Tornei scomparsi: Bruxelles, molto più di una racchetta

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Tornei scomparsi: Bruxelles, molto più di una racchetta

La fine del torneo di Bruxelles è nota. Ripercorriamo l’inizio e i fasti di un torneo che ha visto sui suoi campi e vanta nel suo albo d’oro alcuni dei migliori tennisti della storia

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La fine è nota, come suggerisce l’insolito thriller del misterioso Geoffrey Holiday Hall. Ma, giocando con le parole, si potrebbe anche dire che la fine è la nota sublime di un concerto lungo oltre un decennio e che ha offerto sprazzi di grande tennis.

La fine la conoscono bene i tifosi di Boris Becker e, forse ancor di più, quelli di Jim Courier. Sì perché, quel 16 febbraio del 1992, il tedesco e l’americano furono i protagonisti dell’atto conclusivo più lungo (in termini di giochi) nella storia del circuito ATP da quando è stato introdotto il tie-break per tutti i set. Una finale memorabile, che lo statunitense affrontò da numero 1 del mondo, posizione appena conquistata a spese di Edberg e grazie alla vittoria agli Australian Open e alla finale persa a San Francisco contro il connazionale Chang.

Red Jim era dunque il nuovo padrone delle ferriere, colui che aveva avvicinato il tennis al baseball con quella Wilson mulinata nel rovescio bimane come un battitore con la mazza. Boris Becker invece stava rifiatando, dopo aver chiuso il ’91 al terzo posto. Si era fatto sorprendere, il ragazzone di Leimen, al terzo turno di Melbourne dal redivivo John McEnroe, al penultimo acuto di una carriera maestosa. L’ultimo sarebbe arrivato di lì a qualche mese, inevitabilmente sui prati di Wimbledon. Poi Boris aveva provato ad aiutare la causa tedesca nell’insidiosa trasferta brasiliana di Davis ed era venuto a capo di Luiz Mattar solo al quinto set, prima che i padroni di casa si prendessero i tre match successivi e con quelli pure il passaggio del turno. Insomma, non proprio un momento straordinario per l’ex Wunderkind.

 

Ma si sa, a Becker non è mai venuto meno lo spirito guerriero e quando, sempre quel famoso 16 febbraio, si trovò sotto di due set e per tre volte fronteggiò una palla che avrebbe consegnato il trofeo nelle mani di Courier, il coraggio di osare e andarsi a prendere il punto gli fu di nuovo amico fedele e da lì iniziò la laboriosa risalita verso la vittoria. Il tie-break del terzo set finì dodici a dieci per Boris, in quello seguente Becker partì con l’handicap (0-3) ma non esitò a tuffarsi per cogliere il punto forse più delicato dell’intera giornata, quello che lo condusse per mano sul 6-5 e tolse all’americano l’opportunità del quarto match-point. Così, dopo quattro ore di delizioso sfinimento, i due si giocarono tutto al quinto set e il copione non cambiò: Courier avanti, Becker a inseguire. Sotto 4-2, Becker infilò tre giochi consecutivi e nel decimo ebbe due opportunità per chiudere ma niente, stavolta fu Jim a salvare e posticipare la resa. Che arrivò qualche minuto dopo, con un doppio fallo. Il doppio fallo che scrisse la parola fine alla vicenda dell’Indoor Tennis Championships di Bruxelles.

Dunque, la fine è questa. Ma, l’inizio?

Per quello bisogna mettere le lancette indietro di ben undici anni.

Quasi un anno prima, in quello stesso posto, Jimmy Page aveva stentato a trovare nella sua Gibson a doppio manico le prime note di Stairway to Heaven, come se l’atmosfera del Forest National lo mettesse a disagio. Ma era stato solo un attimo, poi lo strumento aveva iniziato a lacrimare e sopra di lui la voce straziante di Robert Plant. Era giugno e il dirigibile dei Led Zeppelin aveva fatto tappa nei pressi dell’Atomium, scaldando i cuori del pubblico di Bruxelles. Il 9 marzo 1981, invece, nell’impianto polifunzionale costruito nel comune di Forest, il suono è quello delle palline da tennis.

Negli anni Ottanta, in Belgio, dici tennis ma intendi Donnay.

