Flavia Pennetta: quattro partite memorabili agli US Open

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Flavia Pennetta: quattro partite memorabili agli US Open

Dal 2009 al 2015, quattro partite speciali di Flavia Pennetta a Flushing Meadows: vittorie e sconfitte nello Slam in cui ha saputo dare il meglio di sé

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Flavia Pennetta - US Open 2015

Flavia Pennetta si è ritirata. Lo ha comunicato nel modo più sorprendente possibile, durante il discorso da vincitrice degli ultimi US Open e, malgrado le insistenze dei dirigenti sportivi italiani, la decisione sembra proprio confermata. Sul sito ufficiale della WTA, nella pagina dedicata a lei, alla voce “status” compare un inequivocabile Retired, con tanto di data (29 ottobre 2015).

Oggi che la sua carriera si può dire conclusa, vorrei tornare per un’ultima volta su di lei; ma non aspettatevi coccodrilli. No, non c’entra niente Lacoste: il “coccodrillo” in termini giornalistici è il pezzo che una redazione tiene da parte, pronto per essere pubblicato in caso di morte di personaggi importanti. E per un media sportivo si potrebbe dire che una situazione simile accade anche al momento del ritiro dei grandi atleti, dato che un ritiro non è una morte (ci mancherebbe altro), ma rappresenta comunque la fine dell’esperienza agonistica.
Personalmente però non amo molto questo genere di pezzo, quindi per scrivere di Flavia Pennetta preferisco utilizzare un taglio differente, già sperimentato in passato.

Ecco dunque quattro partite scelte fra le tante importanti disputate da Flavia Pennetta agli US Open. Ricordo che dal 2008 in poi Pennetta a New York ha raggiunto 4 quarti di finale, una semifinale e una vittoria, malgrado non abbia giocato per infortunio nel 2012.
A mio avviso questi match non raccontano solo delle partite in sé, ma delineano le tappe di un processo di crescita concluso con il massimo traguardo possibile.

 

1. US Open 2009, R16: Flavia Pennetta def. Vera Zvonareva 3-6, 7-6 (6), 6-0
Forse la partita più emozionante di tutta la carriera di Flavia Pennetta, almeno tra quelle che ho potuto seguire. Una partita che probabilmente ha anche rappresentato un salto di qualità per il suo status nel circuito. E’ vero che Flavia aveva già saputo arrivare ai quarti di finale degli US Open l’anno prima, nel 2008, ma in questa occasione lo fa da fresca top ten, e sconfiggendo per la prima volta a Flushing Meadows una giocatrice classificata a sua volta fra le prime dieci. A questo aggiungerei lo scenario: la sessione notturna del Campo centrale, con il pubblico delle grandi occasioni.

Per la verità gli spettatori sembrerebbero accorsi soprattutto per la sfida che si giocherà dopo, tra il giocatore di casa Taylor Dent e la testa di serie numero due Andy Murray. Pennetta e Zvonareva dovrebbero rappresentare l’antipasto della serata, ma finiranno per prendersi la scena principale, grazie ad un match in cui la componente psicologica diventa assoluta protagonista.

La partita inizia senza particolari sussulti, e si potrebbe dire che si gioca per circa un’ora e mezza (di buon livello) per preparare le fasi clou dell’incontro.
Sul 3-6, 5-6 Pennetta serve per rimanere nel match e deve salvare match point a ripetizione: accade una, due, tre, quattro volte. Ogni volta che Zvonareva arriva ad un punto dalla chiusura Pennetta risponde con un grandissimo scambio, concluso con un vincente, rimanendo attaccata ad un filo di speranza.

