L'estinzione dei colpi nel tennis (1a parte)

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L’estinzione dei colpi nel tennis (1a parte)

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TENNIS –  L’evoluzione del tennis contemporaneo ha portato alla progressiva scomparsa di colpi e schemi di gioco che erano fondamentali e frequentissimi nel tennis del secolo scorso. Analisi di quattro colpi in via di estinzione. Di Luca Baldissera e AGF

Natura non facit saltus: questo concetto, elaborato dal pensiero aristotelico, è fondamentale in Charles Darwin, che ha concepito l’evoluzione della specie come un fenomeno in cui i cambiamenti sono graduali, quasi impercettibili; ma impercettibili nel breve termine, perché se confrontati a distanza di tempo diventano invece chiaramente rilevabili; e a volte anche molto profondi.

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A mio avviso questa interpretazione funziona anche per il tennis, almeno da quando si è chiusa l’era delle racchette di legno.

 

Dopo quella svolta epocale, le cose hanno continuato a modificarsi: i campi, le palline, le racchette e le corde (che sono diventate via via più performanti) la stessa struttura fisica dei giocatori. Ma non per salti brutali, quanto per piccole, progressive mutazioni.

Negli ultimi decenni non c’è stato un giorno in cui è accaduta la rivoluzione; non c’è stato un Fosbury, come per il salto in alto, che affrontando di schiena l’asticella ha reso improvvisamente obsoleta la tecnica precedente. Però se guardiamo una partita di tennis di trent’anni fa e la confrontiamo con una partita di oggi riconosciamo un’evidente diversità.

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Quando Luca mi ha proposto di scrivere questo articolo insieme (riprendendo una dialogo che avevamo avuto tempo fa) mi ha mandato una mail in cui ha individuato i colpi di cui si parla più avanti, definendoli “colpi che vanno scomparendo”. In biologia si direbbe: in via di estinzione.

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Seguendo per anni le partite, giorno dopo giorno, possiamo dire che nessun “nuovo” tennista, per quanto fosse diverso e innovativo nella sua impostazione, ha sistematicamente battuto i rappresentanti del gioco precedente: vittorie e sconfitte si sono alternate con modalità che rendevano difficile l’individuazione della tendenze che avrebbero prevalso.

Se però consideriamo la situazione a lungo termine, ci accorgiamo, ad esempio, che il serve&volley è scomparso (non bastano gli Stepanek o i Llodra a confutare la sostanza del ragionamento) e oggi sembra impossibile che qualcuno possa vincere gli Slam buttandosi a rete, come facevano Edberg o Navratilova.

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Sul piano della evoluzione tennistica (anche in senso darwiniano) possiamo dire che il gioco di Agassi ha prevalso su quello di Sampras; ma quando assistevamo alle loro partite non credo ci fosse una simile, preveggente, consapevolezza.

Ecco, avendo come riferimento questo sguardo a lungo termine, abbiamo deciso di presentare alcuni colpi che si vedono sempre meno nelle partite dei professionisti.

Io ho recuperato gli esempi delle donne, Luca quelli degli uomini e soprattutto si è occupato di tutte le analisi tecniche, che io non sarei in grado di fare.

In sostanza: la parte di presentazione è scritta da me, AGF, l’analisi tecnica da Luca Baldissera.

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Per presentare i colpi femminili in via di estinzione ho scelto un’unica partita, del 1997 con in campo due tenniste dalle caratteristiche differenti. E’ la finale del Masters disputata a New York tra Novotna e Pierce.

Da una parte Jana Novotna, ormai ventinovenne. Una delle ultime rappresentanti del gioco di attacco classico: colpi ad una mano sia di dritto che di rovescio, schemi costruiti sulla verticale, con l’aggressività che si esprime attraverso la ricerca della rete per chiudere gli scambi di volo

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Dall’altra Mary Pierce, 22 anni: giocatrice con una impostazione molto più vicina al “power tennis” contemporaneo. Che significa: fisico potente, rovescio a due mani e predominanza del movimento in orizzontale; l’aggressività si esprime attraverso la ricerca del controllo dello scambio da fondo, con vincenti che non richiedono la discesa a rete.

 

1) Approccio in slice

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Un colpo che non è concepito per essere direttamente vincente, ma è funzionale alla discesa a rete, perché consente di avere il tempo di prendere una buona posizione per la successiva volèe.

