Intervista esclusiva a Claudio Panatta: “Djokovic, Grande Slam ora o mai più"

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Intervista esclusiva a Claudio Panatta: “Djokovic, Grande Slam ora o mai più”

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Intervista a tutto tondo a Claudio Panatta. Il momento del tennis italiano, i nuovi talenti, la Coppa Davis, le fasi salienti della sua carriera, il rapporto con il fratello Adriano. “Auguro al tennis italiano di avere al più presto 10 Adriano Panatta”

Sono già alcuni anni che presso il circolo All Round di Roma avete aperto un’accademia di tennis, l’idea di aprire quest’accademia qui a Roma da cosa nasce? A chi è rivolta e che obiettivi vi siete posti?
L’accademia è aperta da 10 anni, questo è l’undicesimo anno che siamo qui. L’idea è quella di insegnare il tennis, dai bambini del mini-tennis fino all’allenamento professionale. Abbiamo una scuola che è una top school, quindi una scuola che ha il massimo riconoscimento della federazione.

 

In Italia non è prevista la “formula” del college come lo è in America, un’accademia di tennis può sostituire la preparazione, sia a livello umano che tecnico, presente nei college americani o di altri paesi?
Beh è difficile farlo perché purtroppo il sistema scolastico italiano non è come gli altri, come in Spagna dove si può studiare addirittura nei club sportivi durante le fasi di allenamento di un’accademia. Quindi per noi rimane veramente complicato avere ragazzi che possano seguire lo stesso programma, possibile invece in altri posti. Sicuramente è molto più conveniente andare in un posto dove avviene tutto all’interno dello stesso centro, se ne ricava un vantaggio anche in termini di tempo.

Si è concluso da pochi giorni presso il vostro circolo “VI Torneo ITF Internazionale di Roma” riservato però alla categoria senior, com’è stato il bilancio? In futuro potreste ospitare un torneo internazionale giovanile?
Questo torneo è servito per capire se eravamo pronti per ospitare ed organizzare un torneo internazionale. Abbiamo visto che siamo in grado di farlo, le persone che hanno lavorato all’organizzazione sono tutte molto preparate e quindi oltre a continuare questa esperienza l’anno prossimo, riorganizzando il torneo senior, stiamo pensando di organizzare altri tornei, tra cui un torneo ATP o WTA da 15.000 dollari e un qualcosa a livello giovanile. Quest’ultimo dipende anche dalla disponibilità della Federazione e da quello che ci possono proporre di ospitare, mentre il torneo ATP lo organizzeremo a seconda delle date disponibili.

Parliamo del momento del tennis italiano. Il presidente Binaghi in occasione della presentazione degli Internazionali, ha difeso i risultati del tennis italiano sottolineando il successo in doppio agli Australian Open ed i successi nel singolare contro Nadal, Federer ed Azarenka. Però se guardiamo i numeri, prima di Montecarlo avevamo soltanto Fognini in top 30 ed anche nel femminile solamente 2 tenniste tra le prime 30, pensi che sia un momento passeggero o siamo tornati come qualche anno fa in una fase di regressione?
No, io vedo una situazione positiva. Mi sembra che i risultati siano sempre adeguati al livello. Il livello è ottimo ed i giocatori sono molto forti soprattutto in doppio, il che ci deve rendere orgogliosi. Abbiamo delle ragazze che ottengono dei buoni risultati, magari ora non in maniera così continua rispetto a prima ma questo è dovuto anche all’età. Dietro ci sono dei ragazzi e delle ragazze che incalzano e che se lasciati in pace e tranquilli, e mi riferisco soprattutto alla Giorgi, possono ottenere dei risultati di ottimo livello. Nel tennis è difficile fare una previsione, c’è sempre una percentuale molto bassa di riuscita per diventare molto forti, bisogna andarci molto cauti, però diciamo che di tutti i giovani che vedo adesso, sicuramente la Giorgi è quella che vedo meglio anche rispetto ai maschietti. E’ molto giovane, è molto forte, è una ragazza con un potenziale enorme; andrebbe lasciata un pochino tranquilla, anche se magari a qualcuno non è simpatico il papà, però questo non deve creare intorno a lei un clima di antipatia. Anzi i giocatori devono essere lasciati tranquilli di potersi esprimere e di praticare la loro attività.

