Intervista esclusiva a Claudio Panatta: “Djokovic, Grande Slam ora o mai più"

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Intervista esclusiva a Claudio Panatta: “Djokovic, Grande Slam ora o mai più”

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Intervista a tutto tondo a Claudio Panatta. Il momento del tennis italiano, i nuovi talenti, la Coppa Davis, le fasi salienti della sua carriera, il rapporto con il fratello Adriano. “Auguro al tennis italiano di avere al più presto 10 Adriano Panatta”

 

Sono già alcuni anni che presso il circolo All Round di Roma avete aperto un’accademia di tennis, l’idea di aprire quest’accademia qui a Roma da cosa nasce? A chi è rivolta e che obiettivi vi siete posti?
L’accademia è aperta da 10 anni, questo è l’undicesimo anno che siamo qui. L’idea è quella di insegnare il tennis, dai bambini del mini-tennis fino all’allenamento professionale. Abbiamo una scuola che è una top school, quindi una scuola che ha il massimo riconoscimento della federazione.

In Italia non è prevista la “formula” del college come lo è in America, un’accademia di tennis può sostituire la preparazione, sia a livello umano che tecnico, presente nei college americani o di altri paesi?
Beh è difficile farlo perché purtroppo il sistema scolastico italiano non è come gli altri, come in Spagna dove si può studiare addirittura nei club sportivi durante le fasi di allenamento di un’accademia. Quindi per noi rimane veramente complicato avere ragazzi che possano seguire lo stesso programma, possibile invece in altri posti. Sicuramente è molto più conveniente andare in un posto dove avviene tutto all’interno dello stesso centro, se ne ricava un vantaggio anche in termini di tempo.

Si è concluso da pochi giorni presso il vostro circolo “VI Torneo ITF Internazionale di Roma” riservato però alla categoria senior, com’è stato il bilancio? In futuro potreste ospitare un torneo internazionale giovanile?
Questo torneo è servito per capire se eravamo pronti per ospitare ed organizzare un torneo internazionale. Abbiamo visto che siamo in grado di farlo, le persone che hanno lavorato all’organizzazione sono tutte molto preparate e quindi oltre a continuare questa esperienza l’anno prossimo, riorganizzando il torneo senior, stiamo pensando di organizzare altri tornei, tra cui un torneo ATP o WTA da 15.000 dollari e un qualcosa a livello giovanile. Quest’ultimo dipende anche dalla disponibilità della Federazione e da quello che ci possono proporre di ospitare, mentre il torneo ATP lo organizzeremo a seconda delle date disponibili.

Parliamo del momento del tennis italiano. Il presidente Binaghi in occasione della presentazione degli Internazionali, ha difeso i risultati del tennis italiano sottolineando il successo in doppio agli Australian Open ed i successi nel singolare contro Nadal, Federer ed Azarenka. Però se guardiamo i numeri, prima di Montecarlo avevamo soltanto Fognini in top 30 ed anche nel femminile solamente 2 tenniste tra le prime 30, pensi che sia un momento passeggero o siamo tornati come qualche anno fa in una fase di regressione?
No, io vedo una situazione positiva. Mi sembra che i risultati siano sempre adeguati al livello. Il livello è ottimo ed i giocatori sono molto forti soprattutto in doppio, il che ci deve rendere orgogliosi. Abbiamo delle ragazze che ottengono dei buoni risultati, magari ora non in maniera così continua rispetto a prima ma questo è dovuto anche all’età. Dietro ci sono dei ragazzi e delle ragazze che incalzano e che se lasciati in pace e tranquilli, e mi riferisco soprattutto alla Giorgi, possono ottenere dei risultati di ottimo livello. Nel tennis è difficile fare una previsione, c’è sempre una percentuale molto bassa di riuscita per diventare molto forti, bisogna andarci molto cauti, però diciamo che di tutti i giovani che vedo adesso, sicuramente la Giorgi è quella che vedo meglio anche rispetto ai maschietti. E’ molto giovane, è molto forte, è una ragazza con un potenziale enorme; andrebbe lasciata un pochino tranquilla, anche se magari a qualcuno non è simpatico il papà, però questo non deve creare intorno a lei un clima di antipatia. Anzi i giocatori devono essere lasciati tranquilli di potersi esprimere e di praticare la loro attività.

