US Open 2015, il primo Slam tra Pennetta-Vinci, New York e situazioni tragicomiche

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US Open 2015, il primo Slam tra Pennetta-Vinci, New York e situazioni tragicomiche

Confuso diario di viaggio da esordiente in un torneo del Grande Slam. Dalle emozioni per le imprese italiane della finale tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci e dello spettacolo della rimonta di Fabio Fognini su Rafa Nadal alle peripezie quasi fantozziane che hanno contraddistinto l’avventura newyorkese

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NYC, tramonto dall'Ashe Stadium - US Open 2015 (foto di Art Seitz)

L’appassionato di tennis sa benissimo che uno Slam non è un torneo qualunque. Il giornalista con alle spalle un’unica esperienza da inviato nel prestigioso ma raccolto Master 1000 di Montecarlo non può invece minimamente immaginarsi cosa lo aspetti, nonostante le spacconate con gli amici prima di partire.

Sabato 29 Agosto affronto il volo di andata da Milano Malpensa al John Fitzgerald Kennedy di New York, rigonfio di entusiasmo e fiducia. Lo US Open 2015 avrebbe costituito la pietra miliare della mia consacrazione, il redattore con un Master 1000 e un torneo dello Slam all’attivo, due anni di esperienza con Ubitennis per più di 130 articoli pubblicati. Sicuro: il mio primo Slam sarà così, un grande trionfo. Due settimane e qualche giorno dopo, posso dire lo è stato in tutto e per tutto come tifoso e malato di tennis – la finale tutta azzurra Pennetta-Vinci, Fabio Fognini che rimonta due set di svantaggio a Nadal con l’Arthur Ashe in delirio: l’Italia dello sport che dà la migliore immagine del nostro paese – come giornalista, invece, forse l’aggettivo più corretto per definirlo è tragicomico.

Lunedì 31 Agosto, day 1, primo incarico del mio torneo: intervistare i giocatori russi che avrebbero, una settimana dopo la fine dell’Open americano, sfidato l’Italia di Corrado Barazzutti in Coppa Davis.
Perfetto Direttore, nessun problema”, rispondo con voce nelle intenzioni ferma e sicura e nei fatti terrorizzata, ben consapevole che non avevo idea di chi avrebbe giocato nella squadra russa, Andrey Rublev a parte. Scanagatta, che mi conosce bene, ha già individuato la morte nei miei occhi, ma non lascia spazio a ulteriori e inutili domande: “Vai al desk a richiedere una chiacchierata di 5 minuti con ogni giocatore russo in campo oggi, sbrigati!”. Scorro i giocatori russi nel programma del giorno, sono Teymuraz Gabashvili e Evgeny Donskoy. Eseguo, pallido in viso e con un inglese piuttosto stentato, ma ottengo quello che cerco.
Gabashvili si presenta con 5 minuti di ritardo, scusandosi subito con molta educazione. Inizia l’intervista e dopo la prima domanda su Seppi, che sarà il suo prossimo avversario al secondo turno, le ansie per le domande migliori da fare spariscono di fronte alla faccia del giocatore russo. Teymuraz sembra uscito da un B-movie dove lui è il presunto serial killer che poi si rivela lo sventurato con le fattezze del malvagio quando in realtà non farebbe male a una mosca. In effetti, visto negli occhi, non ha poco dell’omicida seriale: sguardo dritto negli occhi, guance a un passo dall’essere definibili come butterate, cranio divergente dal mento alle tempie. È molto cortese e sorridente, altro particolare che farebbe pensare al peggio, ma io sono concentrato sulle domande da fare ed escludo possa compiere uno dei suoi efferati crimini nell’ingresso della Sala stampa. Concludo con un ringraziamento e una stretta di mano, a quel punto il giovane Donskoy non può certo farmi paura.

 

Più tardi, quando il sole è già tramontato da una mezz’ora, il Direttore, solitamente generale inflessibile, dimostra un cuore tenero: “Dai, fermati di lavorare, è il tuo primo Slam, corri a vedere la cerimonia di apertura. Fuggo dalla sala stampa e faccio d’un fiato tre rampe di scale, trovo un posto libero proprio mentre finisce la musica. “Scusi, cosa prevede ora la cerimonia?”, chiedo a un’attempata e cordiale signora. “È appena finita, tra poco giocherà Serena, te la sei persa?” “Sì, ma lo spettacolo comincia ora!”, esclamo con una risata a trentadue denti che maschera la mia immane dabbenaggine. Sono comunque solo all’inizio delle mie peripezie.

