Intervista esclusiva a Claudio Panatta: “Djokovic, Grande Slam ora o mai più"

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Intervista esclusiva a Claudio Panatta: “Djokovic, Grande Slam ora o mai più”

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Intervista a tutto tondo a Claudio Panatta. Il momento del tennis italiano, i nuovi talenti, la Coppa Davis, le fasi salienti della sua carriera, il rapporto con il fratello Adriano. “Auguro al tennis italiano di avere al più presto 10 Adriano Panatta”

Sono già alcuni anni che presso il circolo All Round di Roma avete aperto un’accademia di tennis, l’idea di aprire quest’accademia qui a Roma da cosa nasce? A chi è rivolta e che obiettivi vi siete posti?
L’accademia è aperta da 10 anni, questo è l’undicesimo anno che siamo qui. L’idea è quella di insegnare il tennis, dai bambini del mini-tennis fino all’allenamento professionale. Abbiamo una scuola che è una top school, quindi una scuola che ha il massimo riconoscimento della federazione.

 

In Italia non è prevista la “formula” del college come lo è in America, un’accademia di tennis può sostituire la preparazione, sia a livello umano che tecnico, presente nei college americani o di altri paesi?
Beh è difficile farlo perché purtroppo il sistema scolastico italiano non è come gli altri, come in Spagna dove si può studiare addirittura nei club sportivi durante le fasi di allenamento di un’accademia. Quindi per noi rimane veramente complicato avere ragazzi che possano seguire lo stesso programma, possibile invece in altri posti. Sicuramente è molto più conveniente andare in un posto dove avviene tutto all’interno dello stesso centro, se ne ricava un vantaggio anche in termini di tempo.

Si è concluso da pochi giorni presso il vostro circolo “VI Torneo ITF Internazionale di Roma” riservato però alla categoria senior, com’è stato il bilancio? In futuro potreste ospitare un torneo internazionale giovanile?
Questo torneo è servito per capire se eravamo pronti per ospitare ed organizzare un torneo internazionale. Abbiamo visto che siamo in grado di farlo, le persone che hanno lavorato all’organizzazione sono tutte molto preparate e quindi oltre a continuare questa esperienza l’anno prossimo, riorganizzando il torneo senior, stiamo pensando di organizzare altri tornei, tra cui un torneo ATP o WTA da 15.000 dollari e un qualcosa a livello giovanile. Quest’ultimo dipende anche dalla disponibilità della Federazione e da quello che ci possono proporre di ospitare, mentre il torneo ATP lo organizzeremo a seconda delle date disponibili.

Parliamo del momento del tennis italiano. Il presidente Binaghi in occasione della presentazione degli Internazionali, ha difeso i risultati del tennis italiano sottolineando il successo in doppio agli Australian Open ed i successi nel singolare contro Nadal, Federer ed Azarenka. Però se guardiamo i numeri, prima di Montecarlo avevamo soltanto Fognini in top 30 ed anche nel femminile solamente 2 tenniste tra le prime 30, pensi che sia un momento passeggero o siamo tornati come qualche anno fa in una fase di regressione?
No, io vedo una situazione positiva. Mi sembra che i risultati siano sempre adeguati al livello. Il livello è ottimo ed i giocatori sono molto forti soprattutto in doppio, il che ci deve rendere orgogliosi. Abbiamo delle ragazze che ottengono dei buoni risultati, magari ora non in maniera così continua rispetto a prima ma questo è dovuto anche all’età. Dietro ci sono dei ragazzi e delle ragazze che incalzano e che se lasciati in pace e tranquilli, e mi riferisco soprattutto alla Giorgi, possono ottenere dei risultati di ottimo livello. Nel tennis è difficile fare una previsione, c’è sempre una percentuale molto bassa di riuscita per diventare molto forti, bisogna andarci molto cauti, però diciamo che di tutti i giovani che vedo adesso, sicuramente la Giorgi è quella che vedo meglio anche rispetto ai maschietti. E’ molto giovane, è molto forte, è una ragazza con un potenziale enorme; andrebbe lasciata un pochino tranquilla, anche se magari a qualcuno non è simpatico il papà, però questo non deve creare intorno a lei un clima di antipatia. Anzi i giocatori devono essere lasciati tranquilli di potersi esprimere e di praticare la loro attività.

Se guardiamo i numeri, il tennis a Roma, ma in Italia in generale, è uno degli sport più seguiti e praticati, dietro soltanto a sport come il calcio, il basket. Però il problema di avere un giocatore capace di competere stabilmente in top 10 o addirittura per un successo nei tornei del Grande Slam è rimasto: secondo te da cosa dipende, è una casualità?
E’ stato fatto uno studio da parte di alcuni tecnici ed è stato visto che dal 1968 al 2014 di tutti i giocatori maschi che hanno giocato nel circuito ATP, i giocatori che sono riusciti ad entrare nei primi 50 sono stati 20. Andando a fare una proiezione in percentuale su tutti quelli che hanno giocato nel circuito ATP, la percentuale di riuscita per entrare nei primi 50 del mondo è di 0.02. Questo deve far molto pensare, non è una questione di mancanza di giocatori. E’ estremamente difficile entrare nel limbo dei giocatori forti che sono i primi 50 del mondo. Ci sono anche altre nazioni che hanno percentuali così basse perché il tennis è tanto praticato quanto difficile affermarsi. E’ talmente tanto difficile diventar forti che non è solamente un caso italiano, ma è un caso mondiale. Quindi credo che forse il ragionamento vada fatto più sotto questo punto di vista.

