Una diciottenne fra le prime 50 del mondo: Daria Kasatkina

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Una diciottenne fra le prime 50 del mondo: Daria Kasatkina

Dopo alcuni anni con pochi ricambi all’altezza, Daria Kasatkina insieme a Margarita Gasparyan ed Elizaveta Kulichkova sta provando a rinverdire i fasti del tennis russo

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Probabilmente qualche giorno fa avete letto su Ubitennis una notizia interessante: nella classifica WTA sono tornate tre diciottenni tra le prime cinquanta; non accadeva dal 2009. Si tratta di Belinda Bencic, Jelena Ostapenko e Daria Kasatkina, nate fra il marzo e il giugno 1997.
Non è facile interpretare questi fenomeni e capire perché alcune annate di giovani promesse non riescono a produrre valide professioniste, mentre altre invece sì, e soprattutto così precocemente. Forse una spiegazione si può rintracciare nell’incrocio tra qualità e quantità: quando cioè tra le junior si trovano contemporaneamente più tenniste di valore, la possibilità di stimolarsi reciprocamente (anche incontrandosi l’una con l’altra) finisce per alzare il loro livello, producendo un circolo virtuoso che le migliora e le rende più forti in vista nel passaggio nella WTA.

Se ad esempio seguiamo questo stralcio di match tra Kasatkina e Bencic del maggio 2013 non si può non rimanere ammirati dalla qualità di gioco di quelle che allora erano due sedicenni da pochi giorni (Kasatkina è nata il 7 maggio 1997, Bencic, il 10 marzo).


L’aspetto che rende particolarmente interessante Daria Kasatkina è l’essere parte contemporaneamente di due fenomeni degni di nota: oltre a quello descritto sopra (cioè quello delle teenager in grado di farsi strada rapidamente nel ranking) appartiene al gruppo di nuove leve russe che stanno cercando di rinverdire i fasti della generazione del decennio scorso, capace di vincere Slam e rimanere stabilmente ai vertici della classifica mondiale. Di quella formidabile schiera di giocatrici oggi rimangono Sharapova e Kuznetsova; successivamente solo Pavlyuchenkova ha scalato le classifiche da teenager, mentre Kleybanova è stata sfortunatissima (fermata dal linfoma di Hodgkin) e Makarova è maturata molto più tardi.
Dopo un periodo di mancanza di ricambi, nelle ultime due stagioni si sono affacciate cinque giocatrici interessanti. Le prime due, Putintseva e Gavrilova, sono “emigrate” altrove (Kazakhistan e Australia) ma le altre stanno cominciando a far parlare di sé: sono Gasparyan (21 anni, è nata nel 1994), Kulichkova (19 anni, è del 1996) e appunto Kasatkina (18 anni).

 

Kulichkova e Kasatkina hanno spesso percorso insieme la parte più recente di carriera tennistica, a partire dalla Fed Cup giovanile del 2012; e tutte e due hanno vinto uno Slam junior nel 2014: Australian Open per Kulichkova, Roland Garros per Kasatkina. Negli anni sono diventate amicissime, supporto reciproco nelle difficoltà di viaggi e tornei; e se si seguono le loro pagine “social” si vede quanto spesso siano insieme nelle situazioni più diverse. Una amicizia a prova di passioni tennistiche, visto che Kulichkova è tifosissima di Federer, mentre Kasatkina è nadaliana di ferro.

Va sottolineato che la crescita degli ultimi talenti è avvenuta malgrado le difficoltà economiche del tennis russo, senza più i finanziamenti che alla fine del millennio scorso avevano contribuito al reclutamento e alla formazione della prima ondata di grandi giocatrici. Si capisce quindi perché Putintseva e Gavrilova abbiano rinunciato a rappresentare sportivamente il loro paese di origine, in favore di nazioni disposte ad aiutarle economicamente e tecnicamente. Oggi le giovani giocatrici devono trovare le risorse da sole, e crescere cercando ognuna il proprio percorso.
Al termine degli Australian Open 2015 (vinti da Serena in finale su Sharapova) il presidente della federazione tennis russa Tarpischev aveva dichiarato: “Una futura Sharapova? Sono preoccupato, perché ad esempio le ultime due vincitrici di Slam junior, Kulichkova e Kasatkina, a causa nei nostri problemi finanziari ricevono poco o nulla, e devono quindi contare soltanto su loro stesse. Senza poter offrire loro dei contratti abbiamo il 90% di possibilità di perderle”.
E con quel “perderle” si può intendere sia non riuscire a sfondare per mancanza di aiuti tecnici all’altezza, sia il rischio che la grande promessa si rivolga ad altre nazioni. E infatti, senza rinunciare a giocare per la Russia, anche Kasatkina per crescere tecnicamente si è trasferita all’estero, in Slovacchia.

