Andy Murray e Bradley Wiggins: due vite quasi parallele

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Andy Murray e Bradley Wiggins: due vite quasi parallele

Per la rubrica sui confronti fra tennisti e campioni di altri sport oggi analizziamo due simboli dello sport britannico che non sono accomunati solo dal fatto di essere entrambi sudditi della Regina, ma anche da due destini che non hanno tardato a incrociarsi

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Le vite di alcune persone sembrano legate da un sottile filo che le unisce e che, anche quando sembrano prendere due direzioni diverse, le ricongiunge, come per magia. In queste biografie sembra che qualcuno si sia messo a giocare con il destino, incrociando in maniera straordinaria luoghi, eventi, obiettivi, successi, fallimenti e prospettive. Due storie, due vite, due linee teoricamente parallele che tuttavia si intersecano decisamente troppo spesso per essere una mera coincidenza.

I traumi infantili

La prima retta incontra la nostra storia nella graziosa cittadina di Gand (Gent in fiammingo), in Belgio, nella quale ogni ultima domenica di marzo, da oltre ottant’anni, si corre una classica del ciclismo, la Gand-Wevelgem. È il 28 aprile del 1980. Una signora britannica di nome Linda dà alla luce il suo primo figlio, Bradley. Il padre è Gary Wiggins, un ciclista professionista australiano che si è trasferito nelle Fiandre per allenarsi. Gary è un atleta di successo ma quando scende dal sellino non lo si può certo definire una persona esemplare. In particolare ha un vizietto: le droghe. Le consuma e le spaccia. La gente entra ed esce dal suo appartamento per comprare anfetamine. Nel 1982 Gary decide improvvisamente di tornarsene in Australia, abbandonando senza un soldo e un tetto sotto il quale dormire Linda e il piccolo Bradley. “Non glielo perdonerò mai”, dichiarerà Bradley che incontrerà il padre solo 18enne, trovandolo in una roulotte, da solo, con la tendenza a bere per affogare la sua depressione. Nel 2008 Gary verrà trovato privo di coscienza sul bordo di una strada del New South Wales. Si spegnerà pochi minuti dopo in ospedale all’età di 55 anni. La polizia australiana in seguito accerterà che la causa della morte è omicidio.

 

La nostra seconda linea il 15 maggio 1987 passa da Dunblane, un paesino di meno di 10mila anime nel cuore della Scozia. Will Murray e Judy Erskine, doppista professionista e figlia di Roy Erskine, ex calciatore, danno alla vita il loro secondogenito Andrew (Andy per tutti), che segue ad un anno di distanza il primo figlio Jamie. Segni distintivi: una grossa voglia sulla gamba destra. Il bambino è vivace e mamma Judy gli mette in mano molto presto una racchetta. Il tennis sembra piacergli e pure tanto. Quello che non gli piace è perdere, mai, e soprattutto dal fratello Jamie. Ma non solo a tennis. Anche in qualunque altro gioco che viene in mente ai due fratelli Murray e del quale spesso si inventano le regole. La competitività di Andy porta i due bambini a fare a botte di frequente. Un episodio è particolarmente significativo. I fratelli Murray e altri ragazzini stanno tornando a casa da un torneo Under 12. Alla guida del furgone c’è come sempre mamma Judy. Andy ha appena sconfitto in finale Jamie ma continua a provocarlo. Così Jamie reagisce e, sfruttando la maggiore età, finisce per avere la meglio nella zuffa. Judy è costretta a fermare il furgone e intervenire per separare i figli pieni di lividi e graffi.

Nel frattempo Linda non può fare altro che trasferirsi in Inghilterra, prima a Kilburn nel nord-est di Londra e, successivamente, nel quartiere limitrofo di Maida Vale. Bradley intanto cresce. Gli piace giocare a calcio e tifa per l’Arsenal anche se gli tocca guardare i rivali del Tottenham per via degli amici. Fa pure un provino per il West Ham. Sua madre gli racconta che suo padre era un ciclista professionista ma della bicicletta a lui interessa meno di zero. Tutto cambia nel 1992. Alla TV trasmettono le olimpiadi di Barcellona. Disciplina: ciclismo su pista; specialità: inseguimento individuale. Il britannico Chris Boardman, soprannominato “The Professor”, conquista la sua prima e unica medaglia d’oro olimpica in carriera. Bradley rimane incantato: dal ciclismo e dalle Olimpiadi. Comincia a gareggiare. Si rompe la clavicola dopo un anno. Riceve 1700£ dall’assicurazione. 700 li dà alla mamma che ne ha bisogno e con gli altri 1000 si compra la sua prima bici da competizione. Intanto inizia a sognare in grande. A scuola va dalla maestra e le dice “Un giorno sarò campione olimpico e indosserò la maglia gialla di vincitore del Tour De France”.

Se l’infanzia di Bradley di traumi ne ha già avuti fin troppi, quella di Andy trascorre tranquilla, tutta casa e tennis. Fino al 13 Marzo del 1996. Alle 9 e mezza di mattina un folle, tale Thomas Watt Hamilton, fa irruzione nella scuola elementare di Dunblane e spara all’impazzata. Uccide 16 alunni e la loro insegnante prima di suicidarsi. Andy sta andando in palestra con la sua classe quando partono i primi spari. Judy si precipita fuori dai cancelli dell’istituto insieme agli altri genitori per sapere se suo figlio è ancora vivo. Andy sta bene ma è comprensibilmente scioccato. Non parlerà di quel massacro in pubblico fino al 2008, anno della sua prima autobiografia. “Era una cosa tutta interna a me, la mia famiglia e il paese” dirà in una intervista del 2013, parte del documentario della BBC “Andy Murray: the Man Behind the Racquet”, prima di lasciarsi andare in un pianto davvero struggente.

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Primi successi e prime delusioni

In quegli anni Bradley comincia a scacciare i propri di fantasmi, vincendo le sue prime gare importanti su pista a livello giovanile. Nel 1998 diventa campione mondiale Junior sulla distanza di 3 chilometri. Nel 1999 partecipa ai campionati mondiali di Berlino e, grazie ad un quinto posto nell’inseguimento a squadre, si qualifica per le Olimpiadi di Sydney dell’anno successivo dove porta a casa una medaglia di bronzo. Nel 2001 firma il suo primo contratto da professionista per il team sponsorizzato dalla fondazione della moglie dall’ex Beatles Paul McCartney (che si chiama Linda, ironia del caso), lui che è un grande amante della cultura Mods nata negli anni sessanta. La squadra ha problemi economici e fallisce. Continua a gareggiare per un altro team britannico. I suoi risultati non sono male e viene ingaggiato dalla francese Français de Jeux, che ha la sua base a Nantes. Bradley va a vivere al di là della Manica ma sente la nostalgia di casa. Fa il suo debutto al Giro d’Italia nel 2003 e nello stesso anno si laurea campione del mondo nell’inseguimento individuale su pista sotto la guida di Boardman, diventato allenatore della nazionale. Il 2004 è però l’anno olimpico. Quei cinque cerchi Bradley li sente sotto la sua pelle. Passa alla Credit Agricole, un’altra squadra transalpina, dove si può preparare al meglio per i giochi di Atene. Nella capitale greca si mette al collo tre medaglie: un bronzo, un argento e, soprattutto, un oro. A questo punto manca il Giro di Francia per tenere fede a quell’affermazione fatta alla maestra.

