Rovescio ad una mano: sopravvivere è ancora possibile

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Rovescio ad una mano: sopravvivere è ancora possibile

Margarita Gasparyan ha vinto a Baku il primo torneo WTA in carriera, diventando anche la prima tennista con il rovescio a una mano ad aggiudicarsi un torneo del circuito maggiore nel 2015. A lei è affidata la sopravvivenza di questo colpo nel tennis femminile. Riuscirà a scampare l’estinzione?

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Leggi “L’estinzione dei colpi nel tennis (1a parte) – (2a parte) di AGF e Luca Baldissera

Cinque giugno 2010, sei luglio 2013. Queste date rappresentano due momenti significativi nella storia recente del tennis femminile.
Il 5 giugno 2010 è il giorno della finale vinta da Francesca Schiavone al Roland Garros: da allora più nessuna tennista che esegue il rovescio ad una mano è riuscita ad aggiudicarsi uno Slam, ed è difficile ipotizzare che l’evento possa ripetersi a breve.

Il 6 luglio 2013 è invece per molti aspetti l’esatto opposto, il giorno in cui il tennis “classico” ha vissuto forse la più grande disfatta: quel sabato a Wimbledon non solo vinse il singolare femminile Marion Bartoli, vale a dire una giocatrice che eseguiva entrambi i colpi con due mani (oltre al rovescio anche il dritto), ma nella stessa giornata venne disputata la finale del doppio femminile, conquistata da Peng Shuai e Su-wei Hsieh, altre due giocatrici che eseguono entrambi i colpi (dritto incluso) con due mani. Tre quadrumani sul tetto del mondo, nel torneo più prestigioso del tennis.

 

Considerato il numero relativamente limitato di giocatrici quadrumani, l’evento pareva del tutto improbabile, eppure è significativo che sia accaduto più di recente rispetto alla vittoria di una giocatrice “monomane”. Del resto per quanto riguarda il rovescio ad una mano, alcuni record cominciano ad essere di vecchia data. Oltre a quello citato della vittoria in uno Slam, c’è almeno da ricordare anche l’ultimo giorno in cui una giocatrice ha comandato il ranking (Justine Henin): 18 maggio 2008. Da allora sono passati sette anni e che una tennista dal rovescio classico torni al numero uno del mondo sembra quasi impossibile.

E mentre per gli uomini la situazione è meno critica, tanto è vero che, pur essendo minoritario, il colpo può ancora contare su giocatori vincenti e su un discreta percentuale di presenze tra le giovani generazioni, tra le donne la crisi è profondissima. Non si tratta di un caso, naturalmente; sulle ragioni tecniche che hanno causato la progressiva diminuzione dell’utilizzo del rovescio a una mano nel tennis femminile sino a portarlo vicino all’estinzione, rimando all’approfondimento di Luca Baldissera, che trovate qui (paragrafo 4).

La tabella che segue, con la posizione in classifica delle “One-handed backand” spiega sinteticamente la situazione:

rovescio ad una mano

Come si vede, tutte le giocatrici provengono da Spagna e Italia, e si tratta di ultratrentenni, a parte la ventisettenne Carla Suárez Navarro. La vera eccezione è quindi Margarita Gasparyan, fresca vincitrice del torneo di Baku.

Ci sono diverse particolarità che la riguardano e che a mio avviso meritano di essere sottolineate, ma occorre una piccola premessa. Se infatti pensiamo alle migliori interpreti del colpo degli ultimi anni (Henin, Schiavone, Suárez Navarro, capaci di entrare come minimo in top ten), emerge la somiglianza sul piano fisico, visto che sono tutte giocatrici non altissime: Henin 1,67, Schiavone 1,66, Suárez Navarro 1,62.
Aggiungo i dati delle altre tenniste citate: Vinci 1,63, Domínguez Lino 1,63, Brianti 1,65.
Si tratta quindi di giocatrici dalla statura inferiore alla media del circuito attuale, che per dare il meglio di sé più che sulla forza fisica hanno fatto leva sulle doti tecniche, di coordinazione e di timing.

