Del Potro si opera ancora, forse è un addio

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Del Potro si opera ancora, forse è un addio

In un lungo videomessaggio, Juan Martin Del Potro comunica che giovedì si opererà, in America, per la terza volta al polso sinistro per una lesione al tendine. “Voglio essere felice, in salute, con o senza racchetta”

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“Ciao a tutti… volevo salutarvi e aggiornarvi su quello che sta succedendo nella mia vita negli ultimi mesi. Non ci sentiamo da un po’ e ultimamente non ho frequentato i social media. Volevo condividere con voi le ultime notizie. Intanto per me, ma penso che sia una buona cosa anche per voi. Quindi, ecco qua. Dal mio ultimo torneo a Miami fino ad oggi, ho passato delle settimane e dei mesi difficili. Alcuni giorni tristi, alcuni giorni bui, senza una luce alla fine del tunnel a causa del mio serio infortunio al polso. Ma la parte positiva della storia, quella che vorrei condividere con voi… è che io non mi arrendo… Durante questo periodo difficile ho continuato a cercare delle alternative, ho ascoltato diversi pareri in modo da non avere un’unica diagnosi. L’intero processo è stato supervisionato dal mio dottore. Ha supportato la mia decisione di cercare delle alternative. Se c’è una cosa che voglio fare è lottare per quello che amo, e quello che amo è giocare a tennis. Sono stato molto frustrato dai miei precedenti tentativi di ritorno. Potrei allenarmi, potrei mantenermi in forma e cercare di giocare a tennis con tutte le armi a mia disposizione tranne la mano sinistra. Ma dopo il mio ultimo torneo a Miami, quando ho lasciato il campo, le mie sensazioni non erano buone. Sono stato male durante l’intero corso del torneo, anche se è stato bellissimo sentire l’energia della competizione e passare del tempo con i tifosi. L’intera situazione mi ha fatto capire che non sarebbe stato saggio andare avanti in quelle condizioni e che non meritavo di entrare di nuovo in un campo da tennis con un dolore del genere al polso. Ecco perché per la prima volta da quando ho iniziato ad avere problemi nel 2012 e nel 2013, per la prima volta ho deciso di non allenarmi e di non giocare a tennis. Mi sono ritrovato a combattere mentalmente e psicologicamente, a non voler mollare, a cercare di trovare delle soluzioni per il problema al polso. È positivo conoscere tutti i vari trattamenti medici alternativi e conservativi che potrebbero aiutarmi con il polso nella vita quotidiana. Ma allo stesso tempo penso allo sport, alla competizione, alla grande intensità, tutte cose con le quali io vorrei tornare a giocare di nuovo, e questo tipo di trattamenti non sono adatti a risolvere il problema una volta per tutte. E così, mentre ancora sogno di tornare a calcare un campo da tennis un giorno, ho scelto di non usufruire di questi trattamenti conservativi per curare il dolore, che è stato inizialmente diagnosticato come una tendinite ma è molto più serio di questo, perché il tendine è danneggiato. Diversi dottori, incluso quello che mi ha curato durante tutto questo periodo, mi hanno consigliato una nuova operazione. Anche se non è una situazione piacevole, e nonostante la frustrazione che tutto ciò porta, e pur sapendo che le prossime settimane saranno molto dure per me, ho deciso di provarci nuovamente e sottopormi ad una operazione chirurgica, sperando che possa essere la soluzione finale, sperando che possa guarire il mio polso una volta per tutte. D’ora in avanti voglio essere felice, in salute, con o senza racchetta. Senza problemi fisici, sperando di poter fare quello che mi piace. Ovviamente non è stata una decisione semplice da prendere. Si tratta dello stesso polso per la terza volta. Quando i problemi sono iniziati nel 2012, mi sono sottoposto a diverse infiltrazioni ma ho continuato a giocare per un anno e mezzo. Ma nel 2014 il polso non rispondeva più nel momento in cui avrei dovuto giocare un tennis di alto livello, e questo è stato il momento in cui ho subito la prima operazione al polso sinistro. Ero numero 4 del mondo, avevo un sacco di energie che mi hanno permesso di affrontare tutto quel processo e tornare il più presto possibile. È stata una decisione difficile e un’operazione complicata ma l’ho fatto e dopo questo è passato diverso tempo ma non sono riuscito a ritrovare la mia forma migliore. Lo scorso anno ho comunque continuato ad allenarmi e a sognare di poter tornare a giocare in un torneo piuttosto che in un altro. Ma più il tempo passava, più l’unica cosa che sentivo era la frustrazione di non riuscire a raggiungere i miei obiettivi e di non riuscire a seguire una programmazione. Fino ad ottobre o novembre quando ho deciso di concludere la stagione e di programmare un’intensa off-season pensando ad un grande inizio per la stagione 2015 in Australia. Ma più quel momento si avvicinava, più il dolore nel polso non accennava ad andarsene. Non è stato facile e non sono mai riuscito ad allenarmi senza dolore. In ogni caso sono andato in Australia, mi sono inaspettatamente ritrovato a vincere qualche partita contro dei buoni giocatori. Sentivo