L'estinzione dei colpi nel tennis (1a parte)

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L’estinzione dei colpi nel tennis (1a parte)

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TENNIS –  L’evoluzione del tennis contemporaneo ha portato alla progressiva scomparsa di colpi e schemi di gioco che erano fondamentali e frequentissimi nel tennis del secolo scorso. Analisi di quattro colpi in via di estinzione. Di Luca Baldissera e AGF

Natura non facit saltus: questo concetto, elaborato dal pensiero aristotelico, è fondamentale in Charles Darwin, che ha concepito l’evoluzione della specie come un fenomeno in cui i cambiamenti sono graduali, quasi impercettibili; ma impercettibili nel breve termine, perché se confrontati a distanza di tempo diventano invece chiaramente rilevabili; e a volte anche molto profondi.

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A mio avviso questa interpretazione funziona anche per il tennis, almeno da quando si è chiusa l’era delle racchette di legno.

 

Dopo quella svolta epocale, le cose hanno continuato a modificarsi: i campi, le palline, le racchette e le corde (che sono diventate via via più performanti) la stessa struttura fisica dei giocatori. Ma non per salti brutali, quanto per piccole, progressive mutazioni.

Negli ultimi decenni non c’è stato un giorno in cui è accaduta la rivoluzione; non c’è stato un Fosbury, come per il salto in alto, che affrontando di schiena l’asticella ha reso improvvisamente obsoleta la tecnica precedente. Però se guardiamo una partita di tennis di trent’anni fa e la confrontiamo con una partita di oggi riconosciamo un’evidente diversità.

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Quando Luca mi ha proposto di scrivere questo articolo insieme (riprendendo una dialogo che avevamo avuto tempo fa) mi ha mandato una mail in cui ha individuato i colpi di cui si parla più avanti, definendoli “colpi che vanno scomparendo”. In biologia si direbbe: in via di estinzione.

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Seguendo per anni le partite, giorno dopo giorno, possiamo dire che nessun “nuovo” tennista, per quanto fosse diverso e innovativo nella sua impostazione, ha sistematicamente battuto i rappresentanti del gioco precedente: vittorie e sconfitte si sono alternate con modalità che rendevano difficile l’individuazione della tendenze che avrebbero prevalso.

Se però consideriamo la situazione a lungo termine, ci accorgiamo, ad esempio, che il serve&volley è scomparso (non bastano gli Stepanek o i Llodra a confutare la sostanza del ragionamento) e oggi sembra impossibile che qualcuno possa vincere gli Slam buttandosi a rete, come facevano Edberg o Navratilova.

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Sul piano della evoluzione tennistica (anche in senso darwiniano) possiamo dire che il gioco di Agassi ha prevalso su quello di Sampras; ma quando assistevamo alle loro partite non credo ci fosse una simile, preveggente, consapevolezza.

Ecco, avendo come riferimento questo sguardo a lungo termine, abbiamo deciso di presentare alcuni colpi che si vedono sempre meno nelle partite dei professionisti.

Io ho recuperato gli esempi delle donne, Luca quelli degli uomini e soprattutto si è occupato di tutte le analisi tecniche, che io non sarei in grado di fare.

In sostanza: la parte di presentazione è scritta da me, AGF, l’analisi tecnica da Luca Baldissera.

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Per presentare i colpi femminili in via di estinzione ho scelto un’unica partita, del 1997 con in campo due tenniste dalle caratteristiche differenti. E’ la finale del Masters disputata a New York tra Novotna e Pierce.

Da una parte Jana Novotna, ormai ventinovenne. Una delle ultime rappresentanti del gioco di attacco classico: colpi ad una mano sia di dritto che di rovescio, schemi costruiti sulla verticale, con l’aggressività che si esprime attraverso la ricerca della rete per chiudere gli scambi di volo

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Dall’altra Mary Pierce, 22 anni: giocatrice con una impostazione molto più vicina al “power tennis” contemporaneo. Che significa: fisico potente, rovescio a due mani e predominanza del movimento in orizzontale; l’aggressività si esprime attraverso la ricerca del controllo dello scambio da fondo, con vincenti che non richiedono la discesa a rete.

 

1) Approccio in slice

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Un colpo che non è concepito per essere direttamente vincente, ma è funzionale alla discesa a rete, perché consente di avere il tempo di prendere una buona posizione per la successiva volèe.

Come accade qui

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Oggi nelle (rare) occasioni in cui le giocatrici decidono di prendere la rete, utilizzano il topspin tirato al massimo, nella speranza di chiudere lo scambio direttamente; oppure, male che vada, di dover giocare a rete una “benedizione” senza troppi rischi, perché l’attacco deve essere tale da impedire all’avversaria di organizzare repliche pericolose.

Qui un esempio di una giocatrice dall’impostazione molto contemporanea come Eugenie Bouchard.

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Ecco qui la versione maschile. Adriano Panatta (contro Ivan Lendl) che si esibisce in uno schema davvero tipico del suo gioco: attacco slice e conclusione con veronica.

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Analisi tecnica

I prerequisiti più importanti di un’efficace gioco di volo, molto più determinanti della tecnica esecutiva e della manualità nell’esecuzione delle volée in se stesse, sono il ritmo (o timing) con il quale viene sviluppata l’azione in verticale, e il conseguente posizionamento a rete. Scegliere il momento sbagliato, anticipandolo o ritardandolo troppo, per attaccare in avanzamento, comporterà inevitabilmente il ritrovarsi fuori posizione rispetto alla rete (tipicamente troppo indietro), oppure rispetto all’angolo potenziale del passante o della difesa avversaria (tipicamente troppo al centro, invece che a coprire il lungolinea).

