L'immondezzaio del “Pietrangeli”: come rovinare un campo magnifico

Editoriali del Direttore

L’immondezzaio del “Pietrangeli”: come rovinare un campo magnifico

Critiche ed apprezzamenti senza peli sulla lingua sul torneo. I meriti di Binaghi e i demeriti. La gaffe della racchetta al Papa. Eataly alla grande, record di pubblico. I 4 milioni ad Antonio Conte e quelli a Supertennis secondo Giovanni Malagò. E Petrucci? Accessi stampa, speakers…

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Ho pubblicato sul twitter di Ubitennis le foto dello stato indecoroso in cui si trova il magnifico campo Pietrangeli, per l’assenza di inservienti e di cestini. Le foto sono state scattate da alcuni spettatori che, indignati, me le hanno gentilmente fornite. E sono state scattate quando era ancora in corso lo sciagurato match di Camila Giorgi che vinceva 5-2 nel primo set e 4-1 nel secondo, ma con la solita condotta tattica scriteriata li ha persi entrambi 7-5 nel martedì nero del tennis italiano che ha visto volar fuori tutti i nostri giocatori. Di 15 che ne avevamo in tabellone, e poteva essere considerato un sucesso, al di là delle wild card, ne abbiamo persi 11 al primo turno, il dodicesimo (Donati) al secondo e oggi con i tre superstiti c’è poco da illudersi, perchè Fognini trova per la terza volta in poche settimane Dimitrov che lo ha battuto in tre set a Madrid e a Montecarlo in due, la Knapp sconterà il fattore K con la Kvitova in chiusura di serata, e insomma soltanto Sara Errani parte favorita con l’americana Christina McHale, n.65 del mondo e battuta 4 volte su 4, 2 sul rosso e 2 sul cemento. Che ci salvi almeno Saretta! Se poi ci riesce pure Fognini sarà festa grande.

Tornando all’immondezzaio in cui ora dopo ora si trasforma il “Pietrangeli”, senza che nessuno pensi a metterci mano. Il direttore del torneo Sergio Palmieri se n’è mai accorto? Al Roland Garros una roba del genere – anzi, visto l’argomento, una robaccia… – è assolutamente impensabile. Nessuna cartaccia resiste per più di 5 minuti. Ci sono inservienti che passano di continuo dappertutto con degli aspiratori ad hoc, che lavorano incessantemente per preservare l’ambiente e dargli un aspetto di pulizia che al Foro Italico, pur bellissimo nella sua cornice, fra i tigli, Monte Mario e il resto, proprio non si avverte.

 

E’ vero che anche il pubblico a Parigi sembra più educato, molto più educato a dire il vero, ma se a Roma ci fossero i cestini e gli inservienti, e magari invece che sempre solo e soltanto musica spaccatimpani a mille decibel venisse irradiato anche qualche annuncio con l’invito a servirsi degli appositi cestini (quando li metteranno ovviamente… Suggerisco il testo: “Amici del tennis aiutateci a tenere pulito questo posto meraviglioso, non buttate per terra carte e bottiglie, ci sono i cestini”), sono sicuro che tutto ciò aiuterebbe a migliorare un’immagine di un campo che da bello, anzi bellissimo ed unico che è, diventa un vero letamaio. Un vero immondezzaio. E lo è lungo tutta la giornata, non solo quando si conclude l’ultimo match. Con un piccolo bagno di umiltà, anziché riempirsi la bocca con dichiarazioni patetiche del tipo “Roma si avvicina agli Slam” et similia, certi problemi dovrebbero essere affrontati e risolti. Non solo le suites, gli stand degli sponsor sono importanti.

Non sarebbe male, poi, che qualcuno dei tanti addetti ai controlli diffidasse quegli spettatori che mettono i piedi sulle spalliere delle sedie a non essere cafoni. Ogni mattina di queste sedie ce ne sono decine (le ho viste io, ma saranno di più) che, spaccate, vanno aggiustate.

Ciò detto voglio dire anche – onde non mi si accusi soltanto di ipercriticismo pregiudiziale (Binaghi dirà che ce l’ho con lui! Ma non oserà darmi apertamente… del poveraccio, lo farà magari un tantino più… subdolamente per evitare querele) che invece l’area riservata al ristorante giocatori – dove accedono anche coach, agenti, familiari, fidanzate (che in molti casi sembrano modelle, e forse sono), qualche giornalista, telecronisti, e altri presunti VIP non meglio identificati – è bellissima, si affaccia al campo in finta erba dove si radunano i ragazzini che giocano ogni giorno con un tennista ed è assai piacevole, ben curata. Ai giocatori non può che essere piaciuta. C’è un biliardo, un tavolo da ping-pong, tanti computer, consolle per la Playstation. Anche tutta la zona biglietteria è stata finalmente curata come si deve, è pulita, ben assistita, e rispetto allo scorso non c’è proprio paragone.

Mentre, tornando alla Players Lounge – l’Antica Casa delle Armi, palazzina dell’epoca fascista che era poi diventata un’Accademia della Scherma (e ci si allenavano fino a 160 schermidori contemporaneamente) – dove c’è perfino il parrucchiere e la manicure, il catering di Eataly fa finalmente onore – dopo anni e anni di ristorazione assai poco apprezzati – alla grande tradizione della cucina italiana. I giocatori mostrano di gradire, la scelta di paste, carni, formaggi, e tutte cose cucinate “espresso” sotto gli occhi di tutti dall’equipe del “maestro” Farinetti , è straordinaria. Finalmente, era l’ora. Brava Coni Servizi, brava Fit. Bravo chiunque abbia capito che occorreva cambiare registro.