Nata a Togliatti, ha cominciato a giocare a tennis a sei anni, seguendo sui campi il fratello maggiore. Quando è apparso chiaro che quella più dotata in famiglia era lei, è stato proprio il fratello a convincere i genitori che la sorella minore potesse avere un futuro come tennista. All’inizio ha cominciato ad aiutarla come preparatore atletico; e poi, dopo il primo periodo in cui Daria viaggiava con la mamma, ha allargato le mansioni accompagnandola ai tornei e occupandosi anche della parte logistica.
Ma dopo la vittoria nello Slam Junior, quando Kasatkina ha deciso di dedicarsi ai tornei ITF professionistici, Togliatti è diventata una base troppo periferica e inadeguata, e quindi è stata necessario cercare una soluzione più comoda e soprattutto un aiuto tecnico di livello superiore. Daria non voleva trasferirsi in una grande città, preferiva una piccolo centro in cui tutti i servizi fossero a portata di mano e non si dovesse perdere tempo nel traffico di una metropoli, come ad esempio Mosca.
Così si è presentata da Vladimir Platenik, tecnico slovacco che in passato ha allenato Petrova, Cibulkova, Wickmayer, Pervak e che lavorava vicino a Bratislava, alla Empire tennis academy di Trnava.

In una intervista Platenik ha raccontato perché ha accettato di lavorare con lei. Innanzitutto gli era piaciuto il modo con cui conduceva lo scambio: non il solito tennis monocorde adottato da molte, alla ricerca solo della potenza, ma invece un gioco ricco di variazioni di ritmo e di soluzioni tattiche. Poi aveva apprezzato il modo di colpire di dritto, con un topspin superiore alla media delle coetanee. Infine gli era sembrata una ragazzina molto educata e matura; forse un po’ troppo timida, e che aveva bisogno di credere di più in se stessa e nei suoi mezzi, ma con tante potenzialità.

A metà del 2014 Kasatkina comincia una delle fasi cruciali per una giovane giocatrice: la ricerca dei punti necessari per salire in classifica e poter quindi partecipare ai grandi eventi. Numero 700 in giugno, sale sino al 370 a fine stagione.
Nel 2015 le vittorie si moltiplicano e in luglio è già 156 del mondo: può frequentare le qualificazioni dei tornei WTA. A Bucarest riesce a entrare nel main draw (sconfitta al primo turno da Julia Goerges) e subito dopo a Bad Gastein arriva addirittura ai quarti di finale (sconfitta in tre set da Sara Errani).
Aspetto interessante: sino a quel momento del 2015 ha giocato praticamente solo sulla terra, la superficie su cui ha ottenuto anche da junior i migliori risultati. Ma visto che per la prima volta ha la classifica sufficiente per aspirare a prendere parte ad uno Slam (numero 133 del ranking), anche senza una adeguata preparazione al cemento si iscrive comunque alla qualificazioni degli US Open.

Qui il racconto prende connotati davvero particolari, in cui si intrecciano le vicende personali con quelle più grandi del tennis russo. Superati i primi due turni delle qualificazioni, all’ultimo ostacolo il sorteggio le ha beffardamente riservato come avversaria proprio l’amica del cuore: Elizaveta Kulichkova, che in quel momento è 107 del mondo, e alla seconda esperienza Slam. Kasatkina gioca, e perde (6-2, 6-4). La sua avventura a New York sembra finita; la speranza di prendere parte ad un Major al primo tentativo è sfumata.
Ma in suo aiuto arriva indirettamente un’altra russa, ben più famosa: Maria Sharapova deve dare forfait per un problema alla gamba destra, e così Daria entra in tabellone come lucky loser. Non solo, dato che il sorteggio è ormai avvenuto, si ritrova nella posizione che doveva essere quella della testa di serie numero 3.

Anche il primo turno del torneo “vero” è di quelli particolari: trova l’ex connazionale Daria Gavrilova, ventuno anni, capace di ottimi risultati nel 2015 e con la fama di grande combattente. Ho seguito la seconda parte di quel match e ho imparato in quell’occasione a non sottovalutare le qualità tattiche di Kasatkina: la Daria più giovane allunga gli scambi, offre palle senza peso a Gavrilova, e la lascia nell’incertezza su quali debbano essere le palle da considerare interlocutorie e quali invece quelle che andrebbero attaccate; Gavrilova vacilla nelle scelte: a volte aspetta, a volte spinge, ma spesso va fuori giri; a volte finisce per accorciare le traiettorie e in quei casi è Kasatkina che abbandona il gioco di contenimento e prende l’iniziativa, riuscendo quasi sempre a trovare il vincente.
Ogni scambio si trasforma in una sfida in cui prevale chi si dimostra più intelligente tennisticamente: per questo perdere il punto fa ancora più male. La tensione si accumula e la parte finale diventa una battaglia di nervi durissima; sotto questo aspetto la ricordo come una delle partite più intense di tutto il 2015. E sorprendentemente Kasatkina finisce per vincere (6-2, 4-6, 7-5).

