Tornei scomparsi: Bruxelles, molto più di una racchetta

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Tornei scomparsi: Bruxelles, molto più di una racchetta

La fine del torneo di Bruxelles è nota. Ripercorriamo l’inizio e i fasti di un torneo che ha visto sui suoi campi e vanta nel suo albo d’oro alcuni dei migliori tennisti della storia

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La fine è nota, come suggerisce l’insolito thriller del misterioso Geoffrey Holiday Hall. Ma, giocando con le parole, si potrebbe anche dire che la fine è la nota sublime di un concerto lungo oltre un decennio e che ha offerto sprazzi di grande tennis.

La fine la conoscono bene i tifosi di Boris Becker e, forse ancor di più, quelli di Jim Courier. Sì perché, quel 16 febbraio del 1992, il tedesco e l’americano furono i protagonisti dell’atto conclusivo più lungo (in termini di giochi) nella storia del circuito ATP da quando è stato introdotto il tie-break per tutti i set. Una finale memorabile, che lo statunitense affrontò da numero 1 del mondo, posizione appena conquistata a spese di Edberg e grazie alla vittoria agli Australian Open e alla finale persa a San Francisco contro il connazionale Chang.

Red Jim era dunque il nuovo padrone delle ferriere, colui che aveva avvicinato il tennis al baseball con quella Wilson mulinata nel rovescio bimane come un battitore con la mazza. Boris Becker invece stava rifiatando, dopo aver chiuso il ’91 al terzo posto. Si era fatto sorprendere, il ragazzone di Leimen, al terzo turno di Melbourne dal redivivo John McEnroe, al penultimo acuto di una carriera maestosa. L’ultimo sarebbe arrivato di lì a qualche mese, inevitabilmente sui prati di Wimbledon. Poi Boris aveva provato ad aiutare la causa tedesca nell’insidiosa trasferta brasiliana di Davis ed era venuto a capo di Luiz Mattar solo al quinto set, prima che i padroni di casa si prendessero i tre match successivi e con quelli pure il passaggio del turno. Insomma, non proprio un momento straordinario per l’ex Wunderkind.

 

Ma si sa, a Becker non è mai venuto meno lo spirito guerriero e quando, sempre quel famoso 16 febbraio, si trovò sotto di due set e per tre volte fronteggiò una palla che avrebbe consegnato il trofeo nelle mani di Courier, il coraggio di osare e andarsi a prendere il punto gli fu di nuovo amico fedele e da lì iniziò la laboriosa risalita verso la vittoria. Il tie-break del terzo set finì dodici a dieci per Boris, in quello seguente Becker partì con l’handicap (0-3) ma non esitò a tuffarsi per cogliere il punto forse più delicato dell’intera giornata, quello che lo condusse per mano sul 6-5 e tolse all’americano l’opportunità del quarto match-point. Così, dopo quattro ore di delizioso sfinimento, i due si giocarono tutto al quinto set e il copione non cambiò: Courier avanti, Becker a inseguire. Sotto 4-2, Becker infilò tre giochi consecutivi e nel decimo ebbe due opportunità per chiudere ma niente, stavolta fu Jim a salvare e posticipare la resa. Che arrivò qualche minuto dopo, con un doppio fallo. Il doppio fallo che scrisse la parola fine alla vicenda dell’Indoor Tennis Championships di Bruxelles.

Dunque, la fine è questa. Ma, l’inizio?

Per quello bisogna mettere le lancette indietro di ben undici anni.

Quasi un anno prima, in quello stesso posto, Jimmy Page aveva stentato a trovare nella sua Gibson a doppio manico le prime note di Stairway to Heaven, come se l’atmosfera del Forest National lo mettesse a disagio. Ma era stato solo un attimo, poi lo strumento aveva iniziato a lacrimare e sopra di lui la voce straziante di Robert Plant. Era giugno e il dirigibile dei Led Zeppelin aveva fatto tappa nei pressi dell’Atomium, scaldando i cuori del pubblico di Bruxelles. Il 9 marzo 1981, invece, nell’impianto polifunzionale costruito nel comune di Forest, il suono è quello delle palline da tennis.

Negli anni Ottanta, in Belgio, dici tennis ma intendi Donnay.

