Gli articoli più letti dell’anno. Febbraio: Rino Tommasi ha una risposta per tutto

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Gli articoli più letti dell’anno. Febbraio: Rino Tommasi ha una risposta per tutto

Vi riproponiamo gli articoli di maggior successo del 2015 di Ubitennis, quelli più apprezzati da voi lettori. A febbraio, Claudio Giuliani ha intervistato il leggendario Rino Tommasi

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Rino Tommasi

Che si tratti di Camila Giorgi, Fognini, Nadal, Federer, calcio, ciclismo, atletica, doping, scommesse, giornalismo e telecronache, Rino Tommasi ha sempre la risposta giusta. L’intervista a uno dei più grandi giornalisti italiani, un colloquio con un grande uomo di sport, un ex atleta che tutti i tennisti hanno imparato a conoscere come il custode dei numeri.

Qui l’articolo originale

Al telefono, quando ci invita a casa sua, è sempre gentile, anche quando cambia l’orario in extremis. “Mia moglie ha invitato i figli per colazione – sarebbe il nostro volgare pranzo ndR – e io non lo sapevo, facciamo nel pomeriggio?”. E quindi raggiungendo il cuore dei Parioli, Roma, dove il parcheggio è cosa preclusa se non si ha il Burgman o la Smart che dominano le strade di piazza Euclide, entriamo nell’elegante casa di Rino. Libri, libri e ancora libri, che arrivano fino ai soffitti, altissimi in queste case d’epoca tutto legno alle pareti e tappeti in terra, con l’argenteria in bella mostra. Ci attende sull’uscio del suo studio, mentre noi attraversiamo lentamente il lungo corridoio, attratti dalle foto sulle pareti, la storia della vita di Rino. Ci viene incontro. “Quello è Henry Kissinger, eh”, ci dice orgoglioso, mentre lo sguardo si sofferma sulla foto che lo ritrae mentre intervista l’ex segretario di stato USA, colloquio che gli valse anche un premio. Tutte le foto sono in bianco e nero e lo ritraggono praticamente con tutti gli sportivi più importanti, ma anche con personaggi dello spettacolo italiano. A colori, spicca quella di un Boris Becker giovanissimo che gli sorride mentre lui lo intervista. In basso, c’è la foto che lo ritrae assieme a Clerici e Scanagatta con un Roberto Lombardi sorridente. “Eravamo a Melbourne lì”, ci dice, mentre sorride con lo sguardo tenero verso l’amico che non c’è più. Ci accomodiamo di fronte a lui nel suo studio, con la scrivania invasa di appunti e libri a dividerci. Ha da poco dato alle stampe un libro sul pugilato, “Muhammad Alì. L’ultimo campione. Il più grande?”, ma, chissà perché, non ci sorprende affatto saperlo a lavoro su un nuovo progetto (“parlerà della scomparsa delle squadre di calcio della provincia”).

 

DOPING E LIBERALIZZAZIONE
Partiamo subito con la questione doping, rilanciata di recente dalle parole del papà di Camila Giorgi, il quale ha dichiarato che nello sport si dopano tutti e allora tanto varrebbe legalizzare il doping. Rino è un antesignano della teoria, non convintissimo però. “È una questione delicata nel senso che, da un certo punto di vista sarei per il rigore, e quindi non appena uno sgarri, anche se per piccole quantità, non lo farei giocare più. Ma sono anche convinto che se li controlliamo tutti non gioca più nessuno. Non ho mai quindi deciso di prendere posizione e non perché non voglia. Io, quando ero giovane ma anche adesso che non lo sono più, non ho mai messo in bocca una sigaretta e comunque quando gareggiavo non mi sarei mai aiutato in alcun modo. Il problema per me è economico: controllare tutti è impossibile. Se lo facessimo per tutti, rigorosamente, non se ne uscirebbe più”. Se per ipotesi il doping venisse legalizzato, ci sarebbe poi la corsa ad accaparrarsi i medici migliori no? “Sì, per paradosso potremmo avere le finali dei tornei giocate direttamente dai medici”, ci risponde sorridendo. “È ovvio che da un certo punto di vista vorrei essere spietato nei controlli e quindi nei provvedimenti, le squalifiche, però mi rendo conto che in questo modo forse si paralizzerebbe l’attività. Non ho idea esatta della diffusione del fenomeno, ma mi pare che si stia allargando sempre di più”.

Qualche tempo fa è uscito un libro, “Campioni senza valore”, edito da Sandro Donati, ex atleta e responsabile del mezzofondo per la Fidal, la federazione di atletica del Coni. Nel libro lui racconta la storia della Fidal e del Coni di Primo Nebiolo, che promuovevano il doping grazie alle autoemotrasfusioni del professor Conconi, perché le medaglie andavano conquistate a tutti i costi. Che ne pensa? “L’atleta è spesso d’accordo, e si trova ad accettare questi metodi perché vuole primeggiare, avendo anche il sospetto che gli altri si aiutino in qualche maniera. D’altra parte le Federazioni, anche quando scoprono casi di doping, preferiscono chiudere un occhio. Dei dirigenti si sono costruiti la propria carriera sui falsi successi degli atleti”. Rino stesso è un ex atleta, tennista, vincitore di numerosi trofei giovanili, nonché figlio d’arte. “Mio padre ha tenuto il record di salto in lungo per molti anni; partecipò alle Olimpiadi di Parigi del 1924 e a quelle di Amsterdam del 1928”. Non sarà mica che fu Evangelisti e il suo mitico 8 e 38 di Roma, risultato truccato come poi si scoprì, a togliere il record a Tommasi senior? Rino sorride mentre cerca la postura giusta sulla poltrona di pelle nera dai braccioli marroni: “No no, gli otto metri furono superati proprio da Evangelisti ma prima, e pare legittimamente”.

