Una diciottenne fra le prime 50 del mondo: Daria Kasatkina

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Una diciottenne fra le prime 50 del mondo: Daria Kasatkina

Dopo alcuni anni con pochi ricambi all’altezza, Daria Kasatkina insieme a Margarita Gasparyan ed Elizaveta Kulichkova sta provando a rinverdire i fasti del tennis russo

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Probabilmente qualche giorno fa avete letto su Ubitennis una notizia interessante: nella classifica WTA sono tornate tre diciottenni tra le prime cinquanta; non accadeva dal 2009. Si tratta di Belinda Bencic, Jelena Ostapenko e Daria Kasatkina, nate fra il marzo e il giugno 1997.
Non è facile interpretare questi fenomeni e capire perché alcune annate di giovani promesse non riescono a produrre valide professioniste, mentre altre invece sì, e soprattutto così precocemente. Forse una spiegazione si può rintracciare nell’incrocio tra qualità e quantità: quando cioè tra le junior si trovano contemporaneamente più tenniste di valore, la possibilità di stimolarsi reciprocamente (anche incontrandosi l’una con l’altra) finisce per alzare il loro livello, producendo un circolo virtuoso che le migliora e le rende più forti in vista nel passaggio nella WTA.

Se ad esempio seguiamo questo stralcio di match tra Kasatkina e Bencic del maggio 2013 non si può non rimanere ammirati dalla qualità di gioco di quelle che allora erano due sedicenni da pochi giorni (Kasatkina è nata il 7 maggio 1997, Bencic, il 10 marzo).


L’aspetto che rende particolarmente interessante Daria Kasatkina è l’essere parte contemporaneamente di due fenomeni degni di nota: oltre a quello descritto sopra (cioè quello delle teenager in grado di farsi strada rapidamente nel ranking) appartiene al gruppo di nuove leve russe che stanno cercando di rinverdire i fasti della generazione del decennio scorso, capace di vincere Slam e rimanere stabilmente ai vertici della classifica mondiale. Di quella formidabile schiera di giocatrici oggi rimangono Sharapova e Kuznetsova; successivamente solo Pavlyuchenkova ha scalato le classifiche da teenager, mentre Kleybanova è stata sfortunatissima (fermata dal linfoma di Hodgkin) e Makarova è maturata molto più tardi.
Dopo un periodo di mancanza di ricambi, nelle ultime due stagioni si sono affacciate cinque giocatrici interessanti. Le prime due, Putintseva e Gavrilova, sono “emigrate” altrove (Kazakhistan e Australia) ma le altre stanno cominciando a far parlare di sé: sono Gasparyan (21 anni, è nata nel 1994), Kulichkova (19 anni, è del 1996) e appunto Kasatkina (18 anni).

 

Kulichkova e Kasatkina hanno spesso percorso insieme la parte più recente di carriera tennistica, a partire dalla Fed Cup giovanile del 2012; e tutte e due hanno vinto uno Slam junior nel 2014: Australian Open per Kulichkova, Roland Garros per Kasatkina. Negli anni sono diventate amicissime, supporto reciproco nelle difficoltà di viaggi e tornei; e se si seguono le loro pagine “social” si vede quanto spesso siano insieme nelle situazioni più diverse. Una amicizia a prova di passioni tennistiche, visto che Kulichkova è tifosissima di Federer, mentre Kasatkina è nadaliana di ferro.

Va sottolineato che la crescita degli ultimi talenti è avvenuta malgrado le difficoltà economiche del tennis russo, senza più i finanziamenti che alla fine del millennio scorso avevano contribuito al reclutamento e alla formazione della prima ondata di grandi giocatrici. Si capisce quindi perché Putintseva e Gavrilova abbiano rinunciato a rappresentare sportivamente il loro paese di origine, in favore di nazioni disposte ad aiutarle economicamente e tecnicamente. Oggi le giovani giocatrici devono trovare le risorse da sole, e crescere cercando ognuna il proprio percorso.
Al termine degli Australian Open 2015 (vinti da Serena in finale su Sharapova) il presidente della federazione tennis russa Tarpischev aveva dichiarato: “Una futura Sharapova? Sono preoccupato, perché ad esempio le ultime due vincitrici di Slam junior, Kulichkova e Kasatkina, a causa nei nostri problemi finanziari ricevono poco o nulla, e devono quindi contare soltanto su loro stesse. Senza poter offrire loro dei contratti abbiamo il 90% di possibilità di perderle”.
E con quel “perderle” si può intendere sia non riuscire a sfondare per mancanza di aiuti tecnici all’altezza, sia il rischio che la grande promessa si rivolga ad altre nazioni. E infatti, senza rinunciare a giocare per la Russia, anche Kasatkina per crescere tecnicamente si è trasferita all’estero, in Slovacchia.

