anni ), che ripartono proprio da questa performance del doppio. Una specialità che conferma le sue proprietà curative e taumaturgiche per gli italiani ( basti ripensare alle recenti storie femminili di Pennetta, Errani e Vinci ). Melbourne avrà effetti benefici per Fognini, infondendogli ( speriamo ) quell’ultima stilla di fiducia che gli serve per avere maggiore autocontrollo, sfasciare meno racchette e, soprattutto, sprecare meno occasioni buone ( che sicuramente gli si presenteranno ). Ma questa coppa benedice il ritorno nel club di quelli che contano di Simone Bolelli, il bolognese che doveva risollevare il movimento nel 2007, finito prima nelle pieghe di una vertenza tra un tecnico e la federazione, e poi nellemagliediun infortuniorarissimo ( al tendine estensore ulnare del carpo). Tutte cose che avrebbero stroncato la carriera di chiunque, eppure Bolelli è oggi qui. Un sopravvissuto che vuole rinascere. Avere la sua seconda chance. «Voglio ringraziare quelli di Tirrenia, Eduardo Infantino e il suo staff, che da tre anni mi seguono. Venivo da un anno brutto, avevo perso la classifica, ho dovuto iniziare da zero. E oggi, un anno dopo, sono cinquanta del mondo e ho questa coppa in mano, sulla quale incideranno il mio nome». Sembra davvero un nuovo inizio.

Intervista a Nicola Pietrangeli – “I tempi cambiano spero sia una scossa”              – Rossi Paolo               (01/02/15, La Repubblica)         

Da Melbourne 2015 a Parigi 1959 il raffronto con il passato è automatico. Nicola Pietrangeli, ha saputo del trionfo di Bolelli/Fognini? «È un gran momento. Positivo per il tennisitaliano. Una bella propaganda». C’èun”ma” nellasua voce. «È che ho un incubo: non capisco i para-goni con me». Ma non ci sono, si tratta solo di un fatto temporale. «Sono stato l’unico prima di loro». Esatto. «No, perché avevo unapaura… «. E quale? «Che tutta la mia storia evaporasse, vedo che c’è la tendenza a dimenticarla. Vedo dissolversi le mie sette finali Slam». Dice? Ma no, lei resta il nostro tennista più titolato. «Detto questo, faccio tutti i miei complimenti ai ragazzi. Non c’entra niente che nel doppio non giocano i big». Cosache ormai succededaoltre un decennio. «MaBolelli eFognini giocano bene. E possono giocare contro qualsiasi coppia importante». Ora i due azzurri si sbloccheranno ulteriormente. «È quello che speriamo tutti. Che questo Slam sia una frustata per Fognini, e la fine delle sofferenze di Bolelli». Ha visto il match? «Posso confessare? No». Ma dell’aspetto spettacolare cosa pensa? «Che giocano una specie di gioco misto, uno avanti e l’altro indietro». E questo, rispetto a come giocavate voi, le fa orrore. «No, assolutamente. Giocano tutti così. I tempi sono cambiati, ne va preso atto». Conclusione? «Grande festa. Senza nostalgia. Non voglio passare per il vecchiettochenonci stapiùcon la testa».

Serena inarrestabile, 19esimo Slam e Graf a un passo – Giorni Alberto (01/02/15, Giorno – Carlino – Nazione Sport)

IL COMPLIMENTO più bello gliel’ha rivolto proprio Maria Sharapova, che ha lottato come una tigre fino all’ultimo punto: «Lei è la migliore, è un onore affrontarla». Serena Williams non smette più di saltare, felice come se fosse al primo successo in carriera: invece ha portato a casa il 19 Slam, staccando due leggende come Martina Navratilova (che l’ha premiata) e Chris Evert, e avvicinandosi a Steffi Graf che è a quota 22. La Shampova ha dato tutto, ma alla fine si è dovuta arrendere a Serena (6-3, 7-6) per la sedicesima volta consecutiva. Il secondo set è stato di altissimo livello, ricco di emozioni e di colpi vincenti da una parte e dall’altra. Indietro 5-4, la russa ha annullato un primo matchpoint con un dritto da urlo, stessa soluzione con la quale ne ha cancellato un altro nel tiebreak, ma l’ultimo ace della Williams ha fatto esplodere il pubblico australiano. «Maria mi ha spinto a dare il massimo — le parole di una commossa Serena —, è merito suo se la finale è stata così bella. Non avrei mai pensato di arrivare a 19 Slam, mi piacerebbe essere di ispirazione per i giovani». E anche la Sharapova, che al secondo turno aveva salvato due match-point con la Panova, si è un pochino sciolta: «Serena ha fatto la storia: sono tanti anni che non la batto, ci ho provato con tutte le mie forze». E oggi si chiude il sipario con la finale maschile (diretta tv su Eurosport alle 9.30). Il favorito è Novak Djokovic che insegue il quinto titolo a Melbourne, ma Andy Murray, dopo due finali perse, punta a sfatare il tabù australiano.