Se guardiamo i numeri, il tennis a Roma, ma in Italia in generale, è uno degli sport più seguiti e praticati, dietro soltanto a sport come il calcio, il basket. Però il problema di avere un giocatore capace di competere stabilmente in top 10 o addirittura per un successo nei tornei del Grande Slam è rimasto: secondo te da cosa dipende, è una casualità?
E’ stato fatto uno studio da parte di alcuni tecnici ed è stato visto che dal 1968 al 2014 di tutti i giocatori maschi che hanno giocato nel circuito ATP, i giocatori che sono riusciti ad entrare nei primi 50 sono stati 20. Andando a fare una proiezione in percentuale su tutti quelli che hanno giocato nel circuito ATP, la percentuale di riuscita per entrare nei primi 50 del mondo è di 0.02. Questo deve far molto pensare, non è una questione di mancanza di giocatori. E’ estremamente difficile entrare nel limbo dei giocatori forti che sono i primi 50 del mondo. Ci sono anche altre nazioni che hanno percentuali così basse perché il tennis è tanto praticato quanto difficile affermarsi. E’ talmente tanto difficile diventar forti che non è solamente un caso italiano, ma è un caso mondiale. Quindi credo che forse il ragionamento vada fatto più sotto questo punto di vista.

Avendo un’accademia di tennis e quindi lavorando con i giovani tutto il giorno, pensi che l’organizzazione dello sport in Italia, con quest’ultimo molto spesso affidato all’iniziativa delle famiglie, anche da un punto di vista economico, possa essere un problema? Da parte dello stato italiano ci dovrebbe essere una maggiore attenzione per favorire le iniziative sportive anche nelle scuole?
Sicuramente la scuola italiana non favorisce l’attività fisica dei giovani. Se uno va a guardare i ragazzini che fanno attività nelle scuole, la cominciano a praticare dalla scuola secondaria. Forse sarebbe il caso che qualcuno di illuminato nel nostro governo pensasse che magari l’attività fisica andrebbe preparata nella scuola primaria e non costerebbe nulla, in quanto gli stessi preparatori fisici dovrebbero solo spostarsi dalle medie alle scuole elementari senza che questo comporti costi aggiuntivi, preparando così i giovani all’attività fisica. Noi abbiamo dei ragazzi che arrivano da noi ed iniziano a giocare che mancano di coordinazione per fare sport e questo è determinato dal fatto che le capacità cognitive dei bambini arrivano fino ai 10-11 anni. Quindi se noi pensiamo che da piccoli questi ragazzi non fanno alcun tipo di attività fisica è veramente complicato avere degli atleti che poi nel futuro possano diventare bravi, perché così si limita l’espressione fisica di ogni bambino. Questo determina una grande difficoltà per chi deve allenare. Le generazioni passate erano più preparate, anche perché non c’erano tutti questi dispositivi elettronici che distraggono dall’attività fisica. Oggi i ragazzi quando arrivano da noi sono veramente impreparati per fare sport e così noi dobbiamo ricominciare da capo perdendo anni preziosi.

Nel tennis giovanile al momento abbiamo una buona base di partenza, con i vari Quinzi, Fabbiano, Cecchinato che stanno pian piano facendo parlare di sé. Vedi qualcuno in grado nel futuro di raggiungere risultati importanti, anche nei tornei del Grande Slam?
Questo dipenderà da loro, dalla loro capacità di saper scegliere anche gli allenatori e di farsi consigliare in maniera ottimale l’attività da svolgere per realizzare quanti più punti per arrivare in alto, perché il problema del tennista è quello di arrivare in alto. Poi una volta fatto questo, riesci a controllare la situazione e a rimanerci. E’ estremamente difficile entrare in una stretta cerchia di giocatori, poi non è così complicato restarci. Se uno si sa organizzare, a meno di un grave infortunio, riesce a controllare la propria classifica. Speriamo che loro facciano delle scelte giuste sia a livello di allenatori che di tornei.