DOPING E RISULTATI
In Italia fino agli anni ’90 c’era una certa riottosità a parlare di Doping. Perché? “La stampa è stata resistente perché chi fa questo mestiere vorrebbe che lo sport fosse pulito. Se togli la certezza del risultato, lo sport finisce”. Lo sport finisce quindi, ma allora non è già finito con i vari Di Centa, Bugno, Moser (con Conconi che volò fino a Città del Messico per fargli l’emotrasfusione, con la scusa dell’anemia, nella corsa che gli valse il record su pista), Cipollini, Chiappucci, Pantani e via dicendo? Non abbiamo già tolto la certezza del risultato? “Mi ripeto: il problema è difficile perché la questione è complessa. Forse, mi sono quasi convinto, che tutto sommato sia meglio ignorare, anche se così si commetterebbero dei delitti verso la salute dell’atleta”. Veniamo al risultato sportivo. Come si gestisce quando da Ben Johnson ad Armstrong, arrivando fino alla Juventus, si tolgono dei titoli? Si assegnano al secondo arrivato? “Questa situazione è ingestibile. Ecco perché quindi istintivamente sarei per il rigore assoluto. Ma, così facendo, con regole rigide e rigore assoluto, potrebbe veramente finire l’attività sportiva, tale è la diffusione di questo fenomeno. Oggi si dopano anche i ragazzini, quelli che fanno la corsa del circondario. Nel tennis c’è il problema del tempo perché non sai quanto dura una partita, quando invece millecinquecento metri sono millecinquecento metri. Alla fine di questo discorso, io temo, e lo temo molto, che ci si debba arrendere. Mi sembra una battaglia che la legalità non può vincere”.

LA QUESTIONE CULTURALE
Donati però racconta anche di atleti che rifiutano di pratiche. Il problema è culturale quindi. “Certamente”, quindi, cosa si può fare di più? “Premesso che tutti i tentativi di carattere educativo, o pedagogico, si riducono al raccomandare agli atleti di non fare nulla, di correre a pane acqua, poi la realtà è altra. E quando si rompono gli argini, stabilire un limite prima del quale non è doping e poi lo è, francamente è impossibile”. C’è chi sostiene che nel tennis il doping non esiste. “No, non è vero. C’è chi ricorre all’aiutino, e poi i tennisti si parlano negli spogliatoi, si consigliano. C’è sempre poi il timore di perdere contro uno che si aiuta. Nessuno mai dice di perdere contro un altro più bravo”. Eppure i giocatori e le associazioni preposte, fra blitz all’alba e passaporto biologico, si ritengono a posto. “Si adottano questi sistemi per dare l’impressione di difendersi da questa piaga, ma in realtà non ci difendiamo. Gli strumenti sono alla portata di tutti. Da anni si assiste alla medicalizzazione dello sport, anche a livello amatoriale”. Jim Courier a fine carriera andava in giro a dire che erano tutti dopati. E se tu gli domandavi il perché, lui rispondeva “Perché corrono più di me. Nessuno corre più di me”. Ride. “Osservazione crudele ma tutto sommato giusta”. Che opinione si è fatto della vicenda Kostner, l’ex pattinatrice accusata di complicità e omessa denuncia nella vicenda legata all’ex fidanzato squalificato per doping, il marciatore Schwawrzer? “Il fatto che ci sia un rapporto di affetti o intimità non ti esime dalla denuncia. Squalifica giustissima, ogni tesserato ha il dovere di riferire in caso di illecito”. Doping o scommesse, cosa è peggio per l’immagine di questo sport? “Si sarebbe portati a dire istintivamente che sia peggiore la questione doping, ma l’altra questione è morale, ed è il cancro peggiore ma tutto sommato il più facile da debellare. Nelle scommesse ci sono i soldi che girano, e quindi quando li scopri puoi essere implacabile. Ma con la questione doping c’è di mezzo la salute dell’atleta e la credibilità dello sport. Per la questione scommesse sono per la rigidità massima, fermo restando che non credo ci siano giocatori che perdano apposta: perdere è contro natura nello sport”.

