Il futuro del tennis è senza i giudici di linea?

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Il futuro del tennis è senza i giudici di linea?

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Le PowerShares Series sono un circuito che attraversa dodici città degli Stati Uniti e in cui giocano, tra gli altri, Sampras, Agassi, Roddick e McEnroe. E ha una particolarità che potrebbe essere adottata in futuro: non ci sono i giudici di linea

Wimbledon, primi anni ‘80. Ilie Nastase sta giocando un match delicato nel torneo che non è mai riuscito a vincere. Il romeno serve una prima apparentemente buona ma un beep interrompe il silenzio segnalando che la palla è fuori. Il beep proviene da Cyclops, la grande novità tecnologica introdotta proprio a Wimbledon nel 1979. Nastase, incredulo perché è convinto che la palla fosse buona, si getta a terra e urla all’imperturbabile scatoletta di metallo: “Sei stata costruita in Russia?!”.

Cyclops fu il primo sistema tecnologico che si sostituiva parzialmente agli arbitri e ai giudici di linea. In un gioco nel quale le velocità di punta dei servizi raggiungevano cifre non molto distanti da quelle di oggi, l’aiuto della tecnologia servì a smorzare qualche polemica proveniente dai tennisti più inclini alle proteste. John McEnroe, naturalmente, trovò modo di litigare anche con Cyclops e al Masters 1989 disse all’arbitro: “Non voglio sembrare paranoico ma quella macchinetta sa chi sono”. Il sistema di Cyclops era basato su dei raggi laser infrarossi e veniva utilizzato esclusivamente per le linee di servizio. È stato utilizzato fino a pochi anni fa, quando è stato sostituito da Hawk-Eye. Wimbledon fu il primo torneo ad adottarlo e negli anni seguenti vi si adeguarono anche gli altri tornei di grande prestigio. Cyclops si è affermato piuttosto velocemente nel circuito. Tuttavia, alcuni tennisti non presero mai in simpatia Cyclops, anche se l’espressione può sembrare strana per un dispositivo elettronico. Becker, per esempio, preferiva i giudici di linea in carne ed ossa perché “non posso urlare verso Cyclops”. L’occhio del ciclope ebbe una vita piuttosto lunga nel circuito professionistico perché solo nel 2007, l’anno in cui Hawk-Eye entrò a far parte stabilmente della vita dei tennisti, sparì definitivamente dai campi di tennis.

 

Hawk-Eye – o Occhio di Falco per i meno esterofili – è invece un sistema di telecamere ad alta velocità che traccia la traiettoria della palla lungo tutto il corso del punto. Non si tratta di un sistema affidabile al cento per cento, naturalmente, ma è stata forse l’innovazione che più ha rivoluzionato il tennis moderno dopo l’introduzione del tie-break. Nonostante alcuni avversari autorevoli come Roger Federer, Hawk-Eye è oggi utilizzato in tutti i tornei più importanti, eccezion fatta per quelli su terra, dove viene ancora considerato più affidabile il segno lasciato dalla palla. Indian Wells è l’unico torneo che dispone di questa tecnologia su tutti i campi ma ormai l’utilizzo dell’occhio elettronico è diventato pratica comune dappertutto. Tuttavia, Occhio di Falco non è una sistema esente da problemi. Dato che il numero di chiamate è limitato – i giocatori possono sbagliare fino a tre chiamate per set, più un “additional challenge” se si va al tie-break – si possono creare situazioni spiacevoli come quella capitata a Thanasi Kokkinakis al terzo turno di Indian Wells contro Juán Monaco. Kokkinakis, che aveva finito i challenge, stava rispondendo sul 5-4 del terzo set a suo favore. Sul match point Monaco colpisce una palla che finisce fuori di almeno un centimetro ma l’arbitro di sedia, Mohamed Lahyani, non chiama fuori la palla e alla fine il punto lo vince Monaco. Che il match l’abbia vinto Kokkinakis non cambia molto la sostanza della faccenda: l’australiano – che pure era stato ingenuo a terminare i challenge – ha subìto un’evidente ingiustizia che gli stava per costare il match. Questa ingiustizia è dovuta al fatto che il sistema è ancora spurio perché sia Hawk-Eye sia i giudici intervengono e possono modificare l’andamento dell’incontro. Inoltre la discrezionalità dell’arbitro in situazioni particolari – far rigiocare il punto o meno, far vincere un punto o meno – può costituire uno svantaggio per un giocatore o per il suo avversario.