Come accade qui

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Oggi nelle (rare) occasioni in cui le giocatrici decidono di prendere la rete, utilizzano il topspin tirato al massimo, nella speranza di chiudere lo scambio direttamente; oppure, male che vada, di dover giocare a rete una “benedizione” senza troppi rischi, perché l’attacco deve essere tale da impedire all’avversaria di organizzare repliche pericolose.

Qui un esempio di una giocatrice dall’impostazione molto contemporanea come Eugenie Bouchard.

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Ecco qui la versione maschile. Adriano Panatta (contro Ivan Lendl) che si esibisce in uno schema davvero tipico del suo gioco: attacco slice e conclusione con veronica.

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Analisi tecnica

I prerequisiti più importanti di un’efficace gioco di volo, molto più determinanti della tecnica esecutiva e della manualità nell’esecuzione delle volée in se stesse, sono il ritmo (o timing) con il quale viene sviluppata l’azione in verticale, e il conseguente posizionamento a rete. Scegliere il momento sbagliato, anticipandolo o ritardandolo troppo, per attaccare in avanzamento, comporterà inevitabilmente il ritrovarsi fuori posizione rispetto alla rete (tipicamente troppo indietro), oppure rispetto all’angolo potenziale del passante o della difesa avversaria (tipicamente troppo al centro, invece che a coprire il lungolinea).

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Fino a una decina di anni fa, chi sceglieva di aggredire la rete, aveva due opzioni principali. La prima era seguire il servizio (che deve nella maggior parte dei casi avere traiettoria esterna e relativamente rallentata, ma caricata di rotazione, cioè slice da destra e kick da sinistra per i destri, per dare il tempo al volleatore di arrivare allo split-step di posizionamento almeno più avanti della metà campo, e contemporaneamente per aprire gli spazi), cosa che occasionalmente si vede fare ancora oggi, pur se nemmeno lontanamente con la stessa continuità della generazione precedente. La seconda era, nell’istante opportuno durante lo scambio da fondocampo, trovare una palla adatta da tagliare dall’alto in basso, in avanzamento, cercando traiettorie in questo caso soprattutto profonde, con rimbalzi il più possibile bassi, per costringere il difensore a passanti giocati dal basso verso l’alto su palle con poco peso.
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L’elemento in comune di queste due opzioni è che la palla da seguire a rete non deve essere eccessivamente veloce o potente, per evitare il rischio di vedersela ritornare addosso (o peggio, tra i piedi) troppo presto, prima di aver potuto steppare e poi trovare la corretta posizione per chiudere gli angoli. Come detto, anche se ormai è divenuta una soluzione “jolly”, il serve&volley talvolta in ambito ATP (WTA purtroppo molto meno) si vede ancora, ovviamente sulle superfici più rapide e solo in modo randomizzato, appunto per sorprendere il ribattitore.
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Quello che non si vede praticamente più, invece, è la soluzione di approccio in slice durante lo scambio, e non parliamo delle situazioni obbligate come per esempio i recuperi su palle corte, ma della scelta consapevole dell’attacco con taglio sotto invece delle canoniche botte in top-spin sulle palle che lo consentirebbero. La tecnica esecutiva dello slice aggressivo (da non confondere con i back e i chop in recupero difensivo, la discriminante è l’accompagnamento finale) è estremamente difficile, in particolare per il fatto che non viene colpito con appoggi fermi ma in avanzamento verticale-affiancato, il che richiede grande sensibilità e controllo dell’equilibrio.
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L’impugnatura della racchetta (con grip continentale) viene portata all’altezza degli occhi, mentre il braccio esegue un “wrap” (avvolgimento) con flessione del gomito che porta la testa della racchetta oltre le spalle del giocatore. Contemporaneamente, viene eseguita la rotazione busto-spalle, e l’affiancamento della stance, con appoggio sulla gamba avanzata, appoggio che però viene caricato con il peso del corpo in fase dinamica, ovvero senza interrompere il movimento in avanti. Infatti, nello stesso momento in cui si sviluppa il movimento a colpire, si dovrà partire con la corsa verso la rete, di solito con un primo cross-step laterale che si trasformerà in passi frontali dopo il rilascio della palla, per poi trovare uno split-step di posizionamento il più avanzato possibile. Il finale sarà con piatto corde orizzontale-laterale (i back difensivi e i chop in recupero hanno finale con testa della racchetta portata verso il basso), il grip continentale rimarrà invariato per colpire la volée.
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Azione molto tecnica, complessa, dinamica, e spettacolare: per anni abbiamo ammirato autentici specialisti del cosiddetto “affetta e scendi”, da Adriano Panatta, Yannick Noah e Martina Navratilova, passando per Stefan Edberg, Pat Cash e Jana Novotna, e arrivando ai contemporanei Michael Llodra, Radek Stepanek e Feliciano Lopez. Attualmente, ci sono ottimi giocatori anche a livello top (Roger Federer su tutti) dotati di grandi slice, ma l’utilizzo del colpo come approccio alla rete in modo continuativo è ormai scomparso.
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Oggi come oggi, io posso anche eseguire uno slice perfetto, profondo e tagliatissimo: ma mi troverò a farlo su superfici molto più lente e abrasive di vent’anni fa, che restituiscono rimbalzi alti e frenati togliendo efficacia alla componente principale del colpo, ovvero l’ottenimento di una palla bassa e sfuggente (eccezione, l’erba, ma anche lì la resa è stata cambiata molto). Dopodiché, dall’altra parte della rete, avrò un avversario che su tale palla non tanto bassa e che non “schizza via” abbastanza, potrà tirare il passante in relativa comodità, e potrà trovare, grazie principalmente alle corde in monofilamento, quantità di top-spin una volta impensabili. Questo significa angoli più stretti in diagonale, e colpi a rientrare in lungolinea, a velocità altissima: cose un tempo riuscivano solo ai fuoriclasse del passante (Bjorn Borg, Ivan Lendl, Chris Evert, Martina Hingis) adesso sono parte “standard” del bagaglio tecnico di qualunque professionista, e la rete è praticamente diventata indifendibile seguendo uno slice classico. In modo altrettanto standard, inevitabilmente la scelta obbligata per tutti sulle palle “attaccabili” è diventata il tirare l’ennesima botta in top cercando l’angolo o lo sfondamento, senza seguire in avanti l’azione di gioco, e rinunciando così a qualsiasi variazione.

