L'immondezzaio del “Pietrangeli”: come rovinare un campo magnifico

Editoriali del Direttore

L’immondezzaio del “Pietrangeli”: come rovinare un campo magnifico

Critiche ed apprezzamenti senza peli sulla lingua sul torneo. I meriti di Binaghi e i demeriti. La gaffe della racchetta al Papa. Eataly alla grande, record di pubblico. I 4 milioni ad Antonio Conte e quelli a Supertennis secondo Giovanni Malagò. E Petrucci? Accessi stampa, speakers…

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Ho pubblicato sul twitter di Ubitennis le foto dello stato indecoroso in cui si trova il magnifico campo Pietrangeli, per l’assenza di inservienti e di cestini. Le foto sono state scattate da alcuni spettatori che, indignati, me le hanno gentilmente fornite. E sono state scattate quando era ancora in corso lo sciagurato match di Camila Giorgi che vinceva 5-2 nel primo set e 4-1 nel secondo, ma con la solita condotta tattica scriteriata li ha persi entrambi 7-5 nel martedì nero del tennis italiano che ha visto volar fuori tutti i nostri giocatori. Di 15 che ne avevamo in tabellone, e poteva essere considerato un sucesso, al di là delle wild card, ne abbiamo persi 11 al primo turno, il dodicesimo (Donati) al secondo e oggi con i tre superstiti c’è poco da illudersi, perchè Fognini trova per la terza volta in poche settimane Dimitrov che lo ha battuto in tre set a Madrid e a Montecarlo in due, la Knapp sconterà il fattore K con la Kvitova in chiusura di serata, e insomma soltanto Sara Errani parte favorita con l’americana Christina McHale, n.65 del mondo e battuta 4 volte su 4, 2 sul rosso e 2 sul cemento. Che ci salvi almeno Saretta! Se poi ci riesce pure Fognini sarà festa grande.

Tornando all’immondezzaio in cui ora dopo ora si trasforma il “Pietrangeli”, senza che nessuno pensi a metterci mano. Il direttore del torneo Sergio Palmieri se n’è mai accorto? Al Roland Garros una roba del genere – anzi, visto l’argomento, una robaccia… – è assolutamente impensabile. Nessuna cartaccia resiste per più di 5 minuti. Ci sono inservienti che passano di continuo dappertutto con degli aspiratori ad hoc, che lavorano incessantemente per preservare l’ambiente e dargli un aspetto di pulizia che al Foro Italico, pur bellissimo nella sua cornice, fra i tigli, Monte Mario e il resto, proprio non si avverte.

 

E’ vero che anche il pubblico a Parigi sembra più educato, molto più educato a dire il vero, ma se a Roma ci fossero i cestini e gli inservienti, e magari invece che sempre solo e soltanto musica spaccatimpani a mille decibel venisse irradiato anche qualche annuncio con l’invito a servirsi degli appositi cestini (quando li metteranno ovviamente… Suggerisco il testo: “Amici del tennis aiutateci a tenere pulito questo posto meraviglioso, non buttate per terra carte e bottiglie, ci sono i cestini”), sono sicuro che tutto ciò aiuterebbe a migliorare un’immagine di un campo che da bello, anzi bellissimo ed unico che è, diventa un vero letamaio. Un vero immondezzaio. E lo è lungo tutta la giornata, non solo quando si conclude l’ultimo match. Con un piccolo bagno di umiltà, anziché riempirsi la bocca con dichiarazioni patetiche del tipo “Roma si avvicina agli Slam” et similia, certi problemi dovrebbero essere affrontati e risolti. Non solo le suites, gli stand degli sponsor sono importanti.

Non sarebbe male, poi, che qualcuno dei tanti addetti ai controlli diffidasse quegli spettatori che mettono i piedi sulle spalliere delle sedie a non essere cafoni. Ogni mattina di queste sedie ce ne sono decine (le ho viste io, ma saranno di più) che, spaccate, vanno aggiustate.

Ciò detto voglio dire anche – onde non mi si accusi soltanto di ipercriticismo pregiudiziale (Binaghi dirà che ce l’ho con lui! Ma non oserà darmi apertamente… del poveraccio, lo farà magari un tantino più… subdolamente per evitare querele) che invece l’area riservata al ristorante giocatori – dove accedono anche coach, agenti, familiari, fidanzate (che in molti casi sembrano modelle, e forse sono), qualche giornalista, telecronisti, e altri presunti VIP non meglio identificati – è bellissima, si affaccia al campo in finta erba dove si radunano i ragazzini che giocano ogni giorno con un tennista ed è assai piacevole, ben curata. Ai giocatori non può che essere piaciuta. C’è un biliardo, un tavolo da ping-pong, tanti computer, consolle per la Playstation. Anche tutta la zona biglietteria è stata finalmente curata come si deve, è pulita, ben assistita, e rispetto allo scorso non c’è proprio paragone.

Mentre, tornando alla Players Lounge – l’Antica Casa delle Armi, palazzina dell’epoca fascista che era poi diventata un’Accademia della Scherma (e ci si allenavano fino a 160 schermidori contemporaneamente) – dove c’è perfino il parrucchiere e la manicure, il catering di Eataly fa finalmente onore – dopo anni e anni di ristorazione assai poco apprezzati – alla grande tradizione della cucina italiana. I giocatori mostrano di gradire, la scelta di paste, carni, formaggi, e tutte cose cucinate “espresso” sotto gli occhi di tutti dall’equipe del “maestro” Farinetti , è straordinaria. Finalmente, era l’ora. Brava Coni Servizi, brava Fit. Bravo chiunque abbia capito che occorreva cambiare registro.

