AO 2016, spunti tecnici: Hingis, l'ultima Maestra di un tennis che non c'è più

(S)punti Tecnici

AO 2016, spunti tecnici: Hingis, l’ultima Maestra di un tennis che non c’è più

La svizzera Martina Hingis, ex numero uno del mondo, è attualmente la miglior doppista WTA. I suoi fondamentali sono un esempio di perfezione della tecnica classica, ormai quasi estinta

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La storia di Martina Hingis è nota, ma ogni tanto vale sempre la pena di ricordarla almeno a grandi linee. Si può dire che la fuoriclasse di origini cecoslovacche (che DNA per il tennis che hanno da quelle parti!), nata il 30 settembre 1980, ed emigrata in svizzera a sette anni, abbia avuto tre carriere. La prima, dai 14 ai 22 anni, l’ha vista frantumare quasi ogni record di precocità, e non solo: più giovane campionessa Slam – in assoluto – di sempre (Wimbledon 1996 in doppio con Helena Suková, aveva 15 anni e 9 mesi), più giovane campionessa Slam – in singolare – del ventesimo secolo (Australian Open 1997, 16 anni e 3 mesi), più giovane numero uno del mondo di sempre (marzo 1997, 16 anni e mezzo), più giovane campionessa di Wimbledon (sempre 1997) in singolare dai tempi di Lottie Dod – era il 1887, 110 anni prima, terza donna nella storia a essere numero uno sia in singolo che in doppio, quarta della storia a realizzare il Grande Slam in doppio (Australian Open con Mirjana Lučić, gli altri tre con Jana Novotnà) , queste ultime due imprese risalgono al 1998, aveva 17 anni.

Nel 2001 comincia ad accusare una serie di problemi fisici, alle articolazioni delle caviglie, si sottopone a intervento chirurgico, ma a inizio 2003, ha 22 anni, annuncia il ritiro dal tennis, dopo 76 titoli (40 in singolo di cui 5 Slam – tre Australian open, un Wimbledon e uno US Open, due finali al Roland Garros, 9 Slam di doppio, 3/4 di Grande Slam in singolo nel 1997). Curiosità, nel frattempo – gennaio 2001 – vince la Hopman Cup per la svizzera in coppia con Roger Federer, un bel doppietto misto direi, che avremo tutti la fortuna di rivedere alle Olimpiadi in agosto quest’anno.

Tra il 2006 e il 2007 rientra nel circuito con risultati più che discreti, arriva a numero 7 WTA, vince gli Internazionali d’Italia e Tokio, fa quarti al Roland Garros e agli Australian Open, e batte Maria Sharapova, Flavia Pennetta, Venus Williams, Li Na tra le altre. La sua ultima partita in singolare in uno Slam la perde al terzo turno degli US Open del 2007 da una giovane Victoria Azarenka.
Nel novembre di quell’anno arriva la controversa squalifica per una minima quantità di un metabolite della cocaina, la concentrazione trovata era talmente bassa che per esempio non sarebbe stata nemmeno rilevata dai test effettuati nei severissimi controlli delle forze armate USA sui propri effettivi, Martina si appella (avendo probabilmente ragione) a una possibile contaminazione di laboratorio, ma subisce ugualmente una squalifica di due anni, che di fatto pone fine alla “carriera numero due” della Hingis, almeno in singolare.

 

Nel 2013 il secondo rientro, come specialista del doppio, fino al ritorno in vetta alla classifica mondiale della specialità, in coppia con Daniela Hantuchova, Flavia Pennetta, Sabine Lisicki e infine (e siamo ai giorni nostrri) Sania Mirza, la partner attuale, con cui è arrivata dopo la vittoriosa finale di sabato sera qui a Melbourne a tre slam consecutivi, e una striscia ininterrotta di vittorie che arriva a 36, la terza della storia dopo quella di 44 realizzata nel 1990 da Jana Novotna e Helena Sukova, e la spaventosa serie di 109 successi in fila di Martina Navratilova e Pam Shriver tra il giugno 1983 e il luglio 1985.

