Le contraddizioni di Samantha Stosur

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Le contraddizioni di Samantha Stosur

Vincendo a Bad Gastein in finale contro Karin Knapp, Samantha Stosur si è aggiudicata il secondo torneo in carriera sulla terra battuta

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Domenica scorsa Samantha Stosur ha vinto il suo ottavo torneo, a Bad Gastein, in finale contro una Karin Knapp sfortunatissima, obbligata a giocare sei set in una sola giornata (semifinale contro Errani di mattina, finale contro Stosur nel pomeriggio), dopo che aveva già dovuto affrontare ottavi e quarti in un solo giorno. E così, Samantha ha finito per vincere il torneo per sfinimento dell’avversaria.

Adesso che Stosur sta vivendo gli ultimi anni di carriera (è nata a Brisbane il 30 marzo 1984), e in qualche occasione ha anche confessato di avere pensato al ritiro si avvicina il momento del bilancio finale. E mai come nel suo caso credo che chi l’ha vista giocare si dovrà preparare a fare da memoria storica per raccontare le sue autentiche caratteristiche di gioco, al di là di quello che comunica l’albo d’oro. Lo dico perché, come sempre quando devo trattare di una giocatrice, sono andato a rivedere il suo palmarès e l’ho trovato bugiardo.

Mi rendo conto che definire un palmarès “bugiardo” può sembrare del tutto illogico. In fondo il palmarès è un elenco di risultati; e un elenco di risultati se è correttamente riportato è sempre veritiero, non può mentire.
Eppure nel caso di Stosur secondo me non restituisce le sue caratteristiche, e sono convinto che se qualcuno tra qualche anno lo scorrerà superficialmente si farà un’idea sbagliata del suo tennis. Solo la pazienza necessaria ad un maggiore approfondimento potrà, forse, evitare l’equivoco.

 

Se infatti controlliamo l’elenco delle vittorie troviamo soprattutto tornei sul cemento (5 su 8) nel periodo 2011-2013. Addirittura fino a quest’anno Stosur non aveva mai vinto un torneo sul rosso, visto che sulla terra vantava una sola vittoria sull’Har-Tru di Charleston, nel 2010. E non credo possano spostare gli equilibri i due successi del 2015 sulla terra europea, in tornei minori come Strasburgo e Bad Gastein.
Infine si deve aggiungere la grande vittoria: lo Slam del 2011, sempre sul cemento, a Flushing Meadows.

Dopo avere elencato tutto questo, penso proprio che diventerà indispensabile la memoria storica di chi l’ha seguita in tutta la carriera, e potrà quindi almeno tentare di limitare il fraintendimento che le vittorie suggeriscono. Provo a spiegare perché.
Intanto il periodo tennistico migliore non è stato quello dal 2011 a oggi, ma va datato (e concluso) con un paio di stagioni di anticipo. Non lo chiarisce l’albo d’oro, ma il ranking: 52ma nel 2008, 13ma nel 2009, 6a nel 2010 e 2011, 9a nel 2012 e poi in discesa negli anni successivi (18ma nel 2013, 23ma nel 2014. oggi è 21ma).

E ugualmente la superficie migliore, quella su cui con più regolarità ha espresso il  massimo livello di gioco, non è stata il cemento, ma la terra battuta. Anche in questo caso non ce lo dicono le vittorie, ma bisogna recuperare altri dati, spulciando i “piazzamenti”: semifinalista due volte al Roland Garros nel 2009 e 2012, e finalista nel 2010. Sul cemento Stosur vanta il solo, enorme, exploit della vittoria newyorkese del 2011, ma per il resto in uno Slam non è mai andata oltre i quarti di finale.

