AO 2016, spunti tecnici: alla fine di tutte le cose, guardarsi indietro e sorridere ancora

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AO 2016, spunti tecnici: alla fine di tutte le cose, guardarsi indietro e sorridere ancora

È sempre un momento agrodolce quello che accompagna la conclusione di qualcosa di bello. Alla soddisfazione per un lavoro portato a compimento, si aggiungono il rimpianto e la nostalgia. E la miglior terapia, senza dubbio, è rivederne i ricordi più simpatici e significativi

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Quella sensazione da prima settimana di settembre, dopo le estati al mare dell’adolescenza. Le spiagge ancora assolate ma pressochè deserte, gli ombrelloni quasi tutti chiusi, e i primi aquazzoni della stagione che cambia all’orizzonte. Le feste di chiusura dei locali, i saluti alle tante facce belle e  meno belle, il cielo che inizia a ingrigirsi, e magari quella piccola stretta al cuore che accompagna i rituali dei “ma sicuro che ci sentiamo ancora, verrò a trovarti anche se sei lontana, puoi starne certa”, giurati con l’inconfessabile consapevolezza che non accadrà mai, però la splendida e folle irrazionalità dei diciotto anni te lo fa dire lo stesso, ultimo bacio e occhi lucidi, e tu ci credi per davvero contro ogni evidenza e ogni logica.

melbourne park vuoto 3

melbourne park vuoto 2

 

Uno Slam come l’Australian Open, adorato senza riserve da tutti, ma proprio tutti, a partire dagli addetti ai lavori, quando finisce ti lascia esattamente così. In testa al pezzo il viale tra i campi di Melbourne Park che di solito sono i più affollati, dal 15 allo show court 2, foto che ho scattato la domenica della finale, poco dopo pranzo. Qui sopra, altri scorci di quel giorno. Immagini che mi hanno fatto sentire proprio come alla fine delle estati in riva all’Adriatico di 25 anni fa, mentre mi guardavo intorno e mi chiedevo, ma insomma! Dove sono Azarenka che strilla come un’aquila, Ferrer che corre come un leprotto, Isner che molla pietre illegali col servizio, Fognini che si incazza col mondo, Kiki Mladenovic con i microshorts tanto micro che si crea l’ingorgo pedonale, stessa cosa che succede – con astanti ovviamente complementari – quando si toglie la maglietta Feliciano Lopez, dove sono finiti tutti?

Come detto, la miglior soluzione per farsi passare il magone, in attesa di prendere l’aereo per l’Europa, è tirare fuori dalla preziosa cartella del PC “Immagini per spunti tecnici Ubi AO 2016” un po’ di quelle che non sono state utilizzate per la pubblicazione, cercando le più simpatiche, e magari meno comuni, ma non per questo meno interessanti, o almeno lo spero. Eccole qua.

berdych risposta dritto

Caro Tomas, una l’hai presa bene, l’altra non proprio…

coric dritto

Borna, la tua preparazione del dritto è perfetta, ma quel finale è davvero troppo macchinoso…

tomic saltellante

Bernie, Bernie, versione sirenetto, sembra che tu stia ballando il Sirtaki…

sharapova dritto

Maria, in allenamento sei sempre una belva, potresti evitare di scioglierti ogni volta che vedi Serena?

robredo rovescio

Tommy, impatti stupendi, ma più su di così non puoi andare, e con i kick di Milos non è bastato…

pospisil rovescio

Vasek, ma perchè non lo tiri così bene anche in partita il rovescio?

sock dritto

Jack “Calzino”, avrai pure un toppone di dritto da paura, ma bello da vedere mentre lo spari non sei, lasciatelo dire…

kerber saltellante

E infine, saltella, saltella Angie sul campo 17, non immaginavi nemmeno tu che una settimana dopo saresti stata nello Yarra a festeggiare il primo Slam!

Ma la ormai tradizionale conclusione della rubrica tecnica da bordocampo, anzi doverosa, la dedico come sempre ai veri eroi del tennis inteso come passione che trascende tutto, anche i limiti fisici e la sfortuna avuta nella lotteria della vita. Ed è una conclusione non scontata, perchè nel tabellone del “wheelchair tennis” è avvenuto un ribaltone contro-pronostico paragonabile alle famigerate semifinali dello US Open 2014, Federer e Djokovic mandati a casa, con entrambi i favoriti sconfitti da validissimi ma inaspettati outsider: Shingo Kunieda, leggenda vivente, è stato sorpreso al primo turno dal giovane mancino inglese Gordon Reid (6-3 7-6), e il suo grande rivale Stephane Houdet ha perso a sua volta in semi dal belga Joachim Gerard (3-6 6-1 6-3). Reid ha poi completato l’opera in finale, trionfando su Gerard (7-6 6-4) in un match ben più tirato di quanto non dica il punteggio, resistendo ai gran top-spin di Joachim, che rimbalzano alti manco fossero i dritti del Nadal che fu, e come si può immaginare impattare palle simili da seduti è un’impresa, grazie alla sua capacità di salire con la testa della racchetta, in full western completa di rovescio, fino ad altezze assurde.

