Il dardo nel buio: come lo Us Open ha trasformato l'erba in cemento

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Il dardo nel buio: come lo Us Open ha trasformato l’erba in cemento

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Il primo campo in cemento risale al 1879 a Santa Monica. Nonostante ciò ci sono voluti quasi 100 anni ed un visionario del Mississipi, tale William Hester divenuto presidente dell’USTA nel 1977, per rendere lo Us Open il primo Slam disputato sul cemento. Un passaggio cruciale nella lenta sparizione dell’erba

 

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“You throw a dart in the dark and drill” (Lancia un dardo nel buio e inizia a scavare).

Se nel 1977 il mondo del tennis avesse avuto dubbi sul passato del nuovo presidente della United States Lawn Tennis Association, e sulle sue intenzioni per il futuro, sarebbe bastato l’incipit del discorso di insediamento di William Hester per comprendere che un nuovo mondo era alle porte e che nulla sarebbe stato più come prima per il “lawn tennis” statunitense. Del resto l’erba aveva appena ceduto il passo alla terra verde ma i benefici tardavano ad arrivare e il West Side Tennis Club di Forest Hills, sede del torneo dal 1915, aveva da poco dichiarato di non essere più in grado di continuare ad organizzare l’evento.

Nelle due settimane dell’Open le strutture obsolete del club sembravano collassare sotto la crescente affluenza di spettatori che anno dopo anno prendevano d’assalto i giardini di Forest Hills. Mancavano i parcheggi, raggiungere il torneo con i mezzi pubblici era un’impresa, le aree di accoglienza per gli spettatori erano praticamente inesistenti. Non era proponibile gestire un evento che diventava sempre più di massa con strutture pensate essenzialmente per delle ristrette élite.

All’inizio del 1977 il club dell’aristocratica zona in cui Stan Lee aveva deciso di far vivere l’uomo ragno alzò bandiera bianca: le disponibilità finanziarie non consentivano ai soci investimenti consistenti e a malincuore comunicarono alla USTA che quella di agosto sarebbe stata l’ultima edizione. Bisognava cambiare location, e bisognava farlo in fretta.
Ma non sono forse gli Stati Uniti il luogo in cui i problemi si trasformano in opportunità? Così una sera, mentre stava sorvolando il parco di Flushing Meadows, dalla finestra del suo aereo Hester vide un edificio ricoperto da uno spesso strato di neve. Era il Singer Bowl, un sala d’esposizione abbandonata e ormai completamente ricoperta da murales, costruita durante l’EXPO del 1964. Hester aveva trovato il punto dove scavare: il Singer Bowl sarebbe diventato lo stadio principale dello US Open 1978, il Louis Armstrong Stadium stava per nascere.

La città di New York accettò di collaborare con la USLTA, finanziando con più di 10 milioni di dollari il progetto per costruire il più grande impianto tennistico del mondo. Lo US Open avrebbe avuto strutture capienti e moderne, adatte per ospitare un evento ormai di portata planetaria.
Ma Hester non si fermò al semplice cambio di location. In preda alle sue visioni decise che per la prima volta un torneo del Grande Slam si sarebbe giocato su una superficie diversa dall’erba e dalla terra battuta: l’era del cemento stava per cominciare. O era cominciata da tempo?

In effetti, nonostante fosse una prima assoluta per i tornei del Grande Slam, sul cemento si giocava fin dalla fine del XIX secolo. La prima testimonianza è addirittura del 1879 a Santa Monica, in California.

Il problema era il solito, trovare una superficie che non si deteriorasse troppo velocemente quando le condizioni climatiche non erano particolarmente favorevoli.