Mettiamo caso che nella vostra accademia ci sia un giovane che dimostri di avere qualità e prospettiva, per esempio un nuovo Adriano Panatta, che consigli gli daresti? Gli consiglieresti di rimanere in Italia o di affidarsi in futuro a qualche centro di allenamento all’estero?
Sono sempre dell’avviso che è il giocatore a dover compiere la scelta. L’allenatore quando si trova un atleta del livello di Adriano conta molto poco, il giocatore conta per l’85%. Il discorso è differente per i giocatori con meno talento che vanno costruiti sul campo. Sono sempre stato dell’avviso che è sempre il giocatore a prendere le decisioni e mai l’allenatore. Per quanto riguarda gli allenatori, credo che quelli di oggi, non abbiano il carisma per poter consigliare bene gli atleti, per il semplice fatto che, essendo pagati dagli atleti che sono anche i loro datori di lavoro, non li contraddicono nelle scelte per non mettere a rischio il proprio posto. Gli allenatori che per me contano molto sono quelli indipendenti dall’atleta, che non hanno una soggezione di carattere economico nei confronti dell’atleta, che quando danno un consiglio lo danno spassionato, senza alcun interesse personale. Quindi credo che oggi, se dovessi allenare un atleta come Adriano Panatta, sarei in una posizione ottimale perché non avrei nessun problema a dirgli che non va bene una cosa. Non come fanno in tanti, che non dicono nulla per paura della reazione del giocatore, per paura perdere il lavoro. Questo succede anche con alcuni atleti italiani di vertice.

Tornando indietro nel tempo, secondo te quanto è cambiato il tennis degli anni 70/80, con il tennis di oggi dal punto di vista tecnico?
Sotto il punto di vista tecnico è cambiato moltissimo. Oggi gli atleti esprimono un tennis estremamente tecnico, veloce, fisico, potente. Prima si giocava in un altro modo, soprattutto io che ho fatto parte della generazione di mio fratello e di quella nuova di Agassi, Edberg, McEnroe. Si giocava in una maniera diversa il punto, si giocava un po’ più piano. Oggi si tende solamente a giocare in maniera aggressiva, chi più spinge più è forte. Però devo dire che il tennis maschile è estremamente bello da vedere, molto spettacolare. A me piace tantissimo.

Ti piace quindi più questo tennis rispetto a quello che giocavi?
No, mi piace più quello di prima perché lo giocavo. Mi piaceva tantissimo giocare, anche perché c’era un ambiente diverso. Forse adesso non mi piace molto l’ambiente che c’è tra i giocatori, l’intesa, l’amicizia fra loro. Prima c’era un rapporto tra i giocatori eccezionale, dopo aver giocato si usciva e si andava a mangiare insieme, c’era un clima estremamente confortevole.

Nel tennis di oggi c’è un’attenzione quasi maniacale nella preparazione fisica e tecnica, i giocatori sono seguiti anche dai mental coach. Secondo te era più difficile affermarsi e reggere le pressioni nel tennis di quegli anni rispetto ad oggi? Magari prima l’atleta aveva meno persone attorno a sé e meno supporto.
No anche prima l’atleta aveva molte persone intorno a sé. Nell’ambiente del tennis c’è sempre stata molta confusione, specialmente nei grandi tornei. E’ chiaro che con l’evoluzione del tennis, si è evoluta anche la concezione di preparazione fisica. C’è un’estrema attenzione anche all’alimentazione e quindi i giocatori tendono, specialmente quelli più bravi, a potersi permettere un entourage di persone che lo seguono attivamente tutto l’anno, anche perché il tennis di oggi è diventato estremamente veloce e quindi la preparazione atletica deve essere di un livello incredibile.

Negli ultimi tempi si sta discutendo molto sulla durate dei match, con la possibilità di uniformare i match nel maschile a quelli del femminile con solamente 3 set, per evitare i cosiddetti match maratona. Molti giocatori attuali e del passato hanno detto la loro e si sono riscontrate opinioni discordanti, tu che ne pensi?
Mah, io introdurrei i match 3 set su 5 anche tra le donne, anche perché percepiscono gli stessi soldi degli uomini. Hanno fatto questa grande lotta per uniformarsi, ma mi sembra di capire che giochino sempre al meglio dei 3 set, mentre i maschi negli Slam giocano sempre al meglio dei 5 set. Battuta a parte, credo che proprio per il discorso della grande preparazione atletica che caratterizza i giocatori oggigiorno, ed anche perché i match in 5 set si giocano solo negli Slam e in Coppa Davis, non credo si ponga il problema. Io ricordo che negli anni ’70 anche i campionati italiani si giocavano 3 set su 5 e i giocatori non erano così atletici come oggi. Però nessuno si lamentava e tutti giocavano, quindi credo che le regole non vadano cambiate poi tanto, non almeno per esigenze tecniche, semmai per esigenze televisive.