La fabbrica di racchette che fa base a Couvin, in Vallonia, sta vivendo il suo momento di maggior fulgore e non può certo prevedere la tempesta che sta montando dietro i boschi. Quei boschi di frassino, il cui legno così prezioso indusse un’associazione di arcieri di Pâturages a rivolgersi a Emile Donnay per la creazione dei loro strumenti. Siamo nel 1933, Emile ha 48 anni e sta ancora elaborando il lutto per la prematura scomparsa della sorella Germaine, con cui condivideva la gestione della fabbrica, quando decide di ampliare la gamma di prodotti in legno all’interno delle Officine di Lienaux. Nasce così il reparto articoli sportivi. Archi, inizialmente, poi racchette. Il primo testimonial di rilievo è Yvon Petra, nell’immediato dopoguerra; poi arriveranno Margaret Court, Rod Laver e altri. Nomi importanti, certo, ma niente a che vedere, in termini di esposizione mediatica, con il vero colpo grosso della casa di Couvain: Bjorn Borg.

Per convincere lo svedese, che fa impazzire le ragazzine a Wimbledon, ad abbandonare la Slazenger, Donnay punta sulla Diamant ma sarà Francois Garet a cambiare il destino disegnando per Borg la Allwood. Un mito. È quella racchetta nera e arancione dall’impugnatura infinita che Bjorn lascerà cadere dalle mani per inginocchiarsi sull’erba dell’All England Lawn Tennis Club e nel marzo del 1981, quando appunto al Forest va in scena il primo Donnay Indoor Tennis Championships, lo scandinavo è l’indiscusso numero 1 della classifica mondiale.

Il campione di ghiaccio non mette i piedi in un campo per disputare un match ufficiale da quasi due mesi ma in gennaio ha rivinto il Masters a New York e lo sponsor conta su di lui per questa edizione inaugurale del torneo. In alternativa c’è Jimmy Connors, che non ha ancora trent’anni ma sembra già appartenere al passato. Il mancino dell’Illinois è stato spinto fuori dalla cabina di comando proprio da Borg, dal quale ha perso le ultime otto sfide, e Bruxelles vive nell’attesa della finale tra i due colossi. Invece Bjorn è il lontano parente di se stesso e al tedesco Rolf Gehring, da Dusseldorf, che giusto un mese prima ha raggiunto il suo best ranking al n°37, non par vero di trovare lo scandinavo così vulnerabile e di poterlo battere al secondo turno per 7-6 7-5. Gli organizzatori si consolano, per modo di dire, con Jimbo; l’americano ha qualche dubbio con Dupre ma per il resto fa piazza pulita e in finale infligge a Brian Gottfried la tredicesima sconfitta in quindici sfide ufficiali.

Un anno dopo il mondo è cambiato. O sta per cambiare. Borg ha deciso di prendersi una pausa e Bruxelles lo rimpiazza con colui che lo ha sostituito al vertice, ovvero John McEnroe, oltre al campione in carica Connors. Si sa, la fortuna dei tornei la fanno i grandi nomi ma ci sono occasioni in cui un luogo diventa fonte battesimale per un campione del futuro. Ecco allora che il Forest National immerge nella sua acqua benedetta un ragazzetto di nemmeno diciotto anni, svedese pure lui: Mats Wilander da Vaxjo. Nella strada verso la prima finale della sua carriera, Wilander deve affrontare tre teste di serie (Manson, Teacher e l’israeliano Glickstein, che ha beneficiato del ritiro di McEnroe) e non concede loro nemmeno un set. Lì trova un americano che, dopo aver celebrato se stesso con la famosa uscita “nessuno batte Gerulaitis sedici volte di fila” al Masters di New York, ci ha preso gusto e ha portato a quattro le sue vittorie consecutive nei confronti di Connors. I passanti di Wilander hanno la meglio sulle volee dell’avversario fino al 6-4 4-2, poi Gerulaitis aumenta il numero degli ace, domina il tie-break del secondo set e nel terzo passeggia. Tre mesi più tardi, a Parigi, Mats diventerà il più giovane vincitore di una prova dello slam.