Il secondo turno invece che un match dello Slam, sembra un remake delle partite da junior: avversaria è Ana Konjuh, sette mesi più giovane ma già numero 79 del mondo, che Daria ha affrontato la prima volta addirittura nel febbraio 2012, quando entrambe avevano 14 anni. Kasatkina non ha mai battuto Konjuh tra le junior, ma tra le pro si dimostra più forte: vince in due set (6-4, 6-3) e si guadagna un posto fra le 32 superstiti del torneo.
Il suo US Open si ferma al terzo turno contro Kristina Mladenovic (6-2, 6-3); riconosce di non aver saputo giocare al meglio anche per l’emozione di dover scendere in campo davanti a migliaia di persone (nel Grandstand), esperienza mai vissuta prima.

Ormai Daria ha compiuto un salto di qualità fondamentale. La sua convinzione è cresciuta: dopo Flushing Meadows vince l’importante ITF di Saint Malo e arriva addirittura in semifinale nel Premier di Mosca, partendo dalle qualificazioni e sconfiggendo tra le altre Begu e Suarez Navarro. Finisce l’anno da numero 72 del mondo, con un progresso di 298 posti. E Sports Illustrated la sceglie come “rookie of the year”.

Kasatkina comincia a farsi un nome, e questo vale anche nei confronti delle colleghe. A volte non sono chiari tutti i problemi per chi entra in un nuovo circuito; un esempio? Daria ha raccontato come nei primi tempi il fatto di essere praticamente sconosciuta fosse un serio ostacolo per trovare compagne di allenamento. Le altre tenniste erano restie ad accettare di allenarsi con lei semplicemente perché non la conoscevano abbastanza e temevano che non fosse all’altezza. Una situazione spiacevole ma anche comprensibile.

Ma come gioca Kasatkina? Alta 1,70, non potentissima, ma rapida e coordinata negli spostamenti, sa leggere il gioco ed è molto dotata nelle fasi di difensive. Anche per questo si capisce perché in passato si sia espressa meglio sulla terra battuta, superficie generalmente più favorevole a chi pratica un tennis più tattico.
Dispone di tre fondamentali solidi, ma forse il suo limite è che nessuno di questi è veramente un’arma superiore, almeno sino a oggi. Serve come massimo attorno ai 180 km/h orari, con una prima generalmente tra i 150 e i 170, e seconde non sempre sufficientemente potenti; in compenso dispone di un discreto kick a uscire (quando serve da sinistra).
Secondo il suo coach il rovescio (che esegue a due mani) è il colpo che ha bisogno di più cure e affinamento. Al contrario di quanto accade a molte giocatrici, mi pare soffrire poco i colpi che rimbalzano alti: “sale” bene sulla palla con il dritto e sa anche eseguire il rovescio al salto.

Con queste basi difficilmente può contare di vincere i punti sfondando immediatamente le difese avversarie, deve piuttosto arrivarci attraverso la costruzione di uno scambio articolato. In compenso dispone di un repertorio di colpi di contenimento completo e in generale sa eseguire anche variazioni di qualità rispetto ai colpi base. Gioca un interessante slice di rovescio ad una mano, che sa anche trasformare in una efficace smorzata (prevalentemente incrociata). Ma sa smorzare anche con il dritto, soprattutto dalla posizione inside out. E l’utilizzo del dritto inside out è una variazione costante del suo gioco.

In una recente intervista (min. 12.50 in poi) si è descritta come una giocatrice che sta cercando di modificare la propria indole per diventare più offensiva, abbandonando l’impostazione difensiva che aveva acquisito da giovanissima, quando molto spesso doveva affrontare avversarie fisicamente più forti di lei e quindi per vincere era costretta a fare ricorso ad un gioco molto tattico per ovviare al deficit di potenza che la penalizzava.