Secondo alcuni, come Stan Wawrinka, l’avvento di Hawk-Eye ha fatto fare un grosso passo in avanti allo sport ma il rovescio della medaglia è che ora gli arbitri si prendono molti meno rischi. Non sarà il caso di Lahyani, che utilizza spesso l’overrule e non ha timore di assumersi le proprie responsabilità, ma l’impressione è che molti giudici di sedia tendano a ripararsi sotto l’ombrello di Occhio di Falco e aspettare che siano i giocatori a chiamare in causa il giudice elettronico: “Ha aiutato molto i giocatori ad accertarsi che una palla fosse dentro o fuori ma non aiuta gli arbitri. Non prendono controllo del match, lasciandolo ai giocatori e ad Hawk-Eye”, sostiene Wawrinka. Il problema è che i giudici di sedia tendono a prendersi meno responsabilità quando il match si fa caldo. Nel 2007, quando Occhio di Falco esordì a Melbourne, si registrarono molti meno overrule dell’arbitro di sedia. Per contro, quasi il 50% dei challenge chiamati dai giocatori finirono per dar torto alla prima chiamata.
L’anno scorso, a Cincinnati, un episodio occorso durante il terzo turno tra Roger Federer e Gaël Monfils fece infuriare lo svizzero. Sul 3-3 0-30 del secondo set, un lob di Monfils molto vicino alla riga viene chiamato fuori. Monfils chiede spiegazioni a Carlos Bernardes, il giudice di sedia, il quale fa segno al francese che la palla è uscita. Monfils si fida e perde il punto, ma poco dopo il replay dimostrerà che il giudice di linea – e Bernardes – si erano sbagliati di grosso. Nel terzo set, Federer colpisce un dritto molto vicino alla riga, la palla viene chiamata fuori e stavolta Bernardes non fa nessun segnale a Federer, evitando accuratamente di dare indicazioni alla svizzero: “L’arbitro deve essere sicuro al cento per cento che la palla era fuori. Se non ne è sicuro deve dirti, piuttosto, che era molto vicina e che dovresti chiamare il Falco. Ero così arrabbiato perché sapevo che aveva sbagliato con Gaël. Quando ho colpito quel dritto lungolinea, continuava a guardare dall’altra parte per non dirmi che non era sicuro che fosse finita fuori”. La domanda che sorge è: che cosa accadrebbe se ci fosse solo il giudice elettronico in campo?

Nelle PowerShares Series, un circuito di vecchie glorie che attraversa dodici città degli Stati Uniti e in cui giocano Andre Agassi, Pete Sampras, Andy Roddick, John McEnroe, Jim Courier, Michael Chang, James Blake e Mark Philippoussis si sta sperimentando se questa eventualità possa diventare un giorno realtà. C’è infatti il giudice di sedia ma non ci sono i giudici di linea: sono i giocatori stessi a chiamare la palla. L’ultima volta che John McEnroe ha giocato un match dovendo chiamare la palla, era ancora un junior. Ma, al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, il giovane McEnroe era corretto, pure troppo: “Mi sarei vergognato a morte se qualcuno mi avesse accusato di barare. Giocavo spesso palle che erano uscite di parecchio perché non volevo che il mio avversario mi chiamasse imbroglione”. Nelle PowerShares Series, tuttavia, nessuno potrà chiamare McEnroe un imbroglione perché i tennisti possono chiamare Occhio di Falco – le cui telecamere sono nascoste dietro a dei cartonati a forma di geco – un numero illimitato di volte. Secondo McEnroe, far chiamare la palla ai giocatori aggiungerebbe più pathos al match e più rivalità tra i due avversari nel caso di chiamate dubbie: “Credo darebbe un senso di testa a testa molto più intenso”. Andre Agassi ha detto che l’idea è interessante ma strana: “Vi posso assicurare che quando ci sono i giudici di linea, hai la sensazione di vedere sempre la palla. Quando però non ci sono, quella stessa palla non è più così ovvia com’era prima”.

Ma se probabilmente non si può immaginare, come ha fatto McEnroe, un tennis in cui ai giocatori viene chiesto di chiamare la palla, si può certamente immaginare un tennis in cui Hawk-Eye rimpiazza totalmente i giudici, anche perché questa non è la prima volta in cui se ne discute. L’ipotesi non è campata per aria tant’è che un ufficiale dell’USTA, la Federtennis statunitense, giovedì scorso è andato a Chicago per verificare l’esperimento delle PowerShares Series. Se Mark Philippousis si è detto convinto che si tratti solo “di una questione di tempo” prima che Occhio di Falco rimpiazzi del tutto i giudici di linea, Andy Roddick è un po’ più cauto.Per me questo esperimento non è stata una grande novità perché Occhio di Falco c’era già quando giocavo. La differenza sta nel fatto che ho dovuto chiamare io la palla, ma questo già lo facevo in allenamento”. Il giudice elettronico unico, secondo Roddick, non è però una buona idea: “Se ci fossero challenge illimitati, i giocatori li chiamerebbero tanto per fare. Kokkinakis a Indian Wells non aveva più challenge perché aveva sbagliato a chiamare gli altri. Se l’è cercata, diciamo”.