Ma con Margarita Gasparyan ci si trova di fronte ad una situazione completamente diversa: è russa (con un cognome di chiare origini armene), non ha ancora 21 anni ed è alta addirittura 1,83. Sottolineerei soprattutto la questione fisica; non che nel tennis sia obbligatorio essere alte, ma mi pare innegabile il progressivo aumento della statura e la sempre maggiore importanza della forza fisica. Sotto questo aspetto Margarita, a differenza delle altre monomani, almeno non partirà con l’handicap.

Forse la prima volta in cui in Italia si era parlato di Gasparyan era stato in occasione della finale di Fed Cup nel 2013, persa dalla Russia contro l’Italia a Cagliari.
Allora era stata convocata pur essendo oltre il 300mo posto; la sua presenza però era apparsa come la conferma dello scollamento tra le federazione e le giocatrici russe di prima e seconda fascia, che avevano tutte negato la propria disponibilità a causa di impegni in singolare (il “Master B” di Sofia) o per la mancanza di adeguati compensi. Margarita giocò e perse il doppio, disputato a risultato acquisito.
Da allora i progressi sono stati costanti: numero 318 a fine 2013, numero 217 nel 2014, e numero 71 (best ranking) oggi.

Prima di Baku, Gasparyan aveva vinto molte partite a livello ITF (che le sono valse nove tornei in singolare) così come nelle qualificazioni WTA e Slam, ma nessun match nei tabelloni principali. In una settimana non solo si è aggiudicata il primo incontro in un main draw, ma ne ha messi in fila cinque consecutivi, che l’hanno portata a vincere il torneo. In più a Baku ha vinto anche il titolo di doppio insieme ad Alexandra Panova.
Parlare di esplosione forse è eccessivo, dato che la concorrenza era buona ma non di primissimo livello, ma non sottovaluterei i successi contro Cibulkova e Knapp.

Prima della settimana vincente di Baku, personalmente non l’avevo mai vista giocare una partita intera, anche se Margarita si era già tolta la soddisfazione di esibirsi sul campo centrale di Wimbledon contro la numero uno del mondo: era stata sconfitta 6-4, 6-1 da Serena Williams nel primo turno dello Slam appena terminato.
A Baku mi è sembrata una giocatrice piuttosto solida, più a proprio agio nelle fasi offensive che in quello di contenimento, con la capacità spingere da entrambe le parti, e con la tendenza a spostarsi  nell’angolo sinistro per eseguire dritti anomali. Ma questo non deve fare pensare che usi il rovescio come un colpo esclusivamente interlocutorio, visto che è capace di ottenere vincenti con un movimento in top spin deciso ed efficace; anche se, a mio parere, sul piano dell’esecuzione non si può avvicinare alla bellezza straordinaria che caratterizza Carla Suárez Navarro.
Mi ha anche colpito per il servizio piuttosto incisivo, stranamente eseguito con un consistente margine di sicurezza nella posizione dei piedi, ben distanti dalla linea di fondo.

Non credo che utilizzare il rovescio ad una mano significhi esibire un gesto in assoluto migliore rispetto a quello a due mani. Però sono convinto che l’estinzione di un colpo, di uno specifico gesto tecnico, rappresenti comunque un impoverimento per il tennis contemporaneo, anche in termini di spettacolo.
La varietà, nel senso della differenza di esecuzioni e di stili di gioco, rimane a mio avviso un valore importante. Per questo mi spiacerebbe assistere alla scomparsa non solo del rovescio classico ma di qualsiasi colpo del tennis, incluso il dritto a due mani citato prima, per quanto poco ortodosso lo si possa considerare.

Nel tennis il contrasto di stili è quasi sempre un buon punto di partenza per produrre partite spettacolari, mentre l’omologazione e l’uniformità spesso si risolvono in match ripetitivi e poco interessanti.
Ecco perché mi pare particolarmente positiva la presenza di una giocatrice giovane capace di mantenere viva l’eredità del rovescio ad una mano, di fronte all’avanzare dell’età delle ultime “sopravvissute”. Sotto questo aspetto Gasparyan è molto più importante del 71mo posto del ranking che occupa; e c’è da augurarsi che, quanto meno, nel prossimi anni possa calcare con regolarità i campi dei grandi tornei femminili.