Se guardiamo i numeri, il tennis a Roma, ma in Italia in generale, è uno degli sport più seguiti e praticati, dietro soltanto a sport come il calcio, il basket. Però il problema di avere un giocatore capace di competere stabilmente in top 10 o addirittura per un successo nei tornei del Grande Slam è rimasto: secondo te da cosa dipende, è una casualità?
E’ stato fatto uno studio da parte di alcuni tecnici ed è stato visto che dal 1968 al 2014 di tutti i giocatori maschi che hanno giocato nel circuito ATP, i giocatori che sono riusciti ad entrare nei primi 50 sono stati 20. Andando a fare una proiezione in percentuale su tutti quelli che hanno giocato nel circuito ATP, la percentuale di riuscita per entrare nei primi 50 del mondo è di 0.02. Questo deve far molto pensare, non è una questione di mancanza di giocatori. E’ estremamente difficile entrare nel limbo dei giocatori forti che sono i primi 50 del mondo. Ci sono anche altre nazioni che hanno percentuali così basse perché il tennis è tanto praticato quanto difficile affermarsi. E’ talmente tanto difficile diventar forti che non è solamente un caso italiano, ma è un caso mondiale. Quindi credo che forse il ragionamento vada fatto più sotto questo punto di vista.

Avendo un’accademia di tennis e quindi lavorando con i giovani tutto il giorno, pensi che l’organizzazione dello sport in Italia, con quest’ultimo molto spesso affidato all’iniziativa delle famiglie, anche da un punto di vista economico, possa essere un problema? Da parte dello stato italiano ci dovrebbe essere una maggiore attenzione per favorire le iniziative sportive anche nelle scuole?
Sicuramente la scuola italiana non favorisce l’attività fisica dei giovani. Se uno va a guardare i ragazzini che fanno attività nelle scuole, la cominciano a praticare dalla scuola secondaria. Forse sarebbe il caso che qualcuno di illuminato nel nostro governo pensasse che magari l’attività fisica andrebbe preparata nella scuola primaria e non costerebbe nulla, in quanto gli stessi preparatori fisici dovrebbero solo spostarsi dalle medie alle scuole elementari senza che questo comporti costi aggiuntivi, preparando così i giovani all’attività fisica. Noi abbiamo dei ragazzi che arrivano da noi ed iniziano a giocare che mancano di coordinazione per fare sport e questo è determinato dal fatto che le capacità cognitive dei bambini arrivano fino ai 10-11 anni. Quindi se noi pensiamo che da piccoli questi ragazzi non fanno alcun tipo di attività fisica è veramente complicato avere degli atleti che poi nel futuro possano diventare bravi, perché così si limita l’espressione fisica di ogni bambino. Questo determina una grande difficoltà per chi deve allenare. Le generazioni passate erano più preparate, anche perché non c’erano tutti questi dispositivi elettronici che distraggono dall’attività fisica. Oggi i ragazzi quando arrivano da noi sono veramente impreparati per fare sport e così noi dobbiamo ricominciare da capo perdendo anni preziosi.

Nel tennis giovanile al momento abbiamo una buona base di partenza, con i vari Quinzi, Fabbiano, Cecchinato che stanno pian piano facendo parlare di sé. Vedi qualcuno in grado nel futuro di raggiungere risultati importanti, anche nei tornei del Grande Slam?
Questo dipenderà da loro, dalla loro capacità di saper scegliere anche gli allenatori e di farsi consigliare in maniera ottimale l’attività da svolgere per realizzare quanti più punti per arrivare in alto, perché il problema del tennista è quello di arrivare in alto. Poi una volta fatto questo, riesci a controllare la situazione e a rimanerci. E’ estremamente difficile entrare in una stretta cerchia di giocatori, poi non è così complicato restarci. Se uno si sa organizzare, a meno di un grave infortunio, riesce a controllare la propria classifica. Speriamo che loro facciano delle scelte giuste sia a livello di allenatori che di tornei.

Mettiamo caso che nella vostra accademia ci sia un giovane che dimostri di avere qualità e prospettiva, per esempio un nuovo Adriano Panatta, che consigli gli daresti? Gli consiglieresti di rimanere in Italia o di affidarsi in futuro a qualche centro di allenamento all’estero?
Sono sempre dell’avviso che è il giocatore a dover compiere la scelta. L’allenatore quando si trova un atleta del livello di Adriano conta molto poco, il giocatore conta per l’85%. Il discorso è differente per i giocatori con meno talento che vanno costruiti sul campo. Sono sempre stato dell’avviso che è sempre il giocatore a prendere le decisioni e mai l’allenatore. Per quanto riguarda gli allenatori, credo che quelli di oggi, non abbiano il carisma per poter consigliare bene gli atleti, per il semplice fatto che, essendo pagati dagli atleti che sono anche i loro datori di lavoro, non li contraddicono nelle scelte per non mettere a rischio il proprio posto. Gli allenatori che per me contano molto sono quelli indipendenti dall’atleta, che non hanno una soggezione di carattere economico nei confronti dell’atleta, che quando danno un consiglio lo danno spassionato, senza alcun interesse personale. Quindi credo che oggi, se dovessi allenare un atleta come Adriano Panatta, sarei in una posizione ottimale perché non avrei nessun problema a dirgli che non va bene una cosa. Non come fanno in tanti, che non dicono nulla per paura della reazione del giocatore, per paura perdere il lavoro. Questo succede anche con alcuni atleti italiani di vertice.