Nata a Togliatti, ha cominciato a giocare a tennis a sei anni, seguendo sui campi il fratello maggiore. Quando è apparso chiaro che quella più dotata in famiglia era lei, è stato proprio il fratello a convincere i genitori che la sorella minore potesse avere un futuro come tennista. All’inizio ha cominciato ad aiutarla come preparatore atletico; e poi, dopo il primo periodo in cui Daria viaggiava con la mamma, ha allargato le mansioni accompagnandola ai tornei e occupandosi anche della parte logistica.
Ma dopo la vittoria nello Slam Junior, quando Kasatkina ha deciso di dedicarsi ai tornei ITF professionistici, Togliatti è diventata una base troppo periferica e inadeguata, e quindi è stata necessario cercare una soluzione più comoda e soprattutto un aiuto tecnico di livello superiore. Daria non voleva trasferirsi in una grande città, preferiva una piccolo centro in cui tutti i servizi fossero a portata di mano e non si dovesse perdere tempo nel traffico di una metropoli, come ad esempio Mosca.
Così si è presentata da Vladimir Platenik, tecnico slovacco che in passato ha allenato Petrova, Cibulkova, Wickmayer, Pervak e che lavorava vicino a Bratislava, alla Empire tennis academy di Trnava.

In una intervista Platenik ha raccontato perché ha accettato di lavorare con lei. Innanzitutto gli era piaciuto il modo con cui conduceva lo scambio: non il solito tennis monocorde adottato da molte, alla ricerca solo della potenza, ma invece un gioco ricco di variazioni di ritmo e di soluzioni tattiche. Poi aveva apprezzato il modo di colpire di dritto, con un topspin superiore alla media delle coetanee. Infine gli era sembrata una ragazzina molto educata e matura; forse un po’ troppo timida, e che aveva bisogno di credere di più in se stessa e nei suoi mezzi, ma con tante potenzialità.

A metà del 2014 Kasatkina comincia una delle fasi cruciali per una giovane giocatrice: la ricerca dei punti necessari per salire in classifica e poter quindi partecipare ai grandi eventi. Numero 700 in giugno, sale sino al 370 a fine stagione.
Nel 2015 le vittorie si moltiplicano e in luglio è già 156 del mondo: può frequentare le qualificazioni dei tornei WTA. A Bucarest riesce a entrare nel main draw (sconfitta al primo turno da Julia Goerges) e subito dopo a Bad Gastein arriva addirittura ai quarti di finale (sconfitta in tre set da Sara Errani).
Aspetto interessante: sino a quel momento del 2015 ha giocato praticamente solo sulla terra, la superficie su cui ha ottenuto anche da junior i migliori risultati. Ma visto che per la prima volta ha la classifica sufficiente per aspirare a prendere parte ad uno Slam (numero 133 del ranking), anche senza una adeguata preparazione al cemento si iscrive comunque alla qualificazioni degli US Open.

Qui il racconto prende connotati davvero particolari, in cui si intrecciano le vicende personali con quelle più grandi del tennis russo. Superati i primi due turni delle qualificazioni, all’ultimo ostacolo il sorteggio le ha beffardamente riservato come avversaria proprio l’amica del cuore: Elizaveta Kulichkova, che in quel momento è 107 del mondo, e alla seconda esperienza Slam. Kasatkina gioca, e perde (6-2, 6-4). La sua avventura a New York sembra finita; la speranza di prendere parte ad un Major al primo tentativo è sfumata.
Ma in suo aiuto arriva indirettamente un’altra russa, ben più famosa: Maria Sharapova deve dare forfait per un problema alla gamba destra, e così Daria entra in tabellone come lucky loser. Non solo, dato che il sorteggio è ormai avvenuto, si ritrova nella posizione che doveva essere quella della testa di serie numero 3.

Anche il primo turno del torneo “vero” è di quelli particolari: trova l’ex connazionale Daria Gavrilova, ventuno anni, capace di ottimi risultati nel 2015 e con la fama di grande combattente. Ho seguito la seconda parte di quel match e ho imparato in quell’occasione a non sottovalutare le qualità tattiche di Kasatkina: la Daria più giovane allunga gli scambi, offre palle senza peso a Gavrilova, e la lascia nell’incertezza su quali debbano essere le palle da considerare interlocutorie e quali invece quelle che andrebbero attaccate; Gavrilova vacilla nelle scelte: a volte aspetta, a volte spinge, ma spesso va fuori giri; a volte finisce per accorciare le traiettorie e in quei casi è Kasatkina che abbandona il gioco di contenimento e prende l’iniziativa, riuscendo quasi sempre a trovare il vincente.
Ogni scambio si trasforma in una sfida in cui prevale chi si dimostra più intelligente tennisticamente: per questo perdere il punto fa ancora più male. La tensione si accumula e la parte finale diventa una battaglia di nervi durissima; sotto questo aspetto la ricordo come una delle partite più intense di tutto il 2015. E sorprendentemente Kasatkina finisce per vincere (6-2, 4-6, 7-5).

