ATP Finals: comandano le risposte di Djokovic, Murray e Nadal (audio di Ubaldo e Flink)

Editoriali del Direttore

ATP Finals: comandano le risposte di Djokovic, Murray e Nadal (audio di Ubaldo e Flink)

Da Greg Rusedski, ex n.4 ATP, i giudizi sui doppisti, Murray (senza dritto!), Bolelli (ha avuto paura), Fognini (troppo nervoso), Bryan twins (lentissimi), e su questi campi (come i Bryan). Le idee chiare di Andy Murray. Ascolta l’audio di Ubaldo Scanagatta e Steve Flink

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LONDRA WORLD ATP FINALS – Ricordate il mancino Greg Rusedski, n.4 del mondo, finalista ad uno US Open – Jonas Bjorkman ancora non si dà pace per la maratona che perse in semifinale da front-runner – e campione ad un Paris-Bercy?

Oltre che a collaborare con la LTA, la federazione inglese, Greg Rusedsky commenta queste World Finals ATP sia per il singolare sia per il doppio per Sky (mentre Tim Henman lavora per la BBC). Rusedski, nato in Canada e di origini polacche ma con madre inglese, scelse il passaporto britannico e fu costretto a restituire i soldi investiti da Tennis Canada che aveva finanziato la sua attività giovanile. Parlava, e parla ancora seppur meno, con un accento fortemente nordamericano, e alle sue prime apparizioni da tennista britannico in Davis e nei tornei accadeva che venisse chiamato “The Canadian” quando perdeva e “The New Brit “ quando vinceva. Un po’ come è capitato nei primi tempi a Andy Murray, scozzese nelle sconfitte, britannico nelle vittorie. Ma dopo che ha vinto sia l’oro olimpico nel 2012 sia Wimbledon nel 2013, cancellando Fred Perry dalla memoria collettiva dei più giovani, adesso ci ricordano con molta minor frequenza le origini scozzesi di Andy. Fategli vincere anche la Coppa Davis e come minimo Queen Elizabeth sarà costretta a farlo baronetto.

Lo avvicino e ridendo gli dico: “Ehi Greg, mi sa che su questi campi così lenti non saresti diventato n.4 del mondo!”.

 

E lui, che aveva un servizio straordinario, uno dei più efficaci di sempre al mondo: “Mi sa che hai ragione. Però secondo me questi campi vanno velocizzati…”.

Approfondirò l’argomento dopo con Andy Murray, ma a lui chiedo se ricorda qualche altro doppista mancino che, come Jamie Murray (e Bob Bryan), gioca rispondendo da destra.

“Beh… i Bryan ieri sera contro Mergea e Bopanna li ho visti davvero male, erano lentissimi, con loro potevo giocare anche io. Fognini e Bolelli possono batterli se non si fanno prendere dalla paura (Bolelli) e dal nervosismo (Fognini). Detto questo a me toccò, quando giocai con suo fratello Andy, giocare a destra. Però in genere secondo me i mancini dovrebbero giocare sempre a sinistra… per Jamie lo capisco perché il suo dritto è così debole!”

– Hai commentato anche il match di Fognini e Bolelli contro Peers e Jaimie, come li hai visti?

“Well, Bolelli ‘chocked’, ha avuto paura, non ha messo la “prima” quando serviva nel super tiebreak, ha fatto quel doppio fallo sul 5 pari del tiebreak… e Fognini avrebbe potuto rispondere meglio su certe seconde palle di servizio, sia di Jamie, sia di Peers. Hanno perso un match che avrebbero potuto benissimo vincere”.

– E del super tiebreak cosa pensi, non sarebbe più giusto almeno qui a queste finali che si giocasse il terzo set? Invece di una roulette russa condizionata da uno o due punti eventualmente anche fortunati?

Greg ride, ma ormai è calato nei panni dell’uomo di tv: “I producer non vogliono incontri troppo lunghi. 80-90 minuti per un doppio possono bastare… Loro sono preoccupati di avere incontri troppo lunghi… anche se talvolta il doppio può essere molto spettacolare”.