2) Volée in avanzamento – schiaffi al volo

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Si è visto come il back di approccio fosse concepito come parte di uno schema articolato in più colpi. In modo simile anche a rete si poteva pensare di eseguire volèe che non erano impostate per essere definitive, ma per raggiungere una posizione di maggiore controllo dello scambio, chiudendolo con il colpo successivo.

Lo schema era questo: discesa a rete, volèe interlocutoria, ulteriore passo avanti per coprire in modo ideale la rete, colpo di volo definitivo.

La discesa poteva essere fatta dopo un attacco o direttamente dopo il servizio.

 

Oggi quando ci si muove in avanti si cerca di chiudere il prima possibile, perché lo stazionamento a rete è sentito come una situazione ad alto rischio. E allora ecco la scelta più potente e definitiva possibile, cioè lo schiaffo al volo.

 

Per la versione al maschile non credo che Edberg abbia bisogno di presentazioni. Dico solo che il suo tennis non era concepito per cercare obbligatoriamente punti diretti con i colpi di inizio gioco (servizio e anche prima volèe), ma soprattutto per prendere la rete nel miglior modo possibile e dominare lo scambio da quella posizione.

Edberg e la gestione della “prima” volèe.

E questo è un “Serve&Schiaffone al volo” (definizione “tecnica di Luca) di Fernando Verdasco, ripreso da una posizione meno consueta.

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Analisi tecnica

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Nelle situazioni di gioco in cui un tennista si trova in condizione di oggettivo vantaggio, ovvero dopo un gran servizio o una efficace accelerazione da fondocampo che ottengono in “premio” una palla difensiva non troppo veloce e abbastanza alta, l’azione in avanti è praticamente obbligata.

Ma anche qui, fino a una ventina di anni fa, la soluzione era uno split-step di posizionamento verso la metà campo, l’esecuzione quindi di una volée all’altezza delle spalle alla ricerca di profondità e di precisione (spesso cercando il contropiede per destabilizzare l’avversario), una ulteriore progressione verso la rete, seguita da uno step che portava a un secondo e definitivo colpo al volo.

Come dicevano i maestri di un tempo, “la prima piazzata, la seconda chiusa”.

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La volée in avanzamento è un colpo interlocutorio eseguito più o meno a metà campo, che va accompagnato in avanti con l’azione del gomito e dell’avambraccio (non solo “di mano” e polso come le volée standard nei pressi della rete), e con il peso del corpo proiettato verso la palla per poterla seguire con la massima rapidità. Il punto fondamentale qui è la precisione, il dare la giusta quantità di taglio sotto, e il trovare gli spazi corretti per rendere impossibile un passante competitivo a un avversario già in difficoltà: ma senza rischiare assolutamente l’errore cercando il vincente diretto, che se arriva va benissimo, ma lo scopo è la chiusura facile con la volée successiva.