Non so quando qualcuno si deciderà finalmente ad affrontare invece il discorso (secondario, ma fino ad un certo punto…) dell’accesso alla tribuna stampa (sul campo centrale) da parte dei giornalisti. In tutti gli stadi del tennis i giornalisti, dovendo lavorare, non devono fare la fila in mezzo a tutto il pubblico stando sugli scalini senza l’ausilio di un monitor che faccia vedere cosa sta succedendo. Le scale vengono divise verticalmente in due accessi e i giornalisti salgono da una parte, gli spettatori da un’altra. Le esigenze sono diverse. Se si arriva sul 6-5 di un set, non si può sapere che succede fino a che finisce il set, e non si vede il tiebreak, eventuali setpoint, breakpoint e quant’altro. Come si fa a lavorare in quelle condizioni? Ci fosse almeno un monitor da guardare nell’attesa! Ma non c’è alcun motivo, visto che la tribuna stampa è così in alto che i giocatori non potrebbero mai vedere se qualche giornalista entra e prende posto lassù in piccionaia, per impedire il passaggio a chi deve lavorare e raccontare quel che succede. Tante volte, per via di interviste che si concludono in altre aree dello stadio, o comunque assai lontano dalla sala stampa, può diventare impossibile arrivare nell’esatto minuto in cui c’è il cambio campo. A volte si sta in sala conferenza mezzora aspettando il tennista ritardatario. E poi via di corsa per assistere alle fasi finali di un match. Ma per assistervi bisognerebbe poterlo vedere. Restare appollaiati per decine di minuti, sugli scalini, oltre che pericoloso – se un giorno qualcuno cade e fa causa all’organizzazione la vince di sicuro! – significa non poter vedere e descrivere niente: è un errore logistico di cui l’organizzazione dovrebbe rimediare. Non costa nulla, ci vuole niente a risolverlo. Lo vado ripetendo da anni, e forse perché sono io a chiederlo, non viene fatto. Eppure chiunque abbia visitato un torneo e l’accesso alla tribuna stampa l’avrà visto realizzato.

Ieri, martedì, il presidente Binaghi ha esordito nella conferenza stampa di “celebrazione” di Supertennis – probabilmente dimenticando che io ero presente nel 2000 sia quando si candidò dichiarando che nessun presidente avrebbe dovuto restare su una poltrona federale per più di due mandati, sia quando al lancio di Supertennis dichiarò che si sarebbe raggiunto il break even economico in 3 anni (e quindi ai miei occhi perdendo ogni credibilità, visto che ora il costo della tv oscilla intorno ai 5 milioni l’anno, 30 milioni in 6/7 anni sono pochi?) – attaccando nelle primissime battute coloro che criticano il ruolo svolto da Supertennis. Queste le sue parole, registrate: “Poveracci, gente che non conta niente, lo fanno per interessi personali…”.

Se si riferiva a me, come credono tutti, dovrebbe un giorno spiegare quali sarebbero questi interessi personali. Non sono mica Berlusconi con un mio network televisivo concorrente! Né ho intenzione di candidarmi alla presidenza della Federtennis, a) perché non mi interessa; b) perché nè io nè nessun altro vincerebbe mai con le regole che ha fatto “istituire” Binaghi (raccogliere la firma di 300 società per candidarsi esponendo economicamente quelle società “nemiche” al potere costituito non converrebbe a nessuno, sarebbe rischiosissimo); c) il mandato di Binaghi per la sua durata è assimilabile a quello del papa Francesco cui il presidente ha pensato di poter regalare una racchetta bianca con su il marchio di un’azienda che produce racchette (una gaffe pazzesca per chi dovrebbe mostrarsi almeno superpartes: fossi il titolare di un’altra azienda concorrente di quella… “privilegiata” mi farei sentire!  Non mi dite che è stato casuale però eh! L’incontor con il Papa, la racchetta bianca, tutto era stato preparato da lungo tempo…quindi anche il logo non era lì per sbaglio, per una leggerezza, per una dimenticanza!). A proposito della durata del mandato mi si fa notare una piccola differenza: papa Ratzinger ad un certo punto si è dimesso. Naturalmente il messaggio binaghiano era trasversale, tipico di una certa cultura e di un suo noto modo di comunicare. Non ha fatto nomi naturalmente, e prudentemente, forse temendo una querela, dopo aver già perso un paio di cause con chi scrive.

Quando gli ho chiesto a chi si riferisse, visto che una filippica così generica doveva certamente rivolgersi a qualcuno, Binaghi ha prima pronunciato una frase a sproposito “Excusatio non petita, accusatio…” che non ha saputo concludere (il latino lo conosce meglio il presidente della Lazio Lotito) e non c’entrava comunque nulla. Se leggerete il postscriptum a quest’articolo vedrete che cosa ha scritto un lettore che si mostra più preparato in latino …

Ribadisco quanto accennato sopra e cioè che non si è capito quali mai potessero essere gli interessi personali di chi ritiene – magari sbagliando, noboy is perfect – che almeno parte di quei tanti, troppi soldi andrebbero investiti diversamente perché non è – o almeno non dovrebbe essere – il fare attività televisiva il core business di una federazione.

La federbasket di Petrucci, di cui Binaghi era stato il grande sostenitore nella battaglia pro-Pagnozzi contro Malagò – ha ben altri sponsor, tutte le squadre di basket (che non è il campionato di serie A del tennis, è organizzato e promosso un tantino meglio) ha anch’essa una sua tv, ma prevede una spesa di 1,5 milioni l’anno: mi pare un investimento più prudente e ragionevole. E potrà certamente recuperare più soldi dagli sponsor delle società di basket che investono svariati milioni nelle sponsorizzazioni La Fit ad oggi recupera miserie. Non ho visto l’ultimo bilancio ma prima non arrivava a mezzo milione di euro. Poi c’è la vicenda dello studio della Bocconi sulla quale preferisco stendere un velo pietoso.

Capite bene che se l’atteggiamento del massimo dirigente del tennis è questo nei confronti di chi esprime convinzioni ed opinioni diverse dalle sue, c’è ben poco da sperare perché lui o qualcuno altro al suo posto (senza toglierglielo eh…) si occupi di dare un minimo di risposte a semplicissime questioni riguardanti le condizioni di lavoro della stampa nazionale e internazionale. Del problema logistico unico al mondo (pessimo) della sala stampa rispetto alla zona interviste – km da percorrere ogni giorno e perdite di tempo paurose, ho già scritto altre volte e non voglio ripetermi né mettere troppa carne al fuoco.