Durante l’ultima off-season ha lavorato con straordinaria intensità: prima nella accademia in Slovacchia, poi in trasferta sui monti Tatra concentrandosi sul lavoro in palestra, infine a Miami. È arrivata fino a quattro sessioni di allenamento al giorno (“Il coach è stato crudele” ha raccontato scherzosamente) per migliorarsi sotto tutti gli aspetti: sul piano fisico per diventare più incisiva nei colpi e resistente nello scambio (“Adesso mi sento come una duracell”); ma anche sul piano tecnico-tattico, cercando più spesso di prendere il comando dello scambio e anche la conclusione attraverso i colpi di volo. Sulle volèe ha già compiuto notevoli miglioramenti (a 17-18 anni si può crescere in fretta), che adesso dovrà cercare di consolidare, evitando le giornate negative alle quali ancora può andare incontro.

I risultati di questo lavoro si sono visti nel suo torneo di esordio del 2016 ad Auckland, quando si è permessa il lusso di sconfiggere la campionessa uscente Venus Williams, numero 7 del mondo. Di questa partita ho scelto due colpi “anomali”, che fanno vedere alcune delle sue doti tecniche. Un rovescio in back che lascia sul posto Venus:

https://youtu.be/xavez0ogLSQ?t=334
E un recupero “di polso” di dritto davvero sorprendente:

https://youtu.be/xavez0ogLSQ?t=383

Ribandendo l’ottimo risultato di Flushing Meadows, agli Australian Open 2016 Kasatkina ha di nuovo raggiunto il terzo turno dove è stata fermata da Serena Williams (6-1, 6-1). Daria si è detta fortunata di aver già potuto affrontare due leggende come le sorelle Williams. E ha anche spiegato la differenza tra loro: Venus serve e gioca più piatto, mentre Serena lavora di più la palla, facendola diventare di una pesantezza quasi ingestibile. In più risponde con grande aggressività e quando è necessario sa anche faticare in difesa; per questo fare il punto contro di lei è davvero difficile.

In singolare l’ultimo importante risultato è stata la semifinale di San Pietroburgo, dove è stata fermata da Belinda Bencic (che fino ad oggi non ha mai battuto). Una partita in cui Bencic si è dimostrata più concreta e matura, e capace di giocare meglio i punti importanti. La differenza l’ha fatta soprattutto la capacità di convertire le palle break. Bencic 4 su 7, Kasatkina 1 su 10:

Stats Bencic Kasatkina - S. Pietroburgo 2016

Il match è terminato con un lungo abbraccio e, credo, con il legittimo orgoglio di entrambe, che si sono ritrovate in un importante evento WTA dopo essersi affrontate da ragazzine al torneo di Santa Croce (semifinale) e in finale al trofeo Bonfiglio.

E grazie alla semifinale di San Pietroburgo è arrivato anche il best ranking, numero 45.

È obbligatoria una piccola appendice riservata al doppio. L’anno scorso Kasatkina ha vinto il torneo di Mosca in coppia con una forte ed esperta doppista come Elena Vesnina. In questa stagione hanno raggiunto la semifinale a Doha, ma soprattutto a San Pietroburgo hanno fermato a 41 la striscia di vittorie consecutive di Hingis-Mirza, team che sembrava essere diventato imbattibile.
Per chiudere ecco una foto della coppia russa, scattata con qualche anno di anticipo:

Elena Vesnina e Daria Kasatkina

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Australian Open donne: Serena Williams la più quotata

A 38 anni compiuti, per i bookmaker è ancora la 23 volte campionessa Slam la giocatrice di riferimento nel primo Major degli anni ’20

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Naomi Osaka e Petra Kvitova - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ogni inizio d’anno ho sempre la stessa sensazione: il primo Slam arriva davvero molto presto, quando tutte le protagoniste hanno giocato pochissimo, e il quadro delle loro condizioni di forma è ancora indefinibile. Ma il calendario è questo, e non ci rimane che accettarlo. Per l’imminente Australia Open 2020 direi che al momento i temi principali sono tre.

Il primo non è sportivo ma ambientale: non dipende dal tennis, ma dalla situazione complessiva dell’Australia, alle prese con incendi di una portata senza precedenti. Rimando in proposito all’articolo di questo lunedì su Ubitennis e anche a un articolo uscito l’8 gennaio sul sito del Post e scritto da Giorgio Vacchiano, ricercatore in “Selvicoltura e Pianificazione forestale” dell’Università degli Studi di Milano. Nella mia incompetenza mi è sembrato il pezzo meglio argomentato sulla questione.