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Gli strepitosi interpreti del serve&volley avevano tutti una cosa in comune, e in più rispetto agli altri: una grande, grandissima volée in avanzamento (la “prima volée”, la più importante, molto più decisiva dei successivi tocchi a chiudere), con la quale facevano quello che volevano, ovvero rendere un inferno la vita dei ribattitori, non appena la risposta al servizio era meno che bassissima, e spesso tiravano su magnificamente anche quelle.

Lo stesso discorso del serve&volley si applica riguardo alle situazioni di attacco/vantaggio in seguito a incisivi colpi da fondocampo. Palla “svolazzante” a mezza altezza? Volée in avanzamento piazzata in sicurezza, e poi chiusura sulla rete.

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Ma esattamente come nel caso dell’approccio in slice, la velocità di palla e gli angoli consentiti oggi dal top-spin estremo esploso con i monofilamenti hanno reso questa esecuzione obsoleta e improduttiva. Per quanto perfettamente piazzata, la mia bella volée in avanzamento sarò quasi sempre costretto a giocarla da troppo indietro (e basta un metro per fare la differenza) a causa della rapidità con cui si sviluppa lo scambio, sarà quindi dura destabilizzare efficacemente l’avversario, e mi ritroverò a fronteggiare passanti che ormai stanno dentro a tutti pure in allungo, spesso senza aver avuto modo di posizionarmi correttamente. Addio anche alle “approach volleys”.

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La soluzione “moderna” è, in effetti, una non-soluzione: quando, per le prime volte, Andre Agassi, e poi le sorelle Williams, hanno cominciato ad avventarsi su qualsiasi cosa fosse aggredibile da metà campo tirando quelli che poi sono diventati universalmente noti come “schiaffi al volo” (swinging volleys), ovvero dritti (e a volte rovesci) colpiti in stance semifrontale, con impugnature semiwestern e western, prima del rimbalzo, erano cose mai viste. Ma la difficoltà tecnica del tirare un dritto assolutamente identico (salvo una preparazione meno ampia e un finale windshield-wiper molto accentuato) a quello giocato dopo il rimbalzo, però al volo, è molto minore di quello che si pensi, e infatti tale esecuzione ormai viene padroneggiata da tutti. Una buona metà delle già rare azioni di serve&volley nel tennis moderno, soprattutto in ambito WTA per esempio, è costituita dalla combinazione servizio-schiaffo al volo, il tutto di pura potenza.

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Quello che viene perso, invece, è la possibilità di variare angoli, velocità, e profondità: semplicemente si tira fortissimo verso lo spazio aperto del campo, pochissime volte viene cercato il contropiede, e si cerca il vincente mediante sfondamento invece che piazzamento. L’opzione “potenza a tutti i costi”, purtroppo, è ormai obbligata per i motivi già analizzati: nel tennis di oggi, è quasi più importante la velocità e il top-spin che si è in grado di imprimere alla palla, piuttosto che la capacità di piazzarla con precisione e tocco. Evoluzione inevitabile, ma tecnicamente un impoverimento evidente.

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domani la seconda parte

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Nadal riparte bene ad Acapulco. Il polso fa male, si ritira Kyrgios

Il dolore al polso sinistro costringe Nick Kyrgios all’abbandono dopo un set contro Ugo Humbert. Nessun problema per Rafa nel derby con Andujar, al prossimo turno sfiderà Kecmanovic

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Rafa Nadal - Acapulco 2020 (via Twitter, @AbiertoTelcel)

La sessione serale della seconda giornata all’Abierto Mexicano di Acapulco ha visto in cartellone i rispettivi match di primo turno di quelli che nel 2019 avevano dato vita al match del torneo, ovvero il campione uscente Nick Kyrgios e la prima testa di serie Rafael Nadal. Un piatto succulento, almeno sulla carta, per gli spettatori del Princess Mundo Imperial, che però hanno lasciato le tribune poco dopo le 23 locali con un po’ di amaro in bocca.

