AO 2016, spunti tecnici: Hingis, l'ultima Maestra di un tennis che non c'è più

(S)punti Tecnici

AO 2016, spunti tecnici: Hingis, l’ultima Maestra di un tennis che non c’è più

La svizzera Martina Hingis, ex numero uno del mondo, è attualmente la miglior doppista WTA. I suoi fondamentali sono un esempio di perfezione della tecnica classica, ormai quasi estinta

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La storia di Martina Hingis è nota, ma ogni tanto vale sempre la pena di ricordarla almeno a grandi linee. Si può dire che la fuoriclasse di origini cecoslovacche (che DNA per il tennis che hanno da quelle parti!), nata il 30 settembre 1980, ed emigrata in svizzera a sette anni, abbia avuto tre carriere. La prima, dai 14 ai 22 anni, l’ha vista frantumare quasi ogni record di precocità, e non solo: più giovane campionessa Slam – in assoluto – di sempre (Wimbledon 1996 in doppio con Helena Suková, aveva 15 anni e 9 mesi), più giovane campionessa Slam – in singolare – del ventesimo secolo (Australian Open 1997, 16 anni e 3 mesi), più giovane numero uno del mondo di sempre (marzo 1997, 16 anni e mezzo), più giovane campionessa di Wimbledon (sempre 1997) in singolare dai tempi di Lottie Dod – era il 1887, 110 anni prima, terza donna nella storia a essere numero uno sia in singolo che in doppio, quarta della storia a realizzare il Grande Slam in doppio (Australian Open con Mirjana Lučić, gli altri tre con Jana Novotnà) , queste ultime due imprese risalgono al 1998, aveva 17 anni.

Nel 2001 comincia ad accusare una serie di problemi fisici, alle articolazioni delle caviglie, si sottopone a intervento chirurgico, ma a inizio 2003, ha 22 anni, annuncia il ritiro dal tennis, dopo 76 titoli (40 in singolo di cui 5 Slam – tre Australian open, un Wimbledon e uno US Open, due finali al Roland Garros, 9 Slam di doppio, 3/4 di Grande Slam in singolo nel 1997). Curiosità, nel frattempo – gennaio 2001 – vince la Hopman Cup per la svizzera in coppia con Roger Federer, un bel doppietto misto direi, che avremo tutti la fortuna di rivedere alle Olimpiadi in agosto quest’anno.

Tra il 2006 e il 2007 rientra nel circuito con risultati più che discreti, arriva a numero 7 WTA, vince gli Internazionali d’Italia e Tokio, fa quarti al Roland Garros e agli Australian Open, e batte Maria Sharapova, Flavia Pennetta, Venus Williams, Li Na tra le altre. La sua ultima partita in singolare in uno Slam la perde al terzo turno degli US Open del 2007 da una giovane Victoria Azarenka.
Nel novembre di quell’anno arriva la controversa squalifica per una minima quantità di un metabolite della cocaina, la concentrazione trovata era talmente bassa che per esempio non sarebbe stata nemmeno rilevata dai test effettuati nei severissimi controlli delle forze armate USA sui propri effettivi, Martina si appella (avendo probabilmente ragione) a una possibile contaminazione di laboratorio, ma subisce ugualmente una squalifica di due anni, che di fatto pone fine alla “carriera numero due” della Hingis, almeno in singolare.

 

Nel 2013 il secondo rientro, come specialista del doppio, fino al ritorno in vetta alla classifica mondiale della specialità, in coppia con Daniela Hantuchova, Flavia Pennetta, Sabine Lisicki e infine (e siamo ai giorni nostrri) Sania Mirza, la partner attuale, con cui è arrivata dopo la vittoriosa finale di sabato sera qui a Melbourne a tre slam consecutivi, e una striscia ininterrotta di vittorie che arriva a 36, la terza della storia dopo quella di 44 realizzata nel 1990 da Jana Novotna e Helena Sukova, e la spaventosa serie di 109 successi in fila di Martina Navratilova e Pam Shriver tra il giugno 1983 e il luglio 1985.