Il pubblico che prima seguiva distrattamente, ora non si perde più un colpo. Dopo quattro match point annullati Flavia riesce a tenere la battuta e così il set si decide al tiebreak; anche questa volta è Vera che si porta avanti, sino ad avere altri due match point sul 6-4: sono il quinto e il sesto a disposizione. Uno lo manca con una risposta lunga, ma il sesto è di nuovo annullato da Pennetta con un vincente. In totale su sei match point, cinque sono stati cancellati da vincenti.
Sullo slancio della risalita Pennetta chiude il set 8-6 al tiebreak, di fatto rovesciando completamente il destino della partita. Adesso è lei la favorita, e Vera subisce un contraccolpo psicologico durissimo: i game equilibrati che si era più spesso aggiudicata nella prima fase, ora li perde; le fiducia è ai minimi termini, e anche i nervi cominciano a cedere.
Zvonareva è diventata famosa per i pianti durante le partite; attenzione però a farsi distrarre dalle lacrime, perché i pianti spesso non le hanno impedito di vincere comunque i match. Ma questa volta la botta è stata davvero troppo dura: non solo appare disperata, ma comincia a litigare con le abbondanti fasciature alle ginocchia; nei momenti più negativi sfoga la sua frustrazione strappandosi pezzi di cerotto e scagliandoli a terra. E così la protezione di bende che si era portata per quasi tutto il match si riduce di pari passo con le speranze di vincere: alla fine, al momento del 6-0 finale rimangono due sottili strisce bianche attorno a ciascuna rotula.
Pennetta è nei quarti di finale per il secondo anno consecutivo.

E’ un vero peccato che in rete non si trovino più le immagini estese del match. Ma per fortuna è almeno presente  QUI un breve riassunto.

2. US Open 2011, QF: Angelique Kerber def. Flavia Pennetta 6-4, 4-6, 6-3
Una delle più cocenti delusioni della carriera di Flavia, a mio avviso criticata eccessivamente sulla base di demeriti più teorici che reali, determinati dal ranking dell’avversaria.

Ricostruiamo la situazione: Pennetta arriva ai quarti di finale sconfiggendo prima la testa di serie numero quattro Sharapova, poi superando in una durissima lotta sul piano fisico Peng Shuai. Flavia ha finito esausta il match, in evidente debito di energie. La situazione appare complicata, anche perché è ancora in corsa nel doppio insieme a Gisela Dulko e non ha intenzione di lasciare la competizione, malgrado i suggerimenti a dare forfait per recuperare un po’ di forze.

Ma la fortuna sembra girare a suo favore: ci pensano le condizioni meteorologiche a darle una mano. La pioggia obbliga a rinvii a ripetizione del match, addirittura sino a tre giorni dopo. A causa dei molteplici annullamenti di programma l’ordine di gioco è così intasato che il quarto di finale si tiene sul campo 17.
A parte questo piccolo disagio, tutto si direbbe stia andando per il verso giusto, visto che l’avversaria appare quanto di meglio si possa desiderare: è Angelique Kerber, una semisconosciuta tedesca, con un curriculum senza particolari successi, classificata addirittura al numero 92 del mondo.

Ma chi è questa Kerber? E’ una giocatrice piuttosto difficile da inquadrare: non ha un lato più forte fra dritto e rovescio, pur essendo mancina non ottiene quasi nulla dal servizio, e si muove e difende meglio di quanto possa sembrare a prima vista. Angelique Kerber è arrivata sin lì prendendo il posto di Agnieszka Radwanska, da lei sconfitta in tre set al secondo turno. Ma, a parte questo successo, sulla carta appare destinata a fare da vittima sacrificale.

E invece le cose iniziano male: Flavia perde il primo set, e si trova sotto 2-4 anche nel secondo. Con un moto di orgoglio vince quattro game consecutivi e pareggia i conti.
Nel set decisivo si porta avanti 2-0 ma poi si spegne progressivamente: Angelique mostra di avere più energie fisiche e nervose, vincendo i tre game conclusivi dal 3-3.

Delusione enorme. Tragedia sportiva. E critiche a dismisura.
Oggi è più facile valutare quella partita, e mettere le cose nella giusta prospettiva. Oggi sappiamo che è difficile trovare un’avversaria peggiore di Kerber da affrontare alla distanza, dopo tre set molto lottati. Oggi sappiamo che per una giocatrice destra con il dritto meno incisivo del rovescio (come allora Flavia Pennetta) Kerber è un ostacolo particolarmente duro, per la sua predilezione a spingere proprio verso l’angolo del dritto avversario. Oggi sappiamo, soprattutto, che quel numero 92 del ranking era ormai assolutamente bugiardo, e che di lì a poco la sconosciuta tedesca sarebbe entrata in pianta stabile nella top ten.