Il secondo tema è tennistico, ma è ugualmente una notizia non positiva: il forfait di Bianca Andreescu. L’ultima vincitrice Slam (US Open 2019), campionessa a New York da esordiente ad appena 19 anni, purtroppo non ha recuperato dall’incidente al ginocchio patito durante le WTA Finals. Inevitabile il rinvio a data da destinarsi per il ritorno alla attività agonistica. Ancora una volta Andreescu ha evidenziato la sua fragilità fisica, già emersa nelle passate stagioni. Tanto che viene da domandarsi se sia maggiore il talento tennistico o la delicatezza del suo primo “strumento di lavoro”, vale a dire il suo corpo.

 

Il terzo tema è relativo alla distribuzione delle grandi vittorie fra le diverse generazioni. Sarà interessante scoprire se anche questa stagione si seguirà la tendenza emersa lo scorso anno, con la maggior parte dei grandi titoli vinti da tenniste giovani, al massimo di 23 anni. Se consideriamo i quattro Slam, i nove Premier di riferimento e le Finals, nel 2019 sono sfuggiti alle giovani solo Madrid e Wimbledon (rispettivamente a Bertens e Halep).

Per cominciare vediamo come si presentano al via dello Slam le prime 16 teste di serie (che corrispondono alle prime 17 del ranking, a causa della rinuncia della numero 6 Andreescu).

16. Elise Mertens
Australian Open 2019: 3T, sconfitta da Keys
Miglior risultato in carriera: SF (2018)
Mertens ha scelto di cominciare dalla Cina, giocando a Shenzhen, dove però pur essendo testa di serie numero 3 si è fermata al terzo turno, sconfitta da Rybakina. È impegnata questa settimana a Hobart. Difficile valutare la sua condizione.

Di Elise ricordo il precedente di Melbourne 2018, quando era stata capace di arrivare sino alla semifinale; in parte grazie a un tabellone non impossibile, ma molto per meriti propri. Con il risultato di due anni fa ha dimostrato di non soffrire le alte temperature che spesso caratterizzano l’Australian Open; potrebbe rivelarsi una qualità importante se nelle due settimane del torneo si confermassero le condizioni sperimentate in questi giorni in Australia.

15. Marketa Vondrousova
Aus. Open 2019: 2T, sconfitta da Martic
Miglior risultato: 2T (2018, 2019)
Vondrousova non gioca da Wimbledon 2019 per problemi al polso sinistro (ricordo che Marketa è mancina); dopo il tentativo di seguire una terapia riabilitativa, è stata costretta alla operazione nel settembre dello scorso anno. È iscritta al torneo di Adelaide, dove tornerà a competere per la prima volta dopo l’intervento.

Pochissimo da dire su di lei: è evidente che non si può chiederle alcun risultato in uno Slam che a tutti gli effetti rientra nel periodo di “convalescenza agonistica”. Rimane solo da augurarsi che i problemi fisici siano superati.

14. Sofia Kenin
Aus. Open 2019: 2T, sconfitta da Halep
Miglior risultato: 2T (2019)
Kenin ha iniziato l’anno nel Premier di Brisbane, dove è stata sconfitta al secondo turno in tre set da Naomi Osaka, lasciando però una ottima impressione. Ha deciso di giocare anche ad Adelaide, e quindi ci sarà modo di verificarla ancora.

Lo scorso anno a Melbourne era uscita al secondo turno, dopo aver seriamente impegnato Simona Halep (6-3, 7-6, 6-4); questa volta rispetto al 2019 si presenta da testa di serie e penso abbia i numeri per fare strada. A meno di incroci sfortunati (con qualche mina vagante fuori dalle teste di serie), credo possa raggiungere la seconda settimana dello Slam.

13. Petra Martic
Aus. Open 2019: 3T, sconfitta da Stephens
Miglior risultato: 4T (2018)
Martic ha esordito ad Auckland dove è stata eliminata al secondo turno da Alizè Cornet. L’ho seguita nel match di primo turno (vinto in tre set contro la lucky loser Arconada) e ho avuto la sensazione che fosse molto indietro di condizione: conduceva lo scambio troppo lontana dalla linea di fondo, con difficoltà nel timing sulla palla.

Nello Slam, essendo testa di serie, dovrebbe evitare incroci troppo difficili all’avvio, ma per poter fare strada occorre un deciso miglioramento rispetto alla prestazione in Nuova Zelanda, perché a mio avviso quel livello di tennis non potrebbe garantirle nemmeno di superare i primi ostacoli.

12. Johanna Konta
Aus. Open 2019: 2T, sconfitta da Muguruza
Miglior risultato: SF (2016)
Konta ha aperto la sua stagione a Brisbane, dove ha perso all’esordio contro Strycova in tre set (6-2, 3-6, 6-3). Non è iscritta ad alcun torneo in questa settimana per cui si presenta al via dello Slam con una sola partita ufficiale nelle gambe. Purtroppo non ho seguito il suo unico match, per cui non posso esprimermi sulla sua attuale condizione.