La fabbrica di racchette che fa base a Couvin, in Vallonia, sta vivendo il suo momento di maggior fulgore e non può certo prevedere la tempesta che sta montando dietro i boschi. Quei boschi di frassino, il cui legno così prezioso indusse un’associazione di arcieri di Pâturages a rivolgersi a Emile Donnay per la creazione dei loro strumenti. Siamo nel 1933, Emile ha 48 anni e sta ancora elaborando il lutto per la prematura scomparsa della sorella Germaine, con cui condivideva la gestione della fabbrica, quando decide di ampliare la gamma di prodotti in legno all’interno delle Officine di Lienaux. Nasce così il reparto articoli sportivi. Archi, inizialmente, poi racchette. Il primo testimonial di rilievo è Yvon Petra, nell’immediato dopoguerra; poi arriveranno Margaret Court, Rod Laver e altri. Nomi importanti, certo, ma niente a che vedere, in termini di esposizione mediatica, con il vero colpo grosso della casa di Couvain: Bjorn Borg.

Per convincere lo svedese, che fa impazzire le ragazzine a Wimbledon, ad abbandonare la Slazenger, Donnay punta sulla Diamant ma sarà Francois Garet a cambiare il destino disegnando per Borg la Allwood. Un mito. È quella racchetta nera e arancione dall’impugnatura infinita che Bjorn lascerà cadere dalle mani per inginocchiarsi sull’erba dell’All England Lawn Tennis Club e nel marzo del 1981, quando appunto al Forest va in scena il primo Donnay Indoor Tennis Championships, lo scandinavo è l’indiscusso numero 1 della classifica mondiale.

Il campione di ghiaccio non mette i piedi in un campo per disputare un match ufficiale da quasi due mesi ma in gennaio ha rivinto il Masters a New York e lo sponsor conta su di lui per questa edizione inaugurale del torneo. In alternativa c’è Jimmy Connors, che non ha ancora trent’anni ma sembra già appartenere al passato. Il mancino dell’Illinois è stato spinto fuori dalla cabina di comando proprio da Borg, dal quale ha perso le ultime otto sfide, e Bruxelles vive nell’attesa della finale tra i due colossi. Invece Bjorn è il lontano parente di se stesso e al tedesco Rolf Gehring, da Dusseldorf, che giusto un mese prima ha raggiunto il suo best ranking al n°37, non par vero di trovare lo scandinavo così vulnerabile e di poterlo battere al secondo turno per 7-6 7-5. Gli organizzatori si consolano, per modo di dire, con Jimbo; l’americano ha qualche dubbio con Dupre ma per il resto fa piazza pulita e in finale infligge a Brian Gottfried la tredicesima sconfitta in quindici sfide ufficiali.

Un anno dopo il mondo è cambiato. O sta per cambiare. Borg ha deciso di prendersi una pausa e Bruxelles lo rimpiazza con colui che lo ha sostituito al vertice, ovvero John McEnroe, oltre al campione in carica Connors. Si sa, la fortuna dei tornei la fanno i grandi nomi ma ci sono occasioni in cui un luogo diventa fonte battesimale per un campione del futuro. Ecco allora che il Forest National immerge nella sua acqua benedetta un ragazzetto di nemmeno diciotto anni, svedese pure lui: Mats Wilander da Vaxjo. Nella strada verso la prima finale della sua carriera, Wilander deve affrontare tre teste di serie (Manson, Teacher e l’israeliano Glickstein, che ha beneficiato del ritiro di McEnroe) e non concede loro nemmeno un set. Lì trova un americano che, dopo aver celebrato se stesso con la famosa uscita “nessuno batte Gerulaitis sedici volte di fila” al Masters di New York, ci ha preso gusto e ha portato a quattro le sue vittorie consecutive nei confronti di Connors. I passanti di Wilander hanno la meglio sulle volee dell’avversario fino al 6-4 4-2, poi Gerulaitis aumenta il numero degli ace, domina il tie-break del secondo set e nel terzo passeggia. Tre mesi più tardi, a Parigi, Mats diventerà il più giovane vincitore di una prova dello slam.

I finalisti dell’anno precedente vengono battuti in semifinale nel 1983. Gerulaitis si fa sorprendere da Peter McNamara, a cui nemmeno una scarpa rotta impedisce di portare a termine un match tutto improntato sulla ricerca della rete. L’australiano prova a rimediare calzando le scarpe di un raccattapalle ma non sono il suo numero; per fortuna nei dintorni del Forest National c’è un negozio di tennis e dopo qualche minuto Peter può completare l’opera contro un Gerulaitis che recupera da 3-5 nel secondo set ma si arrende al tie-break. Nell’altro match Ivan Lendl insegue Wilander in entrambi i parziali ma nei giochi decisivi è più concreto e prevale 7-6 7-6. Il cecoslovacco è favorito per il titolo ma in carriera ha già perso tre volte contro McNamara. Ivan serve per il match sul 5-4 del terzo set, arriva a due punti dalla vittoria ma subisce la rimonta del canguro che si aggiudica il tie-break decisivo. Qualche giorno dopo, Peter chiuderà di fatto la sua carriera a Rotterdam rompendosi i legamenti del ginocchio nel match di primo turno contro un altro cecoslovacco, Jiri Granat.

