Fed Cup: i misteri russi, le imprese di Sharapova e Strycova e altro ancora

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Fed Cup: i misteri russi, le imprese di Sharapova e Strycova e altro ancora

Le vittorie di Maria Sharapova, la tripla sconfitta di Anastasia Pavlyuchenkova, il carattere di Barbora Strycova, i rimpianti russi. A Praga la finale di Fed Cup ha offerto un week-end memorabile e riacceso le discussioni sulla formula della competizione

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La Fed Cup è una strana manifestazione: a volte propone incontri scontati e senza pathos, disertati dalle migliori giocatrici; a volte invece è capace di offrire week-end di alto livello e intensità, come quello appena concluso a Praga per la finale 2015.
I temi sono stati tanti, anche perché una finale di Fed Cup inizia ben prima dei due giorni di partite vere e proprie, visto che decisioni determinanti si possono prendere già al momento delle convocazioni.

1. Le convocazioni dei capitani e i misteri russi
Petr Pala, capitano ceco, aveva due indirizzi possibili. Il primo: puntare su due singolariste più un doppio affiatato come Hlavackova-Hradecka. Il secondo: privilegiare le alternative in singolare, chiamando contemporaneamente Kvitova, Safarova e Pliskova, più una doppista abile ad integrarsi come Strycova.
Il capitano ha optato per quest’ultima soluzione, rinviando quindi al momento delle partite la scelta delle singolariste.

Da parte russa, Anastasia Myskina pareva invece aver preso il primo indirizzo: due posti per il singolare e due posti per il doppio (Vesnina e Makarova). L’idea sembrava essere quella di capitalizzare al massimo la presenza di Sharapova, contando sull’alta probabilità di ottenere due vittorie, e poi puntare su una coppia forte e affiatata (4 finali Slam, 2 vinte) per conquistare il punto decisivo in doppio, più accessibile rispetto agli altri singolari.
Ricordo che per ragioni diverse né Makarova né Vesnina potevano essere considerate credibili singolariste: Vesnina per il rendimento insufficiente nell’ultima stagione, Makarova per mancanza di partite alle spalle a causa di un infortunio (è ferma dagli US Open).
Sicura numero uno Sharapova, rimaneva da decidere la numero due: Pavlyuchenkova o Kuznetsova? Per approfondire le decisioni del capitano ho fatto qualche ricerca sui media russi e, se non ho capito male, sarebbe stata la stessa Kuznetsova a spiegare ai giornalisti (durante il torneo di Mosca) come si sono svolte le cose: Myskina ha telefonato alle diverse giocatrici chiedendo la loro disponibilità alla convocazione, ma Svetlana ha risposto negativamente, anticipando però che sarebbe andata a Praga per sostenere la squadra, come in effetti è accaduto.
Perché Kuznetsova ha rifiutato? Per non allungare la stagione agonistica di due settimane? Per problemi di convivenza con Sharapova? E allora perché invece che andare in vacanza si è presentata a fare da supporto alle compagne?
E poi: con il rifiuto di Kuznetsova una decisione era presa, ma rimaneva il forte dubbio sullo stato di forma di Makarova. Quali erano le sue reali condizioni? Andava comunque convocata o sarebbe stato meglio affidarsi a un’altra doppista? Tante domande senza risposte certe.

 

2. I forfait a sorpresa di Safarova e Makarova
Chiuse le convocazioni, il passo successivo era decidere chi schierare in campo.
In realtà la formazione ceca è stata decisa da Lucie Safarova; o meglio, da un dolore al polso che l’ha relegata in panchina. Con il senno di poi si può dire che il problema di Safarova non solo non ha compromesso il risultato, ma ha addirittura favorito il processo di integrazione e rafforzamento della squadra, che grazie all’apporto di Pliskova ha allargato la rosa delle giocatrici importanti, in grado di essere protagoniste nei turni decisivi.

Indubbiamente la Repubblica Ceca si è dimostrata più squadra, con una ricchezza di alternative superiore. Però se la formazione di casa ha vinto, forse è anche perché qualcosa non ha funzionato nella Russia. Arrivati al dunque, infatti, Makarova non è scesa in campo.
Nella conferenza stampa post match Myskina ha dichiarato che era previsto che Makarova giocasse, ma un problema negli ultimi allenamenti l’avrebbe obbligata a modificare i piani. Di fronte al forfait di Makarova e con una Pavlyuchenkova reduce da due sconfitte in singolare poteva il capitano fare qualcosa di differente? A quel punto alla Russia era rimasta una sola alternativa: un doppio Vesnina/Sharapova.