I finalisti dell’anno precedente vengono battuti in semifinale nel 1983. Gerulaitis si fa sorprendere da Peter McNamara, a cui nemmeno una scarpa rotta impedisce di portare a termine un match tutto improntato sulla ricerca della rete. L’australiano prova a rimediare calzando le scarpe di un raccattapalle ma non sono il suo numero; per fortuna nei dintorni del Forest National c’è un negozio di tennis e dopo qualche minuto Peter può completare l’opera contro un Gerulaitis che recupera da 3-5 nel secondo set ma si arrende al tie-break. Nell’altro match Ivan Lendl insegue Wilander in entrambi i parziali ma nei giochi decisivi è più concreto e prevale 7-6 7-6. Il cecoslovacco è favorito per il titolo ma in carriera ha già perso tre volte contro McNamara. Ivan serve per il match sul 5-4 del terzo set, arriva a due punti dalla vittoria ma subisce la rimonta del canguro che si aggiudica il tie-break decisivo. Qualche giorno dopo, Peter chiuderà di fatto la sua carriera a Rotterdam rompendosi i legamenti del ginocchio nel match di primo turno contro un altro cecoslovacco, Jiri Granat.

Lendl ci riprova dodici mesi dopo. Il 9 gennaio, Ivan è ridiventato n°1 del mondo per la terza volta ma McEnroe lo incalza da vicino e a Bruxelles potrebbe esserci il controsorpasso. Siamo nell’anno di grazia (per McEnroe) 1984 e i duellanti si proiettano in finale con numeri paurosi: 0 set persi per entrambi, 17 giochi persi da Lendl, 13 da John. Lecito attendersi equilibrio, invece l’americano rasenta la perfezione e per Ivan è un’altra delusione. Si rifarà con gli interessi a Parigi, in giugno.

Siamo agli sgoccioli dell’età del legno e la Donnay, poco intenzionata a convertirsi alla graphite, accusa il colpo. Come se non bastasse, Borg ha annunciato da tempo il suo ritiro e sembra voler fare sul serio. Il torneo però resiste ed è comunque la Svezia a monopolizzarne il triennio successivo. Nel 1985 mancano i primi tre del mondo e il quarto, Wilander, perde in finale dal connazionale Jarryd. L’anno dopo Mats è di nuovo il favorito ma la stella inattesa di Bruxelles è l’australiano Broderick Dyke, che entra in tabellone da n°109 e ne esce da n°35 dopo aver travolto al primo turno un incredulo Becker. “Ho giocato malissimo e non so cosa sia successo, oggi. Non sono mai riuscito a cambiare marcia” afferma il campione in carica di Wimbledon e testa di serie n°2 del torneo. “Sono sorpreso nel vedere quanti errori un giocatore come Becker è riuscito a fare” chiosa Dyke, che però mostra di meritare attenzione battendo anche Forget e Mecir prima di rassegnarsi contro Mats.

Intenzionato a cancellare l’onta, Becker torna nel 1987 da primo favorito ma nei quarti è il solito guastafeste Jarryd a fermarlo. Il suo posto viene preso da John McEnroe e i 5000 del Forest National possono finalmente ammirare i numeri dell’americano, dopo la fugace apparizione di qualche anno prima. In finale però il campione in carica Wilander non fa sconti e conserva il trofeo. “Il suo gioco mi rende impaziente” sostiene John, che pure ha avuto la sua occasione nel secondo set. Ma il break viene subito recuperato da Wilander, che non ha dubbi: “Se non fossi riuscito a strappargli subito il servizio, sarebbe stata dura per me”.

Mai dura come per gli organizzatori che, con la crisi in cui è piombata la Donnay, stentano a trovare alternative in fatto di sostegno economico. Così, nel 1988, cala una prima volta il sipario sul torneo. Alla ricerca disperata di un rilancio, Bruxelles cambia data e si colloca a ridosso del Masters, in novembre. Dei primi dieci del mondo c’è solo lo svizzero Jakob Hlasek ma vince Henri Leconte. La finale è sulla lunga distanza e dominata dai servizi. L’unico break lo ottiene il francese con tre splendidi passanti nel nono gioco del terzo set, dopo aver vinto i primi due al tie-break. “Oggi ho giocato a sprazzi il mio miglior tennis” dice Leconte, visibilmente soddisfatto. Ma la sua felicità è la tristezza del pubblico belga, che saluta mestamente il grande tennis. L’11 agosto dello stesso anno, con 35 milioni di dollari di debiti, la Donnay era stata costretta a dichiarare bancarotta ma nemmeno un mese dopo Bernard Tapie ne aveva rilevato una quota e aveva annunciato di voler mettere sotto contratto un ragazzo di Las Vegas piuttosto interessante.

