Bouchard, Stephens, Ivanovic, ovvero la sindrome del Sophomore

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Bouchard, Stephens, Ivanovic, ovvero la sindrome del Sophomore

Molte giovani appena entrate nel circuito vivono una fase iniziale particolarmente positiva, ma poi faticano a confermarsi. Dopo Sloane Stephens ed Eugenie Bouchard sarà la volta di Garbiñe Muguruza?

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Nelle università americane gli studenti hanno denominazioni diverse in base al periodo di studio: al primo anno si chiamano freshman, al secondo sophomore, quindi junior e infine senior (quarto anno). La denominazione viene utilizzata anche per coloro che praticano sport, per cui un atleta dell’ultimo anno è un senior, uno del secondo è un sophomore etc etc.

Nel tennis professionistico non è possibile definire con la stessa precisione i periodi di attività, perché le giocatrici cominciano giovanissime con i piccoli tornei ITF, e progressivamente intensificano il numero di eventi a cui prendono parte.
Come si spiega allora la definizione del titolo dell’articolo? E’ un tentativo di individuare fasi differenti all’interno della carriera delle tenniste: ci si può intendere lasciando perdere gli anni accademici e utilizzando invece una suddivisione più elastica, impostata su periodi più dilatati.
In questo caso potremmo paragonare al periodo da freshman la fase degli esordi e delle prime affermazioni, e a quello da sophomore la fase in cui le giocatrici sono ormai stabilmente nel circuito e sono chiamate a confermare i risultati ottenuti.

Ho parlato di “sindrome del sophomore” perché non è infrequente il caso di giocatrici che vivono due fasi quasi opposte. L’inizio è estremamente positivo: successi sorprendenti, rapidi progressi nel ranking e per le migliori l’etichetta di prossime campionesse. Ma poi, anziché confermare quanto ottenuto, subentrano le difficoltà che sfociano in una fase di involuzione.

 

Uno dei casi più eclatanti è stato quello di Ana Ivanovic. A soli venti anni vince uno Slam (Roland Garros 2008) e conquista il numero uno del mondo; quando sembra avere davanti a sé un luminoso futuro ai vertici WTA va invece incontro ad un periodo nero, fatto di sconfitte al primo turno e conseguente crollo nel ranking.
Ana aveva forse goduto di qualche circostanza favorevole (il ritiro di Justine Henin, che aveva lasciato “vacante” primato in classifica e titolo a Parigi) ma resta il fatto che con il tennis esibito nel periodo migliore, se non il numero uno, avrebbe comunque mantenuto le primissime posizioni, e non sarebbe certo regredita al 65mo posto (luglio 2010).

Più recentemente c’è stato il caso di Sloane Stephens, capace nel 2013 di raggiungere la seconda settimana in tutti e quattro gli Slam (con una semifinale) e di salire a vent’anni sino al numero 11 del ranking; ma poi caduta oltre il quarantesimo posto. Solo da qualche mese sembra sia riuscita ad invertire la tendenza, ritrovando sicurezza tecnica e caratteriale.
L’anno seguente la protagonista di una storia simile è stata Eugenie Bouchard. Cresciuta fino al numero cinque del mondo e descritta come futura stella WTA (due semifinali e una finale Slam nel 2014), è precipitata in una crisi che l’ha completamente destabilizzata (oggi nella Race è 58ma).

Come mai accade questo? Penso che derivi da un insieme di fattori, e probabilmente per ogni giocatrice i diversi elementi hanno una importanza diversa. Provo a suggerirne alcuni.

Se penso ad Ana Ivanovic la prima causa che mi viene in mente è il timore di non riuscire a confermarsi a livelli così alti. Di fronte al nuovo torneo da affrontare, non ci si sente all’altezza delle aspettative; e se l’incertezza supera il livello di guardia, gli errori si moltiplicano.

Per Sloane Stephens a mio avviso la principale ragione è stata la mancanza di entusiasmo per la vita del circuito: la fatica nel mantenere l’applicazione costante necessaria in una attività che non significa solo grandi tornei in cui esibirsi, ma anche duri allenamenti quotidiani e continui spostamenti tra alberghi ed aeroporti.

