(S)punti tecnici: i numeri degli AO 2016, la tattica e la strategia, il gioco moderno

(S)punti Tecnici

(S)punti tecnici: i numeri degli AO 2016, la tattica e la strategia, il gioco moderno

Errori e vincenti, gioco da fondo e a rete, scambi lunghi e corti, dritti e rovesci, serve&volley: le statistiche degli Australian Open forniscono indicazioni interessanti, e i risultati non sono affatto scontati

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L’analista Craig O’Shannessy, che compila i “recap” quotidiani sui risultati dei match sul sito ufficiale degli Australian Open, di Wimbledon, dell’ATP e della WTA, è un esperto di “strategy analysis” del tennis, ed è stato consigliere-coach tra gli altri di Kevin Anderson, Amer Delic, Dustin Brown (quando battè Nadal a Wimbledon), ha recentemente pubblicato un riassunto generale di tutti i numeri e tutte le statistiche principali tratti dai tabelloni maschili e femminili del primo Slam dell’anno, una panoramica estremamente interessante che comprende ogni match di singolare giocato a Melbourne nelle scorse settimane (254 in totale). Come vedremo, il quadro tecnico-tattico che ne emerge, e vista la mole di dati presa in esame e la completezza del campione di riferimento va considerato una fotografia, anche se non del tutto attendibile statisticamente, comunque fedele e oggettiva del gioco e degli esiti delle diverse scelte strategiche viste sui campi, non è proprio quello che ci si aspetterebbe basandosi sulle sensazioni “a pelle” avute assistendo alle partite. Come detto non si tratta certamente di un’analisi ortodossa dal punto di vista della statistica, che richiederebbe molti altri dati specifici sulla distribuzione dei numeri valutati, sugli scarti dalla media, sulla numerosità degli eventi considerati, eccetera, ma cionondimeno i valori quelli sono, ed è interessante provare a interpretarli.

Gli errori contano molto più dei vincenti

Tra i maschi, nei 127 match esaminati, il 64% dei punti si sono conclusi con un errore, e il 36% con un vincente. Stessa situazione tra le donne, con errori al 67% e vincenti al 33%. Fin qui, dato non sorprendente, che illustra bene la tendenza alla ricerca di solidità, continuità e pressione del tennis di oggi: i colpi vincenti non rappresentano che un terzo dei punti che un giocatore professionista moderno si porta a casa.

 

Da fondocampo e basta, però, non si vince

Ma il dato successivo, e qui le cose si fanno interessanti, ci dice che da fondocampo (da fondocampo nel senso letterale del termine, non genericamente con i rimbalzi) gli uomini hanno vinto in media (media tra tutti i giocatori) il 46% dei punti, le donne il 48%. Decisamente ci si poteva aspettare una percentuale ben più alta, abbondantemente superiore al 50%.

Perfino i due campioni Novak Djokovic e Angelique Kerber, che fanno della solidità nel palleggio la cifra del loro gioco, non sono andati granchè sopra la media generale, con Nole che ha vinto da fondo il 54% dei punti, e Angie che è arrivata al 52%. Non stiamo certo parlando di due attaccanti che aggrediscono la rete in avanzamento appena possono, come ben sappiamo, eppure con il solo ritmo, le sole pallate e la sola difesa non hanno conquistato che poco più di metà del bottino di punti che alla fine li ha portati a vincere il torneo.

E questo significa che in realtà i “veri pallettari” di una volta, quelli che davvero correvano e rimettevano in campo e basta, non ci sono più: perfino i “maestri della continuità” Djokovic e Kerber hanno vinto quasi metà dei punti con colpi aggressivi che provocavano gli errori avversari, o con vincenti diretti, attacchi, accelerazioni e anticipi da tutte le altre zone del campo, non necessariamente le volée, ma nemmeno le semplici rimesse in gioco difensive da dietro. In definitiva, oggi si picchia tanto e con successo, lo spettacolo potrà pure essere monocorde e poco vario rispetto a una volta, ma almeno la palla sono costretti a giocarla e aggredirla tutti, non possono più solo rimetterla in gioco, perchè gli salirebbero sopra in due colpi e li sbatterebbero fuori campo definitivamente.