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Fino a una decina di anni fa, chi sceglieva di aggredire la rete, aveva due opzioni principali. La prima era seguire il servizio (che deve nella maggior parte dei casi avere traiettoria esterna e relativamente rallentata, ma caricata di rotazione, cioè slice da destra e kick da sinistra per i destri, per dare il tempo al volleatore di arrivare allo split-step di posizionamento almeno più avanti della metà campo, e contemporaneamente per aprire gli spazi), cosa che occasionalmente si vede fare ancora oggi, pur se nemmeno lontanamente con la stessa continuità della generazione precedente. La seconda era, nell’istante opportuno durante lo scambio da fondocampo, trovare una palla adatta da tagliare dall’alto in basso, in avanzamento, cercando traiettorie in questo caso soprattutto profonde, con rimbalzi il più possibile bassi, per costringere il difensore a passanti giocati dal basso verso l’alto su palle con poco peso.
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L’elemento in comune di queste due opzioni è che la palla da seguire a rete non deve essere eccessivamente veloce o potente, per evitare il rischio di vedersela ritornare addosso (o peggio, tra i piedi) troppo presto, prima di aver potuto steppare e poi trovare la corretta posizione per chiudere gli angoli. Come detto, anche se ormai è divenuta una soluzione “jolly”, il serve&volley talvolta in ambito ATP (WTA purtroppo molto meno) si vede ancora, ovviamente sulle superfici più rapide e solo in modo randomizzato, appunto per sorprendere il ribattitore.
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Quello che non si vede praticamente più, invece, è la soluzione di approccio in slice durante lo scambio, e non parliamo delle situazioni obbligate come per esempio i recuperi su palle corte, ma della scelta consapevole dell’attacco con taglio sotto invece delle canoniche botte in top-spin sulle palle che lo consentirebbero. La tecnica esecutiva dello slice aggressivo (da non confondere con i back e i chop in recupero difensivo, la discriminante è l’accompagnamento finale) è estremamente difficile, in particolare per il fatto che non viene colpito con appoggi fermi ma in avanzamento verticale-affiancato, il che richiede grande sensibilità e controllo dell’equilibrio.
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L’impugnatura della racchetta (con grip continentale) viene portata all’altezza degli occhi, mentre il braccio esegue un “wrap” (avvolgimento) con flessione del gomito che porta la testa della racchetta oltre le spalle del giocatore. Contemporaneamente, viene eseguita la rotazione busto-spalle, e l’affiancamento della stance, con appoggio sulla gamba avanzata, appoggio che però viene caricato con il peso del corpo in fase dinamica, ovvero senza interrompere il movimento in avanti. Infatti, nello stesso momento in cui si sviluppa il movimento a colpire, si dovrà partire con la corsa verso la rete, di solito con un primo cross-step laterale che si trasformerà in passi frontali dopo il rilascio della palla, per poi trovare uno split-step di posizionamento il più avanzato possibile. Il finale sarà con piatto corde orizzontale-laterale (i back difensivi e i chop in recupero hanno finale con testa della racchetta portata verso il basso), il grip continentale rimarrà invariato per colpire la volée.
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Azione molto tecnica, complessa, dinamica, e spettacolare: per anni abbiamo ammirato autentici specialisti del cosiddetto “affetta e scendi”, da Adriano Panatta, Yannick Noah e Martina Navratilova, passando per Stefan Edberg, Pat Cash e Jana Novotna, e arrivando ai contemporanei Michael Llodra, Radek Stepanek e Feliciano Lopez. Attualmente, ci sono ottimi giocatori anche a livello top (Roger Federer su tutti) dotati di grandi slice, ma l’utilizzo del colpo come approccio alla rete in modo continuativo è ormai scomparso.
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Oggi come oggi, io posso anche eseguire uno slice perfetto, profondo e tagliatissimo: ma mi troverò a farlo su superfici molto più lente e abrasive di vent’anni fa, che restituiscono rimbalzi alti e frenati togliendo efficacia alla componente principale del colpo, ovvero l’ottenimento di una palla bassa e sfuggente (eccezione, l’erba, ma anche lì la resa è stata cambiata molto). Dopodiché, dall’altra parte della rete, avrò un avversario che su tale palla non tanto bassa e che non “schizza via” abbastanza, potrà tirare il passante in relativa comodità, e potrà trovare, grazie principalmente alle corde in monofilamento, quantità di top-spin una volta impensabili. Questo significa angoli più stretti in diagonale, e colpi a rientrare in lungolinea, a velocità altissima: cose un tempo riuscivano solo ai fuoriclasse del passante (Bjorn Borg, Ivan Lendl, Chris Evert, Martina Hingis) adesso sono parte “standard” del bagaglio tecnico di qualunque professionista, e la rete è praticamente diventata indifendibile seguendo uno slice classico. In modo altrettanto standard, inevitabilmente la scelta obbligata per tutti sulle palle “attaccabili” è diventata il tirare l’ennesima botta in top cercando l’angolo o lo sfondamento, senza seguire in avanti l’azione di gioco, e rinunciando così a qualsiasi variazione.