A proposito di Eugenie Bouchard, secondo me tutto comincia dal disincanto: la scoperta che il mondo non è come lo si era prefigurato nel momento dei successi; la vittoria non è un esito scontato di un percorso di crescita di cui si è protagoniste in modo quasi ineluttabile, ma c’è anche la possibilità della sconfitta, perché ci sono giocatrici capaci di raggiungere livelli altissimi. E forse quei livelli non sono a portata di mano come si credeva.

A questi aspetti se ne possono aggiungere altri quasi inevitabili, tanto che si potrebbero definire strutturali. Innanzitutto il fatto che il tennis è uno sport che esige molto dal fisico: gli infortuni, grandi o piccoli, sono sempre dietro l’angolo, e a volte basta poco per andare incontro a problemi che rendono tutto (allenamenti e partite) più difficile.

Ma nel tennis è fondamentale anche la componente mentale: un conto è scendere in campo senza obiettivi particolari, un altro invece dover giocare con il peso della vittoria obbligata. La spensieratezza di chi non ha niente da perdere è un grande risorsa delle esordienti, e questa condizione non si può avere una volta salite in classifica. È quindi un vantaggio di cui le “sophomore” non possono più usufruire, e non è certo una questione da poco.
Lo stesso meccanismo del ranking, con i punti in uscita ogni settimana, è una fonte di stress per chi cerca di mantenersi al vertice dopo l’anno della grande ascesa.

Poi ci sono le avversarie: quando si esordisce nel circuito maggiore si è poco conosciute, e le giocatrici più forti non analizzano sino al minimo dettaglio le caratteristiche delle ultime arrivate. Ma se qualcuna delle più giovani riesce ad ottenere risultati importanti, le attenzioni si moltiplicano e vengono studiati in profondità pregi e difetti di chi diventa una seria contendente.
In sostanza la concorrenza si fa più accorta e preparata; anche per questo confermarsi è così impegnativo.

Raggiungere grandi risultati significa anche ritrovarsi al centro dell’attenzione. Se prima si era una persona qualsiasi, che poteva muoversi liberamente, programmando le giornate senza impegni extratennistici, dopo i successi importanti cambia tutto: i media chiedono interviste e si interessano anche della vita privata, i tifosi ti riconoscono e reclamano attenzioni, e si presentano gli sponsor; che non si accontentano di fornire denaro in cambio di un marchio in più sulla maglietta, ma richiedono anche la presenza in attività promozionali, impegni per gli spot pubblicitari, etc etc. E tutto questo senza che ci si distragga dal tennis.
Queste difficoltà le hanno raccontate tante giocatrici vincenti; ad esempio Petra Kvitova ha spiegato quanto la sua vita fosse cambiata dopo la prima vittoria a Wimbledon nel 2011 e come fosse stato difficile per lei conciliare il nuovo status con il suo carattere schivo.

Qualcuno dirà che sono tutti problemi ampiamente ripagati sul piano economico, e questo dovrebbe bastare per superare i disagi. Vale a dire: sono complicazioni che tutti vorrebbero avere. Nessuno lo nega, ma mi sembra un po’ schematico pensare che ogni difficoltà si possa eliminare semplicemente tenendo presente che è ben retribuita.
Ricordo che si tratta di ragazze molto giovani, poco più che ventenni, se non addirittura teenager. Di fronte alla stanchezza, alle paure, alla mancanza di entusiasmo, alle delusioni per le sconfitte, la spinta del denaro non può essere sempre sufficiente per confermarsi ad altissimi livelli.
Basta allenarsi un po’ meno bene, avere un minimo di timore in più durante le partite, per scendere nel rendimento rispetto ai giorni migliori. E dato che la concorrenza è agguerrita, un piccolo calo può fare la differenza tra vittoria e sconfitta.

