Rovescio ad una mano: sopravvivere è ancora possibile

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Rovescio ad una mano: sopravvivere è ancora possibile

Margarita Gasparyan ha vinto a Baku il primo torneo WTA in carriera, diventando anche la prima tennista con il rovescio a una mano ad aggiudicarsi un torneo del circuito maggiore nel 2015. A lei è affidata la sopravvivenza di questo colpo nel tennis femminile. Riuscirà a scampare l’estinzione?

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Leggi “L’estinzione dei colpi nel tennis (1a parte) – (2a parte) di AGF e Luca Baldissera

Cinque giugno 2010, sei luglio 2013. Queste date rappresentano due momenti significativi nella storia recente del tennis femminile.
Il 5 giugno 2010 è il giorno della finale vinta da Francesca Schiavone al Roland Garros: da allora più nessuna tennista che esegue il rovescio ad una mano è riuscita ad aggiudicarsi uno Slam, ed è difficile ipotizzare che l’evento possa ripetersi a breve.

Il 6 luglio 2013 è invece per molti aspetti l’esatto opposto, il giorno in cui il tennis “classico” ha vissuto forse la più grande disfatta: quel sabato a Wimbledon non solo vinse il singolare femminile Marion Bartoli, vale a dire una giocatrice che eseguiva entrambi i colpi con due mani (oltre al rovescio anche il dritto), ma nella stessa giornata venne disputata la finale del doppio femminile, conquistata da Peng Shuai e Su-wei Hsieh, altre due giocatrici che eseguono entrambi i colpi (dritto incluso) con due mani. Tre quadrumani sul tetto del mondo, nel torneo più prestigioso del tennis.

 

Considerato il numero relativamente limitato di giocatrici quadrumani, l’evento pareva del tutto improbabile, eppure è significativo che sia accaduto più di recente rispetto alla vittoria di una giocatrice “monomane”. Del resto per quanto riguarda il rovescio ad una mano, alcuni record cominciano ad essere di vecchia data. Oltre a quello citato della vittoria in uno Slam, c’è almeno da ricordare anche l’ultimo giorno in cui una giocatrice ha comandato il ranking (Justine Henin): 18 maggio 2008. Da allora sono passati sette anni e che una tennista dal rovescio classico torni al numero uno del mondo sembra quasi impossibile.

E mentre per gli uomini la situazione è meno critica, tanto è vero che, pur essendo minoritario, il colpo può ancora contare su giocatori vincenti e su un discreta percentuale di presenze tra le giovani generazioni, tra le donne la crisi è profondissima. Non si tratta di un caso, naturalmente; sulle ragioni tecniche che hanno causato la progressiva diminuzione dell’utilizzo del rovescio a una mano nel tennis femminile sino a portarlo vicino all’estinzione, rimando all’approfondimento di Luca Baldissera, che trovate qui (paragrafo 4).

La tabella che segue, con la posizione in classifica delle “One-handed backand” spiega sinteticamente la situazione:

rovescio ad una mano

Come si vede, tutte le giocatrici provengono da Spagna e Italia, e si tratta di ultratrentenni, a parte la ventisettenne Carla Suárez Navarro. La vera eccezione è quindi Margarita Gasparyan, fresca vincitrice del torneo di Baku.

Ci sono diverse particolarità che la riguardano e che a mio avviso meritano di essere sottolineate, ma occorre una piccola premessa. Se infatti pensiamo alle migliori interpreti del colpo degli ultimi anni (Henin, Schiavone, Suárez Navarro, capaci di entrare come minimo in top ten), emerge la somiglianza sul piano fisico, visto che sono tutte giocatrici non altissime: Henin 1,67, Schiavone 1,66, Suárez Navarro 1,62.
Aggiungo i dati delle altre tenniste citate: Vinci 1,63, Domínguez Lino 1,63, Brianti 1,65.
Si tratta quindi di giocatrici dalla statura inferiore alla media del circuito attuale, che per dare il meglio di sé più che sulla forza fisica hanno fatto leva sulle doti tecniche, di coordinazione e di timing.