Il secondo turno invece che un match dello Slam, sembra un remake delle partite da junior: avversaria è Ana Konjuh, sette mesi più giovane ma già numero 79 del mondo, che Daria ha affrontato la prima volta addirittura nel febbraio 2012, quando entrambe avevano 14 anni. Kasatkina non ha mai battuto Konjuh tra le junior, ma tra le pro si dimostra più forte: vince in due set (6-4, 6-3) e si guadagna un posto fra le 32 superstiti del torneo.
Il suo US Open si ferma al terzo turno contro Kristina Mladenovic (6-2, 6-3); riconosce di non aver saputo giocare al meglio anche per l’emozione di dover scendere in campo davanti a migliaia di persone (nel Grandstand), esperienza mai vissuta prima.

Ormai Daria ha compiuto un salto di qualità fondamentale. La sua convinzione è cresciuta: dopo Flushing Meadows vince l’importante ITF di Saint Malo e arriva addirittura in semifinale nel Premier di Mosca, partendo dalle qualificazioni e sconfiggendo tra le altre Begu e Suarez Navarro. Finisce l’anno da numero 72 del mondo, con un progresso di 298 posti. E Sports Illustrated la sceglie come “rookie of the year”.

Kasatkina comincia a farsi un nome, e questo vale anche nei confronti delle colleghe. A volte non sono chiari tutti i problemi per chi entra in un nuovo circuito; un esempio? Daria ha raccontato come nei primi tempi il fatto di essere praticamente sconosciuta fosse un serio ostacolo per trovare compagne di allenamento. Le altre tenniste erano restie ad accettare di allenarsi con lei semplicemente perché non la conoscevano abbastanza e temevano che non fosse all’altezza. Una situazione spiacevole ma anche comprensibile.

Ma come gioca Kasatkina? Alta 1,70, non potentissima, ma rapida e coordinata negli spostamenti, sa leggere il gioco ed è molto dotata nelle fasi di difensive. Anche per questo si capisce perché in passato si sia espressa meglio sulla terra battuta, superficie generalmente più favorevole a chi pratica un tennis più tattico.
Dispone di tre fondamentali solidi, ma forse il suo limite è che nessuno di questi è veramente un’arma superiore, almeno sino a oggi. Serve come massimo attorno ai 180 km/h orari, con una prima generalmente tra i 150 e i 170, e seconde non sempre sufficientemente potenti; in compenso dispone di un discreto kick a uscire (quando serve da sinistra).
Secondo il suo coach il rovescio (che esegue a due mani) è il colpo che ha bisogno di più cure e affinamento. Al contrario di quanto accade a molte giocatrici, mi pare soffrire poco i colpi che rimbalzano alti: “sale” bene sulla palla con il dritto e sa anche eseguire il rovescio al salto.

Con queste basi difficilmente può contare di vincere i punti sfondando immediatamente le difese avversarie, deve piuttosto arrivarci attraverso la costruzione di uno scambio articolato. In compenso dispone di un repertorio di colpi di contenimento completo e in generale sa eseguire anche variazioni di qualità rispetto ai colpi base. Gioca un interessante slice di rovescio ad una mano, che sa anche trasformare in una efficace smorzata (prevalentemente incrociata). Ma sa smorzare anche con il dritto, soprattutto dalla posizione inside out. E l’utilizzo del dritto inside out è una variazione costante del suo gioco.

In una recente intervista (min. 12.50 in poi) si è descritta come una giocatrice che sta cercando di modificare la propria indole per diventare più offensiva, abbandonando l’impostazione difensiva che aveva acquisito da giovanissima, quando molto spesso doveva affrontare avversarie fisicamente più forti di lei e quindi per vincere era costretta a fare ricorso ad un gioco molto tattico per ovviare al deficit di potenza che la penalizzava.

Durante l’ultima off-season ha lavorato con straordinaria intensità: prima nella accademia in Slovacchia, poi in trasferta sui monti Tatra concentrandosi sul lavoro in palestra, infine a Miami. È arrivata fino a quattro sessioni di allenamento al giorno (“Il coach è stato crudele” ha raccontato scherzosamente) per migliorarsi sotto tutti gli aspetti: sul piano fisico per diventare più incisiva nei colpi e resistente nello scambio (“Adesso mi sento come una duracell”); ma anche sul piano tecnico-tattico, cercando più spesso di prendere il comando dello scambio e anche la conclusione attraverso i colpi di volo. Sulle volèe ha già compiuto notevoli miglioramenti (a 17-18 anni si può crescere in fretta), che adesso dovrà cercare di consolidare, evitando le giornate negative alle quali ancora può andare incontro.