Avendo un’accademia di tennis e quindi lavorando con i giovani tutto il giorno, pensi che l’organizzazione dello sport in Italia, con quest’ultimo molto spesso affidato all’iniziativa delle famiglie, anche da un punto di vista economico, possa essere un problema? Da parte dello stato italiano ci dovrebbe essere una maggiore attenzione per favorire le iniziative sportive anche nelle scuole?
Sicuramente la scuola italiana non favorisce l’attività fisica dei giovani. Se uno va a guardare i ragazzini che fanno attività nelle scuole, la cominciano a praticare dalla scuola secondaria. Forse sarebbe il caso che qualcuno di illuminato nel nostro governo pensasse che magari l’attività fisica andrebbe preparata nella scuola primaria e non costerebbe nulla, in quanto gli stessi preparatori fisici dovrebbero solo spostarsi dalle medie alle scuole elementari senza che questo comporti costi aggiuntivi, preparando così i giovani all’attività fisica. Noi abbiamo dei ragazzi che arrivano da noi ed iniziano a giocare che mancano di coordinazione per fare sport e questo è determinato dal fatto che le capacità cognitive dei bambini arrivano fino ai 10-11 anni. Quindi se noi pensiamo che da piccoli questi ragazzi non fanno alcun tipo di attività fisica è veramente complicato avere degli atleti che poi nel futuro possano diventare bravi, perché così si limita l’espressione fisica di ogni bambino. Questo determina una grande difficoltà per chi deve allenare. Le generazioni passate erano più preparate, anche perché non c’erano tutti questi dispositivi elettronici che distraggono dall’attività fisica. Oggi i ragazzi quando arrivano da noi sono veramente impreparati per fare sport e così noi dobbiamo ricominciare da capo perdendo anni preziosi.

Nel tennis giovanile al momento abbiamo una buona base di partenza, con i vari Quinzi, Fabbiano, Cecchinato che stanno pian piano facendo parlare di sé. Vedi qualcuno in grado nel futuro di raggiungere risultati importanti, anche nei tornei del Grande Slam?
Questo dipenderà da loro, dalla loro capacità di saper scegliere anche gli allenatori e di farsi consigliare in maniera ottimale l’attività da svolgere per realizzare quanti più punti per arrivare in alto, perché il problema del tennista è quello di arrivare in alto. Poi una volta fatto questo, riesci a controllare la situazione e a rimanerci. E’ estremamente difficile entrare in una stretta cerchia di giocatori, poi non è così complicato restarci. Se uno si sa organizzare, a meno di un grave infortunio, riesce a controllare la propria classifica. Speriamo che loro facciano delle scelte giuste sia a livello di allenatori che di tornei.

Mettiamo caso che nella vostra accademia ci sia un giovane che dimostri di avere qualità e prospettiva, per esempio un nuovo Adriano Panatta, che consigli gli daresti? Gli consiglieresti di rimanere in Italia o di affidarsi in futuro a qualche centro di allenamento all’estero?
Sono sempre dell’avviso che è il giocatore a dover compiere la scelta. L’allenatore quando si trova un atleta del livello di Adriano conta molto poco, il giocatore conta per l’85%. Il discorso è differente per i giocatori con meno talento che vanno costruiti sul campo. Sono sempre stato dell’avviso che è sempre il giocatore a prendere le decisioni e mai l’allenatore. Per quanto riguarda gli allenatori, credo che quelli di oggi, non abbiano il carisma per poter consigliare bene gli atleti, per il semplice fatto che, essendo pagati dagli atleti che sono anche i loro datori di lavoro, non li contraddicono nelle scelte per non mettere a rischio il proprio posto. Gli allenatori che per me contano molto sono quelli indipendenti dall’atleta, che non hanno una soggezione di carattere economico nei confronti dell’atleta, che quando danno un consiglio lo danno spassionato, senza alcun interesse personale. Quindi credo che oggi, se dovessi allenare un atleta come Adriano Panatta, sarei in una posizione ottimale perché non avrei nessun problema a dirgli che non va bene una cosa. Non come fanno in tanti, che non dicono nulla per paura della reazione del giocatore, per paura perdere il lavoro. Questo succede anche con alcuni atleti italiani di vertice.

Tornando indietro nel tempo, secondo te quanto è cambiato il tennis degli anni 70/80, con il tennis di oggi dal punto di vista tecnico?
Sotto il punto di vista tecnico è cambiato moltissimo. Oggi gli atleti esprimono un tennis estremamente tecnico, veloce, fisico, potente. Prima si giocava in un altro modo, soprattutto io che ho fatto parte della generazione di mio fratello e di quella nuova di Agassi, Edberg, McEnroe. Si giocava in una maniera diversa il punto, si giocava un po’ più piano. Oggi si tende solamente a giocare in maniera aggressiva, chi più spinge più è forte. Però devo dire che il tennis maschile è estremamente bello da vedere, molto spettacolare. A me piace tantissimo.

Ti piace quindi più questo tennis rispetto a quello che giocavi?
No, mi piace più quello di prima perché lo giocavo. Mi piaceva tantissimo giocare, anche perché c’era un ambiente diverso. Forse adesso non mi piace molto l’ambiente che c’è tra i giocatori, l’intesa, l’amicizia fra loro. Prima c’era un rapporto tra i giocatori eccezionale, dopo aver giocato si usciva e si andava a mangiare insieme, c’era un clima estremamente confortevole.