Ora Martina è una bella giovane donna di 35 anni, che nel tennis e nella vita ne ha viste di tutti i colori, ma che si diverte ancora da matti – basta vedere le immagini dei suoi match, solo allegria e sorrisi – a girare per il mondo con le sue Yonex, per di più vincendo praticamente sempre, anche nel misto. Perchè, banalmente, è quella che forse gioca, dal punto di vista tecnico, meglio di tutte, almeno secondo i canoni di un tennis classico, che privilegia la coordinazione, la pulizia anche scolastica dei gesti, la sensibilità e la fluidità rispetto alla potenza muscolare e alle accelerazioni ottenute dalle leve lunghe e dal peso della struttura fisica, invece che dalla velocità, dall’ampiezza e dalla precisione degli swing. Martina fa viaggiare alla grande soprattutto la racchetta, insomma, non solo il braccio. Esattamente come faceva fino a quattro mesi fa, splendidamente, una che come tecnica esecutiva le somiglia in modo evidentissimo: la nostra Flavia Pennetta.

Entrambe (e per esempio, uno come David Goffin, o Agnieszka Radwanska, anche se la “Maga” pur elegantissima ha esecuzioni più personali) vengono da una “scuola tennis” che purtroppo ormai sta diventando obsoleta: un modo di colpire la palla che parte dalla qualità tecnica del gesto, a cui aggiungere se possibile l’esplosività e la potenza fisica, e non l’esatto contrario come ormai è la norma. C’è una bella differenza tra i tennisti che sono anche atleti, e gli atleti che sono anche tennisti. Ma andiamo a vederla, la nostra maestra di tennis classico: non potevo mancare, sabato scorso, all’allenamento pre-finale di Hingis e Mirza, sul campo 21 di Melbourne Park, a ora di pranzo. Si parla in ogni caso di vent’anni di Storia del tennis, con la “S” maiuscola, rendere omaggio era doveroso.

In testa al pezzo, uno slice bloccato che non ha bisogno di commenti, non c’è un millimetro dell’intero corpo di Martina fuori posizione, immagine da poster.

hingis dritto 2

Qui sopra, una sequenza di dritti che mostra la magnifica e ampia ovalizzazione, come già visto con Goffin una preparazione che parte con testa della racchetta bella alta, e uno swing a colpire che fa scorrere l’attrezzo con fluidità impressionante, fino alla conclusione sopra la spalla opposta, 360° abbondanti, e guardando le ginocchia e i piedi, un ottimo passaggio del peso dalla gamba di caricamento, quella esterna (destra, siamo in open stance, l’impugnatura è una western quasi piena e il finale è un windshield wiper con bella “toppata”, giocare tecnicamente classico mica significa giocare “vintage semipiatto di fianco impugnando eastern”, eh, non dimentichiamolo!) fino ad arrivare all’appoggio della sinistra in conclusione del movimento.

hingis preparazione rovescio

Qui sopra, dai due lati, l’inizio della preparazione del rovescio, sempre racchetta verticale, sempre perfetta la rotazione delle spalle, qui somiglia al rovescio di Flavia davvero tanto.

hingis impatto e finale rovescio

Qui lo sviluppo del movimento, con impatto e finale: bellissimo vedere i piedi nell’immagine a sinistra, in piena proiezione verso il colpo, solo le punte sfiorano il campo, e poi il finale ad accompagnare con il peso la direzione del colpo.

hingis servizio

Qui sopra una sequenza di servizi, la cosa interessante da notare è l’attimo di massimo caricamento con testa della racchetta che va quasi all’altezza del braccio-palla, lo fa in modo molto simile Roger Federer, e poi l’esemplare sviluppo del movimento a colpire con attrezzo slanciato di taglio verso l’impatto e la pronazione finale, massima velocità e nessun momento di “inerzia zero”, cosa che avviene se si verifica la ormai famosa (per chi segue questa rubrica) “manata verso il cielo”, difetto che aveva un tempo Djokovic e purtroppo non si è mai tolta Sara Errani.

hingis metà campo

Qui un chop basso da metà campo ad approcciare la rete, sempre notevole l’equilibrio e la compostezza, e uno schiaffo al volo di rovescio, colpo “moderno” che comunque Martina esegue con sviluppo “classico” del finale, braccia in distensione completa prima della chiusura verso la spalla destra.

hingis dritto

Infine, ancora dritti, in campo più stretto, e come si può notare anche nella sequenza più in alto, guardiamo l’allineamento e la simmetria tra mano-avambraccio destri e sinistri: se lo disegni con autocad non viene più perfetto di così.