Lendl ci riprova dodici mesi dopo. Il 9 gennaio, Ivan è ridiventato n°1 del mondo per la terza volta ma McEnroe lo incalza da vicino e a Bruxelles potrebbe esserci il controsorpasso. Siamo nell’anno di grazia (per McEnroe) 1984 e i duellanti si proiettano in finale con numeri paurosi: 0 set persi per entrambi, 17 giochi persi da Lendl, 13 da John. Lecito attendersi equilibrio, invece l’americano rasenta la perfezione e per Ivan è un’altra delusione. Si rifarà con gli interessi a Parigi, in giugno.

Siamo agli sgoccioli dell’età del legno e la Donnay, poco intenzionata a convertirsi alla graphite, accusa il colpo. Come se non bastasse, Borg ha annunciato da tempo il suo ritiro e sembra voler fare sul serio. Il torneo però resiste ed è comunque la Svezia a monopolizzarne il triennio successivo. Nel 1985 mancano i primi tre del mondo e il quarto, Wilander, perde in finale dal connazionale Jarryd. L’anno dopo Mats è di nuovo il favorito ma la stella inattesa di Bruxelles è l’australiano Broderick Dyke, che entra in tabellone da n°109 e ne esce da n°35 dopo aver travolto al primo turno un incredulo Becker. “Ho giocato malissimo e non so cosa sia successo, oggi. Non sono mai riuscito a cambiare marcia” afferma il campione in carica di Wimbledon e testa di serie n°2 del torneo. “Sono sorpreso nel vedere quanti errori un giocatore come Becker è riuscito a fare” chiosa Dyke, che però mostra di meritare attenzione battendo anche Forget e Mecir prima di rassegnarsi contro Mats.

Intenzionato a cancellare l’onta, Becker torna nel 1987 da primo favorito ma nei quarti è il solito guastafeste Jarryd a fermarlo. Il suo posto viene preso da John McEnroe e i 5000 del Forest National possono finalmente ammirare i numeri dell’americano, dopo la fugace apparizione di qualche anno prima. In finale però il campione in carica Wilander non fa sconti e conserva il trofeo. “Il suo gioco mi rende impaziente” sostiene John, che pure ha avuto la sua occasione nel secondo set. Ma il break viene subito recuperato da Wilander, che non ha dubbi: “Se non fossi riuscito a strappargli subito il servizio, sarebbe stata dura per me”.

Mai dura come per gli organizzatori che, con la crisi in cui è piombata la Donnay, stentano a trovare alternative in fatto di sostegno economico. Così, nel 1988, cala una prima volta il sipario sul torneo. Alla ricerca disperata di un rilancio, Bruxelles cambia data e si colloca a ridosso del Masters, in novembre. Dei primi dieci del mondo c’è solo lo svizzero Jakob Hlasek ma vince Henri Leconte. La finale è sulla lunga distanza e dominata dai servizi. L’unico break lo ottiene il francese con tre splendidi passanti nel nono gioco del terzo set, dopo aver vinto i primi due al tie-break. “Oggi ho giocato a sprazzi il mio miglior tennis” dice Leconte, visibilmente soddisfatto. Ma la sua felicità è la tristezza del pubblico belga, che saluta mestamente il grande tennis. L’11 agosto dello stesso anno, con 35 milioni di dollari di debiti, la Donnay era stata costretta a dichiarare bancarotta ma nemmeno un mese dopo Bernard Tapie ne aveva rilevato una quota e aveva annunciato di voler mettere sotto contratto un ragazzo di Las Vegas piuttosto interessante.

