Non è novità l'ecatombe di 8 teste coronate. Lo è l'intervista tv a fine set a Coco Vandeweghe

Editoriali del Direttore

Non è novità l’ecatombe di 8 teste coronate. Lo è l’intervista tv a fine set a Coco Vandeweghe

Chi ferma più le tv? Serena Williams : “Purché non diventi obbligatorio”. Il ghiaccio rotto con il coaching sul campo. Qui le regole che hanno cambiato il tennis

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Arthur Ashe Stadium - US Open 2015 (foto di Art Seitz)
 
 

Guarda il commento al Day 1 di Ubaldo Scanagatta e Ruggero Canevazzi

 

 

Dapprima mi chiedevo se questa prima giornata dell’US Open verrà ricordata per via dell’ecatombe delle teste di serie al femminile – tre delle prime dieci (Ana Ivanovic n.7, Karolina Pliskova n.9 e Carla Suarez Navarro n.10) che vanno ad aggiungersi a Maria Sharapova n.3 ritiratasi alla vigilia – più altre tre, un’altra ex n.1 del mondo serba come la Ivanovic Jelena Jankovic – che brutta giornata per i serbi anche se Djokovic ha dominato in 71 minuti , una ex n.2 come la russa Kuznetsova che qui trionfò 11 anni fa (2004) più Sloane Stephens (n.29).

Poi ho pensato invece che forse il k.o. patito dal giapponese Kei Nishikori, n.4 del mondo e finalista qui un anno fa, per mano del francese Paire, n.41, era la notizia del giorno.

Ma non sarebbe stato giusto trascurare neppure le vicende italiane – tanto più perchè destinate a non durare troppo oltre la prima settimana – e quindi la prevedibile sconfitta di Bolelli con Goffin (magari un po’ troppo netta, 64 61 62), l’altrettanto prevedibile vittoria di Seppi sul pur promettente americano Paul campione junior al Roland Garros (64 60 75), la bella difesa (67 63 6163) di Cecchinato (n.106) davanti all’ex medaglia d’argento olimpico ed ex n.7 del mondo Fish, 33 anni e un cuore così così, al suo ultimo torneo in carriera.

Mentre Roberta Vinci portava sul 2 pari (con il duplice vittorioso 64 su Vania King che non è né lontana parente né la controfigura di Billie Jean King: ) il bilancio dei duelli giocati dagli azzurri prima della vittoriosa discesa in campo di Fabio Fognini (26 63 64 76 un set point annullato da Fabio sul 3-5 e proprio servizio nel quarto) contro il lungagnone americano Steve Johnson, n.47 e un fisico che – 10 cm di meno, 1,88- invece di 1,98 ricorda un tantino un vecchio Todd Martin più magro, riflettevo che sul fatto che la Roberta di un paio d’anni fa magari avrebbe potuto approfittarne per centrare un altro risultato di prestigio dopo i due quarti di finale centrati di fila nel 2012 e nel 2013.

In tutto il quarto di finale basso della prima metà del tabellone di otto teste di serie originali le superstiti sono soltanto -scendendo dall’alto – la n.17 Svitolina, la n.13 Makarova, la n.25 Bouchard. E’ vero che c’è anche la Cibulkova che, sebbene n.50 a causa di vari infortuni, è testa di serie in pectore dopo essere stata top ten e finalista all’open d’Australia 2014, e sicuramente in fiducia ora dopo aver fatto fuori la Ivanovic, ma insomma la miglior Vinci con la ventiduenne Allertova n.77 al secondo turno e con la Dodin o la Duque Marino, avrebbe una grande chance di arrivare agli ottavi: contro la Bouchard? E se anche fosse la canadese, beh quest’anno è tutto fuorché imbattibile. Ma anche Roberta non è più quella che stava per diventare una top-ten, anche una settimana fa ha avuto 3 match point contro la Wozniacki e quindi male non sta davvero giocando.

Ma di fronte a tutte queste storie di ordinaria banalità, la mia attenzione si è soffermata su…Pam Shriver che scendeva in campo ad intervistare la bionda Coco Vandeweghe, 23 anni e n.45 Wta, a fine del primo set vinto sulla connazionale Sloane Stephens, 22 anni e n.29 (come il suo seeding).

Beh, anche se mi pare di ricordare che una volta Giampiero Galeazzi, kamikaze del microfono negli spogliatoi delle squadre di calcio al punto da buttarsi anche sotto la doccia con i calciatori che festeggiavano uno scudetto, fece irruzione anche sul centrale del Foro Italico per intervistare Guillermo Vilas nel corso della finale del 1976 – e l’argentino per poco non lo mandò a…spigare – questo nel tennis competitivo serio (cioè non quello delle esibizioni) non si era mai visto. Mi pare di ricordare anche un’irruzione irregolare di Gianni Minà…e non vorrei essermi confuso. Se qualcuno ricorda uno di questi due episodi lo scriva per favore…

E’ vero che le ragazze sono meno conservatrici rispetto alle regole tradizionali del tennis. Dal 2009 loro hanno autorizzato l’ingresso dei coach sul campo una volta per set. Gli uomini si sono sempre mostrati contrari.