Il giorno successivo (martedì 1 Settembre), dopo una lunga giornata di lavoro oscuro, passata in buona parte a sbobinare le registrazioni delle conferenze stampa e delle interviste per trascriverne i riassunti, passo dalla Sala Stampa alle tribune riservate ai media per gustarmi le battute conclusive del primo turno di gran qualità Murray-Kyrgios. Al termine del match, esco dal Centrale ma, disorientato dalla folla e dalle dimensioni dell’Arthur Ashe, imbocco una scalinata laterale dopo che un’inserviente mi ha aperto gentilmente una porta di servizio e, senza rendermene conto se non quando è troppo tardi, mi ritrovo fuori dai cancelli dell’intero Billie Jean King National Tennis Center. Il mio senso dell’orientamento è prossimo allo zero, faccio così venti metri al buio seguendo alcune persone e mi rivolgo a una donna dello staff: Chiedo scusa, mi può dire la strada più breve per raggiungere la Press Room?” Certo, laggiù”, risponde indicandomi una serie di bagni pubblici. “No, madame, the Press Room, please”. “Oh sorry, avevo capito restroom” (che significa toilette). Evidentemente, il physique du rôle del giornalista, nonostante il chiaro pass appeso al collo, sono ancora ben lungi dall’acquisirlo…

Le prime giornate sono contrassegnate da piccole esperienze utili a forgiare il carattere e il modo di vivere un torneo dello Slam contraddistinto da baccano, musica a palla, perenne olezzo di hot-dog, corse sfrenate tra campi e sala stampa, con un’occhio alla cartina di Flushing Meadows e l’altro a non schiantarsi negli spostamenti trafelati contro qualche tifoso, magari carico di Coca-Cola gigante e hamburger pronto a dipingere la tua maglietta con le sue salse colorate. Capita allora che durante un’agognata pausa pranzo, nella mensa dei giornalisti sita all’interno dell’Arthur Ashe Stadium, preso dalla frenesia delle mille cose da fare, lo stomaco non reclami chissà cosa, ma solo di un po’ di frutta rinfrescante. Uno dei miei colleghi inviati di Ubitennis, Luca Baldissera, il brillante autore degli spunti tecnici, vede che metto sul vassoio il cestino con la frutta e una Coca, nient’altro. D’improvviso, quasi mi attacca al muro, sguardo fermo e voce stentorea: “Giovanotto, tu non l’hai ancora capito: qua siamo in guerra. Pensi che al fronte le truppe mangino quando glielo chiede lo stomaco? Si mangia quando si può, non quando si vuole! Adesso ordina quell’ammasso informe di carne, cotta in quell’intruglio unto, che chiamano pulled pork: è tutto quello che ti serve”.
Ma io volevo solo un po’ di frutta”.
Fa’ come dico, il Generale Scanagatta non ammette altre pause pranzo, questa è la tua unica occasione per arrivare alla fine della giornata, chiaro?
Sì, Signore”, affermo rassegnato chinando il capo.

Sabato 5 Settembre, dopo il difficile match tra Flavia Pennetta e Petra Cetkovska, incrocio Corrado Barazzutti, praticamente sempre presente ai match di quasi tutti gli azzurri e gli chiedo se può rilasciarmi qualche dichiarazione. Lui accetta, cortese e sorridente. Dopo tre domande sul match appena vinto da Flavia, me ne esco con la seguente frase: “Volendo essere ottimisti, c’è la possibilità di un derby Pennetta-Vinci ai quarti di finale. Lui mi guarda strano, come a dire “ma che stai blaterando?”, io realizzo l’enorme gaffe e chiudo pietosamente l’intervista: “e allora grazie a Corrado Barazzutti”. Me ne vado, stringendo la mano al capitano di Davis e Fed Cup, con lo sguardo di chi vuole rimediare quando il latte è già stato versato, convinto a questo punto che per il Premio Pulitzer ci sia ancora molto da aspettare… e invece l’intuizione (perché è chiaro che di quello si è trattato) era perfetta, la più lungimirante delle premonizioni: il derby tra Flavia e Roberta ci sarebbe stato eccome, solo un po’ più avanti dei quarti! Grazie ragazze, per avermi salvato la carriera…

A proposito della finale tutta italiana, potete immaginare l’emozione unica e la fortuna incredibile di poter dire “Io c’ero!. Alla grande cavalcata di Flavia Pennetta ha fatto da contraltare un tabellone nella prima parte fortunato di Roberta Vinci, prima che la tarantina superasse con una grande partita Kiki Maldenovic ai quarti di finale e poi compisse il miracolo nella leggendaria semifinale con Serena Williams. Si è trattato di una delle più grandi sorprese di sempre nella storia dello sport, allo stesso livello, se non oltre, della sconfitta di Rafa Nadal contro Robin Soderling al Roland Garros del 2009, di quella di Mike Tyson sul ring di Tokyo nel 1990 contro Buster Douglas, della nazionale americana di basket che perse l’oro alle Olimpiadi di Seul ’88 contro l’Unione Sovietica (se pur tra mille polemiche per come terminò quella gara), che finì per convincere i responsabili del basket a stelle e strisce a dare vita al Dream Team che avviò il suo dominio a partire dalle Olimpiadi di Barcellona ’92.
Non può allora non tornarmi in mente quell’episodio già raccontato nel pub di Manhattan di una sera della prima settimana, dove una bionda tanto alticcia quanto poco affascinante si era avvicinata a noi di Ubitennis, desiderosi di una birra rinfrescante e d’incontri più appetibili, biascicando qualche parola sullo US Open e gridando a più riprese “Serenaaaaa, she can not lose!”. Grazie di cuore, poderosa iettatrice yankee…

Non è stato però solo divertimento, impegno e grandi emozioni. In due settimane full-immersion c’è stato anche lo spazio per lo sconforto e la delusione. La scrittura della cronaca di Pennetta-Cetkovska si rivela più complicata e lunga del previsto: il Direttore si accorge che sono ancora alle prese con la scrittura del pezzo, quando in Italia è già abbondantemente passata la mezzanotte e gran parte dei lettori ha lasciato Ubitennis per andare a dormire. La sua espressione raffigura tutta la delusione provata da entrambi, io in primis. Il colpo è duro, rialzarsi da una botta morale del genere non è banale.