 

Il rovescio ad una mano è destinato all’estinzione? Leggi questi approfondimenti in proposito:
Il rovescio a una mano: un’arte scomparsa, un poco rivitalizzata de The Economist
Il rovescio a una mano: il meraviglioso sapore del talento
Il rovescio impossibile di Stan

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Australian Open donne: Serena Williams la più quotata

A 38 anni compiuti, per i bookmaker è ancora la 23 volte campionessa Slam la giocatrice di riferimento nel primo Major degli anni ’20

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Naomi Osaka e Petra Kvitova - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ogni inizio d’anno ho sempre la stessa sensazione: il primo Slam arriva davvero molto presto, quando tutte le protagoniste hanno giocato pochissimo, e il quadro delle loro condizioni di forma è ancora indefinibile. Ma il calendario è questo, e non ci rimane che accettarlo. Per l’imminente Australia Open 2020 direi che al momento i temi principali sono tre.

Il primo non è sportivo ma ambientale: non dipende dal tennis, ma dalla situazione complessiva dell’Australia, alle prese con incendi di una portata senza precedenti. Rimando in proposito all’articolo di questo lunedì su Ubitennis e anche a un articolo uscito l’8 gennaio sul sito del Post e scritto da Giorgio Vacchiano, ricercatore in “Selvicoltura e Pianificazione forestale” dell’Università degli Studi di Milano. Nella mia incompetenza mi è sembrato il pezzo meglio argomentato sulla questione.

Il secondo tema è tennistico, ma è ugualmente una notizia non positiva: il forfait di Bianca Andreescu. L’ultima vincitrice Slam (US Open 2019), campionessa a New York da esordiente ad appena 19 anni, purtroppo non ha recuperato dall’incidente al ginocchio patito durante le WTA Finals. Inevitabile il rinvio a data da destinarsi per il ritorno alla attività agonistica. Ancora una volta Andreescu ha evidenziato la sua fragilità fisica, già emersa nelle passate stagioni. Tanto che viene da domandarsi se sia maggiore il talento tennistico o la delicatezza del suo primo “strumento di lavoro”, vale a dire il suo corpo.

 

Il terzo tema è relativo alla distribuzione delle grandi vittorie fra le diverse generazioni. Sarà interessante scoprire se anche questa stagione si seguirà la tendenza emersa lo scorso anno, con la maggior parte dei grandi titoli vinti da tenniste giovani, al massimo di 23 anni. Se consideriamo i quattro Slam, i nove Premier di riferimento e le Finals, nel 2019 sono sfuggiti alle giovani solo Madrid e Wimbledon (rispettivamente a Bertens e Halep).

Per cominciare vediamo come si presentano al via dello Slam le prime 16 teste di serie (che corrispondono alle prime 17 del ranking, a causa della rinuncia della numero 6 Andreescu).

16. Elise Mertens
Australian Open 2019: 3T, sconfitta da Keys
Miglior risultato in carriera: SF (2018)
Mertens ha scelto di cominciare dalla Cina, giocando a Shenzhen, dove però pur essendo testa di serie numero 3 si è fermata al terzo turno, sconfitta da Rybakina. È impegnata questa settimana a Hobart. Difficile valutare la sua condizione.

Di Elise ricordo il precedente di Melbourne 2018, quando era stata capace di arrivare sino alla semifinale; in parte grazie a un tabellone non impossibile, ma molto per meriti propri. Con il risultato di due anni fa ha dimostrato di non soffrire le alte temperature che spesso caratterizzano l’Australian Open; potrebbe rivelarsi una qualità importante se nelle due settimane del torneo si confermassero le condizioni sperimentate in questi giorni in Australia.

