Le contraddizioni di Samantha Stosur

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Le contraddizioni di Samantha Stosur

Vincendo a Bad Gastein in finale contro Karin Knapp, Samantha Stosur si è aggiudicata il secondo torneo in carriera sulla terra battuta

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Domenica scorsa Samantha Stosur ha vinto il suo ottavo torneo, a Bad Gastein, in finale contro una Karin Knapp sfortunatissima, obbligata a giocare sei set in una sola giornata (semifinale contro Errani di mattina, finale contro Stosur nel pomeriggio), dopo che aveva già dovuto affrontare ottavi e quarti in un solo giorno. E così, Samantha ha finito per vincere il torneo per sfinimento dell’avversaria.

Adesso che Stosur sta vivendo gli ultimi anni di carriera (è nata a Brisbane il 30 marzo 1984), e in qualche occasione ha anche confessato di avere pensato al ritiro si avvicina il momento del bilancio finale. E mai come nel suo caso credo che chi l’ha vista giocare si dovrà preparare a fare da memoria storica per raccontare le sue autentiche caratteristiche di gioco, al di là di quello che comunica l’albo d’oro. Lo dico perché, come sempre quando devo trattare di una giocatrice, sono andato a rivedere il suo palmarès e l’ho trovato bugiardo.

Mi rendo conto che definire un palmarès “bugiardo” può sembrare del tutto illogico. In fondo il palmarès è un elenco di risultati; e un elenco di risultati se è correttamente riportato è sempre veritiero, non può mentire.
Eppure nel caso di Stosur secondo me non restituisce le sue caratteristiche, e sono convinto che se qualcuno tra qualche anno lo scorrerà superficialmente si farà un’idea sbagliata del suo tennis. Solo la pazienza necessaria ad un maggiore approfondimento potrà, forse, evitare l’equivoco.

 

Se infatti controlliamo l’elenco delle vittorie troviamo soprattutto tornei sul cemento (5 su 8) nel periodo 2011-2013. Addirittura fino a quest’anno Stosur non aveva mai vinto un torneo sul rosso, visto che sulla terra vantava una sola vittoria sull’Har-Tru di Charleston, nel 2010. E non credo possano spostare gli equilibri i due successi del 2015 sulla terra europea, in tornei minori come Strasburgo e Bad Gastein.
Infine si deve aggiungere la grande vittoria: lo Slam del 2011, sempre sul cemento, a Flushing Meadows.

Dopo avere elencato tutto questo, penso proprio che diventerà indispensabile la memoria storica di chi l’ha seguita in tutta la carriera, e potrà quindi almeno tentare di limitare il fraintendimento che le vittorie suggeriscono. Provo a spiegare perché.
Intanto il periodo tennistico migliore non è stato quello dal 2011 a oggi, ma va datato (e concluso) con un paio di stagioni di anticipo. Non lo chiarisce l’albo d’oro, ma il ranking: 52ma nel 2008, 13ma nel 2009, 6a nel 2010 e 2011, 9a nel 2012 e poi in discesa negli anni successivi (18ma nel 2013, 23ma nel 2014. oggi è 21ma).

E ugualmente la superficie migliore, quella su cui con più regolarità ha espresso il  massimo livello di gioco, non è stata il cemento, ma la terra battuta. Anche in questo caso non ce lo dicono le vittorie, ma bisogna recuperare altri dati, spulciando i “piazzamenti”: semifinalista due volte al Roland Garros nel 2009 e 2012, e finalista nel 2010. Sul cemento Stosur vanta il solo, enorme, exploit della vittoria newyorkese del 2011, ma per il resto in uno Slam non è mai andata oltre i quarti di finale.