Mi sta per lasciare con un commento su Murray, quello vero, Andy: “L’ho visto proprio bene contro Ferrer. Quando voleva fare il break accelerava, spingeva di più, veniva a rete e lo faceva, sempre sul 5-4 in entrambi i set, e nel secondo set non appena era rimasto indietro di un break. Per essere uno che fino a giovedì scorso si era allenato sul campo coperto in terra battuta del Queen’s davvero niente male. Mi pare in ottima forma, non gli fa male neppure la schiena…”

David Ferrer aveva detto prima: “È molto più difficile passare dalla terra battuta al “veloce” indoor che non viceversa…”

Se poi questo indoor non è nemmeno veloce… si potrebbe quasi pensare che gli inglesi lo abbiano preparato per Andy… ma Greg Rusedski ammonisce: “Ora il campo è nuovo, vedrai che nei giorni prossimi man mano che ci giocano sopra diventerà più veloce. Non come quelli che piacevano a me ma quasi… e potrebbe piacere molto anche a Roger Federer!”

Andy Murray arriva in sala conferenze ben dopo la conclusione del match. Qui nel Regno Unito si continua a dare molta più importanza alla Coppa Davis (che manca dal 1936) che alle finali ATP, forse perché considerano Novak Djokovic strafavorito e non si illudono che Murray possa ripetere il risultato del Canadian Open.

Così un sacco di domande a Andy riguardano (leggete i transcripts) più la sua strana preparazione, il cambio di superficie, la composizione della squadra (il verdetto che riguarda l’accettazione di Bedene nel team), il terrorismo (dopo che si è scoperto che molti terroristi sono arrivati per l’appunto dal Belgio sede della finale di Davis e che ci sono stati ben 23 arresti nell’area di Bruxelles) e le misure di sicurezza.

“Non voglio vivere la mia vita con la paura ogni volta che scendo in campo” è stata la risposta più incisiva di Andy.

A lui prima Doug Robson, ex USA Today, e poi il sottoscritto abbiamo chiesto qualcosa  riguardo il cambio epocale legato alla lentezza dei campi contemporanei, incluso questo della 02 Arena.

-I giocatori che rispondono meglio sono in cima alle classifiche mondiali, Novak, tu (e Doug Robson che pone questa domanda avrebbe potuto aggiungere Wawrinka e Rafa… più che Roger Federer che sfugge a tutte le categorie), lo dicono le statistiche. Tu sei d’accordo con questa correlazione? Credi che le cose potranno cambiare?

Murray: “Non so come stessero le cose 10/20 anni fa. Ma certo la risposta è diventata una parte importante del gioco. Prima i campi erano molto veloci, era un altro gioco. C’erano molti meno break di oggi. Dipende dalla superficie: Roger non è così in alto nelle statistiche, ma è alto invece in quelle del servizio anche se non serve a 135 miglia orarie. Insomma non si può dire che non puoi vincere se non hai statistiche super nella risposta”.

Lì ho allora fatto la mia domanda: – Ma questo campo è davvero molto lento. Hai fatto una quindicina di palle corte. Nel tennis indoor di una volta non era assolutamente possibile. Pensi che le superfici siano tali, lente, perché lo vogliono i giocatori, gli organizzatori, qualche potere politico. C’è una spiegazione secondo te?

“Io penso che il campo di Parigi Bercy era più lento. Eppoi siamo ugualmente riusciti a giocare diversi punti a rete, sia io sia David. Sono venuto a rete una dozzina di volte o quattordici volte in 20 games (in realtà le stats ufficiali dicono 20 volte con 11 punti fatti su 20), che per me è parecchio. La palla rimbalza bassa, e così puoi venire avanti. Se colpisci un colpo piatto e forte, un colpo aggressivo, deve opporti di slice perché la palla resta bassa. Ma rende più facile seguirla a rete. Io penso che ci dovrebbe essere maggior varietà nella velocità dei campi. M penso anche che sia importante che se Parigi fosse stato veloce anche Basilea, Valencia, cioè i tornei che lo avvicinano, avrebbero dovuto essere altrettanto veloci. E si dovrebbe giocare con le stesse palle la stagione indoor perchè ciò aiuterebbe i giocatori. I fans vedrebbero un tennis migliore più spesso. Se giochi una settimana con una palla, la settimana dopo con un’altra, il campo è velocissimo una settimana e lentissimo quella dopo, diventa impossibile assistere al miglior tennis, che è quello che tutti vorrebbero”.