Nel frattempo Andy si sta affermando come giovane promessa del tennis britannico, dominando tutti i coetanei. In un torneo internazionale a squadre under 16 in Andorra trascina il Regno Unito fino in finale, dove viene sconfitto da un ragazzino spagnolo di un anno più vecchio di lui. Si chiama Rafael ed è molto forte. Per forza, lui si allena a Maiorca, dove splende il sole tutti i giorni, contro altri ragazzini competitivi e vicino ad un campione come Carlos Moya, non a Dunblane, dove il cielo è sempre grigio e mancano avversari stimolanti. Andy lo dice a mamma Judy. I due volano a Barcellona alla accademia Sanchez-Casal, dove l’adolescente Murray si convince che deve andare ad allenarsi per diventare un campione. Judy asseconda il desiderio del figlio, nonostante un costo della retta proibitivo. Così Andy a 15 anni è già fuori di casa: una situazione non facile e aggravata dal fatto che anche i suoi genitori si erano separati qualche anno prima. I suoi primi passi nell’accademia non sono affatto semplici. “Subito non pensavo che fosse un giocatore vero”- ricorda Emilio Sanchez, ex Top 10 e fondatore del centro – “Era alto e magro e non giocava bene. Ma quando abbiamo iniziato a giocare aveva quello sguardo come a dire ‘so che sono migliore di te. Voglio batterti’”. Andy migliora molto, diventando un giocatore più mobile e più attento tatticamente. Nel 2004 vince il titolo allo US Open Junior e viene convocato per la prima volta in Coppa Davis. Intanto già dal 2003 frequentava Futures e Challenger con risultati che facevano intravedere il suo immenso potenziale.

Bradley sa benissimo che per vincere il Tour deve prendersi un grosso rischio: mollare completamente la pista per concentrarsi sulla strada. Ma non è facile e le performance sono tutt’altro che esaltanti. Nel 2007 decide quindi di partecipare ai mondiale su pista a Maiorca. E come al solito è un trionfo: due titoli, uno individuale e l’altro a squadre. In quell’anno si fa poi notare per una fuga nella seconda tappa del Tour senza gloria, che dedica alla moglie Catherine, conosciuta ai Giochi del Commonwealth nel 2002, nel giorno del suo compleanno. La corsa finisce male per la sua nuova squadra, la francese Cofidis, che si ritira dopo che un suo corridore, l’italiano Cristian Moreni, viene trovato positivo al test anti-doping. Wiggins si scaglia contro il team e contro l’uso di sostanze proibite nel ciclismo. Straccia persino la sua casacca in aeroporto prima di tornare a casa, promettendo di non correre più per la Cofidis. Poco dopo infatti cambia ancora squadra anche se la sua mente è già proiettata alle Olimpiadi di Pechino del 2008. Naturalmente la sua campagna cinese è piena di soddisfazioni. Wiggo diventa infatti il primo ciclista a difendere un titolo olimpico individuale. Un altro oro arriva dall’inseguimento a squadre e l’unico neo è il nono posto in coppia con lo sprinter Mark Cavendish nel madison. La strada però rappresenta ancora un tabù per lui.

L’ascesa di Murray nel mondo del tennis è perfino più fulminea di quella di Wiggins nel ciclismo. Nel 2005 sull’erba londinese del Queen’s, nel suo secondo torneo sul circuito maggiore, da wild card e n.357 del ranking ATP supera lo spagnolo Santiago Ventura e il talentuoso americano Taylor Dent per poi arrendersi dopo una lunga battaglia allo svedese n.20 del ranking e vincitore Slam Thomas Johansson. Viene invitato ovviamente anche a Wimbledon dove sconfigge prima lo svizzero George Bastl e poi il ceco Radek Stepanek, n.13 del mondo. Al terzo turno va avanti 2 set a 0 contro David “El Rey” Nalbandian ma crolla e perde i successivi tre parziali sotto gli occhi di uno dei suoi conterranei più famosi, l’attore Sean Connery. A prescindere dalla sconfitta è evidente che sia nata una stella. A fine stagione è già ampiamente nei Top100. L’anno successivo Andy è l’unico tennista, oltre al Rafael di cui avevamo già parlato (che intanto è diventato il padrone della terra rossa), a battere sua maestà Roger Federer in quel magico 2006, interrompendo a Cincinnati una striscia di 55 vittorie consecutive sul cemento dello svizzero. Arriva anche il primo titolo a San José, California. Il 2007 è un anno di consolidamento con la Top10 che è ormai a portata di mano. Nel 2008 Murray raggiunge la sua prima finale in un Major, a New York, battendo per la prima volta in carriera Nadal in semifinale. Nonostante la sconfitta netta contro Federer, si ha la sensazione che il primo Slam sia solo questione di tempo.

Bradley è ormai una leggenda come pisteur ma per diventarlo anche nel ciclismo su strada non basta cambiare qualcosa. Bisogna cambiare tutto. Via dalla piatta Gran Bretagna, con famiglia al seguito, verso Girona, Spagna, con la sua nuova squadra, la Garmin Slipstream. Via i chili in eccesso, 6 per la precisione, che sembrano 100 quando si scalano i Pirenei. Insomma da “Wiggo” si trasforma in “Twiggo” (“twig” significa “ramoscello” in inglese) e Bradley se la gioca con tutti al Tour del 2009. Alla fine trionfa lo spagnolo Alberto Contador e lui si classifica quarto, grazie a delle ottime prestazioni a cronometro. Nel 2010 il britannico cambia squadra nuovamente, diventando il capitano del neonato Team Sky. Ma la stagione è un flop totale con il 40esimo posto al Giro d’Italia e il 24esimo al Tour. Wiggins non demorde. Nel 2011 modifica la sua strategia: niente Giro per preparare il Tour ma solo classiche. Tutto sembra procedere per il meglio con la vittoria al Delfinato. Ma stavolta ci si mette di mezzo la sfortuna con una caduta nella settima tappa che lo costringe al ritiro. Sembra una maledizione.

