Flavia Pennetta: quattro partite memorabili agli US Open

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Flavia Pennetta: quattro partite memorabili agli US Open

Dal 2009 al 2015, quattro partite speciali di Flavia Pennetta a Flushing Meadows: vittorie e sconfitte nello Slam in cui ha saputo dare il meglio di sé

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Flavia Pennetta - US Open 2015

Flavia Pennetta si è ritirata. Lo ha comunicato nel modo più sorprendente possibile, durante il discorso da vincitrice degli ultimi US Open e, malgrado le insistenze dei dirigenti sportivi italiani, la decisione sembra proprio confermata. Sul sito ufficiale della WTA, nella pagina dedicata a lei, alla voce “status” compare un inequivocabile Retired, con tanto di data (29 ottobre 2015).

Oggi che la sua carriera si può dire conclusa, vorrei tornare per un’ultima volta su di lei; ma non aspettatevi coccodrilli. No, non c’entra niente Lacoste: il “coccodrillo” in termini giornalistici è il pezzo che una redazione tiene da parte, pronto per essere pubblicato in caso di morte di personaggi importanti. E per un media sportivo si potrebbe dire che una situazione simile accade anche al momento del ritiro dei grandi atleti, dato che un ritiro non è una morte (ci mancherebbe altro), ma rappresenta comunque la fine dell’esperienza agonistica.
Personalmente però non amo molto questo genere di pezzo, quindi per scrivere di Flavia Pennetta preferisco utilizzare un taglio differente, già sperimentato in passato.

Ecco dunque quattro partite scelte fra le tante importanti disputate da Flavia Pennetta agli US Open. Ricordo che dal 2008 in poi Pennetta a New York ha raggiunto 4 quarti di finale, una semifinale e una vittoria, malgrado non abbia giocato per infortunio nel 2012.
A mio avviso questi match non raccontano solo delle partite in sé, ma delineano le tappe di un processo di crescita concluso con il massimo traguardo possibile.

 

1. US Open 2009, R16: Flavia Pennetta def. Vera Zvonareva 3-6, 7-6 (6), 6-0
Forse la partita più emozionante di tutta la carriera di Flavia Pennetta, almeno tra quelle che ho potuto seguire. Una partita che probabilmente ha anche rappresentato un salto di qualità per il suo status nel circuito. E’ vero che Flavia aveva già saputo arrivare ai quarti di finale degli US Open l’anno prima, nel 2008, ma in questa occasione lo fa da fresca top ten, e sconfiggendo per la prima volta a Flushing Meadows una giocatrice classificata a sua volta fra le prime dieci. A questo aggiungerei lo scenario: la sessione notturna del Campo centrale, con il pubblico delle grandi occasioni.

Per la verità gli spettatori sembrerebbero accorsi soprattutto per la sfida che si giocherà dopo, tra il giocatore di casa Taylor Dent e la testa di serie numero due Andy Murray. Pennetta e Zvonareva dovrebbero rappresentare l’antipasto della serata, ma finiranno per prendersi la scena principale, grazie ad un match in cui la componente psicologica diventa assoluta protagonista.

La partita inizia senza particolari sussulti, e si potrebbe dire che si gioca per circa un’ora e mezza (di buon livello) per preparare le fasi clou dell’incontro.
Sul 3-6, 5-6 Pennetta serve per rimanere nel match e deve salvare match point a ripetizione: accade una, due, tre, quattro volte. Ogni volta che Zvonareva arriva ad un punto dalla chiusura Pennetta risponde con un grandissimo scambio, concluso con un vincente, rimanendo attaccata ad un filo di speranza.