In definitiva, il proverbiale “manuale dei fondamentali ambulante”, un libro illustrato di scuola tennis, per un tecnico è roba da sindrome di stendhal, vedere uno dopo l’altro colpi su colpi che sembrano creati in computer grafica tanto sono ineccepibili, dalla punta della racchetta fino all’ultimo centimetro di posizione della mano non dominante, è una pura e semplice favola. Che spero di avere la fortuna di ammirare ancora, e possibilmente a lungo. Splendida Martina.

Gli spunti tecnici precedenti:

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Wimbledon, uno sguardo tecnico: cosa deve fare Berrettini per battere Hurkacz

Preview tecnica delle semifinali maschili: per Berrettini saranno fondamentali servizio e slice di rovescio, Hurkacz dovrà… rispondere. Le speranze di Shapovalov? Sbracciare come non ci fosse un domani

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Edward Whitaker)

In occasione delle semifinali maschili di Wimbledon, con la storica presenza di Matteo Berrettini, tornano le preview tecniche di Luca Baldissera – purtroppo non da bordo campo, a causa delle difficoltà attuale indotte dalla pandemia. Ma Luca conta di tornare a scrivere presto anche dal campo!


Djokovic contro tutti? Il “mantra” di questi ultimi giorni di torneo, quando i contendenti per il singolare maschile sono rimasti in quattro, sembra essere quello. Da un lato il supercampione, che dà costantemente l’impressione di viaggiare con il “cruise control“; dall’altro tre giovanotti di belle, se non bellissime, speranze. Che potrebbero arrivare a realizzarsi proprio qui a Church Road, chissà, anche se appare onestamente molto difficile. Ma andiamo con ordine, cosa possiamo aspettarci oggi pomeriggio?

Matteo Berrettini vs Hubert Hurkacz

Cosa deve fare Matteo per vincere: testa bassa, e fiducia totale nelle sue armi migliori, che possono essere devastanti per chiunque. Il servizio, innanzitutto, con le straordinarie percentuali di unreturned serves“, le palle che non tornano, dato assai più importante e significativo degli ace, dovrà mantenere l’efficacia mostrata finora. Siamo poco sotto al 50% in 5 partite, prime e seconde aggregate, tantissima roba, in cima alla classifica di questa statistica. Se poi qualcosa dall’altro lato della rete effettivamente ritornerà, entra in azione il dritto, che è una cannonata di velocità e pesantezza molto superiori a qualunque accelerazione dell’avversario. Si entra nello scambio? Allora ecco lo slice di rovescio, sempre interpretato come arma tattica che consenta poi di girarsi e mettere in azione il drittone di cui sopra. Tutto molto semplice tatticamente per Berrettini, dipenderà da lui e dalle percentuali che saprà realizzare.

 

Cosa deve fare Hubert per vincere: rispondere, rispondere, rispondere. Se vieni travolto dal bombardamento di Matteo non hai scampo, i suoi turni di battuta durano poco, e tu vai in affanno anche quando tocca a te servire, sapendo di non poterti permettere la minima sbavatura. Attenzione a non attaccare con troppa disinvoltura il rovescio dell’italiano, che è capace di giocare slice bassi e insidiosi, ma il pallino del gioco deve essere tuo. Tre-quattro colpi al massimo e poi via dentro, sfruttando la qualità dei due fondamentali. In un match del genere, come fosse un duello nel vecchio west, vince chi estrae la pistola e spara per primo. Purtroppo per Hurkacz, il calibro di Berrettini appare di poco superiore.