Sempre più tecnologia in campo non significa necessariamente un tennis più giusto, anche perché il sistema con cui viene utilizzato Hawk-Eye, pur essendo un sistema molto vicino alla perfezione, riesce comunque a suscitare polemiche. Ed è certo che un sistema che si affidi al cento per cento a Occhio di Falco non sarà esente da situazioni difficili da gestire nelle quali sarà necessario l’intervento di un giudice in carne ed ossa. Pur essendo uno sport piuttosto semplice da arbitrare, è ben difficile immaginare un tennis che si liberi totalmente del fattore umano. Da Ciclope ad Occhio di Falco, è evidente che la tecnologia ha fatto fare grossi passi in avanti a questo sport. Il tennis è probabilmente lo sport che più degli altri è stato ben felice di adeguarsi alle nuove tecnologie per migliorarsi. Hawk-Eye, in pochi anni, è diventato uno strumento imprescindibile. Non è ancora disponibile in tutti i campi – creando una disparità tra chi gioca più spesso sui campi coperti da Occhio di Falco e chi non ci gioca quasi mai – ma è indubbio che abbia dato un contributo fondamentale allo sviluppo e alla popolarità del tennis, facendolo diventare un modello per gli sport meno inclini alle innovazioni. Ora come ora, i tempi di risposta di Occhio di Falco sono troppo lenti per poter rimpiazzare i giudici di linea. Ma qualora questi tempi si velocizzassero, la questione verrà riproposta e dovremo decidere: vorremo un giudice al limite della perfezione che non farà più arrabbiare (quasi) nessuno o preferiremo mantenere la discrezionalità di un giudice in carne ed ossa?

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Area test

La prova della Lotto Raptor Hyperpulse 100

Recensione e test in campo della scarpa Lotto Raptor Hyperpulse 100: stabilità e leggerezza con l’innovativa suola Vibram®

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Da oltre 45 anni Lotto Sport risponde alle esigenze di atleti professionisti e amatori per offrire loro il meglio in termini di stile e funzionalità. Per questo la collezione Performance autunno inverno 2021 vede il ritorno di Raptor nella sua naturale evoluzione: la Raptor Hyperpulse 100. La nuova scarpa da uomo rispetta il passato per proiettarsi verso il futuro. Alle caratteristiche che l’hanno resa celebre – supporto e stabilità – si aggiungono leggerezza e confort fin dalla prima calzata.
Tante le innovazioni, a partire dalla tomaia in mesh ultra sottile in poliestere a doppio strato, che garantisce leggerezza e traspirabilità, alla trama in Kurim degli inserti posizionati nella parte alta della scarpa. Questi inserti rinforzano l’area dell’avampiede e, grazie al taglio aereodinamico consentono di fendere l’aria con meno attrito. Lo stesso materiale avvolge la punta della scarpa, l’area soggetta a maggior sfregamento con il terreno. L’altezza del tacco si assesta a circa 2,8 centimetri, è massiva ma, come vedremo in seguito, assicura un’ammortizzazione eccellente garantita dal sistema Hyperpulse. Questa innovativa tecnologia, realizzata in una combinazione di ETPU ed EVA, presenta uno speciale design lamellare che assorbe l’impatto e restituisce energia. A questo sistema di ammortizzazione, si aggiunge la soletta estraibile spessa 8 millimetri, circa il doppio delle solette delle scarpe concorrenti, e realizzata in materiale Ortholite per un ulteriore confort. L’intersuola garantisce maggiore leggerezza e, grazie alla sua struttura specifica, stabilità media e laterale. La tecnologia BFC, realizzata in materiale TPU e posizionata nell’area centrale del piede, determina un controllo perfetto in torsione e maggiore stabilità. Infine, va menzionata la suola della scarpa studiata da Vibram® in collaborazione con Lotto Sport, e realizzata in una speciale mescola, differenziata per superfici in terra e cemento, la quale assicura trazione e resistenza elevate.