ancora dolore nel polso ma quelle vittorie mi hanno dato la forza per affrontare una nuova operazione. Questa volta un’operazione di minore entità, che avrebbe richiesto un tempo di recupero più breve. Dopo quella operazione sarei stato in grado di giocare e di godere del tennis di nuovo. Ma i risultati non sono stati quelli che ci aspettavamo. L’operazione è stata un successo ma dopo un piccolo periodo di riabilitazione, quando stavo programmando il mio ritorno, ho sentito nuovamente dolore. Dopo aver giocato Miami le mie sensazioni erano orribili. Mi sono detto che non volevo combattere contro il tennis, non volevo odiare questo sport. Ho preferito prendermi tutto il tempo necessario e cercare di recuperare innanzitutto come persona e lasciare per un momento da parte il fatto di essere un giocatore di tennis. Questo è quello che è successo nell’ultimo periodo. Sono passati diversi mesi, e mentre qualcuno potrebbe pensare che sono stato depresso o in una qualche forma di crisi, o anche che non avrei più voluto giocare a tennis di nuovo, l’unica cosa che ho fatto durante questo periodo è stato cercare una soluzione per il mio problema. Sono davvero grato a tutti coloro che sono venuti da me in buona fede e mi hanno offerto suggerimenti su vari medici, su diversi trattamenti o possibili soluzioni. L’ho davvero apprezzato dal profondo del mio cuore ma allo stesso tempo è difficile sapere quale percorso intraprendere quando hai così tante opzioni a disposizione. So che il mio dottore è uno dei migliori al mondo, mi ha supportato mentre mi sono guardato intorno alla ricerca di diverse opinioni, e tutto ciò mi ha fatto sentire sollevato. Ho cercato delle alternative e nuove diagnosi ma la conclusione è sempre la stessa. Se voglio giocare a tennis l’unica via è affrontare una nuova operazione, sotto la guida del dottore di cui mi fido, quello che ha guarito la mia mano destra. È grazie a lui se sono stato in grado di giocare molti altri anni, grazie al mio polso destro sano. Vorrei inoltre dire due parole sui miei allenatori. Quello che è successo non è stato facile nemmeno per loro. Sono rimasti al fianco di un ragazzo che non è mai riuscito a trovare la soluzione ma che ha continuato a provarci. Mentre il tempo passa, io cresco e non riusciamo a trovare gli obiettivi o le motivazioni per andare avanti. Ma sono ancora al mio fianco, perché quello che vogliono è che sia la persona e non solo il giocatore di tennis a recuperare e a scegliere di fare quello che ama. E questa è la cosa più importante che io posso realizzare come persona. Sono i miei allenatori, le mie guide e i miei compagni di avventura. Abbiamo ottenuto tanto cose insieme, realizzato alcuni sogni, patita la frustrazione e quello che voglio dire è che non ci siamo mai separati durante questi momenti difficili. Ci capiamo molto bene, ci siamo sempre l’uno per l’altro, non c’è alcun problema fra di noi perché quello che vogliamo è il meglio l’uno per l’altro. Apprezzo davvero il fatto che loro sono ancora con me, mi supportano durante questo momento difficile, così come hanno fatto durante i momenti migliore. Vorrei dire qualcosa sulla mia famiglia e sui miei più cari amici. Sono d’accordo con i miei allenatori, quello che vogliono è vedere una persona felice, che non soffre per il dolore. Sanno cosa il tennis significa per me e lo sforzo che ho fatto in tutti questi anni. Sanno quando gioisco, sanno quanto soffro, le emozioni che questo sport mi da. Ma alla fine dei conti, non vogliono vedere una persona, un figlio, un amico che soffre. Allo stesso modo io non voglio vedere qualcuno a me vicino sentirsi così. Mi stanno vicini, loro sanno cosa serve affinché la mia mano possa guarire. Sono venuti con me a correre, in palestra, abbiamo condiviso il tempo libero come fanno gli amici e sono con me nella decisione di sottopormi ad una nuova operazione, saranno con me durante la riabilitazione come hanno sempre fatto. Apprezzo davvero la mia famiglia e i miei amici. Un gruppo di persone che non ho incontrato perché ho vinto il titolo agli US Open o per la medaglia olimpica, o per il fatto di aver vinto diversi tornei ATP. Come ultima cosa, ma non per questo meno importante, vorrei parlare di voi. I miei tifosi, quelli che mi seguono, quelli che mi apprezzano e anche quelli che non lo fanno. I media, i miei colleghi tennisti e tutti quelli che tengono a me. Voglio dirvi grazie. Spero che in futuro questa possa essere soltanto una parte dell’intera storia. Spero che potremo parlare di altro, non solo di questi problemi. Voglio ringraziarvi per avermi supportato, e spero un giorno di potervi ringraziare per tutto questo da un campo da tennis… o da qualunque altro posto mi renderà felice, in modo che sappiate che siete stati al mio fianco nel momento più brutto della mia carriera. Quindi grazie mille. Questo è quello che mi sta succedendo in questo momento. Il prossimo giovedì mi opererò negli Stati Uniti, se vorrete supportarmi o pregare per me siete i benvenuti. Vi terrò informati su come andrà e vi aggiornerò sull’andamento della situazione. Tante grazie e un grande abbraccio.