15. Marketa Vondrousova
Aus. Open 2019: 2T, sconfitta da Martic
Miglior risultato: 2T (2018, 2019)
Vondrousova non gioca da Wimbledon 2019 per problemi al polso sinistro (ricordo che Marketa è mancina); dopo il tentativo di seguire una terapia riabilitativa, è stata costretta alla operazione nel settembre dello scorso anno. È iscritta al torneo di Adelaide, dove tornerà a competere per la prima volta dopo l’intervento.

Pochissimo da dire su di lei: è evidente che non si può chiederle alcun risultato in uno Slam che a tutti gli effetti rientra nel periodo di “convalescenza agonistica”. Rimane solo da augurarsi che i problemi fisici siano superati.

14. Sofia Kenin
Aus. Open 2019: 2T, sconfitta da Halep
Miglior risultato: 2T (2019)
Kenin ha iniziato l’anno nel Premier di Brisbane, dove è stata sconfitta al secondo turno in tre set da Naomi Osaka, lasciando però una ottima impressione. Ha deciso di giocare anche ad Adelaide, e quindi ci sarà modo di verificarla ancora.

Lo scorso anno a Melbourne era uscita al secondo turno, dopo aver seriamente impegnato Simona Halep (6-3, 7-6, 6-4); questa volta rispetto al 2019 si presenta da testa di serie e penso abbia i numeri per fare strada. A meno di incroci sfortunati (con qualche mina vagante fuori dalle teste di serie), credo possa raggiungere la seconda settimana dello Slam.

13. Petra Martic
Aus. Open 2019: 3T, sconfitta da Stephens
Miglior risultato: 4T (2018)
Martic ha esordito ad Auckland dove è stata eliminata al secondo turno da Alizè Cornet. L’ho seguita nel match di primo turno (vinto in tre set contro la lucky loser Arconada) e ho avuto la sensazione che fosse molto indietro di condizione: conduceva lo scambio troppo lontana dalla linea di fondo, con difficoltà nel timing sulla palla.

Nello Slam, essendo testa di serie, dovrebbe evitare incroci troppo difficili all’avvio, ma per poter fare strada occorre un deciso miglioramento rispetto alla prestazione in Nuova Zelanda, perché a mio avviso quel livello di tennis non potrebbe garantirle nemmeno di superare i primi ostacoli.

12. Johanna Konta
Aus. Open 2019: 2T, sconfitta da Muguruza
Miglior risultato: SF (2016)
Konta ha aperto la sua stagione a Brisbane, dove ha perso all’esordio contro Strycova in tre set (6-2, 3-6, 6-3). Non è iscritta ad alcun torneo in questa settimana per cui si presenta al via dello Slam con una sola partita ufficiale nelle gambe. Purtroppo non ho seguito il suo unico match, per cui non posso esprimermi sulla sua attuale condizione.

Si può fare una considerazione generale sulle precedenti partecipazioni a Melbourne: è uno Slam nel quale ha dimostrato di trovarsi bene, ed è quasi una giocatrice di casa, visto che Johanna è nata in Australia e ci ha vissuto sino a quando, adolescente, si è trasferita in Inghilterra. Lo scorso anno era uscita al secondo turno, ma al termine di un ottimo match contro Muguruza (6-4, 6-7, 7-5).

11. Aryna Sabalenka
Aus. Open 2019: 3T, sconfitta da Anisimova
Miglior risultato: 3T (2019)
Il primo impegno di Sabalenka è stato in Cina, a Shenzhen, dove difendeva il titolo conquistato nel 2019. Ha però perso al secondo turno, sconfitta a sorpresa da Kristyna Pliskova, la gemella mancina di Karolina. Ora è impegnata ad Adelaide dove troverà un ostacolo non semplice all’esordio (Hsieh Su-Wei).

In vista dell’Australian Open 2020 sulla situazione di Aryna pesano due incognite. La prima è di carattere personale: un mese e mezzo fa ha perso il padre, che aveva appena 44 anni; sarebbe del tutto comprensibile se un lutto del genere avesse inciso sulla preparazione nella off season.. L’altra incognita è legata al curriculum negli Slam: a parte un ottavo di finale a Flushing Meadows nel 2018, non è mai riuscita ad andare oltre il terzo turno in un Major. Dalla numero 11 del mondo ci si aspetta di più.

a pagina 2: Le prime dieci teste di serie

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WTA, chi migliorerà nel 2020?