C’è invece stato un periodo, dal 2009 al 2012 in cui Samantha è stata una delle poche giocatrici che migliorava sulla terra battuta. Dopo il ritiro di Justine Henin (titolo nel 2007) a Parigi si sono succedute vincitrici differenti: 2008 Ivanovic, 2009 Kuznetsova, 2010 Schiavone, 2011 Li Na (che sulla terra in carriera ha vinto solo quel torneo); in quel periodo Stosur ha avuto occasioni per aggiudicarsi il Roland Garros, ma la paura di vincere al dunque l’ha spesso bloccata.
Dal 2012 prima Sharapova e poi Serena grazie anche alla preparazione specifica per la superficie hanno saputo collocarsi ai vertici del movimento femminile sulla terra battuta, limitando gli spazi per le outsider.
E non è un caso che l’ultima grande partita della miglior Stosur sia stata probabilmente quella persa contro Maria Sharapova nel 2014 sempre al Roland Garros: un match in cui per due set si era rivista la giocatrice potente e pericolosissima con il servizio e il dritto dei tempi d’oro; una partita che Sharapova seppe rovesciare grazie alle straordinarie risorse caratteriali, in uno degli incontri mentalmente più duri degli ultimi anni (3-6, 6-4, 6-0). Una match molto simile, per intensità, ad un altro disputato tra Stosur e Sharapova a Stoccarda nel 2012 (6-7, 7-6, 7-5). Sempre sul rosso.
Del resto Samantha aveva anche saputo sconfiggere Serena Williams al Roland Garros nel 2010, anno in cui poi raggiunse la finale perdendo da Francesca Schiavone.
E se, infine, proprio non vogliamo fidarci dei ricordi relativi ai grandi match, abbiamo la conferma con la percentuale di vittorie di carriera: ad oggi è del 60% sul duro (314-213) e del 65% sulla terra (123-66).

Se ci si limita al palmarès di Samantha Stosur, dunque, il rischio del fraintendimento è dietro l’angolo.
In realtà mi verrebbe da dire che il rischio del fraintendimento nei suoi confronti è molto più esteso, e comincia dalla presenza in campo: un fisico da culturista, una camminata decisa e un modo di fare apparentemente da dura, rafforzato dagli occhiali che rendono l’espressione del volto imperscrutabile.
A prima vista, naturalmente: perché se si seguono i match notturni, in cui Samantha rinuncia agli occhiali da sole, capita spesso di scoprire il suo sguardo titubante, che tradisce tutti i timori di giocatrice dal carattere fragile. Non ha mai finito di sorprendermi la contraddizione dello sguardo da Bambi su quel corpo tanto muscoloso, contrasto estremo tra forza fisica e fragilità caratteriale.

Ma a ben vedere le contraddizioni non si fermano qui. Ne elenco altre: quante volte si è vista una giocatrice australiana che soffre sull’erba (54% di vittorie)? A tal punto che non ha mai raggiunto la seconda settimana di Wimbledon (tre terzi turni in tredici partecipazioni come miglior risultato).
Eppure con un servizio come il suo sembrerebbero esserci le basi per fare bene. In realtà hanno prevalso i problemi in risposta e negli spostamenti, oltre alla difficoltà nel gestire i colpi dal rimbalzo basso.

E poi: quante volte si è vista una giocatrice che si è dedicata soprattutto al doppio ad inizio carriera, e non alla fine? Eppure Stosur si è fatta conoscere inizialmente proprio come compagna di doppio di Lisa Raymond, con cui ha vinto due Slam e raggiunto tre delle quattro finali in carriera come doppista.
Altro rischio di fraintendimento: malgrado il sicuro valore come doppista, Stosur in singolare non è mai stata un fenomeno nelle volèe, perché gli spostamenti (sia laterali che in avanti) non sono il suo forte.

Sul piano tecnico Stosur è forse la giocatrice con le caratteristiche più maschili del circuito: il suo è un tennis in cui la forza è una componente fondamentale; il servizio migliore è quello in kick, che esegue come poche, grazie alla grande potenza non solo di braccio ma anche di schiena e gambe. Il colpo migliore da fondo è il dritto carico di top spin, con una rotazione che forse nessun’altra giocatrice è in grado di dare. E tutti quei “giri” alla palla sono prodotti proprio grazie alla forza fisica superiore.

Nei momenti migliori, con queste due armi Stosur ha spesso saputo fare la differenza, riuscendo anche a mascherare i limiti di mobilità e di un rovescio che agli inizi di carriera era un colpo molto incerto. I primi anni tendeva a giocarlo quasi esclusivamente in back, ma con un movimento così arrangiato da permetterle un controllo limitato. Paradossalmente proprio il controllo imperfetto finiva per renderlo imprevedibile per le avversarie: infatti con lo stesso movimento poteva a volte produrre degli slice profondi, a volte invece, quando erano scentrati, quegli slice potevano trasformarsi in palle più corte, dei mezzi drop-shot di difficile lettura, proprio perché non intenzionali.