Con la rinascita della Donnay, che ha abbandonato al suo destino la fabbrica di Couvain e si è messa al passo coi tempi producendo telai in fibra, c’è ossigeno nuovo anche per l’Indoor di Bruxelles. Dopo un solo anno di stop, a febbraio del 1990 va in scena la nona edizione e Boris Becker stavolta non fallisce battendo in finale il connazionale Carl-Uwe Steeb. Il tedesco non può difendere al meglio il titolo e lo stiramento rimediato nella semifinale con il sovietico Cherkasov lo costringe al ritiro e gli costa il primato in classifica, conquistato da Edberg nonostante la sconfitta patita per mano di Forget. Il francese emula Leconte e alza il penultimo trofeo nella storia del torneo.

Il colpo di coda della Donnay termina con il passaggio di Agassi alla Head. Tapie vende la sua quota al governo della Vallonia e nel 1996, con la produzione decentrata in Portogallo, il marchio viene acquisito dalla Sports Direct. Oggi, sulle rive dell’Eau Noire, dove c’era la fabbrica, c’è un supermercato. I tempi cambiano e la fine è nota. Adesso è noto anche l’inizio.

ALBO D’ORO

1981 Jimmy Connors b. Brian Gottfried 6-2 6-4 6-3
1982 Vitas Gerulaitis b. Mats Wilander 4-6 7-6 6-2
1983 Peter McNamara b. Ivan Lendl 6-4 4-6 7-6
1984 John McEnroe b. Ivan Lendl 6-1 6-3
1985 Anders Jarryd b. Mats Wilander 6-4 3-6 7-5
1986 Mats Wilander b. Broderick Dyke 6-2 6-3
1987 Mats Wilander b. John McEnroe 6-3 6-4
1988 Henri Leconte b. Jakob Hlasek 7-6 7-6 6-4
1990 Boris Becker b. Carl-Uwe Steeb 7-5 6-2 6-2
1991 Guy Forget b. Andrei Cherkasov 6-3 7-5 3-6 7-6
1992 Boris Becker b. Jim Courier 6-7 2-6 7-6 7-6 7-5

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Storie di tennis: tra cielo e terra

Joseph Raphael Hunt, detto Joe, e Jack Kramer. Una storia che forse non conoscete e una foto che non dimenticherete

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Joe Hunt e Jack Kramer - Forest Hills 1943

La storia del tennis nella prima metà del ‘900 fu spesso frutto di fatali incontri tra il cielo e la terra. In questo articolo ne racconteremo due. È noto che il più importante torneo di tennis su terra prende il nome da un asso dell’aviazione francese di origine spagnola morto in azione sul finire della prima guerra mondiale: Roland Garros. Non è invece conosciuto il nome di chi abbatté il pilota francese. In teoria avrebbe potuto essere il barone Uberto de Morpurgo, dal momento che all’epoca della prima guerra mondiale prestava servizio come aviatore nell’esercito austro-ungarico.

Uberto Luigi de Morpurgo nacque nel 1896 a Trieste, città allora appartenente all’impero austro-ungarico; la madre era inglese e il padre era membro di una delle più ricche e potenti famiglie triestine, fondatrice del gruppo assicurativo Generali. Al termine del primo conflitto mondiale Trieste divenne italiana, e di conseguenza anche il barone de Morpurgo lo divenne. Simile a molti dei suoi colleghi dell’epoca sotto il profilo dell’estrazione sociale, il nobiluomo era però da loro molto dissimile per il comportamento in campo, caratterizzato da un agonismo spesso ben oltre le righe.

Nella sconfitta il suo comportamento fu spesso censurabile. Gianni Clerici in “500 anni di tennis” racconta della volta in cui il nostro protagonista rifilò un solenne ceffone a Giorgio de Stefani – suo allievo – al termine di una partita nella quale il discepolo osò batterlo. Nel tennis come nella vita però, molto viene perdonato ai vincenti e de Morpurgo lo fu, seppure nel suo palmares manchi l’acuto che regala l’immortalità tennistica. Il suo excursus honorum è pressoché privo di affermazioni dentro i confini patri poiché la sua natura cosmopolita lo indusse a cercare quasi sempre la gloria sui grandi palcoscenici internazionali. Solidissimo in entrambi i fondamentali di rimbalzo oltre che dotato di straordinaria vis agonistica, all’apice della sua arte tennistica coincisa con il triennio ’28-’30, il suo nome appare nella classifica mondiale a cavallo tra l’ottava e la decima posizione assoluta.