Tornando indietro nel tempo, secondo te quanto è cambiato il tennis degli anni 70/80, con il tennis di oggi dal punto di vista tecnico?
Sotto il punto di vista tecnico è cambiato moltissimo. Oggi gli atleti esprimono un tennis estremamente tecnico, veloce, fisico, potente. Prima si giocava in un altro modo, soprattutto io che ho fatto parte della generazione di mio fratello e di quella nuova di Agassi, Edberg, McEnroe. Si giocava in una maniera diversa il punto, si giocava un po’ più piano. Oggi si tende solamente a giocare in maniera aggressiva, chi più spinge più è forte. Però devo dire che il tennis maschile è estremamente bello da vedere, molto spettacolare. A me piace tantissimo.

Ti piace quindi più questo tennis rispetto a quello che giocavi?
No, mi piace più quello di prima perché lo giocavo. Mi piaceva tantissimo giocare, anche perché c’era un ambiente diverso. Forse adesso non mi piace molto l’ambiente che c’è tra i giocatori, l’intesa, l’amicizia fra loro. Prima c’era un rapporto tra i giocatori eccezionale, dopo aver giocato si usciva e si andava a mangiare insieme, c’era un clima estremamente confortevole.

Nel tennis di oggi c’è un’attenzione quasi maniacale nella preparazione fisica e tecnica, i giocatori sono seguiti anche dai mental coach. Secondo te era più difficile affermarsi e reggere le pressioni nel tennis di quegli anni rispetto ad oggi? Magari prima l’atleta aveva meno persone attorno a sé e meno supporto.
No anche prima l’atleta aveva molte persone intorno a sé. Nell’ambiente del tennis c’è sempre stata molta confusione, specialmente nei grandi tornei. E’ chiaro che con l’evoluzione del tennis, si è evoluta anche la concezione di preparazione fisica. C’è un’estrema attenzione anche all’alimentazione e quindi i giocatori tendono, specialmente quelli più bravi, a potersi permettere un entourage di persone che lo seguono attivamente tutto l’anno, anche perché il tennis di oggi è diventato estremamente veloce e quindi la preparazione atletica deve essere di un livello incredibile.

Negli ultimi tempi si sta discutendo molto sulla durate dei match, con la possibilità di uniformare i match nel maschile a quelli del femminile con solamente 3 set, per evitare i cosiddetti match maratona. Molti giocatori attuali e del passato hanno detto la loro e si sono riscontrate opinioni discordanti, tu che ne pensi?
Mah, io introdurrei i match 3 set su 5 anche tra le donne, anche perché percepiscono gli stessi soldi degli uomini. Hanno fatto questa grande lotta per uniformarsi, ma mi sembra di capire che giochino sempre al meglio dei 3 set, mentre i maschi negli Slam giocano sempre al meglio dei 5 set. Battuta a parte, credo che proprio per il discorso della grande preparazione atletica che caratterizza i giocatori oggigiorno, ed anche perché i match in 5 set si giocano solo negli Slam e in Coppa Davis, non credo si ponga il problema. Io ricordo che negli anni ’70 anche i campionati italiani si giocavano 3 set su 5 e i giocatori non erano così atletici come oggi. Però nessuno si lamentava e tutti giocavano, quindi credo che le regole non vadano cambiate poi tanto, non almeno per esigenze tecniche, semmai per esigenze televisive.

Un altro argomento sempre vivo è quello della Coppa Davis. Avendo fatto parte della nazionale italiana, ti piace la formula attuale? Negli ultimi mesi i dirigenti dell’ITF hanno aperto ad importanti cambiamenti come i match con andata e ritorno e la finale in campo neutro, cosa pensi al riguardo?
Ma sai, l’ITF da quando è stata istituita la Coppa Davis penso abbia cambiato 2 o 3 regole. Tutte queste chiacchiere mi fanno un po’ sorridere, perché l’ITF è un’istituzione molto conservativa. Poi le  proposte da parte dei giocatori ci sono sempre state: abbassare la rete, allargare il campo, palline più grandi. Ma non mi sembra che queste proposte abbiano mai attecchito. Ci sono sempre mille proposte, ma mi sembra che l’ITF non sia intenzionata a cambiare le regole. Quindi credo che aldilà della formula e di qualsiasi regola, credo che per un giocatore giocare la Coppa Davis debba essere un onore.

