La Coppa Davis non deve diventare la Coppa del Nonno! La mia proposta

Editoriali del Direttore

La Coppa Davis non deve diventare la Coppa del Nonno! La mia proposta

Ubaldo Scanagatta propone una nuova formula per rendere di nuovo attraente la Coppa Davis. È possibile far tornare la competizione agli antichi splendori?

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Nel mio articolo recentemente pubblicato dal titolo “La Coppa Davis ha le rughe” avevo scritto tra l’altro: “Ora tutti i Fab Four, Djokovic, Murray, Federer e Nadal, più Wawrinka, la Davis l’hanno già vinta e vedrete che raramente li rivedremo – o più probabilmente mai – in campo per tutte le quattro settimane che richiede la formula del World Group riservato alle 16 squadre di élite dal 1982 a oggi. Loro puntano a vincere il maggior numero possibile di Slam, ora che la Davis l’hanno gia conquistata. E allora è giunto il momento di pensare ad una riforma della stessa”.

Ebbene, non sono certo il solo a pensarla così, anche se il gruppo dei “conservatori” a tutti i costi resta foltissimo. Secondo me però questo gruppo di appassionati non si rende conto che così com’è la Davis, se non verrà più giocata da nessuno dei migliori tennisti dei mondo, rischia di morire per consunzione. Di diventare la Coppa del Nonno.

Moltissimi giocatori, vi assicuro, la pensano come me che pure amo la Davis come si amano gli dei della propria religione e fino a qualche anno fa non avrei mai pensato e voluto cambiarla.

 

Le problematiche sono numerose. Una delle pincipali è che se si allarga troppo il numero dei partecipanti, e quindi dei punti in palio, perde d’importanza anche la presenza dei big, perché un punto conquistato da un Federer vale quanto quello vinto o perso da un Chiudinelli, però non è più nemmeno giusto che una Davis possa essere vinta nel 2015 come nel 1900 da un solo giocatore, anche se si chiama Andy Murray (che chissà quanto si dedicherà in avvenire a tentarne la riconquista).

E se è vero che all’albo d’oro dona comunque prestigio la vittoria di Paesi tradizionalmente importanti come USA e Australia, dominatori agli albori della Coppa, o anche di nazioni poi tennisticamente “importanti” come Francia, Gran Bretagna, Svezia, Spagna, se la Davis finisse d’ora in avanti nelle bacheche di una serie di nazioni poco rappresentative dopo tutta una serie di finali ignorate dal resto del mondo – tipo Slovacchia-Croazia del 2005 – beh l’argento della Coppa si scolorirebbe impietosamente.

Un altro bel problema è come riuscire a salvare il sistema degli scontri in casa e fuori: nel 2014 il presidente della federazione svizzera ci raccontò che se non ci fossero stati gli introiti derivanti dai due incontri casalinghi (Kazakstan e Italia) il bilancio economico federale sarebbe stato ridotto della metà. Senza parlare degli effetti promozionali a cascata.

Però, attenzione: un anno fa la Svizzera riuscì a persuadere Federer e Wawrinka a giocare la Davis. Già nel 2015, quando la Svizzera affronterà l’Italia a Pesaro, Wawrinka ha detto che non ci sarà e Federer non ha garantito nulla.

Se nemmeno Roger dovesse venire l’Italia vincerà di sicuro contro il n.300 e 400 del mondo, ma che razza di evento sarà?

In questi giorni assistiamo alle giustificate manifestazioni di giubilo del presidente della Federgolf Franco Chimenti, del presidente del Coni Giovanni Malagò e di tutto lo sport italiano, perché Roma si è aggiudicata l’organizzazione nel 2022 della Ryder Cup, uno degli eventi sportivi più seguiti nel mondo che – senza denaro in palio ma solo gloria – mette di fronte sempre gli Stati Uniti e l’Europa. Avere assicurata la presenza dei migliori – cosa che l’attuale Davis non può garantire – significa avere 192 Paesi televisivamente collegati e almeno mezzo miliardo di teleschermi sintonizzati sull’avvenimento che ha una cadenza biennale e può (deve) essere organizzato con grande anticipo con la sede che si alterna fra Europa e USA, tant’è che nel 2016 si sa già che si svolgerà nell’Azeltine Club del Minnesota, nel 2018 al National di Parigi, nel 2020 al Whistling Strait del Wisconsin, nel 2022 al Marco Simone di Roma (Guidonia).

Ecco, il confronto di interesse, attenzione mondiale, fra i due eventi, Coppa Davis e Ryder Cup, si fa ogni anno più stridente. Eppure il tennis non mi pare che arrivi secondo rispetto al golf, come pratica sportiva internazionale. Non si può non rendersene conto.