Come se la qualità di gioco dell’avversaria non contasse nulla, ma si dovesse fare riferimento solo al ranking, in tanti allora dissero che Flavia aveva sprecato la possibilità di raggiungere una semifinale a portata di mano, che occasioni del genere capitano una sola volta, e che se a 29 anni si perdono certi treni si è destinate a rimanere con un pugno di mosche a fine carriera. In sostanza: “Pennetta non vincerà mai uno Slam”

3. US Open 2013, R16: Flavia Pennetta def. Simona Halep 6-2, 7-6 (3)
Ricordate la carriera di Li Na? I primi grandi successi sono arrivati grazie ad un gioco molto lineare, esteticamente quasi da manuale, in cui spiccava la grande qualità di movimento del rovescio. In compenso il dritto risultava un colpo non altrettanto efficace.
Quando Li Na cambia coach (e passa da Jiang Shan, il marito, a Carlos Rodriguez) aumenta la pesantezza dei colpi dalla parte destra: il dritto diventa più potente, più lavorato e con più topspin; aumentano anche le occasioni in cui si sposta a sinistra per giocare il dritto anomalo, che prima era una soluzione quasi mai utilizzata. E pure il servizio diventa più incisivo.

Per certi aspetti anche Flavia Pennetta ha seguito un percorso simile, a dimostrazione che si può continuare a migliorare dopo i 30 anni.
Nel suo caso il cambio di allenatore è avvenuto durante la lunga pausa a cui l’ha obbligata l‘operazione al polso nel 2012. Dopo molti anni di collaborazione, il suo storico coach Gabriel Urpi passa a lavorare con la federazione francese e Flavia inizia una nuova fase con Salvador Navarro. E con Navarro Flavia Pennetta segue una evoluzione che assomiglia a quella di Li Na: inizia a “sporcare” il dritto, lo lavora di più, e grazie al maggiore topspin riesce ad essere più incisiva dalla parte destra. Anche il servizio diventa sempre più un fattore fondamentale con cui ottenere punti facili, che le consentono di trarsi di impaccio in momenti decisivi.

Nel 2013 Pennetta gioca a Flushing Meadows da numero 83 del mondo: è rientrata da pochi mesi, e con grande fatica, dopo l’operazione al polso.
Di nuovo gli US Open segnano un punto determinante della sua vita sportiva, e il quarto turno contro Simona Halep rappresenta al meglio anche i cambiamenti tecnici della nuova Pennetta. Halep è una giocatrice in grandissima ascesa, che nel giro di pochi mesi passerà dal numero 64 ai vertici della classifica mondiale; e se agli US Open 2013 è solamente testa di serie numero 21 è perché il ranking richiede un minimo di tempo per registrare i progressi delle giocatrici.

Pennetta inizia il match benissimo: ottimo servizio, solito gran rovescio e il nuovo “drittone” che rimbalza profondo e alto, ad altezza spalla, e disturba una giocatrice non altissima come Simona. Più sciolta e sicura di Halep, Flavia vince 6-2 il primo set, ma poi le cose si complicano a metà del secondo: dal 4-2 e servizio a suo favore, perde tre game consecutivi e si ritrova in seria difficoltà con un parziale negativo di 11 punti a uno. Halep sale 5-4 e servizio e qui ci pensa la pioggia ad aiutare Pennetta.
L’interruzione è provvidenziale: alla ripresa Flavia salva un set point e ottiene il break del 5-5. Di nuovo break e controbreak per arrivare sul 6-6. Nel tiebreak Pennetta sbaglia meno e chiude in due set.

La sensazione è che in caso di terzo set  la partita sarebbe girata definitivamente, ma di fronte alle variabili meteorologiche abbia contato l’esperienza della giocatrice più navigata. In questi US Open Pennetta vince finalmente il quarto di finale (contro Roberta Vinci) e conquista così la prima semifinale major in carriera. Un altro passo avanti significativo, ancora una volta raggiunto nell’amato Slam americano.

Highlights

4. US Open 2015, R16: Flavia Pennetta def. Samantha Stosur 6-4, 6-4
Della recente vittoriosa edizione degli US Open sono stati giustamente celebrati gli ultimi turni: il quarto di finale contro Petra Kvitova, per l’esemplare tenuta psico-fisica dimostrata in una giornata calda e su un campo con una situazione luce/ombra pessima. La semifinale contro Simona Halep, per la grandissima qualità di gioco, forse la migliore in carriera, con i game conclusivi al limiti della perfezione. La finale contro Roberta Vinci, per la capacità di neutralizzare al meglio il velenosissimo slice di rovescio.