Ma con Margarita Gasparyan ci si trova di fronte ad una situazione completamente diversa: è russa (con un cognome di chiare origini armene), non ha ancora 21 anni ed è alta addirittura 1,83. Sottolineerei soprattutto la questione fisica; non che nel tennis sia obbligatorio essere alte, ma mi pare innegabile il progressivo aumento della statura e la sempre maggiore importanza della forza fisica. Sotto questo aspetto Margarita, a differenza delle altre monomani, almeno non partirà con l’handicap.

Forse la prima volta in cui in Italia si era parlato di Gasparyan era stato in occasione della finale di Fed Cup nel 2013, persa dalla Russia contro l’Italia a Cagliari.
Allora era stata convocata pur essendo oltre il 300mo posto; la sua presenza però era apparsa come la conferma dello scollamento tra le federazione e le giocatrici russe di prima e seconda fascia, che avevano tutte negato la propria disponibilità a causa di impegni in singolare (il “Master B” di Sofia) o per la mancanza di adeguati compensi. Margarita giocò e perse il doppio, disputato a risultato acquisito.
Da allora i progressi sono stati costanti: numero 318 a fine 2013, numero 217 nel 2014, e numero 71 (best ranking) oggi.

Prima di Baku, Gasparyan aveva vinto molte partite a livello ITF (che le sono valse nove tornei in singolare) così come nelle qualificazioni WTA e Slam, ma nessun match nei tabelloni principali. In una settimana non solo si è aggiudicata il primo incontro in un main draw, ma ne ha messi in fila cinque consecutivi, che l’hanno portata a vincere il torneo. In più a Baku ha vinto anche il titolo di doppio insieme ad Alexandra Panova.
Parlare di esplosione forse è eccessivo, dato che la concorrenza era buona ma non di primissimo livello, ma non sottovaluterei i successi contro Cibulkova e Knapp.

Prima della settimana vincente di Baku, personalmente non l’avevo mai vista giocare una partita intera, anche se Margarita si era già tolta la soddisfazione di esibirsi sul campo centrale di Wimbledon contro la numero uno del mondo: era stata sconfitta 6-4, 6-1 da Serena Williams nel primo turno dello Slam appena terminato.
A Baku mi è sembrata una giocatrice piuttosto solida, più a proprio agio nelle fasi offensive che in quello di contenimento, con la capacità spingere da entrambe le parti, e con la tendenza a spostarsi  nell’angolo sinistro per eseguire dritti anomali. Ma questo non deve fare pensare che usi il rovescio come un colpo esclusivamente interlocutorio, visto che è capace di ottenere vincenti con un movimento in top spin deciso ed efficace; anche se, a mio parere, sul piano dell’esecuzione non si può avvicinare alla bellezza straordinaria che caratterizza Carla Suárez Navarro.
Mi ha anche colpito per il servizio piuttosto incisivo, stranamente eseguito con un consistente margine di sicurezza nella posizione dei piedi, ben distanti dalla linea di fondo.

Non credo che utilizzare il rovescio ad una mano significhi esibire un gesto in assoluto migliore rispetto a quello a due mani. Però sono convinto che l’estinzione di un colpo, di uno specifico gesto tecnico, rappresenti comunque un impoverimento per il tennis contemporaneo, anche in termini di spettacolo.
La varietà, nel senso della differenza di esecuzioni e di stili di gioco, rimane a mio avviso un valore importante. Per questo mi spiacerebbe assistere alla scomparsa non solo del rovescio classico ma di qualsiasi colpo del tennis, incluso il dritto a due mani citato prima, per quanto poco ortodosso lo si possa considerare.

Nel tennis il contrasto di stili è quasi sempre un buon punto di partenza per produrre partite spettacolari, mentre l’omologazione e l’uniformità spesso si risolvono in match ripetitivi e poco interessanti.
Ecco perché mi pare particolarmente positiva la presenza di una giocatrice giovane capace di mantenere viva l’eredità del rovescio ad una mano, di fronte all’avanzare dell’età delle ultime “sopravvissute”. Sotto questo aspetto Gasparyan è molto più importante del 71mo posto del ranking che occupa; e c’è da augurarsi che, quanto meno, nel prossimi anni possa calcare con regolarità i campi dei grandi tornei femminili.