Leggi i precedenti articoli su Juan Martin Del Potro e i suoi problemi al polso:

 

Delpo: il polso è una maledizione, l’operazione la soluzione?
Juan Martin del Potro, è un incubo senza fine: siamo a fine corsa?

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Talentuosi, appassionati, sotto i riflettori, l’incredibile vita di due precoci fratelli giapponesi: gli Owaki

Yunosuke e Koujirou Owaki sono dei veri fenomeni con le loro racchette: li abbiamo incontrati in occasione del loro primo viaggio in Europa, dove sono stati invitati dai loro idoli Stefanos Tsitsipas e Novak Djokovic.

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Guarda il video integrale sul sito Intesa Sanpaolo

Pubblicato da Tennis Majors il 3 maggio 2022

I fratelli Owaki sono esattamente come tutti gli altri bambini: si abbuffano di dolci e bevande alla merenda, regalano enormi sorrisi ai genitori con la medesima facilità con cui respirano e litigano per chi debba usare per primo il tal gioco… Hanno solo un problema di concentrazione quando viene chiesto loro qualcosa di diverso… come un servizio fotografico.

Dicevamo che sono come tutti i bambini, ma con un “piccolo” particolare che li porta vicino ad avere lo status di baby star: giocano a tennis con un’incredibile bravura.

 

Il primo viaggio della famiglia Owaki

I fratelli giocano a tennis nel vero senso della parola: si divertono con palline e racchette, trasportati dall’inesauribile energia dei loro anni – sei e otto – e questo, ci hanno detto, senza risentire del fuso orario.

Yunosuke e Koujirou hanno dunque appena viaggiato fuori dal Giappone per la prima volta, insieme ai loro genitori, Kosuke Owaki, che fa il venditore in un’azienda che produce metalli e la madre Minako Owaki, segretaria in un’azienda di pompe subacquee. Entrambi hanno 35 anni.

Nel momento in cui state leggendo questo articolo, la famiglia Owaki è già tornata a casa, a Mizumaki nel nord dell’isola più meridionale del Giappone, Kyuchu, dopo 20 giorni passati in Europa: 3 settimane da sogno per Yunosuke e Koujirou, così composte: 2 settimane sulla costa francese, prima alla Mouratoglou Academy per una settimana di allenamenti, poi ad assistere al Master 1000 di Monte-Carlo, poi a Belgrado per vedere l’ATP 250 nella Capitale serba.