Anche la strada verso l’olimpo del tennis di Andy si rivela molto più difficile del previsto. Soprattutto per colpa di altri. Oltre a Nadal e Federer, che in quegli anni dominano il circuito, sta esplodendo infatti anche il coetaneo serbo Novak Djokovic, che nel 2008 ha già messo in bacheca il suo primo Slam in Australia. Ma anche per colpa sua. Murray in campo brontola, non è mai soddisfatto, ce l’ha sempre con qualcuno. Intendiamoci, non è che i suoi risultati siano scadenti. Proprio per nulla. Tra il 2009 e il 2011, Andy è 2 volte finalista agli Australian Open (2010 sconfitto da Federer, 2011 da Djokovic, sempre in 3 set), conquista 6 Masters 1000 (1 a Miami, 2 in Canada, 2 a Shanghai, 1 a Cincinnati) e raggiunge la seconda posizione nel ranking non scendendo mai oltre alla quarta. Appunto il quarto dei “Fab 4” del tennis mondiale, il quale però sembra sempre un passo indietro rispetto agli altri 3: senza il talento di Federer, senza l’atletismo di Nadal e senza la solidità mentale di Djokovic. E secondo alcuni il suo status è persino insidiato dal martellatore argentino Juan Martin Del Potro, vincitore a sorpresa degli US Open 2009. Tuttavia ad Andy, lo sappiamo, non piace perdere. Questa condizione di inferiorità comincia a diventare insopportabile per lui.

Golden Boys

Il 2012 deve essere per forza l’anno giusto per Wiggo. L’agevole difesa del titolo al Delfinato sembra portare buoni auspici per il Tour che in questa edizione prende il via da Liegi, in Belgio. Bradley indossa per la prima volta la maglia gialla nella settima tappa, la prima con arrivo in salita. Non la molla più quella maglia, fino a Parigi, conquistando entrambe le cronometro a sua disposizione e respingendo, con il fondamentale contributo del connazionale e compagno di squadra Chris Froome, gli attacchi sulle montagne del combattivo azzurro Vincenzo Nibali. Wiggins ce l’ha fatta! È il primo britannico di sempre a vincere il Tour de France. “È incredibile. Scommetto che negli anni a venire mi guarderò indietro e penserò ‘Dio è stato davvero speciale!’”, afferma Bradley raggiante sugli Champs Elysées. Peraltro nella 14esima tappa di quel Tour, l’inglese si distingue per il suo fair play, rallentando il ritmo del gruppo per aspettare il suo rivale australiano Cadel Evans, vittima di una foratura. Semplicemente mitico.

Anche Murray sa che il 2012 deve diventare l’anno della sua consacrazione. Si è stufato di perdere. E per vincere ingaggia qualcuno che nella sua carriera da tennista ha sempre dimostrato di detestare profondamente la sconfitta: Ivan Lendl, 8 Major nel suo palmares, una fama da antipatico di successo, alla prima esperienza da coach. Ora Murray quando guarda lagnoso il suo angolo dopo un punto perso non trova nessuno sguardo di accondiscendenza ma solo l’espressione impassibile del ceco. Non è più il tempo dei capricci e delle sceneggiate che lo rendono antipatico a colleghi e pubblico. Ora non ci sono più scuse. Già in Australia si vedono i primi frutti della collaborazione e Andy in semifinale impegna Nole per quasi 5 ore prima di arrendersi. Al Roland Garros viene eliminato però dal terraiolo David Ferrer nei quarti e al Queen’s si fa sorprendere dal francese Nicolas Mahut all’esordio. Il Regno Unito è quasi rassegnato a fare da testimone all’ennesima delusione a Wimbledon. Ma Murray, aiutato da un tabellone benevolo, raggiunge la finale, dove, mettendo in mostra un ottimo tennis, strappa persino il primo set a Federer. L’elvetico porta comunque a casa il match per il suo epico settimo titolo ai Championships. But “the best is yet to come for Murray”.

Ed eccole le due linee che si incrociano a Londra, una metropoli di oltre otto milioni di abitanti nella quale è pressoché impossibile credere alle casualità di incontrarsi. La capitale della Gran Bretagna è la sede dei trentesimi giochi olimpici. L’atmosfera è assolutamente fantastica.

Da Wiggo non ci si aspetta molto. Un po’ perché di medaglie ne ha già vinte tante e un po’ perché ha scelto di correre solo su strada e la prova in linea è appannaggio dei velocisti. Anzi del velocista: il nativo dell’Isola di Man, Mark Cavendish, detto “Cannonball”, campione del mondo in carica e favoritissimo per la vittoria. Il 28 luglio Bradley e i suoi compagni lavorano diligentemente per portarlo allo sprint. Ma a 5 km dal traguardo parte una fuga e la spunta il veterano kazako Alexsandr Vinokurov. Che smacco per i sudditi di sua maestà. Bradley però deve tornare in sella pochi giorni dopo, il primo di Agosto, per la prova contro il tempo. È tra i candidati alla vittoria ma gli avversari sono agguerriti: “l’espresso di Berna” Fabian Cancellara, campione olimpico in carica e, soprattutto, il velocissimo tedesco Tony Martin. Entrambi si sono piazzati davanti a lui nei mondiali di Copenaghen nel 2011. Ma Wiggins ama le sfide complicate ed è in stato di grazia psicofisica dopo la vittoria al Tour. Dopo 9 km, il suo tempo è leggermente superiore a quello di Martin. Bradley possiede però la consapevolezza del campione e continua a pedalare tranquillo. Alla fine gli bastano 50 minuti e 39 secondi per vincere un altro oro. Il primo su strada. A 32 anni finisce nei libri di storia come l’olimpionico britannico più decorato e l’unico ciclista a fare la doppietta Tour-oro olimpico nello stesso anno. Si accomoda su un piccolo trono alla fine della gara. Sì è lui il re sportivo della Gran Bretagna, con quello sguardo sempre un po’ enigmatico, che pare essere lì per caso, e quegli improbabili basettoni in stile anni sessanta