Nel 1872 e nel 1875 nacquero le prime due fabbriche americane del Portland Cement, prodotto leader nel settore, e ben presto gli Stati Uniti diventarono primo produttore e consumatore mondiale. Le caratteristiche di un prodotto resistente agli urti, alle alte temperature e alle intemperie erano perfette per fronteggiare le problematiche che l’erba presentava a queste latitudini. Per testarne la funzionalità si pensò quindi di utilizzare il cemento come superficie dei campi pubblici e la risposta fu molto positiva anche la gente comune stava scoprendo il tennis tant’è che dall’inizio del Novecento i campi in cemento cominciarono ad essere presenti quasi in ogni città degli states.

Nonostante la grande diffusione dei campi in cemento gli organizzatori dei tornei rimanevano restii ad utilizzarlo. Troppo “popolare” e plebea quella superficie che non richiedeva manutenzione e rendeva il tennis un prodotto accessibile anche a persone che non potevano permettersi l’iscrizione ai costosi club privati certificazione essenziale per notificare l’appartenenenza alla “Upper Class”. Disputare un torneo sulla superficie del popolo era come aprire i portoni del palazzo d’Inverno. Molto meglio continuare a disputare i loro tornei su terra o erba, superfici che non potevano certo essere utilizzate per i campi pubblici considerato quanto costava mantenerli.

Quindi l’unica struttura ad organizzare tornei in cemento era la USLTA. La Southern California Lawn Tennis Association, una sorta di succursale della federazione madre, nel 1887 organizzò la prima edizione del Southern California Championships sui campi in cemento del Casinò di Santa Monica, vicino Los Angeles. Il cemento diventò la seconda superficie della storia sulla quale venne disputato un torneo, precedendo di due anni la terra battuta (Cannes 1889). Nel 1889 fu la volta del Pacific Coast Championships a Monterey e poi del torneo di Los Angeles sui campi del Hotel de Coronado (1905).

Ma i tornei che nacquero negli anni seguenti erano confinati in quella fetta di terra che andava da San Francisco a San Diego.
Nonostante questa difficoltà di sviluppo, gli appassionati che vivevano a quelle latitudini ebbero comunque la fortuna di veder nascere uno dei più importanti tornei della storia, il Pacific Southwest Championships, nato nel 1927 e tenutosi ininterrottamente fino al 1974 al Los Angeles Tennis Club.

L’ulteriore grande impulso alla diffusione dei campi in cemento si ebbe grazie al circuito professionistico attorno agli anni ’40. Essendo per natura meno legati alle tradizioni (il fatto di ricevere compensi in denaro per giocare andava contro al concetto originario del tennis, nato sport amatoriale e quindi non retribuito), i “professionisti” non avevano problemi a sperimentare nuove e alternative soluzioni di gioco. Da Santa Barbara a San Francisco, da St. Louis a San Diego, usato sia indoor che outdoor il cemento si impose.

L’aumento dei tornei su cemento ebbe un ulteriore, piccolo impulso con l’inizio della Open Era nel 1968, con la nascita del torneo di Las Vegas nel 1969 e di quello di Palm Springs nel 1976. Ma nonostante fossero passati quasi 100 anni dalla prima apparizione di un campo in cemento i tornei importanti che si giocavano su questa superficie erano ancora relativamente pochi. I quattro slam si disputavano su erba (3) e terra, il Masters e le WCT Finals su carpet e dei nove Grand Prix 6stars i soli Las Vegas e Stoccolma (indoor) si disputavano su cemento.
Il problema era sempre lo stesso che si trascinava da anni: i tornei più prestigosi erano ancora organizzati da club privati e non da istituzioni pubbliche e il cemento era ancora visto come un abbassamento storico-culturale del gioco del tennis. E nel 1974 abbiamo ancora una volta la conferma di questa riluttanza al cambiamento.
Gli organizzatori dello US Open stavano pensando da anni ad un cambio di superficie, perché mantenere l’erba di Forrest Hills a un livello accettabile era diventato troppo gravoso per le casse già malandate del club. Erano ormai due anni che i campi non venivano più rifatti dopo la fine del torneo, ma venivano solo parzialmente rizzollati, rendendo il manto erboso irregolare e pericoloso per l’equilibrio. I giocatori si lamentavano delle condizioni pietose dei campi e invocavano un cambiamento. La USLTA aveva proposto proprio il cemento come nuova superficie, perché era dove tutti i giovani americani di belle speranze erano cresciuti. La federazione americana trovò riscontro positivo anche tra i giocatori, desiderosi di avere finalmente una maggiore diversificazione delle superfici nei tornei dello Slam.
Il West Side Tennis Club si trovò con le spalle al muro, da una parte la federazione che premeva per il cemento, dall’altra i club limitrofi che non avrebbero tollerato il passaggio a una superficie meno nobile. Le pressioni degli altri club ebbero la meglio in questa disputa e il West Side decise di passare al Har-Tru, ma fu un passaggio molto breve. Con la rinuncia da parte del club a continuare con gli Open e con l’intervento della città di New York nella organizzazione del torneo, ormai non c’erano più vincoli, finalmente la superficie sulla quale da decenni gli appassionati giocavano nei parchi di tutto il paese entrava nel mondo del tennis professionistico dalla porta principale.
La spinta data dallo US Open fu incredibile. I campi in cemento si moltiplicarono a vista d’occhio. Cincinnati e Toronto abbandonarono la terra nel 1979, nel 1985 nacque il torneo di Miami, nel 1987 quello di Indian Wells.