TEST IN CAMPO

La scarpa non si calza con estrema facilità, ma, una volta indossata ed effettuato i primi movimenti in campo, sentirete subito una sensazione di naturale protezione. L’allacciatura è molto robusta e trattiene saldamente la linguetta. Si percepisce subito la stabilità, soprattutto nei movimenti laterali,
molto esplosivi. La scarpa pesa circa 360 grammi (in taglia 42) e quindi risulta abbastanza leggera; si sente quando si flette l’avampiede per la ricerca della massima velocità in avanti. Il pregio più grande della scarpa è però l’ammortizzazione, l’azione della soletta che, grazie al sistema Hyperpulse, assicura un buon assorbimento dell’impatto e ottimo confort quando il piede tocca terra, soprattutto sul cemento ma anche sulla terra battuta. L’abbiamo testata su entrambe le superfici e, nonostante la scarpa avesse la suola per cemento, il grip è risultato ottimo anche sulla terra battuta. Riservandoci di verificare col passare del tempo l’efficacia del lavoro sviluppato da Vibram® in termini di durabilità e resistenza, ci limitiamo a dire che la suola è molto robusta e che il grip sul terreno è eccellente. Dopo diverse ore di gioco emerge che la Raptor Hyperpulse 100 si può adattare benissimo a diversi tipi di giocatori: il peso contenuto piacerà ai tennisti che cercano velocità e reattività, mentre la robustezza della costruzione incontrerà le esigenze di coloro che necessitano stabilità e controllo.

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CONCLUSIONI

La Raptor Hyperpulse 100 è un modello che potrà soddisfare un’ampia gamma di giocatori, un ottimo compromesso per chi cerca in una scarpa velocità, reattività ma anche robustezza. Le competitor di questo prodotto sono tutte di fascia alta: Solecourt Boost di Adidas, Vapor di Nike e Eclipsion di Yonex. La Raptor è una scarpa solida, all-round, un altro ottimo prodotto che dimostra l’eccellenza italiana nella progettazione delle calzature tecniche e sportive.

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Coppa Davis

In difesa del tennis, sempre e comunque. Anche questa bistrattata Coppa Davis è tennis. E tennis vero

I giocatori si battono, si impegnano alla morte. A Torino, Innsbruck, Madrid. E non è solo questione di soldi. Vedi Kukushkin, Sinner, Djokovic. Tanti errori. Non avrei voluto cambiarla così. Ma è meglio che niente

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Novak Djokovic - Coppa Davis 2021 (photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Sono più innamorato del tennis che dei nomi che si danno agli eventi. Sono cresciuto con la racchetta in mano e i miei sogni da bambino erano di poter un giorno giocare a Wimbledon e in Coppa Davis, non necessariamente in quell’ordine. Non ce l’ho fatta e il rimpianto è stato di non poter giocare le qualificazioni di Wimbledon nel ’73, quando avrei potuto farle perché avevo fatto dei buonissimi risultati nell’attività di college negli Stati Uniti, battendo fra gli altri il n.1 del Messico Loyo Mayo ma non solo, e per l’appunto per via del boicottaggio di 82 dei primi 100 tennisti del mondo (il numero andrebbe verificato, cito a memoria) a seguito del “caso Pilic” tante volte descritto, l’accesso ai Championships era assai più abbordabile.

Ma mio padre stava molto male, tornai precipitosamente dagli Stati Uniti e dovetti rinunciare a giocarle, con grande dispiacere… perché oltretutto sull’erba giocavo meglio che su altre superfici. Nelle Fiji avevo anche vinto un torneo di doppio organizzato da John Newcombe – lui che mi premiava è uno dei miei più bei ricordi – e me l’ero cavata benino anche in singolare raggiungendo i quarti. Non era uno Slam eh. E nemmeno un 250…

Tutta questa lunga premessa, che ai miei più incalliti denigratori parrà solo sfoggio autocelebrativo, in realtà l’ho fatta perché Davis e Wimbledon, Wimbledon e Davis, sono miei due grandi amori e mai li tradirei come ha fatto David Haggerty, l’attuale presidente della federazione internazionale, e anche tutte le federazioni che lo hanno fatto, inclusa la nostra. Quasi tutte, anche la nostra, lo hanno fatto per i soldi che la vecchia Davis non garantiva e che questa, con l’investimento monstre di Piqué e soci, invece li garantisce a federazioni e giocatori. 3 miliardi di dollari… per 25 anni se ho ben capito. Ma fossero anche meno… hanno consentito di tenerla in vita quando stava morendo perché 130 federazioni su 160 non ce la facevano a mantenersi e a mantenerla.