Con la rinascita della Donnay, che ha abbandonato al suo destino la fabbrica di Couvain e si è messa al passo coi tempi producendo telai in fibra, c’è ossigeno nuovo anche per l’Indoor di Bruxelles. Dopo un solo anno di stop, a febbraio del 1990 va in scena la nona edizione e Boris Becker stavolta non fallisce battendo in finale il connazionale Carl-Uwe Steeb. Il tedesco non può difendere al meglio il titolo e lo stiramento rimediato nella semifinale con il sovietico Cherkasov lo costringe al ritiro e gli costa il primato in classifica, conquistato da Edberg nonostante la sconfitta patita per mano di Forget. Il francese emula Leconte e alza il penultimo trofeo nella storia del torneo.

Il colpo di coda della Donnay termina con il passaggio di Agassi alla Head. Tapie vende la sua quota al governo della Vallonia e nel 1996, con la produzione decentrata in Portogallo, il marchio viene acquisito dalla Sports Direct. Oggi, sulle rive dell’Eau Noire, dove c’era la fabbrica, c’è un supermercato. I tempi cambiano e la fine è nota. Adesso è noto anche l’inizio.

ALBO D’ORO

1981 Jimmy Connors b. Brian Gottfried 6-2 6-4 6-3
1982 Vitas Gerulaitis b. Mats Wilander 4-6 7-6 6-2
1983 Peter McNamara b. Ivan Lendl 6-4 4-6 7-6
1984 John McEnroe b. Ivan Lendl 6-1 6-3
1985 Anders Jarryd b. Mats Wilander 6-4 3-6 7-5
1986 Mats Wilander b. Broderick Dyke 6-2 6-3
1987 Mats Wilander b. John McEnroe 6-3 6-4
1988 Henri Leconte b. Jakob Hlasek 7-6 7-6 6-4
1990 Boris Becker b. Carl-Uwe Steeb 7-5 6-2 6-2
1991 Guy Forget b. Andrei Cherkasov 6-3 7-5 3-6 7-6
1992 Boris Becker b. Jim Courier 6-7 2-6 7-6 7-6 7-5

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Storie di tennis: il conte volante, Panatta e altro ancora

Ci sono stati tennisti… che non hanno fatto soltanto i tennisti. Sì, esatto: anche Adriano Panatta non è stato un campione solo con la racchetta

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Seconda puntata dedicata ai tennisti polivalenti, ovvero capaci di eccellere, oltre che nel tennis, anche in altri sport. Nella prima puntata abbiamo parlato di:

  1. Giovanni Balbo di Robecco (calcio)
  2. Fred Perry (Ping pong)
  3. Jaroslav Drobny (Hockey su ghiaccio)
  4. Ellsworth Vines (golf)
  5. Tony Travert (Basket)
  6. Ion Tiriac (Hockey su ghiaccio)

Grazie alle vostre segnalazioni in questa puntata narreremo in ordine cronologico le gesta di due uomini e una donna:

  1. Charlotte “Lottie” Dod
  2. Leonardo Bonzi
  3. Adriano Panatta

Partiamo dalla segnalazione fattaci da Claudio65 – lettore e gentiluomo – che ci pone innanzi a una vera e propria immortale del tennis: l’inglese Charlotte “Lottie” Dod.

 

Dod vinse per la prima volta il singolare a Wimbledon nel 1887 a 15 anni di età, record ancora oggi imbattuto. A questa vittoria ne seguirono altre quattro l’ultima delle quali nel 1893 anno in cui la campionessa britannica abbandonò il tennis agonistica con sole cinque sconfitte ufficiali al passivo. Il Guinness dei Primati la colloca al secondo posto tra le sportive più poliedriche di tutti i tempi poiché oltre al tennis Charlotte praticò con discreti risultati il golf e l’hockey su prato e con eccellenti risultati il tiro con l’arco. In questa disciplina ella conquistò infatti la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Londra del 1908.