gordon reid rovescio

Qui sopra, il vincitore Reid nella sua esecuzione migliore, appunto il rovescio alto, guardate l’immagine a destra, come fa a controllare la palla lo sa solo lui, fenomeno.

joachim gerard dritto smash

Qui sopra, il finalista Gerard, che è quello che mi ha impressionato di più onestamente, mentre tira un toppone di dritto con finale “reverse forehand” oltre la testa, alla Rafa, e nell’esecuzione di uno smash dopo il rimbalzo. Smash dopo il rimbalzo!!! Ora, lascio a voi immaginare quando difficile possa essere posizionarsi giusti per smashare da fondo, andando a cercare la palla da sotto muovendo all’indietro-laterali le ruote della sedia, e guardiamo la compostezza del gesto e l’azione del braccio sinistro che va a forzare la rotazione busto-spalle, che ovvamente non può partire dalle gambe. Da bocca aperta e applausi, fine.

E fine anche degli spunti tecnici da Melbourne, come sempre ringrazio chi ha avuto piacere di seguirli, e arrivederci con la rubrica da bordocampo di sicuro agli US Open, ma chissà, magari anche prima, mai dire mai.

Gli spunti tecnici precedenti:

Martina Hingis, l’ultima Maestra di un tennis che non c’è più

Agnieszka Radwanska, la pulizia e l’eleganza dei gesti

Kei Nishikori, se dare il massimo per affrontare il più forte non basta

David Goffin, leggero, veloce e tecnico nel tennis dei super-atleti

Jo-Wilfried Tsonga, quanto conta essere al 100%

Il lavoro e la forza fisica di Stan Wawrinka

La potenza e la leggerezza di Raonic, e un piccolo segreto

Margarita Gasparyan, il rovescio a una mano come scelta estetica

Le accelerazioni e il sorriso di Petra Kvitova

Il futuro nelle racchette di Nick Kyrgios e Alexander Zverev

Benritrovati a bordocampo, come sta Serena Williams?

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Wimbledon, uno sguardo tecnico: cosa deve fare Berrettini per battere Hurkacz

Preview tecnica delle semifinali maschili: per Berrettini saranno fondamentali servizio e slice di rovescio, Hurkacz dovrà… rispondere. Le speranze di Shapovalov? Sbracciare come non ci fosse un domani

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Edward Whitaker)

In occasione delle semifinali maschili di Wimbledon, con la storica presenza di Matteo Berrettini, tornano le preview tecniche di Luca Baldissera – purtroppo non da bordo campo, a causa delle difficoltà attuale indotte dalla pandemia. Ma Luca conta di tornare a scrivere presto anche dal campo!


Djokovic contro tutti? Il “mantra” di questi ultimi giorni di torneo, quando i contendenti per il singolare maschile sono rimasti in quattro, sembra essere quello. Da un lato il supercampione, che dà costantemente l’impressione di viaggiare con il “cruise control“; dall’altro tre giovanotti di belle, se non bellissime, speranze. Che potrebbero arrivare a realizzarsi proprio qui a Church Road, chissà, anche se appare onestamente molto difficile. Ma andiamo con ordine, cosa possiamo aspettarci oggi pomeriggio?

Matteo Berrettini vs Hubert Hurkacz

Cosa deve fare Matteo per vincere: testa bassa, e fiducia totale nelle sue armi migliori, che possono essere devastanti per chiunque. Il servizio, innanzitutto, con le straordinarie percentuali di unreturned serves“, le palle che non tornano, dato assai più importante e significativo degli ace, dovrà mantenere l’efficacia mostrata finora. Siamo poco sotto al 50% in 5 partite, prime e seconde aggregate, tantissima roba, in cima alla classifica di questa statistica. Se poi qualcosa dall’altro lato della rete effettivamente ritornerà, entra in azione il dritto, che è una cannonata di velocità e pesantezza molto superiori a qualunque accelerazione dell’avversario. Si entra nello scambio? Allora ecco lo slice di rovescio, sempre interpretato come arma tattica che consenta poi di girarsi e mettere in azione il drittone di cui sopra. Tutto molto semplice tatticamente per Berrettini, dipenderà da lui e dalle percentuali che saprà realizzare.