A rete, invece, vanno sorprendentemente bene un po’ tutti

A proposito di gioco al volo, altra statistica inaspettata, soprattutto nel dato: si sa che ormai a rete spesso ci si va a punto quasi fatto, e una percentuale positiva di realizzazione nei pressi del net era da aspettarsela, ma non certo il clamoroso 67% di punti vinti, numero identico sia per gli uomini che per le donne. Quasi 7 volte su 10 chi si è presentato a volleare ha fatto il punto! Combinando il risultato con la statistica precedente, che ci ricorda come da fondo la percentuale di vittoria dei punti è ben sotto la metà di quelli giocati, l’indicazione è chiarissima: anche per i professionisti moderni, se una palla è al 50%, più o meno a metà campo diciamo, e la scelta è tra spingerla e seguirla a rete oppure restare sui rimbalzi, conviene sempre, in termini di percentuali di successo nello scambio, andare avanti in proiezione verso la rete e provare a chiudere al volo.

Gli scambi brevi sono meglio

Convenzionalmente, nelle analisi statistiche dell’andamento delle partite, si usa dividere gli scambi in tre categorie di lunghezza: da 0 a 4 colpi, da 5 a 9, e oltre i 9. Al riguardo è stato analizzato l’andamento nell’intero torneo del solo Djokovic, immagino che la mole di dati che avrebbe significato recuperare quelli di ogni giocatore sarebbe stata improponibile. Ma Novak, a parte essere il vincitore e il numero uno, è un buonissimo esempio di giocatore moderno dal punto di vista tecnico-tattico, e i suoi numeri possono senz’altro fornire indicazioni attendibili.

Ebbene, il “robot da fondocampo”, quello che “sfinisce gli avversari con la solidità”, quello che “ha più resistenza e non si stanca mai”, si è attestato con i punti a +123 (493 vinti / 370 persi) negli scambi brevi, da 0-4 colpi, a +39 (191 vinti /152 persi) in quelli medi, da 5-8 colpi, e solo a +28 (152 vinti / 124 persi) nei cosiddetti scambi lunghi, superiori ai 9 colpi.

Insomma, perfino per un tipo come Djokovic, più si allunga lo scambio, meno sono le probabilità di portare a casa il punto (non meno probabilità rispetto all’avversario in quel momento ovviamente, di meno rispetto al modo di giocare tutti i punti del match in generale). L’indicazione che se ne ricava, e che ho avuto abbondantemente modo di osservare da vicino a Melbourne, è che ormai, tennis relegato alla pressione da fondo o meno, l’aspetto più determinante e di conseguenza allenato ad alto livello sono i colpi di inizio gioco, ora più che mai. Servizio e risposta, praticamente, valgono come tutto il resto del bagaglio tecnico messo insieme.

Il dritto conta tanto più del rovescio

Qui nulla di sorprendente, anche se il conforto dei numeri è sempre una buona cosa per supportare le analisi tecniche, tattiche e strategiche. Come avevamo esaurientemente già illustrato, nel tennis moderno il dritto è il colpo di gran lunga più decisivo, quello che si usa per fare davvero male all’avversario, e il rovescio per quanto buono, che sia bimane o a una mano, non potrà mai competere in termini di efficacia con il colpo giocato dal lato dell’arto dominante, per questioni di biomeccanica e soprattutto geometria.

Le statistiche degli Australian Open 2016 sono chiarissime in questo senso: tra gli uomini, un bel 68% di vicenti con il dritto, e il 32% con il rovescio, tra le donne, 64% vincenti di dritto, 36% di rovescio. La metafora più efficace, nel duello che si svolge sul campo da tennis, è di paragonare il rovescio allo scudo, e il dritto alla spada: con lo scudo tieni e difendi (per lo più), con la spada aggredisci e attacchi.