C’è invece stato un periodo, dal 2009 al 2012 in cui Samantha è stata una delle poche giocatrici che migliorava sulla terra battuta. Dopo il ritiro di Justine Henin (titolo nel 2007) a Parigi si sono succedute vincitrici differenti: 2008 Ivanovic, 2009 Kuznetsova, 2010 Schiavone, 2011 Li Na (che sulla terra in carriera ha vinto solo quel torneo); in quel periodo Stosur ha avuto occasioni per aggiudicarsi il Roland Garros, ma la paura di vincere al dunque l’ha spesso bloccata.
Dal 2012 prima Sharapova e poi Serena grazie anche alla preparazione specifica per la superficie hanno saputo collocarsi ai vertici del movimento femminile sulla terra battuta, limitando gli spazi per le outsider.
E non è un caso che l’ultima grande partita della miglior Stosur sia stata probabilmente quella persa contro Maria Sharapova nel 2014 sempre al Roland Garros: un match in cui per due set si era rivista la giocatrice potente e pericolosissima con il servizio e il dritto dei tempi d’oro; una partita che Sharapova seppe rovesciare grazie alle straordinarie risorse caratteriali, in uno degli incontri mentalmente più duri degli ultimi anni (3-6, 6-4, 6-0). Una match molto simile, per intensità, ad un altro disputato tra Stosur e Sharapova a Stoccarda nel 2012 (6-7, 7-6, 7-5). Sempre sul rosso.
Del resto Samantha aveva anche saputo sconfiggere Serena Williams al Roland Garros nel 2010, anno in cui poi raggiunse la finale perdendo da Francesca Schiavone.
E se, infine, proprio non vogliamo fidarci dei ricordi relativi ai grandi match, abbiamo la conferma con la percentuale di vittorie di carriera: ad oggi è del 60% sul duro (314-213) e del 65% sulla terra (123-66).

Se ci si limita al palmarès di Samantha Stosur, dunque, il rischio del fraintendimento è dietro l’angolo.
In realtà mi verrebbe da dire che il rischio del fraintendimento nei suoi confronti è molto più esteso, e comincia dalla presenza in campo: un fisico da culturista, una camminata decisa e un modo di fare apparentemente da dura, rafforzato dagli occhiali che rendono l’espressione del volto imperscrutabile.
A prima vista, naturalmente: perché se si seguono i match notturni, in cui Samantha rinuncia agli occhiali da sole, capita spesso di scoprire il suo sguardo titubante, che tradisce tutti i timori di giocatrice dal carattere fragile. Non ha mai finito di sorprendermi la contraddizione dello sguardo da Bambi su quel corpo tanto muscoloso, contrasto estremo tra forza fisica e fragilità caratteriale.

Ma a ben vedere le contraddizioni non si fermano qui. Ne elenco altre: quante volte si è vista una giocatrice australiana che soffre sull’erba (54% di vittorie)? A tal punto che non ha mai raggiunto la seconda settimana di Wimbledon (tre terzi turni in tredici partecipazioni come miglior risultato).
Eppure con un servizio come il suo sembrerebbero esserci le basi per fare bene. In realtà hanno prevalso i problemi in risposta e negli spostamenti, oltre alla difficoltà nel gestire i colpi dal rimbalzo basso.

E poi: quante volte si è vista una giocatrice che si è dedicata soprattutto al doppio ad inizio carriera, e non alla fine? Eppure Stosur si è fatta conoscere inizialmente proprio come compagna di doppio di Lisa Raymond, con cui ha vinto due Slam e raggiunto tre delle quattro finali in carriera come doppista.
Altro rischio di fraintendimento: malgrado il sicuro valore come doppista, Stosur in singolare non è mai stata un fenomeno nelle volèe, perché gli spostamenti (sia laterali che in avanti) non sono il suo forte.

Sul piano tecnico Stosur è forse la giocatrice con le caratteristiche più maschili del circuito: il suo è un tennis in cui la forza è una componente fondamentale; il servizio migliore è quello in kick, che esegue come poche, grazie alla grande potenza non solo di braccio ma anche di schiena e gambe. Il colpo migliore da fondo è il dritto carico di top spin, con una rotazione che forse nessun’altra giocatrice è in grado di dare. E tutti quei “giri” alla palla sono prodotti proprio grazie alla forza fisica superiore.

Nei momenti migliori, con queste due armi Stosur ha spesso saputo fare la differenza, riuscendo anche a mascherare i limiti di mobilità e di un rovescio che agli inizi di carriera era un colpo molto incerto. I primi anni tendeva a giocarlo quasi esclusivamente in back, ma con un movimento così arrangiato da permetterle un controllo limitato. Paradossalmente proprio il controllo imperfetto finiva per renderlo imprevedibile per le avversarie: infatti con lo stesso movimento poteva a volte produrre degli slice profondi, a volte invece, quando erano scentrati, quegli slice potevano trasformarsi in palle più corte, dei mezzi drop-shot di difficile lettura, proprio perché non intenzionali.