 

Il rovescio ad una mano è destinato all’estinzione? Leggi questi approfondimenti in proposito:
Il rovescio a una mano: un’arte scomparsa, un poco rivitalizzata de The Economist
Il rovescio a una mano: il meraviglioso sapore del talento
Il rovescio impossibile di Stan

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I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche

Undicesima puntata della serie dedicata alle giocatrici migliori nel singolo colpo. Chi possiede gli ‘overhead’ più efficaci del circuito?

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Ashley Barty - Roland Garros 2019

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée


Per la serie dedicata ai migliori colpi in WTA, ecco l’articolo che affronta il quarto e ultimo tema relativo al gioco di rete: gli overhead. Ricordo che la classifica è riservata alle tenniste in attività, comprese fra le prime 100 del ranking.

Trovate la spiegazione completa sui criteri utilizzati per definire le graduatorie nella prima parte dell’articolo dedicato al dritto. Mentre per quanto riguarda le logiche che mi hanno portato alla suddivisione del gioco di rete in quattro temi, rimando all’articolo uscito martedì 5 maggio. In sintesi, le categorie previste sono queste:
– Volée e schiaffo al volo di dritto
– Volée e schiaffo al volo di rovescio
– Demivolée
Overhead

 

Gli overhead
Come ho spiegato nell’articolo del 5 maggio, ho deciso di riunire nella classifica di questa settimana i colpi di volo eseguiti al di sopra della testa (appunto, over head in inglese). Mi riferisco agli smash, alle veroniche (volée alte dorsali di rovescio), ai ganci, e a tutto questo genere di soluzioni affini.

La decisione di riunire tali colpi in una sola classifica è basata su diversi motivi. Il primo è che, pur essendo esecuzioni anche molto lontane tra loro, possono presentarsi come alternative differenti su parabole simili. Il secondo motivo è che tutti questi colpi richiedono alcune doti comuni che di solito non sono richieste dalle altre esecuzioni, a partire dalla capacità di muoversi per il campo guardando verso l’alto. Potrebbe sembrare una cosa banale, ma in realtà significa riuscire a spostarsi senza perdere l’equilibrio atletico e il senso della posizione.

Ci sono giocatrici capaci di discrete volée che faticano sugli smash perché tendono a perdere il senso dello spazio una volta che sono obbligate a guardare verso l’alto, senza avere più sott’occhio gli abituali riferimenti del campo. Per esempio Peng Shuai (che in doppio è stata anche numero 1 del mondo) in singolare ha dato prova di cavarsela sulle volée classiche, ma di combinare disastri sui lob da colpire in movimento, proprio per la sua difficoltà nel mantenere la corretta percezione dello spazio mentre si sposta guardando verso l’alto.

Ma questa è appena una parte del problema. Giocare bene uno smash non significa solo eseguire il gesto nel modo corretto; è qualcosa di più complesso, perché richiede innanzitutto una valutazione tattica, e solamente in seguito la sua realizzazione tecnica. Per prima cosa significa infatti stabilire se colpire quella specifica palla a parabola alta con uno smash al volo oppure in altri modi. Perché ci sono strade alternative per rimandare oltre la rete un pallonetto. Una opzione è lo smash, un’altra lo smash al rimbalzo, un’altra ancora lasciare scendere un po’ di più la parabola per colpirla con una volée o con uno schiaffo al volo. Ma si può perfino decidere di lasciar perdere, e attendere il rimbalzo e la successiva ricaduta della palla per gestirla con un “normale” dritto o rovescio al rimbalzo.

Le variabili da considerare sono molte: la profondità del lob, il tipo di curva che propone, la sua velocità, la posizione di chi deve colpire e quella di chi deve difendere. Sono decisioni tecnico-tattiche complesse da prendere però in una frazione di secondo. E tantissimo dipende anche dalla sicurezza che un tennista sente di avere nei confronti del colpo.

Di recente per esempio si è discusso sulla solidità esecutiva di Novak Djokovic negli smash. Ecco cosa ha detto Boris Becker durante la telecronaca della semifinale di Wimbledon 2018, poi vinta da Nole contro Nadal: “Ogni giocatore ha una debolezza. Posso dirti che la debolezza di Djokovic è il suo smash. Se tu prendi i primi 100 del mondo, lui è il peggiore. E te lo dico io (che l’ho allenato)”. “Niente ha funzionato (per migliorarlo). Abbiamo provato di tutto”.

