Una diciottenne fra le prime 50 del mondo: Jelena Ostapenko

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Una diciottenne fra le prime 50 del mondo: Jelena Ostapenko

Dopo Anastasija Sevastova, numero 36 del mondo nel 2011, il tennis lettone femminile entra di nuovo fra le prime cinquanta del ranking grazie addirittura a una diciottenne: Jelena Ostapenko

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Come scrivevo martedì scorso, per la prima volta dal 2009 sono tornate ad essere presenti fra le prime 50 della classifica WTA tre diciottenni: si tratta di Belinda Bencic, Daria Kasatkina e Jelena Ostapenko. Tutte e tre nate nel 1997, tra il mese di marzo (Bencic), maggio (Kasatkina) e giugno (il giorno 8 Ostapenko).
Dopo aver parlato QUI di Bencic e nell’articolo di sette giorni fa di Kasatikina, chiudo con Ostapenko.

Comincerei con il dire che Jelena Ostapenko non si chiama così. O meglio, si chiama Jelena solo sul passaporto, perché in Lettonia ai nuovi nati si possono dare solo nomi lettoni e quello desiderato dalla famiglia, Aļona, non rientrava tra quelli accettabili; e così la mamma ha ripiegato su Jelena. Ma un conto sono gli obblighi di legge, un conto le decisioni familiari: i genitori chiamano la figlia Aļona, e lo fanno anche tutti quelli che con lei hanno confidenza. E lei stessa si “sente” Aļona.

La ragione di questo impiccio burocratico dipende dalle origini della famiglia: malgrado sia nata e cresciuta a Riga, in Lettonia, il cognome Ostapenko lascia facilmente intuire come il padre sia ucraino (ex calciatore professionista, portiere, e dopo il ritiro uomo di affari); e anche la madre non è lettone, ma russa.

 

La mamma Jelena Jakovleva è stata una tennista di notevoli capacità, in grado di entrare tra le prime dieci della classifica russa negli anni ’90; e quando si è ritirata è poi diventata allenatrice professionista e maestra di tennis.
Il tennis era quindi parte integrante della vita di Aļona/Jelena. Ma sarebbe sbagliato pensare ad una bambina programmata per diventare campionessa come invece, per molti aspetti, è stata Belinda Bencic. In realtà in diverse interviste Ostapenko ha raccontato che i genitori non l’abbiano mai forzata: è stata lei che, sin da piccolissima, amava maneggiare la racchetta e provava a tirare contro i muri di casa. A quel punto (anche per evitare danni domestici) tanto valeva soddisfare la sua passione e portarla a giocare nel club dove lavorava la mamma.

E seguendo la sua inclinazione si è ritrovata privilegiata: perché se non è infrequente il caso di genitori che si trasformano in coach, ben pochi hanno in realtà alle spalle una competenza specifica.
Per Ostapenko partire sin dall’inizio con la guida di una ex top ten russa ha significato avere una marcia in più, ma senza dubbio anche il talento era superiore, tanto è vero che ha iniziato a vincere sin da giovanissima. In Francia si è aggiudicata il “Petits As” 2011, che si può considerare una specie di mondiale under 14 ufficioso (basta guardare chi vi ha preso parte in passato: Federer, Nadal, Murray, Djokovic o Hingis, Davenport, Clijsters, Henin; i nomi sono talmente tanti che solo l’elenco può rendere l’idea).

E così già a quell’età ha ricevuto offerte da diverse agenzie, tra cui la IMG; i contratti avrebbero garantito anche la possibilità di allenarsi gratuitamente in academy americane (inclusa quella di Bollettieri). Ma la mamma ha raccontato in una intervista come queste proposte siano state rifiutate e come sua figlia sia frutto di una formazione esclusivamente lettone. Fino a che è rimasta junior, non solo non ha mai avuto aiuti tecnici stranieri, ma nemmeno cercato basi di allenamento estere: la mamma coach principale, e come hitting partner giocatori locali, che collaborano alla sua formazione, come Kārlis Lejnieks.

Anche da junior proseguono i successi, che culminano con la vittoria in uno Slam nel 2014: a Wimbledon in finale contro Kristina Schmiedlova. Vincendo a Londra entra a far parte del gruppo di promesse del 1997 capaci di aggiudicarsi un Major: Kasatkina (Roland Garros), Bencic (Roland Garros e Wimbledon), Konjuh (Australian Open e US Open) e più recentemente Badosa Gibert (Roland Garros).