In sintesi: una giocatrice profondamente asimmetrica, tanto asimmetrica che contro di lei la tattica era per quasi tutte sempre la stessa: quella di farle giocare il più possibile di rovescio, e di evitarle il dritto da ferma.
C’era però una controindicazione a rendere il tutto più difficile. Il vero colpo killer da fondo di Stosur, quello che negli anni migliori era quasi inesorabile, non era il dritto tradizionale, ma quello anomalo, giocato dall’angolo sinistro del campo.
E quindi se le si offrivano parabole sulla diagonale sinistra di campo occorreva avere la certezza di non darle il tempo di “girare” attorno alla palla per colpire di dritto, perché quella era esattamente la situazione preferita di Samantha.

Le giocatrici che la sapevano disinnescare meglio (come Sharapova, Azarenka, o Pennetta) erano quelle che univano due qualità: innanzitutto la capacità di rispondere con il rovescio agli alti kick del servizio di Samantha, e poi quella di saper mixare correttamente la spinta sulla diagonale sinistra con improvvisi rovesciamenti di fronte per coglierla impreparata e farla colpire in corsa dalla parte del dritto (l’unica modalità per impedirle di esplodere top spin devastanti, perché quando erano colpiti da ferma erano sostanzialmente ingiocabili).

Chi non riusciva ad assommare queste due caratteristiche, finiva per essere travolta dalla potenza. Ad esempio Li Na, faticava moltissimo in risposta e questo troppo spesso le impediva di impostare scambi equilibrati. Ma anche Radwanska soffriva l’eccessivo scarto di forza muscolare in campo.

Un breve approfondimento lo merita il confronto con Serena Williams. Se è vero che Serena contro Samantha vanta numeri favorevoli (8-3) è anche vero che sono diventati così positivi negli ultimi anni, quelli in cui Stosur è calata rispetto al periodo migliore. Rimane comunque la statistica a favore di Samantha negli Slam (2-1). Credo che questo dato consenta almeno due differenti chiavi di lettura.

La prima è questa: personalmente sono convinto che in alcune fasi di carriera Serena abbia mostrato dei limiti tattici; troppo spesso convinta di avere comunque la meglio, scendeva in campo senza curarsi di evitare i punti forti delle avversarie e di insistere su quelli deboli. E così contro Stosur ci sono stati match in cui invece di evitare di farle colpire il dritto da ferma l’ha affrontata come se avesse di fronte una giocatrice qualsiasi, venendo punita. Ecco ad esempio il game finale degli US Open 2011; punti vinti servendo sul rovescio di Stosur: 2 su 2. Servendo sul dritto: 1 su 5.

Errori di presunzione che Serena negli ultimi anni, da quando collabora con Mouratoglou, non commette più.

La seconda chiave di lettura è invece psicologica. Pur essendo per indole una “front runner”, cioè una giocatrice che tende a dare il meglio di sé quando è avanti nel punteggio, Stosur ha sempre avuto un grave limite quando doveva affrontare le partite importanti da favorita. Si poteva quasi essere sicuri che se doveva disputare grandi match con il pronostico dalla sua, avrebbe finito per perderli.
E per la difficoltà a gestire la pressione da favorita non ha mai giocato bene i tornei di casa, in Australia.

A questa regola non si sono sottratte le due finali Slam disputate in carriera: a Parigi era data favorita contro Schiavone, sia per il cammino compiuto durante il torneo (aveva sconfitto Serena ed Henin) sia per i precedenti (4-1 avanti nel momento di disputare la finale). E ha finito per perdere in due set.
L’opposto a New York: contro Serena tutte partono sfavorite, e la situazione di non avere nulla da perdere era quella ideale per Samantha: contro una Serena che non aveva concesso un set in tutto il torneo, seppe giocare una partita perfetta, con un rovescio incredibilmente solido e un dritto devastante. Al contrario Williams diede l’impressione di giocare contratta con l’eccezione, forse, solo dei game successivi al famoso quindici perso per hindrance.