Intervista a Simone Bolelli – Leggendari Australian Open – Bolelli-Fognini nella storia – Rabotti Doriano (01/02/15, Giorno – Carlino – Nazione Sport)    

LA STAFFETTA della vittoria è nata improvvisando in allenamento, dove le sorelle d’Italia hanno passato un po’ del loro tocco magico ai fratelli d’Italia. Bolelli e Fognini hanno iniziato a vincere lo Slam palleggiando con chi sapeva già come si fa: «Penso che Sara Er-rani e Roberta Vinci ci abbiano portato fortuna, qua a Melbourne non c’erano abbastanza campi liberi e ci è capitato di giocare qualche minuto con loro. E’ andata bene», racconta Simone Bolelli. Calmo come uno che ha appena chiuso l’ufficio, non completato un anno magico in cui ha scalato oltre duecento posizioni nel ranking mondiale, dopo aver perso tutto il 2013 per l’operazione al polso. Bolelli, un anno fa in Australia rientrava, facendo solo il doppio. Stavolta è andata meglio. «Credo che la mia carriera inizi ora. Ho sofferto molto, ho passato periodi molto brutti. Qui si chiude un cerchio e comincia la vita sportiva del nuovo Bolelli. Più solido, più forte come persona, che cerca di completarsi. Credo di aver ancora 4-5 anni davanti a buon livello». Intanto, lei e Fognini siete come Sirola e Pietrangeli, i soli a vincere uno Slam prima di voi. «Ci fa un grande piacere, a me e Fabio sta molto a cuore tenere alto l’onore dell’Italia, in Coppa Davis diamo sempre il massimo. Il nostro affiatamento è dovuto soprattutto alle difficoltà che abbiamo superato giocando per l’Italia. Per ragioni di età non ho visto giocare Sirola e Pietrangeli, ma è bello essere lì con loro». A chi dedica questa vittoria? «Al centro tecnico federale di Tir-renia, al tecnico Eduardo Infanti-no, ai fisioterapisti che mi hanno seguito, Carlo Ragazzi e Giancarlo Petrazzuolo. A tutti coloro che mi sono stati vicini quando andava male. Ovviamente, anche a mia moglie, alla mia famiglia, e un po’ a me stesso».  Che cosa ha pensato su quell’ultimo punto? «Prima, soltanto a servire a 200 all’ora. Dopo mi sono detto: abbiamo vinto uno Slam. E’ stata una giornata lunga, giocare per ultimi e così tardi è snervante, e infatti io e Fabio eravamo nervosi. Ma dopo due settimane così volevamo completare l’opera a tutti i costi. Non ci aspettavamo di arrivare così lontano». Ha detto che con i soldi della vincita avrebbe cambiato macchina. «A questo punto la mia Ford Kuga può andare in pensione. Mi piacerebbe una Bmw, vediamo». Bolelli, lei è troppo calmo. Ma una follia non la vogliamo fare, per un’impresa così? «Penso di non rendermi ancora conto di quello che significhi davvero aver vinto uno Slam. Quando ci hanno fatto parlare al microfono, dopo la premiazione, io e Fabio volevamo entrambi arrivare per primi. Ho vinto io». Perché sapeva già che lui voleva dire una parolaccia? «No, era solo una gara tra noi. Scherzi a parte, siamo davvero amici anche fuori dal campo, il segreto è quello. Siamo capaci di aiutarci nelle difficoltà, nel doppio capita spesso che uno giochi meglio dell’altro. Noi siamo affiatati, credo che possiamo dare altre soddisfazioni all’Italia». Si farà un altro tatuaggio? «No, ne ho già tre. Su un braccio ho la S gotica del mio nome e le iniziali di mia moglie con il simbolo del destino e dell’amore, dietro il collo le iniziali di mio padre Daniele, di mia sorella Simona e di mia madre Stefania. Per ora bastano quelli».