Non so quando qualcuno si deciderà finalmente ad affrontare invece il discorso (secondario, ma fino ad un certo punto…) dell’accesso alla tribuna stampa (sul campo centrale) da parte dei giornalisti. In tutti gli stadi del tennis i giornalisti, dovendo lavorare, non devono fare la fila in mezzo a tutto il pubblico stando sugli scalini senza l’ausilio di un monitor che faccia vedere cosa sta succedendo. Le scale vengono divise verticalmente in due accessi e i giornalisti salgono da una parte, gli spettatori da un’altra. Le esigenze sono diverse. Se si arriva sul 6-5 di un set, non si può sapere che succede fino a che finisce il set, e non si vede il tiebreak, eventuali setpoint, breakpoint e quant’altro. Come si fa a lavorare in quelle condizioni? Ci fosse almeno un monitor da guardare nell’attesa! Ma non c’è alcun motivo, visto che la tribuna stampa è così in alto che i giocatori non potrebbero mai vedere se qualche giornalista entra e prende posto lassù in piccionaia, per impedire il passaggio a chi deve lavorare e raccontare quel che succede. Tante volte, per via di interviste che si concludono in altre aree dello stadio, o comunque assai lontano dalla sala stampa, può diventare impossibile arrivare nell’esatto minuto in cui c’è il cambio campo. A volte si sta in sala conferenza mezzora aspettando il tennista ritardatario. E poi via di corsa per assistere alle fasi finali di un match. Ma per assistervi bisognerebbe poterlo vedere. Restare appollaiati per decine di minuti, sugli scalini, oltre che pericoloso – se un giorno qualcuno cade e fa causa all’organizzazione la vince di sicuro! – significa non poter vedere e descrivere niente: è un errore logistico di cui l’organizzazione dovrebbe rimediare. Non costa nulla, ci vuole niente a risolverlo. Lo vado ripetendo da anni, e forse perché sono io a chiederlo, non viene fatto. Eppure chiunque abbia visitato un torneo e l’accesso alla tribuna stampa l’avrà visto realizzato.

Ieri, martedì, il presidente Binaghi ha esordito nella conferenza stampa di “celebrazione” di Supertennis – probabilmente dimenticando che io ero presente nel 2000 sia quando si candidò dichiarando che nessun presidente avrebbe dovuto restare su una poltrona federale per più di due mandati, sia quando al lancio di Supertennis dichiarò che si sarebbe raggiunto il break even economico in 3 anni (e quindi ai miei occhi perdendo ogni credibilità, visto che ora il costo della tv oscilla intorno ai 5 milioni l’anno, 30 milioni in 6/7 anni sono pochi?) – attaccando nelle primissime battute coloro che criticano il ruolo svolto da Supertennis. Queste le sue parole, registrate: “Poveracci, gente che non conta niente, lo fanno per interessi personali…”.

Se si riferiva a me, come credono tutti, dovrebbe un giorno spiegare quali sarebbero questi interessi personali. Non sono mica Berlusconi con un mio network televisivo concorrente! Né ho intenzione di candidarmi alla presidenza della Federtennis, a) perché non mi interessa; b) perché nè io nè nessun altro vincerebbe mai con le regole che ha fatto “istituire” Binaghi (raccogliere la firma di 300 società per candidarsi esponendo economicamente quelle società “nemiche” al potere costituito non converrebbe a nessuno, sarebbe rischiosissimo); c) il mandato di Binaghi per la sua durata è assimilabile a quello del papa Francesco cui il presidente ha pensato di poter regalare una racchetta bianca con su il marchio di un’azienda che produce racchette (una gaffe pazzesca per chi dovrebbe mostrarsi almeno superpartes: fossi il titolare di un’altra azienda concorrente di quella… “privilegiata” mi farei sentire!  Non mi dite che è stato casuale però eh! L’incontor con il Papa, la racchetta bianca, tutto era stato preparato da lungo tempo…quindi anche il logo non era lì per sbaglio, per una leggerezza, per una dimenticanza!). A proposito della durata del mandato mi si fa notare una piccola differenza: papa Ratzinger ad un certo punto si è dimesso. Naturalmente il messaggio binaghiano era trasversale, tipico di una certa cultura e di un suo noto modo di comunicare. Non ha fatto nomi naturalmente, e prudentemente, forse temendo una querela, dopo aver già perso un paio di cause con chi scrive.

Quando gli ho chiesto a chi si riferisse, visto che una filippica così generica doveva certamente rivolgersi a qualcuno, Binaghi ha prima pronunciato una frase a sproposito “Excusatio non petita, accusatio…” che non ha saputo concludere (il latino lo conosce meglio il presidente della Lazio Lotito) e non c’entrava comunque nulla. Se leggerete il postscriptum a quest’articolo vedrete che cosa ha scritto un lettore che si mostra più preparato in latino …

Ribadisco quanto accennato sopra e cioè che non si è capito quali mai potessero essere gli interessi personali di chi ritiene – magari sbagliando, noboy is perfect – che almeno parte di quei tanti, troppi soldi andrebbero investiti diversamente perché non è – o almeno non dovrebbe essere – il fare attività televisiva il core business di una federazione.

La federbasket di Petrucci, di cui Binaghi era stato il grande sostenitore nella battaglia pro-Pagnozzi contro Malagò – ha ben altri sponsor, tutte le squadre di basket (che non è il campionato di serie A del tennis, è organizzato e promosso un tantino meglio) ha anch’essa una sua tv, ma prevede una spesa di 1,5 milioni l’anno: mi pare un investimento più prudente e ragionevole. E potrà certamente recuperare più soldi dagli sponsor delle società di basket che investono svariati milioni nelle sponsorizzazioni La Fit ad oggi recupera miserie. Non ho visto l’ultimo bilancio ma prima non arrivava a mezzo milione di euro. Poi c’è la vicenda dello studio della Bocconi sulla quale preferisco stendere un velo pietoso.

Capite bene che se l’atteggiamento del massimo dirigente del tennis è questo nei confronti di chi esprime convinzioni ed opinioni diverse dalle sue, c’è ben poco da sperare perché lui o qualcuno altro al suo posto (senza toglierglielo eh…) si occupi di dare un minimo di risposte a semplicissime questioni riguardanti le condizioni di lavoro della stampa nazionale e internazionale. Del problema logistico unico al mondo (pessimo) della sala stampa rispetto alla zona interviste – km da percorrere ogni giorno e perdite di tempo paurose, ho già scritto altre volte e non voglio ripetermi né mettere troppa carne al fuoco.

Certo è che certe esternazioni del presidente mi fanno rabbrividire. In un’intervista rilasciata al collega de “Il Messagero” Carlo Santi, Binaghi ha detto che spera proprio che il progetto di legge che prevede un massimo di due mandati quadriennali per un presidente federale abortisca. Secondo lui, testuale, “è pura demagogia, noi siamo eletti”… Ma che coraggio!