I risultati di questo lavoro si sono visti nel suo torneo di esordio del 2016 ad Auckland, quando si è permessa il lusso di sconfiggere la campionessa uscente Venus Williams, numero 7 del mondo. Di questa partita ho scelto due colpi “anomali”, che fanno vedere alcune delle sue doti tecniche. Un rovescio in back che lascia sul posto Venus:

https://youtu.be/xavez0ogLSQ?t=334
E un recupero “di polso” di dritto davvero sorprendente:

https://youtu.be/xavez0ogLSQ?t=383

Ribandendo l’ottimo risultato di Flushing Meadows, agli Australian Open 2016 Kasatkina ha di nuovo raggiunto il terzo turno dove è stata fermata da Serena Williams (6-1, 6-1). Daria si è detta fortunata di aver già potuto affrontare due leggende come le sorelle Williams. E ha anche spiegato la differenza tra loro: Venus serve e gioca più piatto, mentre Serena lavora di più la palla, facendola diventare di una pesantezza quasi ingestibile. In più risponde con grande aggressività e quando è necessario sa anche faticare in difesa; per questo fare il punto contro di lei è davvero difficile.

In singolare l’ultimo importante risultato è stata la semifinale di San Pietroburgo, dove è stata fermata da Belinda Bencic (che fino ad oggi non ha mai battuto). Una partita in cui Bencic si è dimostrata più concreta e matura, e capace di giocare meglio i punti importanti. La differenza l’ha fatta soprattutto la capacità di convertire le palle break. Bencic 4 su 7, Kasatkina 1 su 10:

Stats Bencic Kasatkina - S. Pietroburgo 2016

Il match è terminato con un lungo abbraccio e, credo, con il legittimo orgoglio di entrambe, che si sono ritrovate in un importante evento WTA dopo essersi affrontate da ragazzine al torneo di Santa Croce (semifinale) e in finale al trofeo Bonfiglio.

E grazie alla semifinale di San Pietroburgo è arrivato anche il best ranking, numero 45.

È obbligatoria una piccola appendice riservata al doppio. L’anno scorso Kasatkina ha vinto il torneo di Mosca in coppia con una forte ed esperta doppista come Elena Vesnina. In questa stagione hanno raggiunto la semifinale a Doha, ma soprattutto a San Pietroburgo hanno fermato a 41 la striscia di vittorie consecutive di Hingis-Mirza, team che sembrava essere diventato imbattibile.
Per chiudere ecco una foto della coppia russa, scattata con qualche anno di anticipo:

Elena Vesnina e Daria Kasatkina

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I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche

Undicesima puntata della serie dedicata alle giocatrici migliori nel singolo colpo. Chi possiede gli ‘overhead’ più efficaci del circuito?

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Ashley Barty - Roland Garros 2019

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée


Per la serie dedicata ai migliori colpi in WTA, ecco l’articolo che affronta il quarto e ultimo tema relativo al gioco di rete: gli overhead. Ricordo che la classifica è riservata alle tenniste in attività, comprese fra le prime 100 del ranking.

Trovate la spiegazione completa sui criteri utilizzati per definire le graduatorie nella prima parte dell’articolo dedicato al dritto. Mentre per quanto riguarda le logiche che mi hanno portato alla suddivisione del gioco di rete in quattro temi, rimando all’articolo uscito martedì 5 maggio. In sintesi, le categorie previste sono queste:
– Volée e schiaffo al volo di dritto
– Volée e schiaffo al volo di rovescio
– Demivolée
Overhead

 

Gli overhead
Come ho spiegato nell’articolo del 5 maggio, ho deciso di riunire nella classifica di questa settimana i colpi di volo eseguiti al di sopra della testa (appunto, over head in inglese). Mi riferisco agli smash, alle veroniche (volée alte dorsali di rovescio), ai ganci, e a tutto questo genere di soluzioni affini.

La decisione di riunire tali colpi in una sola classifica è basata su diversi motivi. Il primo è che, pur essendo esecuzioni anche molto lontane tra loro, possono presentarsi come alternative differenti su parabole simili. Il secondo motivo è che tutti questi colpi richiedono alcune doti comuni che di solito non sono richieste dalle altre esecuzioni, a partire dalla capacità di muoversi per il campo guardando verso l’alto. Potrebbe sembrare una cosa banale, ma in realtà significa riuscire a spostarsi senza perdere l’equilibrio atletico e il senso della posizione.