A quel punto si affaccia la crisi.
È finito l’entusiasmo iniziale, arriva lo smarrimento del sophomore. E quando arriva lo smarrimento, spesso le reazioni sono simili; crescono i dubbi, che si fanno sempre più profondi al moltiplicarsi delle sconfitte, e i pensieri cominciano a coinvolgere ogni aspetto della professione: si dubita di sé, ma anche del proprio team. Si decide il cambio di allenatore.
Delle giocatrici che ho citato, solo Petra Kvitova non ha sostituito il coach con cui aveva avuto i primi successi. Ma forse anche perché il suo calo è stato più contenuto (non è mai uscita dalla top ten nella stagione successiva al 2011). Gli avvicendamenti di Ivanovic sono diventati innumerevoli, ma anche Stephens nel suo periodo peggiore ha provato diversi coach. E Bouchard, dopo il divorzio da Saviano, ha già modificato tre volte il team tecnico.

Forse ho un atteggiamento troppo pessimista, ma pensavo a tutto questo mentre seguivo il match tra Garbiñe Muguruza e Lesia Tsurenko nel torneo di Toronto appena concluso. Reduce dalla finale di Wimbledon, Muguruza ha in un certo senso preso il posto di Bouchard come rivelazione di questa stagione.
In Canada al suo ritorno in campo dopo il grande exploit londinese, si è trovata in difficoltà contro una giocatrice proveniente dalle qualificazioni; esattamente come era accaduto a Bouchard l’anno scorso contro Shelby Rogers.
Muguruza stava giocando con un timing sulla palla approssimativo, che le causava errori molto evidenti, e soprattutto con troppa tensione: avanti 5-3 nel primo set ha finito per cedere 5-7. La striscia di game persi si è allungata sino a trovarsi sotto 0-4 nel secondo set. A quel punto Garbiñe ha sfogato la sua frustrazione sulla racchetta, disintegrandola a furia di colpi a terra:

https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=ljgnGOCIYxM#t=0

Forse è stata solo una giornata storta, e in realtà Muguruza non ha ancora concluso il suo primo periodo di affermazione. Anche a Cincinnati però è stata sconfitta al primo match da Shvedova (peraltro in giornata strepitosa).

Cosa accadrà? Per lei è finita la fase da freshman? È presto per dirlo; in ogni caso, rispetto a Sloane ed Eugenie, Garbiñe potrebbe essere più attrezzata per affrontare i problemi, visto che come tennista ha già passato momenti duri nel 2013, quando ha perso metà stagione a causa di una operazione alla caviglia.
Potrebbe avere già imparato sulla propria pelle che la vita nel circuito è fatta anche di periodi negativi, che vanno accettati cercando di mantenere un certo equilibrio. Magari lo ha anche letto a Wimbledon, il torneo di cui è stata recente protagonista, dove è riportata la citazione dalla poesia di Kipling (“Se saprai confrontarti con il trionfo e il disastro, e trattare allo stesso modo questi due impostori”).

Perché per tutte, prima o poi, la spensieratezza e gli entusiasmi per le vittorie iniziali si esauriscono, e arriva il momento di affrontare una nuova stagione tennistica, più impegnativa e faticosa: quella delle conferme, che per essere ottenute richiedono maggiore senso di responsabilità e consapevolezza di sé.

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L’insostenibile leggerezza di Leylah Fernandez

È possibile affermarsi ad alti livelli nel tennis contemporaneo malgrado un fisico minuto? Una giovane canadese prova a dimostrarlo, sfidando il circuito WTA

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Leylah Fernandez - Acapulco 2020

Questa settimana, con il torneo Palermo, è ripreso il tennis ufficiale, quello con le regole tradizionali e i punti WTA assegnati a chi vince le partite. Certo, non significa essere tornati alla normalità pre-Covid, considerando i tanti fattori extra sportivi che rendono precaria la gestione degli eventi, ma si prova a ripartire, e a riallacciare i fili di una attività che si è fermata all’inizio di marzo.

Sono infatti passati cinque mesi da quando Indian Wells è stato cancellato, con una decisione presa alla vigilia dei primi match. Per l’articolo di questo settimana, ho pensato di trattare un tema che ci riporta a quei giorni, alle ultime notizie relative al tennis giocato prima dello stop causato dalla pandemia.