2) Volée in avanzamento – schiaffi al volo

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Si è visto come il back di approccio fosse concepito come parte di uno schema articolato in più colpi. In modo simile anche a rete si poteva pensare di eseguire volèe che non erano impostate per essere definitive, ma per raggiungere una posizione di maggiore controllo dello scambio, chiudendolo con il colpo successivo.

Lo schema era questo: discesa a rete, volèe interlocutoria, ulteriore passo avanti per coprire in modo ideale la rete, colpo di volo definitivo.

La discesa poteva essere fatta dopo un attacco o direttamente dopo il servizio.

 

Oggi quando ci si muove in avanti si cerca di chiudere il prima possibile, perché lo stazionamento a rete è sentito come una situazione ad alto rischio. E allora ecco la scelta più potente e definitiva possibile, cioè lo schiaffo al volo.

 

Per la versione al maschile non credo che Edberg abbia bisogno di presentazioni. Dico solo che il suo tennis non era concepito per cercare obbligatoriamente punti diretti con i colpi di inizio gioco (servizio e anche prima volèe), ma soprattutto per prendere la rete nel miglior modo possibile e dominare lo scambio da quella posizione.

Edberg e la gestione della “prima” volèe.

E questo è un “Serve&Schiaffone al volo” (definizione “tecnica di Luca) di Fernando Verdasco, ripreso da una posizione meno consueta.

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Analisi tecnica

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Nelle situazioni di gioco in cui un tennista si trova in condizione di oggettivo vantaggio, ovvero dopo un gran servizio o una efficace accelerazione da fondocampo che ottengono in “premio” una palla difensiva non troppo veloce e abbastanza alta, l’azione in avanti è praticamente obbligata.

Ma anche qui, fino a una ventina di anni fa, la soluzione era uno split-step di posizionamento verso la metà campo, l’esecuzione quindi di una volée all’altezza delle spalle alla ricerca di profondità e di precisione (spesso cercando il contropiede per destabilizzare l’avversario), una ulteriore progressione verso la rete, seguita da uno step che portava a un secondo e definitivo colpo al volo.

Come dicevano i maestri di un tempo, “la prima piazzata, la seconda chiusa”.

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La volée in avanzamento è un colpo interlocutorio eseguito più o meno a metà campo, che va accompagnato in avanti con l’azione del gomito e dell’avambraccio (non solo “di mano” e polso come le volée standard nei pressi della rete), e con il peso del corpo proiettato verso la palla per poterla seguire con la massima rapidità. Il punto fondamentale qui è la precisione, il dare la giusta quantità di taglio sotto, e il trovare gli spazi corretti per rendere impossibile un passante competitivo a un avversario già in difficoltà: ma senza rischiare assolutamente l’errore cercando il vincente diretto, che se arriva va benissimo, ma lo scopo è la chiusura facile con la volée successiva.

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Gli strepitosi interpreti del serve&volley avevano tutti una cosa in comune, e in più rispetto agli altri: una grande, grandissima volée in avanzamento (la “prima volée”, la più importante, molto più decisiva dei successivi tocchi a chiudere), con la quale facevano quello che volevano, ovvero rendere un inferno la vita dei ribattitori, non appena la risposta al servizio era meno che bassissima, e spesso tiravano su magnificamente anche quelle.

Lo stesso discorso del serve&volley si applica riguardo alle situazioni di attacco/vantaggio in seguito a incisivi colpi da fondocampo. Palla “svolazzante” a mezza altezza? Volée in avanzamento piazzata in sicurezza, e poi chiusura sulla rete.

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Ma esattamente come nel caso dell’approccio in slice, la velocità di palla e gli angoli consentiti oggi dal top-spin estremo esploso con i monofilamenti hanno reso questa esecuzione obsoleta e improduttiva. Per quanto perfettamente piazzata, la mia bella volée in avanzamento sarò quasi sempre costretto a giocarla da troppo indietro (e basta un metro per fare la differenza) a causa della rapidità con cui si sviluppa lo scambio, sarà quindi dura destabilizzare efficacemente l’avversario, e mi ritroverò a fronteggiare passanti che ormai stanno dentro a tutti pure in allungo, spesso senza aver avuto modo di posizionarmi correttamente. Addio anche alle “approach volleys”.

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La soluzione “moderna” è, in effetti, una non-soluzione: quando, per le prime volte, Andre Agassi, e poi le sorelle Williams, hanno cominciato ad avventarsi su qualsiasi cosa fosse aggredibile da metà campo tirando quelli che poi sono diventati universalmente noti come “schiaffi al volo” (swinging volleys), ovvero dritti (e a volte rovesci) colpiti in stance semifrontale, con impugnature semiwestern e western, prima del rimbalzo, erano cose mai viste. Ma la difficoltà tecnica del tirare un dritto assolutamente identico (salvo una preparazione meno ampia e un finale windshield-wiper molto accentuato) a quello giocato dopo il rimbalzo, però al volo, è molto minore di quello che si pensi, e infatti tale esecuzione ormai viene padroneggiata da tutti. Una buona metà delle già rare azioni di serve&volley nel tennis moderno, soprattutto in ambito WTA per esempio, è costituita dalla combinazione servizio-schiaffo al volo, il tutto di pura potenza.