In apertura di serata Rafael Nadal ha rimediato a una partenza estremamente imprecisa e titubante che lo aveva visto andare subito in svantaggio per 2-0 0-30 con un rapido aggiustamento di rotta che gli è valso un prevedibile 6-3, 6-2 di routine nei confronti del suo connazionale Pablo Andujar, n. 54 del ranking ATP. Una volta presa la mira sulle prime accelerazioni di diritto, l’attuale n. 2 del mondo non si è più guardato indietro e non ha mai avuto momenti di difficoltà se non nel tentare di tamponare la sua abbondantissima sudorazione nella calura dell’umidità messicana. La sua cavalcata è stata soltanto temporaneamente rallentata dal break subito sul 4-1 “pesante” del secondo set, quando comunque il suo vantaggio era già molto consistente.

In 90 minuti Nadal ha concluso il suo primo match dall’Australian Open, sconfiggendo Andujar per la quarta volta su quattro incontri e avanzando al secondo turno dove incontrerà il serbo Miomir Kecmanovic, n. 50 del ranking ATP, vincitore al primo turno dell’australiano Alex de Minaur.

Ma il piatto forte della serata, almeno per il pubblico messicano, doveva essere l’esordio del campione uscente Nick Kyrgios, che lo scorso anno estrasse dal cilindro una delle più improbabili rincorse al titolo sconfiggendo uno dietro l’altro il nostro Andreas Seppi, Rafael Nadal appunto, poi Stan Wawrinka, John Isner e Sascha Zverev, ovvero tre Top 10 su cinque incontri.

Kyrgios era impegnato contro il giovane e talentuoso francese Ugo Humbert, n. 43 del mondo, ma con grande disappunto di tutta la folla presente non è riuscito a portare a termine il proprio impegno, vedendosi costretto al ritiro dopo la perdita del primo set a causa del persistere del problema al polso sinistro che già lo aveva costretto al forfait la settimana scorsa a Delray Beach.

Nick Kyrgios – Acapulco 2020 (foto Twitter @Abiertotelcel)

Humbert, dal canto suo, ha messo in campo una solidissima prestazione, soprattutto nei suoi game di battuta nei quali ha concesso solamente quattro punti in tutto il set, e sicuramente non si è meritato tutti i fischi che hanno accompagnato la sua uscita dal campo. L’australiano è apparso in difficoltà sin dall’inizio, soprattutto dalla parte sinistra ovvero dalla parte del suo rovescio bimane dove ha bisogno della mano sinistra: si è fatto fasciare il polso dal fisioterapista sull’1-4, ma dopo aver giocato qualche altro game e completato il primo set ha capito che era perfettamente inutile continuare ed ha stretto la mano ad arbitro e avversario avviandosi verso gli spogliatoi, non prima però di essersi tolto le scarpe da tennis come di consueto e infilato le scarpe da basket direttamente sul campo.

Il torneo (e con lui anche tutti i party di contorno) perde così il proprio campione uscente ed un sicuro potenziale protagonista che ora però dovrà cercare di recuperare in vista dell’impegno di Davis della settimana prossima ad Adelaide contro il Brasile. Humbert avanza quindi al secondo turno dove trova l’americano Taylor Fritz, vincitore in tre set di John Millman.

 

Risultati:

[1] R. Nadal b. P. Andujar 6-3 6-2
S. Kwon b. [LL] T. Daniel 6-2 2-6 6-3
[8] D. Lajovic b. S. Johnson 6-7(5) 6-4 6-3
P. Martinez b. R. Albot 6-3 6-2
[7] G. Dimitrov b. [Q] D. Dzumhur 6-3 6-3
U. Humbert b. [6] N. Kyrgios 6-3 rit.
T. Fritz b. J. Millman 7-5 3-6 6-1
[4] F. Auger-Aliassime b. [LL] A. Bolt 6-3 7-6(5)
[5] J. Isner b. [WC] M. Zverev 6-3 7-6(4)
[2] A. Zverev b. [Q] J. Jung 7-6(6) 6-1

Il tabellone aggiornato

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I numeri della settimana: segnali dal futuro

I tornei ATP della scorsa settimana hanno messo in mostra tanti giovani di primo livello oltre al mircolo di Gianluca Mager in Brasile