Si può fare una considerazione generale sulle precedenti partecipazioni a Melbourne: è uno Slam nel quale ha dimostrato di trovarsi bene, ed è quasi una giocatrice di casa, visto che Johanna è nata in Australia e ci ha vissuto sino a quando, adolescente, si è trasferita in Inghilterra. Lo scorso anno era uscita al secondo turno, ma al termine di un ottimo match contro Muguruza (6-4, 6-7, 7-5).

11. Aryna Sabalenka
Aus. Open 2019: 3T, sconfitta da Anisimova
Miglior risultato: 3T (2019)
Il primo impegno di Sabalenka è stato in Cina, a Shenzhen, dove difendeva il titolo conquistato nel 2019. Ha però perso al secondo turno, sconfitta a sorpresa da Kristyna Pliskova, la gemella mancina di Karolina. Ora è impegnata ad Adelaide dove troverà un ostacolo non semplice all’esordio (Hsieh Su-Wei).

In vista dell’Australian Open 2020 sulla situazione di Aryna pesano due incognite. La prima è di carattere personale: un mese e mezzo fa ha perso il padre, che aveva appena 44 anni; sarebbe del tutto comprensibile se un lutto del genere avesse inciso sulla preparazione nella off season.. L’altra incognita è legata al curriculum negli Slam: a parte un ottavo di finale a Flushing Meadows nel 2018, non è mai riuscita ad andare oltre il terzo turno in un Major. Dalla numero 11 del mondo ci si aspetta di più.

a pagina 2: Le prime dieci teste di serie

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WTA, chi migliorerà nel 2020?

Anno nuovo in WTA: da Jasmine Paolini ad Amanda Anisimova, le giocatrici che potrebbero crescere in classifica rispetto al 2019. E un augurio per la stagione appena cominciata

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Coco Gauff - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Ormai è quasi una tradizione: per la terza volta ho deciso di aprire il nuovo anno con una serie di previsioni. Previsioni che non sono legate al destino di un singolo match o torneo, ma all’intero rendimento stagionale: si tratta di provare a individuare chi migliorerà in classifica rispetto al 2019.

Ho deciso di farlo anche se lo scorso anno ho potuto seguire meno tennis rispetto al solito, e questo ha comportato sacrificare le partite apparentemente secondarie. E sono proprio questo genere di partite a permettere quella specie di scouting che serve per identificare le giocatrici con possibilità di crescita.

Le potenzialità ancora inespresse si intuiscono per esempio grazie a porzioni di match disputate a un livello sorprendentemente alto, anche se si concludono con una sconfitta. Oppure si intravedono particolari qualità fisico-tecniche, che non sono del tutto sfruttate per immaturità tattica o insicurezza mentale. O semplicemente si assiste a partite perse per incapacità nella chiusura, come spesso avviene quando una giocatrice non è ancora del tutto pronta a certi livelli.

 

Ecco: capita di assistere a situazioni simili una volta; poi magari una seconda volta, e allora si cominciano ad alzare le antenne nei confronti di quella tennista. Ma se durante l’anno si vedono pochi match apparentemente secondari, tutto diventa molto più difficile e aleatorio. Per esempio nel 2019 non sono riuscito a seguire quanto avrei voluto alcune nuove leve russe (o kazake ex russe): Kudermetova, Blinkova, Rybakina. E così ora non ho le idee chiare. Ho apprezzato Kudermetova, ma non so se sarà in grado di spingersi oltre a quanto ha già raggiunto (numero 41 del ranking).

Confessate le mie mancanze, riassumo le regole dell’articolo. Punto primo: il confronto si fa sulla classifica WTA. Punto secondo: i nomi fra cui scegliere sono 100, cioè le prime cento del ranking. Punto terzo: per capire se la previsione è giusta si tratterà di aspettare la fine della stagione 2020 e poi confrontare le posizioni.

Ricordo che la classifica adottata come punto di partenza è quella del 23 dicembre 2019 e non quella che WTA chiama “year end”, che è stata fissata il 4 novembre. La ragione è semplice: visto che da novembre si sono giocati diversi tornei ITF, sarebbe scorretto non tenerne conto. Il ranking del 23 dicembre è l’ultimo utile prima che comincino a essere scalati i punti dei primi tornei WTA di dodici mesi fa (Brisbane, Auckland e Shenzhen).