Il pubblico British non ha enormi aspettative nemmeno su Murray. Quanto meno non più di quante ne abbia in ogni edizione di Wimbledon, che è anche il campo di gioco in queste Olimpiadi. Magari una medaglia. Ma non l’oro. Quello dovrebbe essere un affare tra l’onnipotente Federer e Djokovic, che sui prati dell’All England Club ha già alzato il titolo nella sua fenomenale stagione 2011. Nadal si è ritirato per una tendinite al ginocchio che lo ha condizionato qualche settimana prima nell’eliminazione al secondo turno subita dal bombardiere ceco Lukas Rosol. Murray comincia la sua marcia sconfiggendo nettamente uno Stan Wawrinka che si appresta a diventare quello che è oggi. Lo scozzese al secondo turno si sbarazza in 2 set anche del finlandese Jarkko Nieminen. Nel terzo turno il cipriota Marcos Baghdatis gli mette paura vincendo il primo set ma è costretto a cedere alla distanza. Va liscio come l’olio anche il quarto di finale contro il talentuoso iberico Nicolas Almagro. Ad attendere Murray in semifinale c’è però un muro chiamato Novak Djokovic. Una partita tirata fin dal primo punto con scambi interminabili. Entrambi i tennisti tengono senza troppi patemi i loro servizi. Ma sul 6-5 in suo favore nel primo set, Andy si procura una palla break che converte con uno splendido passante di dritto. Dopo un primo turno di servizio complicato per lo scozzese, il secondo parziale procede in maniera lineare. Il livello tecnico è elevatissimo. Murray si salva ancora sul 5 pari e poi piazza il break decisivo nel gioco successivo. Una prestazione mostruosa. La finale è contro Federer, a caccia del suo primo oro olimpico in singolare dopo troppi appuntamenti mancati. È il rematch di Wimbledon. Si gioca al meglio dei 5 set. Il fuoriclasse svizzero appare affaticato dopo la maratona contro Del Potro, conclusasi per 19-17 in un infinito terzo set. Andy è invece pimpante e motivatissimo. Non c’è storia tra i due giocatori. Il 25enne di Dunblane chiude l’incontro con un ace centrale sul perentorio punteggio di 6-2 6-1 6-4. Il pubblico, che l’ha supportato per tutto il torneo, va in visibilio. Primo britannico a vincere l’oro nel tennis alle olimpiadi dal 1908. E succede a Londra!È la vittoria più importante della mia carriera”, dichiara nell’intervista post-partita un emozionatissimo Murray, che si scrolla finalmente dalle spalle l’immagine di perdente di lusso e va da abbracciare papà Will, l’inseparabile mamma Judy e la fedele compagna Kim Sears.

Murray e Wiggins, insieme alla medaglia d’oro dell’eptathlon Jessica Ennis e al mezzofondista di origine somala Mohamed Farah sono i simboli “made in UK” delle Olimpiadi di Londra 2012. A Bradley viene addirittura assegnato il cavalierato: chiamatelo Sir Bradley Wiggins. Niente male per un ragazzo che era stato abbandonato da un padre tossicodipendente quando aveva 2 anni.

Il declino di Bradley e il futuro incerto di Andy

Bradley lo aveva detto dopo subito dopo l’exploit londinese: “È il punto più alto della mia carriera”. Che infatti inizia prevedibilmente una parabola discendente. Nel 2013 prende parte al Giro, ma le asperità italiane sono troppo impegnative per lui e un virus intestinale lo mette definitivamente ko. In autunno ha il suo bagno di folla al giro della Gran Bretagna. L’anno successivo dichiara di volersi focalizzare sulle classiche, lasciando a Froome il Tour. Nonostante tanto impegno e coraggio, non riesce ad ottenere piazzamenti di rilievo. Nei mondiali in Spagna si riscatta vincendo la prova a cronometro. In questo 2015 Wiggins annuncia che fonderà un squadra a suo nome e che la Parigi-Rubaix sarà la sua ultima corsa con il Team Sky, facendola diventare un evento mediatico. Al traguardo arriva 18esimo. Wiggo però è sempre alla ricerca di nuove sfide e così si prepara per battere il record dell’ora su pista appena stabilito dal connazionale Alex Dawsett nel velodromo di Manchester. Bradley vuole ribadire di essere ancora lui il n.1 nella disciplina e si presenta nello stesso impianto il 7 giugno senza un filo di grasso corporeo. Pedala per 56,526 km che sono come un parto, come sosterrà esausto alla fine, ma che gli restituiscono la supremazia da pistard. A Wiggins ormai non rimane più nulla da dimostrare a nessuno, nemmeno a sé stesso.

E ora anche Andy si trova nella stessa situazione psicologica di Bradley, a dispetto della notevole differenza d’età per i parametri sportivi. Dopo aver scalzato due volte dal piedistallo di miglior tennista britannico di ogni epoca Fred Perry (che ha sponsorizzato entrambi questi atleti con la sua iconica coroncina sul petto), prima con il magnifico successo a Wimbledon nel 2013 e poi trascinando eroicamente la sua patria alla vittoria della Coppa Davis in quel di Gand qualche settimana fa (sì ancora Gand, la città dove è nato Wiggins, quante coincidenze tra questi due), Andy potrebbe incontrare qualche problema a porsi nuovi obiettivi e, di conseguenza, nuovi stimoli. Ha già vinto tutto quello che un ragazzino britannico che impugna una racchetta per la prima volta può sognare di vincere. In più ci ha aggiunto anche uno US Open nel 2012, giusto per non tralasciare nulla. Manca alla lista la prima posizione mondiale ma alla fine la tua gente ti ricorda per i Major, la Coppa Davis e le Olimpiadi. Tanto prima o poi qualcuno ti scalza dalla vetta. Se poi si volesse fare la storia di questo sport in senso assoluto, e non solo britannico, in realtà mancherebbero una sacco di altre cose: Australian Open e Roland Garros per esempio, completando il proprio personale Grande Slam. Ma quelle sono imprese riservate ad altri: Roger, Rafa e, giurateci, presto anche Novak. Sembra quasi che anche Murray l’abbia capito e si sia messo l’anima in pace. Proprio colui che voleva sempre battere tutti sembra aver accettato che esista in giro qualcuno più forte di lui.

Questo 2016 ci dirà se il ragazzo scozzese un po’ scontroso e con l’andatura ciondolante di chi sta in campo per farti un piacere ha ancora voglia di migliorarsi per giocarsela contro i marziani del nostro tempo. Le sue affermazioni riguardo a come l’imminente paternità gli cambierà la vita e lo distrarrà dal tennis, per quanto umanamente più che condivisibili, non fanno ben sperare. Murray dovrebbe trovare dentro di sé la stessa fame agonistica di Federer, il quale ancora lotta come un leone, seppur con scarsa fortuna, contro lo dittatura tennistica di Djokovic. La sua attuale allenatrice, l’ex tennista francese Amelie Mauresmo, saprà toccare le corde giuste nello spirito dell’orgoglioso Andy? Chi ama il tennis, in Gran Bretagna e non solo, lo spera. E probabilmente se lo augura anche Sir Bradley Wiggins, dal divano della sua villa nel Lancashire, piena zeppa di scooter e chitarre vintage.