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Quello che viene perso, invece, è la possibilità di variare angoli, velocità, e profondità: semplicemente si tira fortissimo verso lo spazio aperto del campo, pochissime volte viene cercato il contropiede, e si cerca il vincente mediante sfondamento invece che piazzamento. L’opzione “potenza a tutti i costi”, purtroppo, è ormai obbligata per i motivi già analizzati: nel tennis di oggi, è quasi più importante la velocità e il top-spin che si è in grado di imprimere alla palla, piuttosto che la capacità di piazzarla con precisione e tocco. Evoluzione inevitabile, ma tecnicamente un impoverimento evidente.

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domani la seconda parte

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Opinioni

Cinque idee per migliorare il tennis

Dalla regola del quinto set negli Slam al controverso medical time out, passando per la distribuzione dei punti ATP: come può essere migliorato il tennis? Discutiamone insieme

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Rafa Nadal - Indian Wells 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Con lo sport ancora fermo ai box per chissà quanto tempo, il momento pare adatto per discutere su come cambiare il tennis in modo da renderlo più appetibile, televisivo, popolare. O anche, semplicemente, più coerente. Esistono infatti ancora aspetti del regolamento stesso del tennis che sono controversi e su cui non solo gli appassionati, ma anche gli stessi tennisti e direttori, dibattono. In questo articolo vogliamo andare dritti al sodo proponendo cinque aspetti del regolamento che potrebbero essere migliorati. Altri aspetti, legati ad alcune cattive abitudini connaturate al tennis, verranno analizzati in un articolo successivo nel fine settimana.

Tutte le sigle che governano il tennis in questi ultimi anni hanno tentato delle sperimentazioni, già implementate in alcuni tornei. La ATP ad esempio, come tutti sanno, sta sfruttando le NextGen Finals per testare alcune idee come il Fast4 (set brevi a chi arriva prima a quattro game, con tie-break sul tre a tre), il NoAd con punto secco sul 40 pari, il No Let che prevede di giocare lo scambio anche se la pallina tocca la rete sul servizio, e così via, fino al coaching libero e alla gestione degli asciugamani. Questi cambiamenti sono appunto già stati sperimentati e quindi non ce ne occuperemo in questo articolo. Andiamo invece di seguito a proporre cinque idee ancora poco (o per nulla) dibattute, elencandole a salire dalla meno alla più significativa.

5 – Cambio di campo durante i Super tie-break

Come detto, si tratta di una minuzia che non cambierà la storia del tennis, ma durante i Super tie-break non si dovrebbe cambiare campo ogni sei punti. La regola ha senso nei tie-break in formato classico: si cambia campo dopo il sesto punto per assicurarsi che entrambi i tennisti ne giochino almeno uno in ogni lato. Pensiamo ad esempio a condizioni di sole basso all’orizzonte che possono sfavorire chi gioca controsole, o di vento contro o a favore. Girando ogni sei punti si garantisce almeno un cambio campo nel corso del tie-break, e ulteriori se (e solo se) si proceda a oltranza. La norma è logica e corretta, ma proprio per questo motivo nel Super tie-break andrebbe adattata alla lunghezza di quest’ultimo, cambiando quindi ogni nove punti.

 

Con il cambio al sesto e dodicesimo punto infatti si va incontro a due problemi. Il primo è che il ritmo del gioco diviene estremamente frammentato, proprio in un momento clou dell’incontro. I Super tie-break in cui si giocano 12 punti o meno sono rarissimi, sotto l’uno per cento, il che significa avere quasi sempre due cambi campo, uno dei quali perfettamente evitabile. Il secondo problema è la regolarità stessa del Super tie-break. Essendo la durata media di questi intorno ai 17 punti, alla fine ogni tennista avrà giocato di norma 11 scambi in un lato del campo e sei nell’altro. Una discrepanza particolarmente accentuata.

Per spiegarci meglio, supponiamo per assurdo che eventi atmosferici rendano un lato del campo talmente vantaggioso che chi gioca da quella parte della rete, vinca il punto il 100% delle volte. Il sistema con cui i cambi campo sono costruiti al momento fan sì che fino al 6 pari, e anche durante il tie-break, nessuno possa vincere il set sfruttando quella condizione. Si procederà a oltranza in situazione di parità, come corretto. Con l’attuale sistema usato per il Super tie-break invece, questa condizione di giusto equilibrio viene interrotta, e il giocatore che ha la fortuna di servire per primo dal lato di campo favorevole, vincerà il game per 10-6. Ovviamente questa è un’esagerazione per spiegare meglio il principio, ma anche se il vantaggio di giocare da un lato fosse minimo, è comunque corretto che entrambi i giocatori ne approfittino ugualmente. Anche perché i Super tie-break decidono le sorti dell’intero incontro.

4 – Uniformità per il quinto set degli Slam

Di questo in realtà si sta parlando abbondantemente, da quando anche l’Australian Open e Wimbledon hanno abbandonato il concetto del quinto set a oltranza da vincersi con due game di vantaggio; molto probabilmente presto anche il Roland Garros, ultimo torneo al mondo dove si procede ad libitum, sarà costretto a rivedere le sue clausole. Piccola chiosa insignificante, chi scrive era ed è un fan dell’oltranza. Vero è che un match maratona può inficiare la prestazione del vincitore al turno successivo, ma si tratta comunque di un risultato del campo. Nulla di irregolare, saper battere il proprio avversario risparmiando più energie possibile fa parte del gioco.