Certo è che certe esternazioni del presidente mi fanno rabbrividire. In un’intervista rilasciata al collega de “Il Messagero” Carlo Santi, Binaghi ha detto che spera proprio che il progetto di legge che prevede un massimo di due mandati quadriennali per un presidente federale abortisca. Secondo lui, testuale, “è pura demagogia, noi siamo eletti”… Ma che coraggio!

Il presidente degli Stati Uniti dopo due mandati va a casa, ed è eletto da tutto il Paese senza le deleghe – strumento obbrobrioso – e invece quelli delle federazioni sportive non possono essere avvicendati? Il presidente dell’USTA, federazione americana di tennis, va a casa ogni due anni: avrà cose più importanti da gestire della FIT?

Vorrei anche precisare che sebbene io non nutra nè simpatia nè stima per il presidente federale gli devo però dare atto di essersi impegnato moltissimo per risollevare l’immagine del tennis in Italia (oltre che la propria, utilizzando proprio la tv…”Prima mi fischiavano, ora mi chiedono l’autografo” ricordo di avergli sentito dire in conferenza stampa) e di esserci in buona parte riuscito. La cornice degli Internazionali d’Italia oggi è ben diversa da quella che era qualche anno fa, il successo di pubblico è indubbio, il coinvolgimento delle scuole e dei ragazzi è certamente un fenomeno positivo. Adesso Francesco Soro ha accennato alle sue intenzioni di sfruttare i social network per promuovere ulteriormente il tennis. Se poi la Federtennis riesce ad essere una delle federazioni economicamente più floride non c’è dubbio che questo sia un titolo di merito (sempre che le società non siano troppo vessate da orpelli e tasse varie). Il presidente del Coni Malagò mi ha detto in un’intervista di cui anticipo questo stralcio: “Se il presidente della FIGC decide di dare 4 milioni di euro ad Antonio Conte 4 milioni di euro l’anno ha l’autonomia gestionale per farlo. Idem Binaghi con Supertennis. Il CONI ha un certo tipo di  funzioni di controllo, ma non può intervenire sulle decisioni relative agli investimenti che ogni singola federazione vuol fare. Anche se non le condividesse…”. Quindi voglio dare atto a Binaghi di avere fatto anche diverse cose buone. E del resto all’epoca del suo insediamento ritenevo, e l’avevo scritto, che fosse l’unico dirigente sulla piazza in grado di affrontare tutta una serie di questioni. Non pensavo però che avrebbe voluto far di tutto per rendersi “indispensabile e inamovibile” come il Papa, e considerare demagogica ogni richiesta di avvicendamento. Avevo sopravvalutato, allora, il suo interesse alla causa del tennis e sottovalutato il suo interesse personale. Posso solo dire che tutti i presidenti delle varie istituzioni che restano in carico per un doppio mandato quadriennale, hanno sempre fatto molto meglio nel secondo quadriennio che nel primo: non tanto per una questione di maggiore esperienza, quanto perchè non avevano più nè cambiali da restituire nè soprattutto favoritismi clientelari da fare per assicurarsi l’appoggio elettorale alle successive elezioni (che non li riguardavano più). Al contrario di Binaghi spero proprio che il Parlamento introduca l’obbligatorietà di massimo due mandati per i dirigenti dello sport. Solo così tutto lo sport italiano farebbe un bel salto in avanti, e non solo il tennis.

Concludo questo lungo e pesante articolo augurandomi che qualcosa di quello che dica abbia un seguito. E aggiungo che mi spiace davvero di aver visto Camila Giorgi perdere l’ennesima partita che poteva vincere, un doppio 7-5 con la Jankovic che poteva benissimo rovesciare. Nel primo set era avanti 5-2. Nel secondo 4-1. Ma Camila è una persona, come mi faceva osservare una mia ex collaboratrice di Ubitennis, Angelica Fratini, “che se vuole entrare in una stanza anziché passare dalla porta vuole buttare giù il muro!”.

Mi è piaciuta questa immagine e le ho chiesto di poterla usare. Poi ho visto Donati, che ha fatto anche un game quasi perfetto contro Berdych, tre aces e un servizio vincente tutti vicino ai 200 km l’ora. E ho capito cosa voleva dire Kyrgios nella intervista esclusiva che ha rilasciato a Ubitennis quando, a proposito di Quinzi e Baldi, suoi antichi avversari a livello junior, mi ha detto: “Senza un grande servizio, e colpi potenti, oggi è molto difficile emergere a livello professionistico”.

Ascoltate l’audio. Buon tennis a tutti, ci sentiamo anche su Radio Montecarlo almeno due volte al giorno. E’ la radio del Grande Tennis. Un collega del New York Times, Ben Rothenberg, ha invece registrato un lungo pod-cast-intervista con il sottoscritto – di diversi minuti – e farò in modo che chi capisce l’inglese possa ascoltarlo su Ubitennis, perchè ripercorre tante storie di tennis italiano e non, di Internazionali d’Italia e non. Anche il collega di Usa Today ha chiesto di potermi parlare su vari argomenti, compresi quelli che con grande risalto ai dati statistici di Ubitennis erano stati trattati sul Wall Street Journal. Chissà se Binaghi conosce la traduzione del detto latino …”Nemo propheta in patria”.