Il pubblico che prima seguiva distrattamente, ora non si perde più un colpo. Dopo quattro match point annullati Flavia riesce a tenere la battuta e così il set si decide al tiebreak; anche questa volta è Vera che si porta avanti, sino ad avere altri due match point sul 6-4: sono il quinto e il sesto a disposizione. Uno lo manca con una risposta lunga, ma il sesto è di nuovo annullato da Pennetta con un vincente. In totale su sei match point, cinque sono stati cancellati da vincenti.
Sullo slancio della risalita Pennetta chiude il set 8-6 al tiebreak, di fatto rovesciando completamente il destino della partita. Adesso è lei la favorita, e Vera subisce un contraccolpo psicologico durissimo: i game equilibrati che si era più spesso aggiudicata nella prima fase, ora li perde; le fiducia è ai minimi termini, e anche i nervi cominciano a cedere.
Zvonareva è diventata famosa per i pianti durante le partite; attenzione però a farsi distrarre dalle lacrime, perché i pianti spesso non le hanno impedito di vincere comunque i match. Ma questa volta la botta è stata davvero troppo dura: non solo appare disperata, ma comincia a litigare con le abbondanti fasciature alle ginocchia; nei momenti più negativi sfoga la sua frustrazione strappandosi pezzi di cerotto e scagliandoli a terra. E così la protezione di bende che si era portata per quasi tutto il match si riduce di pari passo con le speranze di vincere: alla fine, al momento del 6-0 finale rimangono due sottili strisce bianche attorno a ciascuna rotula.
Pennetta è nei quarti di finale per il secondo anno consecutivo.

E’ un vero peccato che in rete non si trovino più le immagini estese del match. Ma per fortuna è almeno presente  QUI un breve riassunto.

2. US Open 2011, QF: Angelique Kerber def. Flavia Pennetta 6-4, 4-6, 6-3
Una delle più cocenti delusioni della carriera di Flavia, a mio avviso criticata eccessivamente sulla base di demeriti più teorici che reali, determinati dal ranking dell’avversaria.

Ricostruiamo la situazione: Pennetta arriva ai quarti di finale sconfiggendo prima la testa di serie numero quattro Sharapova, poi superando in una durissima lotta sul piano fisico Peng Shuai. Flavia ha finito esausta il match, in evidente debito di energie. La situazione appare complicata, anche perché è ancora in corsa nel doppio insieme a Gisela Dulko e non ha intenzione di lasciare la competizione, malgrado i suggerimenti a dare forfait per recuperare un po’ di forze.

Ma la fortuna sembra girare a suo favore: ci pensano le condizioni meteorologiche a darle una mano. La pioggia obbliga a rinvii a ripetizione del match, addirittura sino a tre giorni dopo. A causa dei molteplici annullamenti di programma l’ordine di gioco è così intasato che il quarto di finale si tiene sul campo 17.
A parte questo piccolo disagio, tutto si direbbe stia andando per il verso giusto, visto che l’avversaria appare quanto di meglio si possa desiderare: è Angelique Kerber, una semisconosciuta tedesca, con un curriculum senza particolari successi, classificata addirittura al numero 92 del mondo.

Ma chi è questa Kerber? E’ una giocatrice piuttosto difficile da inquadrare: non ha un lato più forte fra dritto e rovescio, pur essendo mancina non ottiene quasi nulla dal servizio, e si muove e difende meglio di quanto possa sembrare a prima vista. Angelique Kerber è arrivata sin lì prendendo il posto di Agnieszka Radwanska, da lei sconfitta in tre set al secondo turno. Ma, a parte questo successo, sulla carta appare destinata a fare da vittima sacrificale.

E invece le cose iniziano male: Flavia perde il primo set, e si trova sotto 2-4 anche nel secondo. Con un moto di orgoglio vince quattro game consecutivi e pareggia i conti.
Nel set decisivo si porta avanti 2-0 ma poi si spegne progressivamente: Angelique mostra di avere più energie fisiche e nervose, vincendo i tre game conclusivi dal 3-3.

Delusione enorme. Tragedia sportiva. E critiche a dismisura.
Oggi è più facile valutare quella partita, e mettere le cose nella giusta prospettiva. Oggi sappiamo che è difficile trovare un’avversaria peggiore di Kerber da affrontare alla distanza, dopo tre set molto lottati. Oggi sappiamo che per una giocatrice destra con il dritto meno incisivo del rovescio (come allora Flavia Pennetta) Kerber è un ostacolo particolarmente duro, per la sua predilezione a spingere proprio verso l’angolo del dritto avversario. Oggi sappiamo, soprattutto, che quel numero 92 del ranking era ormai assolutamente bugiardo, e che di lì a poco la sconosciuta tedesca sarebbe entrata in pianta stabile nella top ten.