 

Ciò detto, e pur dichiarandomi io nostalgicamente innamorato anche dei match tre set su cinque, che secondo me garantiscono quasi sempre che a vincere sia il più forte – mentre così non è sulla distanza dei due set su tre; capisco il gusto della sorpresa e del poter dire “C’ero anch’io quando…” – e pur capendo che tutti quelli che hanno giocato la vecchia Coppa Davis inorridiscano nel seguire la nuova versione subentrata all’ultima vinta dalla Croazia nel 2018 e vorrebbero cambiarle il nome (Tennis World Cup?) per evitare, come dice Nicola Pietrangeli, che il suo ideatore Dwight Davis, si rivolti nella tomba, trovo però che sia sbagliato anche disprezzare tutto quello che si sta vedendo in questi giorni.

Sempre tennis è. Ed è vero tennis. Magari più triste perché non c’è sempre l’atmosfera che c’era una volta se una delle due squadre in campo giocava in casa e c’era sulle tribune un entusiasmo travolgente – e sono quindi certamente ancora più preoccupato di quanto potrà accadere negli Emirati Arabi l’anno prossimo… in attesa di scoprire domenica mattina ulteriori dettagli su come si pensa di organizzare l’evento – ma a me che gli si cambi il nome o non glielo si cambi, interessa il giusto. Mi piace vedere tennis e se vedo che si gioca con lo spirito giusto, e non quello delle per me insopportabili esibizioni, a me sta bene così. Preferirei vedere giocare tutti i campioni, certo – è scontato! – però se tanti di quelli dalle loro orecchie non ci sentono – e non ci sentivano neppure prima, almeno negli ultimi anni – pazienza, ce ne faremo una ragione.

Non si può scandalizzarci per i soldi messi in palio da Piqué e soci, o dagli arabi, se poi anche i tennisti più famosi snobbano – perché più facile fare soldi in altro modo – questo evento che come tutte le cose nuove commette errori di vario tipo, prima programmando incontri che finiscono all’alba (vedi 2019 alla Caja Magica), poi facendoli cominciare tardi (a Torino come a Madrid) e finire ad orari sempre assurdi, infine pensando di giocare parte degli incontri indoor per poi finire con la rassegna finale outdoor a tutt’altre temperature e superfici con pochi giorni di intervallo e viaggi aerei di 6 o 7 ore a dir poco… Così pare che potrebbe accadere a Abu Dhabi e da Hewitt a Djokovic a Kukushkin avete già sentito le sdegnate reazioni.

Non so come andrà, se si rivelerà un flop, o un obbrobrio come dice Pietrangeli, che certo dopo aver giocato 164 match in un certo modo non può davvero rassegnarsi a 87 anni a veder chiamare Coppa Davis un evento che non gli assomiglia salvo per il fatto di essere una competizione a squadre. Del resto anche i mondiali di calcio in Qatar non mi convincono. Però non sono d’accordo con chi dice: “Allora meglio nulla”. Io in queste due settimane, fra Torino e Madrid, sto vedendo dell’ottimo tennis. Anche se l’ho visto giocare a pochi top-ten. Ma Sinner è stato grande o no? Djokovic non vale la pena vederlo? Medvedev e Rublev preferireste stessero in Costa Azzurra? Berrettini non ci sarebbe stato se avesse potuto? Avremmo avuto metà dei top-ten… E i doppi erano brutti se giocati da Mektic/Pavic, Cabal/Farah, Sock/Ram?

Mi pare che si esageri in snobismo. E in catastrofismo. Io non sto dicendo che questa sia la soluzione migliore, ma tutti quella che la criticano sembrano incapaci di presentare una soluzione alternativa. Quella che è vissuta fino al 2018 veniva definita in crisi per la stessa primaria ragione che si ripresenta oggi. In primis l’assenza dei top-players una volta che essi (vedi Federer e Wawrinka, Nadal, del Potro… i primi che mi vengono a mente ) l’avevano già vinta e non volevano più sacrificare un minimo di 8 settimane del loro calendario e dei loro soldi (e di quelli dei loro gruppi manageriali, attenzione!) per giocare 4 long-weekend l’anno in tutti gli angoli del mondo e con cambi assolutamente improgrammabili ad inizio anno di superfici, palle, clima, fusi orari, continenti. Spesso travolgendo una più corretta e ordinata programmazione. Che è ciò che, legittimamente, sta più a cuore ai top-players che non possono mai deludere.