Ci sono giocatrici capaci di discrete volée che faticano sugli smash perché tendono a perdere il senso dello spazio una volta che sono obbligate a guardare verso l’alto, senza avere più sott’occhio gli abituali riferimenti del campo. Per esempio Peng Shuai (che in doppio è stata anche numero 1 del mondo) in singolare ha dato prova di cavarsela sulle volée classiche, ma di combinare disastri sui lob da colpire in movimento, proprio per la sua difficoltà nel mantenere la corretta percezione dello spazio mentre si sposta guardando verso l’alto.

Ma questa è appena una parte del problema. Giocare bene uno smash non significa solo eseguire il gesto nel modo corretto; è qualcosa di più complesso, perché richiede innanzitutto una valutazione tattica, e solamente in seguito la sua realizzazione tecnica. Per prima cosa significa infatti stabilire se colpire quella specifica palla a parabola alta con uno smash al volo oppure in altri modi. Perché ci sono strade alternative per rimandare oltre la rete un pallonetto. Una opzione è lo smash, un’altra lo smash al rimbalzo, un’altra ancora lasciare scendere un po’ di più la parabola per colpirla con una volée o con uno schiaffo al volo. Ma si può perfino decidere di lasciar perdere, e attendere il rimbalzo e la successiva ricaduta della palla per gestirla con un “normale” dritto o rovescio al rimbalzo.

Le variabili da considerare sono molte: la profondità del lob, il tipo di curva che propone, la sua velocità, la posizione di chi deve colpire e quella di chi deve difendere. Sono decisioni tecnico-tattiche complesse da prendere però in una frazione di secondo. E tantissimo dipende anche dalla sicurezza che un tennista sente di avere nei confronti del colpo.

Di recente per esempio si è discusso sulla solidità esecutiva di Novak Djokovic negli smash. Ecco cosa ha detto Boris Becker durante la telecronaca della semifinale di Wimbledon 2018, poi vinta da Nole contro Nadal: “Ogni giocatore ha una debolezza. Posso dirti che la debolezza di Djokovic è il suo smash. Se tu prendi i primi 100 del mondo, lui è il peggiore. E te lo dico io (che l’ho allenato)”. “Niente ha funzionato (per migliorarlo). Abbiamo provato di tutto”.

Evidentemente da telecronista Becker ama le iperboli, ma forse avere delle incertezze nei confronti degli smash è un tratto dei grandissimi campioni, visto che un grosso rimpianto legato a questo colpo deve averlo avuto Venus Williams. Lo dico perché probabilmente l’ultimo treno in carriera per vincere uno Slam, Venus se l’è visto sfuggire in occasione della semifinale dello US Open 2017, persa in volata contro Sloane Stephens (6-1, 0-6, 7-5). Ricordo che in finale Stephens avrebbe facilmente vinto il titolo contro Madison Keys, una Keys bloccata dalle paure e forse anche da problemi fisici a una gamba.

Ebbene, nella semifinale Williams – Stephens, uno dei punti fondamentali era stato determinato anche da un mancato smash di Venus, che decidendo di colpire un lob con un più prudente dritto al volo aveva contribuito a mantenere in gioco la sua avversaria; a fine scambio Sloane l’avrebbe addirittura scavalcata con un secondo lob. Ecco lo scambio in questione:

Un pallonetto interpretato male, costato carissimo a Venus. Perché perdere scambi del genere pur trovandosi in chiara situazione di vantaggio può pesare molto sull’equilibrio di un match, visto che si possono innescare dinamiche psicologiche che incidono anche sui punti successivi. Dal 5-5 terzo set, Venus perse quel punto e poi anche il game (di battuta) e infine il match, con un parziale di 8 punti a 1. E lo Slam lo vinse Sloane Stephens.

Forse non c’è nessun altro colpo che pesa tanto sul piano mentale quanto lo smash, perché nasconde una insidia profonda. Mi spiego. Visto che quasi sempre è un colpo che si esegue in condizioni di vantaggio, chiuderlo a proprio favore sembra quasi obbligatorio. Ecco perché quando lo si sbaglia rimane nella mente del giocatore (e anche degli spettatori) come una specie di fallimento. La logica dovrebbe suggerirci che si tratta solo di un quindici, e invece sbagliare uno smash suona quasi come una piccola, pubblica umiliazione. Anche se non esiste tennista che non l’abbia provata almeno una volta, dal più scarso dei dilettanti al più forte dei professionisti.