Tommasi, Clerici, Lombardi e Scanagatta a Melbourne

Tommasi, Clerici, Lombardi e Scanagatta a Melbourne

FEDERER, MURRAY, SEPPI, NADAL E LO SLAM DI DOPPIO
Nel suo studio Rino ha il televisore proprio di fronte la sua scrivania, alle nostre spalle, sulla destra. Scorrono le immagini del telegiornale, silenziato per permetterci di ascoltarci. Gli chiedo se ha seguito l’Australian Open. “Certamente”, risponde. “Ci sono state poche sorprese. I risultati sono stati molto regolari. Direi un torneo ordinario”. Il torneo brutto lo vince il più forte? “Assolutamente sì”. Non è d’accordo sull’idea che ci sia una sorta di rivoluzione in atto, nata dal successo di Wawrinka a Melbourne nel 2014 e portata avanti da Cilic e Nishikori a New York. Gli chiedo allora di Federer. “Federer sta confondendo le idee, sta resistendo oltre il previsto per via dell’età anagrafica ma il talento è quello”. E Murray, recente protagonista australiano? Qui l’espressione di Rino si fa arguta. “Murray è un soggetto interessante, da studiare. Come qualità naturali, parlo dal punto di vista delle risorse personali, è un atleta vero. È uno che è capace di fare il 10% di più nel giorno che c’è la gara importante. Murray è uno che riesce a esaltarsi in certi momenti dal punto di vista atletico. Durante l’anno, il problema è che perde 5 o 6 partite che non deve perdere, perché ovviamente non può stare sempre al meglio”. Ricorderemo l’Australian Open per via di Seppi che batte Federer? “Non è Seppi che batte Federer, è Federer che non può giocare sempre al meglio per via dell’età”. Però c’è stata la grande notizia del doppio. “Dimentichiamocelo. Il doppio non lo gioca più nessuno, è una gara di consolazione. Quelli bravi non vogliono sprecare energie perché non gli interessa dal punto di vista economico e atletico e molti lo giocano per modo di dire, giocando qualche partita”. E Nadal? “Nadal è a rischio. Secondo me si può anche rompere. Ha tirato fuori tutto quello che c’era da tirar fuori. Può essere consumato anche nella voglia magari, lui ha risolto il problema della vita”, ovvero quello economico.

CAMILA GIORGI E IL TENNIS ITALIANO
Protagonista del momento, anche per via della sua presenza nel primo turno di Fed Cup, è Camila Giorgi. Che gliene pare? “È una risorsa, è il nuovo che avanza”. Per il padre arriva di sicuro in alto. “Il padre è un pazzo, ma un pazzo utile direi. È un saltimbanco, che però ha tirato su questa ragazzina, che è decisamente una sua creatura. Camila Giorgi è ingombrante per gli altri, per i rapporti fra lei e il gruppo storico che apparentemente sono buoni. C’è sempre un po’ di rivalità: è inevitabile. Secondo me non ha i centimetri, i muscoli, per salire fino in alto”. La vulgata comune dice che deve cambiare coach per arrivare in alto. “No, non sono d’accordo. Il padre è fondamentale”. Come per le Williams? “Esatto. Senza di lei Camila non andava da nessuna parte. Genitori come Sergio o Richard Williams sono figure ingombranti ma fondamentali. Loro esercitano un potere che è oltre quello dell’allenatore, ovvero quello genitoriale, e questo può essere devastante ma anche fondamentale, utile”. Lo stuzzico sulla crisi presunta dei talenti in ambito maschile, ad altissimo livello. “I talenti si trovano. Noi abbiamo avuto la fortuna di trovare Panatta, talento straordinario e grande mano”, mentre mima con la mano destra il gesto di un diritto in aria. “Poi c’erano anche quelli come Barazzutti, che con la forza del lavoro hanno raggiunto i risultati. Ad ogni modo nella storia italiana del tennis io non ricordo di un giocatore del quale posso dire: ah, se avesse fatto meglio avrebbe potuto fare grandi cose. Non ne trovo molti che avrebbero potuto cambiare di molto la loro carriera”. Chiosa finale, inevitabile, su Fognini, il nostro miglior giocatore. La mascella si irrigidisce: “Fognini non mi piace”, risponde in maniera lapidaria, come a dire: chiudiamola qui.

PANATTA, LA TV E CLERICI
Ha nominato Panatta, di recente tornato alla telecronaca in TV. Molti ascoltatori l’hanno bollato come facilone, superficiale. “Ma lui è così. Tutto sommato non è del tutto sbagliato questo atteggiamento. Naturalmente, Adriano, sfrutta la sua popolarità. Non voglio portare ad esempio il mio caso e quello di Clerici, ma, come dire: noi abbiamo studiato di più”. Il problema, per lui, è dei dirigenti televisivi, molto impreparati nella scelta dei commentatori. “Quello che manca a molte TV ad esempio, sono i dirigenti. Finché ci sono stato io ho preso a lavorare con me Lombardi e Scanagatta, non decisamente delle scartine. Ora, però, la preoccupazione di questi dirigenti è quella di trovare il grande nome, lasciandosi incantare dai risultati”. Un’ultima cosa: chi era più forte fra lei e Gianni Clerici a tennis? “Sono convinto che fossi più forte io, ma non glielo posso dire. Non ci siamo incontrati mai in torneo; io ero più forte atleticamente, lui aveva più talento di me”.