Novak Djokovic vs Denis Shapovalov

Cosa deve fare Denis per vincere: sbracciare a tutto campo come non ci fosse un domani (anche perché, se non ci riesce, il “domani tennistico” non ci sarà di sicuro). Ricordarsi del 13 maggio a Roma, quando fece soffrire Rafa Nadal per tre ore e mezza, sciorinando un tennis d’attacco di esplosività formidabile. Quando un tipo come Shapovalov decide di spaccare la palla, sono guai per tutti, Djokovic compreso. Ma gli alti e bassi di rendimento tipici del canadese, uno come Khachanov (per esempio) te li perdona, Novak no. Lo schema dritto mancino (e servizio) a spostare lateralmente l’avversario, seguito dall’accelerazione incrociata dall’altra parte può essere letale, specialmente se eseguita con l’anticipo di rovescio. Il problema, per Denis, è che anche tutto questo potrebbe non bastare, visto il mostro di continuità che si troverà davanti. Ma questo non deve impedirgli di provarci con tutta la convinzione possibile. Come lui stesso ha detto, in fondo si parte sempre da 0-0.

Denis Shapovalov – Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Cosa deve fare Novak per vincere: presentarsi in campo (ok, scherzo). Il buon vecchio Djoker, per vincere, dovrà “semplicemente” alzare un minimo i suoi standard di rendimento soprattutto in risposta, e ricordarsi del primo set in assoluto giocato (e perso) in questo torneo dal giovane inglese Draper. I servizi mancini danno fastidio a tutti, Nole compreso, ma quando hai una qualità nell’impatto di rovescio di livello clamoroso devi fidarti del tuo colpo, e mollare il più spesso possibile l’anticipo diagonale o lungolinea. Se riesci a togliere da subito l’iniziativa a uno come Shapovalov, il resto (ovvero il controllo del palleggio e delle geometrie da fondocampo) diventa ordinaria amministrazione. Occhio a non rischiare troppo con le seconde palle aggressive, contro Shapovalov – che non è Nadal in risposta – non dovrebbe essere necessario, e regalare punti così è sempre pericoloso. Il pubblico sarà in maggioranza favorevole al canadese, ma questo non ha mai costituito un problema per Djokovic, come ha abbondantemente dimostrato proprio sul campo centrale due anni fa.

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US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

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da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

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Montreal, spunti tecnici: Medvedev, essenziale e cattivo per arrivare al top

L’efficienza e l’incisività del tennis di Daniil sono clamorose. E c’è un piccolo personalismo tecnico che fa quasi solo lui

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da Montreal, il nostro inviato

The guy is a machine“, quel tipo è una macchina, ha commentato Nick Kyrgios dopo aver sconfitto di misura Daniil Medvedev per conquistare il titolo di Washington. Non potrei essere più d’accordo col buon vecchio Nick. Il 23enne moscovita che oggi affronterà Nadal nella finale di Montreal, prima volta sia contro Rafa che nell’atto conclusivo di un “1000”, è sinceramente impressionante. La prima cosa che si nota, vedendolo giocare da vicino, è che il ragazzo è enorme. 1,98 per 85 chili, stesse misure di Alexander Zverev e Marin Cilic, per capirci, eppure finchè non sei a due metri da lui non te ne rendi conto, si muove talmente bene da sembrare decisamente più piccolo, soprattutto se visto in televisione. E poi inizia il bombardamento.

La “macchina Medvedev” è totalmente strutturata per essere efficiente al massimo livello possibile, niente fronzoli, nessuna concessione al cosiddetto “bello stile” (bello rispetto a cosa, poi? Che il tennis non sia una gara di tuffi o uno spettacolo di danza si spera che sia chiaro a tutti). La palla gli viaggia a velocità spaventosa, siamo dalle parti proprio di Kyrgios (o Del Potro, o del picchiatore che volete) come potenza e rapidità dei colpi, sia il servizio, che il dritto, che il rovescio. Vediamocelo insieme direttamente dal “court level” del centrale della “Coupe Rogers”, per poi svelare anche un dettaglio tecnico quasi unico, un modo di gestire il cambio di impugnatura peculiare di Daniil assolutamente personale. Ma andiamo con ordine.

 

Qui sopra, la sequenza di un dritto lungolinea eseguito dopo un passo laterale, open stance, in piena spinta, con impatto in sospensione. Da notare, ed è la caratteristica tecnica principale di Daniil, la linearità, sia del backswing che della successiva sbracciata a colpire. La racchetta va giusta giusta più su della testa del giocatore, e poi rimane al livello delle spalle (e della palla) fino alla fine del follow-through. Bum!, queste sono fucilate che non tornano.