Fabio «bad boy» e l’amico predestinato Il riscatto azzurro fa sognare per la Davis –  Giorni Alberto (01/02/15, Giorno – Carlino – Nazione Sport)

E’ QUASI scoccata la mezzanotte a Melbourne. Appena Herbert sbaglia l’ultima risposta, Simone e Fabio mollano le racchette per sciogliersi in un infinito abbraccio: sono loro i campioni di doppio degli Australian Open. Dopo le «Ci-chi» originali, Errani e Vinci, sono arrivati i «Chicchi», come si sono ironicamente soprannominati. Bolelli e Fogni-ni pongono fine a un digiuno infinito e, 56 anni dopo i mitici Pietrangeli e Sirola, scrivono una pagina di storia e il loro nome sull’albo d’oro di uno Slam. Un successo chiaro, 6-4, 6-4, mai messo in discussione dai francesi Herbert e Mahut. Sulla Rod Laver Arena, l’unico momento di difficoltà è giunto all’inizio (3-1 per i transalpini), poi è stata una sinfonia tutta italiana. «Abbiamo vinto uno Slam, ti rendi conto?», chiede un incredulo Fognini a Bolelli durante la consegna del trofeo. E’ tutto vero: un premio meritato per il bolognese e il ligure, che avevano un gran bisogno di riscatto. In singolare, Bolelli nel 2009 era n.36 Atp e stava per spiccare il salto, poi una serie di infortuni (in particolare al polso) lo ha fatto uscire dai primi 100; ora è n.48 e in ascesa. Fognini è stato a un passo dai primi dieci, prima di scivolare al n.18 dopo una stagione in cui ha fatto parlare di sé più per i litigi con i giudici di sedia che per i risultati; la speranza è che quest’anno il genio prevalga sulla sregolatezza e il suo talento possa sbocciare appieno. E Fabio lancia una sfida alla fidanzata Flavia Pen-netta: «Lei ha vinto una decina tornei in doppio, io tre: tra un po’ la riprendo. Conquistare uno Slam è speciale». E’ il terzo titolo per la premiata ditta Bolee-Fogna dopo Umago 2011 e Buenos Aires 2013: ora abbiamo una coppia ancora più affiatata per la Davis in vista della trasferta in Kazakhstan a marzo, mentre il Masters di doppio è già una possibilità concreta. E una medaglia alle Olimpiadi di Rio non è un sogno proibito.

Intervista a Andrea Saetti – «Ha un talento infinito Ed è uno che non molla mai» – Radogna Matteo (01/02/15, Resto del Carlino Bologna)

VARCATA la soglia capisci perché il Country Club di Villanova a Castenaso è stato per tanti anni la seconda casa di Simone Bolelli. La gente brinda con lo spumante, la signora al bancone ha il sorriso di chi ha assistito al successo del figlio, e poi c’è Andrea Saetti (foto), 52 anni, il maestro del campione, con il suo aplomb all’inglese, la sua cortesia, la voglia di far crescere i giovani sotto la sua ala protettrice. C’era una grande euforia ieri a Villanova per l’impresa del figliol prodigo. A Saetti luccicavano gli occhi: «Sapevo che sarebbe arrivato in alto. Simone è la classe fatta persona». Da quanto conosce Bolelli? «Arrivo qui che aveva cinque anni. L’ho seguito passo passo fino a quando ha compiuto i 14. Abbiamo fatto migliaia di chilometri in giro per il mondo, soprattutto negli Usa». Cosa rivede in lui dei suoi insegnamenti? «La forra di non mollare mai. Gli ho sempre insegnato che una partita non è mai persa. Abbattersi non serve, lui deve sempre lottare anche nei momenti di grande difficoltà». Vi sentite spesso? «Ora non tanto, ma quando lo facciamo mi chiede se l’ho visto giocare per avere consigli. Gli ho detto che ogni volta che usa il dritto, il colpo migliore, dopo deve fare due passi in avanti e attaccare a rete». Lo ha fatto? «Sì, ho visto che in qualche occasione ha cercato di essere più aggressivo. Ma il merito del suo successo è del talento infinito e la classe che sfoggia. In più c’è il padre Daniele che non ha mai interferito durante gli allenamenti. Un genitore modello». C’è qualcuno che potrebbe seguire le orme di Bolelli? «C’è un 15enne, Samuele Ramazzotti, un campioncino, ma Simone è un’altra cosa. Ho sempre saputo che ce l’avrebbe fatta».