Sorride divertito Rino, che ci chiede come ci siamo avvicinati al tennis. Si dimostra interessato, e dopo qualche altra chiacchiera in libertà, più scanzonata e fuori dai confini del giornalismo, ci parla della sua collezioni di libri, delle centinaia di annuari su calcio e tennis che sono ordinati sugli scaffali. Ecco, se dovete fare una ricerca su qualcosa che non è su internet, casa Tommasi, e Rino, sono la vostra soluzione.

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Editoriali del Direttore

Sonego e Nadal non muoiono mai. Se l’azzurro batte anche Rublev non mi stupisco più

ROMA – Per come ha sconfitto un grande Thiem n.4 può farcela anche con il russo n.7. Ma avrà recuperato? Stesso interrogativo si pone per Rafa Nadal di fronte a Zverev

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Lorenzo Sonego - ATP Roma 2021 (ph. Giampiero Sposito)

Qualcuno ha titolato un magazine speciale sugli Internazionali d’Italia “Il Futuro è Jannik” con Sinner nella foto di copertina. Spero tanto che queo qualcuno abbia ragione, che l’abbia proprio azzeccato quel titolo, e del resto lo pensano in tanti, ma intanto il presente al Foro Italico è Lorenzo Sonego! Nemmeno Matteo Berrettini che ha giocato alla pari solo un set contro Tsitsipas, il primo, finendo per essere dominato nel secondo.

Il match che Lori ha vinto ieri sera contro Thiem, n.4 del mondo, campione in carica dell’US Open, due volte finalista e due volte semifinalista al Roland Garros, è stato stupendo, magnifico, così bello e intenso da apparirmi quasi incredibile. L’ho seguito soffrendo fino al match point annullato a un Thiem che ha lottato alla grande come se fosse la finale di uno Slam, seduto a pochi metri dall’arbitro, in mezzo ai Sonego-friends gioendo fino all’ultimo punto trasformato, quello del trionfo e del balletto spontaneo di Lorenzo e dei suoi amici più cari, fidanzata, coach e padre putativo Gipo Arbino e compagna, Umberto Rianna, Filippo Volandri, il manager Corrado Tschabuschnig e compagna, Diego Nepi Molineris, un paio di dirigenti di Reale Mutua sponsor di Lorenzo… nonché del video che vi invito a cliccare.

Ammetto che, assai poco professionale, mi sono trovato a ballettare in mezzo a loro perfino io subito dopo il match point trasformato da Lorenzo grazie a un gran servizio. Ma non parteciperò al prossimo “Ballando tra le stelle“, tranquilli.

 

Mi avevano caricato di adrenalina i primi due set finalmente vissuti in mezzo alla gente, in un catino ribollente d’entusiasmo come quello del Grand Stand, ben più piccolo e rimbombante del Centrale, e alla presenza di un pubblico molto più giovane di quello che era solito frequentare il Foro Italico. Un bel segnale per il tennis, il ringiovanimento della sua audience. 

L’ho sentita io quella carica, figurarsi Sonego e Thiem. Nei primi due set insieme agli spettatori finalmente ritrovati un’atmosfera davvero bella e trascinante. Mi è sembrato di rivivere, non ho quasi avvertito la terribile umidità che aveva costretto ad arrendersi quasi tutti i colleghi. Un’atmosfera carica è in qualche modo sopravvissuta anche per il terzo set, sebbene fossimo rimasti in pochissimi, sebbene Thiem avesse solo il papà ad incoraggiarlo e Lorenzo invece una ventina di persone quando, a conclusione del secondo set e intorno alle 21,30, Diego Nepi Molineris si è trovato nella scomoda posizione di dover allontanare il pubblico per via del coprifuoco e dell’obbligatorio rientro a casa entro le 22. 

Si è generosamente beccato qualche fischio, qualche buuh ma neppure troppi perché ha saputo gestire bene la situazione, ricordando che essere tornati in deroga governativa a vedere due ore di gran tennis non era stata una conquista da poco. Di come mi sono goduto quella terza ora più intima, più fredda eppure più calda, lo scrivo più in basso.

RAFA – Non sarebbe giusto ignorare, nel nome di Sonego, la battaglia Nadal-Shapovalov. Anche nel pomeriggio avevo visto una bella ed emozionante partita, con Nadal che sotto 6-3 e 3-0 con la palla del 4-0 per Shapovalov – Sciupavolov? – ha vinto la sua sedicesima battaglia in carriera annullando almeno un match point.

Due stavolta, come due erano stati quelli che gli ho ricordato aveva cancellato a Roger Federer qui al Foro nella finale del 2006 (di quella partita mio figlio conserva gelosamente la maglietta gialla ancora imbrattata di terra rossa che Rafa gli donò dopo essere rotolato appena conquistato l’ultimo punto di quel 7-6 al quinto) e che lui ha detto essere quelli che gli sono rimasti più in mente: “Non li ricordo tutti e 16 i match vinti con il match point contro, in questo momento, ma non mi pare di averne mai annullati nella finale d’uno Slam. Quindi quelli della finale di Roma sono probabilmente i più significativi. Oggi contano meno perchè era una partita di terzo turno” ha spiegato lo spagnolo che anche quando non gioca bene non si arrende mai, non muore mai.