Sembrerebbe una ipotesi azzardatissima, anche perchè Maria non gioca il doppio da anni: l’ultima stagione affrontata per intero risale addirittura al 2004. Ma questa non era una partita normale: la situazione era straordinaria e in certe occasioni carattere e carisma (e talento) possono fare la differenza. E poi Sharapova nei primi anni di WTA in doppio non si era disimpegnata male, vincendo anche qualche torneo. Secondo me la scelta sarebbe stata meno folle di quanto a prima vista potrebbe sembrare.
Chissà se negli spogliatoi l’ipotesi di Sharapova doppista è stata presa in considerazione. Chissà se Myskina la riteneva possibile o no. Chissà se Maria ha dato o no la sua disponibilità. Altri interrogativi senza risposta sul week-end russo.

3. Seconda giornata: Sharapova e Strycova protagoniste
Dopo un sabato senza troppi sussulti, il confronto si è fatto molto interessante domenica. Alla fine si può dire che le vincitrici siano state due: Sharapova e Strycova, le uniche imbattute.

Sharapova ancora una volta ha dimostrato cosa significa essere una grande agonista, e quanto conti la forza mentale nel tennis. Dopo l’esordio senza particolari problemi contro una Pliskova bloccata dalla tensione, il meglio lo ha riservato per il confronto tra le numero uno.
Kvitova ha iniziato in modo molto efficace nello scambio, ma Sharapova ha avuto il merito di saper tenere duro nei momenti difficili, riuscendo ad allungare la partita il più possibile, e arrivando così nelle fasi decisive del secondo set contro un’avversaria che cominciava ad essere affaticata e meno incisiva.

Il ribaltamento del match non mi ha sorpreso molto, perché il primo set era stato piuttosto anomalo: Kvitova infatti lo aveva vinto nonostante un rendimento della prima di servizio del tutto insufficiente (appena il 35%). Se lo era aggiudicato, cioè, ottenendo molti punti nello scambio e perfino in difesa, e potendo permettersi di spingere molto la seconda di servizio grazie al vantaggio nel punteggio.
Ma con il protrarsi del gioco, era quasi inevitabile che il poco aiuto avuto dalla prima di servizio cominciasse a lasciare il segno sulla brillantezza di Petra, facendo affiorare la fatica e aumentare gli errori gratuiti. E infatti nel secondo set la partita si è prima fatta più equilibrata, poi Kvitova ha finito per perderla quando, cominciando a soffrire di più nel palleggio, ha esagerato con i rischi sulla seconda; i due doppi falli sul 4-4 secondo set hanno sancito il rovesciamento decisivo.

Ma questa è una sommaria chiave di lettura tecnica che da sola non potrebbe certo bastare per descrivere il confronto. Il match è stato infatti un continuo braccio di ferro mentale, in cui Sharapova ha semplicemente rifiutato l’idea stessa della sconfitta, anche nei momenti peggiori, mettendo in campo tutta la propria personalità per recuperare una situazione che si stava facendo difficilissima. Ricordo che Maria aveva di fronte un’avversaria che l’aveva battuta pochi giorni prima, che nella prima ora aveva esibito un gran tennis, che stava giocando su una delle sue superfici preferite, e che aveva il sostegno del pubblico di casa.
Qualsiasi giocatrice avrebbe finito per cedere. Qualsiasi giocatrice, appunto: ma Sharapova non è una giocatrice qualsiasi.

Dopo il successo di Sharapova, con la Russia in vantaggio Pliskova ha confermato una tendenza di questa stagione: rende di più quando deve affrontare il rischio di perdere piuttosto che la possibilità di vincere. Anche così si spiegano le controprestazioni da favorita negli Slam e le finali perse. Sotto di 1-2, la sua vittoria non avrebbe chiuso il confronto, e Karolina ha nuovamente dimostrato che se si tratta di risalire la china è una giocatrice su cui contare, con un potenziale superiore a quello di Pavlyuchenkova.

Sul due pari sono diventate determinanti le doppiste; Vesnina è calata alla distanza, mentre ha finito per spiccare Barbora Strycova.
Posso dirlo? Me lo aspettavo. Vincente da giovanissima (due Slam e primato nel ranking junior 2002), chi l’ha seguita sa quanto il suo carattere sia straordinariamente deciso e combattivo; la ricordo in tante occasioni riuscire a tenere vive partite in cui sul piano fisico-tecnico sarebbe stata soccombente, e tutto questo proprio grazie alla personalità estremamente forte.
Difficile dimenticarla ad esempio a Wimbledon 2012 contro Serena Williams, in un match in cui malgrado l’evidente gap invece che arrendersi aveva quasi cercato di “metterla in rissa”: con esultanze plateali, attacchi a rete sfrontati, e soluzioni estemporanee che puntavano a sorprendere Serena, portandola fuori dagli schemi di un match normale.
A volte capita di assistere a situazioni del genere, ma è ben difficile accada contro la numero uno del mondo. Non ricordo nessun’altra giocatrice di seconda fascia cercare di sovrastare Serena sul piano dell’agonismo e della sfrontatezza: Barbora ci aveva provato.
E anche l’altro giorno, nell’intervista post match ha apertamente affermato di non essere scesa in campo particolarmente emozionata, ma di essere sempre stata convinta di poter dare il suo apporto alla squadra.