Evidentemente da telecronista Becker ama le iperboli, ma forse avere delle incertezze nei confronti degli smash è un tratto dei grandissimi campioni, visto che un grosso rimpianto legato a questo colpo deve averlo avuto Venus Williams. Lo dico perché probabilmente l’ultimo treno in carriera per vincere uno Slam, Venus se l’è visto sfuggire in occasione della semifinale dello US Open 2017, persa in volata contro Sloane Stephens (6-1, 0-6, 7-5). Ricordo che in finale Stephens avrebbe facilmente vinto il titolo contro Madison Keys, una Keys bloccata dalle paure e forse anche da problemi fisici a una gamba.

Ebbene, nella semifinale Williams – Stephens, uno dei punti fondamentali era stato determinato anche da un mancato smash di Venus, che decidendo di colpire un lob con un più prudente dritto al volo aveva contribuito a mantenere in gioco la sua avversaria; a fine scambio Sloane l’avrebbe addirittura scavalcata con un secondo lob. Ecco lo scambio in questione:

Un pallonetto interpretato male, costato carissimo a Venus. Perché perdere scambi del genere pur trovandosi in chiara situazione di vantaggio può pesare molto sull’equilibrio di un match, visto che si possono innescare dinamiche psicologiche che incidono anche sui punti successivi. Dal 5-5 terzo set, Venus perse quel punto e poi anche il game (di battuta) e infine il match, con un parziale di 8 punti a 1. E lo Slam lo vinse Sloane Stephens.

Forse non c’è nessun altro colpo che pesa tanto sul piano mentale quanto lo smash, perché nasconde una insidia profonda. Mi spiego. Visto che quasi sempre è un colpo che si esegue in condizioni di vantaggio, chiuderlo a proprio favore sembra quasi obbligatorio. Ecco perché quando lo si sbaglia rimane nella mente del giocatore (e anche degli spettatori) come una specie di fallimento. La logica dovrebbe suggerirci che si tratta solo di un quindici, e invece sbagliare uno smash suona quasi come una piccola, pubblica umiliazione. Anche se non esiste tennista che non l’abbia provata almeno una volta, dal più scarso dei dilettanti al più forte dei professionisti.

Insomma, smashare non è poi così facile, e anche per questo sono stati adottati colpi alternativi, con l’obiettivo di trovare la soluzione più efficace ai diversi tipi di traiettoria. Il gancio, per esempio, è un modo di gestire le palle alte che stanno per scavalcare il giocatore, ed è una “invenzione” attribuita a Jimmy Connors, probabilmente il primo a utilizzarlo con regolarità. Quando poi si è passati a utilizzare con regolarità anche lo schiaffo al volo, logicamente si è sviluppata anche la versione alta.

Infine va considerata un’ultima variabile. Sui colpi sopra la testa influiscono più che mai le condizioni atmosferiche. Smashare contro sole, per esempio, può diventare improbo, così come tenere sotto controllo la traiettoria di un lob nelle giornate di forte vento, o peggio ancora quando il vento soffia incostante, a folate. In questi casi il coefficiente esecutivo sale in modo esponenziale, probabilmente più che per qualsiasi altro colpo.

Ecco per esempio una terribile situazione di luce (si tratta della nuova sede del torneo di Miami) nella quale anche una giocatrice super-esperta come Serena Williams ha di fatto dovuto rinunciare allo smash, finendo poi per perdere il punto:

Veniamo alla classifica di questa settimana. Per stabilirla in piccola parte mi sono basato su uno studio di Jeff Sackmann della fine 2017 pubblicato da TennisAbstract, che proponeva un interessante approccio per valutare l’efficacia delle diverse giocatrici di fronte alle opportunità di smash. Vale a dire: quando decidevano di colpire con uno smash e quando no, e con quale percentuale di riuscita. Rimando alla traduzione italiana (vedi QUI) per chi fosse interessato ad approfondire la questione.