 

Cosa deve fare Hubert per vincere: rispondere, rispondere, rispondere. Se vieni travolto dal bombardamento di Matteo non hai scampo, i suoi turni di battuta durano poco, e tu vai in affanno anche quando tocca a te servire, sapendo di non poterti permettere la minima sbavatura. Attenzione a non attaccare con troppa disinvoltura il rovescio dell’italiano, che è capace di giocare slice bassi e insidiosi, ma il pallino del gioco deve essere tuo. Tre-quattro colpi al massimo e poi via dentro, sfruttando la qualità dei due fondamentali. In un match del genere, come fosse un duello nel vecchio west, vince chi estrae la pistola e spara per primo. Purtroppo per Hurkacz, il calibro di Berrettini appare di poco superiore.

Novak Djokovic vs Denis Shapovalov

Cosa deve fare Denis per vincere: sbracciare a tutto campo come non ci fosse un domani (anche perché, se non ci riesce, il “domani tennistico” non ci sarà di sicuro). Ricordarsi del 13 maggio a Roma, quando fece soffrire Rafa Nadal per tre ore e mezza, sciorinando un tennis d’attacco di esplosività formidabile. Quando un tipo come Shapovalov decide di spaccare la palla, sono guai per tutti, Djokovic compreso. Ma gli alti e bassi di rendimento tipici del canadese, uno come Khachanov (per esempio) te li perdona, Novak no. Lo schema dritto mancino (e servizio) a spostare lateralmente l’avversario, seguito dall’accelerazione incrociata dall’altra parte può essere letale, specialmente se eseguita con l’anticipo di rovescio. Il problema, per Denis, è che anche tutto questo potrebbe non bastare, visto il mostro di continuità che si troverà davanti. Ma questo non deve impedirgli di provarci con tutta la convinzione possibile. Come lui stesso ha detto, in fondo si parte sempre da 0-0.

Denis Shapovalov – Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Cosa deve fare Novak per vincere: presentarsi in campo (ok, scherzo). Il buon vecchio Djoker, per vincere, dovrà “semplicemente” alzare un minimo i suoi standard di rendimento soprattutto in risposta, e ricordarsi del primo set in assoluto giocato (e perso) in questo torneo dal giovane inglese Draper. I servizi mancini danno fastidio a tutti, Nole compreso, ma quando hai una qualità nell’impatto di rovescio di livello clamoroso devi fidarti del tuo colpo, e mollare il più spesso possibile l’anticipo diagonale o lungolinea. Se riesci a togliere da subito l’iniziativa a uno come Shapovalov, il resto (ovvero il controllo del palleggio e delle geometrie da fondocampo) diventa ordinaria amministrazione. Occhio a non rischiare troppo con le seconde palle aggressive, contro Shapovalov – che non è Nadal in risposta – non dovrebbe essere necessario, e regalare punti così è sempre pericoloso. Il pubblico sarà in maggioranza favorevole al canadese, ma questo non ha mai costituito un problema per Djokovic, come ha abbondantemente dimostrato proprio sul campo centrale due anni fa.

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US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

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da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

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Montreal, spunti tecnici: Medvedev, essenziale e cattivo per arrivare al top

L’efficienza e l’incisività del tennis di Daniil sono clamorose. E c’è un piccolo personalismo tecnico che fa quasi solo lui

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da Montreal, il nostro inviato

The guy is a machine“, quel tipo è una macchina, ha commentato Nick Kyrgios dopo aver sconfitto di misura Daniil Medvedev per conquistare il titolo di Washington. Non potrei essere più d’accordo col buon vecchio Nick. Il 23enne moscovita che oggi affronterà Nadal nella finale di Montreal, prima volta sia contro Rafa che nell’atto conclusivo di un “1000”, è sinceramente impressionante. La prima cosa che si nota, vedendolo giocare da vicino, è che il ragazzo è enorme. 1,98 per 85 chili, stesse misure di Alexander Zverev e Marin Cilic, per capirci, eppure finchè non sei a due metri da lui non te ne rendi conto, si muove talmente bene da sembrare decisamente più piccolo, soprattutto se visto in televisione. E poi inizia il bombardamento.

La “macchina Medvedev” è totalmente strutturata per essere efficiente al massimo livello possibile, niente fronzoli, nessuna concessione al cosiddetto “bello stile” (bello rispetto a cosa, poi? Che il tennis non sia una gara di tuffi o uno spettacolo di danza si spera che sia chiaro a tutti). La palla gli viaggia a velocità spaventosa, siamo dalle parti proprio di Kyrgios (o Del Potro, o del picchiatore che volete) come potenza e rapidità dei colpi, sia il servizio, che il dritto, che il rovescio. Vediamocelo insieme direttamente dal “court level” del centrale della “Coupe Rogers”, per poi svelare anche un dettaglio tecnico quasi unico, un modo di gestire il cambio di impugnatura peculiare di Daniil assolutamente personale. Ma andiamo con ordine.