Anno nuovo in WTA: da Jasmine Paolini ad Amanda Anisimova, le giocatrici che potrebbero crescere in classifica rispetto al 2019. E un augurio per la stagione appena cominciata

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Coco Gauff - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Ormai è quasi una tradizione: per la terza volta ho deciso di aprire il nuovo anno con una serie di previsioni. Previsioni che non sono legate al destino di un singolo match o torneo, ma all’intero rendimento stagionale: si tratta di provare a individuare chi migliorerà in classifica rispetto al 2019.

Ho deciso di farlo anche se lo scorso anno ho potuto seguire meno tennis rispetto al solito, e questo ha comportato sacrificare le partite apparentemente secondarie. E sono proprio questo genere di partite a permettere quella specie di scouting che serve per identificare le giocatrici con possibilità di crescita.

Le potenzialità ancora inespresse si intuiscono per esempio grazie a porzioni di match disputate a un livello sorprendentemente alto, anche se si concludono con una sconfitta. Oppure si intravedono particolari qualità fisico-tecniche, che non sono del tutto sfruttate per immaturità tattica o insicurezza mentale. O semplicemente si assiste a partite perse per incapacità nella chiusura, come spesso avviene quando una giocatrice non è ancora del tutto pronta a certi livelli.

 

Ecco: capita di assistere a situazioni simili una volta; poi magari una seconda volta, e allora si cominciano ad alzare le antenne nei confronti di quella tennista. Ma se durante l’anno si vedono pochi match apparentemente secondari, tutto diventa molto più difficile e aleatorio. Per esempio nel 2019 non sono riuscito a seguire quanto avrei voluto alcune nuove leve russe (o kazake ex russe): Kudermetova, Blinkova, Rybakina. E così ora non ho le idee chiare. Ho apprezzato Kudermetova, ma non so se sarà in grado di spingersi oltre a quanto ha già raggiunto (numero 41 del ranking).

Confessate le mie mancanze, riassumo le regole dell’articolo. Punto primo: il confronto si fa sulla classifica WTA. Punto secondo: i nomi fra cui scegliere sono 100, cioè le prime cento del ranking. Punto terzo: per capire se la previsione è giusta si tratterà di aspettare la fine della stagione 2020 e poi confrontare le posizioni.

Ricordo che la classifica adottata come punto di partenza è quella del 23 dicembre 2019 e non quella che WTA chiama “year end”, che è stata fissata il 4 novembre. La ragione è semplice: visto che da novembre si sono giocati diversi tornei ITF, sarebbe scorretto non tenerne conto. Il ranking del 23 dicembre è l’ultimo utile prima che comincino a essere scalati i punti dei primi tornei WTA di dodici mesi fa (Brisbane, Auckland e Shenzhen).

Ho scelto la soglia delle prime 100, perché andare a pescare senza limiti nelle profondità della classifica renderebbe un po’ troppo facili le scelte. Ricordo per esempio che Sharapova è numero 133 in classifica: le basterà affrontare qualche settimana di tornei da sana per crescere nel ranking. Ed evidentemente non è il senso dell’articolo di oggi.

Chiarito questo, desidero lo stesso esprimere un paio di considerazioni su alcune tenniste oltre la posizione cento e quindi non ”eleggibili”. La prima considerazione è legata alla nuova generazione cinese, che si potrebbe sintetizzare in “Wang & Wang”. Vale a dire Xiyu e Xinyu Wang, le due giocatrici nate nel 2001 che lo scorso anno sono salite attorno alla posizione 150 e che potrebbero essere pronte per affacciarsi in Top 100 (ne ho parlato QUI).

La seconda considerazione è per due giocatrici nate nel 1994 e troppo spesso infortunate. Mi riferisco a Margarita Gasparyan e Anna-Lena Friedsam (numero 103 e 141). Per loro mi auguro soltanto che possano giocare una stagione senza essere martoriate dai guai fisici. Basterebbe questo per tornare a essere protagoniste, visto che possiedono un repertorio tecnico superiore. Entrambe vanno verso i 26 anni e potrebbero essere nel pieno della carriera, se solo la salute le assistesse.