Proprio riguardo a questo, che ne pensi di quei giocatori che rifiutano di giocare alcuni turni della Coppa Davis per dedicarsi alla propria carriera in singolare, per poi tornare a giocare nelle fasi conclusive, vedi quarti, semifinale o finale?
Rispetto sempre le decisioni degli altri. Ognuno ha delle motivazioni personali quando fa una scelta, soprattutto quando ha una carriera da tennista. Io personalmente non avrei mai rinunciato per nulla al mondo ad un incontro di Coppa Davis. Rispetto però chi ha altri obiettivi, forse per loro più importanti da raggiungere.

Facciamo un tuffo nel passato. Durante la tua carriera hai affrontato e battuto grandi campioni come: Johan Kriek, Kim Warwick, José Higueras, Barazzutti, Andrè Agassi ed anche Adriano Panatta: qual è stato l’incontro che ricordi con più soddisfazione e qual è stato l’avversario più difficile che hai affrontato?
Ormai sono passati 25 anni da quando ho smesso, ricordo solamente delle emozioni incredibili, tantissime soddisfazioni, alcune delusioni ovviamente, perché è giusto averle in una carriera. Mi ricordo tantissimi incontri, ma non ho un match preferito. Sinceramente sono stati tutti ricordi bellissimi. Non ho nessun tipo di recriminazione, sono estremamente contento di aver giocato a tennis. Vedendo da dove sono partito non me lo sarei mai aspettato, provenivo dal basso, quindi per me tutto quello che ho conquistato è stato un regalo incredibile. Anche se fossi stato più in basso in classifica per me sarebbe stato comunque un risultato quasi irrealizzabile, confermato anche dalle percentuali che ti dicevo prima. Sono uno dei 20 giocatori italiani più forti ad aver mai calcato il circuito ATP.

Vista la mia età ho vissuto dall’esterno il rapporto all’interno del circuito fra due sorelle: Venus e Serena Williams, com’era il rapporto tra Claudio ed Adriano all’interno del circuito? Vi confrontavate scambiando consigli oppure ognuno andava avanti per la propria strada?
Noi siamo stati insieme all’interno del circuito veramente poco, perché Adriano ha smesso nel 1983 ed io sono entrato nel circuito nel 1981-1982, quindi il periodo è stato veramente breve. Non c’è stato mai tempo, giocavamo dei tornei diversi e ci siamo visti poco, ci siamo confrontati poco. E’ chiaro che con mio fratello mi ci sono confrontato sempre al di fuori, perché c’era il modo di parlare ed ho ricevuto sempre dei consigli molto utili perché Adriano tecnicamente è il numero 1. Non c’è nessuno che capisce di tennis in Italia quanto ne capisce lui. Ce l’ho avuto come capitano di Coppa Davis per tutta la mia carriera, so bene quanto fosse capace di aiutare un giocatore e tutti i giocatori che hanno avuto lui come capitano mi dicono la stessa cosa, quindi è stato oltre ad un bravo giocatore, anche un ottimo tecnico.

In Italia si fanno sempre paragoni, soprattutto quando ci sono due fratelli che fanno lo stesso sport, se hai mai letto qualcosa, ti hanno mai dato fastidio questi riferimenti, soprattutto dopo che Adriano ha smesso?
No, ero molto contento e molto orgoglioso che mio fratello fosse più forte di me. Non mi sono mai sentito in competizione con lui, un tennista è in competizione con se stesso. Ognuno fa la propria carriera e cerca di fare del proprio meglio. E’ chiaro che io avevo un fratello molto bravo, ma questo mi faceva solo piacere perché era mio fratello. Molte volte questa cosa forse è stata travisata dalle persone e da chi magari ci doveva giudicare, facendo dei paragoni inutili. Ogni giocatore è diverso, anche se è un fratello è un giocatore diverso, quindi sinceramente non ho patito molto questa cosa.

Pensi che oggi, nel giro di qualche anno, possa venire fuori un giocatore come Adriano Panatta?
Non lo so, spero che ne vengano fuori altri 10 come lui, perché quello che è riuscito a fare Adriano a livello di coinvolgimento della gente, del popolo, è stata una cosa che nel tennis poi non è riuscita più a nessuno, nonostante ci abbiano provato in tanti. Quando entrava in campo, nel bene o nel male, riusciva sempre a coinvolgere la gente. Se a quei tempi c’è stato un movimento tennistico in Italia, e se ancora oggi dopo tutti questi anni si parla ancora di Panatta nel tennis, lo si deve a lui che ha lasciato un’impronta importante. E’ uno di quegli atleti alla Tomba, che hanno fatto la storia e di cui ci si ricorda anche dopo tanti anni.

