ATP Finals: comandano le risposte di Djokovic, Murray e Nadal (audio di Ubaldo e Flink)

Editoriali del Direttore

ATP Finals: comandano le risposte di Djokovic, Murray e Nadal (audio di Ubaldo e Flink)

Da Greg Rusedski, ex n.4 ATP, i giudizi sui doppisti, Murray (senza dritto!), Bolelli (ha avuto paura), Fognini (troppo nervoso), Bryan twins (lentissimi), e su questi campi (come i Bryan). Le idee chiare di Andy Murray. Ascolta l’audio di Ubaldo Scanagatta e Steve Flink

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LONDRA WORLD ATP FINALS – Ricordate il mancino Greg Rusedski, n.4 del mondo, finalista ad uno US Open – Jonas Bjorkman ancora non si dà pace per la maratona che perse in semifinale da front-runner – e campione ad un Paris-Bercy?

Oltre che a collaborare con la LTA, la federazione inglese, Greg Rusedsky commenta queste World Finals ATP sia per il singolare sia per il doppio per Sky (mentre Tim Henman lavora per la BBC). Rusedski, nato in Canada e di origini polacche ma con madre inglese, scelse il passaporto britannico e fu costretto a restituire i soldi investiti da Tennis Canada che aveva finanziato la sua attività giovanile. Parlava, e parla ancora seppur meno, con un accento fortemente nordamericano, e alle sue prime apparizioni da tennista britannico in Davis e nei tornei accadeva che venisse chiamato “The Canadian” quando perdeva e “The New Brit “ quando vinceva. Un po’ come è capitato nei primi tempi a Andy Murray, scozzese nelle sconfitte, britannico nelle vittorie. Ma dopo che ha vinto sia l’oro olimpico nel 2012 sia Wimbledon nel 2013, cancellando Fred Perry dalla memoria collettiva dei più giovani, adesso ci ricordano con molta minor frequenza le origini scozzesi di Andy. Fategli vincere anche la Coppa Davis e come minimo Queen Elizabeth sarà costretta a farlo baronetto.

Lo avvicino e ridendo gli dico: “Ehi Greg, mi sa che su questi campi così lenti non saresti diventato n.4 del mondo!”.

 

E lui, che aveva un servizio straordinario, uno dei più efficaci di sempre al mondo: “Mi sa che hai ragione. Però secondo me questi campi vanno velocizzati…”.

Approfondirò l’argomento dopo con Andy Murray, ma a lui chiedo se ricorda qualche altro doppista mancino che, come Jamie Murray (e Bob Bryan), gioca rispondendo da destra.

“Beh… i Bryan ieri sera contro Mergea e Bopanna li ho visti davvero male, erano lentissimi, con loro potevo giocare anche io. Fognini e Bolelli possono batterli se non si fanno prendere dalla paura (Bolelli) e dal nervosismo (Fognini). Detto questo a me toccò, quando giocai con suo fratello Andy, giocare a destra. Però in genere secondo me i mancini dovrebbero giocare sempre a sinistra… per Jamie lo capisco perché il suo dritto è così debole!”

– Hai commentato anche il match di Fognini e Bolelli contro Peers e Jaimie, come li hai visti?

“Well, Bolelli ‘chocked’, ha avuto paura, non ha messo la “prima” quando serviva nel super tiebreak, ha fatto quel doppio fallo sul 5 pari del tiebreak… e Fognini avrebbe potuto rispondere meglio su certe seconde palle di servizio, sia di Jamie, sia di Peers. Hanno perso un match che avrebbero potuto benissimo vincere”.

– E del super tiebreak cosa pensi, non sarebbe più giusto almeno qui a queste finali che si giocasse il terzo set? Invece di una roulette russa condizionata da uno o due punti eventualmente anche fortunati?

Greg ride, ma ormai è calato nei panni dell’uomo di tv: “I producer non vogliono incontri troppo lunghi. 80-90 minuti per un doppio possono bastare… Loro sono preoccupati di avere incontri troppo lunghi… anche se talvolta il doppio può essere molto spettacolare”.

Mi sta per lasciare con un commento su Murray, quello vero, Andy: “L’ho visto proprio bene contro Ferrer. Quando voleva fare il break accelerava, spingeva di più, veniva a rete e lo faceva, sempre sul 5-4 in entrambi i set, e nel secondo set non appena era rimasto indietro di un break. Per essere uno che fino a giovedì scorso si era allenato sul campo coperto in terra battuta del Queen’s davvero niente male. Mi pare in ottima forma, non gli fa male neppure la schiena…”

David Ferrer aveva detto prima: “È molto più difficile passare dalla terra battuta al “veloce” indoor che non viceversa…”

Se poi questo indoor non è nemmeno veloce… si potrebbe quasi pensare che gli inglesi lo abbiano preparato per Andy… ma Greg Rusedski ammonisce: “Ora il campo è nuovo, vedrai che nei giorni prossimi man mano che ci giocano sopra diventerà più veloce. Non come quelli che piacevano a me ma quasi… e potrebbe piacere molto anche a Roger Federer!”

Andy Murray arriva in sala conferenze ben dopo la conclusione del match. Qui nel Regno Unito si continua a dare molta più importanza alla Coppa Davis (che manca dal 1936) che alle finali ATP, forse perché considerano Novak Djokovic strafavorito e non si illudono che Murray possa ripetere il risultato del Canadian Open.

Così un sacco di domande a Andy riguardano (leggete i transcripts) più la sua strana preparazione, il cambio di superficie, la composizione della squadra (il verdetto che riguarda l’accettazione di Bedene nel team), il terrorismo (dopo che si è scoperto che molti terroristi sono arrivati per l’appunto dal Belgio sede della finale di Davis e che ci sono stati ben 23 arresti nell’area di Bruxelles) e le misure di sicurezza.