L’oltranza ci ha regalato pagine epiche di questo sport. Basti pensare alle Olimpiadi di Londra con Tsonga, che dopo il 25-23 a Raonic sconfisse Lopez in due set al turno successivo, e la semifinale fra Federer e Del Potro, con l’argentino che nonostante la fatica e la sconfitta per 19-17, batté Djokovic nella finale per il bronzo, sempre in due set. Parlando poi dell’incontro cui tutti pensano, ovvero il celeberrimo 70-68 fra Isner e Mahut, certamente sarà stato una faticaccia. Ma fra 100 anni due saranno ricordati ancora per quella partita, mentre di altri tennisti con carriere simili solo il web conserverà memoria.

Tornando al punto principale, in ogni caso va ammesso che ormai la direzione intrapresa è quella del tie-break anche al quinto set. Fermo restando che non c’è nulla d’irregolare nel fatto che ogni Slam faccia come gli pare, sarebbe bello che l’ITF mediasse per avere una regola comune fra tutti. In quel caso il compromesso più accettabile, che nessuno ancora adotta, sarebbe il Super tie-break sul 12 pari. Giungere fino a dodici game nel quinto set è più corretto. Non stanca troppo i giocatori, dà comunque ai fan dell’oltranza un contentino, e tiene gli spettatori incollati ai teleschermi. L’ormai iconica finale di Wimbledon dello scorso anno avrebbe perso una buona fetta della sua epica con un tie-break sul 6 pari. E chissà quanti bei momenti di tennis ci saremmo potuti godere con qualche game in più agli US Open in queste ultime decadi.

Allo stesso modo, il Super tie-break, se proprio deve essere un game secco a decidere un match, è meno aleatorio di un tie-break normale e lascia più spazio a capovolgimenti di fronte. Purché, mi raccomando, si cambi campo ogni nove punti.

Novak Djokovic e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

3 – Definizione dell’inizio del punto

Altro aspetto di cui si parla stranamente poco riguarda il lancio della pallina nel movimento del servizio. Da regolamento nel tennis il punto inizia quando il giocatore al servizio comincia il movimento per impattare la pallina con la racchetta. Ne consegue che il lancio della stessa può essere ripetuto più volte. Per assurdo anche mille, senza incorrere in penalità, purché non si faccia il gesto di volerla colpire. L’idea di poter ripetere il gesto finché non ci si sente a proprio agio deriva da un periodo in cui il tennis era uno sport esclusivamente per gentiluomini e gentildonne, e di certo non si voleva litigare e discutere per una minuzia simile.

Ancora oggi una corretta etiquette del tennis fa sì che in generale gli atleti non si approfittino di questa opzione per distrarre l’avversario o irretirlo. Tuttavia, a volte è capitato, tantoché la USTA ha rilasciato dei suggerimenti nel proprio manuale del Fair Play anche riguardo a questo aspetto. In generale è sbagliato il concetto di base: il lancio della palla è un gesto tecnico tanto quanto un rovescio o uno smash, e non c’è motivo logico per cui dovrebbe essere ripetuto fin quando non riesce bene. Certamente le condizioni atmosferiche a volte possono renderlo molto difficile, ma è un principio che vale per ogni altro aspetto del gioco. Se poi appunto contiamo che ciò lascia spazio potenzialmente a furberie e irregolarità, soprattutto con l’avvento dello shot clock, la regola dovrebbe essere cambiata.

Un motivo a suffragio risiede anche nel fatto che una situazione simile si è già presentata nel mondo dello sport. Stiamo parlando della pallavolo, dove in passato, come nel tennis, il movimento del servizio poteva essere ripetuto (una sola volta) se il lancio della palla era venuto male. Successivamente si decise di eliminare il secondo tentativo, poiché da quando molti giocatori iniziarono a eseguire la battuta al salto, la concessione del doppio tentativo si era trasformata in una discreta perdita di tempo. Gli ‘abusi’ di questa libertà portarono dunque la Federazione Internazionale a modificare la norma. Nel campo del tennis invece l’unico torneo a introdurre questa regola in via sperimentale fu l’IPTL, esperimento della scorsa decade che proponeva diverse novità interessanti, ma che per ragioni di budget e logistica ha avuto vita molto breve.

2 – Ripartizione dei punti nei tornei

Premettiamo: la classifica ATP così come è congegnata è un gioiellino quasi perfetto. Non a caso quasi sempre il titolo di “Player of the Year” è andato a colui che anche il computer ha individuato come numero 1 del mondo secondo i punteggi assegnati nei vari tornei. Ciononostante qualche lifting nel corso degli anni se lo è permesso anche il sistema di ripartizione dei punti, l’ultimo nel 2009, al fine di migliorare sempre di più la coerenza dei dati del computer con ciò che si vede sul campo.

Il Ranking così com’è non fa felici tutti i giocatori. Più volte in passato Nadal ha proposto, senza successo, l’idea di una classifica su base biennale, come accade nel golf. Più sottovoce invece è passata una considerazione di Federer che merita altrettanta attenzione, ovvero che i punti assegnati nei tornei sono troppo sbilanciati a favore del vincitore. Nello specifico, 360 punti per i quarti di finale di uno Slam, ovvero poco più di quelli guadagnati da chi perde la finale in torneo ATP 500, paiono un po’ miseri se confrontiamo l’importanza dei due traguardi.