Dopo le Olimpiadi Dod continuò a mietere successi con arco e frecce sino al 1910, anno in cui si ritirò. La morte la colse il 27 giugno 1960 durante il torneo di Wimbledon mentre ascoltava la cronaca radiofonica di un incontro dei Championships. Per la storia fu María Bueno ad aggiudicarsi il singolare femminile nel 1960. 

Il secondo protagonista del nostro racconto ci è stato segnalato dal lettore TennisLover. Si tratta del conte milanese Leonardo Bonzi, personaggio probabilmente sconosciuto ai più (per esempio a chi scrive), ma dalla personalità straordinaria.

Il sito a lui dedicato – www.leonardobonzi.it– lo introduce definendolo alpinista, tennista, aviatore, esploratore, medaglia d’oro al valore aeronautico, 4 medaglie d’argento al valore militare e una decorazione interalleata. Bonzi fu sicuramente tutto questo, ma anche di più; infatti egli fu anche regista e produttore cinematografico grazie al matrimonio con la grande attrice Clara Calamai, la donna  che per prima mostrò il seno nudo in un film italiano e qualche decennio più tardi impugnò un’accetta per diventare l’ indimenticabile assassina di “Profondo rosso“.

Per dare conto di tutto ciò che Leonardo Bonzi fu in grado di compiere nell’arco di una vita iniziata agli albori del ‘900 e conclusasi nel 1977 ci vorrebbe un libro. Per coerenza tematica noi ci concentreremo sui suoi exploit sportivi, ma non possiamo tacere un episodio della sua vita che ne sottolinea la dimensione umana: il volo senza scali effettuato nel 1948 da Milano a Buenos Aires allo scopo di raccogliere fondi a favore dei mutilatini di guerra dell’Istituto per bambini Don Gnocchi.

Veniamo quindi alle imprese sportive del conte Bonzi. Il nobiluomo iniziò a fare parlare di sé nel 1924 quando prese parte alle Olimpiadi invernali di Chamonix in qualità di membro della squadra italiana di bob a quattro. In quella occasione non ebbe molta fortuna e – riposto il bob – si dedicò al tennis  primeggiando in Italia e difendendosi con onore all’estero. Leonardo Bonghi fu infatti più volte campione italiano e per anni difese i nostri colori in Coppa Davis. In campo internazionale il suo anno migliore fu il 1929 quando riuscì a raggiungere il terzo turno a Wimbledon e al Roland Garros. A Parigi fu nettamente sconfitto in un derby dal sangue blu dall’unico italiano ad avere sino ad oggi conquistato una medaglia olimpica nel tennis: Uberto de Morpurgo detto “il Barone”. Terminò la carriera tennistica introno alla metà degli anni ’30 per dedicarsi ai voli e alle esplorazioni.

Per finire eccoci alla segnalazione di 1More (uno pseudonimo che ha il sapore del rimpianto: “ah se anche Federer come Kyrgios avesse avuto un match-point advisor …”) relativa all’Adriano più famoso di tutti i tempi dopo quello narrato da Marguerite Yourcenar: Panatta. L’eroe del ‘76 (Roma-Parigi-Davis) dopo il ritiro dal tennis giocato si è dedicato anche alla motonautica con notevole successo. Nel 1991 ha vinto il titolo mondiale nella classe Evolution e nelle acque del lago di Como ha stabilito il record del mondo di velocità nella categoria entrobordo toccando i 238 km/h. Infine nel 2004 si è laureato campione del mondo di Endurance nella classe Powerboat P1.

Per ora è tutto con le storie di tennis. Se vi sono piaciute, segnalatecene altre e saremo lieti di aggiungere altri capitoli.

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Storie di tennis: il ping pong di Perry e l’hockey di Drobny

Perché l’attualità è seducente, ma certe volte la storia lo è di più

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Jaroslav Drobny - Wimbledon 1953

I recenti articoli che hanno avuto come protagonisti Felicisimo Ampon e Bob Falkenbourg hanno inaugurato una serie dedicata a vicende non direttamente legate al tennis giocato, bensì alla vita di alcuni dei suoi interpreti. Qualcosa di simile a un “trivial pursuit” o di “non tutti sanno che” da leggere sotto l’ombrellone quando non si sa più come passare il troppo tempo libero generato dalle vacanze e le notizie di calcio-mercato della Rosea appaiono francamente improponibili anche al tifoso meno smaliziato. In questa puntata parleremo di polivalenza.