L’affermazione sui prati del 2014 conferma una caratteristica del tennis di Ostapenko: ama i campi rapidi, il gioco di attacco e tenere l’iniziativa dello scambio; alla costante ricerca dei vincenti, anche se questo significa andare incontro ad errori non forzati. Delle tre diciottenni top 50 devo confessare che Jelena è quella sulla quale mi sento meno sicuro nella descrizione del suo tennis. Inizialmente avevo l’impressione di averla vista giocare molto poco; poi però mi sono reso conto che tutto sommato non erano poi così poche le partite in cui l’avevo seguita.
In realtà penso che non sia facile inquadrarla in modo davvero preciso anche perché, secondo me, nel suo gioco rimangono tracce di tennis non del tutto maturo; e il modo di condurre lo scambio a volte è ancora particolarmente istintivo: conta soprattutto il singolo colpo rispetto alla costruzione del palleggio attraverso una sequenza articolata tatticamente.

In sostanza Ostapenko è soprattutto una colpitrice in grado di fare punto con i due fondamentali da fondo campo in qualsiasi momento dello scambio, ma non sempre è ponderata la scelta su quando affidarsi a soluzioni definitive e quando invece interlocutorie.
Il servizio è forse un po’ inferiore a dritto e rovescio: una buona prima, precisa e varia nelle direzioni, ma una seconda migliorabile, con a volte la tendenza al doppio fallo.
Da ragazzina il rovescio (bimane) era sicuramente più solido del dritto, ma direi che ultimamente i progressi dalla parte destra sono stati notevoli, tanto che oggi anche con il dritto può sfornare vincenti a ripetizione.
A mio avviso sul piano tecnico in questo momento è meno completa di Bencic e di Kasatkina, in compenso è forse quella in grado di far viaggiare mediamente la palla più veloce.

Non straordinaria a rete, in difficoltà sulle palle meno scontate (ad esempio gli slice, le palle corte e i colpi in avanzamento dentro il campo), ha però una buona mobilità che le consente di reggere anche fasi di contenimento; ma certo non ha l’indole della difensivista.
L’atteggiamento da attaccante è profondamente radicato nel suo tennis, sin da piccolissima. In una intervista successiva alla vittoria al Petits As aveva dichiarato con molta schiettezza di non amare chi pratica un gioco troppo difensivo, e dunque di non poter considerare un modello la numero uno del mondo di allora, Caroline Wozniacki.
Non solo, per lo stesso motivo in quella intervista aveva aggiunto di non apprezzare granché neppure il tennis di Anastasija Sevastova, connazionale che in quell’anno stava vivendo la sua stagione migliore. I suoi idoli erano Henin e Clijsters, e tra le emergenti Azarenka (Vika era ancora senza vittorie Slam). Insomma, una ragazzina con le idee chiare e senza il timore di esprimere giudizi, anche rischiando di scontentare qualcuno.

Questo carattere deciso e vivace è emerso chiaramente a partire dalla seconda metà del 2014, nella fase in cui, abbandonato il tennis junior, è passata stabilmente al professionismo; si hanno notizie di  frequenti lamentele nei confronti dei giudici di linea e di piccoli attriti in campo con diverse giocatrici:

Kristina Mladenovic dopo il match vinto contro di lei a Wimbledon 2015 aveva pubblicato su twitter una foto in cui mostrava una stretta di mano poco ortodossa. Oppure al termine della finale persa a Quebec City Ostapenko  aveva pronunciato un discorso di premiazione rapidissimo, in cui si era dimenticata di fare i complimenti di rito alla vincitrice, Annika Beck.
E così, quando di recente (Auckland 2016) ha avuto una discussione con Naomi Broady, che sosteneva avesse scagliato volontariamente la racchetta contro un raccattapalle, la giocatrice inglese aveva raccolto l’appoggio di alcune colleghe.

Posso sbagliarmi, ma Ostapenko non mi sembra una giocatrice antisportiva: nel match in Nuova Zelanda secondo me la racchetta le era davvero scappata di mano involontariamente; e il disappunto che spesso non riesce a mascherare in caso di sconfitta mi pare derivi da tratti di carattere ancora quasi infantili, e che per questo penso saprà modificare abbastanza rapidamente, con l’inevitabile maturazione professionale che l’esperienza del circuito WTA procura.