Ti chiedo un pronostico. Secondo te Djokovic quest’anno riuscirà a vincere il Roland Garros, soprattutto vista la condizione non ottimale di Nadal?
Se non lo vince quest’anno, forse lo vince il prossimo. Djokovic ha davanti a sé diversi anni per poter vincere il Roland Garros. E’ un giocatore estremamente completo, oggi mentalmente è sicuramente il più forte e sono sicuro che lo vincerà il Roland Garros, se non quest’anno il prossimo, perché lo vuole vincere e quando decide di vincere una cosa la vince.

Al momento è in un periodo di forma eccezionale. Se non lui, nel tennis moderno ci sarà qualcuno in grado di completare il Grande Slam? Dato che l’ultimo a riuscirci è stato Rod Laver.
Secondo me se lo completa, lo completa quest’anno il Grande Slam, innanzitutto perché punta a completarlo e cosa secondaria perché Nadal quest’anno lo vedo leggermente meno competitivo. Non so se farà in tempo ad essere in forma per Parigi. L’unico rischio lo corre a Wimbledon. Lì rischia di più, perché è un torneo lungo in cui puoi incontrare una giornata sfortunata o un giocatore che indovina la giornata pazzesca. Però se fa il Grande Slam, lo fa quest’anno.

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Fish, il capitano USA: “Siamo tutti responsabili per la nuova Davis”

Intervista al selezionatore della squadra di Coppa Davis degli Stati Uniti. Il nostro prossimo avversario di Madrid dice di noi: “L’Italia può contare su un gruppo esperto”

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Dopo le dimissioni di Jim Courier da Capitano della squadra USA di Coppa Davis lo scorso settembre a seguito della sconfitta in semifinale contro la Croazia, la Federazione Tennis americana USTA ha deciso di prendersi qualche mese e fare qualche cambiamento nelle mansioni previste dal ruolo. Seguendo le indicazioni di Courier stesso, secondo il quale “il nuovo capitano dovrebbe essere qualcuno anagraficamente più vicino ai giocatori”, la United States Tennis Association ha deciso di affidare questo importante compito all’ex n.7 ATP Mardy Fish, coinvolgendolo anche nel Player Development Program che lo vedrà come presenza costante durante tutta la stagione ai grandi tornei in giro per il mondo.

Mentre eravamo a Indian Wells in occasione del BNP Paribas Open, Mardy ci ha concesso una breve intervista telefonica dalla sua casa in California svelando alcuni retroscena di questa sua nuova avventura professionale.

 

Cosa ci puoi dire di questi tuoi primi mesi nel nuovo ruolo?
Sono stati mesi divertenti, di aggiustamento dal ruolo di “compagno di viaggio” dei giocatori a quello di capitano. Sono stato molto soddisfatto del rispetto che mi hanno dimostrato tutti i tennisti che ho incontrato, questo è molto importante. Sono sempre stato un grande fan della Coppa Davis, ho sempre risposto ad ogni convocazione, è sempre stato un onore rappresentare gli Stati Uniti ed ora è un onore ancora più grande essere nel ruolo di capitano.

Sono ormai diversi anni che ti sei ritirato dalla carriera professionistica: come vedi la prospettiva di tornare a viaggiare con il “Tour” adesso che la tua vita è strutturata in maniera più convenzionale?
La mia vita a casa con mia moglie e i miei due figli è ormai piuttosto consolidata. Negli ultimi anni ho comunque viaggiato un po’ per motivi personali, per qualche esibizione e per il mio impegno nel golf. Questo ruolo con la USTA non richiederà ritmi di viaggio troppo intensi, dovrò assicurare la mia presenza essenzialmente per creare un clima di ‘cameratismo‘ nel gruppo: sono stato qualche giorno a Indian Wells, da martedì a sabato, sarò qualche giorno a Miami, salterò buona parte della stagione europea e viaggerò di nuovo per i tornei estivi. Voglio solamente assicurarmi che i giocatori sappiano di avere il supporto della USTA nel caso in cui ne abbiano bisogno.