 

Qui sopra, la sequenza di un dritto lungolinea eseguito dopo un passo laterale, open stance, in piena spinta, con impatto in sospensione. Da notare, ed è la caratteristica tecnica principale di Daniil, la linearità, sia del backswing che della successiva sbracciata a colpire. La racchetta va giusta giusta più su della testa del giocatore, e poi rimane al livello delle spalle (e della palla) fino alla fine del follow-through. Bum!, queste sono fucilate che non tornano.

Qui sopra, alcune esecuzioni del dritto su palle a diverse altezze, partendo dall’inizio della preparazione. Da notare, in alto, come Daniil porti la testa della racchetta in avanti verso la palla in arrivo, sotto come l’assetto braccio-racchetta sia sempre perfettamente allineato con la palla stessa, che sia bassa, all’altezza dei fianchi, oppure alta. Semplice, composto, senza sprecare una virgola di energia cinetica e di spinta. Va ancora meglio, se possibile, analizzando il rovescio.

Qui sopra ho evidenziato con la riga gialla i tre momenti “base” dell’esecuzione, ovvero l’apice del backswing, il movimento a colpire, e il finale (prima del rilascio conclusivo che porterà la racchetta dietro le spalle, ma lì ormai è inerzia pura, non c’è più conduzione volontaria dell’attrezzo da parte del giocatore). Anche qui, credo che la pulizia geometrica del colpo parli da sola, nulla da commentare, c’è solo rimanere ammirati nel veder partire la fiondata.

Ancora qualche immagine, di rovesci diversi, per meglio evidenziare quanto sia preciso il movimento di Daniil. Da notare, in alto a sinistra, la bella decontrazione del saltello di approccio in ricerca della palla, per un ragazzone di questa stazza è tanta roba “steppare” con leggerezza simile.

Qui sopra, per completezza, un paio di volée , niente male (potrebbe usare di più e meglio il gioco a rete, a mio avviso, ma si potrebbe dire lo stesso del 90% dei professionisti di oggi), e il servizio. Di nuovo, un gesto completamente privo di movimenti inutili, semplice, con tutte le leve utilizzate in modo corretto, nè più, nè meno. E son botte serie, come i suoi avversari sanno bene.

Ma veniamo, per concludere, alla cosetta un po’ speciale di cui vi accennavo prima. Ecco un breve video tratto sempre dallo stesso allenamento.

Prima a velocità normale, poi in slo-mo per farlo capire bene da due prospettive, vediamo che Daniil, quando passa dalla sua impugnatura semiwestern di dritto “leggera”, non troppo caricata, alla Federer e Berdych insomma, alla classica combinazione continental/eastern del rovescio bimane, lo fa girando la racchetta in senso antiorario, ovvero al contrario! Questo significa che Medvedev colpisce la palla, sia di dritto che di rovescio, con la stessa faccia delle racchetta, il che è rarissimo (lo faceva per esempio Alberto Berasategui, ma per un motivo totalmente diverso, ovvero il grip full-western di dritto che gli faceva portare la racchetta in avanti già girata dall’altra parte).

Alla fine del video, però, per colpire un rovescio in uscita dal servizio, vediamo Daniil effettuare un cambio di impugnatura standard, con racchetta girata “in avanti”, o in senso orario, come fanno tutti insomma. Probabilmente, l’inerzia del movimento di battuta che porta naturalmente la testa della racchetta in basso a sinistra rende più semplice e naturale il cambio di grip standard. Resta il fatto che questo fenomeno è in grado, a livello e soprattutto velocità da tennis professionistico, di ruotare indifferentemente il piatto corde e l’impugnatura in un verso oppure nell’altro, a seconda delle situazioni di gioco. Ci vogliono una destrezza manuale, una sensibilità, un istinto e un tocco straordinari a dire poco, altro che “picchia la palla e basta”.

In definitiva, l’amico Medvedev è l’ultimo rappresentante di quelli che alcuni definiscono “brutti anatroccoli”, per i movimenti nel complesso meno armonici ed eleganti di altri, ma ragazzi, chi se ne frega, se spari vincenti semipiatti da ogni angolo del campo con facilità disarmante. Immaginate la pulizia cinetica e scolastica di Andreas Seppi, unita al talento coordinativo personale nel gestire le leve lunghe, per esempio, di un Florian Mayer (quanto ci manca!), che produce missili come il miglior Berdych. Il tutto condito dalla corretta dose (negli ultimi tempi si è giustamente dato una regolata) di cattiveria e arroganza agonistica. Questo è Daniil Medvedev, signori. A mio avviso, nei prossimi anni dovranno farci i conti tutti.

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