Bravo Rafa, un po’ pollo Shapovalov che però ha un tennis super divertente e spettacolare seppur …natalizio. Fa davvero troppi regali.

E Rafa? Non è più il vero Rafa, secondo me, anche se trova ancora il modo di vincere. Lo ha fatto, annullando match point anche lì, a Barcellona con Tsitsipas, si è ripetuto qui, ma soffre troppo, subisce troppo, ha meno spunto di velocità, finisce troppo facilmente sospinto indietro, verso i teloni di fondocampo e così lascia scoperti troppi angoli. Per un set e mezzo Shapovalov lo ha infilato come un tordo, di qua e di là. Poi però ha commesso troppi errori nei frangenti decisivi.

Smettetela di chiedermi ogni santo giorno se sto progredendo rispetto al giorno prima! ha sbuffato Rafa – Per carità ci penso anch’io… capisco perché lo fate, volete capire anche voi come me se sarò pronto al massimo delle mie possibilità per il Roland Garros che è certamente il mio primo obiettivo. però di rispondere a questa continua misura dei miei progressi, giorno dopo giorno, non se ne può più”.

Rafael Nadal – Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Allora, prima di tornare a scrivere del mio eroe Lorenzo Sonego la taglio corta: mai come quest’anno mi pare che Rafa rischi di perdere lo scettro del Roland Garros, dopo 13 trionfi. Anche se magari oggi dovesse vendicare la sconfitta patita con Zverev a Madrid questo Nadal mi convince meno di sempre. Spesso è in affanno, è nervoso, sbaglia colpi che di solito non sbaglia mai, gioca spesso corto. Compensa tutto con quell’indomita grinta da guerriero che gli consente di inseguire e recuperare palle irrecuperabili per chiunque altro, non molla mai neppure nelle situazioni apparentemente più disperate, ma i i suoi sono diventati quasi tutti match in salita. E non è possibile che tutti quelli che lo battono o lo mettono in difficoltà, Rublev, Tsitsipas, Zverev, Shapovalov giochino per l’appunto il match della vita contro lui. È lui che dà loro una mano a far bella figura, esattamente l’opposto di quello che ha fatto per anni. 

Per affrontare Zverev certamente Madrid è per me il peggior torneo sulla terra battuta, è certo meglio per me giocarci a Roma, Montecarlo, Barcellona e Parigi”.

Non mi sento di escludere che da qui al 30 di maggio le cose cambino, che magari la distanza dei tre set su cinque lo favorisca come è sempre stato in passato, ma a 35 anni – quanti ne compierà il 3 giugno – è più probabile che i tempi di recupero fra una maratona e l’altra si allunghino. Già oggi con Zverev vedremo se Rafa si sarà ripreso dalla faticaccia di ieri. A Parigi, secondo me, molto dipenderà dal sorteggio, dal tabellone.

TORNANDO A SONEGO – Ma ora, voglio esprimere tutta la mia ammirazione per Lorenzo Sonego che al di là del match straordinario che ha saputo giocare per oltre tre ore contro un osso duro, durissimo come Thiem, ha fatto vedere tali e tanti progressi tecnici da lasciarmi esterrefatto. Servizio, rovescio, a due mani come tagliato a una mano, la smorzata di dritto come di rovescio, la volée alta di rovescio che diventa quasi uno smash, il pallonetto liftato. Solo a rete non mi ha sempre convinto. Ha sbagliato qualche voleée davvero facile.

Credo che molti colleghi si sentiranno forse un po’ in colpa per avergli dato meno spazio e credito di quello che Lorenzo meritava. Per quanto mi riguarda c’è un articolo che ho scritto in cui mi ero invece piuttosto sbilanciato sulle sue possibilità. Lo avevo messo quasi sullo stesso piano del suo gemello diverso Berrettini, perché molto più agile e rapido in difesa. Matteo o comanda o va sotto. Lorenzo no. Il suo dritto però fa meno male di quello di Matteo.

Forse ero stato allora influenzato dal suo coach e Pigmalione Gipo Arbino, una persona che stimo molto e che mi aveva magnificato i suoi progressi tecnici, dal servizio al rovescio, al tocco di palla, alla facilità nell’inventare gioco e schemi, la smorzata, il rovescio tagliato. Si è scritto nella settimana di Madrid di un Berrettini trascurato colpevolmente dai media, invaghitisi della nouvella vague costituita dai Sinner, dai Musetti… ma che dire allora di Sonego? Quanti lo hanno considerato capace di giocare ad armi pari con un tipo come Thiem sulla terra rossa, con il n.4 del mondo?

Beh, in tutta onestà fino a questo livello neppure il sottoscritto si era fatto grandi illusioni. Pensavo che perdesse, in tutta sincerità, oppure che vincesse contro un Thiem non in grande forma. E invece ha battuto un ottimo Thiem, voglio assicurarlo a chi non abbia visto il match in TV. E vi dirò che vederlo dal vero è un’altra cosa. Perché il ritmo e la profondità di quegli scambi era pazzesco. Non so come facessero, davvero. Soprattutto non so come facesse Lorenzo. Applausi, applausi e standing ovation.