Trovo però qualche giorno dopo un insperato aiuto da Flavia Pennetta, che parla così in conferenza stampa (non ricordo successiva a quale match): “Avete presente quei giorni in cui ti svegli e ti senti svuotata, senza voglia di fare niente? È in quei momenti che ti fai forza e decidi comunque di portare a termine i tuoi compiti, si tratti dell’allenamento o di qualsiasi altra cosa, perché ti rendi conto che se non lo fai, se lasci perdere, se ne vanno delle occasioni che potrebbero non ripresentarsi più”. Detta così può suonare anche banale, ma è stato esattamente quello che ho detto a me stesso quando era ora di affrontare la cronaca successiva. Si tratta del quarto di finale tra Novak Djokovic e Feliciano Lopez, giustiziere di Fognini agli ottavi. Il match regala momenti di grande spettacolo, col gioco di volo dell’iberico e le contromosse del n.1 del mondo, anch’egli bravissimo a prendere la rete per non lasciare l’iniziativa a Feliciano. Mi appunto molte cose, corro in sala stampa e comincio a scrivere. Nel frattempo, essendosi trattato dell’ultimo match della sessione serale, si sono fatte le 2:00 di notte. Una comunicazione vocale informa che il prossimo shuttle per Manhattan è alle 2:30 dal “South Gate”, dove sono sempre sceso al mattino e salito la sera, mentre l’ultimo bus passerà alle 3:00 dal “President Gate”. Raccolgo le ultime forze, passano le 2:30 ma il sangue è sufficientemente freddo da non farmi andare nel panico. Pubblico il pezzo alle 2:47 e poi corro fuori dall’impianto. Si tratta solo di capire dove si trovi questo maledetto “President Gate”. La guardia notturna mi dà due indicazioni di massima, “dritto e poi a destra”, corro all’impazzata ma non trovo altro, nel buio quasi totale, che una strada alberata alquanto cupa e inquietante. Sono ormai le 3:10, il bus è perso ma qui si tratta di ben altro. Cammino nel nulla, cercando di capire dove sono per chiamare un taxi, mentre comincio ad avvertire un certo freddo e mi par di udire da lontano persino qualche sinistro ululato… Quando tutto sembra perduto, quando già penso a come sarò ricordato nel firmamento giornalistico italiano, come martire di Ubitennis sul suolo americano, passa un piccolo bus dell’organizzazione. Spiego la situazione all’autista, che mi fa cenno di salire, portandomi generosamente al giaciglio e di fatto strappandomi alla fine nella boscaglia.

Al termine del torneo, delle ansie da giornalista e delle emozioni da appassionato, ho avuto un giorno e mezzo per godermi un po’ Manhattan (sì, dopo 14 giorni mi sono accorto che a New York c’è anche altro oltre al grande tennis…). Naturalmente, lo spazio per un’altra perla tragicomica c’è stato eccome e se siete stati nella Grande Mela d’estate potete intuire dove voglio arrivare: l’agghiacciante differenza di temperatura tra il caldo e l’afa fuori e il freddo polare degli ambienti interni, per via dell’aria condizionata sparata al massimo. Manca poco all’orario di arrivo del bus che mi avrebbe portato dall’albergo all’aeroporto JFK. Il mio animo etilista mi suggerirebbe l’ultima birra newyorkese di una lunga serie, ma prevale il buon senso ed entro in un classico bar americano per un caffè. Come detto, caldo afoso all’esterno, gelo siberiano all’interno. In questo contesto, in attesa del caffè, il tempo stringe e decido tragicamente d’ingurgitare in due rapidi sorsi quella brodaglia nera bollente appena servita. Il risultato è tanto logico quanto drammatico: temperatura corporea superficiale prossima allo zero assoluto, temperatura del mio stomaco a 18000 gradi. Comincio a vedere la musica e sentire i colori, vedo persino una finale maschile sull’Arthur Ashe tra Fognini e Lorenzi (non una ma addirittura due finali tutte italiane!), con Paolino che sotto 2 set a 0 e 5-0 Fognini nel terzo, tira un gran dritto in recupero da 4 metri fuori dal campo, Fabio è pronto a rete a chiudere una comoda volèe ma il nastro (di evidente matrice toscana) devia la palla superando il ligure, che diventa verde dalla rabbia, impreca, subisce un warning ed esce completamente dal match. Capisco così che le allucinazioni stanno svanendo: un Fognini del genere è del tutto realistico. Non so come, ma anche questa gimkana termica è stata superata. A questo punto non mi resta che il volo di rientro in Italia, pieno di ricordi, emozioni indescrivibili, passione, orgoglio italico per Flavia e Roberta e aneddoti fantozziani utili per divertire gli amici e, mi auguro, i lettori di Ubitennis.