Cosa ne pensi della nuova formula della Coppa Davis?
Credo sia troppo presto per dare un giudizio complessivo. Sulla carta la formula sembra splendida, i tempi erano giusti per un cambiamento, anche se non so se fosse necessario un cambiamento così drastico. So che ci sono giocatori fortemente contrari a questa riforma, ma questa loro strenua opposizione vuol dire che hanno molto a cuore la Coppa Davis, che la passione per questa competizione brucia dentro di loro. La data nel calendario è molto brutta. Ma alla fine dei conti, quando si tratta della Davis la maggior parte dei giocatori troveranno la maniera per partecipare e sono convinto che il campo di partecipazione sarà eccellente. Per quel che riguarda la squadra USA, i ragazzi sono molto contenti di poter rappresentare il loro Paese. Non posso parlare per gli altri capitani, so che ci sono stati dei tennisti che hanno giurato di non partecipare più alla Coppa Davis a causa del nuovo formato, ma quello che bisogna tenere ben presente è che siamo tutti responsabili per il successo della Davis. Se la Davis fallisce, è un fallimento per tutti noi. Per esempio, so che per i giocatori australiani la Davis è molto importante, ed è bello che sia così. Ma se non supportano questo cambiamento, non funzionerà mai.

Con il nuovo formato, una squadra che arriva in finale deve disputare sei incontri in sette giorni: quanto credi che sarà importante avere una panchina lunga?
Credo sarà importante avere alcuni tennisti solo per il singolare ed alcuni solo per il doppio. Una squadra che avesse solamente un paio di giocatori di livello, e nella quale uno di loro fosse impegnato in singolare e doppio ogni giorno, credo che arriverebbe alla fine della settimana piuttosto stanca. In questo senso noi siamo fortunati ad avere qualcuno come Jack Sock, per esempio, che potrebbe giocare in doppio liberando i singolaristi da questa incombenza.

Il tennis maschile e in particolare l’ATP sono in agitazione dopo la mancata estensione del contratto del CEO Chris Kermode. Qual è la tua opinione su tutta questa faccenda vista da fuori?
Ho parlato con alcuni dei giocatori che fanno parte del Council e non posso fare altro che sottolineare che questi ragazzi svolgono il loro compito con passione. A loro sta a cuore il tennis, fanno quello che fanno in nome dell’amore per il gioco anche se magari non hanno una classifica altisonante. Conosco Kermode personalmente dai tempi nei quali era il Direttore del torneo del Queen’s: ogni volta che ho giocato quel torneo tutto era perfetto. Non ho però alcuna esperienza diretta del suo operato al comando dell’ATP, dato che è diventato CEO dopo che mi ero già ritirato.

Qualche settimana fa l’ITF ha effettuato il sorteggio per decidere i gironi all’italiana della prima fase delle finali di Coppa Davis, e gli USA saranno nello stesso girone di Canada e Italia. Puoi parlarci dei vostri avversari?
Il team canadese è un misto di esperienza e gioventù: Denis Shapovalov e Felix Auger Aliassime saranno le colonne portanti della squadra per molti anni a venire, e Milos [Raonic] potrà dar loro il contributo di esperienza di cui hanno bisogno. In maniera simile, l’Italia può contare su un gruppo esperto di cui fanno parte Fabio Fognini e Andreas Seppi, cui si è aggiunto supporto più giovane come Marco Cecchinato che conosco bene perché fu il mio avversario nell’ultimo match della mia carriera agli US Open. Sono molto fiducioso nelle nostre possibilità in questo girone: abbiamo tre tennisti sotto i 22 anni tra i primi 50 del mondo, Tiafoe, Fritz e Opelka. Tiafoe ha appena raggiunto i quarti di finale agli Australian Open, e questo non è un risultato che si ottiene per caso, è necessario battere ottimi giocatori per arrivare lì. Saranno il nucleo della nostra squadra per gli anni a venire, e saranno aiutati da veterani come John [Isner] e Sam [Querrey].

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Thiem, piedi ancora più veloci con Massu nel box: “Lo devo anche a lui”

In un paio di settimane di collaborazione, Nicolas Massu ha già ‘portato’ Thiem a vincere un 1000. Secondo l’austriaco non è soltanto un caso

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IL PODCAST DEI NOSTRI INVIATI

 

Quello che è successo in questi dieci giorni mi sembra irreale. Ero in cattiva forma sotto diversi punti di vista e adesso sono il campione di Indian Wells. Non mi sembra del tutto reale“. Fa ancora fatica a realizzare Dominic Thiem, che in California ha vinto il titolo più importante della sua carriera. Sulla superficie che per diverso tempo gli è stata indigesta, contro un avversario infinitamente più esperto – specie su questi campi – sebbene meno giovane, meno fresco e meno esplosivo di lui. Tutti aspetti che alla fine sono risultati decisivi.