Ma visto che la nostra classifica è stabilita sul rendimento 2019-20, ho in gran parte dovuto fare ricorso alle mie sensazioni, perché non dispongo di numeri aggiornati. Per questo suggerisco di interpretare la classifica senza dare troppa importanza alla sua graduatoria interna. Ritengo tutto sommato più attendibile la scelta dei dieci nomi, consapevole che sono comunque rimaste fuori alcune giocatrici che potrebbero a buona ragione reclamare un posto.

Questa volta però il nome che più mi spiace sia rimasto escluso è quello di Anna Lena Friedsam, non eleggibile perché attualmente è fuori dalle prime 100 (numero 106 per l’ultimo ranking). Friedsam (finalista in marzo a Lione) è stata a lungo ferma per problemi fisici, ma rimane a mio avviso una delle più efficaci nel colpire sopra la testa, grazie al superiore controllo del corpo in questi frangenti. Ecco comunque quali sono i 10 nomi scelti:

a pagina 2: La posizioni dalla 10 alla 6

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Jamie Hampton era speciale

Si è definitivamente conclusa la carriera di una giocatrice tanto talentuosa quanto sfortunata. Una tennista difficile da dimenticare malgrado abbia giocato ad alti livelli per pochi mesi

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Jame Hampton - Australian Open 2013

La scorsa settimana Jamie Hampton ha chiuso con il tennis professionistico: ha annunciato il ritiro con un tweet pubblicato martedì 19 maggio. A prima vista sembrerebbe una modalità consueta per i nostri tempi, se non fosse per un “dettaglio” che rende il tutto quasi incredibile: la fine ufficiale è arrivata a distanza di oltre sei anni dall’ultima partita disputata.

Dobbiamo risalire al 3 gennaio 2014, ad Auckland, torneo di apertura del circuito WTA. Hampton è reduce da uno stop di tre mesi (ultimo match allo US Open 2013), ma sembra avere recuperato la condizione. Jamie sta per compiere 24 anni (è nata l’8 gennaio 1990) ed è diventata stabile Top 30. In Nuova Zelanda sconfigge Tamira Paszek, Kristyna Pliskova e infine Lauren Davis; in questo modo raggiunge la semifinale dove la aspetta Venus Williams.

È un incoraggiante avvio di stagione, ma il primo confronto della sua carriera contro Venus non si svolgerà mai: un problema all’anca la costringe a dare forfait. Spiega in conferenza stampa: “Stamattina stavo facendo il riscaldamento, e sul finire ho deciso di tirare ancora un paio di colpi; e semplicemente mi si è bloccata l’anca. Ho parlato con il fisioterapista e il dottore: se fossi scesa in campo ci sarebbe stata la possibilità di aggravare la situazione.
È incredibilmente deludente. Mi sarebbe piaciuto poter affrontare una campionessa come Venus, e magari avere l’opportunità di giocare una finale e vincere il mio primo titolo. Ma così vanno le cose, fa parte del gioco e dell’essere un’atleta. Fosse accaduto lo scorso anno, sarei stata devastata, ma ho fatto molta strada per quanto riguarda la maturità e ho intenzione di fare i passi giusti in vista dell’Australian Open”.

 

Lo Slam è alle porte, occorre essere prudenti per non comprometterlo. Il forfait sembra una scelta precauzionale, invece la situazione non migliora. Hampton deve prima rinunciare allo Slam, e poi affrontare non uno, ma addirittura due interventi all’anca. Lo svela Chris Evert con un tweet del 9 febbraio. L’anca è uno dei punti più critici per chi gioca a tennis, e una doppia operazione cambia la prospettiva sul rientro: non più qualche settimana, ma parecchi mesi.

Di rinvio in rinvio, termina il 2014. E non basta un secondo tweet di Chris Evert del gennaio 2015 (che annuncia la ripresa degli allenamenti nella sua Academy) a cambiare davvero la situazione: anche la prima metà del 2015 passa senza che Hampton torni a competere. Ci si chiede cosa stia succedendo, fino a quando, nel mese di agosto, Jamie rilascia una intervista al sito WTA che racconta dettagli medici preoccupanti: “Ho avuto un totale di sei interventi chirurgici. All’anca destra, all’anca sinistra, al tendine di Achille sinistro, al gomito destro, al tendine di Achille destro, e di nuovo all’anca destra. Il problema al tendine di Achille destro è emerso quando ero in stampelle dopo l’operazione al tendine sinistro. La terza operazione all’anca (la seconda a destra) si è resa necessaria perché avevo accumulato un sacco di tessuto cicatriziale. La parte sinistra ora va bene, i principali problemi sono stati a destra: anca e tendine di Achille”.