Ora Coco Vandeweghe ha “rotto un altro muro”. E non a caso mi sono ritrovato alla sua conferenza stampa con tutti i i più noti giornalisti americani, Peter Bodo (autore di tanti libri, incluso l’ultimo sulla memorabile finale Ashe-Connors di cui ho letto di recente ricostruzioni a dir poco fantasiose da parte di chi quel match non l’ha evidentemente visto), Doug Robson, Sandy Harwitt.

Breve ripasso delle regole cambiate prima di addentrarmi nella storia raccontata dalla simpatica ed estroversa Coco.

Nel 1958 l’ITF ha modificato quella del fallo di piede. Non è più obbligatorio tenere entrambi i piedi incollati a terra. Si può saltare la riga e avanzare.

Nel 1970 viene introdotta al torneo di Filadelfia la novità più rivoluzionaria, il tiebreak inventato da Jimmy Van Alen che descriveva i long set come “torture urologiche”.

Ci sono varie versioni fino al 1979 quando anche Wimbledon si allinea, dopo anni di tiebreak giocati sull’8 pari, a quello sul 6 pari odierno. Negli Stati Uniti chi scrive si è trovato a giocare il tiebreak della sudden-death (la morte improvvisa) in cui sul 4 pari il setpoint o il matchpoint poteva essere per entrambi i giocatori. Chi rispondeva poteva scegliere il lato da cui rispondere.

Nel 1972 il Roland Garros introduce le sedie per i giocatori al cambio campo. Nel 2000 non ci si siedono dopo il primo game di un nuovo set, ma lo fanno – e per due minuti anziché uno – al termine di ciascun set.

Nel 2001 all’open d’Australia viene testato il tiebreak a 10 per il terzo set per il torneo di misto. Nel 2004 all’US open e nel 2007 al Roland Garros idem per il solo misto. Ma dal 2006 l’ATP l’ha adottato per tutti i suoi doppi, seguita anche dalla Wta.

Nel 2009, come detto, la Wta ammette il coaching sul campo, ma è dal 2006 che a Miami è comparso per la prima volta l’Occhio di Falco, l’Hawk-Eye.

Nel 1972, ma questa non è un vero cambio di regole l’ITF autorizza un diverso colore per le palle, il giallo. A Wimbledon la “consentono” solo dal 1986.

Veniamo a Coco Vandeweghe adesso (e al successivo commento di Serena Williams): “Ieri Pam Shriver mi ha chiesto se avessi accettato di rispondere a due domande a fine primo set. Mi ha detto che se non l’avessi più voluta avrei potuto farle un cenno in ogni momento, anche due secondi prima del momento”.

-Ti è parso strano?

“No…ma non ricordo una parola di quelle che ho detto (e ride)”

-Sei seria?

“Terribilmente seria, non so che cosa mi ha chiesto!”

-I pro e i contro di una simile situazione?

“Beh prima che succedesse ho pensato che magari avrei potuto perdere la giusta concentrazione. Ma al contempo con la WTA siamo abituati a interromperci…potresti perdere il focus anche in quelle occasioni. Ma penso sia un’innovazione e una cosa positiva, non vedo danni”.

-Reazioni di altre giocatrici?

“No, solo Mary Joe Fernandez e Pam mi hanno fatto i complimenti. “

-Perchè pensi che abbiano avvicinato proprio te? –

“E chi lo sa?”-

-Tutti i giocatori hanno sempre paura di perdere la concentrazione, non avevi paura?-

“All’inizio l’ho pensato, ma ci sono un sacco di fattori che possono distrarti in un match. E se non sei capace di metterle da parte allora devi lavorare su quell’aspetto…quando mi è toccato di farlo mi sono sentita ok. Magari un’altra volta potrei dire a Pam di rimanere seduta, e anche questo potrebbe essere divertente (e ride ancora…ma se avesse perso sarebbe stata altrettanto spiritosa)”

Le chiedo se sia superstiziosa, se magari il fatto che le abbia portato bene, che abbia vinto, la stimolerà a ripetere l’esperienza.

E lei: “Beh le mie superstizioni sono tutte le cose che posso controllare. Questa spero non diventerà una mia supertizione. Goodness, è stato divertente, sono contenta che ne sia stata parte”.

Serena Williams pochi minuti dopo avrebbe commentato: “Sono di un’altra epoca, Dio sa di quale decade, vecchia scuola, così non so se è qualcosa che io farei,ma la cosa in sé è piuttosto interessante. Forse è il futuro del tennis. Spero solo che non lo rendano obbligatorio.”

-Pro e contro?

“Grande per alcuni spettatori. Entrare nella testa dei giocatori…ma voi sapete che io voglio essere sempre concentrata su quello che voglio fare, e non rispondere a delle domande…E’ l’integrità de tennis se ci pensi…Sei solo tu sul campo, non un reporter, non un coach. Sei solo tue e l’adoro,,,è il solo sport nel quale accade”.

Beh, è probabile che vedremo altri tentativi del genere – magari sempre discreti – da parte delle tv. E dipenderà dai giocatori dire di sì o di no. In linea di massima, forse perché sono anche “vintage”, specie da ieri 31 agosto, la penso proprio come Serena.

 

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ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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