Come se la qualità di gioco dell’avversaria non contasse nulla, ma si dovesse fare riferimento solo al ranking, in tanti allora dissero che Flavia aveva sprecato la possibilità di raggiungere una semifinale a portata di mano, che occasioni del genere capitano una sola volta, e che se a 29 anni si perdono certi treni si è destinate a rimanere con un pugno di mosche a fine carriera. In sostanza: “Pennetta non vincerà mai uno Slam”

3. US Open 2013, R16: Flavia Pennetta def. Simona Halep 6-2, 7-6 (3)
Ricordate la carriera di Li Na? I primi grandi successi sono arrivati grazie ad un gioco molto lineare, esteticamente quasi da manuale, in cui spiccava la grande qualità di movimento del rovescio. In compenso il dritto risultava un colpo non altrettanto efficace.
Quando Li Na cambia coach (e passa da Jiang Shan, il marito, a Carlos Rodriguez) aumenta la pesantezza dei colpi dalla parte destra: il dritto diventa più potente, più lavorato e con più topspin; aumentano anche le occasioni in cui si sposta a sinistra per giocare il dritto anomalo, che prima era una soluzione quasi mai utilizzata. E pure il servizio diventa più incisivo.

Per certi aspetti anche Flavia Pennetta ha seguito un percorso simile, a dimostrazione che si può continuare a migliorare dopo i 30 anni.
Nel suo caso il cambio di allenatore è avvenuto durante la lunga pausa a cui l’ha obbligata l‘operazione al polso nel 2012. Dopo molti anni di collaborazione, il suo storico coach Gabriel Urpi passa a lavorare con la federazione francese e Flavia inizia una nuova fase con Salvador Navarro. E con Navarro Flavia Pennetta segue una evoluzione che assomiglia a quella di Li Na: inizia a “sporcare” il dritto, lo lavora di più, e grazie al maggiore topspin riesce ad essere più incisiva dalla parte destra. Anche il servizio diventa sempre più un fattore fondamentale con cui ottenere punti facili, che le consentono di trarsi di impaccio in momenti decisivi.

Nel 2013 Pennetta gioca a Flushing Meadows da numero 83 del mondo: è rientrata da pochi mesi, e con grande fatica, dopo l’operazione al polso.
Di nuovo gli US Open segnano un punto determinante della sua vita sportiva, e il quarto turno contro Simona Halep rappresenta al meglio anche i cambiamenti tecnici della nuova Pennetta. Halep è una giocatrice in grandissima ascesa, che nel giro di pochi mesi passerà dal numero 64 ai vertici della classifica mondiale; e se agli US Open 2013 è solamente testa di serie numero 21 è perché il ranking richiede un minimo di tempo per registrare i progressi delle giocatrici.

Pennetta inizia il match benissimo: ottimo servizio, solito gran rovescio e il nuovo “drittone” che rimbalza profondo e alto, ad altezza spalla, e disturba una giocatrice non altissima come Simona. Più sciolta e sicura di Halep, Flavia vince 6-2 il primo set, ma poi le cose si complicano a metà del secondo: dal 4-2 e servizio a suo favore, perde tre game consecutivi e si ritrova in seria difficoltà con un parziale negativo di 11 punti a uno. Halep sale 5-4 e servizio e qui ci pensa la pioggia ad aiutare Pennetta.
L’interruzione è provvidenziale: alla ripresa Flavia salva un set point e ottiene il break del 5-5. Di nuovo break e controbreak per arrivare sul 6-6. Nel tiebreak Pennetta sbaglia meno e chiude in due set.

La sensazione è che in caso di terzo set  la partita sarebbe girata definitivamente, ma di fronte alle variabili meteorologiche abbia contato l’esperienza della giocatrice più navigata. In questi US Open Pennetta vince finalmente il quarto di finale (contro Roberta Vinci) e conquista così la prima semifinale major in carriera. Un altro passo avanti significativo, ancora una volta raggiunto nell’amato Slam americano.

Highlights

4. US Open 2015, R16: Flavia Pennetta def. Samantha Stosur 6-4, 6-4
Della recente vittoriosa edizione degli US Open sono stati giustamente celebrati gli ultimi turni: il quarto di finale contro Petra Kvitova, per l’esemplare tenuta psico-fisica dimostrata in una giornata calda e su un campo con una situazione luce/ombra pessima. La semifinale contro Simona Halep, per la grandissima qualità di gioco, forse la migliore in carriera, con i game conclusivi al limiti della perfezione. La finale contro Roberta Vinci, per la capacità di neutralizzare al meglio il velenosissimo slice di rovescio.