Gli sportivi professionisti sono di norma dotati di qualità fisiche e psicologiche che gli permettono di eccellere in svariate discipline sportive. All’interno dei nostri confini a titolo di esempio ad oggi insuperato citiamo un nome: Cesare Rubini. Rubini fu un eccelso pallanuotista (oro olimpico Londra ’48), ottimo cestista e grande allenatore di pallacanestro; è uno dei pochissimi atleti ad avere ricevuto l’onore di essere cooptato in due Hall of Fame: quella della pallanuoto in qualità di giocatore e quella del basket come allenatore.

Il tennis a sua volta vanta tra le proprie fila giocatori che si sono fatti onore ad alti livelli anche in altri sport. Noi ne abbiamo individuati sei. In ordine di anno di nascita essi sono:

1 Giovanni Balbo di Robecco
2 Fred Perry
3 Ellsworth Vines
4 Jaroslav Drobny
5 Tony Trabert
6 Ion Tiriac

Il Conte Giovanni Balbo di Robecco nacque a Genova nel 1883. La sua carriera sportiva di alto livello iniziò nel Genoa Football club nel 1905 quando esordì in prima serie nel ruolo di portiere e ala destra (!). La sua carriera di calciatore si esaurisce praticamente in quell’anno con due sole presenze all’attivo. I risultati che il Conte ottenne nel tennis, sport al quale si dedicò a tempo pieno dopo avere appeso le scarpette al chiodo, sono molto più significativi. Egli infatti conquistò 4 titoli italiani in singolare, partecipò alle Olimpiadi di Anversa del 1920 e alla Coppa Davis. In campo internazionale il suo successo più prestigioso è costituito dalla vittoria nel 1922 al torneo di Montecarlo nel quale mai prima di allora un italiano era riuscito a imporsi.

L’inglese Frederick John Perry ha bisogno di poche presentazioni. Qualunque appassionato sa che fu l’ultimo britannico a conquistare i Championships prima di Andy Murray e anche i non appassionati almeno una volta nella vita lo hanno sentito nominare per i capi di abbigliamento sportivo che – non per coincidenza – portano il suo nome. Quanti però sanno che prima di diventare uno dei migliori tennisti della sua epoca egli fu un campione di ping pong?

Nel 1928, a soli 19 anni, Perry conquistò la medaglia di bronzo di tennis tavolo ai mondiali di Stoccolma e l’anno successivo la medaglia d’oro a Belgrado. Probabilmente fu proprio grazie a questa disciplina che il britannico sviluppò capacità di coordinazione e di riflessi fenomenali che gli permettevano di colpire la palla con grande anticipo facendo di lui una specie di Agassi, Federer o Davydenko ante litteram.

Fred Perry

Il californiano Henry Ellswort Vines jr fu, risultati alla mano, il miglior tennista al mondo a livello professionistico nella seconda metà degli anni ’30 e, prima di passare tra i professionisti, aveva vinto due titoli agli US Open e uno a Wimbledon. Nel 1940 a soli 29 anni decise di abbandonare il tennis per dedicarsi dal 1942 all’altra grande passione sportiva della sua vita: il golf. Pur non riuscendo a eguagliare i risultati ottenuti nel tennis, anche in questa specialità Vines si difese molto bene. Nel suo palmares figurano infatti 3 tornei del PGA Tour, l’ente che organizza i maggiori tornei statunitensi.

Il cecoslovacco di nascita e britannico di passaporto (e per qualche anno anche egiziano) Jaroslav Drobny, vincitore negli anni ’50 di due titoli al Roland Garros e di uno a Wimbledon, ha in comune con Cesare Rubini l’onore di essere membro della Hall of Fame di due differenti discipline sportive: hockey su ghiaccio e tennis. L’hockey su ghiaccio è sport ancora oggi popolarissimo in Cecoslovacchia (Thomas Berdych ad esempio ne è appassionato) e Drobny prima di dedicarsi a tempo pieno al tennis ne fu un interprete di rilievo.