Il serve&volley è ancora vivo

Infine, un ultimo dato che anche se certamente influenzato dal numero di volte in assoluto in cui questa tattica è stata messa in atto, ovvero non con continuità, è decisamente indicativo: tra gli uomini, l’esito delle combinazioni serve&volley, con colpi al volo giocati in proiezione a rete seguendo direttamente il servizio, è stato positivo nel 67% dei casi (molto alta questa percentuale), tra le donne i serve&volley vincenti sono stati il 62%. Insomma, non è certo una scelta percorribile il precipitarsi in attacco dietro alla battuta sempre e comunque come un tempo, ma anche oggi, le volte in cui lo si fa, magari a ragion veduta e con l’accortezza di piazzare bene l’angolo e la rotazione del servizio, si portano a casa parecchi punti anche senza essere degli specialisti. E pure questa è stata una cosa che durante le innumerevoli ore passate gironzolando tra un campo di allenamento e l’altro ho avuto modo di notare: come detto, molta, molta attenzione ai colpi di inizio gioco, ma anche alle volée e soprattutto parecchio lavoro sul posizionamento a coprire bene gli angoli in attacco, e sui tempi della proiezione a rete. Servire e volleare rimane un’opzione “in più”, non può essere la base del gioco, ma è un “jolly” utilissimo da piazzare nei momenti giusti. Un buon esempio è il modo in cui Raonic è arrivato fino in semifinale a Melbourne, e se non si fosse infortunato chissà come sarebbe finita con Murray: nel match con lo scozzese, Milos è andato a rete 74 volte, molte di queste dietro al servizio, e ha fatto 50 punti (su 149 conquistati in totale, uno su tre quindi), contro uno dei migliori ribattitori del circuito. Ovviamente avere a disposizione la strepitosa “bomba” del canadese aiuta non poco, ma sta di fatto che erano anni che non si vedeva ad alti livelli Slam un giocatore che scendesse a giocarsela al volo con tanta regolarità e successo.

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US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

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da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

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Montreal, spunti tecnici: Medvedev, essenziale e cattivo per arrivare al top

L’efficienza e l’incisività del tennis di Daniil sono clamorose. E c’è un piccolo personalismo tecnico che fa quasi solo lui

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da Montreal, il nostro inviato

The guy is a machine“, quel tipo è una macchina, ha commentato Nick Kyrgios dopo aver sconfitto di misura Daniil Medvedev per conquistare il titolo di Washington. Non potrei essere più d’accordo col buon vecchio Nick. Il 23enne moscovita che oggi affronterà Nadal nella finale di Montreal, prima volta sia contro Rafa che nell’atto conclusivo di un “1000”, è sinceramente impressionante. La prima cosa che si nota, vedendolo giocare da vicino, è che il ragazzo è enorme. 1,98 per 85 chili, stesse misure di Alexander Zverev e Marin Cilic, per capirci, eppure finchè non sei a due metri da lui non te ne rendi conto, si muove talmente bene da sembrare decisamente più piccolo, soprattutto se visto in televisione. E poi inizia il bombardamento.

La “macchina Medvedev” è totalmente strutturata per essere efficiente al massimo livello possibile, niente fronzoli, nessuna concessione al cosiddetto “bello stile” (bello rispetto a cosa, poi? Che il tennis non sia una gara di tuffi o uno spettacolo di danza si spera che sia chiaro a tutti). La palla gli viaggia a velocità spaventosa, siamo dalle parti proprio di Kyrgios (o Del Potro, o del picchiatore che volete) come potenza e rapidità dei colpi, sia il servizio, che il dritto, che il rovescio. Vediamocelo insieme direttamente dal “court level” del centrale della “Coupe Rogers”, per poi svelare anche un dettaglio tecnico quasi unico, un modo di gestire il cambio di impugnatura peculiare di Daniil assolutamente personale. Ma andiamo con ordine.

 

Qui sopra, la sequenza di un dritto lungolinea eseguito dopo un passo laterale, open stance, in piena spinta, con impatto in sospensione. Da notare, ed è la caratteristica tecnica principale di Daniil, la linearità, sia del backswing che della successiva sbracciata a colpire. La racchetta va giusta giusta più su della testa del giocatore, e poi rimane al livello delle spalle (e della palla) fino alla fine del follow-through. Bum!, queste sono fucilate che non tornano.