Il presidente degli Stati Uniti dopo due mandati va a casa, ed è eletto da tutto il Paese senza le deleghe – strumento obbrobrioso – e invece quelli delle federazioni sportive non possono essere avvicendati? Il presidente dell’USTA, federazione americana di tennis, va a casa ogni due anni: avrà cose più importanti da gestire della FIT?

Vorrei anche precisare che sebbene io non nutra nè simpatia nè stima per il presidente federale gli devo però dare atto di essersi impegnato moltissimo per risollevare l’immagine del tennis in Italia (oltre che la propria, utilizzando proprio la tv…”Prima mi fischiavano, ora mi chiedono l’autografo” ricordo di avergli sentito dire in conferenza stampa) e di esserci in buona parte riuscito. La cornice degli Internazionali d’Italia oggi è ben diversa da quella che era qualche anno fa, il successo di pubblico è indubbio, il coinvolgimento delle scuole e dei ragazzi è certamente un fenomeno positivo. Adesso Francesco Soro ha accennato alle sue intenzioni di sfruttare i social network per promuovere ulteriormente il tennis. Se poi la Federtennis riesce ad essere una delle federazioni economicamente più floride non c’è dubbio che questo sia un titolo di merito (sempre che le società non siano troppo vessate da orpelli e tasse varie). Il presidente del Coni Malagò mi ha detto in un’intervista di cui anticipo questo stralcio: “Se il presidente della FIGC decide di dare 4 milioni di euro ad Antonio Conte 4 milioni di euro l’anno ha l’autonomia gestionale per farlo. Idem Binaghi con Supertennis. Il CONI ha un certo tipo di  funzioni di controllo, ma non può intervenire sulle decisioni relative agli investimenti che ogni singola federazione vuol fare. Anche se non le condividesse…”. Quindi voglio dare atto a Binaghi di avere fatto anche diverse cose buone. E del resto all’epoca del suo insediamento ritenevo, e l’avevo scritto, che fosse l’unico dirigente sulla piazza in grado di affrontare tutta una serie di questioni. Non pensavo però che avrebbe voluto far di tutto per rendersi “indispensabile e inamovibile” come il Papa, e considerare demagogica ogni richiesta di avvicendamento. Avevo sopravvalutato, allora, il suo interesse alla causa del tennis e sottovalutato il suo interesse personale. Posso solo dire che tutti i presidenti delle varie istituzioni che restano in carico per un doppio mandato quadriennale, hanno sempre fatto molto meglio nel secondo quadriennio che nel primo: non tanto per una questione di maggiore esperienza, quanto perchè non avevano più nè cambiali da restituire nè soprattutto favoritismi clientelari da fare per assicurarsi l’appoggio elettorale alle successive elezioni (che non li riguardavano più). Al contrario di Binaghi spero proprio che il Parlamento introduca l’obbligatorietà di massimo due mandati per i dirigenti dello sport. Solo così tutto lo sport italiano farebbe un bel salto in avanti, e non solo il tennis.

Concludo questo lungo e pesante articolo augurandomi che qualcosa di quello che dica abbia un seguito. E aggiungo che mi spiace davvero di aver visto Camila Giorgi perdere l’ennesima partita che poteva vincere, un doppio 7-5 con la Jankovic che poteva benissimo rovesciare. Nel primo set era avanti 5-2. Nel secondo 4-1. Ma Camila è una persona, come mi faceva osservare una mia ex collaboratrice di Ubitennis, Angelica Fratini, “che se vuole entrare in una stanza anziché passare dalla porta vuole buttare giù il muro!”.

Mi è piaciuta questa immagine e le ho chiesto di poterla usare. Poi ho visto Donati, che ha fatto anche un game quasi perfetto contro Berdych, tre aces e un servizio vincente tutti vicino ai 200 km l’ora. E ho capito cosa voleva dire Kyrgios nella intervista esclusiva che ha rilasciato a Ubitennis quando, a proposito di Quinzi e Baldi, suoi antichi avversari a livello junior, mi ha detto: “Senza un grande servizio, e colpi potenti, oggi è molto difficile emergere a livello professionistico”.

Ascoltate l’audio. Buon tennis a tutti, ci sentiamo anche su Radio Montecarlo almeno due volte al giorno. E’ la radio del Grande Tennis. Un collega del New York Times, Ben Rothenberg, ha invece registrato un lungo pod-cast-intervista con il sottoscritto – di diversi minuti – e farò in modo che chi capisce l’inglese possa ascoltarlo su Ubitennis, perchè ripercorre tante storie di tennis italiano e non, di Internazionali d’Italia e non. Anche il collega di Usa Today ha chiesto di potermi parlare su vari argomenti, compresi quelli che con grande risalto ai dati statistici di Ubitennis erano stati trattati sul Wall Street Journal. Chissà se Binaghi conosce la traduzione del detto latino …”Nemo propheta in patria”.

 

Post Scriptum su quel che potrebbe (dovrebbe) fare lo speaker sul campo a fine partita quando il tennista sconfitto esce dal campo

In tutti i tornei, che pure Supertennis trasmette (e di cui Ubitennis riferisce quotidianamente la programmazione), si può notare che non appena un match finisce, mentre il giocatore che vince resta sul campo per le interviste televisive (e non) di rito, quello che perde raccoglie in un nanosecondo borsoni e racchette e se ne esce in fetta e furia, sia che abbia perso 6-1 6-1 sia che sia stato un 7-6 al terzo. Che ci vuole per istruire lo speaker ad invitare il pubblico ad applaudire lo sconfitto mentre esce dal campo (“Un applauso per… etc etc). Uno speaker con un po’ di sensibilità eviterà di fare questo tipo di annuncio nel caso di un tennista che, nella sconfitta, si sia comportato particolarmente male, abbia dimostrato scarso impegno… per evitare di esporlo ai fischi di un pubblico crudele (ma che ha pagato il biglietto). Ma quando ieri sera, ad esempio, Camila Giorgi è uscita furiosa dal Pietrangeli, senza salutare nessuno, sarebbe stato giusto invece sentire che l’organizzazione ringraziava una tennista che aveva comunque intrattenuto per un’ora e 53 minuti tutto il pubblico del Pietrangeli (anche quello che aveva disseminato di cartecce e bottiglie il magnifico Stadio dei Marmi e delle Statue).