La notizia a cui mi riferisco ci sembra oggi molto piccola, visto tutto quanto accaduto dopo, ma è comunque legata al torneo californiano; parlo della assegnazione delle wild card annunciate alla vigilia. A Indian Wells gli organizzatori avevano deciso di premiare, oltre alle tenniste locali, anche due giocatrici non statunitensi. La prima era Kim Clijsters, al ritorno alla attività agonistica. La seconda era una giovanissima canadese, Leylah Fernandez, diciassette anni, che nel mese di febbraio aveva raccolto risultati sorprendenti.

 

Fernandez in occasione del confronto fra Svizzera e Canada di Fed Cup (Biel, 7-8 febbraio) aveva battuto la numero 5 del mondo Belinda Bencic Poi si era trasferita in Messico e, partendo dalle qualificazioni, ad Acapulco aveva raggiunto la finale (sconfitta da Heather Watson). Quindi a Monterrey si era spinta sino ai quarti di finale (fermata da Svitolina). Insomma Leylah era una delle giocatrici del momento, e a Indian Wells avevano pensato che meritasse un riconoscimento, pur essendo ancora fuori dalla prime 100 del ranking.

Per Fernandez quel mese di febbraio ha rappresentato un salto di qualità improvviso, di quelli che si spiegano soprattutto con i progressi repentini dovuti alla età. Stiamo infatti parlando di una teenager nata il 6 settembre 2002, con alle spalle pochissimi match nel circuito maggiore. Del resto sino alla metà del 2019, Leylah aveva giocato soprattutto a livello junior, con risultati piuttosto notevoli: la vittoria al torneo Grado A di Porto Alegre nel 2018, e poi nel 2019 la finale all’Australian Open 2019 (battuta dalla coetanea danese Clara Tauson), e la vittoria al Roland Garros, in finale su Emma Navarro: sei partite vinte senza lasciare per strada nemmeno un set.

Dopo il successo nello Slam parigino, aveva deciso di non giocare più a livello junior, rinunciando quindi all’erba di Roehampton e Wimbledon e poi anche allo US Open, per dedicarsi a tornei ITF in nord America. Obiettivo: crescere nel ranking WTA. Questa scelta (che mi lascia un po’ perplesso, perché per una giovane americana non sono tante le occasioni di sperimentare l’erba) non le ha comunque impedito di diventare numero 1 del mondo junior nel mese di settembre.

In pratica dalla primavera del 2019 Fernandez si è dedicata alla scalata della classifica, per raggiungere in fretta posizioni che le permettessero almeno di accedere alle qualificazioni Slam. E poi, se possibile, anche all’ingresso diretto nella maggior parte dei tornei WTA e dei Major (significa all’incirca sfiorare la top 100). Ricordo che nel 2019 Fernandez aveva cominciato la stagione fuori dalle prime 400 e l’aveva conclusa come numero 209.

All’inizio di quest’anno, Leylah ha centrato il primo obiettivo importante: vittoria nei tre turni di qualificazione e ingresso al main draw dell’Australian Open (poi sconfitta da Lauren Davis al primo turno). Qualche settimana dopo sono arrivati gli exploit già descritti sopra, tra Fed Cup e Messico. Nei due tornei messicani che le sono valsi l’attuale posizione numero 118, le giocatrici più importanti sconfitte sono state Varvara Lepchenko, Lizette Cabrera, Nao Hibino, Stephanie Voegele, Anastasia Potapova.

Ma l’avversaria più di prestigio battuta è stata senza dubbio Sloane Stephens (6-7, 6-3, 6-3). Va detto però che Stephens stava attraversando un pessimo momento di forma: nel 2020 aveva raccolto solo sconfitte, con l’eccezione proprio di Acapulco, dove aveva battuto al primo turno Emma Navarro (sì, quella Navarro che era stata l’avversaria di Fernandez nella finale junior del Roland Garros, e che però da professionista è oltre il 400mo posto in classifica).

Proviamo a definire il quadro della situazione di Fernandez alla luce degli ultimi risultati. Al momento fra le prime 200 del mondo l’unica giocatrice più giovane di lei presente in classifica è Coco Gauff (nata addirittura nel 2004), che però in quanto a precocità costituisce davvero un caso straordinario, capace di confrontarsi con i record assoluti di tutta la storia dell’era Open.