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5- i tennisti non ancora ventenni ad aver vinto la scorsa settimana almeno una partita. Tra questi, chi ha fatto meglio è stato Felix Auger-Aliassime, che a Marsiglia ha perso la quinta finale (su altrettante giocate) a livello ATP. Un piazzamento raggiunto dal canadese annullando cinque match point complessivi nelle partite giocate contro Travaglia e Herbert e che gli ha permesso di confermarsi saldamente nella top 20. Una settimana fa, oltre al nostro Jannik Sinner – a Marsiglia, pur senza brillare, bravo a confermare quanto di buono fatto vedere a Rotterdam, sconfiggendo il 102 ATP Gombos, per poi strappare un set al quinto giocatore al mondo, Medvedev – tre tennisti molto giovani si sono imposti a livello ATP. Il più “anziano” è il brasiliano Thiago Seyboth Wild, giocatore che compie 20 anni il prossimo 10 marzo: l’ex numero 8 juniores e vincitore della versione cadetta degli US Open nel 2018 (quando in finale sconfisse il nostro Musetti) ha vinto nell’ATP 500 di Rio la sua seconda partita nel circuito maggiore, sconfiggendo Davidovich Fokina, quinto top 100 superato nella sua giovane carriera, già impreziosita qualche mese fa dalla vittoria del primo Challenger. A Delray Beach, invece, dove proprio la scorsa settimana iniziava la sua collaborazione con l’ex numero 4 del mondo e campione di Wimbledon, Pat Cash, Brandon Nakashima ha vinto le sue due prime partite a livello ATP.

Il tennista nato a San Diego tredici giorni prima di Sinner (agosto 2001) è stato capace di onorare la wild card concessagli dagli organizzatori arrivando ai quarti, dove è stato a tre punti dalla vittoria anche nel match con Nishioka. Fattosi notare nelle ultime settimane per essersi imposto su giocatori in difficoltà ma dal passato nobile come Tomic e Harrison – oltre che per una vittoria sfiorata con Tiafoe e due semi e la vittoria di un torneo a livello Challenger – a Delray Beach si è imposto all’attenzione generale con due vittorie archiviate senza perdere set contro Vesely e Norrie, primi top 100 da lui sconfitti in carriera. A Rio si è poi avuta la grande sorpresa della partita vinta, in un match durato quasi quattro ore, da Carlos Alcaraz, tennista nato a Murcia il 5 maggio 2003 e capace di vincere le sue prime partite a livello Challenger già nel marzo scorso (quando sconfiggeva Sinner e poi il primo tennista nella top 150, Martinez) e poi, lo scorso settembre nel Challenger di Siviglia, di divenire il più giovane tennista dai tempi di Auger-Aliassime nel 2015 a raggiungere i quarti di finale in un torneo di questa categoria. Il sedicenne spagnolo dopo aver sconfitto (7-6 4-6 7-6) Ramos Vinolas, 41 ATP, ha inscenato una nuova lotta al terzo set in ottavi, ma si è poi arreso contro Federico Coria.

6- i tennisti italiani nella top 100 della Race di questa settimana, con uno solo, Gianluca Mager, presente tra i primi 40. L’ottimo risultato del nostro movimento maschile, capace di piazzare nella classifica ufficiale, come gli Stati Uniti, otto tennisti tra i primi cento al mondo – solo Spagna, con 9 rappresentanti, e Francia, con 12, fanno meglio – non smentisce quello che è stato un brutto inizio di 2020 per i nostri giocatori. Se la trasferta australiana generalmente non ci ha mai portato fortuna, maggiori soddisfazioni si potevano attendere dalle prime tre settimane di terra battuta sudamericana e dall’indoor europeo. Influiscono senz’altro le difficili condizioni fisiche dei nostri due migliori giocatori: Berrettini -quest’anno sin qui in campo solo in due partite ufficiali per i problemi alla zona compresa tra addominali, pube e adduttori – e Fognini, il quale dopo gli ottavi raggiunti a Melbourne ha giocato (in non perfette condizioni fisiche) solo il primo turno di Rotterdam e di Dubai.

Un rendimento deludente, rispetto alle attuali potenzialità dei nostri giocatori, come mostra in maniera inequivocabile il differenziale negativo tra la Race e la classifica ufficiale delle ultime 52 settimane. Quando febbraio è al termine, i tennisti italiani hanno raccolto nel 2020 solo due finali (Seppi all’ATP 250 di New York e Mager a Rio) e tre quarti (Sonego, che con questo piazzamento nella capitale brasiliana ha interrotto una serie di 11 sconfitte consecutive, Marcora a Pune e Sinner a Rotterdam). Il bilancio complessivo dei tennisti italiani nei tabelloni principali, fermo alla settimana scorsa, indica 28 vittorie e 43 sconfitte ed è negativo, anche più del fisiologico handicap dovuto ai tanti nostri giocatori intorno alla centesima posizione (nel dettaglio, Berrettini ha 1 partita vinta e 1 persa, Fognini 4-5, Sonego 2-6, Sinner 3-5, Mager 5-2, Travaglia 2-4, Marcora 2-1, Seppi 6-3, Caruso 1-4, Cecchinato 1-6, Lorenzi 1-2, Gaio 0-2, Fabbiano 0-1, Giustino 0-1).