Tutte partite ancora fresche nella memoria; per questo per chiudere faccio riferimento ad un match forse passato un po’ troppo sotto silenzio: quello contro Samantha Stosur in cui Flavia ha mostrato particolare lucidità e consistenza, riuscendo addirittura a non perdere mai il servizio.

Sembra destino che in tutti i grandi successi di Pennetta debba esserci la sconfitta di Stosur: Los Angeles 2009 (6-4, 6-3 in finale), Indian Wells 2014 (6-4, 3-6, 6-1 al terzo turno) e appunto US Open 2015.
Suppongo che all’annuncio del ritiro di Flavia Samantha abbia tirato un sospiro di sollievo, visto che il confronto diretto si è chiuso con un inequivocabile 0-7 (e ricordo anche una sconfitta ufficiosa in Hopman Cup), che credo possa valere a Pennetta anche il titolo di “bestia nera” di Stosur.

Ma, malgrado i precedenti, in quest’ultimo scontro di New York Pennetta trova un’avversaria decisissima a vendere cara la pelle, che mette in mostra il solito gran servizio/dritto con in aggiunta un rovescio sorprendentemente solido.
Di questa partita mi è rimasto impresso un colpo in particolare, con cui Pennetta ha salvato una palla break fondamentale sul 5-4 primo set: su una risposta profondissima di Stosur, Flavia gioca un rovescio in controbalzo con una rapidità e una capacità di coordinazione straordinarie; dalla racchetta esce una traiettoria tesa e velocissima che rovescia in un istante lo scambio, trasformando una situazione complicatissima in un colpo praticamente vincente. Una esecuzione che forse a prima vista non appare particolarmente spettacolare, ma che per i tempi strettissimi e la preparazione quasi nulla richiede a mio avviso doti veramente fuori dal comune.
Eccola:

https://www.youtube.com/watch?v=hp7pObL4JjM#t=98
Contro una giocatrice potente come Stosur, emergono anche tutte le migliori qualità difensive di Flavia, in termini di mobilità e di accuratezza del footwork. Il tutto senza mai perdere di eleganza, anche nelle situazioni più difficili: una dote naturale che, specie dalla parte del rovescio, ha sempre contraddistinto il gesto atletico di Flavia Pennetta.

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Ancora su Wimbledon: Pliskova, Sabalenka, Jabeur e Muchova

Gli ultimi Championships hanno rafforzato il primato di Ashleigh Barty, ma il torneo ha messo in luce anche altre protagoniste

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Karolina Pliskova - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Secondo articolo del martedì dedicato a Wimbledon 2021. Dopo il pezzo della scorsa settimana sulla vincitrice Ashleigh Barty, questa volta è il momento di occuparsi di alcune delle protagoniste che non hanno soltanto fatto più strada nel torneo, ma hanno anche offerto tennis di qualità. E se, come credo, lo Slam sull’erba ha regalato match di livello superiore rispetto al Roland Garros, una parte dei meriti va ricondotta proprio a queste giocatrici.

Prima di entrare nel tema, anticipo che il prossimo martedì uscirà un terzo articolo dedicato ai Championships, orientato all’approfondimento statistico. E ora cominciamo con Pliskova.

 

Karolina Pliskova
Karolina Pliskova si è presentata al via dell’ultimo Wimbledon con parecchi dubbi, alimentati da diversi fattori. Innanzitutto nella settimana che precedeva i Championships, per la prima volta dopo molte stagioni, si era trovata fuori dalle prime 10 della classifica WTA; non le capitava dall’agosto 2016.

Ma anche i risultati più recenti non erano incoraggianti: in giugno, nei match sull’erba di preparazione allo Slam aveva raccolto zero vittorie e due sconfitte (contro Pegula a Berlino e contro Giorgi a Eastbourne). E perfino la finale raggiunta a Roma in maggio si era trasformata in un ricordo negativo, a causa del 6-0, 6-0 subito da Swiatek. Un punteggio che in meno di un’ora aveva cancellato tutto quanto di buono le era accaduto nella settimana italiana.