Nel tennis di oggi c’è un’attenzione quasi maniacale nella preparazione fisica e tecnica, i giocatori sono seguiti anche dai mental coach. Secondo te era più difficile affermarsi e reggere le pressioni nel tennis di quegli anni rispetto ad oggi? Magari prima l’atleta aveva meno persone attorno a sé e meno supporto.
No anche prima l’atleta aveva molte persone intorno a sé. Nell’ambiente del tennis c’è sempre stata molta confusione, specialmente nei grandi tornei. E’ chiaro che con l’evoluzione del tennis, si è evoluta anche la concezione di preparazione fisica. C’è un’estrema attenzione anche all’alimentazione e quindi i giocatori tendono, specialmente quelli più bravi, a potersi permettere un entourage di persone che lo seguono attivamente tutto l’anno, anche perché il tennis di oggi è diventato estremamente veloce e quindi la preparazione atletica deve essere di un livello incredibile.

Negli ultimi tempi si sta discutendo molto sulla durate dei match, con la possibilità di uniformare i match nel maschile a quelli del femminile con solamente 3 set, per evitare i cosiddetti match maratona. Molti giocatori attuali e del passato hanno detto la loro e si sono riscontrate opinioni discordanti, tu che ne pensi?
Mah, io introdurrei i match 3 set su 5 anche tra le donne, anche perché percepiscono gli stessi soldi degli uomini. Hanno fatto questa grande lotta per uniformarsi, ma mi sembra di capire che giochino sempre al meglio dei 3 set, mentre i maschi negli Slam giocano sempre al meglio dei 5 set. Battuta a parte, credo che proprio per il discorso della grande preparazione atletica che caratterizza i giocatori oggigiorno, ed anche perché i match in 5 set si giocano solo negli Slam e in Coppa Davis, non credo si ponga il problema. Io ricordo che negli anni ’70 anche i campionati italiani si giocavano 3 set su 5 e i giocatori non erano così atletici come oggi. Però nessuno si lamentava e tutti giocavano, quindi credo che le regole non vadano cambiate poi tanto, non almeno per esigenze tecniche, semmai per esigenze televisive.

Un altro argomento sempre vivo è quello della Coppa Davis. Avendo fatto parte della nazionale italiana, ti piace la formula attuale? Negli ultimi mesi i dirigenti dell’ITF hanno aperto ad importanti cambiamenti come i match con andata e ritorno e la finale in campo neutro, cosa pensi al riguardo?
Ma sai, l’ITF da quando è stata istituita la Coppa Davis penso abbia cambiato 2 o 3 regole. Tutte queste chiacchiere mi fanno un po’ sorridere, perché l’ITF è un’istituzione molto conservativa. Poi le  proposte da parte dei giocatori ci sono sempre state: abbassare la rete, allargare il campo, palline più grandi. Ma non mi sembra che queste proposte abbiano mai attecchito. Ci sono sempre mille proposte, ma mi sembra che l’ITF non sia intenzionata a cambiare le regole. Quindi credo che aldilà della formula e di qualsiasi regola, credo che per un giocatore giocare la Coppa Davis debba essere un onore.

Proprio riguardo a questo, che ne pensi di quei giocatori che rifiutano di giocare alcuni turni della Coppa Davis per dedicarsi alla propria carriera in singolare, per poi tornare a giocare nelle fasi conclusive, vedi quarti, semifinale o finale?
Rispetto sempre le decisioni degli altri. Ognuno ha delle motivazioni personali quando fa una scelta, soprattutto quando ha una carriera da tennista. Io personalmente non avrei mai rinunciato per nulla al mondo ad un incontro di Coppa Davis. Rispetto però chi ha altri obiettivi, forse per loro più importanti da raggiungere.

Facciamo un tuffo nel passato. Durante la tua carriera hai affrontato e battuto grandi campioni come: Johan Kriek, Kim Warwick, José Higueras, Barazzutti, Andrè Agassi ed anche Adriano Panatta: qual è stato l’incontro che ricordi con più soddisfazione e qual è stato l’avversario più difficile che hai affrontato?
Ormai sono passati 25 anni da quando ho smesso, ricordo solamente delle emozioni incredibili, tantissime soddisfazioni, alcune delusioni ovviamente, perché è giusto averle in una carriera. Mi ricordo tantissimi incontri, ma non ho un match preferito. Sinceramente sono stati tutti ricordi bellissimi. Non ho nessun tipo di recriminazione, sono estremamente contento di aver giocato a tennis. Vedendo da dove sono partito non me lo sarei mai aspettato, provenivo dal basso, quindi per me tutto quello che ho conquistato è stato un regalo incredibile. Anche se fossi stato più in basso in classifica per me sarebbe stato comunque un risultato quasi irrealizzabile, confermato anche dalle percentuali che ti dicevo prima. Sono uno dei 20 giocatori italiani più forti ad aver mai calcato il circuito ATP.

Vista la mia età ho vissuto dall’esterno il rapporto all’interno del circuito fra due sorelle: Venus e Serena Williams, com’era il rapporto tra Claudio ed Adriano all’interno del circuito? Vi confrontavate scambiando consigli oppure ognuno andava avanti per la propria strada?
Noi siamo stati insieme all’interno del circuito veramente poco, perché Adriano ha smesso nel 1983 ed io sono entrato nel circuito nel 1981-1982, quindi il periodo è stato veramente breve. Non c’è stato mai tempo, giocavamo dei tornei diversi e ci siamo visti poco, ci siamo confrontati poco. E’ chiaro che con mio fratello mi ci sono confrontato sempre al di fuori, perché c’era il modo di parlare ed ho ricevuto sempre dei consigli molto utili perché Adriano tecnicamente è il numero 1. Non c’è nessuno che capisce di tennis in Italia quanto ne capisce lui. Ce l’ho avuto come capitano di Coppa Davis per tutta la mia carriera, so bene quanto fosse capace di aiutare un giocatore e tutti i giocatori che hanno avuto lui come capitano mi dicono la stessa cosa, quindi è stato oltre ad un bravo giocatore, anche un ottimo tecnico.