Si scopre così che l’anno e mezzo trascorso lontano dai campi non è stato un “normale” periodo di operazione e convalescenza, quanto un autentico calvario chirurgico. L’unico piccolo segnale di speranza si ritrova nella frase “It’s definitely not over”. È la frase che conclude la risposta alla domanda su cosa dire ai tifosi che si preoccupano per lei: “Ai tifosi dico che li amo, e che se avessi risposte certe sul mio futuro sarei felice di dargliele. Ma purtroppo non ne ho. Ma sono ancora concentrata sul tennis, ci sto ancora provando, e quindi di sicuro non è finita.

L’intervista dell’agosto 2015 lascia tutti sospesi, incerti su cosa pensare per il suo futuro, anche perché non si avranno più novità per molto tempo. Tanto per dare una idea: nel luglio 2016 (in pratica un anno dopo) a Wimbledon, dove ero presente come inviato, avevo provato a chiedere di lei a qualche giornalista americano, senza avere notizie. Allora ho chiesto aiuto a Ubaldo Scanagatta, confidando sulla sua sterminata rete di conoscenze internazionali. Niente anche dai suoi contatti; tutto fermo all’intervista del 2015.

Un minimo aggiornamento arriva finalmente da un’altra intervista del maggio 2017, rilasciata per un podcast del giornalista del New York Times Ben Rothenberg. Su 50 minuti di colloquio, Jamie dedica pochi secondi per spiegare la sua situazione medica. La sensazione è che non abbia molta voglia di parlarne. Rettifica alcune voci sbagliate e spiega in estrema sintesi: “Non è vero che ho avuto sei interventi chirurgici all’anca. In realtà ho avuto più di sei interventi, in diverse parti del corpo, ma non tutti all’anca. E anche se una operazione è sempre una operazione, alcune sono state operazioni “minori”, di facile recupero. Non voglio dire quante ne ho avute in totale, ma sono state più di sei”.

Significa quindi che fra il 2015 e il 2017 Jamie è tornata ancora sotto i ferri. Mentre per quanto riguarda il futuro non è cambiata la posizione: “Non so se giocherò ancora o no, ma non ho ancora deciso di abbandonare e passare oltre, verso qualcosa di diverso”.

È assolutamente legittimo che una giocatrice voglia tutelare la propria privacy, non entrando nel dettaglio delle vicissitudini mediche. Se racconto tutto questo è perché credo di non essere stato il solo interessato alle traversie di Jamie Hampton. Molti appassionanti hanno sperato che potesse tornare a giocare: malgrado il periodo vissuto ad alti livelli in WTA fosse stato molto breve, Hampton aveva suscitato una profonda impressione. È venuto il momento di provare a spiegare perché. Facendo un ulteriore passo indietro nel tempo.

a pagina 2: Gli inizi e l’affermazione

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I migliori colpi in WTA: le demivolée

Decima puntata della serie dedicata alle giocatrici migliori nel singolo colpo. Chi possiede le demivolée più efficaci del circuito?

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Ons Jabeur

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio


Per la serie dedicata ai migliori colpi in WTA, ecco l’articolo che affronta il terzo tema del gioco di rete: le demivolée di dritto e di rovescio. Ricordo che la classifica è riservata alle tenniste in attività, comprese fra le prime 100 del ranking.

Trovate la spiegazione completa sui criteri utilizzati per definire le graduatorie nella prima parte dell’articolo dedicato al dritto. Mentre per quanto riguarda le logiche che mi hanno portato alla suddivisione del gioco di rete in quattro temi, rimando all‘articolo di due settimane fa. In sintesi, le categorie previste sono queste:
– Volée e schiaffo al volo di dritto
– Volée e schiaffo al volo di rovescio
– Demivolée
– Overhead

 

Le demivolée
Ormai in questa serie di articoli l’ho scritto infinite volte: nel tennis contemporaneo il gioco di rete è diventato minoritario, poco praticato rispetto a periodi del passato ricchi di giocatrici che adottavano il serve&volley o che comunque cercavano la rete con insistenza. Di conseguenza anche la demivolée è diventata un colpo più raro; anzi forse il più raro di tutti, visto che si devono verificare situazioni particolari perché venga utilizzato in uno scambio.