Oggi, annus domini 2015, 9 dei 14 tornei piu’ importanti del circuito si giocano sul cemento, contro i soli 2 del 1977, in poco più di 35 anni le condizioni di gioco sono radicalmente cambiate.
Sarà un caso che proprio alla fine del 1977 la ILTF (International Lawn Tennis Federation) cambiò il proprio nome abbandonando la L di Lawn (prato) diventando ITF? Certamente no, ormai i prati del tennis erano destinati ad essere fatti di cemento.

 

NoMercy

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Miss Wightie, una vita all’attacco: la prima tennista che conquistò la rete

Dall’assolata California fino a Boston, ecco la storia di Hazel Hotchkiss Wightman, gran signora, campionessa e innamorata del gioco fino alla fine. Senza non avremmo avuto Bilie Jean King e Martina Navratilova

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Hazel Hotchkiss Wightman

Quando è troppo è troppo.

Dopo che avrete letto quel che mi è capitato l’anno scorso mentre mi trovavo negli Stati Uniti credo concorderete con me che sia giunto il momento di affiancare al tennis qualche altra passione.

Partiamo dal principio.

 

C’è una località a circa sei miglia da Boston in cui fra fine estate e l’autunno dolci alture e fitti boschi stingono dal verde a mille tonalità di ruggine e giallo.

Si chiama Chestnut Hill, la collina dei castagni. Qui dal 1850 in poi grandi lotti di terreno vennero venduti tutti in una volta alle più facoltose famiglie del circondario ed esse provvidero a costruirvi grandi magioni di campagna. L’adozione degli stili più in voga al tempo come lo Shingle di pietra e ciottoli e il Neocoloniale con i suoi ampi portici donò all’insediamento un’armonia estetica e naturale che dura ancora oggi.

I lunghi viali alberati costeggiati da siepi rigogliose e prati lasciano intravvedere solo scorci di quelle storiche e imponenti abitazioni. In questi luoghi sospesi a metà fra i quadri di Thomas McKnight e la foresta di Sherwood prese sede nel 1922 il Longwood Cricket Club. Fondato 45 anni prima in contemporanea con l’edizione inaugurale di Wimbledon, negli Stati Uniti è uno dei templi del tennis. I suoi campi affiancati di verde prato videro i pionieri del gioco importato da Mary Outerbridge, la prima Davis nel 1900 e tre anni dopo i fratelli Doherty giocarne i singolari decisivi a pochi metri di distanza l’uno dall’altro contro Larned e Wrenn. Fra le sue mura si respira storia, chiudendo gli occhi si può ancora avvertire il sommesso fruscio di flanelle e l’aroma di tè e tabacco, mentre attutito giunge il suono di una pallina che colpisce corde rigorosamente in budello.