In Italia si fanno sempre paragoni, soprattutto quando ci sono due fratelli che fanno lo stesso sport, se hai mai letto qualcosa, ti hanno mai dato fastidio questi riferimenti, soprattutto dopo che Adriano ha smesso?
No, ero molto contento e molto orgoglioso che mio fratello fosse più forte di me. Non mi sono mai sentito in competizione con lui, un tennista è in competizione con se stesso. Ognuno fa la propria carriera e cerca di fare del proprio meglio. E’ chiaro che io avevo un fratello molto bravo, ma questo mi faceva solo piacere perché era mio fratello. Molte volte questa cosa forse è stata travisata dalle persone e da chi magari ci doveva giudicare, facendo dei paragoni inutili. Ogni giocatore è diverso, anche se è un fratello è un giocatore diverso, quindi sinceramente non ho patito molto questa cosa.

Pensi che oggi, nel giro di qualche anno, possa venire fuori un giocatore come Adriano Panatta?
Non lo so, spero che ne vengano fuori altri 10 come lui, perché quello che è riuscito a fare Adriano a livello di coinvolgimento della gente, del popolo, è stata una cosa che nel tennis poi non è riuscita più a nessuno, nonostante ci abbiano provato in tanti. Quando entrava in campo, nel bene o nel male, riusciva sempre a coinvolgere la gente. Se a quei tempi c’è stato un movimento tennistico in Italia, e se ancora oggi dopo tutti questi anni si parla ancora di Panatta nel tennis, lo si deve a lui che ha lasciato un’impronta importante. E’ uno di quegli atleti alla Tomba, che hanno fatto la storia e di cui ci si ricorda anche dopo tanti anni.

Ti chiedo un pronostico. Secondo te Djokovic quest’anno riuscirà a vincere il Roland Garros, soprattutto vista la condizione non ottimale di Nadal?
Se non lo vince quest’anno, forse lo vince il prossimo. Djokovic ha davanti a sé diversi anni per poter vincere il Roland Garros. E’ un giocatore estremamente completo, oggi mentalmente è sicuramente il più forte e sono sicuro che lo vincerà il Roland Garros, se non quest’anno il prossimo, perché lo vuole vincere e quando decide di vincere una cosa la vince.

Al momento è in un periodo di forma eccezionale. Se non lui, nel tennis moderno ci sarà qualcuno in grado di completare il Grande Slam? Dato che l’ultimo a riuscirci è stato Rod Laver.
Secondo me se lo completa, lo completa quest’anno il Grande Slam, innanzitutto perché punta a completarlo e cosa secondaria perché Nadal quest’anno lo vedo leggermente meno competitivo. Non so se farà in tempo ad essere in forma per Parigi. L’unico rischio lo corre a Wimbledon. Lì rischia di più, perché è un torneo lungo in cui puoi incontrare una giornata sfortunata o un giocatore che indovina la giornata pazzesca. Però se fa il Grande Slam, lo fa quest’anno.

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Gilles Simon: “Djokovic è così forte che rompe le p…e. Federer poco presente per i giocatori”

Il giocatore francese è uno dei pochissimi a difendere Novak Djokovic: “Ha fatto più di chiunque altro per i giocatori. I fatti dell’Adria Tour un grande errore perché si è dato la zappa sui piedi. Federer? Ora è poco coinvolto”

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Gilles Simon - Queen's 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Gilles Simon non è mai banale, né dentro né fuori dal campo. Lucido, equilibrato e soprattutto schietto, il 35enne tennista francese, impegnato in questi giorni al Challenger Elite FFT nella sua Nizza, è stato intervistato da Frank Ramella per L’Equipe sul recente “scivolone” di Novak Djokovic e sulla situazione attuale dei giocatori ATP alla luce del nuovo calendario del circuito, al via nella metà di agosto. Gilles è uno dei pochi colleghi a difendere pubblicamente il serbo mentre “bacchetta” Roger Federer reo, secondo lui, di non essere stato particolarmente presente negli ultimi, difficili mesi segnati dalla pandemia da coronavirus. Ricordiamo che Federer fa parte del Player Council dell’ATP, di cui Djokovic è presidente.

“Per ora, mi sono convinto che avrei giocato a Cincinnati e allo US Open per fissarmi una scadenza” ammette Simon. “È una buona idea? Sì, no? Tutti esprimono il proprio parere. Si vede soprattutto che non c’è una guida, o per lo meno un’unica guida per tutti . Ognuno ha interessi diversi, ognuno tenta di giocare le proprie carte come può a seconda delle regole, delle leggi, delle condizioni di certi paesi. E noi giocatori, siccome non abbiamo un organismo e una rappresentanza definita, dobbiamo subire ed è colpa nostra. Mi dicono di riprendere allo US Open? Ok, andrò allo US Open, grazie e arrivederci“.

Non facile, stando alla situazione sanitaria attuale negli Stati Uniti… “Aspetterò la loro decisione. Preferirei che ci dicessero ‘Finché avremo questo genere di condizioni, non si gioca’. Ma non siamo noi a decidere“.