Quel torneo per Samantha fu una avventura probabilmente irripetibile per i tanti episodi che lo contraddistinsero: la partita-maratona contro Nadia Petrova (7-6, 6-7, 7-5) quella con il tiebreak più lungo (perso 17-15 contro Maria Kirilenko) e anche la fortuna di evitare in semifinale la “bestia nera” Pennetta, sconfitta nel turno precedente dalla (allora) sconosciuta Angelique Kerber.
A questo va aggiunto il fatto che in una edizione calda e piovosa, le capitarono tanti incontri serali, con un clima tutto sommato più accettabile rispetto ai disagi affrontati da molte avversarie, che invece avevano avuto la programmazione rivoluzionata dalla pioggia o match disputati al caldo del pomeriggio.
La classica situazione in cui tutti i pianeti si allineano nel modo giusto, e si riesce di conseguenza a raccogliere il risultato che dà lustro ad un’intera carriera. E così Samantha può vantare di essere una delle tre sole giocatrici capaci di sconfiggere in una finale Slam Serena Williams (le altre sono Venus e Sharapova).

Oggi Stosur, a 31 anni compiuti, ha perso qualcosa sul piano della incisività di gioco; dopo diverse stagioni in top ten è arrivata una fase di declino. Nei primi momenti di crisi aveva lasciato il suo storico coach David Taylor, ma recentemente è tornata a lavorare con lui. Da allora ha vinto i due tornei sul rosso citati all’inizio (Strasburgo e Bad Gastein).

A mio avviso non ha mai eseguito così bene il rovescio come negli ultimi due-tre anni: non che sia diventato un colpo fenomenale, ma è più stabile e sicuro. Oggi può permettersi di giocarlo in topspin quando vuole, e non solo se spinta dalla disperazione, come le capitava in alcuni frangenti di carriera, quando per uscire dalla diagonale sfavorevole a volte azzardava il lungolinea alla “va o la spacca”.
Direi che Stosur è diventata una giocatrice più simmetrica e tutto sommato più solida tecnicamente, ma il progresso tecnico non ha compensato a sufficienza la minore efficacia dei colpi migliori. Per tornare la tennista devastante di un tempo occorrerebbe un recupero di potenza che mi pare improbabile, dato che normalmente il logorio delle stagioni tende a incidere prima sul rendimento dei giocatori più fisici.

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Ancora su Wimbledon: Pliskova, Sabalenka, Jabeur e Muchova

Gli ultimi Championships hanno rafforzato il primato di Ashleigh Barty, ma il torneo ha messo in luce anche altre protagoniste

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Karolina Pliskova - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Secondo articolo del martedì dedicato a Wimbledon 2021. Dopo il pezzo della scorsa settimana sulla vincitrice Ashleigh Barty, questa volta è il momento di occuparsi di alcune delle protagoniste che non hanno soltanto fatto più strada nel torneo, ma hanno anche offerto tennis di qualità. E se, come credo, lo Slam sull’erba ha regalato match di livello superiore rispetto al Roland Garros, una parte dei meriti va ricondotta proprio a queste giocatrici.

Prima di entrare nel tema, anticipo che il prossimo martedì uscirà un terzo articolo dedicato ai Championships, orientato all’approfondimento statistico. E ora cominciamo con Pliskova.

 

Karolina Pliskova
Karolina Pliskova si è presentata al via dell’ultimo Wimbledon con parecchi dubbi, alimentati da diversi fattori. Innanzitutto nella settimana che precedeva i Championships, per la prima volta dopo molte stagioni, si era trovata fuori dalle prime 10 della classifica WTA; non le capitava dall’agosto 2016.

Ma anche i risultati più recenti non erano incoraggianti: in giugno, nei match sull’erba di preparazione allo Slam aveva raccolto zero vittorie e due sconfitte (contro Pegula a Berlino e contro Giorgi a Eastbourne). E perfino la finale raggiunta a Roma in maggio si era trasformata in un ricordo negativo, a causa del 6-0, 6-0 subito da Swiatek. Un punteggio che in meno di un’ora aveva cancellato tutto quanto di buono le era accaduto nella settimana italiana.