Wham, Bang,

I colpi che sento però non provengono dall’avito luogo.

Esco in Hammond Street e lasciandomi alle spalle le persiane verdi dell’elegante club house color avorio ecco che questi si fanno più forti.

Wham, Bang,

Wham, Bang,

Dopo qualche centinaio di metri, a un paio di profondi lob di distanza, attraversato un ponte di vecchio metallo rivettato e ingentilito da siepi, si incrocia Suffolk Road.

Ora il ritmo è martellante e regolare, come quello di un grande cuore che batte.

Wham, Bang,

Wham, Bang,

Wham, Bang.

Il rumore proviene da un enorme garage doppio di solide mura, con il tetto appuntito decorato da tegole di pietra marrone, che sta accanto a una grande villa gialla.

Mi azzardo ad entrare.

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Flash

Il preludio alla grandezza di Roger Federer: l’allenatore e una tragedia

Nell’anno in cui il grande tennista svizzero Federer annuncia il suo ritiro, ripercorriamo il suo viaggio da bambino “irrequieto” all’uomo dei record

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Di Jeremy Wilson, The Telegraph, 15 settembre 2022

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta a giugno 2019

Questa è una storia che contempla traumi e dolori. Ci racconta dell’influenza che un grande allenatore può esercitare sul suo allievo, un’influenza che è in grado di propagarsi come un’onda infinita. È una storia che ha a che fare con le origini di un gesto tecnico tra i più meravigliosi da vedere in campo sportivo: il rovescio a una mano di Roger Federer.

 

Se serve qualche indizio basta cercare su YouTube “Peter Carter” e “tennis”. Vi si trova il filmato sgranato di un Carter ancora ragazzino che si presenta tra i grandi del tennis con un graffiante vincente di rovescio incrociato, “stile Federer”, tale da consentirgli di sconfiggere John Alexander al South Australian Open.

Vi si trova poi la testimonianza dei genitori di Federer, Robert e Lynette, su come il loro ragazzo, che un tempo era “irrequieto” e dal temperamento volubile, aveva imparato a controllarsi sul campo. C’è poi il video in cui Federer vince il 20° titolo del Grande Slam, gli Australian Open del 2018, davanti ai genitori di Carter, Bob e Diana, alla Rod Laver Arena.

E poi ci sono le lacrime di Federer quando, durante un’intervista alla CNN fatta nel 2019 a Melbourne, la conversazione vira su Carter, un uomo da lui descritto come il suo “vero” coach e la cui vita venne tragicamente spezzata all’età di 37 anni.

“Peter è stato un’incredibile fonte di ispirazione per me, una persona estremamente importante nella mia vita”, dice Federer. “Mi ha insegnato il rispetto nei confronti di ogni singola persona. Non potrò mai ringraziarlo abbastanza”.

È alla Peter Smith Tennis Academy di Adelaide che ha inizio la storia. Smith è stato uno degli allenatori di tennis più importanti al mondo per più di tre decenni. Mentre osserva una nuova generazione di tennisti, la voce gli trema più di una volta: “È un argomento difficile da affrontare per me”, dice.

Carter viveva a Nuriootpa, una cittadina di 6.000 abitanti a circa 80 chilometri a nord di Adelaide, quando iniziò ad allenarsi settimanalmente presso l’accademia di Smith. L’entourage di Smith aveva già nomi di spicco come Darren Cahill, Mark Woodforde e John Fitzgerald. Man mano che Carter faceva progressi, si maturò la decisione che andasse a vivere presso la famiglia Smith. Peter aveva solo 15 anni e la filosofia alla base di questa decisione era già chiaramente delineata.