 

E allora, che fare? “Da tempo si parla di un sindacato dei giocatori… Bisogna che tutti i giocatori capiscano che da soli sono deboli e che uniti sono fortissimi. Ci sono cinquanta maniere diverse per dividere i giocatori, utilizzate tutte dagli agenti, le federazioni, i tornei. Ora, basta vedere che gli americani vogliono giocare lo US Open, i francesi saranno al Roland Garros. Lo fanno perché possono farlo, è semplice. Sta a noi impedirlo ed essere ascoltati. All’inizio della carriera, i giovani tennisti si credono protetti dall’ATP. Adesso, ci sono sempre più giocatori che auspicano la creazione di un’associazione”.

Allora perché un “sindacalista” come Gilles, che si preoccupa del bene comune, si sorprende del seguito che hanno avuto le dichiarazioni di Noah Rubin (che si è scagliato contro Djokovic)? “Ho solo espresso l’opinione che Novak, all’Adria Tour, ha fatto il grande errore di fare qualcosa che poteva danneggiarlo. È un gran peccato. E vorrei dire a Noah Rubin che, per il prize money nei Challenger o nelle qualificazioni, nessuno ha lottato per questo più di Novak. Quindi, quando chiede le dimissioni di Novak dalla presidenza del consiglio dei giocatori, si dà la zappa sui piedi”.

Perché, dunque, tutte queste critiche nei confronti di Djokovic? “Lo si vede anche nel pubblico, in campo, nella finale dell’Australian Open. Si ha la sensazione che darebbe fastidio a tutti se battesse i record di Roger. È così forte che rompe le palle. Lo sfogo contro Novak è un errore enorme. Gran parte del pubblico non lo considera come Roger o Rafa“.

A tal proposito, Federer non si è fatto sentire molto, per quello che riguarda le questioni ‘politiche’ e organizzative, in questo periodo complicato… No. Ho conosciuto un Roger capace di farsi avanti quando c’erano discussioni sul prize money degli Slam, tempo fa. Ho l’impressione che l’abbiamo perso per strada, che gli importi poco di rappresentare i giocatori. Eppure, se c’è una voce autorevole, è proprio la sua!“.

In questo momento, la voce più autorevole dovrebbe essere quella di Djokovic, che ricopre il ruolo di presidente del consiglio dei giocatori. Lo sta svolgendo al meglio? “Lo considero come tutti gli essere umani, con le sue qualità e i suoi difetti. Come Roger. Come Rafa. Ma, per quanto riguarda Federer, si parla solo dei suoi pregi. E solo dei difetti di Novak. È a causa del gioco mediatico. Credo che Novak tenti di affrontare questioni complicate nell’interesse generale dei giocatori. E mi è dispiaciuto per questa storia dell’Adria Tour perché, commettendo un grave errore, tutto questo lavoro va a monte. Ormai è facile dire: “Mi raccomando, non date più retta a Novak!”.

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Brandon Nakashima: “Amo Federer ma il mio tennis è simile a quello di Djokovic” (intervista esclusiva) 

Il suo ricordo più vivo è l’allenamento con Rafa Nadal a Wimbledon. I duelli con Musetti e Tseng Chun-Hsin, la stima per Sebastian Korda e Hugo Gaston. “Non amo le discoteche”. Cosa gli dice il nuovo coach Pat Cash

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Brandon Nakashima - ATP Delray Beach 2020 (foto via Twitter @DelrayBeachOpen)

Brandon Nakashima, nato il 3 agosto 2001, ha 18 anni. Il suo nickname è B-Nak. È nato 13 giorni prima di Jannik Sinner. Numero 220 ATP (best ranking di 218) è secondo solo all’altoatesino nel ranking dei 18enni. Il cognome è giapponese, ma il nonno con il quale ha cominciato a giocare a tennis all’età di poco più di tre anni era quello materno, vietnamita. Alto 1.85×78 kg, i tratti fisici sono orientali, ma lui è nato a San Diego e anche il padre Wesley è nato in California, mentre la madre è nata in Vietnam ma a cinque anni si è trasferita in California. I genitori sono entrambi farmacisti.

Ha giocato per il college dell’University of Virginia ed è stato dichiarato freshman (matricola) dell’anno nel 2019 della Atlantic Coast Conference, per poi passare professionista. Dal torneo di Delray Beach di quest’anno è allenato da Pat Cash e lì subito ha raggiunto i quarti battendo quattro Top 100. Il colpo migliore è il rovescio, l’idolo è Roger Federer. Poderoso atleta, è considerato uno dei migliori talenti statunitensi. Si considera timido ma non appare poi troppo in questa intervista, una volta sbloccatosi. Va matto per il sushi ma, confessa, anche per i dolci. Nell’intervista dice quali siano già state le vittime di maggior prestigio, il prestigio delle quali fa pensare che il suo attuale ranking sia bugiardo.

IL VIDEO DELL’INTERVISTA

 

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

Minuto 00:00: Introduzione con annesso elenco dei suoi scalpi di maggior prestigio: Sam Querrey, Cameron Norrie, Jiri Vesely, Marcos Giron, Salvatore Caruso, Yuichi Sugita.

03:40: Come si è comportato durante la pandemia: “Indosso sempre la mascherina in pubblico, cerco di stare attento quando esco”. È grato della possibilità che ha avuto di allenarsi su campi privati, così da poter continuare a lavorare e giocare match con avversari di livello.

05:07: Il rapporto speciale con il nonno materno: “È originario del Vietnam, ed è stato lui a portarmi in campo a tre anni e mezzo. Abbiamo iniziando sui campi pubblici, e da allora ho iniziato ad allenarmi tutti i giorni”.

06:45: Come sta andando con il suo nuovo coach, Pat Cash, e come è cambiato il loro legame durante la pandemia? “Ci siamo visti per la prima volta dopo il mio match d’esordio a Delray Beach. Da lì abbiamo iniziato con qualche sessione d’allenamento qui in California, e soprattutto nell’ultimo periodo è diventato sempre più presente. Siamo entrambi contenti di star creando un legame sempre più stretto”.