Senza arrivare a quegli estremi, Fernandez rappresenta comunque un esempio molto interessante di giocatrice che compie il passaggio da junior a pro, raccogliendo con sorprendente rapidità risultati significativi. In generale le imprese di Leylah nell’ultimo biennio rappresentano un ulteriore tassello nella crescita del tennis canadese, che nelle ultime stagioni ha espresso parecchi nomi con grande potenziale, e non solo a livello femminile.

a pagina 2: La formazione di Leylah Fernandez

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L’unità di misura di Elise Mertens

La storia di una giocatrice che curiosamente ha compiuto il salto di qualità a partire da uno degli episodi più anomali e controversi degli ultimi anni

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Elise Mertens - Doha 2019 (foto via Twitter, @QatarTennis)

Vi ricordate di Chanelle Scheepers? Capisco che la domanda suoni bizzarra. Anzi, immagino che la maggior parte dei lettori avrà aggrottato la fronte, e cominciato a esplorare gli angoli più reconditi della propria memoria alla ricerca di una risposta.

Avete ragione. Non voglio dire che Scheepers possa essere l’equivalente manzoniano del Carneade di Don Abbondio, ma siamo lì. Eppure quando penso ad Elise Mertens mi viene in mente Chanelle Scheepers. Però la ragione di questa strana associazione posso spiegarla solo alla fine, una volta chiarito il mio punto di vista su Mertens. Quindi prima occorre approfondire la storia e le caratteristiche di Elise, per poter capire fino in fondo il senso della domanda iniziale.

L’idea di scrivere di Elise Mertens mi è venuta durante la stesura degli articoli sui migliori colpi in WTA. Al momento di scegliere le “elette”, Mertens è comparsa in quattro graduatorie: nelle risposte interlocutorie, nei pallonetti, nella lettura e nella costruzione del gioco. Eppure pur essendo già stata ampiamente Top 20 (la sua migliore classifica è numero 12, nel novembre 2018), non le avevo ancora dedicato un articolo. È venuto il momento di colmare la lacuna.

 

Gli inizi di Elise Mertens
Mertens è nata a Lovanio il 17 novembre 1995. Nasce prematura con oltre due mesi di anticipo, unica sopravvissuta di una gravidanza gemellare. Ha detto a questo proposito: “Forse nel tennis sono una lottatrice perché ho cominciato a lottare sin dai primi giorni di vita, quando ho rischiato di non sopravvivere”. A quattro anni inizia a giocare a tennis, seguendo la sorella maggiore Lauren; e ben presto si scopre che sul campo la più dotata in famiglia è la sorella minore. Di lì a poco il Belgio diventerà una nazione leader nel tennis femminile grazie alle imprese di Henin e Clijsters, che sono inevitabilmente gli idoli di Elise da bambina.

A soli tredici anni prende una decisione fondamentale: sceglie di dedicarsi soprattutto al tennis, cominciando a viaggiare per il mondo, accompagnata di solito dalla madre. Della sua carriera da junior colpisce la quantità e la distanza degli spostamenti. Normalmente una tennista di 14-16 anni quando si sposta all’estero tende a stare vicino al proprio paese, raramente cambiando continente. Invece Mertens gioca ovunque: dal Bangladesh all’Egitto, dagli Stati Uniti al Perù, dalla Thailandia alla Colombia. Oltre ai tornei in Europa.

L’attività giovanile è molto intensa (quasi 190 match di singolare nei tornei organizzati da ITF), con risultati notevoli ma non fenomenali. Vince 3 titoli in totale (nessun grado A, un solo grado 1, a Linz nel 2013) ma siccome raramente perde ai primi turni, riesce a entrare in Top 10: numero 7 nell’aprile 2013.

Le giocatrici nate come lei nel 1995 che faranno strada si chiamano Keys, Kontaveit, Sakkari, Putintseva, Peterson, Witthoeft. Nella carriera da junior, però, la sconfitta più dura la vive contro una avversaria più giovane di sei mesi: nell’ottobre 2010 in Thailandia, perde 6-1, 6-0 contro Ashleigh Barty, che è dell’aprile 1996.