Alla vigilia di Wimbledon, per non farsi travolgere dal pessimismo, erano due gli elementi positivi a cui aggrapparsi. Il primo era la poca aspettativa che la circondava: con poco da perdere, poteva scendere in campo più serena. Il secondo era la sicura attitudine nei confronti della superficie. Ecco cosa avevo scritto nell’articolo di presentazione dello Slam: “La situazione di Karolina Pliskova per certi aspetti ricorda quelli di Barty: in passato ha dimostrato di trovarsi bene sull’erba, ma… Ecco perché: a livello WTA vanta 5 finali, di cui 2 vinte, e una ottima percentuale di vittorie sui prati, superiore a quella sulle altre superfici. Però a Wimbledon le cose sono andate meno bene: mai oltre il quarto turno. Il suo 2021 sinora è stato deludente: saprà sorprenderci invertendo la tendenza a Londra?”

A conti fatti, nella finale di Wimbledon, si sono ritrovate proprio Barty, la più attesa, e Pliskova, che la gran parte degli osservatori considerava pochissimo. Insomma, Karolina ha smentito tutti. E questo malgrado al primo turno la partenza fosse stata preoccupante: subito sotto 2-5 contro Tamara Zidansek. A questo punto Pliskova ha improvvisamente alzato il livello: cinque game di fila le sono valsi il primo set (da 2-5 a 7-5), e da quel momento ha continuato a offrire dell’ottimo tennis, che le ha permesso di vincere le prime cinque partite senza concedere set alle avversarie. 7-5, 6-2 a Zidansek, 6-2, 6-2 a Vekic, 6-3, 6-3 a Martincova. Ma se dovessi indicare il match che mi ha fatto rivalutare il ruolo di Pliskova nel torneo, sceglierei il quarto turno contro Liudmila Samsonova (6-2, 6-3).

Samsonova era reduce dal successo a Berlino, dove partendo dalle qualificazioni aveva finito per vincere il torneo superando Vondrousova, Kudermetova, Keys, Azarenka e Bencic. Sull’onda di quella impresa, Liudmila aveva continuato a vincere a Wimbledon sconfiggendo Kanepi, Pegula e Stephens. Dieci successi consecutivi, che l’avevano trasformata nella giocatrice più vincente sull’erba del 2021.

Dunque l’ostacolo per Pliskova non era affatto semplice, anche se forse per Karolina era comunque preferibile rispetto a un’altra avversaria tra quelle che la porzione di tabellone avrebbe potuto offrirle. Mi riferisco alla testa di serie numero 22 Jessica Pegula che nel 2021 ha incontrato 4 volte Pliskova battendola 4 volte. Una autentica bestia nera.

Contro Samsonova, Pliskova ha disputato un match molto lineare, nel quale ha scavato il solco decisivo non soltanto grazie al servizio dei tempi migliori (7 ace e il 44% di battute non ritornate, mentre Samsonova si è fermata al 26%), ma forse ancora di più grazie a una ritrovata mobilità. Una volta entrata nello scambio, infatti, Karolina ha mostrato di saper manovrare come non la si vedeva da parecchio, riuscendo a prevalere anche nei punti di lunghezza media (11 vinti e appena 5 persi negli scambi fra 5 e 8 colpi). 

E così il 6-2, 6-3 rifilato alla giocatrice più “on fire” sull’erba ha permesso a Pliskova di superare per la prima volta in carriera lo scoglio del secondo lunedì di Wimbledon. Finalmente oltre gli ottavi di finale, e con un pronostico da favorita nel turno successivo, i quarti di finale. Pronostico rispettato; non poteva essere Viktorija Golubic a fermarla: troppo leggera per prevalere sull’erba (6-2, 6-2).

a pagina 2: La semifinale contro Sabalenka

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La conferma di Ashleigh Barty

Al via dei Championships c’era una giocatrice che partiva come numero uno per i pronostici ma anche per le gerarchie ufficiali. E questa volta è stata all’altezza delle aspettative

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Ashleigh Barty con il trofeo - Wimbledon 2021 (credit to AELTC_Thomas Lovelock)

Il Roland Garros e Wimbledon, i due Slam che si disputano in Europa nel giro di poche settimane, nelle stagioni più recenti si sono trasformati nei due Major più lontani fra loro, al punto da apparire quasi agli antipodi. Infatti se scorriamo i nomi delle ultime vincitrici, ci troviamo di fronte a risultati opposti. Nelle ultime sei edizioni, a Parigi ha sempre vinto una giocatrice con un passato senza titoli Slam, alcune volte addirittura classificata fuori delle teste di serie. Nelle ultime sette edizioni di Wimbledon, invece, ha sempre vinto una giocatrice con almeno già uno Slam nel palmarès, e mai al di fuori delle prime 16 teste di serie.