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Post Scriptum di un lettore che ringrazio

La frase in latino che sarebbe ‘Excusatio non petita accusatio manifesta’, potrebbe, a ben vedere essere letta psicoanaliticamente come il suo inverso. Un sorta di lapsus esteso. Quando Lei ha posto a Binaghi la domanda lui ha risposto così. Nelle sue parole è possibile leggere un motto che suonerebbe così: ‘Dum accusare credis, excusas’. Quando credi di accusare, ti scusi.
A livello subconscio (non direi inconscio in questo determinato caso, meglio usare ‘subconscio’), Binaghi, implicite [lat.], si è scusato con Lei. Malgré lui.

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Coppa Davis

Coppa Davis: quell’annuncio tardivo di qualcosa che sapevamo tutti… Anche Berrettini out

L’Italia si ritrova outsider a Malaga nell’anno che ci faceva sognare una seconda insalatiera. Storia di una stagione falcidiata dagli infortuni

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Gli infortuni di Berrettini

Gli infortuni di Sinner

Mentre a Torino, a poche ore dalla finale ATP Djokovic-Ruud (3-0 i precedenti, tutti italiani e tutti a favore di Djokovic che non ha mai perso un set con il norvegese), Angelo Binaghi tirava la giacchetta ai tre ministri presenti, Abodi, Zangrillo e Santanchè, invocando più soldi per la sua già ricca federazione, arrivava da Malaga la notizia ufficiale più scontata e che colpevolmente non abbiamo dato prima pur conoscendola benissimo: dopo Jannik Sinner anche Berrettini non scenderà in campo contro gli Stati Uniti di Fritz, Tiafoe, Sock e Paul giovedì 24 novembre.

Matteo non si era quasi più allenato e lo si sapeva. Non si capiva che senso avesse continuare a mantenere una cortina di silenzio riguardo alla sua partecipazione.  Da Napoli in poi, quando si erano manifestati i primi sintomi di una (supposta) fascite alla vigilia della finale poi persa con Musetti tutti sapevamo che non era praticamente più riuscito ad allenarsi seriamente.

Su quanto accaduto a Napoli era venuta fuori una ridda di voci. Compresa quella che gli sarebbe stata praticata una iniezione che avrebbe procurato del pus e un’infezione. Voce smentita ma che aveva preso piede (è il caso di dire…). Chi aveva parlato di vesciche era stato smentito da alcuni, ma non da tutti. Il rigonfiamento del piede pareva garantito, stando ad alcune voci di spogliatoio. Ma alla fine, quale che fosse il fastidio, per almeno due settimane Matteo non era stato in grado di allenarsi. Poi era andato a Barcellona, dalla equipe medica del quale lui molto si fida togliendo inevitabilmente altro spazio agli allenamenti che relativamente agli arti inferiori non conveniva neppure fare per non compromettere ulteriormente la possibilità di recupero. Un’Odissea.

 

Poiché Ubitennis aveva dato in anteprima la notizia del forfait di Sinner, mi sembrava spocchioso – e quasi malaugurante – arrivare primi anche nel segnalare i malanni di Matteo, ma da giorni ci si chiedeva soltanto che cosa si aspettasse ad annunciarlo.

E oggi ci si può forse chiedere, pur apprezzando il gesto, che senso abbia che Matteo vada a Malaga. Forse che se l’Italia di Musetti e Sonego facesse il miracolo contro gli USA, da qui a sabato prossimo Matteo potrebbe recuperare per giocare la semifinale contro chi vincerà fra Canada e Germania? Onestamente non mi sembra pensabile. Né ragionevole. Solidarietà da teammate quindi? Forse. Ma a Sinner non è passato neppure per l’anticamera del cervello.

E’ inevitabile che a giocare i singolari siano adesso i due Lorenzo, Musetti e Sonego, sebbene anche quest’ultimo, giulivo reduce da una settimana alle Maldive laddove pensava che la sua annata tennistica si fosse conclusa, non sarà certo al massimo.

Sonego è stato convocato in fretta e furia quando Sinner ha detto che non ce l’avrebbe fatta. L’abbiamo visto allenarsi in recupero a Torino, allo Stampa Sporting, in maniera decisamente blanda, quasi temesse di potersi far male lui pure. Però una volta che Volandri gli ha chiesto di mettersi a disposizione soltanto un Sonego fuori condizione potrebbe essere accantonato per far posto a Fognini, reduce da un’annata no. Per la verità nel 2022 non ha brillato nessuno dei due: Sonego oggi è n.46 del mondo e aveva chiuso il 2021 a n.27, Fognini si trova 10 posti più giù, n.56 e 10 posti più giù era anche a fine anno rispetto a Sonego: n.37. Insomma hanno perso una trentina di posti ciascuno, mentre gli americani hanno visto salire vertiginosamente sia il ranking di Fritz, da n.23 a n.9, sia di Tiafoe da n.38 a n.19. Fino a due mesi fa era migliore il ranking dei due azzurri rispetto a quello dei tennisti “Made in USA” e senza sottovalutare le chances di Fognini e Bolelli, quasi quasi si riteneva che il punto più difficile da sostenere fosse quello del doppio, chiunque degli americani giocasse al fianco dello specialista Sock, anche se non è stato convocato da capitan Mardy Fish Ram che ha appena trionfato con l’inglese Salisbury nelle finali ATP superando il duo olimpionico e croato, Pavic e Mektic 7-6,6-4.

Insomma da squadra superfavorita che era, quella azzurra adesso è certamente un outsider alla fine di quest’annata che non ha davvero risparmiato nessuno dei due tennisti meglio classificati d’Italia, il n.15 Atp Sinner e il n.16 Berrettini. Due ex top-ten, best ranking n.6 Matteo e n.9 Jannik, che hanno giocato troppo pochi tornei per potersi mantenere sui livelli di un top-10. E traditi entrambi da Wimbledon: Jannik perché i punti ATP che avrebbe meritato non glieli hanno dati, Matteo perché si è beccato il COVID alla vigilia dei Championships nei quali l’anno prima aveva fatto finale.