Ora Martina è una bella giovane donna di 35 anni, che nel tennis e nella vita ne ha viste di tutti i colori, ma che si diverte ancora da matti – basta vedere le immagini dei suoi match, solo allegria e sorrisi – a girare per il mondo con le sue Yonex, per di più vincendo praticamente sempre, anche nel misto. Perchè, banalmente, è quella che forse gioca, dal punto di vista tecnico, meglio di tutte, almeno secondo i canoni di un tennis classico, che privilegia la coordinazione, la pulizia anche scolastica dei gesti, la sensibilità e la fluidità rispetto alla potenza muscolare e alle accelerazioni ottenute dalle leve lunghe e dal peso della struttura fisica, invece che dalla velocità, dall’ampiezza e dalla precisione degli swing. Martina fa viaggiare alla grande soprattutto la racchetta, insomma, non solo il braccio. Esattamente come faceva fino a quattro mesi fa, splendidamente, una che come tecnica esecutiva le somiglia in modo evidentissimo: la nostra Flavia Pennetta.

Entrambe (e per esempio, uno come David Goffin, o Agnieszka Radwanska, anche se la “Maga” pur elegantissima ha esecuzioni più personali) vengono da una “scuola tennis” che purtroppo ormai sta diventando obsoleta: un modo di colpire la palla che parte dalla qualità tecnica del gesto, a cui aggiungere se possibile l’esplosività e la potenza fisica, e non l’esatto contrario come ormai è la norma. C’è una bella differenza tra i tennisti che sono anche atleti, e gli atleti che sono anche tennisti. Ma andiamo a vederla, la nostra maestra di tennis classico: non potevo mancare, sabato scorso, all’allenamento pre-finale di Hingis e Mirza, sul campo 21 di Melbourne Park, a ora di pranzo. Si parla in ogni caso di vent’anni di Storia del tennis, con la “S” maiuscola, rendere omaggio era doveroso.

In testa al pezzo, uno slice bloccato che non ha bisogno di commenti, non c’è un millimetro dell’intero corpo di Martina fuori posizione, immagine da poster.

hingis dritto 2

Qui sopra, una sequenza di dritti che mostra la magnifica e ampia ovalizzazione, come già visto con Goffin una preparazione che parte con testa della racchetta bella alta, e uno swing a colpire che fa scorrere l’attrezzo con fluidità impressionante, fino alla conclusione sopra la spalla opposta, 360° abbondanti, e guardando le ginocchia e i piedi, un ottimo passaggio del peso dalla gamba di caricamento, quella esterna (destra, siamo in open stance, l’impugnatura è una western quasi piena e il finale è un windshield wiper con bella “toppata”, giocare tecnicamente classico mica significa giocare “vintage semipiatto di fianco impugnando eastern”, eh, non dimentichiamolo!) fino ad arrivare all’appoggio della sinistra in conclusione del movimento.

hingis preparazione rovescio

Qui sopra, dai due lati, l’inizio della preparazione del rovescio, sempre racchetta verticale, sempre perfetta la rotazione delle spalle, qui somiglia al rovescio di Flavia davvero tanto.

hingis impatto e finale rovescio

Qui lo sviluppo del movimento, con impatto e finale: bellissimo vedere i piedi nell’immagine a sinistra, in piena proiezione verso il colpo, solo le punte sfiorano il campo, e poi il finale ad accompagnare con il peso la direzione del colpo.

hingis servizio

Qui sopra una sequenza di servizi, la cosa interessante da notare è l’attimo di massimo caricamento con testa della racchetta che va quasi all’altezza del braccio-palla, lo fa in modo molto simile Roger Federer, e poi l’esemplare sviluppo del movimento a colpire con attrezzo slanciato di taglio verso l’impatto e la pronazione finale, massima velocità e nessun momento di “inerzia zero”, cosa che avviene se si verifica la ormai famosa (per chi segue questa rubrica) “manata verso il cielo”, difetto che aveva un tempo Djokovic e purtroppo non si è mai tolta Sara Errani.

hingis metà campo

Qui un chop basso da metà campo ad approcciare la rete, sempre notevole l’equilibrio e la compostezza, e uno schiaffo al volo di rovescio, colpo “moderno” che comunque Martina esegue con sviluppo “classico” del finale, braccia in distensione completa prima della chiusura verso la spalla destra.

hingis dritto

Infine, ancora dritti, in campo più stretto, e come si può notare anche nella sequenza più in alto, guardiamo l’allineamento e la simmetria tra mano-avambraccio destri e sinistri: se lo disegni con autocad non viene più perfetto di così.