Qui sopra, alcune esecuzioni del dritto su palle a diverse altezze, partendo dall’inizio della preparazione. Da notare, in alto, come Daniil porti la testa della racchetta in avanti verso la palla in arrivo, sotto come l’assetto braccio-racchetta sia sempre perfettamente allineato con la palla stessa, che sia bassa, all’altezza dei fianchi, oppure alta. Semplice, composto, senza sprecare una virgola di energia cinetica e di spinta. Va ancora meglio, se possibile, analizzando il rovescio.

Qui sopra ho evidenziato con la riga gialla i tre momenti “base” dell’esecuzione, ovvero l’apice del backswing, il movimento a colpire, e il finale (prima del rilascio conclusivo che porterà la racchetta dietro le spalle, ma lì ormai è inerzia pura, non c’è più conduzione volontaria dell’attrezzo da parte del giocatore). Anche qui, credo che la pulizia geometrica del colpo parli da sola, nulla da commentare, c’è solo rimanere ammirati nel veder partire la fiondata.

Ancora qualche immagine, di rovesci diversi, per meglio evidenziare quanto sia preciso il movimento di Daniil. Da notare, in alto a sinistra, la bella decontrazione del saltello di approccio in ricerca della palla, per un ragazzone di questa stazza è tanta roba “steppare” con leggerezza simile.

Qui sopra, per completezza, un paio di volée , niente male (potrebbe usare di più e meglio il gioco a rete, a mio avviso, ma si potrebbe dire lo stesso del 90% dei professionisti di oggi), e il servizio. Di nuovo, un gesto completamente privo di movimenti inutili, semplice, con tutte le leve utilizzate in modo corretto, nè più, nè meno. E son botte serie, come i suoi avversari sanno bene.

Ma veniamo, per concludere, alla cosetta un po’ speciale di cui vi accennavo prima. Ecco un breve video tratto sempre dallo stesso allenamento.

Prima a velocità normale, poi in slo-mo per farlo capire bene da due prospettive, vediamo che Daniil, quando passa dalla sua impugnatura semiwestern di dritto “leggera”, non troppo caricata, alla Federer e Berdych insomma, alla classica combinazione continental/eastern del rovescio bimane, lo fa girando la racchetta in senso antiorario, ovvero al contrario! Questo significa che Medvedev colpisce la palla, sia di dritto che di rovescio, con la stessa faccia delle racchetta, il che è rarissimo (lo faceva per esempio Alberto Berasategui, ma per un motivo totalmente diverso, ovvero il grip full-western di dritto che gli faceva portare la racchetta in avanti già girata dall’altra parte).

Alla fine del video, però, per colpire un rovescio in uscita dal servizio, vediamo Daniil effettuare un cambio di impugnatura standard, con racchetta girata “in avanti”, o in senso orario, come fanno tutti insomma. Probabilmente, l’inerzia del movimento di battuta che porta naturalmente la testa della racchetta in basso a sinistra rende più semplice e naturale il cambio di grip standard. Resta il fatto che questo fenomeno è in grado, a livello e soprattutto velocità da tennis professionistico, di ruotare indifferentemente il piatto corde e l’impugnatura in un verso oppure nell’altro, a seconda delle situazioni di gioco. Ci vogliono una destrezza manuale, una sensibilità, un istinto e un tocco straordinari a dire poco, altro che “picchia la palla e basta”.

In definitiva, l’amico Medvedev è l’ultimo rappresentante di quelli che alcuni definiscono “brutti anatroccoli”, per i movimenti nel complesso meno armonici ed eleganti di altri, ma ragazzi, chi se ne frega, se spari vincenti semipiatti da ogni angolo del campo con facilità disarmante. Immaginate la pulizia cinetica e scolastica di Andreas Seppi, unita al talento coordinativo personale nel gestire le leve lunghe, per esempio, di un Florian Mayer (quanto ci manca!), che produce missili come il miglior Berdych. Il tutto condito dalla corretta dose (negli ultimi tempi si è giustamente dato una regolata) di cattiveria e arroganza agonistica. Questo è Daniil Medvedev, signori. A mio avviso, nei prossimi anni dovranno farci i conti tutti.

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