Un altro argomento sempre vivo è quello della Coppa Davis. Avendo fatto parte della nazionale italiana, ti piace la formula attuale? Negli ultimi mesi i dirigenti dell’ITF hanno aperto ad importanti cambiamenti come i match con andata e ritorno e la finale in campo neutro, cosa pensi al riguardo?
Ma sai, l’ITF da quando è stata istituita la Coppa Davis penso abbia cambiato 2 o 3 regole. Tutte queste chiacchiere mi fanno un po’ sorridere, perché l’ITF è un’istituzione molto conservativa. Poi le  proposte da parte dei giocatori ci sono sempre state: abbassare la rete, allargare il campo, palline più grandi. Ma non mi sembra che queste proposte abbiano mai attecchito. Ci sono sempre mille proposte, ma mi sembra che l’ITF non sia intenzionata a cambiare le regole. Quindi credo che aldilà della formula e di qualsiasi regola, credo che per un giocatore giocare la Coppa Davis debba essere un onore.

Proprio riguardo a questo, che ne pensi di quei giocatori che rifiutano di giocare alcuni turni della Coppa Davis per dedicarsi alla propria carriera in singolare, per poi tornare a giocare nelle fasi conclusive, vedi quarti, semifinale o finale?
Rispetto sempre le decisioni degli altri. Ognuno ha delle motivazioni personali quando fa una scelta, soprattutto quando ha una carriera da tennista. Io personalmente non avrei mai rinunciato per nulla al mondo ad un incontro di Coppa Davis. Rispetto però chi ha altri obiettivi, forse per loro più importanti da raggiungere.

Facciamo un tuffo nel passato. Durante la tua carriera hai affrontato e battuto grandi campioni come: Johan Kriek, Kim Warwick, José Higueras, Barazzutti, Andrè Agassi ed anche Adriano Panatta: qual è stato l’incontro che ricordi con più soddisfazione e qual è stato l’avversario più difficile che hai affrontato?
Ormai sono passati 25 anni da quando ho smesso, ricordo solamente delle emozioni incredibili, tantissime soddisfazioni, alcune delusioni ovviamente, perché è giusto averle in una carriera. Mi ricordo tantissimi incontri, ma non ho un match preferito. Sinceramente sono stati tutti ricordi bellissimi. Non ho nessun tipo di recriminazione, sono estremamente contento di aver giocato a tennis. Vedendo da dove sono partito non me lo sarei mai aspettato, provenivo dal basso, quindi per me tutto quello che ho conquistato è stato un regalo incredibile. Anche se fossi stato più in basso in classifica per me sarebbe stato comunque un risultato quasi irrealizzabile, confermato anche dalle percentuali che ti dicevo prima. Sono uno dei 20 giocatori italiani più forti ad aver mai calcato il circuito ATP.

Vista la mia età ho vissuto dall’esterno il rapporto all’interno del circuito fra due sorelle: Venus e Serena Williams, com’era il rapporto tra Claudio ed Adriano all’interno del circuito? Vi confrontavate scambiando consigli oppure ognuno andava avanti per la propria strada?
Noi siamo stati insieme all’interno del circuito veramente poco, perché Adriano ha smesso nel 1983 ed io sono entrato nel circuito nel 1981-1982, quindi il periodo è stato veramente breve. Non c’è stato mai tempo, giocavamo dei tornei diversi e ci siamo visti poco, ci siamo confrontati poco. E’ chiaro che con mio fratello mi ci sono confrontato sempre al di fuori, perché c’era il modo di parlare ed ho ricevuto sempre dei consigli molto utili perché Adriano tecnicamente è il numero 1. Non c’è nessuno che capisce di tennis in Italia quanto ne capisce lui. Ce l’ho avuto come capitano di Coppa Davis per tutta la mia carriera, so bene quanto fosse capace di aiutare un giocatore e tutti i giocatori che hanno avuto lui come capitano mi dicono la stessa cosa, quindi è stato oltre ad un bravo giocatore, anche un ottimo tecnico.