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Novak Djokovic - Coppa Davis 2021 (Photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Repetita iuvant, anche se possono annoiare. La Croazia di Gojo, di Mektic e Pavic – sì, più di loro tre che del n.1 Marin Cilic – è in finale dopo aver battuto la Serbia del n.1 del mondo Novak Djokovic che da solo non è riuscito a rimediare alle insufficienti prestazioni del n.2 Lajovic nonché a quelle del partner di doppio improvvisato, Krajinovic, mostratosi nell’occasione decisamente modesto e di gran lunga il peggiore dei quattro scesi in campo nel doppio decisivo fra croati e serbi. Davanti a 6.854 spettatori paganti – non pochi per un match fra serbi e croati giocato nella Madrid Arena di Casa de Campo capace di contenerne 12.000 – Mektic e un superbo Pavic hanno concesso una sola palla-break a Djokovic e Krajnovic, una più di quante ne avevano concesso a Fognini e Sinner. In diverse occasioni Djokovic è stato letteralmente preso a pallate.

Repetita iuvant, dicevo sopra, perché ricopio pari pari una delle frasi iniziali, se non proprio il… “comincio”, di quel che scrissi la sera in cui Novak perse a Torino nelle semifinali ATP con Sascha Zverev (che l’indomani avrebbe battuto anche Medvedev) ora che ha perso anche la chance di conquistare un’altra Coppa Davis. Per Djokovic che è n.1 a fine anno per 7 degli ultimi 10 anni!, questo resta un anno fantastico, campione di tre Slam con una finale raggiunta nel quarto. Non c’è tennista al mondo che non sognerebbe un’annata così, perfino Federer e Nadal che sono abituati a sognare in grande.

Tuttavia tutti i grandi traguardi che Novak aveva dichiarato di voler raggiungere dopo aver trionfato a Wimbledon sono clamorosamente sfumati, proprio falliti anzi: 1) l’oro olimpico a Tokyo (che mai più potrà essere da lui raggiunto: a Parigi per i Giochi 2024 avrà 37 anni… d’altra parte non ce l’ha fatta neppure Federer a conquistare l’oro in singolare, mentre il Ringo Starr dei Beatles della racchetta, Andy Murray si è preso una gran rivincita vincendone due! Nadal si è accontentato di un oro in singolo e un altro in doppio, alla faccia di chi non lo considera eccellente volleador), 2) il Grande Slam 3) il sesto Masters ATP per eguagliare i sei successi di Federer 4) la Coppa Davis per la sua amata Serbia e… a seguito di una sconfitta patita proprio con i rivali… più rivali, i croati!

 

In Serbia, anche se Novak che ha per coach il croato Goran Ivanisevic, è una sconfitta che brucia più che se fosse venuta con tennisti di qualsiasi altro Paese. E per tutte queste vicende di record sfiorati ma mancati, chi conosce bene Novak Djokovic se lo immagina più dispiaciuto del finale d’anno che contento di tutto il resto della stagione. Una situazione, forse, assimilabile – sia pur un poco alla lontana – con quella del tennis italiano che ha sì vissuto un’annata straordinaria a conclusione di un epico miniciclo di 11 tornei vinti dall’aprile 2019 con 13 finali raggiunte da più azzurri, ma proprio alla fine si ritrova però un po’ la bocca amara per l’infortunio di Matteo Berrettini che ci ha privato di un grande protagonista nelle prime finali ATP “torinesi” e poi per la successiva evitabilissima sconfitta con la Croazia di Gojo e soci.

Vedere la Croazia capace di battere anche la Serbia, e più o meno con lo stesso doloroso andamento che avevamo sofferto noi italiani a Torino quando credevamo che della Croazia avremmo fatto un solo boccone, ci ha fatto doppiamente male. Gojo ha battuto anche Lajovic dopo essere stato ben indietro all’inizio. Con Lorenzo era stato indietro 4-1 e palla del 5-1. Con Lajovic è stato indietro di un set. I nostri rimpianti per quel che poteva essere e non è stato sono cresciuti a dismisura. Temo che a Lorenzo Sonego fischieranno le orecchie per un bel po’ anche se Gojo battendo uno dopo l’altro il n.63 Popyrin, lui n.27 e poi Lajovic n.33, lo ha forse consolato un po’ e contribuito a cicatrizzare in parte una ferita difficile da rimarginare.

Ho tentato in tutti i modi di far dire a Novak Djokovic quali fossero le sue prossime intenzioni, dopo che aveva anticipato: “Userò i prossimi giorni per recuperare e dimenticare il tennis. Sono davvero stanco per questa stagione, preferisco restare un po’ in famiglia nel modo migliore e poi vedremo che cosa porterà il futuro”.

Non rassegnato a lasciar perdere allora io gli ho detto: “Beh, Novak sappiamo che non ti vedremo più quest’anno… e allora ci piacerebbe sapere almeno quando ti rivedremo l’anno prossimo. Intuisco che non lo dirai stasera, ma almeno potresti dirci se esista una dead line, e quando sarebbe. Così ci prepariamo…”

Tutto ciò l’ho detto sapendo benissimo che era un tentativo destinato a fallire. Quelle risposte non le avrei mai avute. Riuscire a farlo sorridere, nel momento immediatamente successivo a una sconfitta con i croati, era già qualcosa. Ha sorriso e, sorridendo comprensivo: “Ubaldo…verrai informato. Lo so che cosa vuoi, ma non ti darò una risposta questa notte. So che cosa mi vuoi chiedere. Ma te lo dirò. Questa è la sola cosa che posso dirti e non posso darti alcuna data. Naturalmente l’Australia è dietro l’angolo, quindi lo saprai molto presto…”

E io: “Magari prima di Natale…” ridendo. E lui per tutta risposta: ”Merry Christmas!”.

Un paio di minuti prima gli avevo chiesto se, per quanto tutti i giocatori del mondo avrebbero voluto essere al posto suo, con 3 vittorie in altrettanti Slam nel primo semestre dell’anno – l’avevo premesso per addolcirgli la pillola e metterlo in buona… sono vecchie tecniche pre-interviste – non avrebbe desiderato chiudere il suo magnifico 2021 a agosto, cioè prima delle Olimpiadi, dell’US Open, delle Finali ATP, della Coppa Davis. “Paradossalmente un grande anno è finito male… ma questo è lo sport, capisco che non è un bel momento questo per ricordatelo… ma come reagisci?”