Insomma, smashare non è poi così facile, e anche per questo sono stati adottati colpi alternativi, con l’obiettivo di trovare la soluzione più efficace ai diversi tipi di traiettoria. Il gancio, per esempio, è un modo di gestire le palle alte che stanno per scavalcare il giocatore, ed è una “invenzione” attribuita a Jimmy Connors, probabilmente il primo a utilizzarlo con regolarità. Quando poi si è passati a utilizzare con regolarità anche lo schiaffo al volo, logicamente si è sviluppata anche la versione alta.

Infine va considerata un’ultima variabile. Sui colpi sopra la testa influiscono più che mai le condizioni atmosferiche. Smashare contro sole, per esempio, può diventare improbo, così come tenere sotto controllo la traiettoria di un lob nelle giornate di forte vento, o peggio ancora quando il vento soffia incostante, a folate. In questi casi il coefficiente esecutivo sale in modo esponenziale, probabilmente più che per qualsiasi altro colpo.

Ecco per esempio una terribile situazione di luce (si tratta della nuova sede del torneo di Miami) nella quale anche una giocatrice super-esperta come Serena Williams ha di fatto dovuto rinunciare allo smash, finendo poi per perdere il punto:

Veniamo alla classifica di questa settimana. Per stabilirla in piccola parte mi sono basato su uno studio di Jeff Sackmann della fine 2017 pubblicato da TennisAbstract, che proponeva un interessante approccio per valutare l’efficacia delle diverse giocatrici di fronte alle opportunità di smash. Vale a dire: quando decidevano di colpire con uno smash e quando no, e con quale percentuale di riuscita. Rimando alla traduzione italiana (vedi QUI) per chi fosse interessato ad approfondire la questione.

Ma visto che la nostra classifica è stabilita sul rendimento 2019-20, ho in gran parte dovuto fare ricorso alle mie sensazioni, perché non dispongo di numeri aggiornati. Per questo suggerisco di interpretare la classifica senza dare troppa importanza alla sua graduatoria interna. Ritengo tutto sommato più attendibile la scelta dei dieci nomi, consapevole che sono comunque rimaste fuori alcune giocatrici che potrebbero a buona ragione reclamare un posto.

Questa volta però il nome che più mi spiace sia rimasto escluso è quello di Anna Lena Friedsam, non eleggibile perché attualmente è fuori dalle prime 100 (numero 106 per l’ultimo ranking). Friedsam (finalista in marzo a Lione) è stata a lungo ferma per problemi fisici, ma rimane a mio avviso una delle più efficaci nel colpire sopra la testa, grazie al superiore controllo del corpo in questi frangenti. Ecco comunque quali sono i 10 nomi scelti:

a pagina 2: La posizioni dalla 10 alla 6

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Jamie Hampton era speciale

Si è definitivamente conclusa la carriera di una giocatrice tanto talentuosa quanto sfortunata. Una tennista difficile da dimenticare malgrado abbia giocato ad alti livelli per pochi mesi

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Jame Hampton - Australian Open 2013

La scorsa settimana Jamie Hampton ha chiuso con il tennis professionistico: ha annunciato il ritiro con un tweet pubblicato martedì 19 maggio. A prima vista sembrerebbe una modalità consueta per i nostri tempi, se non fosse per un “dettaglio” che rende il tutto quasi incredibile: la fine ufficiale è arrivata a distanza di oltre sei anni dall’ultima partita disputata.

Dobbiamo risalire al 3 gennaio 2014, ad Auckland, torneo di apertura del circuito WTA. Hampton è reduce da uno stop di tre mesi (ultimo match allo US Open 2013), ma sembra avere recuperato la condizione. Jamie sta per compiere 24 anni (è nata l’8 gennaio 1990) ed è diventata stabile Top 30. In Nuova Zelanda sconfigge Tamira Paszek, Kristyna Pliskova e infine Lauren Davis; in questo modo raggiunge la semifinale dove la aspetta Venus Williams.

È un incoraggiante avvio di stagione, ma il primo confronto della sua carriera contro Venus non si svolgerà mai: un problema all’anca la costringe a dare forfait. Spiega in conferenza stampa: “Stamattina stavo facendo il riscaldamento, e sul finire ho deciso di tirare ancora un paio di colpi; e semplicemente mi si è bloccata l’anca. Ho parlato con il fisioterapista e il dottore: se fossi scesa in campo ci sarebbe stata la possibilità di aggravare la situazione.
È incredibilmente deludente. Mi sarebbe piaciuto poter affrontare una campionessa come Venus, e magari avere l’opportunità di giocare una finale e vincere il mio primo titolo. Ma così vanno le cose, fa parte del gioco e dell’essere un’atleta. Fosse accaduto lo scorso anno, sarei stata devastata, ma ho fatto molta strada per quanto riguarda la maturità e ho intenzione di fare i passi giusti in vista dell’Australian Open”.