In Italia si fanno sempre paragoni, soprattutto quando ci sono due fratelli che fanno lo stesso sport, se hai mai letto qualcosa, ti hanno mai dato fastidio questi riferimenti, soprattutto dopo che Adriano ha smesso?
No, ero molto contento e molto orgoglioso che mio fratello fosse più forte di me. Non mi sono mai sentito in competizione con lui, un tennista è in competizione con se stesso. Ognuno fa la propria carriera e cerca di fare del proprio meglio. E’ chiaro che io avevo un fratello molto bravo, ma questo mi faceva solo piacere perché era mio fratello. Molte volte questa cosa forse è stata travisata dalle persone e da chi magari ci doveva giudicare, facendo dei paragoni inutili. Ogni giocatore è diverso, anche se è un fratello è un giocatore diverso, quindi sinceramente non ho patito molto questa cosa.

Pensi che oggi, nel giro di qualche anno, possa venire fuori un giocatore come Adriano Panatta?
Non lo so, spero che ne vengano fuori altri 10 come lui, perché quello che è riuscito a fare Adriano a livello di coinvolgimento della gente, del popolo, è stata una cosa che nel tennis poi non è riuscita più a nessuno, nonostante ci abbiano provato in tanti. Quando entrava in campo, nel bene o nel male, riusciva sempre a coinvolgere la gente. Se a quei tempi c’è stato un movimento tennistico in Italia, e se ancora oggi dopo tutti questi anni si parla ancora di Panatta nel tennis, lo si deve a lui che ha lasciato un’impronta importante. E’ uno di quegli atleti alla Tomba, che hanno fatto la storia e di cui ci si ricorda anche dopo tanti anni.

Ti chiedo un pronostico. Secondo te Djokovic quest’anno riuscirà a vincere il Roland Garros, soprattutto vista la condizione non ottimale di Nadal?
Se non lo vince quest’anno, forse lo vince il prossimo. Djokovic ha davanti a sé diversi anni per poter vincere il Roland Garros. E’ un giocatore estremamente completo, oggi mentalmente è sicuramente il più forte e sono sicuro che lo vincerà il Roland Garros, se non quest’anno il prossimo, perché lo vuole vincere e quando decide di vincere una cosa la vince.

Al momento è in un periodo di forma eccezionale. Se non lui, nel tennis moderno ci sarà qualcuno in grado di completare il Grande Slam? Dato che l’ultimo a riuscirci è stato Rod Laver.
Secondo me se lo completa, lo completa quest’anno il Grande Slam, innanzitutto perché punta a completarlo e cosa secondaria perché Nadal quest’anno lo vedo leggermente meno competitivo. Non so se farà in tempo ad essere in forma per Parigi. L’unico rischio lo corre a Wimbledon. Lì rischia di più, perché è un torneo lungo in cui puoi incontrare una giornata sfortunata o un giocatore che indovina la giornata pazzesca. Però se fa il Grande Slam, lo fa quest’anno.

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ATP Indian Wells, Cameron Norrie dal college in Texas alla finale in California: “Mi godo il mio tennis”

Il tennista britannico riconosce il valore della sua prima finale in un Masters 1000: “Sarà di nuovo il match più importante della mia carriera”

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Cameron Norrie ad Indian Wells 2021 (Credits: @BNPPARIBASOPEN on Twitter)

Il torneo delle sorprese avrà la finale più inaspettata di tutte. A vincere le loro rispettive semifinali infatti sono stati Cameron Norrie e Nikoloz Basilashvili, risultati leggermente contro pronostico. Nel caso del britannico però l’importanza del palcoscenico non ha pesato molto sull’esito finale, vista la disinvoltura con la quale ha battuto Dimitrov lo dimostra. “Onestamente neanche per una volta ho pensato alla posta in palio“, ha confermato in conferenza stampa. “Stavo solo facendo il mio gioco allungando gli scambi. Quando sono andato a servire per la partita mi sono detto, ‘be’, questo è decisamente un game di battuta importante!’. Ero un po’ nervoso, ma sono andato lì fuori e ho servito alla grande. Penso che mi abbiano aiutato le nuove palle. Non stavo pensando troppo. Ero davvero nel momento presente e non stavo davvero pensando troppo. Mi godevo il mio tennis e giocavo“.