07:38: Cash ha detto di aver subito notato la straordinaria manualità del ragazzo – pensa anche lui che sia la sua qualità migliore? “Ho sempre avuto una buona mano, e infatti da piccolo ero bravo in tanti sport diversi. Da quando lavoro con Pat ho continuato a migliorare sotto questo aspetto, perciò sì, credo che la manualità sia probabilmente la mia qualità migliore”.

08:42: Il loro primo incontro: “Avevamo un paio di amici comuni al tempo del mio ingresso fra i pro, e io stavo cercando un buon allenatore. Pat mi è stato consigliato da più parti, così ci siamo sentiti al telefono per conoscerci meglio. A Delray Beach era un periodo di prova, ma dopo un paio di settimane abbiamo deciso di proseguire a tempo pieno sul tour”.

11:53: Chi sono i suoi idoli d’infanzia? “Mi è sempre piaciuto veder giocare Federer, ma penso che il mio gioco sia più simile a quello di Djokovic”.

12:40: Com’è stato allenarsi con Nadal? “Un paio d’anni fa stavo giocando Wimbledon juniores, e ho conosciuto Rafa mentre si scaldava per uno dei suoi match. È stata una grande esperienza; lui era ovviamente focalizzato sull’incontro, ma è stato veramente carino e rispettoso nei miei confronti. Prima di allora non avevo mai giocato con nessuno che avesse colpi tanto arrotati sia sul dritto che sul rovescio!

14:36: Chi sono i migliori talenti del tennis europeo? “Nel 2018 ho giocato le ITF Junior Finals in Cina, quindi ho affrontato I sette migliori altri junior. Ho giocato contro gente come Musetti e Tseng Chun-Hsin, e penso che avranno tutti un grande avvenire. Hugo Gaston è un altro giocatore di grande talento, e si muove bene”. Per quanto riguarda gli USA, la sua scelta ricade su Sebastian Korda, con cui gioca spesso nel Challenger Tour.

17:20: Brandon ci parla della transizione dai junior ai professionisti: “Per me è stato fondamentale andare all’università [a Virginia, ndr] per una stagione a 17 anni, ha aiutato tantissimo il mio gioco e mi ha fatto maturare come persona. Consiglierei a un sacco di giocatori di provare l’esperienza universitaria, perché è un modo per verificare se si è pronti o meno a passare pro. In autunno ho deciso di provare a giocare dei Challenger e ho ottenuto dei buoni risultati; ho capito che il mio gioco era pronto per il tour professionistico e che ero abbastanza maturo da provarci, e così ho deciso di fare il salto”.

19:45: Un breve riassunto dei suoi migliori risultati negli Slam juniors: “Il primo anno [2018, ndr] ho fatto i quarti a Parigi e New York, mentre la scorsa stagione sono arrivato in semifinale a Flushing Meadows”.

21:25: Come si sta sviluppando il suo gioco con Pat Cash? “Durante gli allenamenti qui in California abbiamo deciso di lavorare tanto sul gioco in avanzamento e su quello a rete, così da poter variare maggiormente gli schemi. Ovviamente Pat era uno dei migliori giocatori di serve-and-volley, quindi sto solo cercando di imparare da lui e dalla sua competenza”.

Pat Cash, Brandon Nakashima e Angel Lopez (via Twitter, @angelprotennis)

23:55: Quali sono i suoi piani sul breve termine? “Ora come ora è difficile programmare, visto che non sappiamo quando e se si inizierà a giocare, ma stiamo lavorando come se lo US Open si dovesse disputare normalmente [l’intervista è avvenuta prima dell’annuncio della USTA di mercoledì scorso sullo Slam americano, ndr]. Mi sto preparando dal punto di vista fisico, anche se il mio ranking non è abbastanza alto da entrare direttamente in tabellone, e non sono sicuro che ci saranno le qualificazioni [in seguito all’annuncio di cui sopra, le qualificazioni sono infatti state cancellate, ndr], quindi la mia unica opzione è chiedere una wildcard”.

25:35: Come la pensa sul tennis a porte chiuse: “Sarà interessante, siamo tutti abituati ad avere persone che ci guardano mentre giochiamo, quindi credo che per molti sarà un po’ strano all’inizio. Per quanto mi riguarda non sarà una questione importante, mi sto concentrando sul mio gioco e credo di poter fare bene con o senza di loro”.

26:47: La vita fuori dal campo: “Cerco di rilassarmi e divertirmi. Mi piace giocare ad altri sport, quindi nei giorni liberi gioco a golf con gli amici o sto a casa a guardare la TV, cerco di distrarmi dal tennis. Non mi piace andare in discoteca, non è mai stata la mia idea di uscita – preferisco le serate tranquille con gli amici”.

30:04: Quanto ne sa di storia del tennis? “Non molto, in realtà. Mi piace però guardare partite del passato, incontri di decenni fa, per notare le differenze con il gioco attuale. Il loro stile era completamente diverso, tutto serve-and-volley, si cercava di prendere rapidamente la rete. È interessante vedere quanto il gioco sia cambiato, quanto i giocatori siano cambiati”.  

31:30: Le prospettive di Brandon per il 2022/2023: “L’obiettivo è di migliorare a livello di risultati e di classifica. Forse per allora sarò riuscito a raggiungere la Top 10”.