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È vero che i tennisti più forti alzano il proprio rendimento sotto pressione?

Partendo dall’esempio di Emma Raducanu, il Guardian ha raccontato di uno studio che ha analizzato le prestazioni nei punti importanti dei migliori giocatori al mondo

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Emma Raducanu - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

Qui l’articolo originale

Emma Raducanu si sta già dimostrando maestra nel sovvertire le aspettative: a Wimbledon alcuni avevano messo in dubbio il suo temperamento dopo che si era ritirata dal quarto round con difficoltà respiratorie, ma due mesi dopo gli stessi critici sono stati costretti a rimangiarsi quelle parole dopo la straordinaria vittoria riportata allo US Open.

Emma ha aggiunto nuove sfumature a come viene percepita dal pubblico e dai media in occasione di un evento celebrativo nella sua città natale: il 24 settembre, al National Tennis Center di Toronto, ha infatti mostrato il suo lato pratico e spietato, rivelando di aver rinunciato ai servigi di quello che era stato il suo allenatore a New York, Andrew Richardson. Certo, è stata la decisione giusta: Richardson aveva un contratto a breve termine e poca esperienza nel circuito WTA. E, anche a 18 anni, Raducanu è abbastanza grande da sapere che le favole possono presto essere fatte a pezzi, soprattutto nel feroce mondo dello sport professionistico.

 

Ma Raducanu ha anche detto qualcosa che merita una certa attenzione quando le è stato chiesto cosa avesse fatto per affrontare meglio i match dal punto di vista mentale nel periodo intercorso tra gli stenti patiti contro Ajla Tomljanovic a Wimbledon – quando un errore non forzato si è trasformato in un altro e poi un altro – e lo US Open, dove si è dimostrata coriacea come granito: “Sono abbastanza resiliente e quando sono giù, o affronto delle avversità, normalmente tendo a riprendermi abbastanza velocemente e a non lasciare che la delusione mi colpisca“. Ma come comportarsi quando si commette un errore non forzato su un punto importante come può esserlo uno allo US Open, come cercare di assicurarsi che non accada di nuovo? “Cerco solo di riconoscere quello che è successo in quel colpo e di non ripetere l’errore in seguito“, ha risposto.

Gli psicologi hanno una frase per questo: “expertise-induced amnesia” [amnesia indotta dalla competenza acquisita, ndr], usata per descrivere la natura automatica e inconscia delle prestazioni sportive o professionali. E forse aiuta a spiegare perché Raducanu è stato in grado di affrontare così bene gli occasionali momenti di difficoltà vissuti a New York.

Questa informazione è contenuta in un nuovo affascinante studio, “Psychological pressure and compounded errors during elite-level tennis”, (pressione psicologica ed errori cumulativi nel tennis d’élite), che ha esaminato più di 650.000 punti giocati in ogni singolare maschile e femminile nei 12 tornei del Grande Slam dal 2016 al 2019 per cercare di comprendere meglio il persistente enigma che circonda chi sa far fronte alla pressione, distinguendosi così da chi invece tende a soffrirla. Per ogni punto, il team di accademici dell’Università di Exeter e del Royal Holloway ha posto due domande chiave:
1) qual era il livello di pressione sui giocatori?
2) cosa hanno fatto in quella situazione? Hanno colpito un vincente, un errore non forzato o un doppio fallo?

Se, ad esempio, un giocatore era sotto 30-40 sul proprio servizio sul 4-5 nel set decisivo, questo creerebbe il punteggio massimo di pressione, rispetto a uno molto più basso in una situazione di 5-0 in proprio favore.

E quindi cosa hanno scoperto i ricercatori?

Primo, che il tasso di errori non forzati per i punti importanti, dove la pressione cresce, era superiore di ben 1,75 volte rispetto a quello riscontrato nei punti a bassa pressione. Non è stata una sorpresa, e né forse è sorprendente la rivelazione che, quando un giocatore o una giocatrice hanno commesso un errore non forzato, le possibilità che lo facciano di nuovo aumentino significativamente nei punti successivi.

Tuttavia, cosa più intrigante, i ricercatori hanno anche scoperto che questi due effetti interagiscono anche per creare un “ciclo di pressione: confusione, più pressione, di nuovo confusione”, come spiega uno degli autori, il dottor David Harris. Questo è interessante. Nello sport, si sente molto parlare della “mano calda” – la situazione in cui un colpo andato a segno tira l’altro, poi un altro, e all’improvviso il commentatore urla “è in trance agonistica!” e l’atleta non sembra poter più sbagliare. Tuttavia, gli accademici suggeriscono provvisoriamente che questo studio potrebbe essere un’ulteriore prova della teoria della “mano fredda“, in cui errori e voci interiori negative portano a più errori e ad una spirale discendente.