Djokovic: “La stagione finisce oggi e quindi non rimpiango di aver giocato alcun torneo dopo le date che hai ricordato. Ho dato il mio massimo per la mia nazionale. Per me è importante e anche per tutti noi. Una vittoria in singolare non basta. Questa competizione è crudele perché devi vincere ogni match che giochi e anche ogni set perché conta. Ci siamo qualificati come secondo team del gruppo, abbiamo giocato i quarti, le semifinali… non mi pento di nulla. Si cerca di imparare delle lezioni da momenti come questi. Anche se fanno male a me personalmente e alla squadra. Sono comunque le migliori opportunità per diventare più forti, per crescere a svilupparsi anche per diventare persone e giocatori migliori. Ci sono molte cose che possiamo fare per migliorare individualmente e come squadra. Ma l’obiettivo è sempre andare avanti in Coppa Davis perché tutti ci teniamo a giocare per questa squadra e il nostro Paese”.

Riferito alcune delle frasi dette da Nole – e altre le leggerete a parte – resta valido il discorso accennato dopo Torino e la sua sconfitta, anzi la serie delle sue sofferte sconfitte che hanno bocciato tutti i suoi obiettivi dichiarati dacché aveva vinto Wimbledon e il 20mo Slam. Non c’è stato neppure l’atteso sorpasso a Federer e Nadal, sebbene loro si fossero fermati. Avrebbe potuto essere una situazione ideale. Ma Novak a New York è stato bloccato dall’eccesso di tensione e… dalla gran giornata di Medvedev. Adesso, se Nole non andasse in Australia – davvero non c’è stato verso di capire qui a Madrid se pensa di andarci alla fine oppure no; forse Ubitennis nei prossimi giorni potrebbe organizzare un sondaggio fra voi lettori: Djokovic andrà in Australia o no? Che ne dite? – il rischio di vedersi sorpassare da Rafa Nadal nel conto degli Slam, potrebbe essere realistico. Vero che Djokovic ha vinto l’ultimo Roland Garros, ma secondo voi è facile considerare Rafa sfavorito a Parigi dopo 13 Roland Garros trionfali solo perché ha perso l’ultimo?

L’altro quesito che mi pongo e vi pongo è di natura psicologica. Checché possa dire oggi Novak, queste ultime sono state brutte e pesanti botte alla sua innata fiducia. Prima Medvedev a New York e poi Zverev a Torino confermando quella che poteva essere stata una giornata di straordinaria follia giapponese – a Tokyo Nole vinceva 6-1 3-2 con break prima di perdere 10 game dei successivi 11; dai non fu normale! Non fu solo merito di Zverev, Nole divenne improvvisamente l’ombra di se stesso – lo hanno messo alla frusta, lo hanno dominato come non gli era capitato da tempo e gli hanno certamente insinuato dei gran dubbi: “Sono ancora o non sono più il più forte tennista del mondo? Non starò mica improvvisamente accusando anch’io il peso degli anni, che sono 34 e mezzo e non così pochi anche se ho un fisico bestiale, come è accaduto prima a Roger e poi a Rafa?”.

Questi dubbi all’interno della sua testa sono certamente più importanti di quelli che magari aleggiano nella testa di quella parte dell’opinione pubblica che attribuisce questi falliti obiettivi della seconda metà della stagione di Novak alla crescita competitiva dei suoi più giovani rivali. In particolare Medvedev e Zverev, senza dimenticare Tsitsipas che aveva vinto i primi due set nella finale del Roland Garros. Ma ho già sentito dire a diversi addetti ai lavori che Novak sarebbe vittima anche di un calo fisico. Non solo non ha fatto che dire, ultimamente, di essere molto stanco, sebbene dopo l’US Open si fosse preso un lungo break per ritemprarsi. Ma negli scambi più prolungati sia con Medvedev a New York sia con Zverev a Torino, è stato visto perderne la maggior parte e addirittura boccheggiare. Poi è insorto pure il discorso mentale. Forse, per un tipo come Novak, l’aspetto mentale è preponderante.

Di sicuro, se queste appena accennate fossero solo supposizioni, c’è che i suoi migliori inseguitori non lo temono più. Lo affrontano spavaldi, convinti di poterlo battere. E anche questo atteggiamento pesa. Ha pesato e ancor più inciderà sui possibili suoi risultati futuri. Ciò detto, mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso, ma i primi mesi del 2022 saranno tosti per Djokovic. Più di sempre.

Intanto perché vada o non vada in Australia qualunque sua decisione solleverà un mare di polemiche. Se andrà sottoponendosi pubblicamente al vaccino verrà probabilmente accusato o di essersi piegato ai diktat del Governo dello Stato di Victoria o, chissà, di mancata coerenza con le sue dichiarazioni di… indipendenza. Per i no vax sarà un brutto colpo. Soprattutto in Serbia sono tanti che non si sono vaccinati, persuasi dall’atteggiamento del carismatico Novak. Se invece non andrà forse gli altri tennisti non si dispiaceranno troppo – anzi, avranno un forte concorrente in meno – ma potrebbero mettere in discussione le sue pretese di leadership, con o senza PTPA, quando il 90% di tutti i tennisti ritiene invece giusto vaccinarsi e giocare regolarmente a Melbourne (e, per chi può, anche in ATP Cup).

E che farebbe poi Novak per Indian Wells e Miami se anche per giocare in California e Florida valessero le stesse regole dello stato di Vittoria? Giorni fa Nole aveva detto: “Wait and see”. Aspettiamo e vediamo. Ma ora mi sa che il tempo dell’attesa sia quasi scaduto.

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Coppa Davis

Coppa Davis, semifinale: Croazia-Serbia, un ‘derby’ per conquistare la finale (ore 16)

Djokovic nettamente favorito contro Cilic, ma se si arrivasse sull’1-1 il doppio croato potrebbe fare la differenza. Decisivo il primo singolare? Chi schiereranno i due capitani? Gojo o Serdarusic? Lajovic, Krajinovic o Kecmanovic?

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Marin Cilic - Coppa Davis 2021 (Photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

A Madrid (ore 16, diretta Supertennis) va in scena la prima semifinale della Coppa Davis edizione 2020/2021 (visto che l’anno scorso causa Covid non si giocarono le Finals). Di fronte Croazia e Serbia, in una sorta di derby della ex Jugoslavia intriso di tanti significati, soprattutto politici.

Da una parte il numero 1 del mondo Novak Djokovic, con al suo fianco un buon doppista, Nicola Cacic (nr.36 della specialità) e tre buoni singolaristi: Dusan Lajovic (nr. 33 ATP), Filip Krajinovic (nr. 42) e Miomir Kecmanovic (nr. 69), oltretutto schierati tutti e 3 da capitan Troicki nelle tre sfide sini qui giocate dalla Serbia. Dall’altra parte invece la Croazia ha in Marin Cilic il suo leader, due singolaristi di mediocre valore (sulla carta) quali Nino Serdarusic e Borna Gojo (una delle sorprese di queste Finals) posizionati ben oltre la posizione nr.200 del ranking, e poi la migliore coppia di doppio possibile, i numeri 1 del mondo Nikola Mektic e Mate Pavic.