Con la nazionale cecoslovacca partecipò in veste di titolare ai mondiali del 1947 e alle Olimpiadi Invernali del 1948 conquistando rispettivamente la medaglia d’oro e d’argento. Drobny abbandonò l’hockey a favore del tennis a 28 anni nel 1949, anno in cui raggiunse, perdendo, la sua prima finale a Wimbledon. Desta comunque stupore constatare come, nei medesimi anni in cui gareggiava sui pattini, Drobny fosse altresì in grado di esprimersi ad alto livello con la racchetta: nel 1946 era arrivato sino alla semifinale a Wimbledon e nel 1948 aveva trionfato al Roland Garros nel doppio e nel doppio misto.

Marion Anthony Trabert fu un tennista incomparabilmente migliore di quanto non fosse come cestista. I 5 titoli conquistati tra Wimbledon, US Open e Roland Garros non sono controbilanciati da successi anche solo minimamente paragonabili nel basket. Purtuttavia, Trabert giocò due stagioni nel ruolo di guardia della squadra universitaria di Cincinnati che nella prima metà degli anni ’50 era figurava tra le più forti del Paese.

Il rumeno Ion Tiriac è il classico personaggio al quale calza a pennello il detto americano: “Bigger than life”. Il mentore nonché compagno di doppio di Ilie Nastase, è attualmente un ricchissimo banchiere che a 80 anni suonati si diletta ancora a organizzare il torneo combined di Madrid, meglio se su terra blu. Sotto il profilo sportivo Tiriac nacque hockeysta e divenne solo successivamente un buon tennista; in singolare giunse sino alla posizione numero 55 e nel doppio, specialità in cui vinse il RG in coppia con Nastase nel 1970, alla diciannovesima.

Ion Tiriac (a sinistra) e Ilie Nastase

L’hockey su ghiaccio gli diede la soddisfazione forse più grande per uno sportivo, ovvero quella di prendere parte ai Giochi Olimpici in rappresentanza del proprio Paese. Tiriac vi partecipò nel 1964 e, dato che il primo amore non si scorda mai, nel 2016 ha inaugurato nelle vicinanze di Bucarest un impianto dedicato agli sport su ghiaccio di 5.000 mq.

I sei personaggi dei quali abbiamo sin qui parlato hanno in comune il fatto di dovere la propria fama principalmente al tennis. Prima di accomiatarci dai lettori ne menzioniamo uno che, al contrario, è noto per i successi raggiunti in uno sport differente, ma che ha praticato anche il tennis a livello professionistico: John Lucas.

Lo statunitense Lucas tra gli anni ’70 e ’80 fu un professionista della National Basketball League e successivamente un allenatore nella medesima Lega. Negli anni ’70 fu però anche eccellente tennista a livello universitario e arrivò a disputare qualche torneo di categoria Challenger prima di abbandonare completamente il tennis a favore della palla a spicchi. Il sito ATP ci informa che nel dicembre del 1979 raggiunse il suo best ranking al numero 579.

E voi, cari lettori, sapete indicarci altri tennisti che si sono distinti in diversi sport?

 

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Focus

Caro Nole ti scrivo

Sette giorni dopo la splendida finale di Wimbledon, proviamo a metterci nei panni di Roger Federer e immaginiamo di scrivere una lettera a Novak Djokovic

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Roger Federer e Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Un immaginario e simpatico viaggio nella mente di Roger Federer, a pochi giorni di distanza dalla delusione di Wimbledon. Il problema dei match point, la visualizzazione, l’emotività e un nuovo piano tattico. Un racconto leggero e semiserio per provare ad immaginare i pensieri dello svizzero. Roger scrive a Nole…


Caro Nole ti scrivo così mi distraggo un po’. La voglia di distrarmi è mia, mentre lo spunto l’ho preso da una canzone di Lucio Dalla. Non so se lo conosci. È un cantautore italiano del quale mi sono innamorato ascoltando una canzone nella quale diceva che la gente lo chiamava Gesù Bambino. Mi ci sono subito identificato. A pensarci bene, con tutti i regali che ti ho fatto nel corso degli anni credo che anche tu dovresti chiamarmi così o, vista la mia data di nascita, Babbo Natale.