In definitiva, il proverbiale “manuale dei fondamentali ambulante”, un libro illustrato di scuola tennis, per un tecnico è roba da sindrome di stendhal, vedere uno dopo l’altro colpi su colpi che sembrano creati in computer grafica tanto sono ineccepibili, dalla punta della racchetta fino all’ultimo centimetro di posizione della mano non dominante, è una pura e semplice favola. Che spero di avere la fortuna di ammirare ancora, e possibilmente a lungo. Splendida Martina.

Gli spunti tecnici precedenti:

Agnieszka Radwanska, la pulizia e l’eleganza dei gesti

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Alta intensità a Indian Wells: Berrettini e Tsitsipas a tutto braccio [VIDEO]

Due ore di pallate tra Matteo e Stefanos, spettacolo di potenza sul campo di allenamento

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Matteo Berrettini e Stefanos Tsitsipas, Indian Wells 2022 (foto Ubitennis)

da Indian Wells, il nostro inviato

Poche parole, tante immagini: il modo migliore di apprezzare il tennis, visto da vicinissimo, di due top-player. Nel primo pomeriggio californiano, Matteo Berrettini e Stefanos Tsitsipas sono andati in campo sul “practice court 1” di Indian Wells, e hanno fatto divertire gli spettatori assiepati sulle tribune.
Vi documentiamo l’allenamento dei ragazzi con una serie di video esclusivi, da pochi metri: andiamo a goderceli in compagnia.

Palleggio dal centro, è sempre incredibile vedere come si muove un omone come Berrettini:

 

Sale il ritmo:

La palla schiocca, le scarpe fischiano:

Open stance piena, pallate una dietro l’altra:

Dall’altra parte della rete, non scherza nemmeno Stefanos:

Si comincia coi diagonaloni di dritto:

Matteo non si fa pregare, e in quattro botte costringe Tsitsipas alla steccata:

Si provano i colpi in chiusura, siamo verso la fine della sessione:

Per finire la carrellata, prima le cose belle di Stefanos col rovescio a una mano:

E poi la specialità di casa Berrettini, servizio e due drittoni:

Un gran bel pomeriggio di sport al massimo livello, tra il numero 5 e il numero 6 del mondo: la competizione sta appena iniziando, ma nel “Paradiso del tennis” le cose sono già interessantissime e appassionanti.
Per quello che abbiamo potuto vedere, anche parlandone un attimo con Matteo e Vincenzo Santopadre, il nostro miglior giocatore sembra stare bene, ha tirato senza paura, speriamo che possa disputare un buon torneo.

Spunti tecnici: il segreto del dritto di Berrettini
Spunti tecnici: Tsitsipas, forse abbiamo trovato un nuovo Airone

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Spunti tecnici: Sinner, decontrazione e scioltezza

Jannik è forse il miglior colpitore puro che il tennis italiano abbia mai visto. Velocità di palla altissima, fluidità totale

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Non era mai successo che il tennis azzurro contasse due giocatori contemporaneamente tra i primi 10 della classifica mondiale come accaduto fino alla settimana scorsa. Così come non era mai successo, tra gli italiani, quello che ha realizzato nel 2021 Jannik Sinner, 20 anni, ovvero vincere ben 4 tornei ATP in una stagione (i “250” di Melbourne, Sofia e Anversa, e il “500” di Washinghton, più una finale Masters 1000 persa a Miami). Il giovane ex sciatore della Val Pusteria sta vivendo, da ormai un paio d’anni, un percorso di progresso tecnico e tattico a tratti esaltante, meritatamente condito da vittorie di peso e una conseguente scalata verso i piani alti del nostro sport, dove ha raggiunto Matteo Berrettini, che sta facendo sognare i tifosi non solo nostrani.