 

Post Scriptum su quel che potrebbe (dovrebbe) fare lo speaker sul campo a fine partita quando il tennista sconfitto esce dal campo

In tutti i tornei, che pure Supertennis trasmette (e di cui Ubitennis riferisce quotidianamente la programmazione), si può notare che non appena un match finisce, mentre il giocatore che vince resta sul campo per le interviste televisive (e non) di rito, quello che perde raccoglie in un nanosecondo borsoni e racchette e se ne esce in fetta e furia, sia che abbia perso 6-1 6-1 sia che sia stato un 7-6 al terzo. Che ci vuole per istruire lo speaker ad invitare il pubblico ad applaudire lo sconfitto mentre esce dal campo (“Un applauso per… etc etc). Uno speaker con un po’ di sensibilità eviterà di fare questo tipo di annuncio nel caso di un tennista che, nella sconfitta, si sia comportato particolarmente male, abbia dimostrato scarso impegno… per evitare di esporlo ai fischi di un pubblico crudele (ma che ha pagato il biglietto). Ma quando ieri sera, ad esempio, Camila Giorgi è uscita furiosa dal Pietrangeli, senza salutare nessuno, sarebbe stato giusto invece sentire che l’organizzazione ringraziava una tennista che aveva comunque intrattenuto per un’ora e 53 minuti tutto il pubblico del Pietrangeli (anche quello che aveva disseminato di cartecce e bottiglie il magnifico Stadio dei Marmi e delle Statue).

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Post Scriptum di un lettore che ringrazio

La frase in latino che sarebbe ‘Excusatio non petita accusatio manifesta’, potrebbe, a ben vedere essere letta psicoanaliticamente come il suo inverso. Un sorta di lapsus esteso. Quando Lei ha posto a Binaghi la domanda lui ha risposto così. Nelle sue parole è possibile leggere un motto che suonerebbe così: ‘Dum accusare credis, excusas’. Quando credi di accusare, ti scusi.
A livello subconscio (non direi inconscio in questo determinato caso, meglio usare ‘subconscio’), Binaghi, implicite [lat.], si è scusato con Lei. Malgré lui.

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Editoriali del Direttore

EDITORIALE – Azzurro cupo per Montecarlo. Sono pessimista

Non avendo mai immaginato che Fognini potesse vincere il torneo del Principato (era quasi k.o. con Rublev…), spero di sbagliarmi di nuovo. Se Berrettini e Fognini fossero in forma… Ma il sorteggio di Sinner, Musetti e Sonego è stato pessimo

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Jannik Sinner - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

IL TABELLONE DI MONTECARLO


Speravo francamente in un sorteggio migliore, per sognare almeno un italiano dei cinque in tabellone, nei quarti o addirittura in semifinale. Ora, visto il tabellone, mi parrebbe un miracolo. Fossero stati in piena forma i due di miglior classifica, Berrettini e Fognini, avrei avuto maggior fiducia. Ma temo che non lo siano. Chi parla già di oggi di Sinner al secondo turno con Djokovic commette forse un errore che spero Jannik non commetta.
Dimentica forse che quattro anni fa a Montecarlo Ramos-Vinolas arrivò in finale per arrendersi al solito Nadal.

Non è più quel Ramos-Vinolas, d’accordo, ma Jannik arriva dagli USA senza un torneo sulla terra alle spalle, un po’ come capitava alle star americane d’un tempo… che poi incappavano in clamorose figuracce e faccio i debiti scongiuri. Tengo presente infatti anche che Jannik è uscito un tantino traumatizzato dalla finale di Miami, nella quale – secondo me – pensava di uscirne vittorioso dopo uno splendido torneo. Non è mai facile riprendersi da una sconfitta, a meno che i primi game si mettano subito bene. I giocatori dicono, e sembrano banali: “Un passo alla volta, mai guardare più in là”.

Ma noi giornalisti siamo diversi, il tabellone invece lo guardiamo, lo dobbiamo guardare. E allora ci chiediamo: che Djokovic sarebbe quello che scenderebbe in campo contro Sinner al primo match dopo l’infortunio addominale che lo colpì in Australia? Chissenefrega oggi se era stiramento come sostengono in tanti oppure strappo come ha sempre dichiarato lui. Un fatto solo è incontrovertibile: Novak non ha più giocato un match di gara da quando ha dato una lezione di tennis a Daniil Medvedev nella finale dell’Open d’Australia, due mesi fa. E se dovesse affrontare in quello che sarà il suo primo match uno Jannik Sinner emerso vittoriosamente dal duello con Ramos-Vinolas (che giocherà oggi la semifinale di Marbella contro Carreno Busta), beh Novak giocherà da favorito ma non da vincitore in partenza anche se, come Sinner del resto, gioca quasi in casa su campi che conosce benissimo e sui quali ha trionfato due volte.

A Musetti è toccato Karatsev, il russo emergente del 2021, ma del quale si sono fin qui potute apprezzare le qualità tennistiche sul cemento outdoor mentre per quanto riguarda la terra rossa bisogna andare a ripescare soprattutto nel circuito challenger, quando ad agosto dello scorso anno vinse 15 partite su 16 e conquistò i titoli di Praga e Ostrava. Va detto che Musetti, al di là del tennis vario e piacevole, sembra ancora fragilino ai massimi livelli. E Karatsev, n.27 del mondo, è già un giocatore che si è affermato ad alti livelli. Insomma fiducia sì, ma senza illudersi. E comunque, se anche Musetti facesse un exploit ai danni di Karatsev, al secondo turno ci sarebbe Tsitsipas. Insomma, è stato fortunato a conquistarsi una wild card rifiutata a giocatori meglio classificati di lui, ma non è stato per nulla fortunato nel sorteggio.

L’altro Lorenzo, Sonego, ha in Fucsovics un bruttissimo pesce. Ci perse 7-6 al terzo due anni fa a Monaco di Baviera e l’ungherese che quest’anno ha perso tre volte da Rublev ma fatto ottimi risultati qua e là. Al Roland Garros era giunto negli ottavi, battendo Medvedev, Ramos-Vinolas, Monteiro prima di perdere dal solito Rublev, la sua bestia nera. Se Lorenzo superasse il primo turno avrebbe Sasha Zverev. Insomma anche per lui poteva andare meglio, molto meglio.