4. Le delusioni di Pavlyuchenkova e Vesnina
Le singolariste ceche hanno perso un match a testa, ma si consolano con la vittoria del trofeo. Chi invece esce peggio da questa finale sono le compagne di Sharapova: Pavlyuchenkova e Vesnina hanno incassato solo sconfitte. Vesnina ha nuovamente vissuto l’esperienza di scendere in campo per una finale di Fed Cup contro le ceche sul 2-2, e ha di nuovo perso, come nel 2011. Allora giocava insieme a Maria Kirilenko, e venne sconfitta da Peschke e Hradecka.

Ma il peggio è capitato a Pavlyuchenkova, che ha subito un pesantissimo 3-0. È brutto chiudere la stagione in questo modo, dovendo aspettare il nuovo anno per provare a riscattarsi. Mi auguro che Anastasia non subisca troppo la botta, magari alleggerendo l’amarezza con i ricordi dell’eccezionale fine stagione nei tornei WTA indoor (vittoria a Linz, finale a Mosca) e con la consapevolezza che se la Russia è arrivata sino a Praga lo deve alla sua fondamentale prestazione in semifinale contro la Germania. Anche in quel caso aveva disputato tre partite, di cui però due vinte: una in singolare (contro Lisicki, dopo aver salvato un match point) e una nel doppio decisivo (sempre con Vesnina contro Lisicki e Petkovic).

5. E se fossimo stati noi i capitani?
Entrambi i capitani si sono trovati di fronte a problemi ed emergenze che hanno scombussolato i piani iniziali. Da parte ceca il problema al polso di Safarova ha probabilmente costretto Pala alla convocazione di una singolarista in più, scegliendo quindi una quarta giocatrice che potesse fare da doppista.
A quel punto il capitano ha optato per Barbora Strycova, ritenendola la più duttile sul piano tecnico e la più solida psicologicamente tra le soluzioni a sua disposizione. Ed è stato premiato. Avrebbe potuto chiamare qualcun’altra?

In questa tabella ecco dieci possibili nomi per quanto riguarda il doppio.
Nella prima versione le giocatrici sono ordinate per il rendimento nel 2015 (colonna in giallo), nella seconda le stesse giocatrici sono ordinate per il rendimento in carriera (sempre colonna in giallo):

Doppiste Rep Ceca

E la Russia? Una volta incassato il rifiuto di Kuznetsova, forse Myskina avrebbe potuto pensare a una quarta giocatrice che sostituisse l’acciaccata Makarova per fare coppia con Vesnina al posto di Pavlyuchenkova.
Anche in questo caso presento dieci possibili nomi, ordinati secondo i risultati nel 2015 e in carriera.

Doppiste Russia
Visto il palmarès di Kuznetsova in doppio (7 finali Slam, di cui 2 vinte, l’ultima nel 2012) forse si sarebbe potuto chiederle un piccolo sforzo, una disponibilità a giocare solo l’eventuale doppio decisivo, senza la fatica di due singolari sulle spalle. Tanto a Praga aveva deciso di andare comunque…

6. Quale futuro per la Fed Cup?
Il week-end di Fed Cup ha riacceso le discussioni sulla formula: è comprensibile, perché troppo forte è il contrasto tra certi turni avvilenti (disputati da tenniste di rincalzo, che non restituiscono assolutamente il valore di una nazione) con la finale appena vissuta, in cui la presenza di grandi giocatrici ha reso memorabile il confronto.

Si potrebbe risolvere il problema? Le ipotesi sono tante, ma per quanto mi riguarda sono piuttosto pessimista.
Assegnare punti validi per il ranking, come già avviene per i maschi con la Coppa Davis; tornare alla manifestazione concentrata in un’unica sede, come accaduto in passato; studiare differenti date o cadenze biennali per renderle più compatibili con i programmi delle più forti: sono alcune delle ipotesi percorribili, ma che in anni recenti si sono dimostrate impraticabili per la mancanza di collaborazione tra l’ITF (che gestisce la Fed Cup) e la WTA. Ricordo che la WTA per alcune stagioni ha addirittura organizzato il “masterino” nelle stesse date della finale di Fed Cup: una decisione che sfiorava il boicottaggio, visto che rendeva più complicata la risposta alla convocazione per alcune giocatrici.