Anche la progressione dei punti sembra seguire una logica matematica che salta di colpo nei piani alti. Nei primi turni infatti i punteggi raddoppiano a ogni gradino: 45, 90, 180, 360, 720. Fino alla semifinale, ogni vittoria fa guadagnare esattamente i punti accumulati fino a quel momento. Tra semifinale e finale però c’è un declino netto. Da 720 a 1200, significa che la vittoria della semifinale porta in dote “solamente” 480 punti, pochi di nuovo se raffrontati ai 720 che dovrebbe valere se la regola del raddoppio continuasse.

Una progressione più corretta, fermo restando il principio che la vittoria finale valga 2000 punti, dovrebbe salire in maniera più lineare, abbandonando prima la regola del raddoppio e premiando di più traguardi di prestigio come il raggiungimento della seconda settimana, o il passaggio del primo turno. Una vittoria in una partita di uno Slam per molti giocatori significa la realizzazione di un sogno e non può avere il valore di una semifinale in un Challenger (45 punti). Senza nulla togliere ai giocatori che si sono onestamente costruiti una classifica da top 100 a suon di tornei ITF, chi ben figura negli Slam dovrebbe essere maggiormente premiato.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Una proposta su cui discutere potrebbe essere la seguente progressione: (10), 80, 160, 320, 560, 880, 1320, 2000. Sono numeri pensati anche per poter essere divisibili per otto, e quindi applicabili con la stessa progressione fin dai tornei ATP 250, cosa che con il sistema attuale non è possibile dovendo fare degli arrotondamenti.

1 – Medical Time Out

E veniamo al problema principale, il benedetto Medical Time Out. Una tradizione tutta tennistica generatrice di mille controversie. Per chi conoscesse il tennis marginalmente ripetiamo la norma in poche parole: a un giocatore è concesso chiedere una pausa dal gioco per usufruire di un intervento medico, ma solo nel caso in cui si tratti di un infortunio “occasionale”, e non di una condizione fisica dovuta a un cattivo stato di forma come, ad esempio, i crampi.

La regola è molto cervellotica e presenta diverse aree grigie e sfumature. Negli anni innumerevoli sono state le accuse di fan, pubblico, e a volte di tennisti stessi (ultimo Giannessi contro Duck He-Lee ai recenti Australian Open) verso atleti colpevoli di aver finto un infortunio solo per distrarre l’avversario, rifiatare, ottenere qualche consiglio tattico. Il Medical Time Out non fa davvero contento nessuno, è una norma troppo opinabile e francamente priva di una logica sportiva. Infortunarsi non fa piacere, ma è parte del gioco. Ovviamente negli sport di contatto occorre prevedere la possibilità che un infortunio possa essere causato dall’azione di un avversario, nel qual caso permettere la cura è logico e lecito. Il tennis però, non rientra fra questi.

Il problema ha due soluzioni. La prima è eliminare il Medical Time Out del tutto: chi non è più in grado di giocare si ritira e lascia strada all’avversario. Quella però che vogliamo proporre, probabilmente più giusta e semplice, è di togliere semplicemente la parola “Medical”, e di trasformarlo in un normalissimo Time Out, che già esiste in molti altri sport. In tante altre discipline il Time Out può essere richiesto e non c’è bisogno di addurre (o di fingere) nessuna motivazione particolare. Sport come basket, pallavolo, pallanuoto addirittura fanno del Time Out un’arte. Prendersi una pausa per far mente locale e allo stesso tempo far perdere il “momentum” all’avversario è più che lecito, anzi: è l’essenza stessa del Time Out.

L’arzigogolo per cui nel tennis debba essere considerato immorale, e debba per questo essere mascherato dietro alla motivazione (sovente fittizia) di necessità mediche, poteva forse avere un senso logico in passato, ma oggi di certo non ce l’ha più. In uno sport ad alta componente psicologica come il tennis, l’istituzione del Time Out, durante il quale magari permettere il coaching, può solo rendere lo sport più interessante, e certamente eliminare tante inutili controversie. Sulle modalità poi si può discutere separatamente: una proposta potrebbe essere un Time Out per incontro, più uno supplementare in caso di set decisivo, da chiamarsi sempre a cambio campo. Nel caso per qualsiasi ragione un giocatore voglia usufruire del Time Out in un altro momento, dovrà concedere tutti i punti fino al successivo cambio campo.

E ora la parola ai lettori. Siete d’accordo con le proposte elencate nell’articolo? Quali vi paiono più urgenti e sensate? Quali altri cambiamenti proporreste per modificare il tennis a livello di regolamenti? Sbizzarritevi nei commenti.

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Al femminile

Jamie Hampton era speciale

Si è definitivamente conclusa la carriera di una giocatrice tanto talentuosa quanto sfortunata. Una tennista difficile da dimenticare malgrado abbia giocato ad alti livelli per pochi mesi

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Jame Hampton - Australian Open 2013

La scorsa settimana Jamie Hampton ha chiuso con il tennis professionistico: ha annunciato il ritiro con un tweet pubblicato martedì 19 maggio. A prima vista sembrerebbe una modalità consueta per i nostri tempi, se non fosse per un “dettaglio” che rende il tutto quasi incredibile: la fine ufficiale è arrivata a distanza di oltre sei anni dall’ultima partita disputata.

Dobbiamo risalire al 3 gennaio 2014, ad Auckland, torneo di apertura del circuito WTA. Hampton è reduce da uno stop di tre mesi (ultimo match allo US Open 2013), ma sembra avere recuperato la condizione. Jamie sta per compiere 24 anni (è nata l’8 gennaio 1990) ed è diventata stabile Top 30. In Nuova Zelanda sconfigge Tamira Paszek, Kristyna Pliskova e infine Lauren Davis; in questo modo raggiunge la semifinale dove la aspetta Venus Williams.