Arrivo così ai due top-ranked italiani. Un Fognini che non fosse stato dominato da Munar a Marbella mi avrebbe dato fiducia contro Kecmanovic e anche contro Paire o Thompson. Ma in questo stato voglio fare come San Tommaso: prima lo vedo giocare e poi mi sbilancio in un pronostico. Stessa cosa mi sento di dire sul conto di Matteo Berrettini. Anche lui, come Djokovic, ha sofferto di un problema addominale a Melbourne. Ma probabilmente peggiore perché lui è stato costretto a ritirarsi, non ha potuto portare a termine l’Open. E il fatto che due mesi dopo non si sia sentito di “rischiare” nel singolare di Cagliari che avrebbe potuto essere un bel test, ma sia sceso in campo solo nel doppio in coppia con il fratello Jacopo mi lascia molti dubbi. Vero che in doppio si serve un game ogni quattro, mentre in singolo ogni due, però preparare un Masters 1000 in singolare giocando solo un paio di partite in doppio non mi sembra una scelta strategica tranquillizzante.

Sono sempre stato ottimista. Lo ero ad esempio prima di Miami e mi ero sbilanciato prima ancora che Sinner affrontasse Khachanov al secondo turno quando dissi in radio che secondo me Sinner aveva chances di fare molta strada, fino anche alla semifinale (non dissi finale perché pensavo che Medvedev sarebbe arrivato in finale in quella metà di tabellone). Ma non riesco ad essere ottimista prima di questo torneo di Montecarlo. E spero tanto di sbagliarmi. Devo dire che non avrei mai pensato, due anni fa, che Fognini sarebbe riuscito a vincere il torneo. Lo avevo visto contro Rublev a un passo dalla sconfitta. Rimasi lì fino a venerdì, ma avevo fissato un viaggio di famiglia – che ringrazio di aver potuto fare visto tutto quel che è successo dopo con la pandemia – e non vidi il weekend finale di Montecarlo. Mi auguro quindi, di veder smentito anche questa volta il mio pessimismo.

Aggiungo però che anche se le cose dovessero andare come me le aspetto, continuerei a ritenere che questo è il miglior momento per il tennis italiano negli ultimi 40 anni. Soprattutto in prospettiva, magari, perché la miglior generazione azzurra per ora resta quella degli Anni Settanta. Lo dice il ranking ATP che vide Panatta salire a n.4, Barazzutti a n.7, Bertolucci a n.12, Zugarelli a n.24. Gli attuali nostri top-players ancora quei traguardi non li hanno raggiunti. Penso che li raggiungeranno, però, perché giovani come Sinner e Musetti così competitivi non li abbiamo mai avuti. Ma va dato tempo al tempo. E guai a chi non ha pazienza.

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Editoriali del Direttore

Sinner in finale a Miami: può diventare il più forte italiano di sempre? [VIDEO]

Una prova di sicurezza e maturità raramente vista prima in un teenager. Già n. 7 della race, forse le ATP Finals di Torino non sono solo un sogno

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Jannik Sinner - ATP Miami 2021 (via Twitter, @atptour)

Pazzesco Jannik Sinner, davvero. Giocava la sua prima semifinale di un Masters 1000, contro un avversario molto più esperto di lui, ancorché battuto già tre settimane fa a Dubai, lo spagnolo Bautista Agut, n.12 del mondo ma da anni sempre compreso fra il n.8 e il n.12, e lo ha ribattuto. Ancora in tre set, ancora rimontandolo. 5-7 6-4 6-4 in 2 h e 29 minuti, dopo essere stato in svantaggio di un set ed essersi trovato sul 3 pari del secondo sotto per 0-40, e aver lì salvato quattro pallebreak che lo avrebbero probabilmente tramortito… se non fosse che questo ragazzo di 19 anni e mezzo e solido come lo sono certi montanari della sua valle, la Val Pusteria, non muore mai, non si arrende mai.

In tutta la partita Sinner si è concesso un unico passaggio a vuoto, dall’1 a 0 per lui sullo 0-15. Li ha ceduto quattro punti a fila e sull’1 pari del terzo set ha perso il servizio a zero. Sotto 2-1 ha subito a zero anche il successivo game di battuta di Bautista Agut. 3-1 e 0-15, 12 punti consecutivi volati via in un attimo. Roba da matare un toro. Niente affatto. Come se nulla fosse Sinner ha ricominciato a sparare bordate di dritto e rovescio e sul 2-3 è stato lui a strappare a zero la battuta allo spagnolo che pure non mollava un centimetro. Per un set e mezzo, all’inizio, sembrava lo spagnolo quello che comandava il gioco, e se Sinner si sentiva costretto a prendere dei rischi, una, due, tre pallate vicino alla riga non gli bastavano a fare il punto, finché arrivava quasi inevitabilmente l’errore.

Ci sono stati due game interlocutori dal 3 a 3, con chi batteva che ha tenuto il servizio senza troppi patemi. E sul 4 pari Sinner ha giocato un game spettacolare contro Bautista Agut che ha dato per la prima volta la sensazione di essere come intimidito contro un giovane che non aveva più paura di niente e pareva incredibilmente centrato. Probabilmente ha immaginato di poter fare la stessa fine che a Dubai. E proprio questo è quello che successo, perché Sinner sul 5-4 ha risposto con una aggressività paurosa vincendo 4 punti su 4 e lasciando trasecolato, come colpito da una serie di pugni da k.o. il suo ben più esperto avversario

 

Eh sì che Bautista (32 anni) non ha davvero perso il match. È stato Sinner a vincerlo. Nei quarti lo spagnolo aveva battuto il grande favorito del torneo, il russo Medvedev, n.2 del mondo (e primo n.2 ad essersi inserito così in alto dal 20’05 a oggi quando le prime due posizioni erano sempre state tenute da qualcuno dei Fab Four). E lo aveva battuto per la terza volta. Una bestia nera per il russo. Così come bestia nera sembra essere diventato adesso Sinner per Bautista Agut. Battere una volta un giocatore di quella forza ci sta, batterlo due volte è molto più difficile. In finale giocherà domani contro Hurkacz, il polacco giunto a sorpresa in finale dopo aver battuto Tsitsipas e Rublev.