Tutte partite ancora fresche nella memoria; per questo per chiudere faccio riferimento ad un match forse passato un po’ troppo sotto silenzio: quello contro Samantha Stosur in cui Flavia ha mostrato particolare lucidità e consistenza, riuscendo addirittura a non perdere mai il servizio.

Sembra destino che in tutti i grandi successi di Pennetta debba esserci la sconfitta di Stosur: Los Angeles 2009 (6-4, 6-3 in finale), Indian Wells 2014 (6-4, 3-6, 6-1 al terzo turno) e appunto US Open 2015.
Suppongo che all’annuncio del ritiro di Flavia Samantha abbia tirato un sospiro di sollievo, visto che il confronto diretto si è chiuso con un inequivocabile 0-7 (e ricordo anche una sconfitta ufficiosa in Hopman Cup), che credo possa valere a Pennetta anche il titolo di “bestia nera” di Stosur.

Ma, malgrado i precedenti, in quest’ultimo scontro di New York Pennetta trova un’avversaria decisissima a vendere cara la pelle, che mette in mostra il solito gran servizio/dritto con in aggiunta un rovescio sorprendentemente solido.
Di questa partita mi è rimasto impresso un colpo in particolare, con cui Pennetta ha salvato una palla break fondamentale sul 5-4 primo set: su una risposta profondissima di Stosur, Flavia gioca un rovescio in controbalzo con una rapidità e una capacità di coordinazione straordinarie; dalla racchetta esce una traiettoria tesa e velocissima che rovescia in un istante lo scambio, trasformando una situazione complicatissima in un colpo praticamente vincente. Una esecuzione che forse a prima vista non appare particolarmente spettacolare, ma che per i tempi strettissimi e la preparazione quasi nulla richiede a mio avviso doti veramente fuori dal comune.
Eccola:

https://www.youtube.com/watch?v=hp7pObL4JjM#t=98
Contro una giocatrice potente come Stosur, emergono anche tutte le migliori qualità difensive di Flavia, in termini di mobilità e di accuratezza del footwork. Il tutto senza mai perdere di eleganza, anche nelle situazioni più difficili: una dote naturale che, specie dalla parte del rovescio, ha sempre contraddistinto il gesto atletico di Flavia Pennetta.

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Grande Slam 2021, la classifica femminile

Chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei quattro tornei più importanti dell’anno? Un bilancio di fine stagione più una analisi sugli Slam di Serena Williams in occasione dei suoi 40 anni

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, basata esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Ho deciso di farlo perché, ancora più che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.

Tanto è vero che oggi, quasi in automatico, per misurare il valore di una tennista gli appassionati cominciano sempre valutando cosa ha saputo fare negli Slam: vittorie, finali, continuità nei “piazzamenti”, sono il riferimento che alla fine determina la categoria di chi viene analizzata.

Ma sappiamo che non è sempre stato così. In altre epoche i più forti tennisti, per esempio, hanno rinunciato a giocare l’Australian Open perché la trasferta presentava disagi logistici e il montepremi non era sufficientemente appetibile.

 

Ma ci sono state altre rinunce che oggi ci appaiono inconcepibili. Prendiamo il caso di Chris Evert, che negli anni ‘70 era di gran lunga la più forte giocatrice sulla terra rossa. Evert ha saltato alcuni Roland Garros perché impegnata in altri eventi organizzati negli USA. Parliamo di una giocatrice capace di vincere 125 partite consecutive sulla terra, dall’agosto 1973 al maggio 1979. Nemmeno Nadal è mai riuscito a dominare così tanto. Eppure Chris non ha disputato i Roland Garros del 1976, 1977, 1978, oltre che i sei Australian Open dal 1975 al 1980. Detto tra parentesi: quando si fanno i calcoli degli Slam vinti da Serena Williams o da Steffi Graf, spesso si dimentica quanto avrebbero potuto vincere tenniste come Evert o Navratilova se le priorità della loro epoca fossero state simili a quelle odierne.

