Pospisil, n.56 Atp, nei quarti, che rabbia Fognini! Clerici pone dubbi alla Fit: soldi alla tv o ai giovani? Da Ubaldo tante risposte a tanti lettori

Editoriali del Direttore

Pospisil, n.56 Atp, nei quarti, che rabbia Fognini! Clerici pone dubbi alla Fit: soldi alla tv o ai giovani? Da Ubaldo tante risposte a tanti lettori

Il canadese ha infilato il corridoio di Fabio Fognini. Che opportunità mancata! Gianni Clerici, su Repubblica, ricorda la priorità economica che la Fit ha riservato a Supertennis anzichè agli junior

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Sulla seconda consecutiva assenza di tennisti italiani nella seconda settimana di Wimbledon – la dodicesima negli ultimi vent’anni! E meno male che le donne ci hanno un po’ salvato, perché gli uomini in seconda settimana sono stati soltanto Sanguinetti, Pozzi e Seppi, 3 nell’ultimo ventennio alla faccia dei millantati straordinari successi del movimento tennistico italiano in 20 anni! – Gianni Clerici ha scritto e pubblicato su Repubblica queste righe di cui vi consiglio l’istruttiva lettura:

Devo maggior fortuna al passaggio di due appassionati italiani davanti al mio giardinetto, e al loro inatteso saluto: ‘Avevamo trovato due biglietti, nella speranza di vedere uno dei nostri, magari la Errani o Fognini. Ma ho paura che dovremo accontentarci di un doppio femminile rappezzato. Ma si è accorto, Clerici, dell’età dei nostri eroi? Si è accorto che sono tutti sulla trentina, tra maschi e femmine?’.

Sono ritornato in casa a verificare: i sei maschi presenti al torneo hanno una media di 32,2 anni, mentre le sei femmine di 30. Mi è allora venuto in mente un progetto di lavoro di Riccardo Piatti, quando ancora lavorava per la Federazione, e del Dr. Francesco Parra. Un progetto che fu disatteso, destinando i capitali ad un pur ammirevole canale televisivo gratuito, Supertennis, che ha certamente fatto pubblicità al nostro sport, ben più che le tv a pagamento. E mi son domandato: è stato un bene destinare simili fondi alla pubblicità, o sarebbe stato meglio investirli nel movimento giovanile? Mi pare giusto che prenda qualche informazione al riguardo, non meno frustrato dei due turisti che non vedranno più un italiano nei singolari della seconda settimana.”

 

Ipse dixit, Gianni Clerici.

Chissà che anche a qualche altro mio valente collega non venga, prima o poi, lo stesso dubbio. I lettori più assidui di Ubitennis sanno bene come io la pensi al riguardo. Gianni Clerici che ha visto crescere Riccardo Piatti nella sua Como, prima come tennista e poi come allenatore fin dai tempi di Furlan e Caratti, ha sempre goduto delle confidenze del tecnico comacino che dopo un breve periodo da consulente federale ha poi preferito dedicarsi a giocatori stranieri (Ljubicic prima, poi anche Djokovic, quindi Raonic), per nulla entusiasta delle progettazioni federali. Come tanti altri. Alberto Castellani (Arazi, Alami, Voinea, Karlovic, Bastl, Dzumhur), Stefano Baraldo (Diyas), Claudio Pistolesi (Smashnova, Soderling, dopo l’infausta conclusione del suo rapporto con Bolelli), Davide Sanguinetti (G Soeda), tutti hanno preferito non avere a che fare con la nostra dirigenza.

Clerici, per i suoi acciacchi – pochissimi in realtà se pensate che è vicino agli 85 anni – ha fatto spesso ricorso al professor Parra, alias Dottor Laser o Parracelso, e voglio proprio sperare che nemmeno Angelo Binaghi – cui sospetto possano non aver fatto piacere le righe dello Scriba che riecheggiano in soldoni quanto vado scrivendo da anni – si azzardi a mettere in dubbio quello che Clerici ha scritto, dopo essersi abbeverato a fonti certe e a lui stranote (Piatti e Parra).

Le prevedibili risposte di Binaghi (lo studio affidato, e pagato caramente, alla Bocconi, il centro di Tirrenia …da cui non è mai uscito nessuno!, le borse di studio per qualche giovane…) le conosco già.