Nel suo anno più orientato agli alti livelli da junior, il 2012, Mertens perde nel torneo di Santa Croce da Rebecca Peterson, al Bonfiglio da Bernarda Pera (nata però nel novembre 1994), al Roland Garros da Eugenie Bouchard (anche lei più anziana, del 1994), a Wimbledon da Anett Kontaveit (1995) e allo US Open da Taylor Townsend (1996).

Rispetto ad altre coetanee, Mertens comincia tardi l’attività fra le adulte. Di fatto il suo primo ranking WTA lo ottiene nel 2013, quando va per i 18 anni. Tanto per fare un paragone: alla stessa età Madison Keys sta già entrando in Top 100 e chiuderà quella stagione in Top 40. Il passaggio al professionismo per Elise non è solo tardivo, ma anche non proprio semplice.

Ha scritto lei stessa di recente per Behind the Racquet: “Non è facile compiere il grande passo. Ero in top 10 da junior e mi sono sentita di nuovo al buio, cominciando tutto da capo. È stato emozionante poter ricominciare, ma ho anche avuto paura di tutto il lavoro che mi aspettava. (…) Ho iniziato a giocare i tornei pro più tardi delle altre, a 17 anni, e sono diventata completamente professionista a 18. All’inizio non è stato semplice capire tutte le nuove avversarie. Ho perso molte partite in quel periodo. Ma la sensazione avuta quando ho vinto il primo 10k è stata incredibile. Quella sensazione vincente ti fa andare avanti, la passione ti fa andare avanti”.

Dal 2013 al 2016 sono stagioni di progressi, che le permettono di salire nel ranking senza però imprese memorabili: numero 577 a fine 2013, poi numero 240, quindi 151 e a fine 2016 numero 120. È una traiettoria sicuramente positiva, ma non straordinaria. sino a quando, all’inizio del 2017, arriva il momento che cambia la sua carriera.

a pagina 2: La svolta di Hobart

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L’impegno di Naomi Osaka

Cosa significa per la giocatrice più pagata al mondo prendere posizioni politiche precise e scendere in piazza a manifestare?

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Naomi Osaka - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

All’inizio di luglio Naomi Osaka ha scritto alla rivista Esquire, prendendo una posizione pubblica nel dibattito politico che si è sviluppato in seguito alla morte di George Floyd. A mio avviso costituisce una scelta interessante, e non tanto frequente fra le tenniste di vertice degli ultimi anni. Per questo penso meriti qualche riflessione.

Innanzitutto devo sgombrare il campo da un possibile equivoco. Sono dell’idea che un sito di sport debba parlare di sport, evitando di abbandonare il proprio ambito di riferimento. E non credo che i lettori debbano aspettarsi da un articolo di tennis valutazioni e giudizi sulla questione del razzismo negli USA, su “Black Lives Matter”, etc. etc. In più sono profondamente convinto che per scrivere articoli su un argomento tanto importante occorra avere un livello di competenza su avvenimenti e contesto che non sento di possedere. Naturalmente ho le mie opinioni (penso che Osaka abbia ragione), ma non ho intenzione di entrare nel merito politico del tema.

Qui vorrei piuttosto ragionare su un argomento differente: su che cosa significhi per Osaka avere assunto posizioni politiche tanto nette in modo pubblico. Ricordo che, prima della pubblicazione del testo su Esquire, a fine maggio Naomi aveva già postato sui social un filmato che ritraeva la sua partecipazione a una delle manifestazioni tenute a Minneapolis successive alla morte di George Floyd. E anche se questo messaggio forse aveva avuto meno risonanza, si può dire fosse per certi aspetti anche più forte, visto che non è frequente per un personaggio pubblico decidere di spostarsi in un altra città per unirsi in prima persona alla folla dei manifestanti.

 

Forse sbaglio, ma per esempio non credo che Serena Williams si sia mai spinta tanto avanti. Anche il suo boicottaggio a Indian Wells è sempre stato focalizzato sul singolo torneo e sulle vicende personali che aveva vissuto, più che su una questione politica a vasto raggio, di carattere generale.