Oggi le cose sono cambiate: gli Slam sono il fulcro del calendario di ogni tennista di vertice. Per questo possiamo dire senza alcun dubbio che Serena Williams continua a giocare con l’unico scopo di provare a vincere nuovi Slam, mentre utilizza come impegni di preparazione gli altri tornei del circuito, o non li affronta proprio.

Ecco le ragioni di una classifica basata esclusivamente sui quattro Major. Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo i valori stabiliti da WTA. Questa è la ripartizione dei punti prevista:

2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

Veniamo dunque alla Classifica Slam del 2021. Classifica sino alla posizione numero 32, con in più le tre giocatrici che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale, ma che sono rimate staccate nei Major:

Un piccolo chiarimento per evitare equivoci. In questa tabella nelle prime tre colonne ci sono diverse graduatorie. La prima a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam. La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA (stabilito il 4 ottobre 2021). La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. Tenendo presenti questi numeri, si possono sviluppare alcuni ragionamenti di un certo interesse.

a pagina 2: Il livellamento al vertice. Delusioni e sorprese

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US Open 2021: Sakkari, Sabalenka, Barty e Osaka

Terzo e ultimo articolo dedicato allo US Open 2021: il percorso delle semifinaliste Sakkari e Sabalenka e la speciale condizione nella attuale WTA di Barty e Osaka

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Naomi Osaka - 2021 US Open (Garrett Ellwood/USTA)

La vittoria di Emma Raducanu allo US Open ha rappresentato per l’attuale tennis femminile contemporaneamente una sorpresa e una conferma. Sembra una affermazione inconciliabile, un ossimoro, ma in realtà non lo è. Vediamo come mai.

Perché una sorpresa. Nessuno poteva immaginarsi che una qualificata, che mai aveva giocato a New York e che in tutta la carriera aveva disputato un solo Slam (l’ultimo Wimbledon, grazie a una wild card), potesse arrivare a vincere il titolo. Il successo di Raducanu, numero 150 del ranking, costituisce un risultato non solo imprevedibile, ma anche senza precedenti.

Ma la vittoria di Raducanu ha anche rappresentato una conferma, dato che il suo successo rimane nel solco tracciato dai risultati Slam più recenti. Nelle ultime stagioni, infatti, i Major si sono trasformati in un obiettivo quasi sempre riservato alle nuove generazioni. Ad eccezione di Simona Halep a Wimbledon 2019, il successo è sempre andato a tenniste al massimo di 25 anni, spesso anche molto più giovani. Le giocatrici esperte, al dunque, hanno dovuto cedere il passo.

 

Non solo. Nelle ultime finali Slam, fra le due contendenti ha sempre vinto la giocatrice più giovane. Senza risalire alle quattro sconfitte di Serena Williams post maternità, nel biennio 2020-2021 abbiamo avuto: in Australia il successo di Kenin su Muguruza e di Osaka su Brady; in Francia quello di Swiatek su Kenin e di Krejcikova su Pavlyuchenkova. A Wimbledon quello di Barty su Pliskova (nel 2020 non si era giocato). Infine a New York la vittoria di Osaka su Azarenka e poi di Raducanu su Fernandez. Insomma, che sia per pochi mesi o per molti anni, chi è nata dopo ha sempre prevalso.

Però l’anagrafe non ci dice tutto: a mio avviso sarebbe sbagliato considerare i nomi delle ultime vincitrici come equivalenti. Nel ventaglio delle ultime campionesse Slam, due giocatrici spiccano perché sono state capaci di partire alla vigilia del torneo con lo scomodo ruolo di favorite, e poi di aggiudicarsi effettivamente il titolo.

Credo non sia una differenza da poco, perché più passano le edizioni dei Major, più ci accorgiamo di quanto stia diventando difficile, in un contesto di notevole equilibrio come la attuale WTA, scendere in campo da favorite. Le avversarie si ritrovano con la mente più leggera e con meno da perdere, e spesso questo si traduce in un vantaggio decisivo. Le due protagoniste di questa difficile impresa sono Ashleigh Barty e Naomi Osaka. Ecco perché le ritroveremo nella parte conclusiva dell’articolo.