In sintesi: una giocatrice profondamente asimmetrica, tanto asimmetrica che contro di lei la tattica era per quasi tutte sempre la stessa: quella di farle giocare il più possibile di rovescio, e di evitarle il dritto da ferma.
C’era però una controindicazione a rendere il tutto più difficile. Il vero colpo killer da fondo di Stosur, quello che negli anni migliori era quasi inesorabile, non era il dritto tradizionale, ma quello anomalo, giocato dall’angolo sinistro del campo.
E quindi se le si offrivano parabole sulla diagonale sinistra di campo occorreva avere la certezza di non darle il tempo di “girare” attorno alla palla per colpire di dritto, perché quella era esattamente la situazione preferita di Samantha.

Le giocatrici che la sapevano disinnescare meglio (come Sharapova, Azarenka, o Pennetta) erano quelle che univano due qualità: innanzitutto la capacità di rispondere con il rovescio agli alti kick del servizio di Samantha, e poi quella di saper mixare correttamente la spinta sulla diagonale sinistra con improvvisi rovesciamenti di fronte per coglierla impreparata e farla colpire in corsa dalla parte del dritto (l’unica modalità per impedirle di esplodere top spin devastanti, perché quando erano colpiti da ferma erano sostanzialmente ingiocabili).

Chi non riusciva ad assommare queste due caratteristiche, finiva per essere travolta dalla potenza. Ad esempio Li Na, faticava moltissimo in risposta e questo troppo spesso le impediva di impostare scambi equilibrati. Ma anche Radwanska soffriva l’eccessivo scarto di forza muscolare in campo.

Un breve approfondimento lo merita il confronto con Serena Williams. Se è vero che Serena contro Samantha vanta numeri favorevoli (8-3) è anche vero che sono diventati così positivi negli ultimi anni, quelli in cui Stosur è calata rispetto al periodo migliore. Rimane comunque la statistica a favore di Samantha negli Slam (2-1). Credo che questo dato consenta almeno due differenti chiavi di lettura.

La prima è questa: personalmente sono convinto che in alcune fasi di carriera Serena abbia mostrato dei limiti tattici; troppo spesso convinta di avere comunque la meglio, scendeva in campo senza curarsi di evitare i punti forti delle avversarie e di insistere su quelli deboli. E così contro Stosur ci sono stati match in cui invece di evitare di farle colpire il dritto da ferma l’ha affrontata come se avesse di fronte una giocatrice qualsiasi, venendo punita. Ecco ad esempio il game finale degli US Open 2011; punti vinti servendo sul rovescio di Stosur: 2 su 2. Servendo sul dritto: 1 su 5.

Errori di presunzione che Serena negli ultimi anni, da quando collabora con Mouratoglou, non commette più.

La seconda chiave di lettura è invece psicologica. Pur essendo per indole una “front runner”, cioè una giocatrice che tende a dare il meglio di sé quando è avanti nel punteggio, Stosur ha sempre avuto un grave limite quando doveva affrontare le partite importanti da favorita. Si poteva quasi essere sicuri che se doveva disputare grandi match con il pronostico dalla sua, avrebbe finito per perderli.
E per la difficoltà a gestire la pressione da favorita non ha mai giocato bene i tornei di casa, in Australia.

A questa regola non si sono sottratte le due finali Slam disputate in carriera: a Parigi era data favorita contro Schiavone, sia per il cammino compiuto durante il torneo (aveva sconfitto Serena ed Henin) sia per i precedenti (4-1 avanti nel momento di disputare la finale). E ha finito per perdere in due set.
L’opposto a New York: contro Serena tutte partono sfavorite, e la situazione di non avere nulla da perdere era quella ideale per Samantha: contro una Serena che non aveva concesso un set in tutto il torneo, seppe giocare una partita perfetta, con un rovescio incredibilmente solido e un dritto devastante. Al contrario Williams diede l’impressione di giocare contratta con l’eccezione, forse, solo dei game successivi al famoso quindici perso per hindrance.