Ripeterò all’infinito che non è sbagliato mettere soldi in una tv, sebbene nessuna altra federazione molto più ricca della nostra (quella francese, quella tedesca finanziata anche dagli arabi, quella americana, quella inglese) abbia mai pensato di farlo. E’ sbagliato però metterne una valanga, siano essi quattro e mezzo, cinque o sei milioni di euro l’anno con numeri sempre crescenti – siamo ormai a una ventina di milioni in pochi anni – quando per i giovani e per i coach che dovrebbero formarli poi i soldi mancano e se ne “investono” meno.

Se io vedessi juniors italiani che dominano le scene almeno mi tirerei su di morale, anche se il “caso Quinzi” dice che non bisogna comunque mai illudersi. Ma certo è che se i nostri escono regolarmente nei primi turni, ancor meno posso illudermi che le cose stiano per cambiare. E come ha scritto Clerici, al di là del dubbio che instilla sulla priorità degli investimenti che istituzionalmente una federazione dovrebbe fare, il vero problema è che i nostri tennisti e le nostre tenniste di punta (salvo Camila Giorgi che ha 24 anni e che è n.32 del mondo) sono mediamente over 30…e non hanno la souplesse di Roger Federer che vicino ai 34 anni ha perso pochissimo smalto. Due anni più giovane dei 30 anni abbiamo Fabio Fognini, 28 anni compiuti il 24 maggio. Ma possiamo ancora illudersi sul suo conto? E’ n.28 del mondo, ma rispetto allo scorso anno, quando magari si arrabbiava di più sul campo, sembra essersi calmato ma è sceso di 15 posti in classifica: era n.13.

Lui per primo sembra quasi essersi rassegnato ad un ruolo di comprimario, perché nei giorni scorsi quando gli si chiedeva alla vigilia del suo match con Pospisil rispondeva facendo lo spiritoso: “Certo lo batto, poi arrivo a Nadal vero, quindi…dopo chi c’è?” Dopo di che aggiungeva tipo disco rotto: “Tanto voi giornalisti scrivete quel che volete…”. Insomma, nessuno lo provocava, lui sosteneva di essere molto sereno e tranquillo, poi però stuzzicava di continuo come se qualcuno lo avesse provocato. Francamente questa volta – e ormai da mesi – nessuno lo aveva fatto, motivo per cui ci trovavamo tutti noi colleghi all’uscita dalla saletta delle conferenze stampa dicendosi l’un l’altro: “Mah, e perché continua a dire queste cose? Con chi ce l’ha?”.

Una domanda che, rivista oggi avrebbe acquistato ancora più senso, era: “A causa del forfait di David Ferrer questa sezione del tabellone può aprire interessanti prospettive…?”.

Come risposta solo battutine.

Stasera nel veder approdare a quarti di finale di Wimbledon un tennista che è n.56 del mondo come il canadese Pospisil, modesto tecnicamente al di là del servizio e che sarebbe assolutamente alla portata di un Fognini in buona giornata – non in giornata straordinaria eh, che allora sarebbe troppo facile dirlo – beh il rimpianto per quel che poteva essere e non è stato è doppio, triplo.

Purtroppo non credo che a 28 Fognini possa trasformarsi in un campione. Sa fare, con le braccia e con le gambe cose che molti tennisti non sanno fare con la racchetta in mano, ma purtroppo pretendere da lui continuità di risultati è pretendere troppo. Ci abbiamo creduto in tanti. Succederà certamente che ci regalerà ancora qualche exploit, magari Fabio vincerà anche qualche altro torneo se indovinerà altre settimane di grande vena e dove tutto gira per il verso giusto. Ma se quando si era avvicinato ai top-10 in molti avevamo pensato che ce la potesse fare, oggi credo che non ci creda più nemmeno lui. E questa è la peggior cosa. Quando è venuto in conferenza stampa dopo aver perso da Pospisil cui aveva regalato il primo break e il primo set (“Ero distratto…”) per dirci che tutto sommato era soddisfatto, beh mi sono cadute le braccia. Un giocatore che ha il suo tennis il suo talento dovrebbe essere letteralmente furibondo con se stesso, e tutt’altro che soddisfatto, se perde da un tennista come Pospisil che ha un tennis decisamente inferiore al suo e soprattutto con la prospettiva di poter incontrare un Ward n.111 del mondo al terzo turno e un Troicki in ottavi.

Un’incredibile occasione perduta, parliamoci chiaro, per eguagliare Sanguinetti e Panatta. Poi, se Fabio preferisce, possiamo anche scherzarci su. E dire che nessun avversario è facile, nessun match è scontato, la pall è rotonda e le solite amenità. Ma l’occasione perduta resta.

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ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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