Dunque, per chiudere con l’analisi dello US Open, dopo il pezzo dedicato alla vincitrice Emma Raducanu, e quello dedicato alla finalista Leylah Fernandez, cominciamo ragionando sulle altre due semifinaliste, Aryna Sabalenka e Maria Sakkari.

a pagina 2: Aryna Sabalenka

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Lo straordinario US Open di Leylah Fernandez

Come una teenager, numero 73 del ranking, è stata capace di sconfiggere in un solo torneo tre delle prime cinque giocatrici del mondo e una pluricampionessa Slam

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Leylah Fernandez - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

La scorsa settimana Emma Raducanu si è presa tutto lo spazio dell’articolo dedicato allo US Open. Tante questioni stimolanti, tanti temi da approfondire: le vicende di una giocatrice quasi sbucata dal nulla hanno reclamato un articolo esclusivo. Del resto l’attenzione suscitata da Raducanu non ha colpito solo il mondo del tennis, ma sembra avere superato i confini più stretti degli appassionati per coinvolgere un pubblico più ampio e meno specialistico.

Ma descrivere Raducanu come protagonista assoluta dello Slam newyorchese sarebbe non solo sbagliato, ma anche ingeneroso nei confronti di Leylah Fernandez. La giocatrice canadese ha avuto un ruolo decisivo nell’alimentare l’interesse che ha circondato il torneo femminile. A conferma di questo ci sono anche i dati televisivi statunitensi. Su ESPN, che deteneva i diritti del torneo, sia la finale che le semifinali femminili hanno avuto un seguito di spettatori superiore alle corrispondenti partite maschili. Non era facile immaginare che due tenniste classificate fuori dalle prime 70 del mondo avrebbero raccolto più pubblico di Djokovic e Medvedev; ma evidentemente il modo di giocare e la personalità di Emma e Leylah hanno “bucato” lo schermo.

Raducanu e Fernandez, entrambe nate nel 2002, hanno vissuto un torneo simile e parallelo, ma nelle singole partite gli andamenti sono stati molto diversi: la giocatrice inglese ha vinto tutti i match con margine e senza perdere set, la canadese invece ha affrontato un percorso ben più battagliato.

 

Lehlah Fernandez allo US Open 2021
L’avventura di Fernandez allo US Open è caratterizzata dalla continua lotta. Una vera e propria costante che non ha conosciuto eccezione in alcun match. Sette partite affrontate, e nessuna che sia filata via semplice. Anzi, spesso Leylah ha dovuto fronteggiare situazioni difficili. Sin dal primo turno.

Eppure Fernandez, fuori dalle teste di serie, non parte con un sorteggio sfortunato: il primo turno le riserva una qualificata. Ma quando vengono definiti gli accoppiamenti si scopre che si tratta di Ana Konjuh. Ana nel 2021 sta costantemente risalendo la classifica. Dopo il lunghissimo periodo di stop a causa dei ripetuti problemi al gomito, ha cominciato la stagione da numero 476 del ranking, ma al momento del match è già numero 88: quasi quattrocento posti scalati nel giro di otto mesi. Non ha avuto accesso diretto allo Slam americano solo perché la entry list si definisce con sei settimane di anticipo, e in quel momento era ancora fuori dalle prime cento. In più c’è un precedente recente di cui tenere conto: Konjuh ha sconfitto Fernandez nel torneo di Madrid 2021.

Il primo set tra Fernandez e Konjuh vede Ana partire meglio; grazie al break di vantaggio Konjuh serve per il set sul 5-4. Conquista anche due set point, però in entrambe le occasioni Fernandez si salva: strappa a sua volta la battuta a Konjuh, e così si procede in equilbrio sino al 6-6. Al tiebreak Leylah riesce a spuntarla. Il braccio di ferro del primo set si rivela decisivo per indirizzare anche il secondo set. Il match termina 7-6, 6-2.

In base alle premesse del tabellone, al secondo turno Fernandez dovrebbe incrociare la sua prima testa di serie, la numero 31 Yulia Putintseva. Ma Kaia Kanepi è riuscita ad avere la meglio al primo turno, e dunque Leylah si trova di fronte una giocatrice ben più potente, anche se decisamente meno mobile di Putinsteva. E di nuovo ne esce un confronto tiratissimo. Fernandez vince il primo set strappando la battuta a Kanepi all’ultima occasione utile (7-5), ma Kaia non ha affatto intenzione di lasciare strada.