Anche nel 2021 è andata così: il Roland Garros è finito nelle mani dalla numero 33 del ranking Krejcikova, Wimbledon in quelle della numero 1 Barty. In sostanza i recenti albi d’oro dei due Major suggeriscono concetti opposti: imprevisto contro previsto, novità contro conferma, rivoluzione contro tradizione. Del resto a Londra la monarchia governa, mentre a Parigi le teste coronate sono finite alla ghigliottina.

Sembrerebbe tutto molto semplice, e ci scappa perfino la banalizzazione sulla storia delle delle due nazioni come condimento del tennis. Invece se approfondiamo la questione, entrando nel dettaglio dei nomi, scopriamo che le cose sono più complesse di così, e che fra i due tornei c’è anche un sorprendente intreccio. Infatti è come se il Roland Garros si facesse carico di fare da apripista per quanto accadrà nella edizione successiva dei Championships. Negli ultimi quattro Wimbledon, per ben tre volte si è aggiudicata il titolo una giocatrice che aveva cominciato a vincere Slam proprio a Parigi. Muguruza: Roland Garros 2016 + Wimbledon 2017. Halep: Roland Garros 2018 + Wimbledon 2019. Barty: Roland Garros 2019 + Wimbledon 2021.

 

C’è infine un altro aspetto da sottolineare: per quanto queste tre giocatrici abbiano vinto molti tornei anche sul cemento, tanto da diventare numero della classifica 1 WTA (più o meno a lungo), al momento nessuna delle tre è riuscita a vincere un Major sul duro. Terra più erba sì, ma anche il cemento no. Faccio fatica a capire se si tratta di un caso, o se esiste una qualche spiegazione logica, che però al momento mi sfugge: sono aperto ai suggerimenti dei lettori.

Ultima curiosità: per tutte e tre due vittorie Slam contro avversarie della stessa nazione. Statunitensi per Muguruza (Serena e Venus Williams) e Halep (Stephens e Serena). Ceche per Barty (Vondrousova e Pliskova).

Dovessi trarre un bilancio complessivo di questo Wimbledon direi che è stato uno Slam piuttosto ben giocato, a mio avviso ampiamente superiore al Roland Garros, e questo malgrado anche a Londra ci siano state assenze e forfait pesanti: mancavano due delle prime tre giocatrici del ranking (Osaka e Halep, che oltretutto era la campionessa in carica), a cui si è aggiunta l’uscita per infortunio di Serena Williams, dopo pochi game della partita di esordio. Eppure rispetto a Parigi penso di aver visto più tennis di qualità con tanti bei match distribuiti nel corso delle due settimane. Naturalmente lo dico tenendo presente che non è mai possibile seguire tutto il tennis giocato in un torneo a 128 partecipanti, per cui rimane un forte elemento di aleatorietà (e soggettività) nei giudizi.

In ogni caso il torneo ha offerto moltissimi spunti e diverse protagoniste. Questa volta mi limito alla vincitrice, ma ci sarà tempo di tornare ancora su Wimbledon nelle prossime settimane.

a pagina 2: Barty e le pressioni di Wimbledon

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Wimbledon, lo Slam dell’esperienza?

Dopo la cancellazione del 2020, il tennis torna finalmente a giocare sull’erba: tantissime incognite e poche certezze alla vigilia dei Championships femminili

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Simona Halep e Serena Williams - Wimbledon 2019

Ad appena due settimane dalla fine del Roland Garros, e con una preparazione alla superficie più limitata del solito, è già il momento di giocare a Wimbledon. Sfogliando l’albo d’oro con i nomi delle vincitrici delle ultime edizioni, ci si rende conto che il più importante torneo su erba sta diventando una eccezione in WTA. Infatti mentre negli altri Slam la generazione più giovane è sempre riuscita a prevalere, a Londra ultimamente le cose sono andate in modo diverso.

Se per esempio si confrontano le vincitrici dei Championships con quelle del Roland Garros emergono due tendenze opposte. A Parigi da sei anni consecutivi si afferma sempre una giocatrice al primo titolo Slam della carriera. A Wimbledon accade l’opposto: dal 2014 hanno vinto solo giocatrici che già vantavano successi in precedenti Major. Per ritrovare una “esordiente” occorre risalire al 2013, con Marion Bartoli, che pure al momento della vittoria aveva 28 anni compiuti, e comunque vantava una finale a Wimbledon raggiunta nel 2007 (sconfitta da Venus Williams, ma dopo aver eliminato Justine Henin).