Sono convinto che se non muteranno i rapporti tra ITF e WTA non si potranno vedere sostanziali novità. Ma è anche vero che questo è stato un periodo di cambi al vertice delle organizzazioni (Haggerty al posto di Ricci Bitti all’ITF, Simon al posto di Allaster alla WTA), per cui rimane la speranza che i nuovi manager affrontino la questione con spirito più costruttivo.
In caso contrario non ci resterà che accontentarci dei turni fortunati: quelli in cui, magari sotto la spinta degli obblighi per partecipare alle Olimpiadi, le grandi giocatrici decideranno di accettare le convocazioni e di misurarsi una con l’altra.

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Garbiñe Muguruza e le prime WTA Finals messicane

La giocatrice più titolata fra le otto partecipanti ha vinto la prima edizione delle Finals disputata in America latina. A conti fatti, che torneo è stato?

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Garbiñe Muguruza, WTA Finals 2021 (via Twitter @WTA Insider)

Con la disputa delle WTA Finals di Guadalajara si è concluso il calendario WTA ufficiale: le giocatrici più forti hanno terminato in Messico i loro impegni, e comincia dunque il periodo di offseason (prima le vacanze, poi la preparazione), in vista della apertura del 2022 orientata all’Australian Open. Si annunciava un torneo di difficile decifrazione, senza una chiara favorita, e così è stato: i valori si sono delineati progressivamente, match dopo match. E alla fine, in un evento con al via sei esordienti su otto, ha prevalso la giocatrice più titolata di tutte.

Garbiñe Muguruza, infatti, era l’unica tennista “pluri-Slam” presente, con due Major vinti in carriera (Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017), oltre ad altre due finali Slam disputate (Wimbledon 2015, Australian Open 2020). Grazie al successo di Guadalajara ha ulteriormente impreziosito il palmarès, che non è ricchissimo in termini quantitativi (10 titoli complessivi) ma con un peso specifico da non trascurare. Insomma, forse Muguruza non vince molto spesso, ma è capace di farlo quando le occasioni sono importanti.

Garbiñe Muguruza
Con il successo a Guadalajara, Muguruza conferma di essere una giocatrice capace di accendersi all’improvviso, e di offrire il rendimento migliore senza preavviso. Avete presente le atlete che crescono poco a poco, torneo dopo torneo, sino a raggiungere il picco di condizione? Ecco, tutto il contrario di Garbiñe. Dopo il successo a Chicago in settembre, Muguruza aveva deluso sia a Indian Wells che a Mosca, e si era presentata in Messico con un ultimo risultato preoccupante: sconfitta in Russia da Anett Kontaveit addirittura per 6-1, 6-1.

 

Ma non è una novità. Ricordo che in occasione del successo a Wimbledon 2017, Garbiñe era reduce da un primo turno disastroso a Eastbourne, dove contro Strycova aveva raccolto un solo game: 6-1, 6-0. Poi però qualcosa era scattato nel suo rendimento, e dopo il “clic” aveva vinto i Championships lasciando per strada un solo set.

A Guadalajara Muguruza ha ritrovato Kontaveit, autrice della “stesa” subita a Mosca, ma in Messico ha raccolto ben più di due game: l’ha affrontata per due volte e per due volte ha prevalso. E se nel primo caso Anett non aveva le stesse motivazioni (scendeva in campo con la certezza di essere già semifinalista), in finale non c’erano più fattori esterni a mettere in dubbio il valore del match.

Eppure anche alle Finals Muguruza aveva aperto con una sconfitta, battuta di misura da Karolina Pliskova per 4-6, 6-2, 7-6. Poi nel secondo impegno contro Krejcikova si era trovata vicina alla eliminazione: perso il primo set per 2-6, occorreva un cambio di passo per tenere vive le speranze di qualificazione. Ebbene, Garbiñe ha rovesciato le sorti del match vincendo i due set successivi (2-6, 6-3, 6-4) e da quel momento ha compiuto percorso netto, vincendo tutti i parziali sino ad alzare la coppa. Otto set consecutivi.

Il set conquistato in occasione della sconfitta contro Pliskova le ha permesso di superare il girone: con tre giocatrici sulla stessa linea (Kontaveit, Muguruza e Pliskova tutte con due vittorie e una sconfitta) è stato il quoziente set a condannare Karolina.

Come ha giocato in Messico Muguruza? Sinceramente non mi è sembrato di avere visto particolari novità nel suo tennis. In fondo sono diverse stagioni che collabora con Conchita Martinez, e ormai abbiamo capito che il termometro del gioco di Garbiñe è il dritto. Perché il rovescio è sempre un colpo di qualità superiore, ma invece il dritto è molto meno stabile.