Scorrendo la pagina Twitter di Naomi Osaka, ci si rende conto che nelle ultime settimane sono diversi i tweet che si occupano di aspetti politici e sociali. Come dicevo sopra, non è molto frequente che una tennista di vertice come Naomi (già numero 1 del mondo e vincitrice di Slam) si schieri con tale evidenza all’interno del dibattito politico. Siamo più abituati a grandi sportivi che preferiscono evitare di definire inequivocabilmente le loro convinzioni ideologiche. Le ragioni di questo disimpegno possono essere personali: scarso interesse verso la situazione, o desiderio di riservatezza. Ma la prima motivazione che viene in mente, è quella economica. Economica perché gli sportivi più popolari ricavano una quota significativa dei loro introiti dalle sponsorizzazioni.

Proprio qualche settimana fa abbiamo appreso da Forbes che Osaka a soli 22 anni costituisce la figura di riferimento di un piccolo impero commerciale. Con 37,4 milioni di dollari totali guadagnati nel 2019, Naomi è infatti risultata la sportiva donna più pagata della storia. E l’atleta (uomini e donne) numero 29 della classifica complessiva relativa ai guadagni.

Se però guardiamo dentro al suo bilancio, le cose si fanno ancora più interessanti. Di questi 37,4 milioni totali, infatti, ben 34 derivano dagli sponsor. Se consideriamo solo questa fonte di profitto, Osaka nella classifica sale addirittura al numero 8 a livello assoluto (uomini e donne). E nel tennis solo Federer guadagna dagli sponsor più di lei. Atleti come Djokovic, Nadal, Serena Williams, nel 2019 hanno ricavato meno di Naomi.

Credo di non sbagliare se sostengo che ogni agente di grandi sportivi suggerisce al proprio cliente di non esternare su argomenti che possono scontentare una parte del pubblico, e quindi del mercato. In un certo senso è insito nel concetto stesso di testimonial: al testimonial si chiede di piacere alle persone; anzi: di piacere al maggior numero di persone possibile. Ecco perché quando lo sportivo è un testimonial veramente importante, si preferisce che assuma atteggiamenti “ecumenici” e non divisivi.

Certo, si possono verificare anche casi opposti, cioè di sportivi che a priori non possono offrire una immagine unificante, e vengono scelti dalle aziende perché sono “contro”. Penso per esempio a giocatori come Dennis Rodman o più recentemente alla decisione di Nike di mettere sotto contratto Colin Kaepernick. Ma è molto improbabile che diventino i più pagati dagli sponsor.

E non è nemmeno così importante se oggi certe scelte politiche possono sembrare più “mainstream” (valutazione comunque tutta da dimostrare): in ogni caso per chi deve promuovere un prodotto sul mercato, non conta solo essere in linea con la maggioranza, ma anche non inimicarsi la minoranza.

Probabilmente il testimonial sportivo per eccellenza degli ultimi anni è stato Michael Jordan; e a lui si attribuisce una frase che spiega in poche parole la situazione: “Anche i repubblicani comprano le scarpe sportive”. Che questa famosa affermazione sia vera o no (Jordan forse non l’ha mai pronunciata, ma non l’ha nemmeno smentita prima che diventasse proverbiale), resta il fatto che sintetizza molto bene l’idea di un testimonial che deve maneggiare con estrema circospezione certi argomenti, perché possono diventare esplosivi.

La storia dello sport ci insegna anche che le prese di posizione politiche possono diventare devastanti per la carriera di un atleta. Uno dei casi più celebri riguarda i protagonisti della protesta sul podio dei 200 metri delle Olimpiadi di Città del Messico ’68 (Tommie Smith, John Carlos, ma anche l’australiano Peter Norman), che hanno pagato dure conseguenze per quella immagine diventata un simbolo mondiale.

Torniamo al tennis. Forse il caso di grande giocatrice che quando era ancora in attività si è più esposta su questioni extrasportive è stata Martina Navratilova. Nel momento in cui ha dichiarato pubblicamente la propria omosessualità, per la mentalità dell’epoca stava compiendo un atto politico, più di quanto forse possa apparire oggi. Un atto che non era stato privo di conseguenze.