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Rassegna stampa

Jasmine cresce ancora (Bertellino). Paolini super. A Portorose il primo titolo della carriera (Gazzetta dello Sport). La prima volta di Jasmine è il trionfo della pazienza (Damato)

La rassegna stampa di lunedì 20 settembre 2021

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Jasmine cresce ancora (Roberto Bertellino, Tuttosport)

La prima volta di Jasmine Paolini è a Portorose. Il trofeo nel WTA 250 sloveno conferma la crescita dell’azzurra ma anche la tenuta mentale visto il ritardo di 3 ore nell’inizio, causa maltempo. Colpi e determinazione per battere la n. 38 del mondo, l’americana Alison Riske, 31enne di Pittsburgh che era alla 10a finale. La fotografia della nuova dimensione della 25enne toscana è nel primo set. Dopo break e contro-break iniziali Jasmine si è trovata a rincorrere la più esperta rivale dal 2-5. I’ha fatto cambiando marcia e chiudendo 7-4 al tie-break. Prima dell’inizio del 2° set Jasmine ha chiesto un medical time-out per un problema alla coscia sinistra. E’ ripartita di slancio, strappando subito il servizio alla statunitense e tenendo proprio dopo aver salvato più palle dell’ 1-1. Sul 2-0 ha rifiatato un attimo el’americana ha incamerato il primo game del set (2-1). Ripresa sul 2-2, Jasmine ha reagito chiudendo il gioco con un gran diritto per il 3-2 cogliendo poi altri 2 break per il sigillo all’8°gioca

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Nell’ITF 80 di Valencia ha vinto Martina Trevisan, in rimonta (4-6 6-4 6-0) contro l’ungherese Delma Galfi, n. 138 WTA.

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Paolini super. A Portorose il primo titolo della carriera (Gazzetta dello Sport)

Era alla prima finale Wta della carriera e l’ha vinta, domando l’americana (n. 38) Alison Riske in due set 7-6 (4) 6-2, dopo un’ora e 46 minuti di gioco. Per Jasmine Paolini il titolo nel 250 di Portorose può essere l’alba di una nuova carriera, ora che ha dimostrato una solidità mentale invidiabile. La 25enne toscana, che oggi raggiungerà il numero 64 della classifica (best ranking), è stata brava a non farsi influenzare dalla lunga attesa (si è cominciato due ore e mezza dopo il previsto per la pioggia) e poi fantastica nel primo set, quando ha recuperato da 5-2 sotto con due break di svantaggio. Nel secondo parziale, la Paolini ha non ha avuto problemi

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Questa settimana si gioca a Metz (cemento indoor): oggi in campo Lorenzo Sonego contro l’ungherese Fucsovics e Gianluca Mager contro il georgiano Basilashvili. A Nur-Saltan (cemento indoor), in Kazakistan, in campo Andreas Seppi contro il kazako Skatov. In tabellone pure Lorenzo Musetti: aspetta un qualificato.

La prima volta di Jasmine è il trionfo della pazienza (Corrado Damato, Il Messaggero Sport)

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l’Italtennis si gode un movimento che tra uomini e donne sembra veramente aver trovato la ricetta universale che porta al successo.

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a Portorose, in Slovenia, è “incappata” in quelle settimane perfette che talvolta capitano nella vita di un tennista e, giocando alla perfezione dall’inizio alla fine, ha scoperto la gioia del trionfo. Che apre nuovi scenari anche per i tornei più importanti visto che produce un balzo in classifica dal suo attuale 87′ posto a quello numero 64 che occuperà da oggi. Ovviamente, il suo nuovo best ranking. VITTIME DOC L’ultima ad arrendersi all’azzurra è stata l’americana Alison Riske, numero 38 della Wta e terza testa di serie del torneo. Le ha strappato il servizio per tre volte nel primo set e quando è andata a servire sul 5-2 (Jasmine aveva recuperato uno dei break) sembrava poter incanalare il match dalla sua parte. Ma l’azzurra ha dato prova di grande pazienza e ha ricucito, punto dopo punto, senza fretta, portando l’avversaria al tie break, poi vinto per 7 punti a 4. II secondo set è stato la copia a specchio del primo con la Paolini volata sul 5-2 e poi più cinica della Riske: 6-2 e tutti a casa. Brava Jasmine a non perdere la concentrazione anche per lo slittamento del match, iniziato con quasi tre ore di ritardo per colpa della pioggia.