Cerco di insegnare che prima di tutto vengono la salute e la famiglia… e poi viene il tennis”, dice Smith. “L’idea è quella di aiutare questi ragazzi a diventare degli uomini con dei valori e a usare il tennis come un mezzo, uno strumento. Peter era piccolo, magrino ma aveva un gran talento. Era un ragazzo adorabile. Avevamo tre figli più piccoli e lui divenne come un fratellone per loro”. Sebbene Carter sia entrato nella top 200 e abbia vinto un titolo di doppio con Cahill, i suoi progressi sono stati fortemente condizionati dagli infortuni. Mentre era in Europa, si procurò una frattura sciando. Per finanziarsi decise di lavorare per tre mesi come allenatore in Svizzera ma ben presto si ritrovò a lavorare stabilmente presso l’Old Boys’ Club di Basilea.

Fu qui che incontrò per la prima volta un ragazzino di nove anni di nome Federer: quell’incontro avrebbe cambiato la storia del tennis. “Ci sentivamo regolarmente”, dice Smith. “Gli raccontavo di questi due fratelli che avevamo in Accademia, che poi erano Jaslyn e Lleyton Hewitt. Lui mi parlava di certi ragazzi talentuosi che aveva conosciuto ma ben presto si rese conto che ce n’era uno davvero eccezionale. In cuor suo sentiva che Roger sarebbe diventato non semplicemente il numero uno al mondo ma il miglior giocatore che fosse mai esistito. Non era da Peter parlare in quel modo ma questa era la sua convinzione”.  

Queste conversazioni andarono avanti per anni prima che i due ragazzi si incontrassero. Poi Hewitt si recò in Svizzera per un torneo e i due si affrontarono. Federer ricorda ancora vividamente come si ritrovò a dover salvare un match-point, beneficiò di un’infelice chiamata del giudice di linea e alla fine ottenne una vittoria alquanto fortuita. “Poi ovviamente ci siamo affrontati molte altre volte nel corso della carriera”, dice Federer. “Ma chi l’avrebbe detto che entrambi avremmo vinto Wimbledon e saremmo diventati numeri uno al mondo? Penso che se oggi devo ringraziare qualcuno per la mia tecnica di gioco, questi è sicuramente Peter”.

Smith dice che lo stile di gioco di Peter e quello di Roger, entrambi molto eleganti, si possono legittimamente paragonare. “Può essere che Peter non fosse altrettanto bravo e forte, può anche essere che non avesse altrettanto talento, ma se le cose avessero funzionato in modo ideale, Peter in fondo avrebbe potuto realizzare qualunque obiettivo”, dice Smith. “Molte persone qui, che sanno come stanno le cose, che hanno visto Peter crescere, ritengono che sia da lui che Roger abbia tratto ispirazione per il suo splendido modo di giocare. Peter ebbe un certo seguito tra i giocatori professionisti: alcuni adoravano il suo modo di giocare. Alla fine uno insegna quello che conosce. Io, per esempio, ho un background artistico-creativo, ma ci sono molti allenatori che invece cercano di eliminare le variazioni. Peter sapeva che Roger aveva del talento: non avrebbe mai cercato di farlo conformare a degli stereotipi di gioco di livello inferiore”.

Quando Carter iniziò a portare Federer in Australia in giro per i tornei, Smith fu affascinato alla possibilità di poter vedere finalmente da vicino questo promettente ragazzo. “Aveva un talento smisurato ma aveva dei momenti in cui non sembrava del tutto concentrato”, dice Smith. “Mi sedevo accanto a Carter in molti degli incontri di Roger. A nostra insaputa, lui diceva a Roger: “Devi cercare di essere più competitivo, come Lleyton!” Roger stava gradualmente superando questo problema ma fu Lleyton che nel 2001 vinse per primo un torneo del Grande Slam”.  

Nel 2002 Peter Lundgren era diventato l’allenatore principale di Federer ma Roger si era battuto personalmente perché Carter diventasse il capitano della nazionale svizzera di Coppa Davis. Poco dopo che gli venne affidato questo incarico, Carter partì in luna di miele per il Kruger National Park in Sudafrica. Sua moglie Sylvia si stava riprendendo dal morbo di Hodgkin, a causa del quale il viaggio era stato posticipato.  