Risposte sensate di un uomo sensato. Eppure sono anni che sento dire cose del genere e molto poco è stato possibile fare. Anche le marche di palle lottano contro il monopolio di una sola. E gli organizzatori dei tornei decidono di far giocare il loro torneo con la marca più conveniente, quella che tira fuori più soldi. Idem il discorso delle superfici. Ne ho viste alternarsi a decine negli anni, Supreme, Decoturf, Rebound-Ace, Play-It, e ora non chiedetemi di citarle tutte: uniformità non ci sarà mai. La legge antitrust non lo consentirebbe, né per le palle né per le superfici. E all’ATP tutto sommato conviene che la competizione fra le aziende resti in piedi il più lungo possibile. Il giorno che ce ne fosse una sempre dominante il “sindacato” dei giocatori non avrebbe più il coltello dalla parte del manico.

La nostra FIT che favorisce abbastanza sfacciatamente i rapporti con alcune aziende piuttosto che con altre, per una serie di motivi che non sto qui a spiegare, questo non lo ha ancora capito. Mentalità provinciale.

Nel frattempo sto aspettando che arrivi Rafa Nadal, che seguirà l’intervista di Stan Wawrinka. Mi aspetto che Rafael si lamenti e dica: “Ragazzi questa superficie è troppo lenta, più della terra battuta!”.
Ovviamente sto scherzando, quel virgolettato è inventato di sana pianta. Ma davvero ci sono stati scambi prolungati stasera nei quali Rafa riprendeva tutte le bordate tirate da un Wawrinka campione di nonchalance – sembrava che allo svizzero non gliene fregasse nulla, eppure questo duello di stasera era una sorta di spareggio per il secondo posto se…Murray non si distrae – e alla fine Rafa trovava le stesse soluzioni trovate per tanti anni al Roland Garros. E si capiva prima come il punto sarebbe andato a finire. Quando contava quasi sempre per Nadal.

In queste prime due giornate, tutti match sono finiti in due set e con una media bassissima di games. Il 64 64 di oggi fra Murray e Ferrer è stato l’incontro più combattuto (anche in termini di games) eppure Murray se solo avesse spinto un po’ prima del 5-4 avrebbe potuto vincere molto più facilmente. Davvero queste finals avrebbero bisogno forse di più di una settimana vuota prima del loro evento. Perchè altrimenti qui arrivano giocatori sfiniti, stressati prima dell’inizio. Lo scorso anno il torneo fu un disastro nei round robin e meno male che c’è stata quella semifinale tutta svizzera Wawrinka-Federer (e Mirka che la rese ancora più memorabile con i suoi “Cry baby cry!”) che portò poi alla rinuncia di Federer. Quest’anno il torneo regge tutto sulle spalle dei Fab Four, come gli ultimi dieci anni del tennis.

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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Editoriali del Direttore

Il caos provocato dal Roland Garros e le possibili ritorsioni di ATP e WTA

Francesi colpevoli ma non troppo. Roma e Italian Open alla finestra. Anche Rafa Nadal egoista? Ma allora Roger Federer? Gaudenzi e Calvelli malcapitati coraggiosi. Non è la prima guerra nel tennis

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I trofei del Roland Garros (foto via Twitter, @rolandgarros)

La mossa a sorpresa dei francesi, con il rinvio del Roland Garros al mese di settembre, in barba a cinque tornei fra ATP e WTA e alla Laver Cup, non poteva non scatenare un putiferio di reazioni. Non è pensabile che il presidente della federtennis, il francese (corso come Napoleone) Giudicelli e il direttore del torneo Guy Forget non se lo aspettassero. Hanno voluto mettere il cappello sulla prima data valida e sono andati dritti per la loro strada, pensando che sì… gli altri centri di potere del tennis non avrebbero gradito, ma magari tanti giocatori sì, perché soprattutto quelli che non sono invitati a Boston per la Laver Cup, a uno Slam non rinunciano tanto volentieri. Solo gli Slam garantiscono – quale più quale meno – intorno ai 40.000 euro a chi perde al primo turno.

IL (SOLITO) PROBLEMA DEL CALENDARIO

Come ho scritto pochi minuti dopo aver appreso l’annuncio-bomba, concordando abbastanza con la terminologia con cui si è espresso Vasek Pospisil (che però aveva torto nel dire che nessuno era stato interpellato), è stata una dichiarazione egoistica, menefreghista, arrogante per il modo molto francese di comunicarla. Ed è stata o una sorta di guerra a tutto l’establishment dei centri di potere che governano il tennis, oppure – nel migliore dei casi – una aperta provocazione volta a raggiungere l’obiettivo di una ristrutturazione del calendario. Una ristrutturazione che tutti quegli stessi organismi che gestiscono il tennis invocano da sempre, ma ciascuno vorrebbe gestirlo in modo da fare gli interessi propri. E così l’accordo non si è mai raggiunto.