La sensazione, a posteriori, è che Dominic avesse in canna da un po’ di tempo questo exploit. Doveva trovare le condizioni ideali, un pizzico di fortuna e una spinta decisiva che probabilmente è arrivata dal nuov(issim)o allenatore Nicolas Massu. L’ex tennista cileno assume davvero le sembianze del santone, quasi di un demiurgo, se si considera che i due hanno ufficializzato la collaborazione appena dieci giorni fa diffondendo il cauto proposito di lavorare assieme per i tornei di Indian Wells e Miami. “Ci siamo confrontati prima del match. Roger è un giocatore completo, è difficile trovare soluzioni contro di lui ma in qualche modo ce l’ho fatta. C’è anche una componente di fortuna; non credo che la tattica sia l’aspetto più importante. È grandioso averlo nel mio box perché è molto motivato e trasmette queste motivazioni a me sul campo. Ci siamo allenati molto duramente prima di Indian Wells; in 12-13 giorni sono passato dal non essere in gran forma a essere il campione di Indian Wells. È un risultato incredibile che dipende anche da lui“.

DOMINIC PIÉ VELOCE –Inutile nascondere quanto abbiano pesato i due straordinari recuperi sulle palle corte che Federer ha scelto di giocare nell’undicesimo game del terzo set; in occasione della prima, in particolare, Dominic è riuscito a giocare un recupero vincente partendo con i piedi dietro la scritta ‘Indian Wells. “Sono fortunato a essere così veloce, immagino sia un regalo dei miei genitori” sorride Dominic. “Anche se sono veloce, però, di tanto in tanto ho problemi a muovermi con precisione. Tutti i top player sembrano molto eleganti quando si muovono, io non troppo. Devo allenarmi molto per essere preciso nelle esecuzioni“. E deve averlo fatto straordinariamente bene negli ultimi giorni, se i risultati sono quelli ammirati in California.

Non un talento cristallino – nel senso comune di questa locuzione – quello del neo-numero 4 del mondo, ma un grandissimo talento se allarghiamo l’accezione alla cultura del lavoro e alla ‘capacità di sopportarlo’, come aveva raccontato a proposito di Thiem il suo ex allenatore Gunter Bresnik. E oltre alle gambe d’acciaio, di cui avevamo già avuto una consistente prova durante la gran battaglia contro Nadal a New York, è servita quella solidità mentale che spesso gli aveva fatto difetto. Non questa settimana. “Sono rimasto concentrato in tutte le partite, senza piangermi addosso. Sono rimasto sempre positivo. Un po’ come lo US Open dello scorso anno, giocai un grande torneo. Ho cercato di mantenere lo slancio più a lungo di New York“.

Ultimo tassello del puzzle, non certo meno decisivo degli altri, il grande feeling che Thiem ha sviluppato con le condizioni di gioco a Indian Wells. “Ho sempre detto che mi piacciono. Sono abbastanza simili alla terra, campi in cemento piuttosto lenti con un buon rimbalzo, soprattutto di giorno. È incredibile che io abbia vinto il mio primo grande titolo su una superficie diversa dalla terra. Quello che mi rende felice è aver trasformato un brutto inizio di stagione in un grande successo“. Bravo Dominic. Lo meriti tutto.

Thiem e Federer (premiazione) – Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

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Interviste

Andreescu genuina: “Sono la fo***ta campionessa di Indian Wells!”

La conferenza stampa della vincitrice del BNP Paribas Open 2019. “Un anno fa stavo giocando un 25k in Giappone. Sono rilassata. Mi fido dei miei colpi”

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Bianca Andreescu con trofeo - Indian Wells 2019 (via Twitter, @AustralianOpen)

IL PODCAST DEI NOSTRI INVIATI

 

Una nuova stella si è aggiunta al firmamento del tennis femminile. Quella della 18enne canadese (di chiare origini rumene) Bianca Andreescu, che ha sconfitto in una finale incerta sin dalle prime battute Angelique Kerber con un 6-4 3-6 6-4, diventando la prima wild card nella storia di Indian Wells a vincere il torneo.

La tennista canadese ha continuato una tradizione crescente di Indian Wells, quella di lanciare i talenti migliori del tennis femminile. Qui Serena Williams nel 1999 vinse il suo primo Premier Mandatory in finale contro la Graf, e lo scorso anno Naomi Osaka vinse il suo primo titolo WTA in assoluto, lanciandola nella corsa che l’avrebbe portata alla vittoria di due Slam consecutivi. E vista la giovane età di Andreescu, sono stati fatti molti paralleli in conferenza stampa, non dribblati dalla diretta interessata. “Sì, è stata sicuramente un’ispirazione vederla vincere prima qui l’anno scorso e poi due Slam, è stato fantastico.”.