Jannik è il secondo italiano capace di arrivare in finale a un Masters 1000. Il primo era stato Fabio Fognini a Montecarlo nel 2019 (torneo poi vinto sul serbo Lajovic: ma in precedenza Fabio aveva battuto Nadal), e tutti e due sono curiosamente riusciti a compiere l’impresa durante la settimana di Pasqua e sconfiggendo uno spagnolo in semifinale (Fognini aveva battuto addirittura Rafael Nadal).

È incredibile, sono contentissimo – dichiarava sul campo Jannik che all’inizio della settimana aveva raggiunto il suo best ranking, n.31 ATP e che ora è già virtualmente n.21 comunque finisca la finale domenica –. Alla fine sul 5-4 e suo servizio ho deciso di prendere rischi e ha pagato”. Lucidissimo anche fuori dal campo, un minuto dopo il più grande traguardo fin qui centrato in carriera.

Ma Jannik è un fenomeno e ormai l’hanno capito tutti. Di traguardi ne centrerà sicuramente tanti altri. Per il momento è diventato solamente il quarto giocatore nella storia del tennis a raggiungere la finale di un Masters 1000 prima del compimento del ventesimo anno di età: gli altri tre si chiamano Andre Agassi, Rafael Nadal e Novak Djokovic.

A 19 anni e mezzo ho visto soltanto Rafa Nadal giocare a questi livelli e con altrettanta solidità. Ma Rafa era un mostro e lo ha dimostrato in 20 anni di straordinaria carriera. Il tennis di Sinner assomiglia di più a quello di Djokovic, e non solo perché anche lui è destro, ha il rovescio più sicuro del dritto, viene a rete proprio quando è necessario – ma il più delle volte non lo è perché fa il punto da fondocampo – e non è mancino come Rafa.

Ma quando vidi per la prima volta Djokovic, diciottenne a Montecarlo – e da teenager era l’unico fra i primi 100 del mondo (classe 1987 il serbo era n.83 a fine 2005) – Novak non mi dette la stessa impressione di solidità, soprattutto mentale, che mi dà oggi Sinner, capace di rovesciare match che sembrano persi e di giocare gli ultimi game di match importantissimi come se ne avesse giocati mille. Tutti questi grandi giocatori, campioni anche in precocità, hanno continuato a migliorare anno dopo anno, tanto che a 34 anni Novak e a 35 Rafa sono tennisti più completi di quanto lo fossero una quindicina di anni prima.

Mi chiedo dove potrà arrivare Sinner nel pieno della sua maturità fisica, fra 7 o 8 anni, se già adesso è capace di giocare così. Di ragionare così. Se vince Miami entra fra i primi 20 del mondo, ma intanto è già fra i primi 7 della ATP Race se si guardano i risultati di quest’anno. Vorrebbe dire che sarebbe già qualificato per le finali ATP che si giocheranno per la prima volta a Torino a novembre. Djokovic chiuse il 2006 a n. 16. Sinner gli sta avanti. In Italia uno così non lo abbiamo mai avuto.

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Editoriali del Direttore

Lorenzo Musetti diventerà un campione con la C maiuscola

Il direttore Scanagatta si sbilancia. Si legge di “Simil-Gasquet”, “Simil-Djokovic”, “Simil-Roddick”. I n.1 che non avevano dritto e servizio. Nella newsletter di Ubitennis il confronto tra Sinner e Musetti

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Lorenzo Musetti - Acapulco 2021 (foto AMT2021)

Abbiamo già la certezza di aver trovato un campione in Lorenzo Musetti ? 

Lasciatemi rispondere, sperando che lui e il suo clan non mi leggano: sì, quasi.

Fra essere top-40/50 quanto lui è già adesso e fra esser Campioni con la C maiuscola ce ne corre. E per questo dico quasi. E poi guai a lasciarsi abbacinare soltanto dai primi lampi, dal bel gioco, dal talento. Anni fa quanti avremmo scommesso sull’avvenire di Simone Bolelli fra i fortissimi? Ricordo che dopo una sua grandissima partita contro del Potro al Roland Garros mi ero decisamente sbilanciato nei suoi confronti. Guai a non essere prudenti, dunque.

 

Preciso, indirizzandomi a chi ci legge e che non sia un habitué, tutte cose che ai lettori invece più informati appariranno informazioni stranote e considerazioni banali: Lorenzo, come del resto tutti coloro che erano fuori dai top-100 (e quindi la stragrande maggioranza dei giovani e giovanissimi) non ha davvero avuto un vantaggio dalla classifica “congelata” dal COVID-19 per il biennio 2019-2020. Ne ha anzi patito le nefaste conseguenze. Per lui la classifica era ed è ancora fondamentale. Era numero 120 fino a questo lunedì; fuori dal posto 104 – notoriamente – non hai certezze di entrare nei tabelloni dello Slam, devi passare attraverso le forche caudine delle qualificazioni.

Anche per partecipare ai Masters 1000, agli ATP 500, agli ATP 250 hai necessità di avere una classifica che ti consenta di entrare. In questo caso non basta neppure essere n.94 come sarà da lunedì. E non basterà neppure essere n.77 come sarebbe stato se avesse battuto Tsitsipas. Neanche essere n. 46 ti mette al riparo dall’obbligo di fare le qualificazioni per un Masters 1000 tipo Montecarlo, Madrid o Roma. Nelle settimane degli ATP 500 i tornei sono due, per cui magari devi essere fra i primi 30 a Dubai e fra i primi 23 a Acapulco, ma poi all’atto pratico entri in un torno se sei n. 49 (Thompson a Dubai) o n.64 (Tiafoe a Acapulco). Però partecipare a un torneo piuttosto che a un altro dipende pur sempre dalla tua classifica, e infatti per entrare nel main draw di Miami – alla fine ce l’ha fatta – gli sono servite una trentina di defezioni, l’ultima (decisiva) quella di Millman.