LE POSSIBILI RITORSIONI DEI GIOCATORI

Magari lo scacco dei francesi a ATP, WTA, Australian Open e USTA – più che a Wimbledon che mantiene sempre un certo distacco, noblesse oblige frase francese che gli inglesi impersonano meglio – si rivolterà contro gli stessi francesi come un boomerang, nel cui lancio soprattutto gli australiani sono grandi maestri. Le “ritorsioni” dei giocatori, ATP come WTA, potrebbero rivelarsi di vario tipo.

La prima: boicottare in massa il Roland Garros settembrino. La seconda (dopo aver constatato di non poter riuscire a conquistare un’unanimità sindacale tipo Wimbledon 1973 perché molti giocatori premerebbero per giocare ugualmente uno Slam dopo aver subito già troppe cancellazioni per via del Coronavirus; fra questi Andrey Rublev è stato chiaro: “Meglio giocare uno Slam che rinunciarvi. Noi non abbiamo stipendi. Ma montepremi.Se non si gioca non si guadagna”): togliere i punti ATP a chi gioca il Roland Garros a settembre. La terza: minacciare di toglierli anche nel maggio 2021 (ipotesi che potrebbe non dispiacere anche agli altri tre Slam). La quarta: cancellare il Masters 1000 di Bercy che appartiene alla stessa federazione francese, regalando ad un’altra città l’ambita data.

 

GLI ALLEATI DI PARIGI

Parigi e la federtennis francese potrebbero trovare, d’altro canto, insperati alleati in quei tornei della stagione “rossa” che il Coronavirus ha cancellato e dei quali l’eventuale rinvio delle Olimpiadi, dei Masters 1000 di Canada e Cincinnati nonché al limite dello stesso US Open – chi può sapere come sarà messa la Grande Mela a fine agosto? – potrebbe favorire la insperata resurrezione. All’insegna del detto latino più cinico fra tutti, mors tua vita mea. E allora ecco che Roma – se di nuovo città aperta – e altre sedi di cancellati tornei sulla terra battuta potrebbero rifarsi sotto, ben felici – anche dopo aver pensato il peggio sulla mossa di Giudicelli e Forget – di far da prologo al Roland Garros settembrino. Molto meno probabile mi pare l’ipotesi di un Torino o Milano indoor che a novembre, di concerto con l’ATP, cancellasse l’ATP Next Gen o sostituisse Bercy…

Oggi è in programma una riunione in videoconferenza del consiglio della Federtennis. Scommetterei che verrà assunta una posizione pilatesca, d’attesa. Del tipo: noi ci siamo, se ci date uno slot siamo pronti ad occuparlo. Non mi aspetto nessuna condanna nei confronti dei francesi. Semplicemente perché anche i nostri Machiavelli se intravedranno una opportunità di disputare il torneo più in qua, ad agosto come a settembre o ottobre, prima o dopo lo Slam parigino, non la scarteranno di certo.

IL SILENZIO ASSENSO DI NADAL

Tornando alla mossa rivoluzionaria francese – del resto chi più dei francesi ha la titolarità per scatenare una rivoluzione? – non c’è dubbio che in tempi di pandemia e di lotta che dovrebbe essere universalmente solidale essa è invece apparsa all’intero microcosmo tennistico come un atto assolutamente unilaterale. Anche per la tempistica e il modo in cui è stata comunicata. Che si siano preoccupati di conquistare il consenso del re del Roland Garros Rafa Nadal è stato quasi un gesto dovuto. Se Rafa gli avesse detto subito di no, la loro posizione si sarebbe fortemente indebolita. L’assenso di Nadal l’hanno raccontato Giudicelli e Forget. Il silenzio di Nadal – che almeno fino a ieri non si era pronunciato ma non aveva neanche smentito – pare interpretabile come un silenzio assenso. È criticabile allora anche l’egoismo di Rafa (che supporta anche la Davis di ITF e Piquè almeno fino a che la si gioca a Madrid)? Certo che sì, ma d’altra parte allora che dire di Federer e della sua Laver Cup che dal nulla si è accaparrata una settimana del calendario (che avrebbe fatto tanto comodo alla Coppa Davis per evitare quegli orari allucinanti del novembre scorso)? 

A pagina 2: il coraggio dei nuovi boss ATP, Roland Garros colpevole ma non troppo, le guerre di potere

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