Per questo quando riesce a evitare gli errori gratuiti dalla parte destra e a spingere con una certa costanza sulla diagonale, diventa automaticamente una avversaria tosta. E se poi la fiducia sale ancora, e anche con il dritto comincia a cambiare con una certa disinvoltura le geometrie dello scambio, cercando il lungolinea, allora siamo di fronte alla migliore versione di Muguruza; e a quel punto sono dolori per tutte.

Quando Garbiñe è nelle giornate in cui manovra senza timori con il dritto, tutto il suo tennis decolla: il servizio non raccoglie più solo vincenti al centro (la T rimane la sua direzione più stabile) ma anche a uscire. E se a questo si aggiunge la qualità superba del rovescio e la aggressività in risposta, ci troviamo di fronte a una giocatrice capace di soffocare l’avversaria attraverso l’avanzamento del baricentro di gioco.

Garbiñe infatti, è in grado di colpire con i piedi attaccati alla linea di fondo (ma a volte addirittura dentro il campo) sottraendo istanti decisivi alla avversaria, che di conseguenza fatica a sviluppare i propri schemi: ecco perché in questa condizione le sue avversarie diventano più fallose del solito. Si tratta di frazioni di secondo, ma che possono incidere in modo determinante sul rendimento complessivo.

In sintesi, direi che è ciò che è accaduto sia in semifinale contro Badosa (6-3, 6-3) che in finale contro Kontaveit (6-2, 7-5): l’alto ritmo sviluppato da Muguruza ha finito per mandare Paula e Anett in difficoltà nella “velocità di crociera” dello scambio, e questo ha fatto aumentare il numero dei loro errori non forzati. Insomma, per battere la migliore Muguruza occorre davvero esprimersi ai massimi, senza flessioni o pause di rendimento. Altrimenti si finisce per essere sopraffatte.

Magari sbaglio, ma in semifinale Badosa mi è parsa anche un po’ intimorita sul piano della personalità. Timore anche comprensibile: aveva pur sempre di fronte una connazionale che aveva fatto da guida al movimento tennistico spagnolo negli ultimi anni. Sul piano tattico, Paula mi ha dato l’impressione di non riuscire a trovare soluzioni di gioco alternative; in pratica proponeva un tipo di tennis simile a quello di Muguruza, ma di un livello leggermente inferiore. A partire dalla posizione di gioco, un po’ meno aggressiva, che finiva per costringerla a subire più spesso le iniziative di Garbiñe. Detto questo, la prestazione di Badosa alle Finals è stata comunque rimarchevole, con il passaggio del girone raggiunto prima del tempo, grazie ai due successi ottenuti contro avversarie molto toste come Sakkari e Sabalenka.

Anche nella finale tra Muguruza e Kontaveit la mia sensazione è che gli aspetti mentali abbiano inciso, seppure per ragioni differenti: Garbiñe è apparsa più fresca e meno logora rispetto a una avversaria reduce da un tour de force eccezionale, necessario per conquistare i punti indispensabili per essere presente alle Finals.

Muguruza è scesa in campo con la convinzione e la forza di chi non ha intenzione di mollare nemmeno un quindici, anche in situazioni di punteggio molto complicate. E così nel secondo set, quando si è trovata sotto 3-5, non ha pensato che in fondo poteva sempre vincere al terzo. No, non ha lasciato nulla di intentato: ha alzato la qualità della risposta finendo per conquistare quattro game consecutivi che le hanno permesso di chiudere la partita in due set. E diventare la prima campionessa spagnola nella storia del Masters femminile.

a pagina 2: Anett Kontaveit

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WTA Finals: a Guadalajara con l’incognita dell’altura

Dopo la cancellazione del torneo 2020 e la rinuncia della Cina, in Messico si torna a disputare il Masters, con al via sei debuttanti su otto contendenti

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Le otto partecipanti alle WTA Finals 2021 (via Twitter @WTA Finals)

Questo mercoledì sera cominciano in Messico, a Guadalajara, le WTA Finals 2021. Le Finals sono il torneo più importante di fine stagione, l’evento che, Slam a parte, regala alla giocatrice che lo vince più punti e prestigio. E si tratta di un torneo controllato direttamente da WTA: per questo rappresenta anche una importante fonte di guadagno per l’organizzazione e le giocatrici.