In questa criticatissima Coppa Davis – i cui promotori non avrebbero mai potuto pensare di investire tutti i soldi che stanno investendo e che chiedono ai loro sponsor giapponesi (Rakuten), arabi (sceicchi uniti…) italiani (Unicredit) e internazionali se gli avessero cambiato il nome, se l’avessero chiamata Coppa Rakuten invece che Coppa Davis – si è avvertito comunque fra i giocatori, con i loro capitani lo spirito di squadra. Gli abbracci, il sostegno reciproco, non è stato una recita collettiva. Era, è, roba vera. Perfino quel cafone di Opelka, che ha giocato come un cane, era incavolato nero per aver perso a quel modo. Mica recitava.

Le difficoltà organizzative ci sono state dappertutto e sarebbe ingiusto non tenerne conto. Nella vendita dei biglietti, nella ristorazione quasi ovunque inesistente, nella programmazione, negli aspetti logistici, in altri aspetti che ora non cito, ma quel che è successo a Innsbruck all’ultimo momento – la decisione di far giocare a porte chiuse – poteva accadere ovunque in questa disgraziatissima epoca Covid. Non si può non tenerne conto, avere le stesse pretese che si avevano per quegli eventi ante-Covid. Tante partite sono state avvincenti, non solo quelle degli italiani che abbiamo seguito più da vicino, come la rimonta di Jannik Sinner con Marin Cilic che ha servito per il match sul 5-4 nel secondo set. Si sono rivelati ottimi professionisti giocatori semisconosciuti ai più, i vari Gojo, Gomez junior, Mejia, Machac, Piros, Rodionov, che non avrebbero avuto altrimenti una chance di diventare eroi per caso, ma che è bello che lo siano diventati.

Mi diceva Giovanni di Natale che ha un ruolo importante nell’organizzazione media della FIT ed è un ex collaboratore di Ubitennis come tanti altri (Spalluto e Mastroluca fra gli altri, per breve tempo anche Angelo Mancuso, da anni capufficio stampa FIT…, chi più riconoscente, chi meno) che Supertennis ha avuto grandi ascolti durante la Davis, grazie al fatto di essere depositaria unica dei diritti tv. “Quasi da tv importante…”. E io a Torino, ma anche qui in Spagna – sebbene la Spagna sia stata eliminata come l’Italia – dove certo la gente avrà acquistato biglietti prima del k.o., ho visto tantissimi aficionados sulle tribune. E probabilmente tanta anche davanti alle tv di tutti quei Paesi che hanno acquistato i diritti. Tanti bambini entusiasti erano a Torino a gridare Jannik, Jannik! Bellissimo. Sono appassionati che ci resteranno in eredità, per sempre.

Vorremmo privarci di tutto questo? Io sinceramente non vedo perché. È sempre promozione per il tennis, anche se Sonego purtroppo si fa prendere dall’emozione e dalla pressione di dover vincere a tutti i costi e perde il doppio. Ma ci sta. Nello sport nulla deve essere scontato, sennò che gusto ci sarebbe? E mi immagino come se ne sarebbe parlato oggi se anche lui, quel bravissimo ragazzo di Lorenzo, avesse vinto, e ancor più se avessimo avuto qui un Berrettini in grado di farci lottare per la vittoria finale. Che magari arriverà a Abu Dhabi o altrove, chi può saperlo? Per il nostro sport sarà sempre uno spot positivo.

Una volta la Davis poteva essere vinta quasi da un solo giocatore, come accadde quando la vinse Bjorn Borg nel ’75 o più recentemente Andy Murray: due singolari vinti in partenza, un doppio raccattato in qualche modo e oplà, Davis conquistata. Oggi il doppio è diventato improvvisamente molto più importante, per il 33%. Siamo sicuri sia un male, un aspetto negativo? Non si sta rivitalizzando una specialità in agonia? Che fosse in agonia lo scriveva già trent’anni fa Rino Tommasi, quando i più forti tennisti smisero di giocarlo. Era post McEnroe. Ora potrebbe anche rinascere.

Si riuscisse a rigiocarla in casa (o in trasferta) almeno per un turno o due, magari creando degli aspettiti per le squadre che l’anno prima erano giunte in semifinale, potrebbe essere un progresso. Ma siamo ancora in fase sperimentale, e purtroppo ancora in fase Covid. Ci vuole pazienza. Come quella che io ho sempre avuto per i commenti che arrivano a Ubitennis. Molti dei miei collaboratori vorrebbero chiuderli. Li trovano inutili, frequentati sempre dagli stessi 500 lettori su 50.000 abituali e 100.000 o 150.000 più occasionali (nel senso che vengono a leggerci soltanto nelle grandi occasioni). Io trovo che invece si deve solo puntare a farli migliorare individuando un modo il più possibile oggettivo – difficilissimo! – per cassare quelli offensivi, iperpersonalizzati, inutili. Evidenziando invece quelli che contribuiscono a migliorare la qualità del sito, perché segnalano errori – mai prendersela con loro ma semmai ringraziare! Chi fa sbaglia ma non deve prendersela – perché danno suggerimenti utili, notizie, numeri, idee.