La cifra del gioco di Sinner, tennista modernissimo come impostazione tecnico tattica, è la qualità del palleggio aggressivo da fondocampo. Dritto e rovescio di Jannik sono fucilate in costante accelerazione, con una capacità fenomenale di creare velocità di palla da ogni angolo del campo. Come ci riesce il nostro campione? Andiamo ad analizzarlo, ringraziando l’imprescindibile Vanni Gibertini per i video e le immagini originali ed esclusive di Ubitennis direttamente realizzate da Indian Wells nell’ottobre 2021. Iniziamo con un video rallentato, dove possiamo apprezzare due dritti e un rovescio.

Quello che salta subito all’occhio, oltre alla generale compostezza della postura e dell’equilibrio, è la facilità con cui Jannik fa scorrere la testa della racchetta attraverso la palla, senza perderne minimamente il controllo. Andando a osservare con attenzione alcuni “frame” tratti dallo stesso filmato, possiamo notare la caratteristica speciale degli swing di Sinner: il giocatore è talmente decontratto da far finire l’attrezzo praticamente nello stesso punto, ben alto e dietro le spalle, da cui ha iniziato il movimento a colpire.

 

Questa ampiezza dell’ovalizzazione non è un dettaglio peculiare di Jannik, è tecnica abbastanza standard, quello che risulta straordinario nel caso dell’azzurro è che di norma uno swing così sciolto, in gergo si direbbe “a tutto braccio”, viene “lasciato andare” così tanto nel momento in cui si vuole produrre un’accelerazione vincente, alla massima velocità possibile, con tutti i rischi di errore annessi. Sinner, invece, lo fa in ogni singolo colpo, botta dopo botta, mantenendo percentuali altissime di successo, ed è da questo che deriva la sensazione di ritmo impossibile da reggere che tanti dei suoi avversari hanno provato e poi raccontato dopo averlo affrontato.
Andando a vedere i frame, la stessa cosa avviene dal lato del rovescio.

Rovescio che è il colpo più naturale di Jannik, anche se a ben vedere i progressi degli ultimi tempi hanno portato anche il dritto a essere un’arma di pari efficacia. La caratteristica principale del colpo bimane di Sinner è l’estrema semplicità della preparazione, un “backswing” eseguito praticamente in linea, un po’ come nel caso di Daniil Medvedev. Molto differente rispetto, per esempio, all’ovalizzazione più “rotonda” di uno come Alexander Zverev, nessuna delle due tecniche esecutive è migliore o peggiore dell’altra, sono solo personalismi coordinativi. Vediamo il confronto qui sotto, con un’immagine di Sascha sempre da Indian Wells, la differenza di altezza della testa della racchetta all’apice del backswing è chiarissima.

La preparazione con ovalizzazione facilita un minimo l’accelerazione della testa della racchetta, che viene “aiutata” dal percorso bello tondeggiante che va a effettuare (come nel caso di praticamente tutti i dritti standard), mentre quella in linea, a patto di avere la scioltezza di braccia necessaria per far viaggiare l’attezzo, rende più semplice andare a impattare “attraversando la palla”, con poca rotazione, e altissima rapidità del colpo. Lo vediamo dall’inizio alla fine qui sotto.

L’intero movimento, dal backswing fino all’impatto, vede la testa della racchetta di Jannik che non va più in alto rispetto alla linea delle spalle, e non viene portata più in basso dei fianchi, rimanendo in un “binario” di poche decine di centimetri in verticale. L’accompagnamento finale, sempre composto e con la racchetta che segue la direzione della palla prima del già commentato, scioltissimo “wrap” (avvolgimento delle braccia) sopra la spalla opposta, conclude un’esecuzione a dir poco spettacolare.