Nel 1928 a Wimbledon si arrese solo ai quarti di finale al vincitore di quella edizione, René Lacoste. Nel ‘29 a Parigi al terzo turno batté il tennista e aviatore italiano conte Leonardo Bonzi, protagonista di una nostra precedente storia, e nel 1930 arrivò sino in semifinale dove perse contro Henri Cochet. La terra rossa era la sua superficie preferita e proprio su quel terreno alle olimpiadi parigine del 1924 colse il suo alloro più prestigioso: la medaglia di bronzo. Ad oggi quella medaglia resta l’unica ufficiale nella storia olimpica italiana. Tra i suoi avversari figura anche il monarca del tennis dell’epoca Bill Tilden, che lo batté nettamente nella finale della prima edizione degli Internazionali d’Italia, disputata al Tennis Club Milano. L’incontro ebbe luogo sul campo centrale intitolato a un aviatore perito nel corso della Grande Guerra: Gilberto Porro Lambertenghi.

Uberto de Morpurgo non prese mai parte al major statunitense che funge da sfondo per la nostra seconda storia. Una storia che nasce da un incontro causale tra il suo autore e una fotografia: quella che ritrae Jack Kramer e Joe Hunt che si stringono la mano seduti uno di fronte all’altro al termine della finale dell’edizione 1943 di Forest Hills. Il torneo – seppure a ranghi ridotti – venne disputato anche durante il secondo conflitto mondiale e molti dei giocatori americani che vi presero parte dal ’43 al ’45 erano sotto le armi. Tra questi c’era il californiano Joseph Raphael Hunt, detto Joe.

Classe 1919, Joe Hunt era il prototipo del californiano: alto, biondo, bello, atletico e ricco. Suo padre era un importante avvocato militare con una grande passione per il tennis che il figlio fece propria sin dalla più tenera infanzia. Il nostro protagonista era uno specialista del serve & volley, tattica con la quale vinse il torneo riservato agli under 15, agli under 18 e agli studenti universitari. Talento precocissimo, nel torneo principale giunse sino al terzo turno nel ’36 e nel ’37 contro Don Budge; ai quarti nel 1938 contro John Bromwich e alle semifinali nel 1939 contro Bobby Riggs.

Nel 1940 decise di abbandonare temporaneamente lo sport (oltre al tennis praticava con ottimi risultati anche il football) per entrare nell’Accademia Navale e diventare pilota di caccia. Il sacro fuoco del tennis non era però spento e nel 1943 chiese e ottenne una breve licenza premio per tentare nuovamente la scalata a Forest Hills, che quell’anno per motivi bellici si disputava nell’arco di una sola settimana. Quattordici dei trentadue uomini che quell’anno presero parte al singolare erano militari in licenza. Spiccava l’assenza del campione in carica, Ted Schroeder, al quale le autorità militari avevano negato il congedo. La scalata di Hunt fu trionfale. Dopo avere superato ai quarti di finale Frank Parker che era arrivato a Forest Hills dalla base aerea di Guam guidando personalmente il suo aereo, in semifinale superò Bill Talbert e in finale sconfisse in quattro set un ragazzo di 22 anni che nel mondo del tennis avrà un certo peso negli anni successivi: Jack Kramer.

Non inganni il 6-0 dell’ultimo parziale: Hunt rischiò seriamente di perdere l’incontro a causa dei crampi che lo tormentarono nella parte finale del match. Al termine dell’ultimo scambio il vincitore si accasciò al suolo urlando non per la gioia, bensì per il dolore procuratogli dai crampi e non fu in grado di rimettersi subito in posizione verticale. Kramer con grande prontezza di spirito e innegabile fiuto scenico si sedette quindi di fronte a lui per stringergli la mano regalando così ai fotografi la memorabile immagine sopra descritta.

Il giorno successivo alla conquista del titolo, Hunt tornò in servizio. Nel 1944 non lo difese e il 2 febbraio 1945 morì precipitando al suolo con il suo Grunman Hellcat F6F. Fu incluso nella Tennis Hall of Fame nel 1966. Ad oggi Joe Hunt è l’unico uomo ad avere vinto, oltre al torneo principale di Forest Hills, il singolare under 15 e 18 nonché il titolo universitario.