È chiaro che se dovessimo ragionare sulla base dei valori assoluti e tenendo conto dei precedenti tra i tennisti che scenderanno in campo, la Serbia la dovrebbe chiudere dopo i due singolari. Perché uno dei tre singolaristi serbi dovrebbe facilmente avere la meglio su Gojo o Serdarusic e perché Djokovic ha battuto 17 volte su 19 Cilic e non si vede perché non dovrebbe farlo a Madrid dove oltretutto il numero 1 croato non è che abbia convinto più di tanto, portato al terzo set da De Minaur nella sfida con l’Australia e battuto poi dal giovane ungherese Piros e dal nostro Jannik Sinner.

 

Ma non ci stancheremo mai di dirlo, la Davis (al di là del format) è sempre la Davis e i valori della classifica non contano niente. Basti pensare a ciò che ha fatto Borna Gojo, sfrontato quanto mai una volta in campo, che non solo ha battuto l’australiano Alexei Popyrin, ma si è poi ripetuto contro il nostro Lorenzo Sonego, che giocava in casa e quindi aveva anche il tifo dalla sua. È abbastanza scontato che laddove nel primo singolare (quello tra i numero 2) avesse la meglio la Croazia la sfida assumerebbe tutt’altra storia, perché, come detto, con Metkic/Pavic in campo i croati diventerebbero favoriti per la conquista della finale.

La Croazia ha vinto due volte la Coppa Davis, nel 2005 battendo in finale in trasferta la Slovacchia (eroi di quell’impresa un quasi perfetto Ljubicic che perse solo l’ultimo singolare della finale in quell’edizione, e Mario Ancic, con Goran Ivanisevic convocato per la storia proprio nella finale da Niki Pilic) e nel 2018 battendo la Francia anche in quell’occasione a domicilio (Marin Cilic sugli scudi). La Croazia ha invece perso in casa la finale del 2016, quando Juan Martin del Potro e Federico Delbonis rimontarono dall’1-2 nell’ultima giornata battendo rispettivamente proprio Marin Cilic e il redivivo (per la Davis croata) Ivo Karlovic che però si sciolse come neve al sole sul 2-2.

La Serbia invece va alla ricerca della terza finale della sua storia. La prima coincise con l’unica vittoria serba quando nel 2010 Djokovic e Troicki rimontarono in un ambiente caldissimo la Francia a Belgrado che era avanti 2-1 dopo il doppio. I serbi vinsero gli ultimi due singolari senza perdere nemmeno un set. Fu invece un’amara sconfitta quella del 2013, quando contro la Repubblica Ceca di Stepanek e Berdych sul punteggio di 1-1 il capitano serbo Bogdan Obradovic preferì tenere a riposo Novak Djokovic per schierare Bozoljiac e Zimonjic andando incontro a una sconfitta netta contro la coppia ceca Stepanek/Berdyck. E chiaramente il risultato del doppio pesò sulla sfida perché nell’ultimo singolare Radek Stepanek umiliò letteralmente Dusan Lajovic per il 3-2 finale. Famosa in quell’occasione la battuta di Tomaz Berdych nella conferenza stampa post-doppio, “i serbi hanno tenuto la Ferrari nel garage” riferendosi alla mancata presenza di Nole nel doppio.

Tra Croazia e Serbia i precedenti sono due e sono stati vinti entrambi dalla Serbia. Il primo nel 2010 fu giocato a Spalato, valevole per i quarti di finale e vinto dalla Serbia 4-1. Si giocò sul veloce in un ambiente infuocato. Nel primo singolare, tra Ljubicic al passo d’addio e Novak Djokovic, nei primi scambi successe di tutto e ci pensò proprio il tennista croato a placare gli animi prendendo il microfono dal giudice di sedia ed invitando il pubblico a non disturbare oltremodo il gioco. Nole vinse nettamente ma alla fine i due tennisti si scambiarono la maglietta compiendo un gesto davvero ammirevole. Cilic siglò l’1-1 battendo Troicki, ma la vittoria del doppio serbo composto da Zimonjic e Tipsarevic spianò la strada ai serbi che con Djokovic il giorno dopo chiusero subito la pratica.

Nel 2015 invece si giocò a Kraljievo ed era il primo turno della manifestazione. La vittoria serba fu netta (5-0) anche perché Cilic era assente e il solo Borna Coric potè ben poco, sconfitto in 5 set da Viktor Troicki che rimontò da uno svantaggio di due set a zero e sancì praticamente la sconfitta croata vista la vittoria di Djokovic su Amer Delic nel primo singolare.

La Croazia è arrivata a questa semifinale da imbattuta nonostante i colpi a vuoto di Marin Cilic, forte come detto di un doppio di assoluto valore. La Serbia invece è risultata una delle migliori seconde, dopo essere stata sconfitta dalla Germania nel girone eliminatorio e aver sofferto non poco contro il Kazakistan nei quarti, dove Djokovic e Cacic l’hanno spuntata solo al terzo set nel doppio decisivo sull’1-1.

I due numeri 1 si sono affrontati come detto ben 19 volte con Nole in vantaggio nei precedenti 17-2. Cilic ha battuto Nole due volte di seguito, a Parigi-Bercy nel 2016 e sull’erba del Queen’s nel 2018. Non si affrontano dal 2019. Gojo e Serdarusic non hanno mai incontrato Lajovic, Kecmanovic o Krajinovic. Quindi l’effetto sorpresa croato potrebbe manifestarsi tranquillamente. In stagione Gojo e Serdarusic non hanno alcun risultato di rilievo nel circuito mentre tra i 3 potenziali numeri 2 serbi il migliore è stato Krajinovic che ha fatto finale ad Amburgo e semifinale a Sofia. Inutile parlare dei successi di Pavic e Mektic che oltre a vincere 8 titoli nell’anno si sono anche laureati campioni olimpici a Tokyo. Per Cacic dall’altra parte solo un titolo, vinto a Buenos Aires in coppia con il bosniaco Tomislav Brkic con il quale fa coppia fissa nel circuito. Inoltre insieme hanno anche perso 4 finali nel corso del 2021.

A conti fatti la Serbia è favorita ma il margine d’errore è minimo, perché fallire la vittoria nel singolare tra i numeri 2 equivarrebbe a giocarsi tutto nel doppio e farlo contro Mektic e Pavic sarà impresa davvero improba (noi ne sappiamo qualcosa).