Come in un sogno, erano stati invitati dai loro idoli: Stefanos Tsitsipas, il giocatore preferito di Yunosuke, e Novak Djokovic, quello di Koujirou.

I fratelli cominciano a essere famosi su Instagram

Il rovescio ad una mano di Yunosuke (e Tsitsipas) e quello a due mani di Koujirou (e Djokovic): questi gesti tecnici, inauditi in termini di precisione e impegno per giocatori così giovani, hanno reso famosi i fratelli Owaki durante il lockdown della primavera del 2020.

“Tutti li conoscono in Giappone – i genitori si sono sorpresi che la gente li conoscesse anche in Europa. Non ci potevano credere”. Così ha detto Magashi Ogawa, l’agente che adesso li accompagna vista l’attenzione crescente che ha già fruttato 25 interviste nel loro paese.

La gente chiede di fare foto con loro e i genitori sono davvero stupiti di quanto i fratelli vengano riconosciuti”.

Ecco il miracolo dei social media. Il loro account Instagram, dove il padre posta regolarmente i loro esercizi, allenamenti e, occasionalmente, partite, dà l’impressione distorta di una vita dedita al tennis, ma i due fratelli non giocano proprio molto…

“Due volte alla settimana e solo due ore al mese con un maestro”, così ci dicono i genitori.

Mizumaki è una città medio-piccola (30.000 abitanti) con una tradizione mineraria, dove il tennis è quasi sconosciuto. Questo spiega perché la maggior parte dei video sono girati in un parcheggio locale oppure in casa: il J Struct Tennis Club, dove si allenano, e il Tagawa Tennis Club, dove la famigli si reca nel tempo libero, sono a un’ora di distanza.

Vedremo presto i fratelli Owaki iniziare a competere?

Yunosuke, il più grande, ha già l’età per fare attività a livello agonistico e ha giocato il primo torneo nell’estate del 2021 ma è l’eccezione che conferma la regola.

“In Giappone gli unici tornei aperti a giocatori della sua età sono nell’area di Osaka o Tokyo” dice la famiglia; per entrambe le città bisogna prendere l’aereo.

“Se ne avranno le capacità e se lo vorranno, potremo certamente pensare a una carriera tennistica, ma adesso vogliamo che i ragazzi si divertano. Al momento il tennis non è preso molto serio, ci giocano e basta” dice la madre.

“Li portai ad una lezione in un club vicino e i ragazzi si divertirono. Tutti dissero che erano molto bravi, lo dicevano i maestri. I ragazzi erano davvero contenti e così hanno cominciato…”.

Una cosa è sicura: se i loro movimenti sembrano assolutamente precisi e promettenti per la loro età, vedendo i video in circolazione, non ti stai ingannando: quello che i ragazzi stanno facendo è davvero eccezionale.

“A questa età non ho mai visto niente di simile”, dice Patrick Mouratoglou, fondatore dell’accademia che porta il suo nome, attuale allenatore di Simona Halep, co-fondatore di Tennis Majors e fondatore della ChampSeed Foundation, che finanzia i sogni dei giovani giocatori a partire dai dieci anni di età. “Il loro livello, me lo spiego con il molto lavoro, soprattutto mimato. I loro genitori mi hanno detto che si esercitavano facendo molti gesti a vuoto (esercitando i movimenti dei colpi), come un pianista si esercita con la sequenza di note della scala. Penso che abbiano anche molto talento naturale. C’è un tempismo eccezionale nei loro movimenti. Sanno giocare la demi volée, sanno giocare palle alte, c’era molto vento durante la nostra sessione e si sono adattati senza alcun problema”.

Alcuni incredibili dritti corti incrociati o passanti di rovescio lungolinea confermano tale osservazione.

Tuttavia, Yonosuke e Koujiro sono ancora lontani anni luce dal diventare campioni. “La cosa più importante per progredire è giocare molte partite”, spiega Mouratoglou. “Vincere è ciò che conta per un tennista e si impara facendolo. Ma giocano poche o nessuna partita. In questa fase adorano giocare, puoi vederlo, ed è la cosa più importante. Se gli piace, progrediranno. Hanno la tecnica, ma è solo uno strumento, che non basta. Il successo ai massimi livelli è una questione di motivazione e personalità. Ci vogliono anni per formare un agonista”.