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Rassegna stampa

Pietrangeli: «Una notte ho portato a letto anche la Davis» (Iannacci)

La rassegna stampa di domenica 19 settembre 2021

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Pietrangeli: «Una notte ho portato a letto anche la Davis» (Leonardo Iannacci, LIbero)

In via Veneto giocava a carte con Mastroianni, a Gstaad prendeva l’aperitivo con Richard Burton e Liz Taylor, a Los Angeles cenava una sera con Charlton Heston e quella dopo con Frank Sinatra, a Parigi amoreggiava con una stripteaseuse del Crazy Horse e a Montecarlo insegnava il rovescio al principe Ranieri, suo amico. Schegge di memoria che riguardano il signor Chirinsky, protagonista di pezzi di vita che sembrano capitoli di un romanzo. «Quando mi dicevano: allenandoti meglio avresti potuto vincere di più, io rispondevo: forse, ma nella mia vita mi sarei divertito meno!», ripete sempre. Il signor Chirinsky è uno splendido 88enne, ancora pieno di vita che si diverte a portare in giro il suo mito. Chirinsky, e qui lo sveliamo, è il secondo nome di Nicola Pietrangeli, il tennista italiano più vincente della storia. Prima questione da chiarire: perché Nicola Chirinsky Pietrangeli? «Sono nato a Tunisi, all’epoca un protettorato francese, da papà Giulio e da mamma Anna, russa. Da qui il secondo nome Chirinsky, che non mi dispiace affatto. Ho iniziato a giocare a tennis in un campo di prigionia proprio in Tunisia, durante la seconda guerra mondiale, vincendo con papà il mio primo torneo di doppio. Avevo 13 anni. Ma il mio destino era l’Italia, venimmo espulsi e con la famiglia riparammo a Roma».

Dove si dedicò a tempo pieno al tennis…

 

Affatto. Preferivo il calcio, ero bravino e venni convocato nelle giovanili della Lazio. Dopo qualche tempo mi proposero il trasferimento alla Viterbese, capii subito che con il calcio non mi sarei divertito né avrei viaggiato, così passai al tennis. Al Circolo Parioli, dove il custode era un certo Ascenzio Panatta, che aveva un figlioletto di nome Adriano.

Un tipo che avrebbe incontrato anni dopo.

Sì, ma questa è un’altra storia. Giocare a tennis mi piaceva. Diventai bravo. Tra la fine degli anni ’50 e gli inizi dei ’60 vinsi 44 tornei, quattro volte il Roland Garros, due nel singolare e due nel doppio. Mi rispettavano tutti gli altri grandi giocatori dell’epoca, eravamo amici. Giocavamo ma ci divertivamo un mondo. Era un tennis educato, quello. E vivo.

La differenza tra un campione della sua epoca e uno odierno?

Noi entravamo in campo per divertire il pubblico. Oggi ogni pallina vale decine di migliaia di euro e ai giocatori non importa nulla del pubblico. Pensano solo ai soldi. Quando ho vinto il Roland Garros mi hanno dato un premio in denaro con il quale non mi sono potuto comprare neppure un appartamentino. Oggi chi vince uno Slam si porta a casa due milioni e mezzo di dollari.

Ma, allora, la Osaka che lascia il tennis, Djokovic paralizzato durante la finale degli Us Open, terrorizzato dalla mancata conquista del Grande Slam. Perché?

E qui mi arrabbio. Djokovic avrà, che so, 500 milioni di dollari in banca e gioca una finale stressato? Ma scherziamo? E la realtà attuale del tennis che strofina i nervi a questi plurimiliardari. Sono macchine da guerra, istituti di credito. Forse si stressano a contare i soldi. Quando leggo che sono depressi mi saltano i nervi.

Djokovic, Nadal, Federer: chi al primo posto?

Federer, di un altro pianeta. E ve lo dice uno che ha battuto un certo Rod Laver che di Grande Slam se ne è pappati due.