Non è facile imparare a perdere, specie quando ci si tiene particolarmente; in compenso gli aspetti positivi di questo atteggiamento sono il grande entusiasmo e la ferma convinzione che sembra mettere nel tennis. Nell’estate 2014 le avevano chiesto:Ti manca la vita di una normale teenager?” Risposta:So quello che voglio: voglio essere una giocatrice di tennis, e le altre cose non contano”.
E se posso aggiungere un ricordo personale, devo dire che l’immagine di felicità più incontenibile a cui ho assistito come inviato l’anno scorso a Wimbledon è proprio sua: quando, intervistata a distanza di almeno un paio d’ore dopo la vittoria contro Carla Suarez Navarro, ancora non riusciva a togliersi dal volto un sorriso beato.

Ma al di là dei giudizi sui comportamenti in campo, vanno rimarcati i risultati ottenuti in due anni di professionismo. Numero 703 nel febbraio 2014, da allora inanella vittorie negli ITF che la portano sino al 306 di fine stagione.
Nel 2015 la crescita continua, e le consente di prendere parte alle prime qualificazioni WTA. La grande sorpresa è a Wimbledon: entra in tabellone grazie alla wild card che gli organizzatori le concedono quale vincitrice del torneo junior dell’anno precedente, e al primo turno lascia appena due giochi alla numero 9 del mondo Suarez Navarro (6-2, 6-0).

https://www.youtube.com/watch?v=3aOiOx-1lxw

Perde al turno successivo da Mladenovic 6-4, 7-5 dopo aver mancato due set point (con relativo disappunto e stretta di mano sui generis).
Supera le qualificazioni agli US Open, dove perde al secondo turno in tre set da Sara Errani, e subito dopo raggiunge la finale a Quebec City (sconfitta da Annika Beck); chiude il 2015 al numero 79 del mondo.

L’inizio di 2016 è difficile, con diversi match persi contro giocatrici alla sua portata; ma improvvisamente si ritrova nel Premier di Doha, dove sconfigge Diyas, Kuznetsova, Kvitova, Zheng, Petkovic perdendo solo in finale contro Carla Suarez Navarro (1-6, 6-4, 6-4). L’exploit le vale appunto l’ingresso nelle prime 50 del mondo (numero 40).

Come dicevo prima, delle tre diciottenni fra le prime 50, a mio avviso è la meno matura, sia sul piano tecnico che tattico. In questi casi si possono considerare le lacune come un problema, un sintomo di qualità complessive inferiori; oppure si possono considerare come delle opportunità, visto che potrebbe esserci maggior spazio di miglioramento rispetto a chi è più avanti nello sviluppo. Mi pare molto difficile fare previsioni: forse solo il tempo ci potrà dire se per lei sarà più veritiera la visione pessimista o quella ottimista.

Una diciottenne fra le prime 50 del mondo: Daria Kasatkina

Belinda Bencic, storia di una predestinata

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Grande Slam 2021, la classifica femminile

Chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei quattro tornei più importanti dell’anno? Un bilancio di fine stagione più una analisi sugli Slam di Serena Williams in occasione dei suoi 40 anni

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, basata esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Ho deciso di farlo perché, ancora più che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.

Tanto è vero che oggi, quasi in automatico, per misurare il valore di una tennista gli appassionati cominciano sempre valutando cosa ha saputo fare negli Slam: vittorie, finali, continuità nei “piazzamenti”, sono il riferimento che alla fine determina la categoria di chi viene analizzata.

Ma sappiamo che non è sempre stato così. In altre epoche i più forti tennisti, per esempio, hanno rinunciato a giocare l’Australian Open perché la trasferta presentava disagi logistici e il montepremi non era sufficientemente appetibile.

 

Ma ci sono state altre rinunce che oggi ci appaiono inconcepibili. Prendiamo il caso di Chris Evert, che negli anni ‘70 era di gran lunga la più forte giocatrice sulla terra rossa. Evert ha saltato alcuni Roland Garros perché impegnata in altri eventi organizzati negli USA. Parliamo di una giocatrice capace di vincere 125 partite consecutive sulla terra, dall’agosto 1973 al maggio 1979. Nemmeno Nadal è mai riuscito a dominare così tanto. Eppure Chris non ha disputato i Roland Garros del 1976, 1977, 1978, oltre che i sei Australian Open dal 1975 al 1980. Detto tra parentesi: quando si fanno i calcoli degli Slam vinti da Serena Williams o da Steffi Graf, spesso si dimentica quanto avrebbero potuto vincere tenniste come Evert o Navratilova se le priorità della loro epoca fossero state simili a quelle odierne.