Ho scelto la soglia delle prime 100, perché andare a pescare senza limiti nelle profondità della classifica renderebbe un po’ troppo facili le scelte. Ricordo per esempio che Sharapova è numero 133 in classifica: le basterà affrontare qualche settimana di tornei da sana per crescere nel ranking. Ed evidentemente non è il senso dell’articolo di oggi.

Chiarito questo, desidero lo stesso esprimere un paio di considerazioni su alcune tenniste oltre la posizione cento e quindi non ”eleggibili”. La prima considerazione è legata alla nuova generazione cinese, che si potrebbe sintetizzare in “Wang & Wang”. Vale a dire Xiyu e Xinyu Wang, le due giocatrici nate nel 2001 che lo scorso anno sono salite attorno alla posizione 150 e che potrebbero essere pronte per affacciarsi in Top 100 (ne ho parlato QUI).

La seconda considerazione è per due giocatrici nate nel 1994 e troppo spesso infortunate. Mi riferisco a Margarita Gasparyan e Anna-Lena Friedsam (numero 103 e 141). Per loro mi auguro soltanto che possano giocare una stagione senza essere martoriate dai guai fisici. Basterebbe questo per tornare a essere protagoniste, visto che possiedono un repertorio tecnico superiore. Entrambe vanno verso i 26 anni e potrebbero essere nel pieno della carriera, se solo la salute le assistesse.

Prima di elencare le scelte del 2020 un’ultima nota. Se per caso qualcuno ha letto l’articolo di inizio 2019 e poi ha perso la verifica di fine stagione, la trova QUI. E adesso cominciamo con i nomi per la prossima stagione. Sono 14.

Camila Giorgi
classifica 23 dicembre: n°100
Il discorso su Camila Giorgi è molto semplice, ed è la replica di quanto fatto due anni fa. Credo che anche per i suoi più feroci detrattori (che non mancano mai di appalesarsi, specie quando le cose non vanno bene) una Giorgi sana non può stazionare attorno al numero 100 del mondo. Per Camila, in sostanza, sarò fondamentale recuperare la salute fisica. Se il polso, che le ha compromesso tanti mesi del 2019, la lascerà in pace e potrà recuperare un minimo di continuità, per me è destinata a risalire in classifica.

Jasmine Paolini
classifica 23 dicembre: n°96
È un anno decisivo per Jasmine Paolini. Nella parte di stagione successiva alla chiusura del ranking ufficiale è entrata fra le prime 100 del mondo (il 4 novembre era ancora numero 117) e ha perfino superato Camila Giorgi, terminando l’anno solare da numero 1 di Italia. Per il 2020 penso ci siano pro e contro. Cominciamo dai contro. Paolini non possiede un fisico e un arsenale di colpi straripanti: significa che ogni quindici se lo deve sudare; affrontare una stagione a livello WTA senza poter contare sui cosiddetti cheap points a lungo andare può essere logorante per fisico e mente. Dovrà dimostrare grande forza di carattere e tenuta atletica.

Ma ci sono anche i pro, che mi spingono a puntare su di lei. Innanzitutto mi convince il suo atteggiamento durante i match, pugnace e deciso. E poi potrebbe cavalcare l’onda dell‘entusiasmo dei traguardi conseguiti, rafforzando la fiducia e scendendo in campo con quel surplus di convinzione che a volte può fare la differenza tra vincere o perdere.

Anastasia Potapova
classifica 23 dicembre: n°92
Scelgo Potapova per la seconda stagione consecutiva. Lo scorso anno si era rivelata una scommessa sbagliata (non era migliorata, dato che era rimasta esattamente alla stessa posizione di inizio stagione). Rimane il fatto che per una giocatrice nata nel marzo 2001 i margini di miglioramento sono potenzialmente notevoli.

Certo per lei il 2020 comincia a essere un passaggio di carriera importante, visto che si presentava come una enfant prodige del tennis junior (numero 1 del mondo a 15 anni appena compiuti), ma dopo essersi spinta rapidamente fra le prime 100 WTA sembra aver trovato difficoltà inattese ad andare oltre. Nel 2019 mi è capitato di seguirla in alcuni match nei quali ha mostrato le prevedibili incertezze mentali che si attribuiscono alle più giovani, con cali di concentrazione improvvisi e occasioni perse in modo sconcertante. Per fare meglio dovrà sicuramente crescere in questi ambiti.

a pagina 2: Le posizioni dalla 90 alla 50

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WTA, diario di un decennio: ultimo capitolo

Undicesimo articolo che conclude la serie dedicata agli anni ’10 in WTA: le vicende di Fed Cup, la geografia degli Slam, le giocatrici del decennio, le partite indimenticabili. E il meglio da Wimbledon

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Bianca Andreescu e Serena Williams - US Open 2019 (via Twitter, @WTA)

Dieci anni di Fed Cup
In questa serie di articoli dedicata agli anni ’10 non mi sono occupato di doppio, perché non avrei avuto il tempo, lo spazio e la competenza per farlo in modo accettabile. Nei pezzi precedenti ho anche trascurato la Fed Cup, soprattutto per un motivo: era complicata da raccontare con il criterio (cronologico) che avevo adottato, visto che si svolge nell’arco di una stagione con lunghi tempi vuoti fra una data e l’altra. Provo a parlarne qui, in estrema sintesi.