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Storie di tennis e di speranza per Matteo: Nalbandian eroe (quasi) per caso alle Finals

Il cammino di Berrettini alle Finals è più che complicato, lo sappiamo. Ma c’è un precedente incoraggiante: qualcuno ha vinto le Finals da completo outsider… quando avrebbe dovuto trovarsi in vacanza

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“Che lavoro orribile”
“Potrebbe essere peggio”
“E come?”
“Potrebbe piovere”
(dal film ‘Frankestein Junior’)

Il dialogo che si svolge tra Gene Wilder-e Marty Feldman ci è venuto in mente leggendo i nomi degli avversari toccati in sorte a Matteo Berrettini nel girone “Borg” delle Nitto ATP Finals londinesi. Dialogo che – come molti ricorderanno – si conclude con i due protagonisti sommersi da scrosci di pioggia. Non sappiamo se anche in casa Berrettini si sia scatenato un temporale al termine del sorteggio, ma presumiamo non abbia suscitato moti di gioia; l’esito del match d’esordio contro l’attuale numero 2 del mondo pare confermare i più cupi presagi, nella giornata dalla sfida probabilmente decisiva con Federer.

Nella storia delle Finals, iniziata 49 anni fa seppur con una diversa denominazione, abbiamo però trovato un episodio che potrebbe costituire un precedente di buon auspicio per il tennista romano. L’episodio in questione riguarda l’edizione numero 36 che si disputò a Shanghai dal 13 al 20 novembre 2005 e che vide protagonista un argentino che si presentò ai nastri di partenza del torneo in veste di ottava testa di serie, proprio come Matteo Berrettini: David Nalbandian

Sino a quel momento la stagione non era stata particolarmente brillante per il ventitreenne nativo di Unquillo: aveva infatti vinto soltanto un torneo e a novembre occupava la dodicesima posizione. Riteneva quindi di non avere ragionevoli possibilità di prendere parte al torneo riservato ai migliori otto tennisti del mondo al quale aveva preso parte per la prima volta nel 2003. Si sbagliava.

Quella che segue è la trascrizione di una intervista che David rilasciò anni dopo a proposito di quella vicenda. Tutto ebbe inizio con una telefonata il giorno 9 novembre. “Ricordo che non avrei dovuto giocare e che entrai nel torneo dalla porta di servizio, come lucky loser. Ero sul punto di mettermi in viaggio con degli amici verso la Patagonia e, all’improvviso, Roddick e altri (Hewitt e Safin, ndt) si ritirarono ed io ricevetti la magica telefonata. Scaricai dalla macchina le attrezzature per la pesca e vi misi quelle per il tennis. Arrivai a Shanghai appena in tempo dopo 4 o 5 giorni in cui ero entrato in modalità vacanza. Impiegai più di 24 ore di volo per arrivare in Cina con 11 ore di fuso orario di differenza. La mia preparazione era molto lontana dall’essere ideale. Non ho mai amato le differenze di fuso orario perché mi facevano stare male. Nonostante ciò, cominciai a colpire la palla in maniera ottimale. Provavo delle belle sensazioni che mi diedero il coraggio e la speranza di poter disputare un buon torneo.

 

Persi il primo incontro (in tre set contro Federer che in precedenza aveva incontrato e sconfitto per 5 volte su 8 confronti, ndr) ma giocai bene e non uscii dal campo scoraggiato. Anzi, pensavo che sarebbe andata peggio e invece avevo disputato un match tirato che avrei potuto vincere. Dopo quella partita sapevo di avere una chance perché il mio tennis era di ottima qualità. Dovevo andare avanti un giorno alla volta e alla fine penso proprio sia andata alla grande!”. Nei due match successivi Nalbandian superò in due set prima il connazionale Guillermo Coria e poi il croato Ivan Ljubicic e chiuse quindi il girone al secondo posto. “Ci tenevo particolarmente a battere Ivan poiché quell’anno mi aveva sconfitto in Croazia e si sa quanto io sia competitivo. Non volevo perderci ancora per nessuna ragione al mondo”.

In semifinale incontrò il vincitore dell’altro girone – Nikolay Davydenko – contro il quale aveva perso due scontri diretti su tre e lo superò con il punteggio di 6-0 7-5. La seconda semifinale fu vinta dal campione in carica Roger Federer che, nonostante un infortunio alla caviglia destra rimediato in allenamento poche settimane prima che lo costringeva ad indossare un tutore, avanzava alla velocità di un treno: 6-0 6-0 contro Gaston Gaudio. Il 20 novembre Nalbandian ebbe quindi in finale l’occasione di vendicare la sconfitta subita pochi giorni prima contro il tennista elvetico.