La ricerca contiene un’altra scoperta interessante. I più grandi nomi del tennis maschile e femminile sono spesso considerati più “centrati” sotto pressione – in altre parole, giocano ancora meglio quando la posta in gioco è più alta. Tuttavia, gli accademici non hanno trovate molte prove di questo luogo comune. Naturalmente i giocatori di successo hanno un miglior rapporto tra vincitori ed errori non forzati in ogni situazione. “Tuttavia, per i punti caratterizzati da un livello di pressione più elevata, le distribuzioni dei vincenti rispetto agli errori non forzati erano molto simili alle distribuzioni complessive“, hanno osservato gli accademici, “indicando che i giocatori di successo hanno semplicemente mantenuto il loro vantaggio generale sotto pressione e non hanno in qualche modo ‘aumentato il loro livello di gioco’ in corrispondenza di questi frangenti”. Schemi simili sono stati trovati nell’NBA, con i giocatori ritenuti “centrati” che in realtà non migliorano la loro percentuale di tiro negli ultimi cinque minuti di gioco, sebbene abbiano effettuato più tiri che potrebbero aver alterato le percezioni.

Allora qual è la migliore strategia per far fronte alla pressione? Come notano gli accademici, “i benefici delle routine pre-tiro per l’esecuzione sotto pressione sono vari e non ancora del tutto spiegati scientificamente“. Tuttavia, l’approccio punto per punto di Raducanu per far fronte alla pressione è notevolmente simile a come Annika Sörenstam, una delle più grandi golfiste di sempre nel Ladies PGA Tour, reagiva agli errori. Nelle interviste, la svedese ha affermato di ricordare a malapena di aver commesso un errore sul percorso. Dopo un brutto colpo, analizzava brevemente l’errore e passava subito oltre, concentrandosi sul “now shot”, il prossimo colpo da eseguire.

L’approccio di Raducanu è molto simile: “Quando ero più giovane ero piuttosto emotiva e tendevo ad arrabbiarmi in campo, ma è stato un atteggiamento che ho dovuto superare abbastanza rapidamente. Ai miei genitori non piaceva, quindi sin da piccola ho dovuto sviluppare questa mentalità e mantenere la calma“. Qualcuno provi a spiegarlo con calma a Piers Morgan [il controverso personaggio televisivo britannico che l’aveva duramente attaccata a Wimbledon, ndr], ma finora l’atteggiamento della giovane tennista sembra funzionare.

Traduzione a cura di Michele Brusadelli

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WTA Tenerife, Giorgi sprecona: in finale va Osorio Serrano

Camila va in vantaggio nel primo set e serve per il secondo sul 5-4, subendo in entrambi i casi la rimonta dell’avversaria

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M. Osorio Serrano b. [4] C. Giorgi 6-4 7-5

Finisce in semifinale – e non senza rimpianti – la corsa di Camila Giorgi nel torneo di Tenerife. A frapporsi tra lei e la finale è stata l’omonima Maria Camila Osorio Serrano, giocatrice molto difficile da affrontare soprattutto per una tennista come Giorgi. La colombiana infatti è riuscita ad assorbire i colpi dell’azzurra costringendola col passare del tempo a giocare sempre un colpo in più e finendo col mandarla fuori giri. A pesare sono stati comunque i molti errori di Camila nei momenti più delicati dell’incontro, in particolare quando ha mancato tre consecutive palle del 5-3 nel primo set e poi quando ha subìto il break sul 5-4 del secondo set. Osorio Serrano giocherà dunque la seconda finale in carriera dopo quella vinta nel torneo di casa a Bogotà lo scorso aprile. Nel discorso post partita la colombiana ha scherzato in maniera molto simpatica sull’omonimia con Giorgi: “So che qualcuno di voi stava facendo il tifo per lei, ma visto che abbiamo lo stesso nome ho fatto finta che fossero tutti per me”. La sua prossima avversaria sarò Ann Li che ha dominato Alizé Cornet 6-2 6-1

IL MATCH – L’avvio di match della marchigiana è molto promettente: nel primo game si procura infatti ben cinque palle break (tre consecutive), ma non riesce a sfruttarle. Il suo rendimento alla battuta è ottimo e le permette di trovare diversi punti gratis, mentre Osorio Serrano mostra la solita solidità e intelligenza tattica. Entrambe mantengono una posizione molto aggressiva in risposta sulla seconda dell’avversaria. La partita è decisamente godibile. Sul 2-2, Osorio Serrano avanti 40-15 si fa trascinare ai vantaggi e con un doppio fallo concede ancora palla break, sulla quale Giorgi entra prepotentemente col dritto. L’azzurra avrebbe una mini occasione di aumentare il vantaggio quando si ritrova avanti 4-2 0-30, ma il tutto si risolve in un nulla di fatto. Il set (e probabilmente il match) gira sul 4-3, quando Giorgi perde il servizio da 40-0 in maniera piuttosto sorprendente, commettendo anche un doppio fallo sulla palla break. Sul 5-4 Giorgi sale 40-15, ma ancora una volta subisce il ritorno di Osorio che gioca due ottimi punti e si porta ai vantaggi. Giorgi le dà una bella mano affossando in rete due dritti e permettendole di completare la rimonta.