Jannik Sinner, dall’alto del suo ranking top-30/35, non ha in pratica più quel problema. Non si guarda indietro. E può dire legittimamente a chi gli chiede quali obiettivi di classifica si ponga, top-20, top 10, top 5: “La classifica per me non è importante come imparare a giocare sempre meglio”. E in effetti quando avrà imparato, anno dopo anno, sempre di più quel che ha da imparare (nello sbucciare patate e carote e poi nel preparare i piatti sapendo la ricetta), la classifica sarà una conseguenza.

Torno ab ovo. Musetti campione con la C maiuscola. Beh, battere 3 top 20 in soli quattro tornei è un gran bel segnale. Il potenziale c’è tutto. Gli aspetti tecnici sono confortanti?

Tanti hanno intravisto somiglianze tecniche fra Richard Gasquet e Lorenzo Musetti.Fra questi anche io che ho letto il primo articolo su Gasquet quando Richard comparve a 9 anni sulla prima pagina del mensile Tennis Magazine diretto dal mio amico Jean Couvercelle. All’epoca quella copertina fu considerato un mezzo scandalo in Francia: “Facendo così ‘brucerete’ questo ragazzino caricandolo di chissà quali aspettative!” fu scritto da più parti. All’interno della rivista c’erano diverse  fotografie del bambino di Beziers che, allenato dal papà maestro fin dall’età di 4 anni, colpiva rovesci a una mano che tutti definivano assolutamente straordinari. A Tarbes, dove si gioca il Les Petit As, ricordano ancora un duello epico fra i coetanei Gasquet e Nadal…

Gasquet ruppe il ghiaccio tra i “pro” a casa nostra, nei challenger di Barletta e Napoli. Poco dopo avrei visto giocare Richard dal vivo quando nel 2005 fece semifinale a Montecarlo e, se non mi confondo con un altro torneo del Principato, mi pare che nei quarti aveva annullato match point a Roger Federer. Richard aveva solo 18 anni perché i 19 li avrebbe compiuti il 18 giugno. Il rovescio era magnifico già allora, il dritto no, il servizio neppure. Un po’ come Lorenzo, che però di dritti è già capace di farne almeno un paio e secondo me ha maggior mano del francese. L’ho visto nelle palle corte, in alcuni cross stretti, in certi affondi. Luca Baldissera ha già analizzato certi aspetti tecnici collegandoli ad alcune foto.

Di Gasquet oggi Musetti ha la tendenza a giocare molto dietro alla riga di fondocampo, troppo vicino ai teloni. Naturalmente Tsitsipas ne ha approfittato. Sia venendo a rete spesso e volentieri (mi pare 17 punti a rete su 18 nel primo set), sia sorprendendolo spesso con i drop-shot.

Allora, chi ha visto il mio video pubblicato in giornata, sa già come la penso. Fossi Musetti firmerei per una carriera alla Gasquet, anche se niente gli impedirà di sognare di salire anche più su. Il francese, pur con i limiti sopra descritti, è arrivato ad essere N.7 del mondo del mondo a 21 anni e di restare sempre sulla breccia ad altissimi livelli, con due semifinali a Wimbledon, un quarto allo US open e al Roland Garros, ottavi ripetuti più volte in tutti gli Slam. Finali di Davis e chi più ne ha più ne metta, insieme a una ventina di milioni di dollari di soli premi. Non noccioline. Ecco perché firmerei per avere una carriera come la sua.

Ciò detto Lorenzo potrebbe fare ancora meglio. Troppe presto per dirlo? Certo che sì. Come troppo presto per escluderlo. Il talento c’è ed è indiscutibile. La varietà di colpi, la solidità atletica e mentale a 19 anni sono fuori dal comune. Il rovescio magnifico, il tocco di palla superbo, l’attitudine splendida, la famiglia fantastica, l’equipe tecnica che lo segue ottima. Altrimenti non sarebbe l’unico 2002 fra i primi 100 con un curriculum da top 40/50.

ESEMPI CHE FANNO BEN SPERARE

C’è chi ha osservato che la storia insegnerebbe che quasi tutti i tennisti più forti del mondo avevano un gran servizio e un gran dritto. Ma non è stato sempre vero. Anche nel caso in cui – come Gasquet – Lorenzo non riuscisse malauguratamente a diventare fluido nel dritto come lo è nel rovescio, beh voglio ricordarvi che certi n.1 del mondo non erano assolutamente dei fenomeni quando dovevano colpire la palla con il dritto.

Quali? I primi che mi vengono in mente sono Jimmy Connors, Stefan Edberg, Guga Kuerten, Lleyton Hewitt, Andy Murray. Erano decisamente più forti con il rovescio che con il dritto. Su Jim Courier non saprei. Questa apparente debolezza sul lato destro non ha loro impedito di diventare n.1 del mondo. Nel caso di Connors, Kuerten e Hewitt non c’era nemmeno un gran servizio a sostenerli. Passando a considerare i top 10 di oggi beh un gran servizio – la “prima” eh, non la “seconda” quand’è nervoso… – lo ha certo Zverev, un altro tennista cui si predice un possibile futuro da n.1 sebbene il dritto non sia davvero all’altezza del rovescio. E lo stesso vale per Medvedev, neo n.2 del mondo.

Eppoi, suvvia, non esageriamo. Il dritto di Musetti, ancorchè certo migliorabilissimo, non è quello di Quinzi che proprio non ha mai camminato. Non sarà forse mai il suo colpo, ma già il fatto che sappia colpirlo con due movimenti diversi, alla Nadal e non, è già un ottimo punto di partenza.

La lezione inflittagli da Tsitsipas – pur con la premessa che è arrivata su un tennista stanco da 13 ore e mezzo di tennis in 7 giorni con battaglie assai stressanti anche sotto il profilo mentale – servirà certamente al “secondo padre” Tartarini e a Lorenzo per imparare ad allenarsi giocando più vicino alla riga di fondocampo, quando non addirittura dentro. Soprattutto quando si deve rispondere a una seconda di servizio due o tre passi in avanti si dovrebbe cercare di farli. Si sbaglieranno tante risposte all’inizio, ma prima o poi si imparerà. Il dato di soli TRE break dopo aver avuto 14 palle break contro Dimitrov che non serviva tutte prima, deve far riflettere.