Persi i primi 2 set di pochissimo in 2 tie-break combattuti (nel secondo ebbe anche 3 set point a favore, ndr) e a quel punto feci mentalmente un cambio importante di atteggiamento dicendo a me stesso che ero sotto di due set ma avrei potuto essere tranquillamente in vantaggio di altrettanti. Non pensai mai di avere perso, continuai a guardare avanti e quella fu la chiave della vittoria”. Dopo avere nettamente vinto il terzo e il quarto set l’argentino nel quinto si portò in vantaggio 4-0. Federer a sua volta non si diede per vinto. Riuscì a recuperare i due break di svantaggio e arrivò addirittura a due punti dalla vittoria con il servizio a disposizione sul punteggio di 6-5. Ma guai ad arrendersi quando Federer serve per il match: una speranza per il suo avversario c’era, c’è e ci sarà sempre. Nalbandian riuscì infatti a vincere quel game rimontando da 0-30 (notevole il primo punto conquistato direttamente con la risposta) e a completare trionfalmente la sua rimonta nel tie-break infliggendo al numero uno del mondo la quarta sconfitta del 2005 su 85 partite disputate. Risultato finale: D. Nalbandian b. R. Federer 6-7(4) 6-7(11) 6-2 6-1 7-6(3).

Il quinto set fu come essere sulle montagne russe. Ero avanti di due break, vicino alla vittoria, persi il servizio e ci ritrovammo a giocare un altro tie-break. Dopo averne persi due mi dissi che non avevo giocato altre tre ore per perderne un altro; se c’era un tie-break in carriera che non potevo perdere era proprio quello. Ero deciso a vincerlo e  per fortuna tutto andò per il verso giusto. Sicuramente quella vittoria rappresenta l’apice della mia carriera. Soprattutto per gli aspetti mentali, per gli alti e bassi vissuti nell’arco dell’intera settimana e persino all’interno di ogni singolo game. Non posso non avere tanti ricordi in testa legati a quel torneo. Scherzai durante la premiazione, dissi: ‘Roger non preoccuparti, non è la tua ultima finale. Vincerai un mucchio di tornei e quindi lasciami questo’”.

Nalbandian concluderà la sua carriera con un record di 11 tornei vinti, una finale di Wimbledon persa nel 2002 contro LLeyton Hewitt e un best ranking costituito dalla posizione numero 3 raggiunta nel marzo del 2006.Dopo la finale di Shanghai affronterà Roger Federer altre dieci volte uscendo vincitore in due sole occasioni. La parole pronunciate da Nalbandian durante la premiazione si riveleranno profetiche, poiché lo svizzero avrebbe aggiunto altri 70 tornei a quelli vinti sino a quel momento. Tra questi non figura però quello di Madrid 2007, perché in finale fu battuto da un argentino: proprio David Nalbandian.

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Storie di tennis: il ginocchio del Diavolo

Chi dice che iL Diavolo non ha mai calcato i campi del circuito ATP? C’è stato Kent Carlsson, secondo Gianni Clerici ‘il re degli arrotini’

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“Oggi ho perso contro il diavolo” (Massimo Cierro, torneo di Bari 1986) 

L’infortunio alla spalla sinistra di Djokovic ha tenuto banco nei forum tennistici nel corso delle ultime settimane. Ma, sempre per rimanere in tema di infortuni, si è parlato anche di Kim Clijsters e della sua volontà di tornare in campo nel 2020 e della vittoria di Filip Polasek a Cincinnati in doppio dopo essere stato lontano dal circuito per cinque anni a causa di gravi problemi fisici.

Oggi rimarremo quindi in argomento narrando le vicende sportive di uno dei più forti e sfortunati terraioli della seconda metà degli anni ’80. Un tennista noto agli appassionati italiani con il soprannome affibbiatogli da Massimo Cierro (best ranking 113) con la  battuta citata in apertura: lo svedese Kent Carlsson.

 

Carlsson nacque a Eskilstuna il 3 gennaio 1968. Alla nascita il neonato ricevette da mamma e papà grandi doti fisiche e un difetto che si rivelerà fatale: una gamba tre centimetri più corta dell’altra (o più lunga, secondo i punti di vista). Probabilmente il piccolo diavolo iniziò a palleggiare già in culla dal momento che lo troviamo a Ginevra nel tabellone principale del torneo nel settembre del 1983; lo vediamo poi aggiudicarsi il Roland Garros junior nel 1984 ed entrare nella top 100 nel luglio del 1985.

Il 1986 fu per lui un anno benedetto dall’assenza di infortuni e ciò gli permise di chiudere la stagione con le vittorie di Bari e Barcellona e il 14esimo posto nel ranking. A Indian Wells nel 1987 si dovette ritirare a causa del primo di una lunga serie di infortuni al ginocchio; da questo in particolare si riprese comunque bene e nella stessa stagione vinse prima a Nizza e poi a Bologna superando in entrambi i casi in finale Emilio Sanchez, uno che di terra rossa se ne intendeva parecchio.