I terribili dettagli di quello che accadde furono riportati sul quotidiano The Australian. Carter si trovava su un veicolo che, per evitare uno scontro frontale con un minivan, andò fuori strada, sbalzò dal parapetto di un ponte e finì sul letto di un fiume. Peter morì sul colpo. Federer, che aveva solo 20 anni, stava giocando a Toronto quando apprese la notizia. Si dice che lasciò immediatamente l’hotel e si mise a correre per le strade in lacrime. Quella tragedia ebbe un impatto profondo su di lui. 

“Credo che in qualche modo la sua scomparsa sia stata uno stimolo per me”, dice Federer. “Da allora iniziai ad allenarmi davvero duramente”. È interessante notare che una serie di ricerche, che sono in continua crescita ed evoluzione, mettono in relazione molti atleti che hanno conseguito risultati eccezionali con qualche forma di trauma da loro subito durante gli anni formativi.

David Law, ex responsabile delle comunicazioni ATP, vide in prima persona il cambiamento che subì Federer. “Un tempo Roger si arrabbiava fin troppo in campo”, dice. “Non riusciva a gestire le piccole imperfezioni. In vita Peter fu determinante per la formazione e maturazione di Roger; alla sua morte lo fu altrettanto, in quanto Roger fu costretto ad affrontare una realtà che non aveva mai affrontato prima.

“Roger era devastato. Non credo che prima di allora avesse mai dovuto pensare seriamente alla morte. Quell’avvenimento invece lo costrinse a fermarsi e a riflettere. Si trattava di qualcuno che lui conosceva bene, che vedeva ogni giorno, con cui aveva viaggiato dappertutto. Peter era una gran brava persona”. Poco meno di un anno dopo la morte di Carter, Federer avrebbe celebrato in lacrime sul Centre Court il suo primo titolo a Wimbledon. Nessuno all’epoca sapeva a cosa fossero dovute quelle lacrime, dice Smith. “Ma subito dopo quella vittoria, Roger mi inviò una bella email, un’email a cui ho pensato un milione di volte: ‘Tutte le volte che eseguo un bel colpo o che vinco un match importante penso a Peter… Sono sicuro che mi starà guardando da lassù e che sarebbe orgoglioso di me’. Le sue parole continuano a risuonare dentro di me: ‘Sono sicuro che sarebbe orgoglioso’. Penso che sia esattamente quello che Peter abbia sempre voluto”. 

Da allora Federer, nell’arco di oltre due decenni, ha riscritto ogni record di tennis prima di annunciare il suo ritiro all’età di 41 anni. Forse però l’aspetto più toccante è il rapporto che ha mantenuto con i genitori di Carter. Ogni anno, all’Australian Open, Roger organizza per loro il viaggio, l’alloggio e il posto nel box dei giocatori insieme a tutto il resto del suo team. “Sento i genitori di Peter tre volte alla settimana e posso dire che loro semplicemente adorano Roger”, dice Smith.

“L’unico enorme rimpianto che ho – e penso che Roger la pensi allo stesso modo – è che Carter non sia riuscito a vedere i frutti del suo duro lavoro. Roger ama il tennis – credo – più di chiunque altro io abbia mai visto. Federer trascende il gioco del tennis. È l’atleta più popolare del pianeta”.  

E Carter cosa avrebbe pensato nel vedere Federer esprimere tutto il suo potenziale e vincere 20 titoli del Grande Slam? È proprio questa la domanda che all’inizio di quest’anno ha emozionato Federer fino alle lacrime. La sua risposta conclusiva non ha che confermato l’intramontabile influenza del suo mentore: “Non voleva che fossi un talento sprecato… Spero che sarebbe orgoglioso”.