Nel secondo set Kanepi reagisce e si porta avanti 5-3. È un passaggio complicatissimo per Fernandez, che prima salva due set point sul proprio turno di servizio, e poi ne salva altri due con Kanepi alla battuta sul 5-4. Scampato il pericolo, sullo slancio Leylah conquista quattro game di fila e riesce a chiudere 7-5, 7-5. Due match disputati, 6 set point salvati in due partite diverse: non male come inizio.

Ma questa è solo l‘ouverture, perché al terzo turno il sorteggio propone come avversaria un ostacolo apparentemente invalicabile: la campionessa in carica Naomi Osaka. Dopo Kanepi, il “peso leggero” Fernandez trova così un’altra big hitter che metterà alla prova la sua capacità di confrontarsi con tenniste ben più strutturate fisicamente di lei.

Luogo di confronto: l’Arthur Ashe Stadium. Per Fernandez non è la prima volta in assoluto in una arena importante di Flushing Meadow, perché nel 2020 ha già giocato (e perso) contro Sofia Kenin sul Luis Armstrong. Ma lo scorso anno non c’era la presenza del pubblico; questa volta contro Osaka la programmazione è la più eccitante possibile: primo match del serale nello stadio per il tennis più grande del mondo.

Forse perché sulla carta non ha nulla da perdere, fatto sta che nel primo set Leylah tiene molto bene testa a Naomi. Almeno sino al 5-4 per Fernandez. Poi Osaka inserisce una marcia in più, sfodera una serie di punti da fuoriclasse e con un parziale di 12 punti a 1 chiude il set in proprio favore sul 7-5.

Leylah ha perso il primo set del torneo, ma ha progressivamente conquistato le simpatie del pubblico, ammirato dalla sua combattività ma anche dalla qualità dei suoi colpi. Malgrado la pesantezza di palla di Osaka, infatti, Fernandez riesce quasi sempre a rimanere con i piedi attaccati alla linea di fondo e da quella posizione incalza Naomi sul ritmo, impedendole di sprigionare con tranquillità la potenza di cui dispone.

Secondo set. La partita scorre rapida, senza alcuna palla break sino all’approdo nei game decisivi. Esattamente come nel primo parziale, Osaka alza il livello quando più conta. Ed esattamente come nel primo parziale, sul 5-5 strappa la battuta a Leylah e va a servire per il set (e il match).

Sembrerebbe quasi una formalità, anche perché Naomi nello stesso frangente del primo set ha tenuto la battuta a zero. E invece l’incontro non solo non è vicino alla fine, ma sta per attraversare la fase decisiva del totale ribaltamento. Da una parte l’improvvisa ansia di Osaka, dall’altra la straordinaria voglia di combattere di Fernandez, producono l’inatteso: sul 7-5, 6-5 Naomi perde la battuta a 30 (primo break subito nel match), e poi in preda allo sconforto è quasi travolta nel tiebreak, che perde 7-2.

La sconfitta inopinata del secondo set lascia un pesante strascico su Osaka in avvio di terzo parziale: di nuovo perde la battuta e da quel momento non riesce più a recuperare. Con una grinta e con una decisione impressionanti, Leylah non lascia speranze a Naomi, che non riesce nemmeno a sfiorare il recupero, visto che non arriva mai neanche a conquistare palle break. Fernandez chiude dunque 5-7, 7-6, 6-4, ed è autrice di una delle più grandi sorprese del torneo.

E così, dopo la sconfitta alle Olimpiadi di Tokyo contro Vondrousova, di nuovo Osaka perde contro una giocatrice mancina, dotata di una battuta non potente, ma che Naomi non è comunque riuscita a decrittare. In più sia Vondrousova che Ferndandez hanno saputo consolidare i vantaggi ottenuti con il colpo di inizio gioco sviluppando con grande efficacia lo scambio.

Altro parallelismo tra Tokyo e New York: al momento della eliminazione, le sconfitte di Osaka sembrano arrivate contro giocatrici di secondo piano, ma a conti fatti sia Vondrousova che Fernandez sarebbero state capaci di raggiungere la finale del torneo, offrendo tennis di altissima qualità. Anche i numeri del match americano lo confermano: Osaka ha chiuso il match con un saldo fra vincenti ed errori non forzati di +1 (37/36), Fernandez di +4 (28/24)

a pagina 2: I match contro Kerber e Svitolina

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