Innanzitutto direi che vanno sottolineati due aspetti. Il primo è che con il 2019 è terminata la manifestazione come l’abbiamo conosciuta negli anni recenti. Nel 2020 la formula sarà cambiata, in modo simile alla Coppa Davis maschile. La fase finale si svolgerà in sede unica a Budapest, fra il 14 e il 19 aprile 2020.

Il secondo aspetto è che gli anni ’10 sono stati caratterizzati dal predominio della Repubblica Ceca. Prima con Kvitova e Safarova (più ottime doppiste come Peschke, Hradecka, Hlavackova), poi con il fondamentale inserimento di Karolina Pliskova. Grazie a loro la Repubblica Ceca ha vinto sei edizioni di Fed Cup. E quando le titolari hanno cominciato a disertare alcuni incontri, il team ha trovato forze alternative dotate di esperienza (Strycova) o di gioventù (Siniakova e Vondrousova). E così sono arrivati i successi nel 2011, 2012, 2014, 2015, 2016 e 2018. Qui il match vinto da Pliskova nella finale di Strasburgo del 2016 contro Mladenovic per 6-3, 4-6, 16-14 (no, non è un errore: 16-14):

 

Dietro i sei titoli cechi, i due dell’Italia. La squadra basata su Schiavone, Pennetta, Errani e Vinci ha vinto nel 2010 e 2013, raggiungendo così il quarto successo nell’arco di otto anni, visto che due vittorie appartengono al decennio precedente (2006 e 2009).

Un titolo degli anni ’10 è uscito dall’Europa: gli USA hanno vinto nel 2017, con una formazione che ha schierato Riske, Rogers, Stephens (e Mattek-Sands in doppio) ma soprattutto CoCo Vandeweghe, vero architrave di quel team: imbattuta in stagione e decisiva nella finale contro la Bielorussia.

L’ultima coppa con la vecchia formula si è conclusa qualche settimana fa: finale disputata a Perth tra Australia e Francia. Dopo diversi tentativi mancati negli anni scorsi, ha vinto la Francia di Mladenovic, Garcia, Cornet e Parmentier, sconfiggendo a sorpresa le padrone di casa (Barty, Stosur e Tomljanovic).

Anche se non hanno vinto titoli, credo vadano ricordate almeno altre due squadre. La prima è la Russia, spesso penalizzata dai forfait delle giocatrici di punta. Va ricordato che la federazione ha sofferto di problemi economici tali da non offrire il gettone di presenza a chi rispondeva alle convocazioni, prassi comune in tutte le nazionali più forti. In teoria la Russia avrebbe potuto schierare Sharapova e Kuznetsova, e poi Zvonareva, Pavlyuchenkova, Kirilenko oltre a due singolariste che formavano anche un grande doppio: Makarova e Vesnina. Tre volte finalista nel decennio, soprattutto nel 2011 e 2015 è andata molto vicina al titolo, perso solo nel doppio conclusivo.

La seconda squadra è la Germania, che aveva in Andrea Petkovic l’anima del team, affiancata da compagne di alto livello come Kerber, Lisicki, Goerges (e Groenefeld in doppio). In diverse edizioni le titolari hanno davvero provato ad affermarsi, anche compiendo trasferte disagevoli, ma al dunque è sempre mancato qualcosa. Qui il combattutissimo match fra Kerber e Kvitova (vinto da Kvitova per 7-6, 4-6, 6-4) giocato in occasione della finale del 2014:

Ultima nota, in relazione agli impegni WTA. A volte la Fed Cup ha funzionato per alcune giocatrici da trampolino di lancio per aumentare la fiducia necessaria ad affermarsi anche nei tornei individuali. Penso per esempio a Mladenovic e Garcia nel 2016-7, al salto di qualità di Kiki Bertens dopo la trasferta vittoriosa in Russia nel 2016, o a Sabalenka e Sasnovich dopo aver portato la Bielorussia sino alla finale nel 2017.

a pagina 2: La geografia degli anni ’10

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