Ecco, in particolare per le discussioni relative a questa nuova Coppa Davis, sia i detrattori sia gli estimatori, hanno mantenuto un buon livello di discussione, salvo pochissime inevitabili eccezioni. Io vi invito a rileggere i commenti all’articolo di Vanni Gibertini “Coppa Davis, nuova formula, gironi in Europa, fase finale ad AbuDhabi. Sarebbe il colpo di grazia?”, perché molti – e voglio citare quelli di Alessio Francone, di Unforgiven 79, di Shapo, di Teus, di Cataflic (non li ricordo tutti e mi scuso con gli altri che meritavano citazione), di molte risposte dello stesso Vanni Gibertini – secondo me hanno tentato, riuscendoci, di dare contributi intelligenti alla discussione in atto. Dipende solo da voi lettori mantenere alto il livello dei commenti, evitando personalismi inutili. Per Ubitennis può essere un atout vincente. Sarebbe bello che anche nel corso dei nostri live, che a volte superano i 2.000 post, ci si limitasse a fare osservazioni utili per il maggior numero dei lettori. Ce la faremo?

Intanto dopo aver registrato l’ennesima maratona vincente di Kukushkin, annullando 4 matchpoint e trasformando il quinto nel corso di un infinito tiebreak e di un match di 3 ore e 18 minuti che ha avuto per vittima inconsolabile lo sfortunato (ma un tantino pavido) Kecmanovic, registro anche la vittoria in doppio di Djokovic con Cacic sullo stesso duo kazako Nedovyesov-Golubev (che parla italiano meglio di tanti, dopo la su alunga permanenza in Piemonte) che sei anni fa avevamo affrontato con l’Italia ad Astana. E devo dire “chapeau” a Djokovic perché quei tennisti che mettono in primo piano l’appartenenza al proprio Paese più che ai soldi, ai tornei più importanti, a me suscitano sempre grande ammirazione. Perché, come dicevo all’inizio anche per rispondere a tanti catastrofisti, per me la Coppa Davis e Wimbledon sono due passioni intramontabili. E chi li rispetta merita rispetto.

E se, di nuovo, questa coppa Davis non assomiglia a quella vecchia, pazienza. Finché non ce ne sarà una uguale o un’altra più simile, mi tengo questa senza “massacrarla”. Forse, in questo, a furia di star in mezzo ai ragazzi che collaborano al sito, che mi hanno insegnato a capire (se non sempre ad apprezzare…) i social, anche se fatico ad adeguarmi a Instagram, a Facebook, a Twitter, sono meno vecchio di coloro che vivono soltanto in mezzo ai loro vecchi coetanei. E che si danno ragione l’un l’altro senza confrontarsi con spiriti e anime diverse. Con questo non dico che gli uni o gli altri abbiano ragione di pensarla in un modo o nell’altro. Il mondo è bello perché è vario e non tutti i gusti sono alla vaniglia (ricordava sempre maestro Gianni Clerici). L’importante è che si giochi a tennis, si veda tennis, si legga di tennis, si parli di tennis.

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Coppa Davis

Coppa Davis, che rimonta di Sinner! Italia-Croazia 1-1, decide il doppio

Grande rimonta di Sinner che porta l’Italia sul 1-1. Cilic ha servito per il match nel secondo set. Sarà il doppio a decidere chi tra Italia e Croazia volerà a Madrid per giocare la semifinale della Coppa Davis 2021

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J. Sinner (ITA) – M. Cilic (CRO) 3-6 7-6(4) 6-3

da Torino il nostro inviato

L’Italia è ancora viva. Grande, grandissima vittoria di Jannik Sinner che ribalta un match che sembrava  già perso. Cilic era avanti 6-3 5-4 ed ha servito per il match e per portare la Croazia in semifinale, ma Jannik è riuscito a trascinare  il secondo set al tiebreak e a vincerlo, completando  l’opera nel terzo set.
E così l’Italia che era sul bordo del precipizio, può giocarsi l’accesso alle semifinali di Coppa Davis nel decisivo doppio.