Dal binario di cui sopra partono gli autentici treni, lungolinea e incrociati, con cui il rovescio di Sinner fa a fette il campo e di conseguenza gli avversari.
Riassumendo, con i fondamentali al rimbalzo, siamo davanti a una macchina lanciamissili che ha pochi eguali nel circuito, paragonabile a quello che era Tomas Berdych (ma con maggiori margini a mio avviso), e per quanto riguarda il rovescio, l’eccellenza è assoluta, al livello dei migliori di tutti, come i citati Zverev e Medvedev. Forse solo il bimane del grande Novak Djokovic, attualmente, potrebbe farsi preferire a quello di Sinner, ma per una questione di varietà tattica di soluzioni che deriva dall’esperienza del fuoriclasse, non certo per qualità tecnica in senso stretto.
A partire dallo scorso anno Jannik sta lavorando molto per migliorare il servizio, che è un colpo ben eseguito e che produce bella velocità, ma a volte tende a non ottenere sufficienti percentuali e angoli efficaci. Il problema (relativo, parlando di livelli simili) appare in gran parte risolto, certo Sinner è difficile che si trasformi in un bombardiere alla Berrettini, ma se riesce ad ottenere un congruo bottino di punti diretti, e negli altri casi a comandare lo scambio scatenando il pazzesco ritmo da fondo analizzato prima, va benissimo così. Lo vediamo qui sotto:

Esecuzione assolutamente corretta, ottimo impatto, si può notare che Sinner tende a rimanere molto verticale con relativa minore uscita dell’anca in avanti, e di conseguenza azione del piano delle spalle meno accentuata, ma anche qui siamo davanti a caratteristiche coordinative personali, quello che conta è la sensazione e la sicurezza nel colpo che può sentire solo il giocatore stesso. Nel corso dell’ultimo anno Jannik è passato dalla tecnica foot-up, cioè con il piede posteriore che fa un passo in avanti a raggiungere quello anteriore, a quella foot-back, con i piedi entrambi a terra in fase di caricamento. Di solito in questo modo si può regolarizzare il lancio di palla, e pare che per Sinner la cosa funzioni. Ormai le prime palle vanno spesso a 200 kmh e anche di più, le seconde non sono facili da aggredire, e oltre a questo ricordiamo che la fase di evoluzione tecnica del giocatore non è ancora conclusa. In ogni caso, è stata raggiunta l’elite del tennis mondiale, se poi immaginiamo ulteriori margini di miglioramento anche tattici, come la capacità di chiudere a rete con angoli e soprattutto tempi di esecuzione sempre più efficaci, il futuro non potrà che riservarci soddisfazioni che attendevamo tutti da una vita.

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ATP Finals – Spunti Tecnici: Matteo Berrettini e il dritto che fa male anche ai top-players

SPONSORIZZATO – Per non parlare del servizio… Gli straordinari risultati del testimonial Lotto, consolidato ATP Top 10, dipendono in gran parte dal binomio dritto servizio

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photo @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

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Tecnicamente, stando in campo con Matteo Berrettini, che si prepara a giocare le ATP Finals per la seconda volta in carriera (record per il tennis italiano maschile, come l’esaltante finale raggiunta sull’erba di Londra), è molto interessante vedere quanto i colpi dell’azzurro sponsorizzato da Lotto Sport Italia siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività.

Il dritto è uno dei più potenti e carichi di top-spin del Tour, parole di Novak Djokovic, una botta paragonabile a quella di Juan Martin del Potro, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice (con rotazione all’indietro) è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo agli Slam con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils dopo averci perso a New York due anni fa. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, un paio di esecuzioni del dritto in open stance, postura frontale, il classico “sventaglio” con cui l’italiano martella a ritmo altissimo da ogni angolo del campo. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

 

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione del piatto corde, con postura perfettamente composta, come si può apprezzare nella seconda immagine. Notevole la capacità di andare basso con le ginocchia, data la stazza del giocatore. La rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra (sequenza originale ed esclusiva di Ubitennis da Indian Wells), il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, con presa leggerissima, sono caratteristiche personali di Matteo. Decontrazione totale, che produce una frustata con pochi eguali nel circuito. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto, difettuccio veniale ma presente fino a tre anni fa, è sparito, Matteo va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

In conclusione, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, con successo viste le vittorie, e il “pacchetto” è completo.

Terzo anno chiuso in top-10 ATP, titoli prestigiosi come al Queen’s Club, soddisfazioni personali come la convocazione per il team Europa alla Laver Cup, e il sogno della finale di Wimbledon: Matteo Berrettini è arrivato tra i grandi del tennis, e ha intenzione di rimanerci a lungo.

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