Se a Bruxelles abbiamo visto in campo, in grado di conquistare punti decisivi, Bemelmans n.108 e Edmund n.100, si capisce che siamo distanti anni luce. Ecco il perchè di una necessità di una riforma.

La mia proposta è salvare i confronti casalinghi, a rotazione – chi ha ospitato un duello fra due Paesi l’ultima volta dovrà recarsi a casa dell’altro se il sorteggio li pone nuovamente di fronte – soltanto nei primi turni.

Ma la sede finale deve essere unica, e non solo per due nazioni (che altrimenti potrebbe rivelarsi un flop di pubblico). Deve essere un campionato mondiale a più squadre, come quello del calcio, del rugby, del volley. E se lo diventerà con massiccie coperture televisive vedrete che i grandi del tennis vorranno essere presenti, non dovranno più essere pregati in ginocchio dalle proprie federazioni e dall’ITF (la federazione internazionale). E scongiureremo finali con Paesi tipo Kazakistan che hanno acquistato giocatori di riserva della ex Unione Sovietica, o di piccoli Paesi dell’Europa dell’Est di scarsissimo richiamo internazionale. Una finale disputata 10 settimane dopo le semifinali diventa inevitabilmente una manifestazione “regionale”. Un primo turno in cui la nazione detentrice della Coppa Davis “campione del mondo” esce fuori dalla manifestazione due mesi dopo averla vinta, svaluta l’impresa compiuta due mesi prima. Ma che campione è mai?

Tantissimi appassionati del tennis che lo seguono nel mondo attraverso i circuiti ATP e WTA, non hanno alcuna idea di come sia strutturata la Coppa Davis, delle date in cui si disputa, di quale sia il Gruppo nel quale è compreso il proprio stesso Paese. Il potenziale della Coppa Davis così fortemente svalutato non permette, né all’ITF né alle nazioni che vi partecipano, di guadagnare quanto potrebbero, né ai tennisti di godere della sua popolarità.

Quando Pete Sampras vinse quasi da solo la Coppa Davis a Mosca, battendo Kafelnikov e Chesnokov, uscendo dal campo dopo un’epica impresa quasi in barella per i crampi, tornò a casa e si lamentò: “Negli Stati Uniti non se ne sono neppure accorti! Ho vinto una gara di cui nessuno o quasi sapeva cosa fosse e dove si giocasse!”

Una fase finale di Coppa Davis disputata in due settimane fra 8 Paesi, e trasmessa televisivamente in tutto il mondo avrebbe tutto un altro impatto, economicamente e non solo. Il golf evidentemente sa vendersi meglio. Molto meglio del tennis. Anche se John McEnroe commenta perfidamente: “Se non corri non è uno sport!”

Secondo me:

  1. I detentori della futura Coppa Davis dovrebbero ospitare la fase finale ad otto squadre dell’anno successivo. Venendo esentati dalla disputa del primo turno.
  2. La finale dovrebbe durare due settimane e comprendere quarti, semifinali e finale.
  3. La data dovrebbe essere imposta verso fine settembre. Non troppo distante dall’US Open che per molti è la fine… della stagione che conta davvero.
  4. Il World Group dovrebbe essere allargato dalle attuali 16 a 29 nazioni.
  5. Due turni iniziali, in casa e in trasferta dovrebbero essere giocati fra aprile e luglio per comprimere il più possibile le date onde evitare che… si dimentichi che la Coppa Davis esiste.
  6. In queste due settimane non tropo distanti fra loro giocherebbero sette gruppi di quattro squadre per ciascun gruppo, ciascuno impegnata in sfide ad eliminazione. In pratica due semifinali nella prima settimana e la finale fra le due squadre vincitrici nella seconda. Nella seconda le squadre perdenti in semifinale giocherebbero i play-out per non retrocedere dal World Group. Tutti questi match continuerebbero ad essere giocati come con l’attuale regolamento per stabilire sulla base dei precedenti se un match deve essere giocato in casa o in trasferta.
  7. Alla fine di queste due settimane, sette sarebbero le squadre qualificate per la fase finale, insieme all’ottava che è quella che ha vinto l’anno prima e che ospita il “mondiale”, avendo un anno di tempo per prepararlo degnamente.
  8. Per i big non cambierebbe l’impegno: in tutto quattro settimane l’anno. E nei primi turni le nazioni più forti potrebbero anche servirsi di qualche rincalzo. Gli incassi per le federazioni che contano sui match casalinghi avrebbero la possibilità di ospitare sia il match della semifinale, sia quello della finale del gruppo di quattro squadre (oppure quello dei play-out).

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ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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