“Non voglio vivere la mia vita con la paura ogni volta che scendo in campo” è stata la risposta più incisiva di Andy.

A lui prima Doug Robson, ex USA Today, e poi il sottoscritto abbiamo chiesto qualcosa  riguardo il cambio epocale legato alla lentezza dei campi contemporanei, incluso questo della 02 Arena.

-I giocatori che rispondono meglio sono in cima alle classifiche mondiali, Novak, tu (e Doug Robson che pone questa domanda avrebbe potuto aggiungere Wawrinka e Rafa… più che Roger Federer che sfugge a tutte le categorie), lo dicono le statistiche. Tu sei d’accordo con questa correlazione? Credi che le cose potranno cambiare?

Murray: “Non so come stessero le cose 10/20 anni fa. Ma certo la risposta è diventata una parte importante del gioco. Prima i campi erano molto veloci, era un altro gioco. C’erano molti meno break di oggi. Dipende dalla superficie: Roger non è così in alto nelle statistiche, ma è alto invece in quelle del servizio anche se non serve a 135 miglia orarie. Insomma non si può dire che non puoi vincere se non hai statistiche super nella risposta”.

Lì ho allora fatto la mia domanda: – Ma questo campo è davvero molto lento. Hai fatto una quindicina di palle corte. Nel tennis indoor di una volta non era assolutamente possibile. Pensi che le superfici siano tali, lente, perché lo vogliono i giocatori, gli organizzatori, qualche potere politico. C’è una spiegazione secondo te?

“Io penso che il campo di Parigi Bercy era più lento. Eppoi siamo ugualmente riusciti a giocare diversi punti a rete, sia io sia David. Sono venuto a rete una dozzina di volte o quattordici volte in 20 games (in realtà le stats ufficiali dicono 20 volte con 11 punti fatti su 20), che per me è parecchio. La palla rimbalza bassa, e così puoi venire avanti. Se colpisci un colpo piatto e forte, un colpo aggressivo, deve opporti di slice perché la palla resta bassa. Ma rende più facile seguirla a rete. Io penso che ci dovrebbe essere maggior varietà nella velocità dei campi. M penso anche che sia importante che se Parigi fosse stato veloce anche Basilea, Valencia, cioè i tornei che lo avvicinano, avrebbero dovuto essere altrettanto veloci. E si dovrebbe giocare con le stesse palle la stagione indoor perchè ciò aiuterebbe i giocatori. I fans vedrebbero un tennis migliore più spesso. Se giochi una settimana con una palla, la settimana dopo con un’altra, il campo è velocissimo una settimana e lentissimo quella dopo, diventa impossibile assistere al miglior tennis, che è quello che tutti vorrebbero”.

Risposte sensate di un uomo sensato. Eppure sono anni che sento dire cose del genere e molto poco è stato possibile fare. Anche le marche di palle lottano contro il monopolio di una sola. E gli organizzatori dei tornei decidono di far giocare il loro torneo con la marca più conveniente, quella che tira fuori più soldi. Idem il discorso delle superfici. Ne ho viste alternarsi a decine negli anni, Supreme, Decoturf, Rebound-Ace, Play-It, e ora non chiedetemi di citarle tutte: uniformità non ci sarà mai. La legge antitrust non lo consentirebbe, né per le palle né per le superfici. E all’ATP tutto sommato conviene che la competizione fra le aziende resti in piedi il più lungo possibile. Il giorno che ce ne fosse una sempre dominante il “sindacato” dei giocatori non avrebbe più il coltello dalla parte del manico.

La nostra FIT che favorisce abbastanza sfacciatamente i rapporti con alcune aziende piuttosto che con altre, per una serie di motivi che non sto qui a spiegare, questo non lo ha ancora capito. Mentalità provinciale.

Nel frattempo sto aspettando che arrivi Rafa Nadal, che seguirà l’intervista di Stan Wawrinka. Mi aspetto che Rafael si lamenti e dica: “Ragazzi questa superficie è troppo lenta, più della terra battuta!”.
Ovviamente sto scherzando, quel virgolettato è inventato di sana pianta. Ma davvero ci sono stati scambi prolungati stasera nei quali Rafa riprendeva tutte le bordate tirate da un Wawrinka campione di nonchalance – sembrava che allo svizzero non gliene fregasse nulla, eppure questo duello di stasera era una sorta di spareggio per il secondo posto se…Murray non si distrae – e alla fine Rafa trovava le stesse soluzioni trovate per tanti anni al Roland Garros. E si capiva prima come il punto sarebbe andato a finire. Quando contava quasi sempre per Nadal.

In queste prime due giornate, tutti match sono finiti in due set e con una media bassissima di games. Il 64 64 di oggi fra Murray e Ferrer è stato l’incontro più combattuto (anche in termini di games) eppure Murray se solo avesse spinto un po’ prima del 5-4 avrebbe potuto vincere molto più facilmente. Davvero queste finals avrebbero bisogno forse di più di una settimana vuota prima del loro evento. Perchè altrimenti qui arrivano giocatori sfiniti, stressati prima dell’inizio. Lo scorso anno il torneo fu un disastro nei round robin e meno male che c’è stata quella semifinale tutta svizzera Wawrinka-Federer (e Mirka che la rese ancora più memorabile con i suoi “Cry baby cry!”) che portò poi alla rinuncia di Federer. Quest’anno il torneo regge tutto sulle spalle dei Fab Four, come gli ultimi dieci anni del tennis.

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ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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