Nel documentario che ESPN ha dedicato alla sua rivalità con Chris Evert (Unmatched, uscito nel 2013) Martina ricorda che quando ha cominciato a vincere molto, c’erano media statunitensi che presentavano le sue partite contro Chris come uno scontro tra bene e male. Scontro nel quale Evert impersonava il bene (la “fidanzata” della porta accanto) e Navratilova il male (la giocatrice proveniente da un paese comunista e per di più lesbica):

Certo, se paragoniamo le conseguenze sulla carriera avute da Navratilova con quelle subite dagli sprinter di Città del Messico ci rendiamo conto che Martina ha avuto molti meno problemi. E questo varrà sicuramente anche per Osaka; non solo perchè sono cambiati i tempi, ma anche perché, al contrario di altre discipline, il tennista professionista è sostanzialmente una entità autonoma, che (se gioca bene ed è forte) non deve passare attraverso le maglie delle federazioni o dei club per poter svolgere la propria attività.

Però non sono in ogni caso tutte rose e fiori. Una tennista in attrito con la propria federazione potrebbe dover rinunciare alla Fed Cup e molto probabilmente anche alle Olimpiadi. A proposito di Olimpiadi: Osaka lo scorso anno era stata scelta dal comitato di Tokyo 2020 come testimonial dei Giochi (rinviati al 2021 a causa della pandemia); e chissà se gli organizzatori dell’evento hanno gradito le sue ultime mosse pubbliche.

Questo ci introduce a un altro aspetto che riguarda Naomi: il pronunciamento politico di una giocatrice giapponese su questioni che hanno avuto il loro fulcro negli Stati Uniti. Ricordo che Osaka è nata in Giappone (da madre giapponese e padre haitiano), ma la sua famiglia si è trasferita negli USA quando lei aveva tra anni, e dunque negli USA risiede da circa 20 anni.

Ecco, la scelta di Osaka è forse un po’ più coraggiosa se teniamo conto del fatto che Naomi è scesa in piazza negli Stati Uniti da “straniera”. Infatti per obblighi stabiliti dalla legge giapponese, lo scorso anno ha dovuto rinunciare al passaporto statunitense. Ma evidentemente in questo caso ha prevalso la sua storia personale, ricca di riferimenti transnazionali, che non si possono confinare dentro i vincoli di una cittadinanza. Lo ha sostenuto lei stessa in una parte dell’articolo su Esquire:Una singola etichetta non è mai stata sufficiente per descrivermi, ma ci hanno provato lo stesso. È giapponese? Americana? Haitiana? Nera? Asiatica? Beh, sono tutte queste cose assieme”.

Ecco un altro elemento da non sottovalutare della decisione di Osaka: la sua scelta politica a favore di una società plurale, espressa in quanto giocatrice e cittadina giapponese. Non dimentichiamo che se Osaka ha guadagnato così tanto, molto lo deve agli sponsor del sol levante. E cultura e mentalità giapponese non sono quelle statunitensi.

Ha scritto Naomi a proposito del suo rapporto con il paese di nascita: “Il Giappone è una nazione molto omogenea, e per questo ho faticato a parlare di razzismo. Ho ricevuto commenti razzisti online e persino in TV, ma si tratta di una minoranza. In realtà, le persone di razza mista – e soprattutto gli atleti di razza mista – sono il futuro del Giappone. Io, Rui Hachimura [giocatore NBA per gli Washington Wizards, ndr] e altri ancora, siamo stati accettati dalla maggior parte del pubblico, dei tifosi, degli sponsor e dei media”.

Sotto questo aspetto va ricordato come lo scorso anno ci furono polemiche per un cartone animato realizzato da uno sponsor giapponese di Naomi in cui era raffigurata come una giocatrice di pelle bianca. Allora lei si era espressa in modo tutto sommato più accomodante (“Avrebbero dovuto parlarmene”). Difficile dire se perché ritenesse la vicenda secondaria, o perché non desiderasse ancora esporsi in modo così deciso come ha fatto di recente. E questa evoluzione ci conduce agli aspetti più personali del suo impegno.

a pagina 2: L’aspetto personale della Osaka “politica”

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