Qui sopra, alcune esecuzioni del dritto su palle a diverse altezze, partendo dall’inizio della preparazione. Da notare, in alto, come Daniil porti la testa della racchetta in avanti verso la palla in arrivo, sotto come l’assetto braccio-racchetta sia sempre perfettamente allineato con la palla stessa, che sia bassa, all’altezza dei fianchi, oppure alta. Semplice, composto, senza sprecare una virgola di energia cinetica e di spinta. Va ancora meglio, se possibile, analizzando il rovescio.

Qui sopra ho evidenziato con la riga gialla i tre momenti “base” dell’esecuzione, ovvero l’apice del backswing, il movimento a colpire, e il finale (prima del rilascio conclusivo che porterà la racchetta dietro le spalle, ma lì ormai è inerzia pura, non c’è più conduzione volontaria dell’attrezzo da parte del giocatore). Anche qui, credo che la pulizia geometrica del colpo parli da sola, nulla da commentare, c’è solo rimanere ammirati nel veder partire la fiondata.

Ancora qualche immagine, di rovesci diversi, per meglio evidenziare quanto sia preciso il movimento di Daniil. Da notare, in alto a sinistra, la bella decontrazione del saltello di approccio in ricerca della palla, per un ragazzone di questa stazza è tanta roba “steppare” con leggerezza simile.

Qui sopra, per completezza, un paio di volée , niente male (potrebbe usare di più e meglio il gioco a rete, a mio avviso, ma si potrebbe dire lo stesso del 90% dei professionisti di oggi), e il servizio. Di nuovo, un gesto completamente privo di movimenti inutili, semplice, con tutte le leve utilizzate in modo corretto, nè più, nè meno. E son botte serie, come i suoi avversari sanno bene.

Ma veniamo, per concludere, alla cosetta un po’ speciale di cui vi accennavo prima. Ecco un breve video tratto sempre dallo stesso allenamento.

Prima a velocità normale, poi in slo-mo per farlo capire bene da due prospettive, vediamo che Daniil, quando passa dalla sua impugnatura semiwestern di dritto “leggera”, non troppo caricata, alla Federer e Berdych insomma, alla classica combinazione continental/eastern del rovescio bimane, lo fa girando la racchetta in senso antiorario, ovvero al contrario! Questo significa che Medvedev colpisce la palla, sia di dritto che di rovescio, con la stessa faccia delle racchetta, il che è rarissimo (lo faceva per esempio Alberto Berasategui, ma per un motivo totalmente diverso, ovvero il grip full-western di dritto che gli faceva portare la racchetta in avanti già girata dall’altra parte).

Alla fine del video, però, per colpire un rovescio in uscita dal servizio, vediamo Daniil effettuare un cambio di impugnatura standard, con racchetta girata “in avanti”, o in senso orario, come fanno tutti insomma. Probabilmente, l’inerzia del movimento di battuta che porta naturalmente la testa della racchetta in basso a sinistra rende più semplice e naturale il cambio di grip standard. Resta il fatto che questo fenomeno è in grado, a livello e soprattutto velocità da tennis professionistico, di ruotare indifferentemente il piatto corde e l’impugnatura in un verso oppure nell’altro, a seconda delle situazioni di gioco. Ci vogliono una destrezza manuale, una sensibilità, un istinto e un tocco straordinari a dire poco, altro che “picchia la palla e basta”.

In definitiva, l’amico Medvedev è l’ultimo rappresentante di quelli che alcuni definiscono “brutti anatroccoli”, per i movimenti nel complesso meno armonici ed eleganti di altri, ma ragazzi, chi se ne frega, se spari vincenti semipiatti da ogni angolo del campo con facilità disarmante. Immaginate la pulizia cinetica e scolastica di Andreas Seppi, unita al talento coordinativo personale nel gestire le leve lunghe, per esempio, di un Florian Mayer (quanto ci manca!), che produce missili come il miglior Berdych. Il tutto condito dalla corretta dose (negli ultimi tempi si è giustamente dato una regolata) di cattiveria e arroganza agonistica. Questo è Daniil Medvedev, signori. A mio avviso, nei prossimi anni dovranno farci i conti tutti.