 

Lo Slam è alle porte, occorre essere prudenti per non comprometterlo. Il forfait sembra una scelta precauzionale, invece la situazione non migliora. Hampton deve prima rinunciare allo Slam, e poi affrontare non uno, ma addirittura due interventi all’anca. Lo svela Chris Evert con un tweet del 9 febbraio. L’anca è uno dei punti più critici per chi gioca a tennis, e una doppia operazione cambia la prospettiva sul rientro: non più qualche settimana, ma parecchi mesi.

Di rinvio in rinvio, termina il 2014. E non basta un secondo tweet di Chris Evert del gennaio 2015 (che annuncia la ripresa degli allenamenti nella sua Academy) a cambiare davvero la situazione: anche la prima metà del 2015 passa senza che Hampton torni a competere. Ci si chiede cosa stia succedendo, fino a quando, nel mese di agosto, Jamie rilascia una intervista al sito WTA che racconta dettagli medici preoccupanti: “Ho avuto un totale di sei interventi chirurgici. All’anca destra, all’anca sinistra, al tendine di Achille sinistro, al gomito destro, al tendine di Achille destro, e di nuovo all’anca destra. Il problema al tendine di Achille destro è emerso quando ero in stampelle dopo l’operazione al tendine sinistro. La terza operazione all’anca (la seconda a destra) si è resa necessaria perché avevo accumulato un sacco di tessuto cicatriziale. La parte sinistra ora va bene, i principali problemi sono stati a destra: anca e tendine di Achille”.

Si scopre così che l’anno e mezzo trascorso lontano dai campi non è stato un “normale” periodo di operazione e convalescenza, quanto un autentico calvario chirurgico. L’unico piccolo segnale di speranza si ritrova nella frase “It’s definitely not over”. È la frase che conclude la risposta alla domanda su cosa dire ai tifosi che si preoccupano per lei: “Ai tifosi dico che li amo, e che se avessi risposte certe sul mio futuro sarei felice di dargliele. Ma purtroppo non ne ho. Ma sono ancora concentrata sul tennis, ci sto ancora provando, e quindi di sicuro non è finita.

L’intervista dell’agosto 2015 lascia tutti sospesi, incerti su cosa pensare per il suo futuro, anche perché non si avranno più novità per molto tempo. Tanto per dare una idea: nel luglio 2016 (in pratica un anno dopo) a Wimbledon, dove ero presente come inviato, avevo provato a chiedere di lei a qualche giornalista americano, senza avere notizie. Allora ho chiesto aiuto a Ubaldo Scanagatta, confidando sulla sua sterminata rete di conoscenze internazionali. Niente anche dai suoi contatti; tutto fermo all’intervista del 2015.

Un minimo aggiornamento arriva finalmente da un’altra intervista del maggio 2017, rilasciata per un podcast del giornalista del New York Times Ben Rothenberg. Su 50 minuti di colloquio, Jamie dedica pochi secondi per spiegare la sua situazione medica. La sensazione è che non abbia molta voglia di parlarne. Rettifica alcune voci sbagliate e spiega in estrema sintesi: “Non è vero che ho avuto sei interventi chirurgici all’anca. In realtà ho avuto più di sei interventi, in diverse parti del corpo, ma non tutti all’anca. E anche se una operazione è sempre una operazione, alcune sono state operazioni “minori”, di facile recupero. Non voglio dire quante ne ho avute in totale, ma sono state più di sei”.

Significa quindi che fra il 2015 e il 2017 Jamie è tornata ancora sotto i ferri. Mentre per quanto riguarda il futuro non è cambiata la posizione: “Non so se giocherò ancora o no, ma non ho ancora deciso di abbandonare e passare oltre, verso qualcosa di diverso”.

È assolutamente legittimo che una giocatrice voglia tutelare la propria privacy, non entrando nel dettaglio delle vicissitudini mediche. Se racconto tutto questo è perché credo di non essere stato il solo interessato alle traversie di Jamie Hampton. Molti appassionanti hanno sperato che potesse tornare a giocare: malgrado il periodo vissuto ad alti livelli in WTA fosse stato molto breve, Hampton aveva suscitato una profonda impressione. È venuto il momento di provare a spiegare perché. Facendo un ulteriore passo indietro nel tempo.

a pagina 2: Gli inizi e l’affermazione

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I migliori colpi in WTA: le demivolée

Decima puntata della serie dedicata alle giocatrici migliori nel singolo colpo. Chi possiede le demivolée più efficaci del circuito?

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Ons Jabeur

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio


Per la serie dedicata ai migliori colpi in WTA, ecco l’articolo che affronta il terzo tema del gioco di rete: le demivolée di dritto e di rovescio. Ricordo che la classifica è riservata alle tenniste in attività, comprese fra le prime 100 del ranking.