II tennis italiano sembra rinato: prima Fognini, ora Sinner, Berretti, Musetti, Sonego. Siamo tornati ai tempi di Panatta-Barazzutli-Bertolucci-Zugarelli?

Penso di sì. Sinner ha solo 20 anni. Ha il mondo davanti e arriverà entro l’anno nei primi 10. Berrettini con quel servizio può vincere uno Slam. Non sulla terra battuta, però.

La sua più bella vittoria?

Nel 1976 ero il capitano non giocatore della squadra di Davis e arrivammo alla finale con il Cile. Mezza Italia non voleva che andassimo a giocarla perché a Santiago c’era il regime di Pinochet. Era tutto politicizzato, la sinistra vedeva la finale dal punto di vista ideologico e voleva boicottarla. Pensai: siamo pazzi? Rinunciamo a vincerla? Mi sono battuto come un leone contro tutti i politici ipocriti, di sinistra e non solo. Alla fine mi diedero retta e andammo. Vincemmo la nostra prima e ultima Davis, i giocatori in campo, io fuori. Ma fummo costretti a tornare in Italia quasi di nascosto, protetti dai carabinieri. Ricevetti anche due minacce di morte, avevo la polizia sotto casa.

E una sera si portò a letto la Coppa Davis…

Accadde dopo una festa a Roma, con Giulio Andreotti presente, salito frettolosamente sul carro dei vincitori: tutti se ne andarono a dormire e il servizio d’ordine lasciò lì la coppa. Nessuno se la filava. Così, per paura che la rubassero, la portai a casa, la misi sul letto. C’è una foto con il sottoscritto, la coppa e il mio gatto che ci dorme dentro.

Ed ecco la domanda delle cento pistole: chi è stato più forte, lei o Panatta?

Adriano è nato per giocare a tennis. Un talento puro. Mi ha battuto anche nella finale dei campionati italiani del 1970. Ma lui aveva 20 anni, io già 37… Però è durato troppo poco ai vertici, 3-4 anni. Meglio Nicola Chirinsky Pietrangeli, dai.

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Rassegna stampa

Camila: l’amore per Firenze, il gioco, la moda (Querusti)

La rassegna stampa di venerdì 17 settembre 2021

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Camila: l’amore per Firenze, il gioco, la moda (Francesco Querusti, La Nazione)

Circolo Tennis Firenze in festa per la presenza di Camila Giorgi, numero 1 in Italia e al 36° posto nel ranking mondiale. Camila, nata a Macerata ma fiorentina d’adozione, ha portato freschezza, classe, simpatia, femminilità e moda nel tennis. Tra i suoi sogni quello di scalare posizioni nella classifica delle big, di insegnare ai giovani per trasmettere i suoi segreti e di non lasciare mai Firenze città che le ha preso il cuore. Camila, sui campi del Ct Firenze, è scesa in campo con gli allievi della scuola agonistica del circolo delle Cascine, in due ore divertenti, di grande fascino e colpi spettacolari. Oltre al tennis è stata protagonista la moda con sfilata sul bordo piscina con i capi dell’azienda Giomila disegnati dalla mamma di Camila. Poi si è raccontata, con accanto tutta la sua famiglia. «Sono più che soddisfatta – afferma Camila – ma non mi accontento mai. Adoro il tennis: ho detto che è il mio lavoro, ma lo amo. Una volta finito però ho altre cose a cui pensare, come la mia famiglia, e non ho rimpianti. Fra due settimane partirò per Chicago e poi parteciperò al torneo di Indian Wells. Mancano quattro tornei e poi è finita la stagione. Arrivare fra le prime 32 del ranking, per poter essere testa di serie negli Slam, è il mio obiettivo ma spero di fare ancora meglio». E in futuro quali obiettivi? «Mi piacerebbe insegnare alle bambine e ai bambini questo sport, che è incredibile, perché’ in parte è anche stile di vita. La scelta di seguire la passione di mia madre e di non scegliere altri brand è dettata dal fatto che mi ha insegnato tutto ed è una vera artista. Giomila è un progetto di moda che è diventato realtà e che seguirò con impegno». E il suo amore per Firenze e la Toscana. «Viviamo a Calenzano e quando sono a casa, insieme a mia madre e alla mia famiglia, andiamo in giro per la Toscana che è bellissima».

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