Quel torneo per Samantha fu una avventura probabilmente irripetibile per i tanti episodi che lo contraddistinsero: la partita-maratona contro Nadia Petrova (7-6, 6-7, 7-5) quella con il tiebreak più lungo (perso 17-15 contro Maria Kirilenko) e anche la fortuna di evitare in semifinale la “bestia nera” Pennetta, sconfitta nel turno precedente dalla (allora) sconosciuta Angelique Kerber.
A questo va aggiunto il fatto che in una edizione calda e piovosa, le capitarono tanti incontri serali, con un clima tutto sommato più accettabile rispetto ai disagi affrontati da molte avversarie, che invece avevano avuto la programmazione rivoluzionata dalla pioggia o match disputati al caldo del pomeriggio.
La classica situazione in cui tutti i pianeti si allineano nel modo giusto, e si riesce di conseguenza a raccogliere il risultato che dà lustro ad un’intera carriera. E così Samantha può vantare di essere una delle tre sole giocatrici capaci di sconfiggere in una finale Slam Serena Williams (le altre sono Venus e Sharapova).

Oggi Stosur, a 31 anni compiuti, ha perso qualcosa sul piano della incisività di gioco; dopo diverse stagioni in top ten è arrivata una fase di declino. Nei primi momenti di crisi aveva lasciato il suo storico coach David Taylor, ma recentemente è tornata a lavorare con lui. Da allora ha vinto i due tornei sul rosso citati all’inizio (Strasburgo e Bad Gastein).

A mio avviso non ha mai eseguito così bene il rovescio come negli ultimi due-tre anni: non che sia diventato un colpo fenomenale, ma è più stabile e sicuro. Oggi può permettersi di giocarlo in topspin quando vuole, e non solo se spinta dalla disperazione, come le capitava in alcuni frangenti di carriera, quando per uscire dalla diagonale sfavorevole a volte azzardava il lungolinea alla “va o la spacca”.
Direi che Stosur è diventata una giocatrice più simmetrica e tutto sommato più solida tecnicamente, ma il progresso tecnico non ha compensato a sufficienza la minore efficacia dei colpi migliori. Per tornare la tennista devastante di un tempo occorrerebbe un recupero di potenza che mi pare improbabile, dato che normalmente il logorio delle stagioni tende a incidere prima sul rendimento dei giocatori più fisici.

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Grande Slam 2021, la classifica femminile

Chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei quattro tornei più importanti dell’anno? Un bilancio di fine stagione più una analisi sugli Slam di Serena Williams in occasione dei suoi 40 anni

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, basata esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Ho deciso di farlo perché, ancora più che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.

Tanto è vero che oggi, quasi in automatico, per misurare il valore di una tennista gli appassionati cominciano sempre valutando cosa ha saputo fare negli Slam: vittorie, finali, continuità nei “piazzamenti”, sono il riferimento che alla fine determina la categoria di chi viene analizzata.

Ma sappiamo che non è sempre stato così. In altre epoche i più forti tennisti, per esempio, hanno rinunciato a giocare l’Australian Open perché la trasferta presentava disagi logistici e il montepremi non era sufficientemente appetibile.

 

Ma ci sono state altre rinunce che oggi ci appaiono inconcepibili. Prendiamo il caso di Chris Evert, che negli anni ‘70 era di gran lunga la più forte giocatrice sulla terra rossa. Evert ha saltato alcuni Roland Garros perché impegnata in altri eventi organizzati negli USA. Parliamo di una giocatrice capace di vincere 125 partite consecutive sulla terra, dall’agosto 1973 al maggio 1979. Nemmeno Nadal è mai riuscito a dominare così tanto. Eppure Chris non ha disputato i Roland Garros del 1976, 1977, 1978, oltre che i sei Australian Open dal 1975 al 1980. Detto tra parentesi: quando si fanno i calcoli degli Slam vinti da Serena Williams o da Steffi Graf, spesso si dimentica quanto avrebbero potuto vincere tenniste come Evert o Navratilova se le priorità della loro epoca fossero state simili a quelle odierne.

Oggi le cose sono cambiate: gli Slam sono il fulcro del calendario di ogni tennista di vertice. Per questo possiamo dire senza alcun dubbio che Serena Williams continua a giocare con l’unico scopo di provare a vincere nuovi Slam, mentre utilizza come impegni di preparazione gli altri tornei del circuito, o non li affronta proprio.