Oggi le cose sono cambiate: gli Slam sono il fulcro del calendario di ogni tennista di vertice. Per questo possiamo dire senza alcun dubbio che Serena Williams continua a giocare con l’unico scopo di provare a vincere nuovi Slam, mentre utilizza come impegni di preparazione gli altri tornei del circuito, o non li affronta proprio.

Ecco le ragioni di una classifica basata esclusivamente sui quattro Major. Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo i valori stabiliti da WTA. Questa è la ripartizione dei punti prevista:

2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

Veniamo dunque alla Classifica Slam del 2021. Classifica sino alla posizione numero 32, con in più le tre giocatrici che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale, ma che sono rimate staccate nei Major:

Un piccolo chiarimento per evitare equivoci. In questa tabella nelle prime tre colonne ci sono diverse graduatorie. La prima a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam. La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA (stabilito il 4 ottobre 2021). La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. Tenendo presenti questi numeri, si possono sviluppare alcuni ragionamenti di un certo interesse.

a pagina 2: Il livellamento al vertice. Delusioni e sorprese

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US Open 2021: Sakkari, Sabalenka, Barty e Osaka

Terzo e ultimo articolo dedicato allo US Open 2021: il percorso delle semifinaliste Sakkari e Sabalenka e la speciale condizione nella attuale WTA di Barty e Osaka

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Naomi Osaka - 2021 US Open (Garrett Ellwood/USTA)

La vittoria di Emma Raducanu allo US Open ha rappresentato per l’attuale tennis femminile contemporaneamente una sorpresa e una conferma. Sembra una affermazione inconciliabile, un ossimoro, ma in realtà non lo è. Vediamo come mai.

Perché una sorpresa. Nessuno poteva immaginarsi che una qualificata, che mai aveva giocato a New York e che in tutta la carriera aveva disputato un solo Slam (l’ultimo Wimbledon, grazie a una wild card), potesse arrivare a vincere il titolo. Il successo di Raducanu, numero 150 del ranking, costituisce un risultato non solo imprevedibile, ma anche senza precedenti.

Ma la vittoria di Raducanu ha anche rappresentato una conferma, dato che il suo successo rimane nel solco tracciato dai risultati Slam più recenti. Nelle ultime stagioni, infatti, i Major si sono trasformati in un obiettivo quasi sempre riservato alle nuove generazioni. Ad eccezione di Simona Halep a Wimbledon 2019, il successo è sempre andato a tenniste al massimo di 25 anni, spesso anche molto più giovani. Le giocatrici esperte, al dunque, hanno dovuto cedere il passo.

 

Non solo. Nelle ultime finali Slam, fra le due contendenti ha sempre vinto la giocatrice più giovane. Senza risalire alle quattro sconfitte di Serena Williams post maternità, nel biennio 2020-2021 abbiamo avuto: in Australia il successo di Kenin su Muguruza e di Osaka su Brady; in Francia quello di Swiatek su Kenin e di Krejcikova su Pavlyuchenkova. A Wimbledon quello di Barty su Pliskova (nel 2020 non si era giocato). Infine a New York la vittoria di Osaka su Azarenka e poi di Raducanu su Fernandez. Insomma, che sia per pochi mesi o per molti anni, chi è nata dopo ha sempre prevalso.

Però l’anagrafe non ci dice tutto: a mio avviso sarebbe sbagliato considerare i nomi delle ultime vincitrici come equivalenti. Nel ventaglio delle ultime campionesse Slam, due giocatrici spiccano perché sono state capaci di partire alla vigilia del torneo con lo scomodo ruolo di favorite, e poi di aggiudicarsi effettivamente il titolo.

Credo non sia una differenza da poco, perché più passano le edizioni dei Major, più ci accorgiamo di quanto stia diventando difficile, in un contesto di notevole equilibrio come la attuale WTA, scendere in campo da favorite. Le avversarie si ritrovano con la mente più leggera e con meno da perdere, e spesso questo si traduce in un vantaggio decisivo. Le due protagoniste di questa difficile impresa sono Ashleigh Barty e Naomi Osaka. Ecco perché le ritroveremo nella parte conclusiva dell’articolo.