Nella finale in programma all’1 di notte italiana, Norrie se la vedrà come detto con Basilashvili, e così ha parlato del suo imminente avversario. È un giocatore incredibilmente complicato, soprattutto quando è così sicuro di sé. Colpisce la palla alla grande da entrambi i lati. Si muove bene. È un grande atleta. Come ho detto, quando è in fiducia può battere chiunque. È super-pericoloso. Sarà difficile, ma mi sento bene fisicamente e non vedo l’ora di giocare. Lui però sta servendo bene ed è molto propositivo con il suo dritto”. E dopo giorni e giorni di rilassamento apparente, finalmente anche lui inizia a sentire un po’ di pressione.Gli ultimi due giorni sono stati i più grandi match della mia carriera, quindi domani andrò là fuori e sarà di nuovo il più grande match della mia carriera. Andrò in campo e, si spera, farò più o meno lo stesso. C’è molto lavoro da fare. Non vedo l’ora. Sentire tutti i nervi e tutta la pressione, è sicuramente fantastico sperimentare questa cosa. Non vedo l’ora di provare concretamente l’intera esperienza”.

Si potrebbe dire, con i numeri alla mano, che il ventiseienne Norrie ci abbia impiegato un bel po’ a sbocciare nel circuito maggiore, e in effetti forse è così. Ma il processo che lo ha portato adesso ad entrare in Top 20 è stato costante e graduale, e uno dei passaggi chiave è stato il periodo passato alla Texas Christian University dal 2014 al 2017. Così Cameron ha raccontato la sua esperienza nel college americano: “Sono andato alla TCU, dove sono stato molto fortunato con gli allenatori. Devin Bowen, Dave Roditi, entrambi grandi persone dentro e fuori dal campo. Avevo fatto una visita lì all’ultimo minuto. Mi piacquero sia Roditi che Devin quando li incontrai per la prima volta. Il piccolo campus che hanno lì è fantastico. Io mi sono detto ‘va bene, qui è dove posso andare e lavorare sodo’. Il meteo sarebbe stato buono e avevo delle buone sensazioni sul posto. Avevo una squadra meravigliosa. Penso che il tennis universitario sia un’ottima decisione, specialmente venendo dalla Top 10 juniores; mi ha dato sicuramente un po’ più di tempo per maturare e uscire e godermi il mio tempo lì, anche per ottenere un’istruzione. Tutto è organizzato per te. I tuoi amici sono lì. Puoi uscire con loro nei fine settimana. Puoi allenarti con loro e migliorare. Sono stato in grado di non pensare davvero al tour e alle brutte sensazioni di perdere molte partite nei tornei Futures. Ho pensato che fosse davvero un’ottima decisione per me. Mi stavo davvero divertendo lì, andavo anche alle feste dopo le partite di football!”

 

Tornando al presente, è inevitabile che con un risultato così ragguardevole – prima finale in un 1000 – si inizi a guardare anche un po’ più in là, e quindi è lecito chiedersi se Cameron Norrie sia un giocatore da seconda settimana in uno Slam, traguardo che ancora manca al britannico. “Ho avuto alcune opportunità per raggiungere la seconda settimana di uno Slam, ma non è andata per il verso giusto. Sono tutte fonti di apprendimento per me. Spero che con questi risultati potrò avere una testa di serie più alta, quindi forse avere qualche possibilità in più. Ma ho affrontato alcuni giocatori abbastanza discreti quest’anno al terzo turno. Rafa in Australia, Rafa in Francia, poi Roger a Wimbledon. Questi match sono state grandi esperienze per me”.

Qui il tabellone aggiornato di Indian Wells 2021

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Ons Jabeur sempre più ambiziosa: “Voglio vincere uno Slam”

Centrato l’obiettivo Top 10, la semifinalista di Indian Wells racconta di quando gli sponsor la rifiutavano per via della sua nazionalità

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Ons Jabeur - Indian Wells 2021 (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

Con la vittoria di ieri notte su Anett Kontaveit, Ons Jabeur ha tagliato un traguardo storico, diventando la prima tennista di origine araba (uomo o donna) a raggiungere il gotha del tennis mondiale, vale a dire la Top 10 (al momento sarebbe nona, ma in caso di vittoria del titolo raggiungerebbe la sesta piazza); tuttavia, quella che sembra dare meno peso alla cosa è proprio lei. Durante la conferenza stampa post-partita, la giocatrice tunisina ha rivelato di non aver pensato troppo al ranking all’inizio del torneo, ma piuttosto ad ottenere i punti necessari per guadagnarsi l’accesso alle WTA Finals in programma a Guadalajara dal 10 al 17 novembre: “Onestamente non ho guardato le classifiche, ero più concentrata sulla Race. Però questo è un sogno che si avvera, un obiettivo che ho sempre avuto fin dall’adolescenza. Ho sempre desiderato raggiungere il primo posto, quindi la Top 10 è solo l’inizio. So di essermi meritata questo traguardo perché è tanto tempo che gioco bene, ma voglio continuare a dimostrarlo a tutti“.