Wilson, Adidas e altro

Hanno il gusto della competizione? Yunosuke ha esultato facendo il pugnetto parecchie volte durante i suoi primi incontri, ci dice la famiglia. Come reagiranno ai giovani avversari che, senza dubbio, vorranno aggiungere il nome dei piccoli talenti di Instagram alla loro lista di successi? A questo punto dobbiamo accontentarci di supposizioni.

“Sono il loro unico partner”, sorride il padre, Kosuke Owaki. “Vogliono giocare di più. Non escludo di trasferirmi per rendere le cose più facili, e perché non all’estero, perché non qui?” dice, nella caffetteria dell’Accademia Mouratoglou. “Stiamo esaminando come farlo”.

Quando hanno partite di allenamento, non ci sono litigi. Il ragazzo più grande di solito vince con un margine ristretto, nonostante parta in svantaggio con il sistema di punteggio a handicap.

La celebrità dei due ragazzi ha portato loro qualche sponsorizzazione locale, flessibilità da parte del datore di lavoro dei genitori, supporto, di cui non si conoscono i dettagli, da Wilson (ora nella biografia dell’account) e Adidas (che non ha il diritto di farlo). È comprensibile che la famiglia Owaki non debba più preoccuparsi dell’attrezzatura, ma l’esperienza europea che Tsitsipas e Djokovic hanno appena offerto loro non può diventare uno stile di vita.

Per ora i due ragazzi si stanno godendo i primi trofei: polo e racchette autografate dai loro idoli, abbracci e selfie con le loro star preferite, l’amicizia del primogenito di Djokovic, Stefan, con cui stanno giocando, e i posti in prima fila allo stadio. Monte-Carlo e Belgrado sono state le prime partite di alto livello viste dagli spalti.

La loro attenzione nel seguire le partite senza distrarsi, anche se così giovani – hanno una perfetta padronanza delle regole – è un’altra affascinante manifestazione del loro amore per il tennis.

Patrick Mouratoglou ha dovuto rispondere recentemente alle domande del canale televisivo Canal+ sulla possibile sovraesposizione di questi bambini che hanno appena iniziato la scuola.

“C’è il rischio di esporli troppo, sì, ma i genitori non hanno molta scelta”, ha risposto l’allenatore. “Nel tennis il fabbisogno finanziario è enorme. Hai bisogno di un allenatore, di un preparatore atletico, devi pagare le trasferte ai tornei. Quasi nessun genitore ha questi mezzi. Pubblicizzare i tuoi figli quando sono dei fenomeni può aiutare a trovare questi mezzi necessari”. I genitori giurano che se i ragazzi vorranno smettere di giocare a tennis domani, non ci saranno problemi.

I fratelli Owaki sembrano lontani anni luce da tali considerazioni, lontani da essere grandi giocatori come i nostri occhi adulti vogliono spontaneamente vedere nel talento precoce. Sono ragazzi abbastanza fortunati, con le loro capacità naturali e le conoscenze che Instagram ha permesso loro di fare, per vivere al meglio il loro sogno.

Vivere in un territorio privo di tennis, dove giocare su un campo normale è impossibile, in questa fase sembra più un’opportunità. Non puoi sognare qualcosa che trovi ogni giorno sotto casa tua.

Traduzione di Luca Gori e Massimo Volpati

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Boris Becker nel carcere “fatiscente, sovraffollato e infestato dai topi”

La prigione che ospita l’ex campione tedesco è una delle peggiori del Regno. Secondo Andy Murray, “ha infranto la legge, nessun trattamento speciale”

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La notizia della condanna di Boris Becker ha fatto il giro del mondo e ora torna con l’aggiornamento sul luogo di detenzione dove è stato al momento condotto. Descritta come “fatiscente, sovraffollata e infestata dai topi”, la prigione di Wandsworth si trova a una decina di minuti di macchina da quei campi di Wimbledon dove l’ex campione tedesco ha trionfato tre volte, la prima nel 1985 da diciassettenne. Dall’età delle vittorie all’età vittoriana, trattandosi di edificio (il carcere) costruito 170 anni fa. La struttura detentiva appartiene alla categoria B, in una classificazione dove A significa “di massima sicurezza” e D minima.