La decisione di ospitare il torneo in Messico rappresenta un ripiego rispetto ai programmi definiti in passato. Infatti a partire dal 2019 WTA aveva deciso di fissare la sede delle Finals in Cina, a Shenzhen, città con la quale era stato firmato un contratto pluriennale. Il contratto prevedeva non solo di approntare un torneo ricchissimo (con il montepremi più alto della storia del tennis, maschile incluso), ma anche di ospitare la manifestazione in un nuovo stadio costruito ad hoc, che si sarebbe dovuto inaugurare nel 2020.

 

Poi però la pandemia ha stravolto ogni progetto. Nel 2020 il torneo non si è disputato: cancellato per cause di forza maggiore (la stagione monca, la difficoltà di far viaggiare le protagoniste, l’impossibilità di trovare una soluzione alternativa a quella cinese); mentre per il 2021 ci si è dovuti accontentare di una sede temporanea con strutture e montepremi molto meno faraonici e ambiziosi rispetto a quelli asiatici.

Al momento non abbiamo la certezza che nel 2022 il Masters (come veniva storicamente denominato) si torni a disputare in Cina, visto che ai tempi del Covid si naviga a vista, con i grandi eventi internazionali di sport costantemente a rischio cancellazione o ridimensionamento.

Sta di fatto che oggi la situazione è questa: in Messico si giocherà all’aperto e con una capienza delle tribune ridotta al 50% per le norme anti Covid. E dato che l’impianto è provvisorio e senza copertura, potrebbe anche capitare qualche ritardo nel programma a causa dalle condizioni meteo. Per tornare a un Masters disputato all’aperto, si deve risalire al 2010, anno della ultima edizione tenuta a Doha (vinta da Clijsters in finale su Wozniacki).

Questo per quanto riguarda gli aspetti logistici. Sul piano tecnico l’elemento più importante da sottolineare riguarda la condizione di gioco della sede scelta. Guadalajara si trova a 1566 metri sul livello del mare, e la fisica applicata al tennis ha dimostrato che l’altitudine influisce in modo drastico sulla velocità della palla; influisce molto più di altri fattori come, per esempio, la temperatura o l’umidità (rimando a questo articolo per un approfondimento dettagliato: “Tennis e fisica: la traiettoria e gli effetti del caldo. Per un dritto più veloce, andate a Bogotá”).

L’altura incide così tanto che nei tornei disputati in altitudine si utilizzano palle differenti, in modo da compensare le condizioni eccezionali rispetto al tennis “normale”, delle quote vicine al livello del mare. A questo proposito merita di essere segnalata la dichiarazione di metà settembre di Craig Tyzzer, coach di Ashleigh Barty: “Abbiamo appena scoperto che verranno usate palle senza pressione. Le palle senza pressione volano letteralmente. È una palla che, se la usi in condizioni normali, non rimbalza. Non è la più grande pubblicità per le migliori ragazze del mondo giocare con qualcosa che non hanno mai usato prima”.

Forse l’asprezza delle parole di Tyzzer è in parte determinata dal fatto che Barty aveva già in mente di rinunciare alle Finals, dopo essere stata molti mesi lontano da casa, senza la possibilità di tornare in patria a causa delle regole australiane sulla quarantena. Ma resta il fatto che la combinazione tra altura, palline e superficie del campo sarà tutta da scoprire e presenta delle incognite. E siccome non sarebbe la prima volta che alle Finals emergono problemi con le condizioni di gioco (vedi QUI), si spera che a Guadalajara la qualità del tennis non risulti penalizzata da fattori esterni mal gestiti.

Detto del contesto, qualche osservazione di insieme dedicata alle protagoniste. La prima: assisteremo a un Masters tutto europeo. Le giocatrici provengono da queste nazioni: due dalla Repubblica Ceca, due dalla Spagna, e una ciascuna da Bielorussa, Grecia, Polonia ed Estonia. Credo però che sarebbe sbagliato considerare questo campo di partecipazione come lo specchio della attuale WTA, che invece è molto più internazionalizzata e “intercontinentale” di quanto risulterà a Guadalajara. Intanto perché al numero 1 della classifica c’è una tennista australiana (Barty, appunto) e poi perché subito dopo le otto partecipanti alle Finals troviamo una tennista africana (Jabeur, numero 10 nella Race) e una asiatica (Osaka, numero 11). Mentre la prima americana, è Pegula (che ha chiuso 14ma nella Race).