Lori non è solo cuore. Quello sul campo da tennis lo ha sempre dimostrato fin da quando lo chiamavano “Polpo” per i recuperi che riusciva a fare su palle impossibili grazie alle sue lunghe leve e a una mobilità fuori dal comune per un ragazzo così alto (1.91). È diventato ormai ricorrente e – lasciatemi dire –  piuttosto banale accennare sempre al suo tifo per il Torino, al suo cuore granata. Vero è, peraltro, che si batte con un’ostinazione pazzesca anche quando le cose volgono al peggio, tipo ieri nel terzo set quando da 2-0 avanti si è ritrovato indietro 4-2 e 5-3 e ad annullare un match point seguendo il servizio a chiudendo una gran volée, mente Gipo insisteva a gridargli “Non si molla, Lori, non si molla

Un monento terribile è stato quando con Lorenzo avanti 5-3 nel tie-break: Thiem ha sparato due rovesci lungolinea formidabili, ai confini dell’incoscienza… beh quei due vincenti pazzeschi avrebbero tramortito un toro vero, con la t minuscola, altro che cuore o non cuore granata. “È la miglior partita che gli ho mai visto giocare!” mi ha confessato, con gli occhi ancora arrossati per l’emozione e la commozione, Gipo mentre uscivamo dal campo dove si era celebrata l’apoteosi con tanto di balletto. Se lo dice Gipo che lo conosce meglio di chiunque, potete crederci. Io posso solo dire, dopo aver visto migliaia di partite, che questa è stata una di quelle che non scorderò.

E ADESSO I QUARTI – Lorenzo sarà in grado di ripetersi contro Rublev? Non lo so perché non posso sapere quanto Lorenzo abbia speso fisicamente e mentalmente. Intanto è arrivato a un tiro di fionda da Fabio Fognini che è n.28 ATP con 1958 punti. Sei punti più indietro, a n.29 virtuale con 1952 punti c’è Lorenzo. Dovesse vincere con Rublev, che ha disposto abbastanza agevolmente di Bautista Agut con un doppio 6-4, due break conquistati per set e uno ceduto, ovviamente sarebbe sorpasso nei confronti di Fabio

Fra lui e il russo, senza contare un precedente antico (2016 a Cortina, Rublev vinse 6-3 7-5) c’è l’unico confronto diretto che conta, la finale di Vienna 2020. Sonego aveva battuto un Djokovic che non valeva, per determinazione e voglia di vincere, la metà di Thiem ieri sera. In finale perse contro Rublev più nettamente del punteggio, 6-4 6-4. Ma sulla terra rossa, con le varianti che Lorenzo può mettere in campo, la smorzata, gli attacchi improvvisi, l’aggressione sulla seconda palla non irresistibile del russo, se non è stanco Lorenzo potrà giocarsela. Ecco, già dire che affrontando uno dei tennisti più “caldi” del 2020-2021 e n.7 del mondo, Lorenzo può giocarsela alla pari, dice tutto.

In breve accenno alla notevole curiosità che mi destano tutti i quarti di finale maschili odierni: Djokovic-Tsitsipas sarà presto una finale in qualche Slam, Zverev-Nadal potrebbe esserlo anche a Parigi, di Rublev-Sonego ho detto. Non c’è dubbio che il “quarto” più sorprendente e inatteso è quello fra Delbonis, l’argentino dal servizio sincopato, brutto quanto efficace e sulla terra capace di battere anche grandi giocatori (ricordo Federer fra le sue vittime in quel di Amburgo) e il gigante di 2 metri e 11 cm Opelka.

Questi è una vera sorpresa sulla terra rossa. In tutta la sua vita, mi ha segnalato Claudio Giuliani che si occupa brillantemente della nostra newsletter – e se non vi ci iscrivete mi date un dispiacere, siamo a quota 4.700… ci leggete in oltre 100.000 al giorno, se non si arriva velocemente  a 10.000 iscritti mi deludete! – Opelka aveva vinto due sole partite sulla terra rossa. Qui a Roma ne ha già vinte tre. 

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Chissà, forse Reilly Opelka, si sta ribellando alla scoraggiante situazione del tennis statunitense: per la prima volta nella storia dal XX secolo in poi, non c’è neppure un tennista americano fra i primi 30 del mondo! Mentre i francesi si sono lamentati qui perchè per la prima volta da non ricordo più quando nessun francese è approdato al secondo turno di un Mille.

Scusate se dopo tutte le emozioni della giornata, stanco quasi come Sonego, accenno solo brevemente alla situazione del torneo femminile: una sola testa di serie superstite nella metà bassa, Pliskova che affronta Ostapenko, e l’altro quarto è Martic-Pegula. In alto invece due duelli molto più  interessanti: Barty-Gauff, Swiatek-Svitolina. Ma sono le 4 del mattino e mi scuserete se ora vado a letto. Oggi Sonego, Nadal e io abbiamo una giornata pesante.  