 

Quale potrebbe essere la spiegazione? La più logica mi sembra questa: l’erba richiede una certa esperienza, soprattutto perché durante la stagione si gioca pochissimo sui prati e quindi le tenniste con qualche anno in più di carriera riescono meglio a interpretare la superficie di gran lunga meno praticata nel circuito.

Sotto questo aspetto lo spostamento in avanti del Roland Garros 2021, che ha ridotto a sole due settimane la distanza tra i due Slam, non ha agevolato la preparazione alla nuova superficie, e sicuramente metterà a dura prova il rendimento tecnico di tutte le protagoniste, specie nei primi turni. Insomma: le sorprese potrebbero aumentare ulteriormente.

A fronte di questa compressione di calendario, le scelte di programmazione delle tenniste di vertice sono state le più disparate: c’è chi si è iscritta a entrambi i WTA 500 previsti (Berlino ed Eastbourne), chi ha optato per un solo impegno (la prevalenza è per il secondo, Eastbourne), e chi proprio non scenderà in campo. E non si tratta di nomi da poco: Barty, Halep, Williams per esempio, hanno preso questa strada, e si presenteranno ai Championships senza aver disputato alcun match dopo il Roland Garros.

Aspettiamoci anche diversi ritiri precauzionali dai tornei in corso questa settimana (Eastbourne e il WTA 250 di Bad Homburg), proprio perché la vicinanza con lo Slam consiglia massima prudenza. Decisioni in tal senso sono già arrivate, per esempio, da Stephens, Keys e Vekic, che si sono cancellate all’ultimo momento dal tabellone.

Insomma, per il tennis sono ancora tempi non facili. Si naviga a vista, e tutte queste complicazioni logistiche (più o meno direttamente collegate alla pandemia) non favoriscono uno svolgimento lineare dei grandi tornei.

Non è finita: dopo l’esperienza del Roland Garros, con le prime tre giocatrici del mondo (Barty, Osaka, Halep) fermate da ritiri o forfait, ci ritroviamo in una situazione molto simile. Esattamente come a Parigi, prima ancora che si cominci una assenza è già sicura. In Francia era assente Simona, in Inghilterra mancherà Naomi, ma rimangono comunque dubbi sulla piena efficienza fisica di Barty e di Halep. E, lo ricordo, Halep è la campionessa del 2019, oltre che campionessa in carica, visto che nel 2020 Wimbledon non si è disputato.

Le prime sedici teste di serie
Una premessa indispensabile: nel momento in cui scrivo non sono ancora state rese note le teste di serie ufficiali. Non si possono escludere ulteriori forfait e in più a Wimbledon, per quanto riguarda le donne, esiste la possibilità di aggiustamenti nelle teste di serie a discrezione degli organizzatori. Per esempio nel 2018 Serena Williams era oltre il numero 180 del ranking, ma venne accreditata della testa di serie numero 25 (e poi arrivò in finale). Non credo che quest’anno ci saranno interventi, ma naturalmente la certezza l’avremo solo a tabelloni sorteggiati.

Prima di entrare nel dettaglio dei singoli nomi, ecco una tabella che spero possa aiutare nella valutazione delle prime sedici giocatrici, perché non tutte vantano rendimenti su erba paragonabili a quelli ottenuti sulle altre superfici. La differenza tra percentuale di vittorie in carriera e percentuale di vittorie su erba dovrebbe evidenziare se a Wimbledon vanno considerate più o meno forti rispetto al loro rendimento complessivo.

A titolo di curiosità: queste sono le teste di serie delle giocatrici che hanno vinto a Wimbledon dal 2010 in poi. Tra parentesi il numero di testa di serie: Serena W. (1) Kvitova (8), Serena (6), Bartoli (15), Kvitova (6), Serena (1), Serena (1), Muguruza (14), Kerber (11), Halep (7). In sostanza la vincitrice è sempre uscita dal gruppo delle prime sedici.

a pagina 2: La situazione delle teste di serie da 1 a 8

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