Scherzi a parte, come stai? A casa tutto bene? Ti sei ripreso dalla sgambata che ci siamo fatti domenica scorsa? Digerita l’erbetta? (ma come ci riesci? Hai forse quattro stomaci come i ruminanti?). Grazie per la sobrietà e la compostezza con le quali hai celebrato la vittoria dopo l’ultimo scambio, sia a titolo personale sia delle quattro o cinque persone che hanno fatto il tifo per me.

 

Scusa se nel quinto set sull’8-7 e 40-15 ti ho creato un po’ di ansia. Ma scommetto che non hai sofferto tanto. Ti eri già trovato in precedenza in situazioni quasi identiche contro di me e ne eri sempre uscito benissimo. Non c’era motivo per cui non dovessi farcela un’altra volta. A proposito: con quella di domenica a che numero siamo? Tre o quattro? Ti sembrerà strano ma ricordo perfettamente le partite che ho giocato a inizio carriera mentre fatico a ricordare quelle giocate di recente.

Sono sicuro di avere perso contro di te le semifinali del 2010 e del 2011 agli US Open dopo avere avuto due match point consecutivi a favore al quinto set. Ma la finale del 2018 a Indian Wells in cui ero 5-4 40-15 al terzo set l’ho perduta contro di te o contro Del Potro? Mi sa che era Delpo perché ricordo che dall’altra parte della rete c’era un tipo gigantesco. Quanto mi manca Delpo. Speriamo torni presto nel circuito. Con lui riuscivo a incasinarmi le partite in modo ammirevole, soprattutto quando lo affrontavo agli US Open.

A proposito: più penso al numero di volte in cui li ho persi in circostanze rocambolesche e più mi convinco che farei bene a dare retta a Ljubo e trovare un bravo medium che tolga il malocchio dall’Arthur Ashe Stadium. Se dovessi decidere di farlo, mi permetti di rivolgermi a Pepe Imaz? Prima di salutarti voglio farti una confidenza e chiederti un consiglio.

Premetto che non ho mai dato alle statistiche la stessa importanza che gli dai tu. Quando si nasce benedetti da un talento immenso come il mio è facile peccare di presunzione e trascurare i dettagli. In virtù di cotanto talento sono sempre stato certo che avrei potuto cavarmela in ogni circostanza semplicemente scoccando un dardo dalla mia racchetta per poi raccogliere il plauso dei miei tifosi adoranti e passare a un altro trionfo. Nel corso degli anni però la mia sicurezza ha iniziato a scricchiolare – e tu e Rafa non siete estranei a questo fatto – e poi è definitivamente franata due giorni fa quando proprio una statistica mi ha colpito con la forza di un gancio di Tyson.

Leggendo qua e là (con un pizzico di fastidio) gli articoli relativi al nostro match, ho infatti scoperto che tu hai perso solo 3 volte in 1.053 incontri dopo avere avuto match point a favore e Rafa 8 volte in 1.152. A me è successo 22 volte in 1.487 partite! Se è una semplice coincidenza è ancora più incredibile del pronostico all’incontrario azzeccato da Ubaldo, ma ne dubito.

Se mia moglie fa due conti e scopre quanto è costato questo scherzo alle casse della famiglia per me sono grune Mause (sorci verdi, ndt), come diciamo nel mio Cantone. Devo fare il possibile per evitare che questi spiacevoli inconvenienti mi capitino di nuovo. Ma come? Ho letto che tu ti avvali di specifici esercizi di visualizzazione. Sono davvero utili? Hai il nome di un bravo specialista a cui potrei rivolgermi? Quello statistico che hai ingaggiato secondo te potrebbe fare anche al caso mio? Credi che farei bene a preparare insieme al mio staff un piano tattico al quale attenermi nei momenti topici di un match che mi aiuti anche a gestire meglio le mie emozioni in quei frangenti?

Forse non si vede ma nonostante sia uno svizzero e per di più tedesco, sono un tipo molto emotivo e in determinate situazioni perdo la bussola. Il piano di cui parlo potrebbe, per esempio, prevedere che in caso di match point invece di cercare l’ace al centro a tutti i costi (a meno che non mi trovi sul 40-0), batta una prima slice a tre quarti di velocità a uscire. Cose così insomma.

È tutto. Non voglio rubarti altro tempo. Resto in trepidante attesa della tua risposta e dei tuoi consigli, che sono certo non mi negherai. Ci vediamo a Cincinnati. Tuo Roger.

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