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Roma città aperta (più o meno)

Lo sport riapre al pubblico in Italia proprio agli internazionali 2021. Abbiamo comprato un biglietto e vi raccontiamo com’è andata

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Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Tra i privilegi più grandi per chi ha avuto l’onore e il piacere di di essere inviato al Roland Garros e Wimbledon, ai primi posti figurano le cene con Gianni Clerici. Una volta, tra un aneddoto sui fantasmi della sua villa sul lago di Como (“Giuro che ci sono davvero, anche se il Parroco li ha esorcizzati via citofono”) e un brindisi per la finale persa dalla Juve con il Real (“Gli Agnelli non mi sono mai stati simpatici”) ci disse: Non penso sia il caso di scrivere gli articoli narrando in prima persona. A meno di non essere Clerici”.

Ecco, appunto, non essendo Clerici (“Ma lo sai che siamo colleghi? Non perché tu sia giornalista, non mi permetterei mai, ma perché io da ragazzo ho esercitato da avvocato penalista per alcuni anni, prima che i miei genitori si arrendessero all’evidenza”), ci siamo sempre ispirati a quella lezione. Questo però vale per un cronista, non per un “povero spettatore pagante”. Pertanto, non essendo al Roland Garros o a Wimbledon, ma a Roma, ed avendo contribuito a rimpinguare le casse federali, procederò da umile spettatore che narra le sue avventure in prima persona.

L’ultimo match dal vivo che ho visto prima di oggi è stata la finale di Wimbledon 2019, una partitella come un’altra, per cui in ogni caso il paragone sarebbe imbarazzante. Con il bagno di umiltà connesso al passaggio dal Centre Court con l’accredito al collo al GrandStand (ex NextGen Arena) da 74 €, ho messo la sveglia alle 05.00 e programmato una giornata romana. Dopo il voucher e supervoucher della scorsa edizione, la federazione ha pensato bene di lasciare i biglietti in vendita anche durante tutto l’inverno in zona rossa.

Negli ultimi giorni però cominciavano a filtrare voci circa una parziale apertura e così ho osato, rischiando di finire nel nuovo valzer dei voucher. Invece, mi è andata bene e tutto sommato anche il programma del giorno non è male. Certo, al momento dell’acquisto sul sito il mio biglietto prevedeva 3 match di singolare maschile e 2 di femminile. Me ne hanno tolto uno, inventandosi la sessione serale sul GrandStand: ci sta, perché c’è il coprifuoco, ma magari un parziale rimborso…

 

Alle 09.15 io e il mio amico Luigi siamo i primi ad entrare, non c’è fila, praticamente non c’è nessuno. Controlli rapidissimi, la temperatura non ce la misura nessuno, qualche storia per la borraccia. “De alluminio nun pó entrà”, “è di plastica” faccio io. “Mah” fa l’addetto che evidentemente nelle ore di educazione tecnica alle medie dormiva, e si rivolge ad un collega fortunatamente più ferrato (è il caso di dire): “Te pare plastica questa?”. “Sì” e la sfanghiamo.

All’ingresso in campo mi dicono: Le ricordiamo che non può mangiare, non può fumare. Ma può bere”. Mi viene umano rispondere: “Come è umana lei”, e almeno strappo un sorriso all’addetta. La quale, poveretta, passerà tutto il primo set di Karatsev-Opelka a redarguire gli spettatori-scolaretti che tengono la mascherina abbassata o provano a mangiare un biscotto di nascosto. Memorabile la scena che si consuma quando l’addetta di cui sopra si rivolge ad un ragazzo che mastica sotto la mascherina. Manca solo il “TU MANGIAAAA?” di fantozziana memoria.

Per fortuna Binaghi ci regala l’amuchina, d’altra parte con quello che gli do da 20 anni a questa parte tra internazionali e tesseramento è il minimo. Ci fanno sedere lasciando tre sediolini liberi tra uno spettatore e l’altro, inutili le richieste di un papà con figlio di 7 anni che chiede di sedersi accanto. L’addetto in camicia nera ha lo sguardo cattivo e l’inflessibilità degli inetti. Intanto Opelka è indemoniato più di Karatsev, ma per la cronaca, andate altrove, sono solo un umile spettatore pagante.

Il foro è diviso in tre aree per evitare assembramenti, ma i più sfigati sono quelli come me che hanno il biglietto per il GrandStand. Eh si perché “quelli del Centrale” hanno ampi spazi, “quelli dei Ground” possono spaziare dal Pietrangeli ai campi secondari con tutti i viali annessi e connessi. A noi poveretti invece ci tocca il giro dello stadio e poco altro. Comunque l’italopiteco che sposta le transenne e va dove non potrebbe c’è sempre. Anzi, una volta che il capoultras ha aperto il varco, si infilano a seguire numerosi adepti, finché qualcuno se ne accorge, ma i buoi sono già scappati.

Il mistero glorioso di questa edizione degli internazionali resta l’assenza dei cestini per i rifiuti, introvabili ovunque. Passano ogni tanto dei poveri spazzini con annesso cestino a rotelle con la gente che gli si assembra attorno per gettare i rifiuti: geniale. Abbiamo provato a chiedergli il perché di questa scelta: “Boh, così ci hanno detto, così facciamo”. Elementare. Il pubblico romano regala sempre qualche magia: un tizio intona il classico po-po-po-po-po-po-po-po-pooo- ueeeeee e viene subito apostrofato in salsa Covid: “A questo gli hanno fatto astrazeneca”.