33:20: Dopo i Big Three, chi diventerà il nuovo N.1? “Fra i Top 10 attuali, credo che Medvedev e Tsitsipas abbiano le chance migliori di vincere degli Slam. Fra noi giovani, invece, i NextGen, trovo che Shapovalov abbia un buon gioco, e anche Auger-Aliassime ha buone possibilità di fare bene”.

36:10: I consigli più frequenti di Pat Cash: “Devo migliorare il footwork, soprattutto nell’ottica dei match al meglio dei cinque, e devo lavorare sulla condizione atletica. Il dritto e il senso del campo devono salire di livello. Pat mi dice spesso anche di variare il gioco e di offrire palle diverse all’avversario, cose che credo potranno aiutarmi a vincere tante partite e a non essere troppo prevedibile. Imparare ad avanzare verso la rete mi aiuterà anche a variare di più da fondocampo”.   

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Essere un professionista di tennis… col joypad: intervista a Lorenzo Cioffi, campione di E-sports

Lunga chiacchierata con uno dei migliori videogiocatori di tennis del mondo, che ha commentato il Mutua Madrid Open Virtual Pro. Il futuro della racchetta passa anche da qui

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Lorenzo Cioffi, vincitore della seconda edizione del Daikin eSport Open (ATP 250 Monaco 2019)

In un mondo emerso solo da poche settimane dal lockdown, gli “e-Sport” si sono imposti come una delle fonti principali di intrattenimento sportivo; in generale, tutto l’universo del gaming ha ricevuto una spinta propulsiva dalla ‘nuova normalità’ a cui siamo stati costretti per quasi tre mesi.

Per quanto indietro rispetto ad altri sport come il calcio o il basket, anche il tennis sta iniziando a ritagliarsi il suo piccolo spazio nel campo degli e-Sport. Infatti, sempre molto attento alle nuove tecnologie, il torneo di Madrid diretto da Feliciano Lopez ha di recente organizzato un torneo di tennis virtuale al quale hanno preso parte tennisti professionisti come Nadal e Murray: un’iniziativa che non sembra aver accolto il favore della base di appassionati del tennis, non particolarmente giovane, ma che ha l’obiettivo di provare a stabilire un contatto con le nuove generazioni, gli ipotetici tifosi del futuro. La stessa direzione verso cui si muove il nuovo circuito pensato da Mouratoglou, l’Ultimate Tennis Showdown che ha ricevuto più critiche che elogi per l’eccessiva spregiudicatezza del cambiamento regolamentare.

C’è stata anche un po’ d’Italia al Mutua Madrid Open Virtual Pro. Oltre a Fognini, in gara da partecipante, il commentatore internazionale dell’evento è stato Lorenzo Cioffi, professionista italiano di E-sport.

 

Lorenzo ha una carriera ricca di successi nel mondo dei videogiochi di tennis: è stato per 15 settimane il numero 1 del mondo su Tennis Elbow e due volte campione italiano di Tennis World Tour, e vanta anche un secondo e un terzo posto alle Roland Garros eSeries, che quest’anno si sono tenute a inizio giugno.

Proprio con Lorenzo abbiamo fatto una lunga chiacchierata sull’evento di Madrid e sulle implicazioni future che potrà avere, relativamente al pianeta del gaming nel tennis. Un argomento che l’ATP e la WTA non possono più ignorare se l’intenzione è avvicinare un pubblico più giovane al tennis.


Partiamo proprio dal principio. Come ti sei avvicinato al mondo degli E-sport di tennis?
Nel 2014, l’anno in cui mi sono avvicinato a Tennis Elbow – il videogioco con cui mi sono appassionato al genere. È un gioco ‘indie’ e quindi non ha tornei per i pro, ma quando gioco sono sempre molto competitivo. Poi mi sono avvicinato al mondo dei tornei e ho cominciato a dedicare maggiore impegno. Nel 2018, quando c’è stato il torneo per lanciare Tennis World Tour a Roma, sono partito in treno al mattino presto da Ancona e senza aver mai provato il gioco (era in versione beta, ndr) ho vinto il torneo. Mi sono avvicinato così a Tennis World Tour, in maniera molto naturale. Io volevo solo provare il gioco e il fatto che abbia vinto il torneo è stato secondario. Ero già abituato da Tennis Elbow mentalmente e questo mi ha aiutato.

Lorenzo Cioffi

Cosa pensi del futuro del tennis nel mondo dei videogiochi dopo l’evento di Madrid? L’ATP comincerà a interessarsi del settore?
L’ATP spingerà sicuramente. I videogiochi sono ottimi per sponsorizzare e le competizioni non possono fare che bene perché dimostrano che il tennis è uno sport con un target giovane. L’obiettivo da anni è anche quello di svecchiare un po’ lo sport e i videogiochi potrebbero essere un ottimo modo come fatto dalla FIFA (la federazione che governa il calcio, ndr)… con FIFA (il videogioco, ndr). Ci sarà una crescita delle competizioni come c’è stata dal 2018 al 2019, e si è vista sicuramente un maggiore interesse delle stesse federazioni a organizzare i tornei. Probabilmente, con un gioco migliore, avremmo avuto più tornei e una community più grande. Questo avrebbe contribuito a far crescere gli E-sport, e sicuramente TWT (Tennis World Tour, ndr) non è la piattaforma migliore; speriamo bene con TWT2. Se ci sarà un gioco valido supportato da una buona community, l’ATP e la WTA non staranno con le mani in mano.

Sempre che non si uniscano nel breve periodo
Anche questa cosa non è ben chiara. La WTA potrebbe avere qualcosa da dire nei videogiochi. Sono a conoscenza di alcuni dettagli che non posso rivelare, ma sicuramente qualcosa si sta muovendo a livello di licenze.