 

Nel secondo set, Osorio prova a spezzare ulteriormente il ritmo con slice e smorzate intelligenti che effettivamente mettono in crisi Camila. Gli errori dell’italiana aumentano, così come la sua fretta di chiudere i punti, il che non fa altro che fare gioco alla colombiana. Fortunatamente al servizio Giorgi riesce a difendersi con relativo agio e a mantenersi in scia nel punteggio. L’azzurra pesca un paio di risposte profonde sul 3-3 e si procura ben due palle break, senza però riuscire a convertirle. L’occasione persa non demoralizza Camila e anzi sembra scuoterla un po’: nel successivo turno di risposta riesce infatti a trovare il break e si presenta a servire sul 5-4. Al momento di chiudere però commette troppi errori e rimette in carreggiata l’avversaria. Ancora la fretta la tradisce sul 6-5 consegnando a Osorio due match point consecutivi: alla colombiana basta il primo, vinto con l’ennesimo smorzata che costringe Giorgi a una lunga rincorsa in avanti.

Il tabellone completo

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Identikit statistici: Dominic Thiem

Quali colpi potranno riportare ai vertici l’austriaco dopo un difficile 2021?

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Dominic Thiem
2020 US Open - Campione Singolare Maschile - Dominic Thiem (Photo by Darren Carroll/USTA)

Dopo Medvedev, in questo nuovo articolo per la rubrica “Identikit statistici” ci occupiamo di Dominic Thiem. Classe 1993, il tennista austriaco appartiene a una generazione, a dire il vero, piuttosto sfortunata, dato che è molto difficile sfuggire al cono d’ombra proiettato da tre giganti come Federer, Nadal e Djokovic (detentori di venti titoli del Grande Slam ciascuno).

Tuttavia, un passo alla volta, con grande regolarità, Thiem ha saputo conquistare il suo spazio (in particolare sulla terra e sul cemento) fino ad aggiudicarsi, nel 2020, il suo primo titolo Slam a Flushing Meadows. Cercheremo di capire quali caratteristiche gli abbiano permesso di raggiungere tali risultati e quali ulteriori miglioramenti possano condurlo ancora più lontano quando rientrerà dall’infortunio che lo ha costretto a concludere anticipatamente, e senza grandi risultati, la stagione 2021.

PALMARÈS

Già a livello juniores, Thiem fa parlare di sé, in particolare raggiungendo la finale del Roland Garros nel 2011. Lo stesso anno fa il suo esordio nel circuito ATP, nei tornei di Kitzbühel, Bangkok e Vienna; in quest’ultimo elimina il connazionale Thomas Muster (all’epoca quarantatreenne) in un vero e proprio passaggio di consegne. Nel 2014, vince in Australia la sua prima partita in uno Slam, battendo João Sousa. A Madrid, sconfigge l’allora numero tre del mondo Stan Wawrinka in tre set. A Kitzbühel, raggiunge la sua prima finale a livello ATP, perdendo da David Goffin dopo essere stato avanti di un set. A fine anno, è il più giovane giocatore tra i primi 50 del mondo.

 

Nel 2015 si aggiudica tre titoli ATP (Nizza, Umag e Gstaad) ed entra in Top 20. L’anno successivo, forte anche della sua prima semifinale Slam, centrata a Parigi, fa il suo ingresso in Top 10, venendo ripescato per le Finals di fine anno in virtù del forfait di Rafa Nadal. Nel 2017, continuando il suo regolare e piuttosto impressionante processo di crescita, Thiem si qualifica per la prima volta per la finale di un torneo Masters 1000, a Madrid. Viene sconfitto da Nadal, ma, a sorpresa, sconfigge il maiorchino sulla terra di Roma nei quarti di finale prima di arrendersi a Djokovic in semifinale. Raggiunge nuovamente la semifinale all’Open di Francia e finisce la stagione alla quinta posizione del ranking mondiale, certificando il proprio status di top player.

A questo punto, inizia la caccia al primo titolo Slam: nel 2018 raggiunge la finale a Parigi e viene sconfitto nettamente da Nadal. A testimonianza di una grande solidità tecnica e mentale, raggiunge i quarti di finale dello US Open e, trovandosi ancora di fronte Nadal, lo impegna in una maratona di quasi cinque ore, che lo spagnolo si aggiudicherà sì, ma all’ultimo respiro. Chiude la stagione in leggera flessione, ma sempre in Top 10 (per la precisione, come numero otto).

Il 2019 è un’ottima annata per Thiem: vince il suo primo titolo 1000 sul cemento di Indian Wells, sconfiggendo Sua Maestà Roger Federer in finale. Non solo: bissa la finale al Roland Garros superando Djokovic in una semifinale che rappresenta sicuramente uno dei match migliori della sua carriera. Cede ancora in finale all’eterno Nadal, ma sembra avvicinarsi giocando alla pari per due set prima di crollare. Come ciliegina sulla torta, raggiunge per la prima volta la finale del Master di fine anno, sconfitto da Tsitsipas.

È nel 2020 però che la tenace rincorsa di Thiem allo Slam viene premiata: dopo essere stato ad un set dal titolo a Melbourne, si qualifica per la finale dello US Open e si trova di fronte il grande amico Alexander Zverev. Sascha si porta avanti due set a zero, ma Thiem riesce a rimontare e trova definitivamente il suo posto tra i grandi del tennis. A fine anno raggiunge per la seconda volta la finale delle ATP Finals, sconfiggendo Djokovic in semifinale e cedendo soltanto ad un Medvedev in forma strepitosa.