Prima di elencare le scelte del 2020 un’ultima nota. Se per caso qualcuno ha letto l’articolo di inizio 2019 e poi ha perso la verifica di fine stagione, la trova QUI. E adesso cominciamo con i nomi per la prossima stagione. Sono 14.

Camila Giorgi
classifica 23 dicembre: n°100
Il discorso su Camila Giorgi è molto semplice, ed è la replica di quanto fatto due anni fa. Credo che anche per i suoi più feroci detrattori (che non mancano mai di appalesarsi, specie quando le cose non vanno bene) una Giorgi sana non può stazionare attorno al numero 100 del mondo. Per Camila, in sostanza, sarò fondamentale recuperare la salute fisica. Se il polso, che le ha compromesso tanti mesi del 2019, la lascerà in pace e potrà recuperare un minimo di continuità, per me è destinata a risalire in classifica.

Jasmine Paolini
classifica 23 dicembre: n°96
È un anno decisivo per Jasmine Paolini. Nella parte di stagione successiva alla chiusura del ranking ufficiale è entrata fra le prime 100 del mondo (il 4 novembre era ancora numero 117) e ha perfino superato Camila Giorgi, terminando l’anno solare da numero 1 di Italia. Per il 2020 penso ci siano pro e contro. Cominciamo dai contro. Paolini non possiede un fisico e un arsenale di colpi straripanti: significa che ogni quindici se lo deve sudare; affrontare una stagione a livello WTA senza poter contare sui cosiddetti cheap points a lungo andare può essere logorante per fisico e mente. Dovrà dimostrare grande forza di carattere e tenuta atletica.

Ma ci sono anche i pro, che mi spingono a puntare su di lei. Innanzitutto mi convince il suo atteggiamento durante i match, pugnace e deciso. E poi potrebbe cavalcare l’onda dell‘entusiasmo dei traguardi conseguiti, rafforzando la fiducia e scendendo in campo con quel surplus di convinzione che a volte può fare la differenza tra vincere o perdere.

Anastasia Potapova
classifica 23 dicembre: n°92
Scelgo Potapova per la seconda stagione consecutiva. Lo scorso anno si era rivelata una scommessa sbagliata (non era migliorata, dato che era rimasta esattamente alla stessa posizione di inizio stagione). Rimane il fatto che per una giocatrice nata nel marzo 2001 i margini di miglioramento sono potenzialmente notevoli.

Certo per lei il 2020 comincia a essere un passaggio di carriera importante, visto che si presentava come una enfant prodige del tennis junior (numero 1 del mondo a 15 anni appena compiuti), ma dopo essersi spinta rapidamente fra le prime 100 WTA sembra aver trovato difficoltà inattese ad andare oltre. Nel 2019 mi è capitato di seguirla in alcuni match nei quali ha mostrato le prevedibili incertezze mentali che si attribuiscono alle più giovani, con cali di concentrazione improvvisi e occasioni perse in modo sconcertante. Per fare meglio dovrà sicuramente crescere in questi ambiti.

a pagina 2: Le posizioni dalla 90 alla 50

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WTA, diario di un decennio: ultimo capitolo

Undicesimo articolo che conclude la serie dedicata agli anni ’10 in WTA: le vicende di Fed Cup, la geografia degli Slam, le giocatrici del decennio, le partite indimenticabili. E il meglio da Wimbledon

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Bianca Andreescu e Serena Williams - US Open 2019 (via Twitter, @WTA)

Dieci anni di Fed Cup
In questa serie di articoli dedicata agli anni ’10 non mi sono occupato di doppio, perché non avrei avuto il tempo, lo spazio e la competenza per farlo in modo accettabile. Nei pezzi precedenti ho anche trascurato la Fed Cup, soprattutto per un motivo: era complicata da raccontare con il criterio (cronologico) che avevo adottato, visto che si svolge nell’arco di una stagione con lunghi tempi vuoti fra una data e l’altra. Provo a parlarne qui, in estrema sintesi.