Lorenzo Musetti ha dato il meglio di sé in Coppa Davis ma contro questo Fritz che ha giocato alla pari con tutti i più forti dei “Maestri” a Torino, cedendo solo dopo un doppio tiebreak al cospetto di Djokovic (dopo essere stato un break avanti nel finale del secondo set), il suo compito sarà durissimo. Per non parlare di quello di Sonego contro Tiafoe. Insomma, l’unica Coppa Davis vinta dall’Italia nel 1976, 46 anni fa, con tutta probabilità resta ancora…l’unica. E invece io quest’anno ci speravo proprio in una seconda.

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ATP

Intesa Sanpaolo ATP Next Gen. Questo penso sul torneo di Milano. Che cosa farei fra un anno… sapendo i conti economici di queste 5 edizioni milanesi

Sei incontri al giorno, due di doppio, due di Next Gen, due di top-players. E under 19, non più under 21. Il diffuso gusto del talent scout. La crisi dei Carneadi del doppio

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Jiri Lehecka e Brandon Nakashima - 2022 Next Gen ATP Finals (Foto Giampiero Sposito/FIT)

Sono cominciate le ATP Finals e magari arrivo fuori tempo, ma vorrei dire quel che penso del torneo under 21 di Milano, le Intesa Sanpaolo Next Gen ATP che si sono appena concluse con la netta vittoria dell’imbattuto Brandon Nakashima.

Per prima cosa ricordo che questa quinta edizione è l’ultima che era prevista a Milano. E per seconda cosa che il calendario ATP del 2023 prevede che il torneo Next Gen si disputi nella stessa settimana delle ATP Finals.

Ritenere che la Federtennis riesca ad organizzare i due eventi nella stessa settimana in due città diverse, Torino e Milano, è abbastanza improbabile, se non proprio impossibile.

 

E non si potrebbe allora giocare tutto a Torino in 8 giorni, con le partite del round robin spalmate in sei giorni, al ritmo di due al giorno? Semifinali il sabato, finale la domenica.

Vorrebbe dire, mantenendo in vita il doppio cui l’ATP è praticamente obbligata non abbandonare – anche se i nomi di molti doppisti sono del tutto sconosciuti alla massa degli spettatori che non pagherebbero il biglietto per vederli  giocare  sebbene lo spettacolo sia in sé  tutt’altro che disprezzabile – che si dovrebbero giocare nei primi 6 giorni e ogni giorno 2 match next gen, due match di doppio, due match dei magnifici otto.

Sei partite al giorno, insomma, tre a partire dalle 10,30 per cercare di mettere in campo la partita di due potenziali “Maestri”, entro le 14.30. E dare il via alla sessione serale per gli altri tre match intorno alle 18.30.

Mediamente gli incontri di doppio e quelli dei Next Gen si concludono nell’ambito dell’ora mezzo, un’ora  e tre quarti. Il derby Passaro-Arnaldi durato 2h e 38 m, o i 5 set di Nakashima Arnaldi per 5 set è durato di più, 2 ore e mezzo, ma sono state eccezioni.

Per fare un ragionamento valido bisognerebbe conoscere quali siano esattamente le spese affrontate dalla FIT per Next Gen (montepremi, affitto Palalido, macchina organizzativa, con tantissime persone, personale) e quali siano gli incassi derivanti da biglietteria, diritti tv, vari sponsor.

Ricordo che mi fu detto che le prime edizioni (Due? Tre?) del Next Gen non furono… – se non proprio un bagno di sangue – certamente non un successo economico.

E queste ultime? Mah.

Sarebbe giusto, credo, avere informazioni precise, se non dettagliate voce per voce, di che cosa esce e che cosa entra nel bilancio federale del torneo. Per poi prendere una posizione ragionata e ragionevole.

Perché se uno pensa che rinunciare a un incasso della biglietteria e dei diritti tv, fosse antieconomico (ma non credo…) allora perderlo per trasferire tutto a Torino potrebbe risultare poco intelligente.

Di certo la Federtennis non darà queste infos al sottoscritto, perché Ubitennis può continuare a promuovere il tennis con 18 articoli al giorno, 5.000 l’anno facendo sforzi considerevoli e – consentitemi di dire – regalando agli appassionati prodotti giornalistici di buona qualità, ma per la FIT Ubitennis resta un nemico pubblico da ostacolare, negandogli con varie scuse poco credibili un congruo numero di accrediti stampa  che servirebbero soltanto a promuovere ancor meglio lo sport della racchetta, attraverso il nostro sito che ha numeri davvero importanti. Pazienza. Vero che non facciamo sviolinate a nessuno, ma farle mi sembrerebbe un tradimento professionale e deontologico. Io non dispero di poter contare, un giorno o l’altro, sull’intelligenza dei miei interlocutori. Prima o poi ci arriveranno.

Il torneo Intesa Sanpaolo Next Gen è certamente piaciuto tantissimo ai ragazzini. Fondamentalmente per un problema di concentrazione. Tenerla per un set e magari per più di un’ora è chiedere troppo a ragazzi delle SAT e di scuola compresi fra i 10 e i 14 anni.

Per loro venire al tennis è una festa con la musica a palla, le scritte cubitali che ricordano il setpoint, il matchpoint, l’ace al rullar di tamburi, l’out gridato dal giudice elettronico, la close call, il breakpoint, il no-ad, la palla game che è game-point per entrambi gli avversari.

Impossibile per i ragazzi sugli spalti, quando si ritrovano in quell’atmosfera rovente,  non prendere le parti di uno dei due tennisti, anche quando nessuno dei due è italiano.

E anche i tennisti, sebbene dicano tutti (o quasi) che prediligono il tennis classico, si ritrovano in un’atmosfera diversa, unica, mai sperimentata altrove. Alla fine si divertono alla grande, anche se lo stress procurato da quei ritmi concitati è davvero notevole.

Ma vale la pena subirlo se un Nakashima può mettersi in tasca 430.000 dollari quando per aver vinto il torneo ATP 250 di San Diego, la sua home town, aveva dovuto accontentarsi di 92 mila dollari. Meno di un quarto. E ragazzi come Passaro che ha vinto 108 mila dollari o come Arnaldi (80.000) si mettono in tasca soldi che consentono loro di pagarsi tutta una stagione per loro e il loro team.