Nel 2021, qualcosa sembra incrinarsi. Dopo gli ottavi in Australia, un infortunio al ginocchio e, dopo essere rientrato, alcune prestazioni non degne della sua qualità, come ad esempio la sconfitta al primo turno del Roland Garros per mano di Andujar dopo essere stato avanti di due set. Purtroppo, Thiem subisce anche un infortunio al polso (sull’erba di Maiorca) che lo costringe a terminare anticipatamente la stagione. Annuncia di voler tornare in campo in Australia nel 2022, più carico che mai. Su quali armi potrà contare per ritrovare il suo posto tra i pretendenti ai titoli più ambiti?

UNO SGUARDO D’INSIEME

Prima di approfondire l’analisi, alla ricerca di pattern vincenti e perdenti, cerchiamo di averne una visione d’insieme, inquadrando lo stile di gioco di Thiem con una serie di statistiche i cui valori medi sono mostrati in Figura 1, separatamente per superficie di gioco.

Figura 1. Statistiche medie di gioco per Dominic Thiem, match di singolare in tornei del Grande Slam

Possiamo osservare un saldo medio positivo tra vincenti ed errori non forzati su tutte le superfici. Colpisce come la differenza a favore dei vincenti sia massima sull’erba di Wimbledon, lo Slam più avaro di soddisfazioni per l’austriaco (ottavi di finale nel 2017, sconfitte al secondo turno nel 2015 e nel 2016, sconfitta al primo turno nel 2014, 2018 e 2019). Troviamo un primo spunto di risposta al nostro dubbio in altre due statistiche: le palle break ottenute da Thiem e il numero delle discese a rete. Sull’erba, Thiem sembra faticare di più a procurarsi delle occasioni sul servizio dell’avversario, e si presenta a rete in misura molto maggiore rispetto al suo stile abituale. Forse l’efficacia di Thiem nei pressi della rete, specie se verticalizza il proprio gioco in modo un po’ forzato, alla ricerca di variazioni, non è sufficientemente elevata per giustificare una modifica così marcata nel suo stile di gioco?

Un secondo set di statistiche, mostrato in Figura 2, può esserci d’aiuto nel farci un’idea ancora più precisa da questo punto di vista:

Figura 2. Ulteriori statistiche medie di gioco per Dominic Thiem, match di singolare in tornei del Grande Slam

Osserviamo che, in effetti, l’efficacia di Thiem sotto rete è buona ma non eccezionale e diminuisce sull’erba, scendendo sotto il 70%. Oltre a ciò, osserviamo che, sempre sull’erba, calano le percentuali di palle break realizzate e salvate. Nonostante un buon contributo del servizio (soprattutto della prima palla), l’austriaco, numeri alla mano, mostra di trovarsi in maggiore difficoltà nei punti importanti.

Forse, cercando di interpretare le statistiche in una chiave tecnica, il fatto che non soltanto Thiem giochi il rovescio a una mano, ma lo faccia in modo piuttosto “sbracciato”, con un movimento molto efficace ma piuttosto ampio, lo mette in difficoltà nel preparare il colpo su una superficie veloce e imprevedibile come l’erba. Tale fattore strutturale potrebbe spiegare un maggiore nervosismo del numero uno d’Austria che, trovando uno dei suoi colpi più efficaci tramutato in una potenziale debolezza, fatica a mantenere il consueto equilibrio, e si trova a forzare il proprio gioco, con risultati modesti.

Questa, perlomeno, può essere la nostra prima impressione. Fino a questo momento però, ci siamo concentrati sul gioco di Thiem esaminando un aspetto alla volta: proviamo ora invece, con l’aiuto della tecnologia, a considerare più aspetti contemporaneamente, ovvero a sviluppare un’analisi multivariata, verificando in modo più approfondito e robusto la validità delle nostre ipotesi.

I PATTERN PIÙ SIGNIFICATIVI, GLI ELEMENTI-CHIAVE DEL GIOCO DI THIEM

In particolare, ci chiederemo quale o quali tra le varie statistiche di gioco (che rappresentano le nostre variabili di input) si rivelino decisive, e in che modo, rispetto alla vittoria o alla sconfitta nel match (che rappresenta la nostra variabile di output). Impostiamo cioè, in altre parole, un problema di classificazione.

Per maggiore chiarezza, faremo in modo che l’algoritmo di classificazione utilizzato restituisca automaticamente, sulla base delle variabili a disposizione, un modello costituito da un insieme di regole, che rappresentano i pattern statisticamente più significativi che conducono Thiem alla vittoria o alla sconfitta. Di seguito, illustriamo le tre regole più significative così calcolate:

  1. “Se Thiem totalizza una percentuale di punti vinti sulla prima superiore di almeno il 5.1% rispetto all’avversario e si aggiudica una percentuale di punti sulla seconda anche peggiore rispetto al suo avversario, ma con uno scarto inferiore al 9% , allora si aggiudica la partita”. Il pattern è piuttosto generale, ed estremamente preciso: si è verificato in 47 casi e, in tutti e 47, Thiem ha vinto il match.
  2. “Se Thiem totalizza una percentuale di punti vinti sulla seconda superiore di almeno il 6.5% rispetto all’avversario e si procura almeno 6 palle break, allora vince il match”. Il pattern ha simile generalità e precisione rispetto al primo: si verifica in poco più di due terzi dei match vinti da Thiem in tornei del Grande Slam (ovvero in 48 partite) e in nessuna delle sue 30 sconfitte.
  3. “Se Thiem ha un rendimento sulla seconda palla di servizio inferiore all’avversario di oltre il 9% e non si aggiudica più del 77% di punti quando mette la prima in campo, viene sconfitto”. La regola si è verificata, fino a oggi, 14 volte. In tutti e 14 i casi Thiem è stato sconfitto.