Innanzitutto direi che vanno sottolineati due aspetti. Il primo è che con il 2019 è terminata la manifestazione come l’abbiamo conosciuta negli anni recenti. Nel 2020 la formula sarà cambiata, in modo simile alla Coppa Davis maschile. La fase finale si svolgerà in sede unica a Budapest, fra il 14 e il 19 aprile 2020.

Il secondo aspetto è che gli anni ’10 sono stati caratterizzati dal predominio della Repubblica Ceca. Prima con Kvitova e Safarova (più ottime doppiste come Peschke, Hradecka, Hlavackova), poi con il fondamentale inserimento di Karolina Pliskova. Grazie a loro la Repubblica Ceca ha vinto sei edizioni di Fed Cup. E quando le titolari hanno cominciato a disertare alcuni incontri, il team ha trovato forze alternative dotate di esperienza (Strycova) o di gioventù (Siniakova e Vondrousova). E così sono arrivati i successi nel 2011, 2012, 2014, 2015, 2016 e 2018. Qui il match vinto da Pliskova nella finale di Strasburgo del 2016 contro Mladenovic per 6-3, 4-6, 16-14 (no, non è un errore: 16-14):

 

Dietro i sei titoli cechi, i due dell’Italia. La squadra basata su Schiavone, Pennetta, Errani e Vinci ha vinto nel 2010 e 2013, raggiungendo così il quarto successo nell’arco di otto anni, visto che due vittorie appartengono al decennio precedente (2006 e 2009).

Un titolo degli anni ’10 è uscito dall’Europa: gli USA hanno vinto nel 2017, con una formazione che ha schierato Riske, Rogers, Stephens (e Mattek-Sands in doppio) ma soprattutto CoCo Vandeweghe, vero architrave di quel team: imbattuta in stagione e decisiva nella finale contro la Bielorussia.

L’ultima coppa con la vecchia formula si è conclusa qualche settimana fa: finale disputata a Perth tra Australia e Francia. Dopo diversi tentativi mancati negli anni scorsi, ha vinto la Francia di Mladenovic, Garcia, Cornet e Parmentier, sconfiggendo a sorpresa le padrone di casa (Barty, Stosur e Tomljanovic).

Anche se non hanno vinto titoli, credo vadano ricordate almeno altre due squadre. La prima è la Russia, spesso penalizzata dai forfait delle giocatrici di punta. Va ricordato che la federazione ha sofferto di problemi economici tali da non offrire il gettone di presenza a chi rispondeva alle convocazioni, prassi comune in tutte le nazionali più forti. In teoria la Russia avrebbe potuto schierare Sharapova e Kuznetsova, e poi Zvonareva, Pavlyuchenkova, Kirilenko oltre a due singolariste che formavano anche un grande doppio: Makarova e Vesnina. Tre volte finalista nel decennio, soprattutto nel 2011 e 2015 è andata molto vicina al titolo, perso solo nel doppio conclusivo.

La seconda squadra è la Germania, che aveva in Andrea Petkovic l’anima del team, affiancata da compagne di alto livello come Kerber, Lisicki, Goerges (e Groenefeld in doppio). In diverse edizioni le titolari hanno davvero provato ad affermarsi, anche compiendo trasferte disagevoli, ma al dunque è sempre mancato qualcosa. Qui il combattutissimo match fra Kerber e Kvitova (vinto da Kvitova per 7-6, 4-6, 6-4) giocato in occasione della finale del 2014:

Ultima nota, in relazione agli impegni WTA. A volte la Fed Cup ha funzionato per alcune giocatrici da trampolino di lancio per aumentare la fiducia necessaria ad affermarsi anche nei tornei individuali. Penso per esempio a Mladenovic e Garcia nel 2016-7, al salto di qualità di Kiki Bertens dopo la trasferta vittoriosa in Russia nel 2016, o a Sabalenka e Sasnovich dopo aver portato la Bielorussia sino alla finale nel 2017.

a pagina 2: La geografia degli anni ’10

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