La validità tecnica di questi match del Palalido è abbastanza discutibile, anche se abbiamo visto che a vincere il torneo sono in passato sempre stati signor giocatori, tennisti che poi sono diventati top-10. Tranne Chung, alludo a Tsitsipas, Sinner, Alcaraz. E vedremo che cosa farà Nakashima che ha dimostrato di essere di una solidità nervosa impressionante. Superiore. A Lehecka non gli ha fatto vincere un set su 6 manches.

Vi ricordo quanto ho già sottolineato nel video finale domenica scorsa: da Wimbledon (dove è arrivato negli ottavi dopo aver battuto Shapovalov) Nakashima ha vinto la bellezza di 16 tiebreak su 17!

Però se non si registra una netta superiorità la conclusione più frequente di queste partite, se il match è equilibrato, approda al tiebreak sul 3 pari.

Mentre nei set tradizionali c’è la possibilità di vincere un set arrivando a 6 con due game di scarto, e solo sul 6 pari si va al tiebreak, nella formula NextGen chi arriva per primo a 3-1 non ha vinto un bel nulla, mentre se ciascuno dei due contendenti tiene 3 turni di servizi si arriva al 3 pari e all’inevitabile, quasi scontato tiebreak.

E’ certo vero che in termini di promozione il torneo Next Gen avvicina al tennis tanti giovanissimi, glielo fa scoprire, li entusiasma, anche quando fanno quasi soltanto la caccia agli autografi… Si formano anche così i tennisti di domani. In termini di pura promozione del nostro sport il torneo Next Gen funziona alla grande. I ragazzini che sono stati a vedere quelle partite tornano a casa entusiasti e chiedono ai genitori di prendere lezioni e cominciare a giocare a tennis.

Un altro punto da discutere è il limite anagrafico. Si riapre un discorso già fatto all’epoca in cui i diciassettenni Wilander, Becker, Chang vincevano gli Slam adulti pur essendo under 18.

Che senso aveva un torneo junior vinto anche da alcuni nostri tennisti, Pistolesi, Galimberti e altri, quando i più forti junior vincevano già gli Slam?

Mi sono molto divertito a vedere a Milano la lotta furibonda fra i due grandi amiconi  Passaro e Arnaldi, entrambi ventunenni. Alle loro casse ha certo giovato partecipare alle Intesa Sanpaolo Next Gen – buon per loro! – però mi avrebbe più incuriosito osservare dei ragazzi del 2003 (o 2004) per poter intravedere le loro prospettive.

Quelli sono davvero Next Gen, mentre i 21nenni sono “current” Gen. Forse con minor avvenire anche se è vero che i “nostri prodotti locali” sono spesso maturati con qualche ritardo, ad eccezione di Sinner e Musetti.

Ma gente come Draper, come Nakashima, non sono più “future prospect. Sono realtà contemporanee. Hanno già vinto montepremi importanti, giocano nel circuito ATP ai più alti livelli. Nakashima ha fatto terzo turno a Parigi e New York, ottavi a Wimbledon…

Insomma io abbasserei il limite di età. A 19 anni.

Nel caso di un torneo Next Gen che si disputasse insieme al Masters finale dell’ATP per i magnifici 8, forse metterei in campo per primi al mattino i giocatori del doppio. Alle 10,30 del mattino. E poi i Next Gen verso mezzogiorno. E poi le mega star, intorno alle 14 o 14,30. Stesso iter per la sessione serale, a partire dalle 18 circa. Sì, perché gli appassionati di tennis hanno il gusto del talent scout, gli piace “scoprire” qualche talento per poter dire un giorno: “Io l’avevo detto che Tizio diventava davvero forte…!”

Mi chiedo oggi chi conosca e riconoscerebbe per strada, Heliovaara, Glasspool, Arevalo, Salisbury, giusto per citarne alcuni dal cognome più improbabile…, ma perfino la coppia n.1 del mondo formata da Skupski e Koolhof quanti sono gli appassionati che li riconoscono? Che sanno se uno è mancino oppure destro?

E allora capisco bene che l’associazione dei tennisti, ATP, voglia proteggere in qualche modo la specie in estinzione dei panda-doppisti, perché si tratta di tanti posti di lavoro per giocatori che a volte hanno anche più di 40 anni…

Io sono stato sempre un fanatico del doppio perché lo giocavo molto meglio del singolare. Ho vinto due volte i campionati italiani di seconda Categoria, nel ’72 e nel ’75 con due compagni diversi (Maurizio Bonaiti e Pullino Pellegrini) e sono stato finalista una terza volta. E quando al torneo ATP di Firenze ho visto Sonego e Vavassori giocare un grande match contro Dodig e Krajicek mi sono divertito moltissimo. E così il pubblico che naturalmente faceva un tifo pazzesco per i due azzurri (sconfitti solo al tiebreak del terzo set).

Però secondo me l’ATP deve preoccuparsi primariamente di sostenere la nuova linfa. Più i ragazzi promettenti che i doppisti.

Un ragazzo tipo Nardi, e suoi coetanei del 2003 – mica sono tutti come Rune – va sostenuto e incoraggiato anche economicamente. Non ho niente contro due bravissimi ragazzi come Passaro, Arnaldi e loro coetanei, ma difficilmente questi ragazzi diventeranno top-ten. O top 20.  Ovvio che io lo auguri a entrambi. I progressi straordinari che hanno fatto in un anno – Passaro da 600 ATP a ridosso dei primi 100 – la dicono lunga sulle qualità che comunque hanno messo in mostra.

E scommetterei che se accadrà che questi due salgano ancora alla grande, inserendosi fra i top20, o nei pressi, non vedranno l’ora – insieme ai loro coach – di incrociarmi per dirmi: ”Hai visto Ubaldo, tu che non credevi in me?”.

E allora a questo punto devo aggiungere – per onestà intellettuale – che quando vidi per le prime volte Andreas Seppi, ma anche Renzo Furlan che non aveva davvero un fisico da marcantonio né colpi che strappavano la racchetta dalle mani dei loro avversari – nessun power tennis – onestamente non pensavo davvero che sarebbero arrivati fra i primi 20 del mondo e avrebbero fatto l’eccellente carriera che invece hanno fatto.

Quindi guai se coach Tarpani e coach Petrone si arrendessero di fronte alle mie previsioni non troppo ottimistiche. Spero proprio di sbagliarmi. 