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Coppa Davis

Coppa Davis, Rublev e Medvedev non brillano, ma portano la Russia in semifinale contro la Germania

Rublev, a un passo da vincere in due set, spegne la luce e si fa trascinare al terzo. Medvedev fa il minimo indispensabile e sigla il 2-0 definitivo

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Daniil Medvedev - Finale Coppa Davis Madrid 2021 (Photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Russia b. Svezia 2-0

Sarà la RTF ad affrontare la Germania in semifinale. Né Andrey Rublev, né Daniil Medvedev hanno offerto prestazioni brillanti, ma le loro versioni pur appannate sono state sufficienti per regolare le velleità dei due fratelli Ymer, Elias e Mikael, ed eliminare la Svezia di capitan Robin Soderling.

A. Rublev b. E. Ymer 6-2 5-7 7-6(3)

 

Balbettando, senza brillare affatto, ma Andrey Rublev porta il primo punto alla Russia sconfiggendo Elias Ymer in tre set. Il russo si è fatto trascinare al parziale decisivo dopo essere stato a due punti dal vincere in meno di un’ora. Rublev è apparso discontinuo e nervoso per tutta la partita, ma ha avuto il pregio di gestire bene il tiebreak decisivo, limitando gli errori e giocando in sostanza come imporrebbe il suo ranking e il suo status di giocatore affermato. Dato il suo rendimento altalenante delle ultime settimane e in particolare in queste Davis Cup Finals non è improbabile che in un’eventuale semifinale Tarpishchev decida di schierare Aslan Karatsev al suo posto.

IL MATCH – Nel primo set, dopo aver fronteggiato una palla break nel quarto game, Rublev cambia marcia e Ymer non riesce a stargli dietro. Il parziale si chiude con un netto 6-2 dopo appena ventisei minuti. Nel secondo set si intravedono subito alcuni segnali negativi da parte del russo, che si mette nei guai da solo e si trova a fronteggiare tre palle break di fila. Rublev le annulla tutte con grande freddezza e ottiene a sua volta una palla dell’1-1, ma poi vanifica tutto con un attacco sbagliato (seguito una volée timida) e poi completa la frittata con due drittacci sbagliati. Ymer non ha il tempo di tirare un sospiro di sollievo che subito il suo avversario piazza un parziale di otto punti a uno, ristabilendo subito la parità. Rublev va a fiammate ma queste sembrano bastare perché Ymer non pare in grado di reggere il ritmo del russo da fondo e cede il turno di battuta. Al momento di servire per il match sul 5-4 però Rublev commette due errori gravi col dritto e concede una palla break, che Ymer si prende con grande coraggio al termine di uno scambio condotto alla perfezione. Lo svedese tiene a zero il servizio e poi accoglie benevolmente gli ulteriori gratuiti del russo che lo traghettano verso un insperato terzo set. Rublev lascia sfogare tutta la propria frustrazione e tira una violenta pallata verso il tabellone luminoso a fondocampo danneggiandolo (rimarrà un rettangolino verde appena sotto il nome dello sponsor Rakuten).

Andrey Rublev – Finale Coppa Davis Madrid 2021 (Photo by Mateo Villalba / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Nel parziale decisivo, Rublev gioca in maniera ancora più confusa e oscillante, mentre Ymer sembra carico e galvanizzato dall’inaspettato ribaltamento di fronte. Tuttavia i valori tecnici in campo sono nettamente su livelli diversi e quando il russo riesce a non farsi prendere dalla frenesia, Ymer fa fatica. Sul 3-3, Rublev ottiene tre palle break di fila, ma Ymer risale a suon di vincenti (si segnalano in particolare due pregevolissime soluzioni col rovescio lungolinea). Lo svedese annulla con un ace anche una quarta chance, figlia di un gran rovescio di Rublev, e sale 4-3. Il russo si procura altre tre chance sul 4-4, ma anche queste scivolano via una dopo l’altra. Si approda dunque al tiebreak, nel quale però il numero cinque del mondo riesce a mettere in ordine i frammenti sparsi del proprio gioco. Il primo minibreak arriva già nel terzo punto al termine di uno scambio durissimo, il secondo sul 5-3 su un rovescio largo di poco di Ymer. Stavolta Rublev non trema e chiude al primo match point, consegnando a Medvedev la chance di mettere in cassaforte la vittoria del tie.

D. Medvedev b. M. Ymer 6-4 6-4

Daniil Medvedev si prende il punto decisivo e garantisce alla RTF il passaggio alle semifinali, superando in due set Mikael Ymer. Il russo ha servito male (ben nove doppi falli, più degli ace che sono stati otto) e in generale ha gigioneggiato un po’ troppo, forse tradito dalla consapevolezza di avere un discreto margine tecnico e d’esperienza sull’avversario. Tuttavia a differenza di Rublev è riuscito a evitare le insidie del terzo set, archiviando la pratica con un doppio 6-4 in settantacinque minuti di gioco.

IL MATCH – L’incontro inizia come ci si poteva aspettare con Medvedev a controllare lo scambio e Ymer a inseguire. Il russo manca una palla break nel primo game, ma realizza lo strappo nel terzo, salendo 3-1. Forse conscio della propria superiorità, Medvedev comincia a avventurarsi a rete, spesso senza avere grandi carte in mano, e mette l’avversario nelle migliori condizioni per il passante. Ymer ne approfitta per centrare il controbreak e rientrare in partita. Il russo continua a essere tutt’altro che impeccabile, ma ci pensa Ymer ad aiutarlo a uscire dal torpore, regalandogli di fatto il break prima sbagliando un dritto da metà campo e poi steccandone un secondo nel palleggio. Medvedev prova a complicarsi la vita nuovamente con due doppi falli, ma alla fine tiene il servizio e incamera il primo set.

In avvio di secondo parziale, un Medvedev molto più sciolto si procura abbastanza rapidamente due break di vantaggio, involandosi sul 3-0. Qui il russo ha un altro passaggio a vuoto, cedendo otto punti di fila e restituendo uno dei due break senza che Ymer abbia dovuto fare un granché. A Medvedev però basta premere leggermente sull’acceleratore per ricreare un ampio solco tra sé e l’avversario, che contribuisce non poco con un paio di disastri sotto rete. Sopra 5-2, il russo commette altri due doppi falli (il numero otto e nove della sua partita) e si mastica la palla con la volée, ritrovandosi sotto 0-40 e permettendo nuovamente a Ymer di dimezzare lo svantaggio. Daniil non la prende bene e come il collega Rublev se la prende con le apparecchiature, distruggendo un microfono con una racchettata. Il russo lascia di fatto scorrere via il successivo turno di risposta per concentrarsi sul secondo tentativo di servire per il match: stavolta tutto fila via liscio e la Russia può festeggiare l’approdo in semifinale.

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