Ecco le ragioni di una classifica basata esclusivamente sui quattro Major. Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo i valori stabiliti da WTA. Questa è la ripartizione dei punti prevista:

2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

Veniamo dunque alla Classifica Slam del 2021. Classifica sino alla posizione numero 32, con in più le tre giocatrici che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale, ma che sono rimate staccate nei Major:

Un piccolo chiarimento per evitare equivoci. In questa tabella nelle prime tre colonne ci sono diverse graduatorie. La prima a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam. La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA (stabilito il 4 ottobre 2021). La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. Tenendo presenti questi numeri, si possono sviluppare alcuni ragionamenti di un certo interesse.

a pagina 2: Il livellamento al vertice. Delusioni e sorprese

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US Open 2021: Sakkari, Sabalenka, Barty e Osaka

Terzo e ultimo articolo dedicato allo US Open 2021: il percorso delle semifinaliste Sakkari e Sabalenka e la speciale condizione nella attuale WTA di Barty e Osaka

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Naomi Osaka - 2021 US Open (Garrett Ellwood/USTA)

La vittoria di Emma Raducanu allo US Open ha rappresentato per l’attuale tennis femminile contemporaneamente una sorpresa e una conferma. Sembra una affermazione inconciliabile, un ossimoro, ma in realtà non lo è. Vediamo come mai.

Perché una sorpresa. Nessuno poteva immaginarsi che una qualificata, che mai aveva giocato a New York e che in tutta la carriera aveva disputato un solo Slam (l’ultimo Wimbledon, grazie a una wild card), potesse arrivare a vincere il titolo. Il successo di Raducanu, numero 150 del ranking, costituisce un risultato non solo imprevedibile, ma anche senza precedenti.

Ma la vittoria di Raducanu ha anche rappresentato una conferma, dato che il suo successo rimane nel solco tracciato dai risultati Slam più recenti. Nelle ultime stagioni, infatti, i Major si sono trasformati in un obiettivo quasi sempre riservato alle nuove generazioni. Ad eccezione di Simona Halep a Wimbledon 2019, il successo è sempre andato a tenniste al massimo di 25 anni, spesso anche molto più giovani. Le giocatrici esperte, al dunque, hanno dovuto cedere il passo.

 

Non solo. Nelle ultime finali Slam, fra le due contendenti ha sempre vinto la giocatrice più giovane. Senza risalire alle quattro sconfitte di Serena Williams post maternità, nel biennio 2020-2021 abbiamo avuto: in Australia il successo di Kenin su Muguruza e di Osaka su Brady; in Francia quello di Swiatek su Kenin e di Krejcikova su Pavlyuchenkova. A Wimbledon quello di Barty su Pliskova (nel 2020 non si era giocato). Infine a New York la vittoria di Osaka su Azarenka e poi di Raducanu su Fernandez. Insomma, che sia per pochi mesi o per molti anni, chi è nata dopo ha sempre prevalso.

Però l’anagrafe non ci dice tutto: a mio avviso sarebbe sbagliato considerare i nomi delle ultime vincitrici come equivalenti. Nel ventaglio delle ultime campionesse Slam, due giocatrici spiccano perché sono state capaci di partire alla vigilia del torneo con lo scomodo ruolo di favorite, e poi di aggiudicarsi effettivamente il titolo.

Credo non sia una differenza da poco, perché più passano le edizioni dei Major, più ci accorgiamo di quanto stia diventando difficile, in un contesto di notevole equilibrio come la attuale WTA, scendere in campo da favorite. Le avversarie si ritrovano con la mente più leggera e con meno da perdere, e spesso questo si traduce in un vantaggio decisivo. Le due protagoniste di questa difficile impresa sono Ashleigh Barty e Naomi Osaka. Ecco perché le ritroveremo nella parte conclusiva dell’articolo.