Dunque, per chiudere con l’analisi dello US Open, dopo il pezzo dedicato alla vincitrice Emma Raducanu, e quello dedicato alla finalista Leylah Fernandez, cominciamo ragionando sulle altre due semifinaliste, Aryna Sabalenka e Maria Sakkari.

a pagina 2: Aryna Sabalenka

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Lo straordinario US Open di Leylah Fernandez

Come una teenager, numero 73 del ranking, è stata capace di sconfiggere in un solo torneo tre delle prime cinque giocatrici del mondo e una pluricampionessa Slam

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Leylah Fernandez - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

La scorsa settimana Emma Raducanu si è presa tutto lo spazio dell’articolo dedicato allo US Open. Tante questioni stimolanti, tanti temi da approfondire: le vicende di una giocatrice quasi sbucata dal nulla hanno reclamato un articolo esclusivo. Del resto l’attenzione suscitata da Raducanu non ha colpito solo il mondo del tennis, ma sembra avere superato i confini più stretti degli appassionati per coinvolgere un pubblico più ampio e meno specialistico.

Ma descrivere Raducanu come protagonista assoluta dello Slam newyorchese sarebbe non solo sbagliato, ma anche ingeneroso nei confronti di Leylah Fernandez. La giocatrice canadese ha avuto un ruolo decisivo nell’alimentare l’interesse che ha circondato il torneo femminile. A conferma di questo ci sono anche i dati televisivi statunitensi. Su ESPN, che deteneva i diritti del torneo, sia la finale che le semifinali femminili hanno avuto un seguito di spettatori superiore alle corrispondenti partite maschili. Non era facile immaginare che due tenniste classificate fuori dalle prime 70 del mondo avrebbero raccolto più pubblico di Djokovic e Medvedev; ma evidentemente il modo di giocare e la personalità di Emma e Leylah hanno “bucato” lo schermo.

Raducanu e Fernandez, entrambe nate nel 2002, hanno vissuto un torneo simile e parallelo, ma nelle singole partite gli andamenti sono stati molto diversi: la giocatrice inglese ha vinto tutti i match con margine e senza perdere set, la canadese invece ha affrontato un percorso ben più battagliato.

 

Lehlah Fernandez allo US Open 2021
L’avventura di Fernandez allo US Open è caratterizzata dalla continua lotta. Una vera e propria costante che non ha conosciuto eccezione in alcun match. Sette partite affrontate, e nessuna che sia filata via semplice. Anzi, spesso Leylah ha dovuto fronteggiare situazioni difficili. Sin dal primo turno.

Eppure Fernandez, fuori dalle teste di serie, non parte con un sorteggio sfortunato: il primo turno le riserva una qualificata. Ma quando vengono definiti gli accoppiamenti si scopre che si tratta di Ana Konjuh. Ana nel 2021 sta costantemente risalendo la classifica. Dopo il lunghissimo periodo di stop a causa dei ripetuti problemi al gomito, ha cominciato la stagione da numero 476 del ranking, ma al momento del match è già numero 88: quasi quattrocento posti scalati nel giro di otto mesi. Non ha avuto accesso diretto allo Slam americano solo perché la entry list si definisce con sei settimane di anticipo, e in quel momento era ancora fuori dalle prime cento. In più c’è un precedente recente di cui tenere conto: Konjuh ha sconfitto Fernandez nel torneo di Madrid 2021.

Il primo set tra Fernandez e Konjuh vede Ana partire meglio; grazie al break di vantaggio Konjuh serve per il set sul 5-4. Conquista anche due set point, però in entrambe le occasioni Fernandez si salva: strappa a sua volta la battuta a Konjuh, e così si procede in equilbrio sino al 6-6. Al tiebreak Leylah riesce a spuntarla. Il braccio di ferro del primo set si rivela decisivo per indirizzare anche il secondo set. Il match termina 7-6, 6-2.

In base alle premesse del tabellone, al secondo turno Fernandez dovrebbe incrociare la sua prima testa di serie, la numero 31 Yulia Putintseva. Ma Kaia Kanepi è riuscita ad avere la meglio al primo turno, e dunque Leylah si trova di fronte una giocatrice ben più potente, anche se decisamente meno mobile di Putinsteva. E di nuovo ne esce un confronto tiratissimo. Fernandez vince il primo set strappando la battuta a Kanepi all’ultima occasione utile (7-5), ma Kaia non ha affatto intenzione di lasciare strada.