 

La partita
L’inopinata sconfitta di Lorenzo Sonego contro Borna Gojo, pone Jannik Sinner di fronte ad un match senza ritorno.
Sulle spalle del nostro giovane campione ci sono tutta la responsabilità e la tensione di mantenere in vita le speranze di semifinale dell’Italia.
Marin Cilic non è più il giocatore che ha vinto uno slam e giocato altre due finali spingendosi fino al numero 3 del mondo, ma è pur sempre un grande giocatore che ha vinto questa coppa (o meglio la vera Davis…)  da protagonista nel 2018 e che in questa stagione ha portato a casa due trofei dopo 3 anni di astinenza, rientrando in top30.
Marin fa valere tutta la sua esperienza in avvio, mentre Jannik appare contratto e falloso.
Il break arriva già nel quarto gioco dopo una mirabile accelerazione di diritto di Cilic ed un brutto errore di rovescio dell’altoatesino (3-1).
Il croato spinge lontano dal campo il numero 10 del mondo ed è efficace al servizio (6 ace nel primo set), per l’entusiasmo della banda croata  che ci sogneremo tutta la notte.
Jannik prova a reagire ma l’unica piccola chance la ha quando Cilic va a servire sul 5-3  per chiudere il parziale e si ritrova 0-30 sotto la spinta dell’azzurro. Cilic si salva con il servizio e resiste al tentativo di rimonta di Sinner che annulla tre set point prima di capitolare con una brutta risposta di rovescio su una seconda del croato. Dopo 45 minuti la Croazia si ritrova ad un set dalla semifinale della Coppa Davis.

La musica (non solo della banda) non cambia in avvio di secondo set. Anzi, Cilic sfonda subito con il diritto e si assicura il break in apertura  che gli infonde tranquillità nonostante lo stadio provi a sostenere a gran voce il suo beniamino.

Ma Cilic è famoso anche per i suoi improvvisi black-out. E così sul 2-1 40-0 in un game apparentemente in controllo, Jannik indovina due grandi soluzioni, poi il croato ci mette tre errori di rovescio che riannettono Sinner alla partita (2-2) e con un parziale di 9 punti a 1 lo portano per la prima volta davanti (3-2).
Al cambio di campo il croato avanti 30-0  combina altri tre disastri a campo aperto e concede a Jannik la palla per un nuovo break, ma servizio&diritto alla vecchia maniera lo tirano fuori dai guai. Sul 3-3 è però Jannik a dover fronteggiare una palla break che potrebbe risultare fatale: con gran classe e tre prime vincenti va a condurre 4-3.
La situazione si ripete però sul 4-4 e stavolta il diritto di Jannik vola via mandando Cilic a servire per il match e per portare la Croazia a Madrid.
Finita? Non quando c’è Marin in campo che ancora non ha fatto pace con i demoni del tennis. Diritto steccato, doppio fallo, rovescio largo mandano Jannik a tripla palla break, subito capitalizzata dal nuovo errore del croato, stavolta su spinta dell’azzurro: 5-5.
Sinner si salva da 0-30 con grande coraggio e mette Cilic – che pochi minuti prima vedeva la vittoria ad un passo – nella scomoda sensazione di servire per salvare il set: stavolta i nervi non tradiscono il croato ed è il tiebreak a decidere.
Jannik lo gioca da campione consumato. In diritto largo di Cilic gli dà un mini break di vantaggio (4-2), che però restituisce con un errore di rovescio (4-4). Sinner però è sempre in spinta e costringe il croato al l’errore che lo manda al doppio set-point (6-4). Il passante di diritto in cross che pone fine al parziale è un capolavoro che fa impazzire Torino. Dopo due ore siamo ancora vivi!

All’inizio del terzo set l’inerzia sembra tutta per l’Italia tanto che Cilic si fa breckare subito a zero. Tuttavia il croato ha una reazione d’orgoglio , riprendendo subito il break e portandosi avanti 2-1.
Nel settimo game sul 3-3 arriva la svolta: Jannik ha sempre più i piedi dentro al campo e picchia a più non posso sulla diagonale sinistra costringendo Cilic alla resa : è il break decisivo e il Pala-Alpitour adesso è una bolgia. Sinner ora è un treno in piena corsa, inarrestabile e competa l’opera facendo esplodere di gioia la panchina azzurra e con essa l’intero palazzetto.
L’orchestrina croata non suona più, magari riprenderà a cantare per il doppio balcanico fortissimo.
Ma c’è un ragazzo giovane, biondo e italiano. Fortissimo. E che vuole l’ultima parola.

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