Sulla base di regole come queste, considerando che quanto più una caratteristica del gioco compare come condizione rilevante all’interno di tali pattern, tanto più potremo definirla un elemento-chiave del gioco del campione austriaco. Potremo quindi, sulla base dei dati, stilare un feature ranking, ovvero una sorta di classifica dei vari aspetti del gioco, distinguendo quelli che, in misura maggiore, da soli o in combinazione con altri, si rivelano decisivi.

Figura 3. Feature ranking associato ai match di Grande Slam di Thiem. La lunghezza della barra rappresenta la rilevanza della feature, la direzione rappresenta il verso della correlazione (diretta per barre che si sviluppano verso destra, inversa per barre che si sviluppano verso sinistra)

Come possiamo osservare in Figura 3, buona parte della partita di Thiem si gioca sull’efficacia dei suoi game al servizio, in particolare quando è costretto a servire la seconda palla. Se riesce comunque a imporre il proprio gioco, ha probabilità decisamente maggiori di portare a casa il match.

Le due feature più correlate con la vittoria di Thiem infatti, sia da sole che in combinazione con altre, sono la differenza nella percentuale di punti vinti sulla seconda e sulla prima rispetto all’avversario. In terza posizione troviamo la superficie di gioco: l’osservazione sulla base delle prime statistiche descrittive, che ci portava a individuare una certa avversione di Thiem per l’erba, trova conferma. In Figura 4 (visibile di seguito) infatti osserviamo in che modo la superficie di gioco è correlata con la vittoria dell’austriaco: positivamente soltanto in caso si giochi su terra o cemento.

In quarta posizione troviamo un dato all’apparenza controintuitivo: la probabilità di vittoria è inversamente correlata (per quanto debolmente) con il numero di vincenti. Leggendo in controluce questo dato però, ci troviamo a riflettere sul fatto che Thiem, se è in controllo della partita, può sfruttare al meglio la propria razionalità e solidità mentale, correndo pochi rischi e guadagnando il punto in progressione. Se mette a segno molti vincenti, più del solito, può significare che è in gran forma, ma anche (a quanto ci dicono i dati, leggermente più spesso) che sta forzando il proprio gioco rischiando di pagarne le conseguenze. In conclusione, la quinta feature più correlata (in questo caso direttamente) con la vittoria è la percentuale di punti vinti con la prima: la prima palla di Thiem è piuttosto pesante e, naturalmente, assicurarsi punti facili riduce anche la pressione sugli altri colpi, facilitandogli il compito.

Figura 4. Value ranking relativo alla superficie di gioco, associato ai match di Grande Slam di Thiem. La lunghezza della barra rappresenta la rilevanza della feature, la direzione rappresenta il verso della correlazione (diretta per barre che si sviluppano verso destra, inversa per barre che si sviluppano verso sinistra)

Cercando di sintetizzare, Thiem si presenta come un giocatore di grande solidità e affidabilità nelle occasioni in cui riesce a controllare l’andamento del gioco. Se riesce a portare l’avversario a giocare la sua partita diventa un cliente difficilissimo per chiunque, come dimostra il fatto che abbia saputo battere almeno una volta sia Federer che Djokovic che Nadal. In tutte quelle occasioni invece in cui l’avversario, o la superficie, lo portano su terreni meno esplorati e meno congeniali al suo stile di gioco, in tutte quelle circostanze in cui cioè si sente in dovere di stringere i tempi, e di affrettare la giocata, va in maggiore difficoltà.

Se ne potrebbe dedurre quindi che il recupero dovrà essere psicologico, oltre che fisico: una volta ritrovata la forma fisica, Thiem andrà nuovamente alla ricerca delle proprie certezze e della propria calma. Riguadagnato questo equilibrio, anche i dati dimostrano che l’austriaco potrà tornare a essere un cliente difficile per chiunque e un serio pretendente a nuove, prestigiose vittorie.

Nota: l’analisi e i grafici inseriti nell’articolo sono realizzati per mezzo del software Rulex


Genovese, classe 1985, Damiano Verda è ingegnere informatico e data scientist ma anche appassionato di scrittura. “There’s four and twenty million doors on life’s endless corridor” (ci sono milioni di porte lungo l’infinito corridoio della vita), cantavano gli Oasis. Convinto che anche scrivere, divertendosi, possa essere un modo per cercare di socchiudere qualcuna di quelle porte, lungo quel corridoio senza fine. Per leggere i suoi articoli visitate www.damianoverda.it

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