Lorenzo Musetti – Acapulco 2021 (foto AMT 2021)

Non dimentichiamo, a proposito del lavoro da fare sul dritto, che nei primi anni di carriera anche Novak Djokovic ha dovuto sistemare il dritto che non era efficace come oggi. Teneva il gomito alto. Correzioni ne ha dovute fare eccome, con il gran lavoro impostato da Marian Vajda. Idem sul servizio. Oggi, anche con l’aiuto dei video, è più facile – o meno difficile – lavorare su certi punti deboli.

Ho detto di Musetti “simil-Gasquet”, così come potrei dire – esagerando un po’ perché il fisico è ben diverso e anche in questo caso i risultati per ora sono più onirici che realisti – Sinner “simil- Djokovic” per l’intensità del suo gioco da fondo con due colpi altrettanto solidi (il rovescio un po’ più sicuro, ma lo era anche per Nole) e Berrettini “simil-Roddick”, bombardiere di servizio e dritto e rovescio altrettanto modesto se rapportato ai migliori del mondo.

Rimpiango, con i giocatori che abbiamo adesso – a breve mi aspetto che possano essere 5 fra i primi 30/40, Berrettini, Fognini, Sinner, Sonego, Musetti – il tramonto della vecchia Coppa Davis. Con la Davis tradizionale saremmo stati da finale quasi assicurata anno dopo anno, dovendo lottare soltanto con Russia e Canada, e prima o poi un’altra vittoria ci sarebbe scappata. Non a caso siamo andati in finale nell’ATP Cup, dove però i singolari sono solo due. Ma in questo momento anziché rimpiangere ciò che non potrà essere voglio godere al pensiero di ciò che potrà essere. Abbiamo due ragazzi di 19 anni che il mondo del tennis ci invidia e un movimento complessivo importante. Evviva.

POST SCRIPTUM

P.S. Il più lungo post scriptum della storia è un copia e incolla estratto dalla newsletter alla quale i lettori di Ubitennis dovrebbero assolutamente iscriversi. Potete leggerne un assaggio qui, e sappiate che vi siete persi un sacco di altre “chicche” scritte da Claudio Giuliani con il suo stile super-brioso. Ha trattato oltre al confronto Sinner-Musetti altri sette argomenti da leggere tutti di un fiato!

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…e buona lettura!

Sinner è monotono, Musetti sa giocare“. Dopo ogni partita, dell’uno o dell’altro, parte la litania. Sempre uguale, pronunciata dal maestro del circolo come dal commentatore famoso. L’irresistibile fascino del giudizio affrettato, l’incapacità di stabilire dei canoni di discussione e provare ad elaborare quindi un pensiero più articolato. Fatica sprecata imbastire un confronto, questa gente andrebbe praticamente ignorata.

Che Sinner e Musetti sono due giocatori diversi è noto anche a chi sta sveglio di notte a vedere le barche a vela, come è vero che hanno e avranno tifosi diversi. Per quanto riguarda il giudizio nei loro riguardi adesso non è neanche una questione di età e di ranking, considerato che Jannik è avanti in entrambi. Fra qualche anno, quando i due avranno giocato un centinaio di partite nel Tour, potremo iniziare a capire quanto valgono realmente. In questa fase, sembra che a fare la differenza nel giudizio di questi due
golden boy del tennis azzurro siano più le loro personalità e la maniera con la quale colpiscono la palla.

Musetti dà l’idea di essere uno di quei giocatori che amano i match importanti e i campi centrali. Cioè lui gioca su un terreno sgarrupato alle Canarie contro un indiano che di solito fa il doppio ed è capace che perde giocando pure male, poi però sul centrale di Acapulco riesce a battere Schwartzman avendo modo di fare tutta la sua mimica, le braccia larghe à la Kyrgios dopo un hot shot e lo sdraiarsi a terra manco fosse Rafa dopo l’ennesimo Roland Garros vinto.

Non che a Sinner non piaccia giocare sul campo centrale contro un top 10, solo che Jannik in questa fase ci dà la percezione di un tennista inquadrato nello stare concentrato sui suoi colpi e sulla partita sempre e comunque e in qualsiasi condizione. Riesce a eliminare condizionamenti esterni, da questo punto di vista è avanti non solo a Musetti ma anche a tanti altri giocatori.

Quando lui dice che ha imparato di più allenandosi con Nadal prima di Melbourne di questo parla, di mindset. E questo la dice lunga su quanto Jannik stia lavorando in prospettiva. Dopo la vittoria contro Bautista, rispondendo ad una domanda che chiedeva della differenza di cento posizioni nel ranking fra lui e Musetti, ha detto che secondo lui “uno a 19 anni non deve preoccuparsi della classifica ma fare solo esperienza”. Parole che sembrano più di Riccardo Piatti, il suo coach, che di Jannik, ma che dicono molto.

Ma ai tifosi amanti dell’estetica, del bel gesto, Sinner non piacerà mai, e pazienza se il tennis moderno esige una solidità da fondo campo e una costanza di rendimento al servizio per stare nei piani alti della classifica. Non c’è molto posto per amanti delle volée sotto la rete o per i professionisti dell’hot shot, anche perché fosse così avremmo molti più fuoriclasse nelle prime posizioni.

Ecco quindi che il brio di Musetti, la sua personalità, il sorriso contagioso ma soprattutto il suo rovescio lungolinea sono gli sguardi che fanno innamorare, perché è in quelli che alcuni tifosi vedono la bellezza. Questo è forse meglio o peggio del saper tirare 10 dritti in pressione senza sbagliare mai? No, è solo diverso.

Non è mica un peccato innamorarsi della bellezza, del più bello della scuola, tanto vedrete che anche il nerd esperto di computer troverà l’amore, e la loro storia magari durerà più a lungo di un flirt.

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