Ai sensi della Legge Fallimentare britannica, Becker è stato condannato a una pena di due anni e mezzo per il primo dei quattro capi d’accusa di cui è stato riconosciuto colpevole (in sintesi, “il fallito è colpevole di un reato se distrae qualsiasi bene che avrebbe dovuto consegnare al curatore”). Per gli altri tre capi d’accusa, il giudice Deborah Taylor era partita da una base di diciotto mesi per ognuno, decretando poi in relazione a essi sentenze concorrenti, con l’effetto di cucirgli addosso una sentenza appunto di 2 anni e 6 mesi. L’effetto è che Boris sconterà in carcere metà della pena per poi essere rilasciato in libertà vigilata soggetto alle cosiddette “license conditions”, prescrizioni normalmente individuate nella buona condotta, rimanere in contatto con l’ufficiale addetto alla sorveglianza, risiedere permanentemente a un indirizzo e nel divieto di lasciare il Regno Unito senza apposito permesso. Ma torniamo alla prigione di Wandsworth.

Sul sito governativo dell’Ispettorato della Giustizia, apprendiamo da un report dello scorso settembre che il 91% dei detenuti disponeva di meno di due ore al giorno fuori dalla propria cella, a volte solo 5 minuti. Alcuni prigionieri hanno dichiarato di non poter uscire all’aria aperta per giorni se non per settimane. Inadeguati sono anche risultati l’accesso all’esercizio fisico e all’istruzione, o a un’attività lavorativa rilevante. Inoltre, a dispetto della diminuzione della popolazione del carcere a 1.364 unità, si legge nel rapporto, Wandsworth è rimasta una delle più sovraffollate prigioni di Inghilterra e Galles, con quasi tre quarti dei prigionieri che in due occupano una cella progettata per uno.

 

In aumento la violenza contro altri detenuti e lo staff, con le guardie che spesso non attivano le telecamere indossate sull’uniforme così da evitare ripercussioni; 1.398 incidenti negli ultimi mesi che riguardano l’uso della forza, un numero sorprendentemente alto considerato il pochissimo tempo trascorso fuori dalle celle. Ratti, topi e piccioni che infestano, celle e pianerottoli in cattivo stato, alcune docce orrende. Rispetto alla precedente ispezione ci sono stati anche notevoli miglioramenti: visite e videochiamate hanno luogo in una struttura eccellente con i muri decorati dagli stessi detenuti. E anche l’accoglienza è buona, con celle per la prima notte pulite; se non sempre c’è la possibilità per i nuovi arrivati di farsi una doccia il giorno stesso, la loro sicurezza è garantita. Il cibo non è male secondo buona parte degli intervistati, ma la cena, servita in cella, è trasportata in contenitori termici sudici.

In sintesi, sovraffollamento, violenza, sporcizia, topi: quello che ci si aspetta da una prigione e tuttavia come non dovrebbe assolutamente essere, che ci mettano dentro un famoso ex tennista o meno. Un po’ come l’hotel australiano dove in gennaio Novak Djokovic ha atteso la chiusura del suo iter giudiziario – non era un paradiso fino al giorno prima nè è diventato all’improvviso un posto indegno, ma di certo è tornato nell’oblio generale una volta che la star di turno ha fatto i bagagli. Lasciamo però i commenti a un altro dei Fab 4, Andy Murray che, riporta la stampa britannica, non prova molta compassione per il cinquantaquattrenne di Leimen: Ha infranto la legge e, se lo fai, non penso che dovresti ricevere un trattamento speciale per via di chi sei o per quello che hai realizzato. Mi dispiace che sia in quella situazione, ma mi dispiace anche per le persone che ha colpito con le sue decisioni e per quello che è successo loro”. E aggiunge, “spero che stia bene e che impari dai suoi errori, ma non provo particolari sentimenti al riguardo”.

La domanda, tuttavia, è cosa ci faccia in un carcere di categoria B una persona riconosciuta colpevole di quattro capi d’accusa relativi all’Insolvency Act, un luogo che per alcuni mesi ha ospitato nientemeno che… Oscar Wilde (sì, essere lui era reato all’epoca). A fornirci la risposta è il tabloid britannico Daily Mail che, citando alcune fonti all’interno di “Wanno”, scrive che Becker vi trascorrerà probabilmente una quindicina di giorni prima di essere trasferito in una struttura di categoria C, vale a dire per detenuti meno pericolosi. Intanto, Becker sosterrà un colloquio per valutare il rischio di suicidio (ce ne sono stati nove dalla precedente ispezione del 2018) e trascorrerà le prime tre notti nell’Ala E come ogni nuovo arrivo.