Andreescu non si è mostrata timida davanti alla stampa, come abbiamo imparato a conoscerla durante questo torneo. Esprimendo tutte le sensazioni provate durante la partita, ma parlando con la calma e la spigliatezza di una veterana. La tennista canadese ha ricordato i periodi difficili passati per via degli infortuni, ma in momenti del genere è quasi impossibile non lasciarsi andare almeno un po’; diciamo che non ha avuto molti peli sulla lingua. “Un anno fa, di questi tempi, ho avuto molti problemi con il mio corpo ed il mio tennis. Quindi è pazzesco cosa può cambiare in un anno. Stavo giocando un 25k in Giappone, e ora sono il – posso dire quella parola con la F? No, non posso. (Sorridente). La fo***ta campionessa di Indian Wells! È pazzesco”.

Il suo tennis ha rappresentato una vera e propria novità questa settimana. Ricco di variazioni e di creatività, oltre che solido nei fondamentali, si è rivelato un vero e proprio rebus per qualsiasi sua avversaria, anche contro una giocatrice reattiva ed esperta come Angie Kerber. La stessa Andreescu è stata esplicita sulle soluzioni tattiche adottate durante la partita, soprattutto sulla scelta di giocare una palla molto alta sul rovescio della tedesca. “Sì, è stato sicuramente d’aiuto ma non si tratta di alzare la palla. Ho colpito forte sul suo rovescio e con più rotazione. Sembra una palla molto alta perché non l’ho impostata correttamente, ma non è mia intenzione”.

L’aspetto più impressionante della ragazza canadese è senza dubbio la forzao mentale.  Sul punteggio di 2-1 nel secondo set ha accusato dei problemi fisici al braccio destro, e si è vista costretta a chiamare il medical time-out, per poi subire un break subito dopo. Non si è scomposta, così come dopo i tre match point falliti, in un misto di coraggio ed incoscienza. Sicuramente ha aiutato la sua passione per la meditazione, che spiega parte del suo approccio. Sono rilassata. Mi fido di me stessa. Mi fido dei miei colpi. Sono fiduciosa. In quei momenti, provo a respirare il più possibile, per concentrarmi. Questo è quello che faccio di solito prima della partita. In questo torneo, mi ha sicuramente aiutato. Sono stata concentrata ogni partita. Ci sono stati alcuni alti e bassi in alcune partite, ovviamente. Il tennis non è uno sport perfetto. Questo vuol dire tutto per me”.

IL MOVIMENTO CANADESE – Non sono mancate domande sulla nuova generazione di talenti del Canada, che accomuna Andreescu (classe 2000) a Shapovalov (1999) e Auger-Aliassime (2000). Bianca non ha nascosto che la vittoria di qualsiasi canadese dà a ciascuno di noi la motivazione e l’ispirazione per fare bene. Se loro possono farlo, noi possiamo. Penso che questa vittoria darà fiducia a tante persone, giovani atleti o magari che aspirano a diventarlo. E io ho solo 18 anni, quindi, sì, se io posso farlo, loro possono”. Che sia il Canada il futuro del tennis? Certamente con questo exploit il paese nordamericano promette di ritagliarsi anche uno spazio importante nel circuito femminile, sperando che Andreescu non tradisca le aspettative come già fatto da Eugenie Bouchard.

Certo, stando alla mentalità che dimostra di avere, è difficile che questa ragazza non faccia strada. L’unica pressione che sento è quella che metto su me stessa. Cerco di non pensare alla stampa, ai fan e nulla. Quindi mi concentro solo su me stessa, è tutto ciò che conta per me.”.

STUDI E FUTURO – Ovviamente non è mancato l’accenno alle sue origini rumene, sopratutto per il saluto finale in rumeno che ha riservato al pubblico – “Ho detto, grazie, ragazzi, per il supporto che mi date. Vi amo.” – e alla sua giovane età, in risposta a una precisa domanda sui suoi studi, che ha dovuto un po’ tralasciare. “No, in realtà sono indietro di un anno. Sto facendo online. Ci sto lavorando. Ma è difficile perché dopo gli allenamenti questa è l’ultima cosa che voglio fare. Sono solo così stanca. Ma credo che la conoscenza sia potere, quindi sto facendo del mio meglio per finirlo. E spero in futuro di riuscire a fare alcuni corsi online durante la mia carriera per tenere la mente allenata.”

Chissà che Bianca non possa divenire una vera e propria minaccia per quella che sembrava già pronta a diventare “l’era Osaka”. Lei dopotutto, ancora non ci pensa. Non voglio davvero concentrarmi sul futuro ora. Voglio solo godermi questo momento, perché non voglio dare nulla per scontato. Non si sa mai cosa porterà la prossima settimana. Voglio solo godermelo senza pensarci” . Come darle torto. D’altronde, per pensare in grande c’è ancora molto tempo.

IL VIDEO DELLA CONFERENZA

Giorgio Di Maio

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