Come lui stesso affermò anni dopo, a Bologna raggiunse probabilmente l’apice della sua arte tennistica e stabilì un record ancora oggi imbattuto, consistente nell’avere perso il minor numero di game complessivi nel corso di un torneo: dieci. Dopo averne concessi cinque al primo turno a Meinecke, nelle quattro partite successive ne smarrì complessivamente altrettanti: tre in finale contro Sanchez; uno contro Paolo Canè; zero contro Franco Davin (l’ex coach di Fognini) e uno 1 contro Rebolledo.

Il giorno successivo alla vittoria bolognese Carlsson raggiunse la top 10 e due mesi dopo fu costretto a entrare in sala operatoria per ricostruire i legamenti del ginocchio. Il ritorno in campo avvenne ad aprile del 1988.

Da quel momento in poi Carlsson giocò bardato da una ginocchiera alla Goldrake e non poté più calcare altri terreni di gioco al di fuori della terra rossa sulla quale si impose nei tornei di Madrid, Amburgo (6-2 6-1 6-4 in finale a Leconte che due mesi dopo giunse in finale al Roland Garros), Kitzbuhel (ancora in finale contro Emilio Sanchez che evidentemente doveva avergli fatto qualche cosa di male) Saint Vincent e Barcellona, che costituirà l’ultimo dei suoi 9 successi.

La ciliegina sulla torta di questa straordinaria annata arrivò a settembre: sesta posizione mondiale alle spalle di Becker, Agassi, Edberg, Lendl e Wilander.Non andò oltre; dove non poterono gli avversari poté il ginocchio che lo costrinse al ritiro ad appena 23 anni dopo avere perso al primo turno del torneo di Kitzbuhel del 1989. Il suo bilancio tennistico è rappresentato da 160 match vinti e 54 persi.

Non si può però parlare di Kent Carlsson senza soffermarsi sul suo modo unico di interpretare il gioco del tennis. I filmati dell’epoca ci mostrano un tennista con movenze curiosamente simili a quelle del cantante Alberto Camerini nel video di “Tanz bambolina”: una specie di marionetta sincopata.

Per avere poi un’idea dello spettacolo che Carlsson infliggeva agli inermi spettatori, prendiamo in prestito un commento scritto da Rino Tommasi per la Gazzetta dello Sport all’indomani della sua vittoria contro Joakim Nystrom nei quarti di finale degli internazionali d’Italia del 1987: “…infine l’ultimo quarto tra gli svedesi Carlsson e Nystrom, una partita alla quale solo uno psicopatico avrebbe potuto assistere”; le cronache parlano di una estenuante vicenda di pallettoni scagliati due metri sopra la rete durata circa tre ore e trenta.

Forte di una resistenza fisica prodigiosa, Kent poteva giocare con la medesima intensità dalle 11 del mattino alle 11 di sera rigorosamente ancorato alla riga di fondo campo. Non esistono testimonianze attendibili di sue discese a rete, e se ne trovate qualcuna su Internet diffidate: è quasi certamente un fake.

Gianni Clerici lo definì a ragione “re degli arrotini poiché egli, brandendo la racchetta con una impugnatura più chiusa di un riccio, con entrambi i colpi di rimbalzo infliggeva alla pallina rotazioni superiori a quelle raggiunte da un frullatore atomico.La sua nemesi tennistica fu un giocatore ancora più cocciuto (e più bravo) di lui, Mats Wilander, che lo batté quattro volte su quattro (tra cui anche una finale a Palermo, nel 1988). Ivan Lendl si prese addirittura il lusso di rifilargli un 6-0 al terzo set nella semifinale di Amburgo dopo avere perso il primo 6-3.

Mats Wilander e Kent Carlsson – Finale del torneo di Palermo 1988

Da tempo Carlsson è uscito dal mondo del tennis dove per qualche anno si distinse come coach di professionisti d’élite quali Magnus Norman e Thomas Johansson. Attualmente vive in Svezia dove alleva cavalli per i quali sin da ragazzo ha avuto una grande passione.

Rileggendo l’articolo ci siamo resi conto di avere omesso di dire quale ginocchio gli fu fatale, se il destro o il sinistro. Dal momento che parliamo del Diavolo ci sembra però superfluo precisarlo.

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