È un incoraggiante avvio di stagione, ma il primo confronto della sua carriera contro Venus non si svolgerà mai: un problema all’anca la costringe a dare forfait. Spiega in conferenza stampa: “Stamattina stavo facendo il riscaldamento, e sul finire ho deciso di tirare ancora un paio di colpi; e semplicemente mi si è bloccata l’anca. Ho parlato con il fisioterapista e il dottore: se fossi scesa in campo ci sarebbe stata la possibilità di aggravare la situazione.
È incredibilmente deludente. Mi sarebbe piaciuto poter affrontare una campionessa come Venus, e magari avere l’opportunità di giocare una finale e vincere il mio primo titolo. Ma così vanno le cose, fa parte del gioco e dell’essere un’atleta. Fosse accaduto lo scorso anno, sarei stata devastata, ma ho fatto molta strada per quanto riguarda la maturità e ho intenzione di fare i passi giusti in vista dell’Australian Open”.

 

Lo Slam è alle porte, occorre essere prudenti per non comprometterlo. Il forfait sembra una scelta precauzionale, invece la situazione non migliora. Hampton deve prima rinunciare allo Slam, e poi affrontare non uno, ma addirittura due interventi all’anca. Lo svela Chris Evert con un tweet del 9 febbraio. L’anca è uno dei punti più critici per chi gioca a tennis, e una doppia operazione cambia la prospettiva sul rientro: non più qualche settimana, ma parecchi mesi.

Di rinvio in rinvio, termina il 2014. E non basta un secondo tweet di Chris Evert del gennaio 2015 (che annuncia la ripresa degli allenamenti nella sua Academy) a cambiare davvero la situazione: anche la prima metà del 2015 passa senza che Hampton torni a competere. Ci si chiede cosa stia succedendo, fino a quando, nel mese di agosto, Jamie rilascia una intervista al sito WTA che racconta dettagli medici preoccupanti: “Ho avuto un totale di sei interventi chirurgici. All’anca destra, all’anca sinistra, al tendine di Achille sinistro, al gomito destro, al tendine di Achille destro, e di nuovo all’anca destra. Il problema al tendine di Achille destro è emerso quando ero in stampelle dopo l’operazione al tendine sinistro. La terza operazione all’anca (la seconda a destra) si è resa necessaria perché avevo accumulato un sacco di tessuto cicatriziale. La parte sinistra ora va bene, i principali problemi sono stati a destra: anca e tendine di Achille”.

Si scopre così che l’anno e mezzo trascorso lontano dai campi non è stato un “normale” periodo di operazione e convalescenza, quanto un autentico calvario chirurgico. L’unico piccolo segnale di speranza si ritrova nella frase “It’s definitely not over”. È la frase che conclude la risposta alla domanda su cosa dire ai tifosi che si preoccupano per lei: “Ai tifosi dico che li amo, e che se avessi risposte certe sul mio futuro sarei felice di dargliele. Ma purtroppo non ne ho. Ma sono ancora concentrata sul tennis, ci sto ancora provando, e quindi di sicuro non è finita.

L’intervista dell’agosto 2015 lascia tutti sospesi, incerti su cosa pensare per il suo futuro, anche perché non si avranno più novità per molto tempo. Tanto per dare una idea: nel luglio 2016 (in pratica un anno dopo) a Wimbledon, dove ero presente come inviato, avevo provato a chiedere di lei a qualche giornalista americano, senza avere notizie. Allora ho chiesto aiuto a Ubaldo Scanagatta, confidando sulla sua sterminata rete di conoscenze internazionali. Niente anche dai suoi contatti; tutto fermo all’intervista del 2015.

Un minimo aggiornamento arriva finalmente da un’altra intervista del maggio 2017, rilasciata per un podcast del giornalista del New York Times Ben Rothenberg. Su 50 minuti di colloquio, Jamie dedica pochi secondi per spiegare la sua situazione medica. La sensazione è che non abbia molta voglia di parlarne. Rettifica alcune voci sbagliate e spiega in estrema sintesi: “Non è vero che ho avuto sei interventi chirurgici all’anca. In realtà ho avuto più di sei interventi, in diverse parti del corpo, ma non tutti all’anca. E anche se una operazione è sempre una operazione, alcune sono state operazioni “minori”, di facile recupero. Non voglio dire quante ne ho avute in totale, ma sono state più di sei”.

Significa quindi che fra il 2015 e il 2017 Jamie è tornata ancora sotto i ferri. Mentre per quanto riguarda il futuro non è cambiata la posizione: “Non so se giocherò ancora o no, ma non ho ancora deciso di abbandonare e passare oltre, verso qualcosa di diverso”.