24- la media dell’età dei dodici semifinalisti dei tre tornei ATP (Marsiglia, Delray Beach, Rio De Janeiro) programmati la scorsa settimana. In una Race che vede ai primi venti posti sette giocatori che ancora devono compiere 24 anni, è stata confermata la tendenza dei tornei meno importanti di manifestare le avvisaglie di un ricambio generazionale. Un dato che sarebbe stato ancora più rilevante senza la meritata presenza a Marsiglia tra i migliori di Gilles Simon, tornato, nel torneo vinto in passato due volte (2007 e 2015) a sconfiggere un top 5, Daniil Medvedev, a tre anni e mezzo dall’ultima volta in cui c’era riuscito (Shanghai 2016 contro Wawrinka). Oltre al ventinovenne Raonic, incapace di sfruttare un match point nella sua semifinale a Delray Beach contro Opelka, tra i dodici tennisti a fare meglio la scorsa settimana, c’erano solo altri due giocatori ad aver compiuto i 25 anni. Il primo è il semifinalista di Rio, Attila Balazs, che, dopo una carriera vissuta nel purgatorio dei Challenger (con l’unica eccezione rappresentata dalla semifinale raggiunta a Bucarest nel 2012) l’anno scorso a Umago, salvando sette match point nel primo turno contro Galovic, divenne il primo ungherese a raggiungere una finale ATP dal 1984, quando a riuscirci fu Taroczy.

Il secondo è invece il nostro Gianluca Mager, da sempre valutato dagli addetti ai lavori come tennista tecnicamente meritevole di giocare nel circuito maggiore, ma che, a 25 anni compiuti lo scorso dicembre, aveva dato la prima svolta alla carriera solo l’anno scorso, vincendo tre Challenger. Mager era però ancora incapace di imporsi a livello ATP: la prima partita vinta nel circuito maggiore è arrivata contro il modesto Ficovich solo un paio di settimane fa, a Cordoba. Proprio nel torneo della città argentina Mager aveva dato segnali molto incoraggianti sfiorando nel turno successivo la vittoria contro Cuevas, ma nemmeno lui poteva immaginare di -partendo dalle quali – arrivare in semifinale in un ATP 500 senza perdere nemmeno un set. Un risultato arrivato non solo con vittorie contro specialisti fuori dalla top 100 come Collarini e Domingues, ma anche avendo la meglio su un fresco vincitore di un torneo ATP (Buenos Aires) sul rosso, Cristian Ruud, e sul 4 ATP (virtuale numero 2 del mondo sulla terra), Dominic Thiem. La finale conquistata con il successo in rimonta in semifinale su Balazs, e giocata contro un altro tennista giovane, il ventitreenne e scatenato Garin di questo periodo -giunto domenica scorsa alla nona vittoria consecutiva e al secondo titolo di fila dopo quello di Cordoba, successi grazie ai quali è balzato al quarto posto della Race – è stata comunque combattuta ed equilibrata, sebbene persa. Tra due under 21 è stata invece disputata la finale vinta da Tsitsipas a Marsiglia su Auger-Aliassime, con il greco per la seconda volta consecutiva vincitore del torneo francese senza perdere nemmeno un set e capace di dare una svolta a un 2020 sin qui mediocre (tre sole partite vinte).

Infine, a Delray Beach, lo sfortunato -perse quando era al best ranking di 58 ATP quasi un anno tra il 2017 e il 2018, per un’operazione al legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro- classe’95 Nishioka ha confermato, dopo il primo terzo turno raggiunto in uno Slam il mese scorso a Melbourne, di stare vivendo il miglior momento della carriera raggiungendo la seconda finale nel circuito maggiore (dopo il successo a ottobre 2018 a Shenzhen) e con essa, per la prima volta, ha guadagnato l’accesso nella top 50. Nell’ultimo atto del torneo giocato in Florida il giapponese si è però arreso a Opelka, che a 22 anni ha messo nella propria bacheca il secondo titolo della carriera (dopo quello di New York dell’anno scorso) garantendosi anche il rientro nella top 40.