Dunque, per chiudere con l’analisi dello US Open, dopo il pezzo dedicato alla vincitrice Emma Raducanu, e quello dedicato alla finalista Leylah Fernandez, cominciamo ragionando sulle altre due semifinaliste, Aryna Sabalenka e Maria Sakkari.

a pagina 2: Aryna Sabalenka

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Lo straordinario US Open di Leylah Fernandez

Come una teenager, numero 73 del ranking, è stata capace di sconfiggere in un solo torneo tre delle prime cinque giocatrici del mondo e una pluricampionessa Slam

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Leylah Fernandez - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

La scorsa settimana Emma Raducanu si è presa tutto lo spazio dell’articolo dedicato allo US Open. Tante questioni stimolanti, tanti temi da approfondire: le vicende di una giocatrice quasi sbucata dal nulla hanno reclamato un articolo esclusivo. Del resto l’attenzione suscitata da Raducanu non ha colpito solo il mondo del tennis, ma sembra avere superato i confini più stretti degli appassionati per coinvolgere un pubblico più ampio e meno specialistico.

Ma descrivere Raducanu come protagonista assoluta dello Slam newyorchese sarebbe non solo sbagliato, ma anche ingeneroso nei confronti di Leylah Fernandez. La giocatrice canadese ha avuto un ruolo decisivo nell’alimentare l’interesse che ha circondato il torneo femminile. A conferma di questo ci sono anche i dati televisivi statunitensi. Su ESPN, che deteneva i diritti del torneo, sia la finale che le semifinali femminili hanno avuto un seguito di spettatori superiore alle corrispondenti partite maschili. Non era facile immaginare che due tenniste classificate fuori dalle prime 70 del mondo avrebbero raccolto più pubblico di Djokovic e Medvedev; ma evidentemente il modo di giocare e la personalità di Emma e Leylah hanno “bucato” lo schermo.

Raducanu e Fernandez, entrambe nate nel 2002, hanno vissuto un torneo simile e parallelo, ma nelle singole partite gli andamenti sono stati molto diversi: la giocatrice inglese ha vinto tutti i match con margine e senza perdere set, la canadese invece ha affrontato un percorso ben più battagliato.

 

Lehlah Fernandez allo US Open 2021
L’avventura di Fernandez allo US Open è caratterizzata dalla continua lotta. Una vera e propria costante che non ha conosciuto eccezione in alcun match. Sette partite affrontate, e nessuna che sia filata via semplice. Anzi, spesso Leylah ha dovuto fronteggiare situazioni difficili. Sin dal primo turno.

Eppure Fernandez, fuori dalle teste di serie, non parte con un sorteggio sfortunato: il primo turno le riserva una qualificata. Ma quando vengono definiti gli accoppiamenti si scopre che si tratta di Ana Konjuh. Ana nel 2021 sta costantemente risalendo la classifica. Dopo il lunghissimo periodo di stop a causa dei ripetuti problemi al gomito, ha cominciato la stagione da numero 476 del ranking, ma al momento del match è già numero 88: quasi quattrocento posti scalati nel giro di otto mesi. Non ha avuto accesso diretto allo Slam americano solo perché la entry list si definisce con sei settimane di anticipo, e in quel momento era ancora fuori dalle prime cento. In più c’è un precedente recente di cui tenere conto: Konjuh ha sconfitto Fernandez nel torneo di Madrid 2021.

Il primo set tra Fernandez e Konjuh vede Ana partire meglio; grazie al break di vantaggio Konjuh serve per il set sul 5-4. Conquista anche due set point, però in entrambe le occasioni Fernandez si salva: strappa a sua volta la battuta a Konjuh, e così si procede in equilbrio sino al 6-6. Al tiebreak Leylah riesce a spuntarla. Il braccio di ferro del primo set si rivela decisivo per indirizzare anche il secondo set. Il match termina 7-6, 6-2.

In base alle premesse del tabellone, al secondo turno Fernandez dovrebbe incrociare la sua prima testa di serie, la numero 31 Yulia Putintseva. Ma Kaia Kanepi è riuscita ad avere la meglio al primo turno, e dunque Leylah si trova di fronte una giocatrice ben più potente, anche se decisamente meno mobile di Putinsteva. E di nuovo ne esce un confronto tiratissimo. Fernandez vince il primo set strappando la battuta a Kanepi all’ultima occasione utile (7-5), ma Kaia non ha affatto intenzione di lasciare strada.