LA PRESSIONE, IL SOGNO SLAM E IL CONTRIBUTO DEL TEAM

Prima del torneo, Jabeur era nona nella Race alle spalle di Naomi Osaka. Al momento è già sicura di superare la nipponica, ma qualora raggiungesse almeno la finale salirebbe addirittura al quinto posto, di fatto ipotecando un posto in Messico. Le classifiche sono dalla sua parte, visto che è la giocatrice con il ranking più alto rimasta in corsa, e questo comporta una notevole pressione, aspetto su cui sta lavorando duramente: “Ero molto stressata per via della corsa alle Finals. Ne ho parlato con la mia mental coach, dicendole ‘tutto questo è troppo per me’. Poi però le ho detto, ‘ce la devo fare, devo riuscire a superare queste difficoltà per poter arrivare un giorno a vincere uno Slam. Se voglio raggiungere questo obiettivo, superare lo stress è un passo necessario, quindi sto cercando di imparare a darmi una calmata. Spero di farcela senza che mi venga un infarto!

Sul tema della preparazione psicologica ha poi aggiunto: “Il mental coach mi aiuta molto, perché non avevo mai giocato così tante partite, quindi era una situazione nuova. Anche l’accesso in Top 10 è una situazione nuova, quindi ci sono tante cose che stanno capitando nello stesso momento; ora sono più matura ed esperta, e finalmente sto apprendendo che questa pressione è un privilegio e un piacere, mentre da giovani è più difficile capirlo, ci si stressa facilmente. Imparo qualcosa ogni giorno, soprattutto su come gestirmi, anche se non è facile. Alcune persone purtroppo non capiscono quanto sia complicato, ma io sto facendo del mio meglio per fare il mio gioco, divertirmi ed accettare la pressione“.

 

In questo senso, Jabeur si dice fortunata perché il suo team la aiuta a stare bene e farla sentire compresa. E sarebbe strano il contrario, visto che il suo fisioterapista, Karim Kamoun, è anche suo marito: “Ho un team straordinario. Prima di tutto mi capiscono, e il fatto che parliamo tutti la stessa lingua è di grande aiuto da questo punto di vista; allo stesso tempo è importante che abbiamo anche la stessa nazionalità, perché così siamo tutti consapevoli di cosa voglia dire essere tunisini. Per fortuna il mio fisioterapista è anche mio marito, quindi è sempre con me – questo rende più semplice passare del tempo lontani da casa. Il mio coach [Issam Jellali, ndr] è come un fratello, ci conosciamo da anni e siamo come una famiglia, viaggiamo insieme e comunichiamo tanto. Sono felice che riusiamo a capirci e che loro sappiano quali siano le scelte migliori per me”.

LE CONGRATULAZIONI DEI CAMPIONI

Il successo di Jabeur non ha lasciato indifferenti alcuni dei nomi più altisonanti dell’universo tennistico, che si sono complimentati a mezzo social per il suo storico risultato: “Per me vuol dire tanto, non mi aspettavo che campioni come Murray, King o Navratilova [quest’ultima ha commentato il suo match con Kontaveit per Amazon Prime Video, ndr] scrivessero qualcosa a riguardo, è davvero incredibile e mi dimostra ancora una volta quanto sia importante aver raggiunto questo risultato. Ottenere il riconoscimento delle leggende del tennis mi spinge a lavorare ancora più duramente per riuscire, forse, ad emularli vincendo uno Slam”.