Nel secondo set Kanepi reagisce e si porta avanti 5-3. È un passaggio complicatissimo per Fernandez, che prima salva due set point sul proprio turno di servizio, e poi ne salva altri due con Kanepi alla battuta sul 5-4. Scampato il pericolo, sullo slancio Leylah conquista quattro game di fila e riesce a chiudere 7-5, 7-5. Due match disputati, 6 set point salvati in due partite diverse: non male come inizio.

Ma questa è solo l‘ouverture, perché al terzo turno il sorteggio propone come avversaria un ostacolo apparentemente invalicabile: la campionessa in carica Naomi Osaka. Dopo Kanepi, il “peso leggero” Fernandez trova così un’altra big hitter che metterà alla prova la sua capacità di confrontarsi con tenniste ben più strutturate fisicamente di lei.

Luogo di confronto: l’Arthur Ashe Stadium. Per Fernandez non è la prima volta in assoluto in una arena importante di Flushing Meadow, perché nel 2020 ha già giocato (e perso) contro Sofia Kenin sul Luis Armstrong. Ma lo scorso anno non c’era la presenza del pubblico; questa volta contro Osaka la programmazione è la più eccitante possibile: primo match del serale nello stadio per il tennis più grande del mondo.

Forse perché sulla carta non ha nulla da perdere, fatto sta che nel primo set Leylah tiene molto bene testa a Naomi. Almeno sino al 5-4 per Fernandez. Poi Osaka inserisce una marcia in più, sfodera una serie di punti da fuoriclasse e con un parziale di 12 punti a 1 chiude il set in proprio favore sul 7-5.

Leylah ha perso il primo set del torneo, ma ha progressivamente conquistato le simpatie del pubblico, ammirato dalla sua combattività ma anche dalla qualità dei suoi colpi. Malgrado la pesantezza di palla di Osaka, infatti, Fernandez riesce quasi sempre a rimanere con i piedi attaccati alla linea di fondo e da quella posizione incalza Naomi sul ritmo, impedendole di sprigionare con tranquillità la potenza di cui dispone.

Secondo set. La partita scorre rapida, senza alcuna palla break sino all’approdo nei game decisivi. Esattamente come nel primo parziale, Osaka alza il livello quando più conta. Ed esattamente come nel primo parziale, sul 5-5 strappa la battuta a Leylah e va a servire per il set (e il match).

Sembrerebbe quasi una formalità, anche perché Naomi nello stesso frangente del primo set ha tenuto la battuta a zero. E invece l’incontro non solo non è vicino alla fine, ma sta per attraversare la fase decisiva del totale ribaltamento. Da una parte l’improvvisa ansia di Osaka, dall’altra la straordinaria voglia di combattere di Fernandez, producono l’inatteso: sul 7-5, 6-5 Naomi perde la battuta a 30 (primo break subito nel match), e poi in preda allo sconforto è quasi travolta nel tiebreak, che perde 7-2.

La sconfitta inopinata del secondo set lascia un pesante strascico su Osaka in avvio di terzo parziale: di nuovo perde la battuta e da quel momento non riesce più a recuperare. Con una grinta e con una decisione impressionanti, Leylah non lascia speranze a Naomi, che non riesce nemmeno a sfiorare il recupero, visto che non arriva mai neanche a conquistare palle break. Fernandez chiude dunque 5-7, 7-6, 6-4, ed è autrice di una delle più grandi sorprese del torneo.

E così, dopo la sconfitta alle Olimpiadi di Tokyo contro Vondrousova, di nuovo Osaka perde contro una giocatrice mancina, dotata di una battuta non potente, ma che Naomi non è comunque riuscita a decrittare. In più sia Vondrousova che Ferndandez hanno saputo consolidare i vantaggi ottenuti con il colpo di inizio gioco sviluppando con grande efficacia lo scambio.

Altro parallelismo tra Tokyo e New York: al momento della eliminazione, le sconfitte di Osaka sembrano arrivate contro giocatrici di secondo piano, ma a conti fatti sia Vondrousova che Fernandez sarebbero state capaci di raggiungere la finale del torneo, offrendo tennis di altissima qualità. Anche i numeri del match americano lo confermano: Osaka ha chiuso il match con un saldo fra vincenti ed errori non forzati di +1 (37/36), Fernandez di +4 (28/24)

a pagina 2: I match contro Kerber e Svitolina

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