Seconda osservazione. Dopo il forfait di Ashleigh Barty, vincitrice dell’ultima edizione disputata (Shenzhen 2019), sappiamo già che l’albo d’oro si arricchirà di un nome nuovo. Nessuna delle otto partecipanti infatti, ha mai vinto il Masters, e solo due non sono alla prima partecipazione: Pliskova e Muguruza. E questo malgrado l’età media non sia poi così bassa, visto che non avremo teenager al via. Questa è la data di nascita delle otto partecipanti, in ordine decrescente:

Pliskova, marzo 1992
Muguruza, ottobre 1993
Sakkari, luglio 1995
Krejcikova, dicembre 1995
Kontaveit, dicembre 1995
Badosa, novembre 1997
Sabalenka, maggio 1998
Swiatek, maggio 2001

Nel torneo mancheranno tre delle quattro campionesse Slam in carica. Infatti, dopo il forfait di Barty (titolata a Wimbledon) l’unica vincitrice di Major 2021 presente sarà la “regina di Francia” Krejcikova. Non avremo la campionessa dell’Australia (Naomi Osaka) e nemmeno quella degli Stati Uniti (Emma Raducanu). Naomi paga la stagione difficile, con il forfait a Parigi e la rinuncia a Wimbledon, mentre Emma ha vinto a New York quasi sbucando dal nulla, e di conseguenza non è riuscita ad aggiungere altri punti sufficienti a quelli conquistati a Flushing Meadows per entrare fra le prime otto.

Ma non vorrei sembrare troppo critico o pessimista; come si dice in questi casi, ”non fasciamoci la testa prima di averla rotta” perché, se saranno in buone condizioni, le otto giocatrici presenti sono comunque in grado di offrire dei bei match.

Come è noto, la formula del Masters prevede una prima fase a gironi all’italiana (round robin) e una seconda fase a eliminazione diretta, con semifinali e finale. I due gironi sono definiti attraverso una procedura che prevede quattro sorteggi: il primo sorteggio è fra la numero 1 e a 2, il secondo fra la 3 e la 4, poi fra la 5 e la 6 e infine tra la 7 e la 8. In caso di arrivo a pari vittorie nel girone, trovate QUI i criteri utilizzati per definire le classifiche.

Il sorteggio tenuto lunedì ha deciso che nella prima fase ci sarà il derby ceco, fra Krejcikova e Pliskova, ma non quello spagnolo, visto che Muguruza e Badosa non sono nello stesso girone. Ecco la composizione dei gruppi:

Gruppo Chichén Itzá
1. Aryna Sabalenka
4. Maria Sakkari
5. Iga Swiatek
7. Paula Badosa

Gruppo Teotihuacán
2. Barbora Krejcikova
3. Karolina Pliskova
6. Garbiñe Muguruza
8. Anett Kontaveit

Ultima nota: questioni di varia natura hanno condizionato la definizione delle due riserve, pronte a subentrare in caso di infortuni (ricordo che nel 2019 erano entrambe scese in campo). La prima avente diritto, Ons Jabeur ha rinunciato; probabilmente a causa del guaio al gomito patito a Mosca, che già l’aveva costretta al forfait a Courmayeur. La seconda in ordine di classifica sarebbe Naomi Osaka, che però ha già annunciato di avere chiuso la stagione agonistica. E così, con Pavlyuchenkova uscita acciaccata dalla Billie Jean King Cup, si è andati a scalare nella Race; le prime giocatrici che si sono rese disponibili sono Jessica Pegula ed Elise Mertens, rispettivamente numero 14 e 15 della classifica.

a pagina 2: Le giocatrici del Gruppo Chichén Itzá

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Anett Kontaveit, due mesi per conquistare WTA Finals e Top 10

Dopo alcune annate di stasi, nel giro di poche settimane Anett Kontaveit ha raccolto successi a ripetizione che le sono valsi traguardi mai raggiunti prima in carriera

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Anett Kontaveit – WTA Ostrava 2021 (foto via Twitter @WTA)
Anett Kontaveit – WTA Ostrava 2021 (foto via Twitter @WTA)

Nei tornei di fine stagione, gli ultimi del calendario, spesso accade che l’elemento di maggiore interesse sia collegato alla Race, cioè alla classifica che stabilisce quali saranno le otto giocatrici con il diritto di partecipare alle WTA Finals. Quest’anno per la verità la combinazione dei punti aveva definito le prime otto con un certo anticipo. Nell’ordine: Barty, Sabalenka, Krejcikova, Pliskova, Sakkari, Swiatek, Muguruza e Badosa. Ma il forfait della numero 1 Barty (forfait certo non inatteso) ha allargato la caccia a un ulteriore posto, rappresentato dalla posizione numero 9.

Al termine del torneo di Indian Wells, ultimo WTA 1000 della stagione e ultimo torneo con la disponibilità di punti “pesanti” in programma, Ons Jabeur sembrava avercela quasi fatta: con Osaka ferma per scelta personale, Jabeur era nona con 3020 punti, e le prime concorrenti erano distanti oltre 500 punti. La Race del 18 ottobre recitava: Jabeur 3020, Osaka 2771, Svitolina 2501, Pegula 2500. Le altre erano ancora più indietro e sembrava difficile potessero colmare un distacco del genere.