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Montreal, spunti tecnici: bentornato, Andy Murray

Bello rivedere in campo un campione che temevamo perduto. Analisi della sua esemplare tecnica della risposta al servizio, in vista del ritorno in singolare a Cincinnati

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da Montreal, il nostro inviato

Onestamente, dopo la gran paura che fece prendere a tutti noi a Melbourne quest’anno, scrivere di Sir Andy Murray è un autentico piacere. All’indomani dell’annuncio della partecipazione al Masters 1000 di Cincinnati in singolare, segno che dopo la rischiosa operazione all’anca si sente definitivamente bene, andiamo a vedere insieme uno dei gesti tecnici da sempre migliori del campione britannico: la risposta al servizio. In particolare, è molto interessante analizzare il gioco di gambe di Andy nella proiezione verso la palla, il footwork in generale di Murray è magnifico.

Nel breve video qui sopra, prima una risposta di rovescio, poi una di dritto. Dal vivo e da vicino, una delle cose che più colpiscono di Andy sono le sue caratteristiche movenze felpate, va verso la palla in modo morbido ed elastico, come fosse un gattone. In particolare, nel passaggio del peso dal primo passo lungo in avanzamento allo split step frontale, che successivamente lo proietterà a sinistra o a destra. Diamo un’occhiata più in dettaglio ai frames tratti dallo stesso filmato.

 

Cose belle belle: il timing nello step, che lo fa praticamente fluttuare verso gli appoggi finali, la coordinazione perfetta della rotazione busto spalle, contemporanea alla proiezione in avanti-sinistra della gamba opposta (la destra), il gesto della mano di richiamo (la sinistra) a “tenere su” la testa della racchetta per compensare un attimo di ritardo nello swing (gli stava servendo a tutta Marin Cilic, quindi botte non indifferenti). Che bravo. Vediamo il lato del dritto.

Cose belle belle: sempre la leggerezza unita alla potenza e alla precisione degli appoggi, la gestione dell’asse di equilibrio (Andy sta su perfetto come un filo a piombo dall’inizio alla fine dell’esecuzione, anche in semi-allungo laterale su uno slice di Cilic, che non è uno scherzo), e soprattutto il passo in dinamica della gamba opposta (la sinistra), ancora più evidente che dal lato del rovescio. Il motivo, ovviamente, è che non essendoci il busto di mezzo, l’allungo è superiore, il che comporta la necessità di un passo e di un successivo appoggio più avanzato e largo per compensare la sbracciata mantenendo centrale il peso. Una vera lezione, coach Andy, grazie davvero.

Qui sopra, infine, un altro paio di rovesci in palleggio (a sinistra Andy è uno spettacolo), uno slice e un diagonale in corsa. Un vero piacere guardarlo.

Personalmente, ho sempre mantenuto un salutare distacco dai fanatismi tennistici, e sto pure imparando ad accettare che pressoché qualsiasi cosa io scriva, ci sarà qualcuno che si lamenta perché a suo dire non ho elogiato a sufficienza Federer, Nadal o Djokovic, o vattelapesca. Vabbè, son dinamiche anche psicologiche davanti a cui mi arrendo. Parlando di Andy Murray, però, specialmente in occasione di questo suo rientro, lo dichiaro da ora: io per Muzza farò il tifo contro chiunque giochi, ma tifo vero, di quelli che si esulta al doppio fallo dell’avversario.

Perché se lo merita, se lo si conosce un minimo personalmente è un ragazzo che definire cordiale e simpatico è poco, perché a livello di carattere e apertura mentale (questo lo potete verificare anche senza essere addetti ai lavori, basta scorrere i suoi profili social) è uno da cui una marea di gente avrebbe solo da imparare. Nel frattempo, a proposito di imparare, riguardo alla tecnica del gioco di gambe nella risposta al servizio in avanzamento, le immagini sono lì sopra.

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