Trovate la spiegazione completa sui criteri utilizzati per definire le graduatorie nella prima parte dell’articolo dedicato al dritto. Mentre per quanto riguarda le logiche che mi hanno portato alla suddivisione del gioco di rete in quattro temi, rimando all‘articolo di due settimane fa. In sintesi, le categorie previste sono queste:
– Volée e schiaffo al volo di dritto
– Volée e schiaffo al volo di rovescio
– Demivolée
– Overhead

 

Le demivolée
Ormai in questa serie di articoli l’ho scritto infinite volte: nel tennis contemporaneo il gioco di rete è diventato minoritario, poco praticato rispetto a periodi del passato ricchi di giocatrici che adottavano il serve&volley o che comunque cercavano la rete con insistenza. Di conseguenza anche la demivolée è diventata un colpo più raro; anzi forse il più raro di tutti, visto che si devono verificare situazioni particolari perché venga utilizzato in uno scambio.

D’altra parte, nel tennis di oggi, basato sulla aggressività del gioco da fondo, sono aumentate le occasioni nelle quali si colpisce di mezzo volo dalla linea di fondo. Una scelta compiuta per non perdere campo e non lasciare l’iniziativa alla avversaria.

Occorre quindi un chiarimento, perché il colpo di controbalzo da fondo campo e quello nei pressi della rete richiedono doti un po’ differenti. In quello effettuato da dietro, che normalmente è eseguito su palle molto veloci, è necessario soprattutto un grande timing; in quello eseguito in avanti, di solito eseguito su palle più lente, è richiesta soprattutto una grande “mano”. Questo non significa che non possa capitare di giocare anche da fondo colpi tecnicamente molto simili alle demivolée “da rete”, ma si tratta di situazioni molto meno frequenti.

Per rimanere nel tema prestabilito, noi qui ci interessiamo del colpo giocato in avanti. Destrezza, sensibilità, rapidità di pensiero, capacità da giocoliere, sono alcune delle doti che aiutano a diventare abili esecutrici di demivolée nei pressi della rete. Ma aggiungerei anche una questione mentale. Per primeggiare nella demivolée è indispensabile un atteggiamento deciso e sereno: per riuscire in questo genere di colpi si deve essere convinte che attraverso il movimento in avanti si sta mettendo la maggiore pressione possibile all’avversaria.

Se, al contrario, chi si trova a rete si sente indebolita, come se fosse uscita dalla trincea inerme di fronte all’artiglieria nemica, allora è molto probabile che al momento di eseguire una demivolée si farà prendere dall’ansia, e finirà per sbagliare il colpo. Di recente in una intervista rilasciata a Eurosoport, Simona Halep ha detto testualmente: “Mi spavento quando sono nei pressi della rete” (“I get scared when I am around the net”). Si capisce che con uno stato d’animo del genere tutto diventa più difficile.

Veniamo alla scelta dei nomi. Avessi scritto questo articolo un paio di anni fa, avrei segnalato innanzitutto due giocatrici, che purtroppo nel frattempo si sono ritirate: Agnieszka Radwanska e Magdalena Rybarikova. Radwanska racchiudeva in sé il meglio sul piano della improvvisazione e della delicatezza di mano; Rybarikova invece era una specie di giocoliera prestata al tennis: in diverse interviste aveva raccontato come sin da piccola eccellesse in qualsiasi attività di destrezza eseguita con la palla, ben al di là delle esigenze richieste dal suo sport professionistico.

Senza loro due in gara, la scelta è diventata più ardua. Anche perché sono così infrequenti le occasioni in cui si esegue una demivolée che risulta davvero difficile, almeno per me, stabilire una gerarchia precisa. Sinceramente faccio anche fatica a separare l’esecuzione di dritto da quella di rovescio, ed è la ragione per cui ho preferito definire una graduatoria comune.

In sostanza mi sono trovato a non avere certezze granitiche. Per cui se avrete da ridire su chi è stata esclusa e chi no, ammetto subito di non possedere argomenti davvero persuasivi per difendere le mie posizioni. Tra le escluse cito (in ordine alfabetico): Andreescu, Bertens, Garcia, Kontaveit, Kuznetsova, Kvitova, Mertens, Sevastova, Stephens, Townsend, Vekic, Vondrousova, Serena Williams, Zheng Saisai.

Per la stessa difficoltà a definire valori precisi, alla fine ho sì scelto dieci nomi, ma ho preferito rinunciare a una gerarchia di merito. Mi sono limitato all’ordine alfabetico. Se ne avrete voglia, lascio a voi stabilire chi dovrebbe occupare le posizioni più alte della classifica di questa settimana.

a pagina 2: I primi cinque nomi (dalla A alla L)

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