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Editoriali del Direttore

“Tiafoe e Sock due veri trogloditi per sparare addosso a Federer e Nadal”. Lo ha detto Panatta. Non sono d’accordo, ma Panatta è Panatta…

Le parole di Adriano Panatta, che trovo “populiste” anche se può dire quello che vuole, pesano più della mia opinione. Totalmente contraria. Forse sbaglio, ma credo che Roger Federer la pensi come me

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Roger Federer (destra) con Rafael Nadal (sinistra) - Laver Cup 2022 Londra (foto Twitter @lavercup)

L’addio di Roger Federer al tennis giocato – anche se solo a quello agonistico – ha fatto scrivere fiumi di parole. (Non era il titolo di una canzone che vinse il festival di Sanremo?). Più mari che fiumi, a dire il vero. Era inevitabile che fosse così trattandosi del personaggio tennistico più carismatico del terzo millennio. E probabilmente non solo di quello.

Pensare di poter scrivere ancora qualcosa di originale, di inedito, su Roger, sulla sua carriera e su quello che ha significato per il tennis sarebbe estremamente presuntuoso. E io, pur tirato per la giacchetta da diversi affezionati lettori che mi hanno rimproverato di aver scritto poco dacché Roger ha dato il suo fatidico annuncio – questo però l’ho scritto – non credo sia il caso di aggiungere tante altre parole, tanti altri elogi più o meno scontati.

L’importante era dare spazio al suo ritiro, pubblicare molti articoli, scritti anche meglio del mio, su Ubitennis. E quando me l’hanno chiesto, ho accettato di rispondere a varie radio e TV che hanno voluto interpellarmi.

 

Posso semmai dire quel che potevate intuire anche se non ve l’avessi detto io: e cioè che ogni partita di Federer faceva schizzare i live di Ubitennis in termini di commenti. Ogni giorno in cui giocava lui registravamo molte ma molte più visite che per gli altri match. Era facilissimo rendersene conto guardando i dati delle visite negli Slam, quando lui giocava un giorno sì e uno no.

 Ogni articolo che lo riguardava, nei giorni buoni come quelli meno buoni, veniva – e viene – più letto di quasi tutti gli altri. Anche dei tennisti italiani. È stato un campione transnazionale. Salvo quando ha giocato in Spagna contro Nadal, ha giocato sempre in casa. Perfino a Londra contro Andy Murray, in certe occasioni.

Quando dico, di conseguenza, che Roger ci mancherà, e ci mancherà molto, è una constatazione certamente sentimentale e ricca di sincero affetto. Ma non solo.

Devo però anche confessare in tutta onestà che se nel 2016, quando lui per via dei suoi primi seri guai fisici ebbe una pessima annata dominata nella prima parte da Djokovic e nella seconda da Murray, temevo che l’inevitabile declino di Federer avrebbe avuto pesanti ripercussioni sugli indici di presenze dei lettori su Ubitennis, poi invece mi sono potuto tranquillizzare. 

E non solo perché il tennis ha sempre dimostrato di essere sempre più forte di tutti i suoi campioni, anche quelli più straordinari e di non risentire poi eccessivamente della scomparsa agonistica di Laver e Newcombe, di Nastase e Smith, di Borg e McEnroe, di Lendl e Connors, di Becker e Edberg, di Sampras e Agassi. Quindi reagirà anche alla “scomparsa” agonistica di Federer, Nadal, Djokovic.

Infatti fra il 2017 del suo grande e certamente abbastanza inatteso ritorno di Federer insieme a quello di Nadal (in quell’anno hanno vinto 2 Slam ciascuno) e poi il 2018 con la semifinale al Roland Garros di Cecchinato che – l’ho scritto mille volte – ha dato l’abbrivio alla rinascita del tennis italiano caratterizzata dagli exploit di Berrettini, Sinner e poi Sonego e Musetti, ho capito che Ubitennis sarebbe sopravvissuto persino all’abbandono di Federer.

Anche sulla celebrazione federeriana di venerdì notte durante la prima giornata di Laver Cup avrete visto e letto e di tutto. Su Ubitennis e altrove.

Io voglio accennare soltanto a una serie di commenti che mi sono giunti all’orecchio, prima da un amico tifoso di Federer che stimo, ma il cui commento non condivido, anche se poi a quello si è accodato uno assai più pesante, firmato Adriano Panatta.

Questo caro amico mi ha scritto sul mio whatsapp: ”Ma io dico… organizzi tutto per dare l’addio a uno dei più grandi giocatori della storia del tennis e gli fai perdere l’ultima partita con Tiafoe che gli tirava addosso a lui e a Nadal??? Da tifoso di Federer trovo che abbia rovinato la serata… in una esibizione come quella di venerdì credo che possa essere abbastanza normale e non disdicevole mettersi d’accordo… soprattutto per una occasione così.

Sui social ho poi trovato una miriade di commenti sullo stesso tono e assai critici nei confronti di Frances Tiafoe, reo di aver centrato Federer con una pallata e di non essersi risparmiato con le sue bombe di risposte. mettendo in difficoltà evidente sia Federer sia Nadal. Come del resto Jack Sock che sul matchpoint per il World Team (che avrebbe poi vinto 13-8 la sua prima Laver Cup su Team Europe grazie alla rimonta compiuta nell’ultima giornata quando le 3 vittorie valevano 3 punti ciascuna) ha infilato Rafa Nadal, reo di essersi mosso dal lungolinea con troppo anticipo.

A un certo punto, durante un cambio di campo, ho sentito Nadal che confessava ai suoi compagni di squadra: “Gioco poco il doppio e ho giocato poco ultimamente, ma non riesco a vedere in tempo dove va il dritto di Sock!” 

Io, prima di sapere che cosa avesse detto Panatta, avevo risposto così a questo mio amico: “Rispetto il tuo parere, ma resto dell’idea che il miglior modo di rispettare lo sport e uno sportivo è quello di dare in ogni occasione il meglio di se stessi. E vincere se si può. È un po’ il discorso di chi era solito consigliare a un giocatore molto più forte di non dare 6-0 all’avversario ma di fargli fare un game per non umiliarlo. Secondo me regalargli quel game – anche sapendo nasconderlo – era una umiliazione ancor peggiore.