Alla vigilia di Wimbledon, per non farsi travolgere dal pessimismo, erano due gli elementi positivi a cui aggrapparsi. Il primo era la poca aspettativa che la circondava: con poco da perdere, poteva scendere in campo più serena. Il secondo era la sicura attitudine nei confronti della superficie. Ecco cosa avevo scritto nell’articolo di presentazione dello Slam: “La situazione di Karolina Pliskova per certi aspetti ricorda quelli di Barty: in passato ha dimostrato di trovarsi bene sull’erba, ma… Ecco perché: a livello WTA vanta 5 finali, di cui 2 vinte, e una ottima percentuale di vittorie sui prati, superiore a quella sulle altre superfici. Però a Wimbledon le cose sono andate meno bene: mai oltre il quarto turno. Il suo 2021 sinora è stato deludente: saprà sorprenderci invertendo la tendenza a Londra?”

A conti fatti, nella finale di Wimbledon, si sono ritrovate proprio Barty, la più attesa, e Pliskova, che la gran parte degli osservatori considerava pochissimo. Insomma, Karolina ha smentito tutti. E questo malgrado al primo turno la partenza fosse stata preoccupante: subito sotto 2-5 contro Tamara Zidansek. A questo punto Pliskova ha improvvisamente alzato il livello: cinque game di fila le sono valsi il primo set (da 2-5 a 7-5), e da quel momento ha continuato a offrire dell’ottimo tennis, che le ha permesso di vincere le prime cinque partite senza concedere set alle avversarie. 7-5, 6-2 a Zidansek, 6-2, 6-2 a Vekic, 6-3, 6-3 a Martincova. Ma se dovessi indicare il match che mi ha fatto rivalutare il ruolo di Pliskova nel torneo, sceglierei il quarto turno contro Liudmila Samsonova (6-2, 6-3).

Samsonova era reduce dal successo a Berlino, dove partendo dalle qualificazioni aveva finito per vincere il torneo superando Vondrousova, Kudermetova, Keys, Azarenka e Bencic. Sull’onda di quella impresa, Liudmila aveva continuato a vincere a Wimbledon sconfiggendo Kanepi, Pegula e Stephens. Dieci successi consecutivi, che l’avevano trasformata nella giocatrice più vincente sull’erba del 2021.

Dunque l’ostacolo per Pliskova non era affatto semplice, anche se forse per Karolina era comunque preferibile rispetto a un’altra avversaria tra quelle che la porzione di tabellone avrebbe potuto offrirle. Mi riferisco alla testa di serie numero 22 Jessica Pegula che nel 2021 ha incontrato 4 volte Pliskova battendola 4 volte. Una autentica bestia nera.

Contro Samsonova, Pliskova ha disputato un match molto lineare, nel quale ha scavato il solco decisivo non soltanto grazie al servizio dei tempi migliori (7 ace e il 44% di battute non ritornate, mentre Samsonova si è fermata al 26%), ma forse ancora di più grazie a una ritrovata mobilità. Una volta entrata nello scambio, infatti, Karolina ha mostrato di saper manovrare come non la si vedeva da parecchio, riuscendo a prevalere anche nei punti di lunghezza media (11 vinti e appena 5 persi negli scambi fra 5 e 8 colpi). 

E così il 6-2, 6-3 rifilato alla giocatrice più “on fire” sull’erba ha permesso a Pliskova di superare per la prima volta in carriera lo scoglio del secondo lunedì di Wimbledon. Finalmente oltre gli ottavi di finale, e con un pronostico da favorita nel turno successivo, i quarti di finale. Pronostico rispettato; non poteva essere Viktorija Golubic a fermarla: troppo leggera per prevalere sull’erba (6-2, 6-2).

a pagina 2: La semifinale contro Sabalenka

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La conferma di Ashleigh Barty

Al via dei Championships c’era una giocatrice che partiva come numero uno per i pronostici ma anche per le gerarchie ufficiali. E questa volta è stata all’altezza delle aspettative

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Ashleigh Barty con il trofeo - Wimbledon 2021 (credit to AELTC_Thomas Lovelock)

Il Roland Garros e Wimbledon, i due Slam che si disputano in Europa nel giro di poche settimane, nelle stagioni più recenti si sono trasformati nei due Major più lontani fra loro, al punto da apparire quasi agli antipodi. Infatti se scorriamo i nomi delle ultime vincitrici, ci troviamo di fronte a risultati opposti. Nelle ultime sei edizioni, a Parigi ha sempre vinto una giocatrice con un passato senza titoli Slam, alcune volte addirittura classificata fuori delle teste di serie. Nelle ultime sette edizioni di Wimbledon, invece, ha sempre vinto una giocatrice con almeno già uno Slam nel palmarès, e mai al di fuori delle prime 16 teste di serie.