Arrivano Berrettini e Tsitsipas e il pubblico si scalda (anche se a Roma non si sa perché si passa dai 30 gradi quando c’è il sole ai 10 di quando passano le nuvole e sia alza il vento). Quando Matteo contesta il doppio rimbalzo su un recupero di Tsitsipas un tifoso gli fa: “Chiama il Var” e un altro gli risponde: “È inutile, tanto c’è Mazzoleni”. Siamo al cabaret puro. La partita è bella, il primo set è molto combattuto anche perché Matteo… no! No! No! Sono solo uno spettatore, non devo fare cronaca.

Allora scatto qualche foto, faccio qualche video e li posto sui social, tutte cose vietate agli inviati. Dite che ci sono fior fior di inviati che fanno tutto il contrario, popolando i social di foto e video? E vabbè. Dopo Berrettini, è la volta delle ragazze. Gente che ha vinto Slam o fatto finali, quindi livello alto. Si esce per assaggiare il caffè dell’unico stand a disposizione: il silenzio è l’unico commento possibile senza improperi. Dietro una balaustra scorgo Andy Murray che gioca il doppio, prima addirittura su quel campo c’era Paire, tutto il contrario di ciò che Andy rappresenta, e ho subito cambiato strada. Fa un po’ male al cuore vedere il tramonto di un grande campione, ma la classe di Andy non ha età. Non si può chiudere una giornata romana con tristezza e infatti l’arancia che rosseggia sui sette colli ci accompagna verso casa.

L’inflessibile controllore separa con malcelata soddisfazione una coppia che si abbraccia in tribuna ordinandogli il distanziamento. “Siamo sposati” dicono, ma non c’è verso. Quanto sei bella Roma quando è sera, ma le coppiette, se non si possono abbracciare, se ne vanno via.

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ATP

Roma, Djokovic in crescendo: steso Davidovich Fokina, adesso un quarto di finale da top 10

Poco più di un’ora è bastata al numero uno ATP per superare lo spagnolo, messo subito fuori dalla partita. “Ho vinto bene – ha commentato -, contro Berrettini o Tsitsipas mi attende una grande sfida”

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Novak Djokovic - Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

In attesa di un quarto di finale nobile (affronterà Stefanos Tsitsipas), Novak Djokovic ha archiviato velocemente l’inedito incrocio con l’emergente Alejandro Davidovich Fokina, 21 anni. Uno che di tempo ne avrà per togliersi di dosso la fisiologica timidezza che viene fuori questi livelli. Dopo aver lottato contro Medvedev a Madrid, lo spagnolo – risalito dalle qualificazioni – si è questa volta schiantato su un ostacolo più alto. Eppure il primo set, per la testa di serie numero uno degli Internazionali, è arrivato a destinazione più facilmente di quanto potesse sembrare in avvio. Questo perché il numero 48 ATP era partito anche bene: subito prendendosi il break al primo game, poi facendosi applaudire per un pregevole lob e – in sostanza – costringendo Djokovic ad alzare immediatamente il livello.

ACCELERATA – Sul 2-2, in ogni caso, il serbo ha cambiato passo tra accelerazioni improvvise sulle diagonali e palle corte che hanno spezzato il ritmo da fondo campo. Il primo parziale si è concluso con 11 punti su 12 finiti dalla parte di Djokovic, che ha spaccato così la partita intimidendo l’avversario anche sul piano psicologico. Un significativo passo in avanti in termini di sicurezza rispetto al primo turno, quando ha superato Fritz viaggiando però a marce più basse. Totalmente senza storia il secondo set, in cui Davidovich Fokina non è mai riuscito a tenere il servizio se non alla fine, giusto in tempo per evitare il peso del 6-0. Pratica archiviata in un’ora e undici minuti, con lo sguardo subito puntato sulla Grand Stand Arena per scoprire il prossimo avversario.

In ogni caso affronterò un top 10 – ha commentato Nole in sala stampa – sono contento di come ho vinto oggi e sicuramente andrò incontro a una grande sfida. Berrettini non mi ha sorpreso raggiungendo la finale di Madrid. È vero, è stato infortunato (e quindi protetto dalla classifica, ndr), ma si è guadagnato del tutto la posizione che ha raggiunto“. Purtroppo, nonostante le belle parole di Nole, non sarà Berrettini a sfidarlo ai quarti ma Stefanos Tsitsipas. Il greco ha severamente impegnato Djokovic nell’ultimo confronto al Roland Garros, allungandolo fino al quinto set.

 

Ma il numero uno ha voglia di rivincita. Dopo le delusioni di Montecarlo e Belgrado, per Djokovic Roma sembra in ogni caso il posto giusto per riavvicinarsi agli standard di inizio stagione. “Mi sento sempre a casa quando vengo agli Internazionali – ha raccontato -, non soltanto per i tifosi, anche per il rapporto con gli organizzatori, persino gli autisti che mi portano in giro. Probabilmente aiuta il fatto che parlo italiano. ‘La gioia della vita’, come dicono qui“.

Il tabellone maschile di Roma con tutti i risultati aggiornati

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