Tieni poi presente, amico mio, che Roger è il co-organizzatore della Laver Cup – lo sarà anche negli anni prossimi – e si è sempre esposto per dimostrare che il suo evento è vera competizione, che i giocatori si battono fino all’ultimo per orgoglio e prestigio. Non giocano la Laver Cup, sebbene non ci siano punti e soldi al di fuori degli ingaggi, come se fosse una esibizione. Al suo primo avvento la Laver Cup fu considerata da molti opinionisti una mezza baracconata. Se il doppio americano avesse perso apposta, ecco che il discorso avrebbe potuto riaprirsi. E Federer più di chiunque altro non lo avrebbe voluto. Avrebbe semmai voluto trasformare il matchpoint con un ace, questo sì e di sicuro. Ma non ne è stato capace e il matchpoint è sfumato. Lui stesso, parlando con i propri compagni al cambi campo ha ironizzato: ‘Avete visto come sono stato lento?’ e ci ha fatto una risata sopra”.

Ciò scritto e sostenuto a chiare lettere, anche se io ritengo che Federer (e nessuno del suo team organizzativo) mai avrebbe potuto invitare (e neppure suggerire) Tiafoe a “non tirargli addosso” – vi immaginate se un giorno quello scavezzacollo avesse rivelato un imbarazzante retroscena del genere? – forse se Tiafoe avesse un tennis meno di potenza e più di tocco nella risposta magari sia lui sia Sock avrebbero sparato meno cannonballs. Tiafoe un gran tocco ce l’ha solo a rete (ma anche in qualche lob): ha fatto drop-volley fantastiche. Altro che troglodita!

Ma quando si gioca, e soprattutto in doppio quando si ha pochissimo tempo per riflettere e reagire e perfino in doppio misto si impara a indirizzare i proprio colpi più violenti sulla donna pur rischiando l’accusa di scarso fair-play, i casi sono due: o si gioca per vincere oppure no.

Al mio amico ha fatto eco, assai più pesante e meno delicato, anche Adriano Panatta al meeting organizzato dalla Gazzetta a Trento. Adriano ha detto:

“Ho trovato di cattivo gusto, volgare e villano che quei due americani tirassero a tutta forza in faccia a Federer e Nadal… Lo fanno solo perché non sono capaci di fare altro.  Non sanno minimamente cos’è il tennis. Nemmeno lo possono capire. Sono dei trogloditi del tennis, ma soprattutto due villani nei confronti di due campioni del calibro e dell’educazione di Federer e Nadal. Ho pensato: Dio perché non mi dai la possibilità di entrare in campo come quando avevo 25 anni…”.

Secondo me sono commenti… populisti. Che troveranno un mare di consensi fra i tifosi di Federer. E fra gli estimatori a scatola chiusa di Adriano Panatta. Ma che, mi permetto di ipotizzare, non troverebbero il consenso dello stesso Federer.

Il tennis della Laver Cup non doveva trasformarsi nel… wrestling, sport nel quale i protagonisti sul ring si mettono d’accordo nel fare più spettacolo possibile, ma il vincitore è già deciso in partenza. E di solito vince l’attore più apprezzato, più amato dal pubblico, perché così vuole lo show.

Federer avrebbe preferito vincere, questo è sicuro, perché non c’è campione che ami perdere. Ma non avrebbe preferito vincere grazie a un gentile omaggio degli avversari.

Jack Sock – vorrei dire a Panatta – è un campione, non un troglodita. Panatta è stato ingeneroso e ingiusto, o forse disinformato

Nonostante mille infortuni abbiano danneggiato la sua carriera, fermandolo per più anni, Jack Sock è stato n.8 del mondo in singolare e n.2 in doppio: ha vinto in questa specialità due volte Wimbledon, 2014 e 2018, una l’US Open 2018 in mezzo a 17 tornei… più i 4 da singolarista incluso un Masters 1000… e alle finali ATP 2017 lui è giunto in semifinale. Quando nessun italiano era riuscito a vincerci un match prima di Berrettini e Sinner. Nei doppi Sock ha anche conquistato una medaglia d’oro e una di bronzo alle Olimpiadi di Rio. Insomma, magari l’Italia avesse avuto trogloditi come lui. Che non tira solo forte, anche se il suo dritto fa paura, ma ha dimostrato anche pregevolissimi colpi di tocco sottorete. Nessun tennista, se non erro, ha procurato tanti punti al proprio team quanti Jack Sock nei 5 anni di Laver Cup… tanto che forse Europe Team, che pure schierava i Fab Four (a mezzo servizio…) in futuro dovrebbe probabilmente pensare a selezionare almeno un grande doppista del suo stesso livello.

Quanto a Frances Tiafoe, che ha procurato al World Team nella Laver Cup, la vittoria decisiva annullando 4 matchpoint a Tsitsipas e vincendo tutti i tiebreak giocati, è giovanissimo, è fresco reduce da una semifinale all’US open dove ha costretto al quinto set (vincendo due tiebreak su due) il n.1 del mondo Carlos Alcaraz, tennista che Panatta ha mostrato di apprezzare più di ogni altro.

Che doveva fare il giovane Tiafoe, chiamato all’ultimo tuffo a rappresentare Team World? Tirare più piano quando lui è abituato a anticipare a tutta forza le risposte e le palle che gli arrivano corte a metà campo?

Frances ha dimostrato, nei recuperi sulle palle corte e a rete, di avere non solo gambe e potenza, ma anche straordinarie doti di tocco. Doveva giocare più piano quando poteva tirare forte? Ma allora tanto valeva arrendersi subito all’idea che, per malinteso senso del rispetto nei confronti di Roger Federer, bisognava perdere.

Ribadisco: a Federer per primo, e non solo a McEnroe o al sottoscritto, non sarebbe piaciuto. E anche se a pronunciare parole in libertà nel corso di un incontro organizzato non costa nulla, non condivido per nulla quel che ha detto Adriano e mi piacerebbe sentire prossimamente che cosa  pensano sull’argomento altri campioni che non si preoccupassero soltanto di mostrarsi “politically correct”. Sarei curioso di sentire anche Paolo Bertolucci, l’amico inseparabile di Adriano. La pensa come lui? Glielo chiederò, sperando che mi risponda.

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