Qui il tweet di BJK:

E qui quello di Sir Andy:

Una volta, però, era decisamente più complicato ricevere riconoscimenti, soprattutto dal punto di vista economico. Essere la prima tennista araba a raggiungere la Top 10 suona bene sulla carta (o sul web), ma vuol dire anche aver iniziato in aree dove il gioco non è troppo considerato né popolare, e questo si è inizialmente tradotto in grosse difficoltà a trovare sponsorizzazioni: “Le cose sono diverse se sei francese, americana o australiana, hai dei modelli a cui ispirarti, hai più circoli e più tornei. In passato mi è capitato di ricevere dei no dagli sponsor per via della mia nazionalità; è una cosa ingiusta e all’inizio non ne capivo il motivo. Ora lo accetto, e sono molto orgogliosa della persona che sono diventata, perché non ho bisogno di dipendere da nessuno. Ovviamente non sto dicendo che la mia carriera sia stata la più complicata in assoluto, ma di sicuro non volevo che il mio sogno dipendesse da uno sponsor o da qualcuno a cui non interessano né il tennis né lo sport in generale”.

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Focus

Indian Wells, Sinner: “Contro Fritz sensazioni non buone, ma ho avuto le mie chances”

L’altoatesino dopo la sconfitta negli ottavi: “Prima del match ho detto a Riccardo Piatti che mi sembrava fosse un altro primo turno. Ma non cerco scuse”

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Jannik Sinner - Indian Wells 2021 (foto Vanni Gibertini)
Jannik Sinner - Indian Wells 2021 (foto Vanni Gibertini)

Fritz non è amico degli italiani: Taylor, dopo Matteo Berrettini, ha superato con lo stesso risultato (6-4 6-3) anche Jannik Sinner. Una vittoria sostanzialmente meritata, quella dell’americano, apparso più brillante dell’azzurro e con una pesantezza di palla maggiore. “In campo non avevo buone sensazioni. Non mi sentivo bene sulla palla, era come se non riuscissi a muovermi bene – è stata l’analisi di Jannik nella conferenza stampa post match -. Ma ho provato a lottare fino alla fine. Lui sicuramente ha giocato meglio di me, io ho però ho avuto tante palle break, le mie chances le ho avute, penso al primo game del secondo set. Poi ho servito io, ho avuto le palle per andare 1-1 ma non ce l’ho fatta. Cose che normalmente faccio non mi sono riuscite. Comunque, nonostante la giornata opaca, sono rimasto lì fino alla fine, ho fatto un controbreak e sono andato vicino a procurarmi le occasioni per il secondo. Quest’anno ho già perso alcune partite in modo simile, ma ogni partita ha un suo perché”.

Dialogando con il nostro Vanni Gibertini, Sinner ha spiegato perché a volte il forfait di un avversario, come capitato a lui con Isner nel turno precedente, sia qualcosa che può giocare a sfavore. “Quando ero in camera di chiamata con Riccardo (il suo coach Piatti, ndr) prima del match gli ho detto che mi pareva di dover giocare un altro primo turno, perchè sono passati tre giorni dalla prima partita a questa. Quando passa questo tempo non è molto semplice presentarsi in campo subito pronto in tutto e per tutto, specie se trovi poi un avversario in fiducia come Taylor, che aveva battuto Berrettini giocando un ottimo tennis (anche se Matteo non era al meglio). Noi ci siamo allenati tanto, abbiamo fatto il massimo che potevamo. Inoltre non devo trovare scuse – sottolinea Sinner -. Quando c’è un forfait di un avversario non è che ti rifiuti di andare avanti senza giocare, inoltre John si è ritirato per un buon motivo, ossia la nascita di un figlio”.

Infine, il 20enne di San Candido conferma la sensazione vista in campo, ossia che il suo gioco rischia di mettere particolarmente “in palla” Taylor Fritz. “Ogni giocatore del circuito, me compreso, ha quei due-tre giocatori contro cui ama giocare, contro i quali sente la palla particolarmente bene – spiega Jannik -. Forse io sono questo tipo di avversario per Taylor. Con lui ci siamo allenati a Washington e mi disse che era stato uno dei suoi migliori allenamenti. Ma questa partita la potevo vincere anche io: se sul 4-2 del primo set avessi tenuto meglio l’angolo sarei andato 5-2 e servizio. Nel secondo set, se avessi fatto il break al primo gioco, sarebbe stata un’altra partita. Ma con i se non si va da nessuna parte, è andata così. Lui si è sentito bene contro di me, e io dovevo sicuramente fare prima quello che ho fatto verso la fine del match, ossia cambiare qualcosa dal punto di vista tattico”.

 

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