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ATP

Il febbraio nero di Fognini non cambia colore a Dubai: sconfitto in rimonta da Evans

Perfetto per un set e mezzo al rientro dopo due forfait, Fabio inizia a sbagliare e lascia spazio all’inglese

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Fabio Fognini - Australian Open 2020

D. Evans b. [4] F. Fognini 3-6 6-4 7-5


Un match dai due volti quello che Fabio Fognini perde opposto a Daniel Evans: la migliore versione di Fabio si smarrisce avanti 6-3 e 3-1, commettendo errori che fanno entrare in partita un Evans per oltre un’ora relegato al ruolo di sparring partner che si arrabatta dalle parti della scritta “Dubai”, ma poi bravo a farsi trovare pronto e a mettere in campo quel tennis lo ha ha portato al best ranking una settimana fa. Con i segnali azzurri che da più e quasi insospettabili parti ricominciano ad arrivare dopo le primissime settimane di quasi silenzio radio, ci si augurava un rientro vincente del Fogna nazionale nonostante le sue prudenti dichiarazioni. Apparentemente superati i guai fisici che avevano compromesso la sua ultima apparizione (sconfitta all’esordio di Rotterdam contro Karen Khachanov) e costretto a rinunciare a Montpellier e Marsiglia, la sfida inedita contro Daniel Evans, numero 37 al servizio tennistico di Sua Maestà, comincia nel migliore dei modi per poi sfuggirgli lentamente dalle mani. Fabio tornerà in campo sulla terra rossa di Cagliari per la sfida di Davis contro la Corea (6-7 marzo).

L’INIZIO SUL VELLUTO – Proveniente dalla città dei Duran Duran, il miglior britannico del momento sta portando i suoi 175 cm all’assalto della top 30 forte del suo gioco sbarazzino. Vinto il sorteggio, Evans sceglie di rispondere al servizio seguendo le indicazioni ATP che vedono Fabio nelle zone più basse della classifica dei battitori. Il nostro tiene agevolmente la battuta preferendo invece dar ragione ai dati relativi alla risposta e arriva il 2-0. Il dritto fila che è un piacere, il rovescio lungolinea lascia fermo “Evo”, che ci mette anche del suo lasciando spesso una superstrada con diverse corsie alla sua destra. Il passaggio a vuoto di Fabio arriva dopo quattro giochi con un doppio fallo e due errori di dritto. Tirato il fiato nel gioco successivo, Fognini non si scompone e ritrova subito le buone sensazioni, ricominciando a pestare forte e preciso fino al 6-3, con i numeri che confermano chi ha fatto gioco e chi l’ha subito. Un’occasione mancata all’inizio del secondo set scivola addosso a un Fogna fino a questo momento impermeabile a situazioni che, duole rammentarlo, spesso gli fanno perdere la concentrazione se non la bussola; va allora a prendersi il vantaggio al terzo gioco e, di nuovo, gioca con intelligenza il punto dell’immediato rientro britannico, tenendo l’avversario ben distante dalla linea di fondo.

 

LA SVOLTA – La grafica mostra l’impietoso bilancio degli scambi vinti da fondo, 29-19, anche perché lo slice di Daniel giocato spesso da troppo lontano non è la rasoiata di Feliciano; Fabio torna però a sbagliare concedendo palle break che Evans decide di giocare remando e alla fine la scelta paga grazie all’assenza di prime e al dritto di nuovo impreciso. Fognini tiene per il 4 pari, ma fallisce il successivo aggancio cedendo 4-6, con i 19 unforced responsabili del cambio di direzione preso dalla partita. Dopo il MTO per farsi trattare una gamba, l’inglese torna in campo mostrando una grinta finora sopita; vale allora moltissimo il break ottenuto in apertura dal taggiasco che ringrazia anche un nastro fortunato, ma i suoi errori rimettono prontamente in corsa l’altro.

SI SOFFRE – Tornato avanti, Fabio riesce a non sfasciare la racchetta dopo uno smash fallito che finirà con il compromettere nuovamente il vantaggio: palla scagliata in un altro Emirato e warning. Abbassa la velocità dei colpi nel tentativo spesso vano di tenerli dentro le righe, ma in qualche modo agguanta il 4 pari nonostante un’altra tragedia nei pressi della rete, una rarità per lui; tocca poi a Evans salvarsi dal 15-40 con il servizio. La grande aggressività di Daniel e un doppio fallo inguaiano l’azzurro che salva cinque match point point di arrendersi 5-7. Un match girato in modo imprevedibile, occasioni fallite anche quando la situazione non era favorevole, vantaggi non consolidati: davvero un peccato, ma contro Pierre-Hugues Herbert ci giocherà Evans.

Il tabellone completo

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