Era stato un ex detenuto, Chris Atkins, a rivelare la brutale realtà di Wandsworth in un libro, riprodotto a puntate dal Mail on Sunday. Condannato a cinque anni per frode fiscale, Atkins scrive occasionalmente per il Guardian ed è apprezzato autore di documentari. Secondo la sua esperienza, “Becker sarà terrorizzato”. Ma aggiunge che, “pur essendo un luogo violento, non è così pericoloso se voli basso e non vieni coinvolto in droga o debiti”. Addirittura, dice che “lo sport è molto importante sia per i detenuti sia per le guardie. Tutti lo vedranno un po’ come un eroe e probabilmente sarà inondato da richieste di autografi”.

Lo scenario migliore prevede quindi tenere a bada i fan per un paio di settimane, essere trasferito in una prigione meno dura e, stando ad altri tabloid britannici, tra cui il Mirror, diventare preparatore atletico dei detenuti, oltre che una riduzione della pena detentiva a dieci mesi, trascorrendo il resto con un braccialetto elettronico. Chi vuole bene a “Bum Bum” non potrà che augurargli un’evoluzione del suo prossimo futuro simile a quella del presente articolo, passato dall’iniziale studio di leggi, sentenze e report alla conclusione sfogliando i tabloid.

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Tanti auguri a Gianluigi Quinzi: da ex “Messia del tennis” al futuro dall’altra parte della rete

Compie oggi ventisei anni l’ex promessa del tennis azzurro, che adesso sta studiando per vivere il mondo dello sport da un’altra prospettiva

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Gianluigi Quinzi a Wimbledon juniores, 7 luglio 2013 - credits to: ANSA/RAY GIUBILO

Sono passati esattamente sette mesi da quando Gianluigi Quinzi ha appeso la racchetta al chiodo. Era proprio il 1° luglio dell’anno scorso quando, attraverso un post sul proprio profilo Facebook, quello che era stato etichettato come “Messia del tennis” (per citare le sue stesse parole di un’intervista a OA Sport) aveva annunciato il ritiro dal tennis giocato. “Lascio con la serenità di chi sa di aver dato sempre il massimo e la consapevolezza che giocare era diventato un peso più che un piacere“, aveva scritto Quinzi. Sette mesi dopo, nel giorno del suo 26° compleanno, ripercorriamo la carriera, interrotta probabilmente troppo presto, di una delle più grandi promesse mancate del tennis azzurro degli ultimi anni.

Una carriera che da subito ha portato ai primi successi a livello juniores. Entrato a otto anni nell’accademia di Nick Bollettieri, dopo il successo al prestigioso Little Mo in Florida, portò nel 2012 la prima Coppa Davis Junior della storia per l’Italia contro l’Australia (battendo tra gli altri Kokkinakis). Un anno più tardi, la consacrazione a livello giovanile con la conquista di Wimbledon contro Hyeon Chung, che lo porta a fine anno al numero uno del ranking di categoria. Il salto tra i professionisti non è dei più semplici e, complici anche vari infortuni, alla fine il bilancio recita tre finali Challenger (due vinte, una persa) e 12 successi Futures. A livello ATP, Quinzi ha giocato cinque incontri in un main draw vincendo una sola volta nel 2017 a Marrakech, prima di perdere al secondo turno contro Paolo Lorenzi.

Ma lo stress e la pressione di dover soddisfare determinate aspettative non sono facili da sopportare per tutti. E così, a venticinque anni Gianluigi Quinzi ha deciso che il tennis giocato non era più una parte della vita che gli donava serenità. Senza grossi rimpianti. Adesso, il ragazzo di Cittadella può alzarsi la mattina e fare ciò che gli piace fare. Da qualche mese sta allenando il sedicenne Federico Vita e, nel frattempo, studia Economia e Management dello Sport per studiare in futuro in una magistrale, magari in Business Sport e Management. Oggi, giorno del suo ventiseiesimo compleanno non possiamo che dire: tanti auguri Gianluigi, e in bocca al lupo per la tua vita futura!

 

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