Anche nel 2021 è andata così: il Roland Garros è finito nelle mani dalla numero 33 del ranking Krejcikova, Wimbledon in quelle della numero 1 Barty. In sostanza i recenti albi d’oro dei due Major suggeriscono concetti opposti: imprevisto contro previsto, novità contro conferma, rivoluzione contro tradizione. Del resto a Londra la monarchia governa, mentre a Parigi le teste coronate sono finite alla ghigliottina.

Sembrerebbe tutto molto semplice, e ci scappa perfino la banalizzazione sulla storia delle delle due nazioni come condimento del tennis. Invece se approfondiamo la questione, entrando nel dettaglio dei nomi, scopriamo che le cose sono più complesse di così, e che fra i due tornei c’è anche un sorprendente intreccio. Infatti è come se il Roland Garros si facesse carico di fare da apripista per quanto accadrà nella edizione successiva dei Championships. Negli ultimi quattro Wimbledon, per ben tre volte si è aggiudicata il titolo una giocatrice che aveva cominciato a vincere Slam proprio a Parigi. Muguruza: Roland Garros 2016 + Wimbledon 2017. Halep: Roland Garros 2018 + Wimbledon 2019. Barty: Roland Garros 2019 + Wimbledon 2021.

 

C’è infine un altro aspetto da sottolineare: per quanto queste tre giocatrici abbiano vinto molti tornei anche sul cemento, tanto da diventare numero della classifica 1 WTA (più o meno a lungo), al momento nessuna delle tre è riuscita a vincere un Major sul duro. Terra più erba sì, ma anche il cemento no. Faccio fatica a capire se si tratta di un caso, o se esiste una qualche spiegazione logica, che però al momento mi sfugge: sono aperto ai suggerimenti dei lettori.

Ultima curiosità: per tutte e tre due vittorie Slam contro avversarie della stessa nazione. Statunitensi per Muguruza (Serena e Venus Williams) e Halep (Stephens e Serena). Ceche per Barty (Vondrousova e Pliskova).

Dovessi trarre un bilancio complessivo di questo Wimbledon direi che è stato uno Slam piuttosto ben giocato, a mio avviso ampiamente superiore al Roland Garros, e questo malgrado anche a Londra ci siano state assenze e forfait pesanti: mancavano due delle prime tre giocatrici del ranking (Osaka e Halep, che oltretutto era la campionessa in carica), a cui si è aggiunta l’uscita per infortunio di Serena Williams, dopo pochi game della partita di esordio. Eppure rispetto a Parigi penso di aver visto più tennis di qualità con tanti bei match distribuiti nel corso delle due settimane. Naturalmente lo dico tenendo presente che non è mai possibile seguire tutto il tennis giocato in un torneo a 128 partecipanti, per cui rimane un forte elemento di aleatorietà (e soggettività) nei giudizi.

In ogni caso il torneo ha offerto moltissimi spunti e diverse protagoniste. Questa volta mi limito alla vincitrice, ma ci sarà tempo di tornare ancora su Wimbledon nelle prossime settimane.

a pagina 2: Barty e le pressioni di Wimbledon

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Wimbledon, lo Slam dell’esperienza?

Dopo la cancellazione del 2020, il tennis torna finalmente a giocare sull’erba: tantissime incognite e poche certezze alla vigilia dei Championships femminili

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Simona Halep e Serena Williams - Wimbledon 2019

Ad appena due settimane dalla fine del Roland Garros, e con una preparazione alla superficie più limitata del solito, è già il momento di giocare a Wimbledon. Sfogliando l’albo d’oro con i nomi delle vincitrici delle ultime edizioni, ci si rende conto che il più importante torneo su erba sta diventando una eccezione in WTA. Infatti mentre negli altri Slam la generazione più giovane è sempre riuscita a prevalere, a Londra ultimamente le cose sono andate in modo diverso.