Nel secondo set Kanepi reagisce e si porta avanti 5-3. È un passaggio complicatissimo per Fernandez, che prima salva due set point sul proprio turno di servizio, e poi ne salva altri due con Kanepi alla battuta sul 5-4. Scampato il pericolo, sullo slancio Leylah conquista quattro game di fila e riesce a chiudere 7-5, 7-5. Due match disputati, 6 set point salvati in due partite diverse: non male come inizio.

Ma questa è solo l‘ouverture, perché al terzo turno il sorteggio propone come avversaria un ostacolo apparentemente invalicabile: la campionessa in carica Naomi Osaka. Dopo Kanepi, il “peso leggero” Fernandez trova così un’altra big hitter che metterà alla prova la sua capacità di confrontarsi con tenniste ben più strutturate fisicamente di lei.

Luogo di confronto: l’Arthur Ashe Stadium. Per Fernandez non è la prima volta in assoluto in una arena importante di Flushing Meadow, perché nel 2020 ha già giocato (e perso) contro Sofia Kenin sul Luis Armstrong. Ma lo scorso anno non c’era la presenza del pubblico; questa volta contro Osaka la programmazione è la più eccitante possibile: primo match del serale nello stadio per il tennis più grande del mondo.

Forse perché sulla carta non ha nulla da perdere, fatto sta che nel primo set Leylah tiene molto bene testa a Naomi. Almeno sino al 5-4 per Fernandez. Poi Osaka inserisce una marcia in più, sfodera una serie di punti da fuoriclasse e con un parziale di 12 punti a 1 chiude il set in proprio favore sul 7-5.

Leylah ha perso il primo set del torneo, ma ha progressivamente conquistato le simpatie del pubblico, ammirato dalla sua combattività ma anche dalla qualità dei suoi colpi. Malgrado la pesantezza di palla di Osaka, infatti, Fernandez riesce quasi sempre a rimanere con i piedi attaccati alla linea di fondo e da quella posizione incalza Naomi sul ritmo, impedendole di sprigionare con tranquillità la potenza di cui dispone.

Secondo set. La partita scorre rapida, senza alcuna palla break sino all’approdo nei game decisivi. Esattamente come nel primo parziale, Osaka alza il livello quando più conta. Ed esattamente come nel primo parziale, sul 5-5 strappa la battuta a Leylah e va a servire per il set (e il match).

Sembrerebbe quasi una formalità, anche perché Naomi nello stesso frangente del primo set ha tenuto la battuta a zero. E invece l’incontro non solo non è vicino alla fine, ma sta per attraversare la fase decisiva del totale ribaltamento. Da una parte l’improvvisa ansia di Osaka, dall’altra la straordinaria voglia di combattere di Fernandez, producono l’inatteso: sul 7-5, 6-5 Naomi perde la battuta a 30 (primo break subito nel match), e poi in preda allo sconforto è quasi travolta nel tiebreak, che perde 7-2.

La sconfitta inopinata del secondo set lascia un pesante strascico su Osaka in avvio di terzo parziale: di nuovo perde la battuta e da quel momento non riesce più a recuperare. Con una grinta e con una decisione impressionanti, Leylah non lascia speranze a Naomi, che non riesce nemmeno a sfiorare il recupero, visto che non arriva mai neanche a conquistare palle break. Fernandez chiude dunque 5-7, 7-6, 6-4, ed è autrice di una delle più grandi sorprese del torneo.

E così, dopo la sconfitta alle Olimpiadi di Tokyo contro Vondrousova, di nuovo Osaka perde contro una giocatrice mancina, dotata di una battuta non potente, ma che Naomi non è comunque riuscita a decrittare. In più sia Vondrousova che Ferndandez hanno saputo consolidare i vantaggi ottenuti con il colpo di inizio gioco sviluppando con grande efficacia lo scambio.

Altro parallelismo tra Tokyo e New York: al momento della eliminazione, le sconfitte di Osaka sembrano arrivate contro giocatrici di secondo piano, ma a conti fatti sia Vondrousova che Fernandez sarebbero state capaci di raggiungere la finale del torneo, offrendo tennis di altissima qualità. Anche i numeri del match americano lo confermano: Osaka ha chiuso il match con un saldo fra vincenti ed errori non forzati di +1 (37/36), Fernandez di +4 (28/24)

a pagina 2: I match contro Kerber e Svitolina

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