D’altra parte, nel tennis di oggi, basato sulla aggressività del gioco da fondo, sono aumentate le occasioni nelle quali si colpisce di mezzo volo dalla linea di fondo. Una scelta compiuta per non perdere campo e non lasciare l’iniziativa alla avversaria.

Occorre quindi un chiarimento, perché il colpo di controbalzo da fondo campo e quello nei pressi della rete richiedono doti un po’ differenti. In quello effettuato da dietro, che normalmente è eseguito su palle molto veloci, è necessario soprattutto un grande timing; in quello eseguito in avanti, di solito eseguito su palle più lente, è richiesta soprattutto una grande “mano”. Questo non significa che non possa capitare di giocare anche da fondo colpi tecnicamente molto simili alle demivolée “da rete”, ma si tratta di situazioni molto meno frequenti.

Per rimanere nel tema prestabilito, noi qui ci interessiamo del colpo giocato in avanti. Destrezza, sensibilità, rapidità di pensiero, capacità da giocoliere, sono alcune delle doti che aiutano a diventare abili esecutrici di demivolée nei pressi della rete. Ma aggiungerei anche una questione mentale. Per primeggiare nella demivolée è indispensabile un atteggiamento deciso e sereno: per riuscire in questo genere di colpi si deve essere convinte che attraverso il movimento in avanti si sta mettendo la maggiore pressione possibile all’avversaria.

Se, al contrario, chi si trova a rete si sente indebolita, come se fosse uscita dalla trincea inerme di fronte all’artiglieria nemica, allora è molto probabile che al momento di eseguire una demivolée si farà prendere dall’ansia, e finirà per sbagliare il colpo. Di recente in una intervista rilasciata a Eurosoport, Simona Halep ha detto testualmente: “Mi spavento quando sono nei pressi della rete” (“I get scared when I am around the net”). Si capisce che con uno stato d’animo del genere tutto diventa più difficile.

Veniamo alla scelta dei nomi. Avessi scritto questo articolo un paio di anni fa, avrei segnalato innanzitutto due giocatrici, che purtroppo nel frattempo si sono ritirate: Agnieszka Radwanska e Magdalena Rybarikova. Radwanska racchiudeva in sé il meglio sul piano della improvvisazione e della delicatezza di mano; Rybarikova invece era una specie di giocoliera prestata al tennis: in diverse interviste aveva raccontato come sin da piccola eccellesse in qualsiasi attività di destrezza eseguita con la palla, ben al di là delle esigenze richieste dal suo sport professionistico.

Senza loro due in gara, la scelta è diventata più ardua. Anche perché sono così infrequenti le occasioni in cui si esegue una demivolée che risulta davvero difficile, almeno per me, stabilire una gerarchia precisa. Sinceramente faccio anche fatica a separare l’esecuzione di dritto da quella di rovescio, ed è la ragione per cui ho preferito definire una graduatoria comune.

In sostanza mi sono trovato a non avere certezze granitiche. Per cui se avrete da ridire su chi è stata esclusa e chi no, ammetto subito di non possedere argomenti davvero persuasivi per difendere le mie posizioni. Tra le escluse cito (in ordine alfabetico): Andreescu, Bertens, Garcia, Kontaveit, Kuznetsova, Kvitova, Mertens, Sevastova, Stephens, Townsend, Vekic, Vondrousova, Serena Williams, Zheng Saisai.

Per la stessa difficoltà a definire valori precisi, alla fine ho sì scelto dieci nomi, ma ho preferito rinunciare a una gerarchia di merito. Mi sono limitato all’ordine alfabetico. Se ne avrete voglia, lascio a voi stabilire chi dovrebbe occupare le posizioni più alte della classifica di questa settimana.

a pagina 2: I primi cinque nomi (dalla A alla L)

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