Se per esempio si confrontano le vincitrici dei Championships con quelle del Roland Garros emergono due tendenze opposte. A Parigi da sei anni consecutivi si afferma sempre una giocatrice al primo titolo Slam della carriera. A Wimbledon accade l’opposto: dal 2014 hanno vinto solo giocatrici che già vantavano successi in precedenti Major. Per ritrovare una “esordiente” occorre risalire al 2013, con Marion Bartoli, che pure al momento della vittoria aveva 28 anni compiuti, e comunque vantava una finale a Wimbledon raggiunta nel 2007 (sconfitta da Venus Williams, ma dopo aver eliminato Justine Henin).

 

Quale potrebbe essere la spiegazione? La più logica mi sembra questa: l’erba richiede una certa esperienza, soprattutto perché durante la stagione si gioca pochissimo sui prati e quindi le tenniste con qualche anno in più di carriera riescono meglio a interpretare la superficie di gran lunga meno praticata nel circuito.

Sotto questo aspetto lo spostamento in avanti del Roland Garros 2021, che ha ridotto a sole due settimane la distanza tra i due Slam, non ha agevolato la preparazione alla nuova superficie, e sicuramente metterà a dura prova il rendimento tecnico di tutte le protagoniste, specie nei primi turni. Insomma: le sorprese potrebbero aumentare ulteriormente.

A fronte di questa compressione di calendario, le scelte di programmazione delle tenniste di vertice sono state le più disparate: c’è chi si è iscritta a entrambi i WTA 500 previsti (Berlino ed Eastbourne), chi ha optato per un solo impegno (la prevalenza è per il secondo, Eastbourne), e chi proprio non scenderà in campo. E non si tratta di nomi da poco: Barty, Halep, Williams per esempio, hanno preso questa strada, e si presenteranno ai Championships senza aver disputato alcun match dopo il Roland Garros.

Aspettiamoci anche diversi ritiri precauzionali dai tornei in corso questa settimana (Eastbourne e il WTA 250 di Bad Homburg), proprio perché la vicinanza con lo Slam consiglia massima prudenza. Decisioni in tal senso sono già arrivate, per esempio, da Stephens, Keys e Vekic, che si sono cancellate all’ultimo momento dal tabellone.

Insomma, per il tennis sono ancora tempi non facili. Si naviga a vista, e tutte queste complicazioni logistiche (più o meno direttamente collegate alla pandemia) non favoriscono uno svolgimento lineare dei grandi tornei.

Non è finita: dopo l’esperienza del Roland Garros, con le prime tre giocatrici del mondo (Barty, Osaka, Halep) fermate da ritiri o forfait, ci ritroviamo in una situazione molto simile. Esattamente come a Parigi, prima ancora che si cominci una assenza è già sicura. In Francia era assente Simona, in Inghilterra mancherà Naomi, ma rimangono comunque dubbi sulla piena efficienza fisica di Barty e di Halep. E, lo ricordo, Halep è la campionessa del 2019, oltre che campionessa in carica, visto che nel 2020 Wimbledon non si è disputato.

Le prime sedici teste di serie
Una premessa indispensabile: nel momento in cui scrivo non sono ancora state rese note le teste di serie ufficiali. Non si possono escludere ulteriori forfait e in più a Wimbledon, per quanto riguarda le donne, esiste la possibilità di aggiustamenti nelle teste di serie a discrezione degli organizzatori. Per esempio nel 2018 Serena Williams era oltre il numero 180 del ranking, ma venne accreditata della testa di serie numero 25 (e poi arrivò in finale). Non credo che quest’anno ci saranno interventi, ma naturalmente la certezza l’avremo solo a tabelloni sorteggiati.

Prima di entrare nel dettaglio dei singoli nomi, ecco una tabella che spero possa aiutare nella valutazione delle prime sedici giocatrici, perché non tutte vantano rendimenti su erba paragonabili a quelli ottenuti sulle altre superfici. La differenza tra percentuale di vittorie in carriera e percentuale di vittorie su erba dovrebbe evidenziare se a Wimbledon vanno considerate più o meno forti rispetto al loro rendimento complessivo.

A titolo di curiosità: queste sono le teste di serie delle giocatrici che hanno vinto a Wimbledon dal 2010 in poi. Tra parentesi il numero di testa di serie: Serena W. (1) Kvitova (8), Serena (6), Bartoli (15), Kvitova (6), Serena (1), Serena (1), Muguruza (14), Kerber (11), Halep (7). In sostanza la vincitrice è sempre uscita dal gruppo delle prime sedici.

a pagina 2: La situazione delle teste di serie da 1 a 8

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