Quindi hai avuto contatti diretti con ATP e WTA?
Non direttamente, però mi sono informato molto e ho contatti con diversi sviluppatori; insomma mi sono mosso abbastanza nel settore.

Pensi che l’ATP abbia fatto abbastanza per promuovere il tennis tra le nuove generazioni? Ci riferiamo al periodo pre-Gaudenzi…
Ci sono stati pochi eventi legati ai videogiochi e non li hanno organizzati loro in prima persona. L’unica cosa che ATP ha fatto per svecchiarsi un po’ negli ultimi anni è sviluppare un po’ il lato social, specialmente YouTube. Hanno cercato di copiare e far propri molti format come ad esempio i punti migliori della stagione, del torneo eccetera. Si sta muovendo abbastanza bene, ma vediamo se succederà qualcosa anche sul fronte dei videogiochi.

Con la pausa degli sport tradizionali per il coronavirus, c’è stato un vero e proprio boom dei videogiochi sportivi, con gli sportivi stessi come Leclerc a testare i titoli di Formula 1. Pensi che dopo questa pausa forzata anche l’ATP abbia cambiato atteggiamento sul tema videogiochi?
Sono abbastanza sicuro che lo faranno e penso l’avrebbero fatto comunque. Titoli come Tennis Elbow erano già stati annunciati e probabilmente avrebbero innescato qualche reazione da parte dell’ATP. Nel 2020 non penso sia difficile realizzare un bel gioco di tennis, ci sono tutti gli strumenti adeguati e l’ATP potrebbe dare una mano dal punto di vista delle licenze, che renderebbero il gioco appetibile anche per i giocatori ‘casuali’ interessati a divertirsi con Federer, Nadal o Djokovic. Sicuramente, durante l’emergenza sanitaria, l’ATP si è resa conto di essere ‘scoperta’ da questo punto di vista a differenza del Motorsport dove ci sono tantissimi simulatori.

Raccontaci un po’ della tua esperienza da commentatore per il torneo virtuale di Madrid con Nadal, Murray e altri campioni. Com’è nata la tua partecipazione all’evento?
Ho saputo dell’evento e conoscevo un ragazzo che mi ha portato all’interno dell’organizzazione. Avevamo già esperienze di streaming insieme e sapeva che avrei potuto portare esperienza sul campo e spunti tecnici. Anche se il target secondo me era diverso (più tarato sui partecipanti che sul gioco in sé, ndr), ero lì per fornire il commento tecnico e sono rimasti tutti contenti del lavoro che ho fatto. Il fatto che avessi un palmarés importante sicuramente ha contribuito.

Come vi siete organizzati concretamente?
Ci siamo sentiti su un canale Discord (applicazione molto usata dai gamers per essere in contatto durante le sessioni di gaming, ndr), solo noi commentatori. Gli organizzatori non li abbiamo sentiti direttamente ma tramite un’agenzia. È stato un po’ strano, ma era l’unico modo considerato il lockdown generale. C’è stato da organizzare per preparare i due giorni, ma è stata un’esperienza fantastica.

Da eventi del genere mi aspetto un montepremi molto ampio.
Si, sicuramente il montepremi riservato ai partecipanti era importante, cifre che noi non abbiamo mai visto ad esempio.

Qual è il montepremi medio nei tornei di e-Sport di tennis?
Si aggira sui 10.000-15.000 euro, rispetto agli altri e-Sport sicuramente è basso ma è normale sia così. I tornei sono condensati da marzo a giugno, praticamente sulla stagione della terra battuta. Ci sono molti tornei di preparazione al Roland Garros come Estoril, Monaco. Per adesso il tennis “virtuale” è più una passione rispetto ad altri e-Sport in cui si può considerare un lavoro vero e proprio. Non mi dispiacerebbe diventasse tale in futuro.

Tendenzialmente per una stagione da numero 1 al mondo quanti soldi ti guadagnano?
Si può arrivare a 6.000-8.000 euro, dipende dai tornei. Il Roland Garros non è quello che paga di più ad esempio. Il montepremi è di 10.000 euro ma il vincitore ne prende 5,000 e il resto è diviso tra gli altri partecipanti. A Monaco la prima edizione metteva in palio 2000 euro, 1500 dei quali al vincitore, invece l’anno scorso al vincitore sono andati 4000 euro. Per me vincere Monaco è stato più appagante di arrivare in semifinale al Roland Garros, dopo tante partite non si vince poi così tanto. Monaco è un torneo molto ben organizzato in generale, il migliore dello scorso anno.

Passiamo al tennis giocato. Da appassionato di tennis pensi si giocherà nel 2020? E se si giocherà, quale sarà lo scenario? Pensi che i Big3 soffriranno il periodo di pausa forzata come detto da Becker?
Non so se si giocherà nel 2020, io spero di si ma deve essere garantita la sicurezza. Se iniziassero ad agosto, considerando che il tennis è globale, sarà difficile superare tutte le barriere che rimangono in alcune parti del mondo Per me si dovrebbe passare direttamente al 2021, anche se così Djokovic resterebbe imbattuto. Per me gli anziani” saranno avvantaggiati perché avranno meno pressione addosso.

Eppure sembra proprio che si giocherà nel 2020, tra Roma, Parigi e US Open…
Sinceramente non credo riusciranno a starci dentro a livello finanziario e se non ci saranno le condizioni perfette (niente pandemia) secondo me non si deve giocare. Giocare un torneo di tennis vuol dire mettere insieme persone da tutto il mondo e mi sembra impossibile al momento.

Potete seguire Lorenzo Cioffi su Twitch

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