È assolutamente legittimo che una giocatrice voglia tutelare la propria privacy, non entrando nel dettaglio delle vicissitudini mediche. Se racconto tutto questo è perché credo di non essere stato il solo interessato alle traversie di Jamie Hampton. Molti appassionanti hanno sperato che potesse tornare a giocare: malgrado il periodo vissuto ad alti livelli in WTA fosse stato molto breve, Hampton aveva suscitato una profonda impressione. È venuto il momento di provare a spiegare perché. Facendo un ulteriore passo indietro nel tempo.

a pagina 2: Gli inizi e l’affermazione

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Focus

Intervista a Elisabetta Cocciaretto: “Mi piacerebbe entrare in top 10 e vincere Roma”

Classe 2001, Elisabetta è la tennista italiana più promettente. Dopo l’esordio Slam dello scorso gennaio, vediamo quali sono le sue ambizioni

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Abbiamo incontrato la giovane tennista marchigiana Elisabetta Cocciaretto, nata ad Ancona il 25 gennaio del 2001. Avevamo già avuto modo di scoprire la sua vivacità, intervistandola a Melbourne lo scorso gennaio.

Elisabetta è allenata da Fausto Scolari ed è attualmente tesserata per il Circolo ‘’Tennis Italia’’ (Forte dei Marmi). Nata da padre informatore medico e una madre dottore commercialista e consigliera regionale, ha un fratello di 16 anni che frequenta il secondo anno di un istituto tecnico. Elisabetta ha vinto da Juniores i campionati italiani U11, U12, U13 e U14, e per ben due volte il noto torneo ‘’Lemon Bowl’’. Da U18 ha vinto un torneo di grado 1 in Austria, ha ottenuto una semifinale all’Australian Open Juniores e al torneo ‘’Bonfiglio’’, e ha partecipato alle Olimpiadi giovanili nell’ottobre 2018, ultimo torneo della sua carriera juniores in cui vanta un best ranking di numero 12. Ha inoltre vinto gli europei di doppio in coppia con Federica Rossi.

Tra le vittorie prestigiose della sua giovane carriera ricordiamo quella contro Cori Gauff (classe 2004, attuale numero 52 del ranking WTA) al primo turno dell’Australian Open junior 2018, l’edizione in cui l’italiana ha raggiunto la semifinale. Alle qualificazioni dell’Australian Open 2020 ha battuto con il punteggio di 6-2 6-1 Tereza Martincova (classe 1994, attuale numero 133 WTA), per entrare nel main draw. Si era precedentemente imposta contro Allie Kiick (classe 1995, attuale numero 160 WTA) in Cile all’ITF 01A con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 e contro Sara Errani (classe 1987, ex numero 5 del mondo in singolare e finalista del Roland Garros), vittoria che l’ha portata alla conquista del W60 Asuncion del 2019. Sempre ad Asuncion ha battuto anche Conny Perrin (classe 1990, ex numero 134 WTA), già sconfitta due volte di fila a Torino e Palermo quando la giovane marchigiana aveva appena fatto il suo ingresso tra le prime 700 giocatrici del mondo.

 

Attualmente numero 157 del ranking WTA, Elisabetta quest’anno ha fatto il suo esordio assoluto a livello Slam all’Australian Open, sconfitta al primo turno da Angelique Kerber.

In esclusiva ci ha gentilmente raccontato la sua storia e le sue ambizioni.

Quando e come nasce la tua passione per il tennis?
La mia passione per il tennis nasce fin da piccolissima perché i miei giocavano a livello amatoriale. Vicino casa c’era il torneo ‘Tennis Europe’ under 12 di Porto San Giorgio e un giorno andai a vedere qualche partita con mio padre. Mi chiese se volevo iniziare a giocare a tennis, risposi di sì. Ho quindi iniziato i corsi gratuiti del maestro storico del circolo e da lì mi sono appassionata sempre di più.

Qual è il momento della tua ancora giovanissima carriera che, in generale, ricordi con maggior piacere?
Di sicuro è stata la qualificazione al Foro Italico, era sempre stato il mio sogno giocare su quei campi un giorno. Un altro bel ricordo è stata la vittoria contro Sara Errani in Paraguay, perché oltre ad essere sempre stata il mio idolo, quella vittoria significava l’accesso nelle prime 200 al mondo e quindi l’ingresso alle qualificazioni dell’Australian Open assicurato.

Nella tua gioventù vissuta nelle Marche, c’è invece un episodio tennistico che è stato particolarmente significativo per la giocatrice che sei e stai cercando di diventare?
Sicuramente la finale vinta al Lemon Bowl under 10 contro Olga Danilovic: ero troppo felice dopo quella partita!

Quale torneo, a prescindere dalla levatura internazionale, sogni di vincere?
Sogno fin da piccola di vincere il torneo di Roma, vincerlo davanti al pubblico italiano sarebbe il coronamento di un sogno.

Come giudichi la tua esperienza all’Australian Open di quest’anno?
È stata bellissima. Mi sono confrontata con le giocatrici più forti al mondo e ho potuto capire su cosa avrei dovuto lavorare per arrivare un giorno ad essere come loro. La qualificazione è stato un sogno diventato realtà.

Come stanno procedendo la tua preparazione e gli allenamenti in attesa della ripresa del circuito WTA?
Attualmente sono a Matelica (Marche, provincia di Macerata, ndr) a casa della suocera del mio allenatore Fausto Scolari: ha un campo privato e quindi ho avuto la possibilità di riprendere ad allenarmi. In attesa di sapere quando potrò andare al centro tecnico di Formia.

Obiettivi e ambizioni per il futuro?
Sicuramente il mio obiettivo principale è diventare un’atleta a tutti gli effetti e dare il massimo tutti i giorni. Facendo così raggiungerò il massimo del mio potenziale. Un giorno mi piacerebbe però entrare nelle prime 10 del mondo!

Intervista realizzata da Edoardo Diamantini

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