Traduzione di Ilchia Di Gorga

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Flash

Stakhovsky attacca Troicki e Tipsarevic: “Antepongono i soldi al dramma della guerra”. E le loro risposte fanno discutere

L’ex tennista ucraino pubblica il contenuto di conversazioni Whatsapp con i due ex tennisti serbi, in questi giorni a San Pietroburgo per un’esibizione

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Le ripercussioni del conflitto Russia-Ucraina portano strascichi anche nei rapporti interpersonali tra tennisti. Stavolta non sono missili, ma messaggi infuocati e parole che feriscono come fossero armi. Al centro della diatriba a distanza, c’è l’ex tennista ucraino Sergiy Stakhovsky, colui che, all’indomani dell’invasione dei russi in territorio ucraino, decise di impugnare le armi per difendere la propria patria. Sergiy ha deciso di pubblicare su Twitter le conversazioni Whatsapp intercorse tra lui e due ex tennisti serbi, Viktor Troicki e Janko Tipsarevic. Questi ultimi hanno accettato l’invito a partecipare a San Pietroburgo al “Northern Palmyra Trophies”, un’esibizione in corso di svolgimento. Di qui l’attacco di Stakhovsky che ha accusato i due tennisti di anteporre l’aspetto monetario a quello etico della vicenda, ritendo fuori luogo la loro partecipazione in terra russa a un torneo di esibizione.

Il “campo di battaglia” si è trasferito su Twitter, con l’ex tennista ucraino che ha deciso di rendere  pubblici gli screen di conversazioni Whatsapp avuti proprio con Troicki e Tipsarevic. Dagli screen si deduce anche la forte risposta dei due ex tennisti serbi. Troicki ha accusato Stakhovsky di confondere sport e politica: “Questo non ha niente a che fare con la guerra, ma visto che ne parli, il mio Paese ha attraversato tutta questa m**da e non è mai stato sostenuto”.

Dello stesso tono anche la risposta di Tipsarevic il quale ha ribattuto alle accuse di Tipsarevic domandandogli: “Tu o la tua famiglia avete mai protestato o boicottato eventi quando le forze NATO bombardavano la mia nazione, la mia famiglia, il mio popolo una ventina di anni fa?”.

 

Gli screen pubblicati sono stati preceduti da un messaggio che non ha reso felici diversi cittadini serbi che gli hanno risposto in maniera piccata. Stakhovsky ha effettuato una generalizzazione parlando de “L’opinione dei serbi”, anche se il tennista serbo n. 1, Nole Djokovic, aveva interloquito con lui all’indomani dello scoppio della guerra preoccupandosi per Stakhovsky e offrendo il suo aiuto. Proprio l’ucraino aveva diffuso sui social il contenuto della conversazione.

L’esibizione, organizzata da Formula Tennis Hockey LLC, società che si è occupata dell’ATP 250 e del WTA 500 di San Pietroburgo, vede la partecipazione di tanti giocatori di casa come Aslan Karatsev, dell’ex Top 5 Nikolay Davydenko, campione russo nato in Ucraina, Evgeny Donskoy, Anastasia Potapova, Anastasia Myskina e Svetlana Kuznetsova.

Presenti anche la kazaka Yulia Putintseva, russa di nascita, lo spagnolo Pedro Martinez, i serbi Troicki, Tipsarevic e Laslo Djere, gli ungheresi Marton Fucsovics e Anna Bondar.

Il torneo coinvolge sei squadre divise in due gironi da tre e composte per sorteggio con un giocatore nel ranking ATP, una giocatrice nel ranking WTA, un capitano giocatore. Ogni incontro prevede un singolare maschile e uno femminile e un doppio misto con il punto secco sul 40-40. Tutti i match sono al meglio dei tre set con match tie-break a dieci punti al posto del parziale decisivo.

La Russia deve accontentarsi di questi eventi dal momento che a partire dall’invasione dell’Ucraina ATP e WTA hanno tolto la possibilità di ospitare tornei ufficiali.

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