Ma c’era ancora il WTA 500 di Mosca a dare qualche speranza a chi era più lontana in classifica, perché i punti a disposizione per la vincitrice erano comunque 470. Occorreva però anche che Jabeur smettesse di fare punti, rendendo la combinazione di risultati ancora più improbabile: Ons infatti risultava iscritta sia a Mosca che al successivo WTA 250 di Courmayeur. Possibile con non riuscisse a racimolare qualche vittoria per mettersi al sicuro, viste anche le buone condizioni di forma? E invece gli eventi si sono sviluppati nel modo più imprevisto.

 

In Russia Jabeur ha dovuto ritirarsi durante il match di esordio: un problema al gomito le ha causato la sconfitta per ritiro contro la futura finalista Alexandrova. Risultato: nessun punto da aggiungere al proprio totale nella classifica. Non solo: il problema al gomito ha impedito a Jabeur di scendere in campo anche in Italia, costringendola a rimanere ferma, in attesa di scoprire cosa avrebbero fatto le sue concorrenti.

A Mosca sono arrivate in finale Ekaterina Alexandrova e Anett Kontaveit, ma solo Konteveit (allora quindicesima della Race, con 2441 punti) era ancora nella condizione di scavalcare Jabeur. Mi immagino la scena di Jabeur davanti alla televisione che segue la finale di Mosca tifando per Alexandrova. In caso avesse vinto la giocatrice di casa, infatti, i giochi si sarebbero chiusi in modo definitivo con una settimana di anticipo.

Ebbene, a Mosca Alexandrova si è trovata a condurre per 6-4, 4-0 prima di andare incontro a una crisi di braccino che le è costata un parziale di zero game a 6. Risultato: 6-4, 4-6 e finale riaperta. Nel terzo set Alexandrova si è riportata in avanti sino a servire per il match sul 6-4, 4-6, 5-4. Ma di nuovo ha subito un parziale negativo di tre giochi che ha permesso a Kontaveit di conquistare il titolo, i 470 punti disponibili e diventare l’unica rivale di Jabeur nell’ultima settimana di tornei WTA validi per le Finals.

Lunedì 25 ottobre la Race annunciava: Jabeur 3020 punti, Kontaveit 2881. Anett era iscritta al WTA 250 di Cluj, in Romania, e per l’effetto degli scarti previsti dal meccanismo di classifica, solo la vittoria le avrebbe permesso di completare la rimonta. Il lotto delle partecipanti a Cluj non era impossibile, con una sola, enorme, eccezione: Simona Halep, giocatrice di casa, testa di serie numero 1 e avversaria che Kontaveit non aveva mai sconfitto in carriera; tre match e tre sconfitte senza raccogliere set.

Come è andata la finale lo sappiamo: Kontaveit ha disputato un match di alto livello, ha battuto Halep 6-2, 6-3, ed è così riuscita a vincere il titolo, volando da titolare alle Finals in Messico. Da notare che gli ultimi due titoli Anett li ha vinti “in trasferta”, dato che sia in Russia che in Romania ha sconfitto due giocatrici che scendevano in campo con l’appoggio del pubblico di casa.

A conti fatti, il recupero di Kontaveit è stato eccezionale. Dal mese di agosto ha vinto quattro titoli, e dopo lo US Open, ha preso parte a cinque tornei, con un bilancio impressionante: un forfait per affaticamento fisico (a Chicago 2, per un problema alla coscia), un quarto di finale a Indian Wells e ben tre vittorie: WTA 500 di Ostrava, WTA 500 di Mosca, WTA 250 di Cluj. In termini di partite,ha chiuso con un parziale di 19 vittorie e una sola sconfitta, in California, arrivata proprio per mano della sua concorrente Jabeur (che a Indian Wells l’aveva battuta per 7-5, 6-3).

Nella Race del 13 settembre, Kontaveit era 26ma, con 1728 punti. Oggi è numero 9 con quasi il doppio di punti, 3096. Conseguenza “accessoria” non da poco: per la prima volta in carriera Anett è entrata in Top 10, prima estone della storia del tennis a riuscirci. Nel ranking del primo novembre è numero 8 del mondo.

Il recupero di Kontaveit ricorda l’impresa compiuta da Caroline Garcia nel 2017, quando grazie ai successi in Cina (Pechino e Wuhan) con una serie di 11 vittorie consecutive era riuscita a raccogliere 1900 punti, scavalcando in extremis Johanna Konta, che sembrava essersi ormai garantita un posto alle Finals (allora disputate a Singapore).

a pagina 2: Le ultime stagioni di Anett Kontaveit

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