Tornei scomparsi: Bruxelles, molto più di una racchetta

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Tornei scomparsi: Bruxelles, molto più di una racchetta

La fine del torneo di Bruxelles è nota. Ripercorriamo l’inizio e i fasti di un torneo che ha visto sui suoi campi e vanta nel suo albo d’oro alcuni dei migliori tennisti della storia

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La fine è nota, come suggerisce l’insolito thriller del misterioso Geoffrey Holiday Hall. Ma, giocando con le parole, si potrebbe anche dire che la fine è la nota sublime di un concerto lungo oltre un decennio e che ha offerto sprazzi di grande tennis.

La fine la conoscono bene i tifosi di Boris Becker e, forse ancor di più, quelli di Jim Courier. Sì perché, quel 16 febbraio del 1992, il tedesco e l’americano furono i protagonisti dell’atto conclusivo più lungo (in termini di giochi) nella storia del circuito ATP da quando è stato introdotto il tie-break per tutti i set. Una finale memorabile, che lo statunitense affrontò da numero 1 del mondo, posizione appena conquistata a spese di Edberg e grazie alla vittoria agli Australian Open e alla finale persa a San Francisco contro il connazionale Chang.

Red Jim era dunque il nuovo padrone delle ferriere, colui che aveva avvicinato il tennis al baseball con quella Wilson mulinata nel rovescio bimane come un battitore con la mazza. Boris Becker invece stava rifiatando, dopo aver chiuso il ’91 al terzo posto. Si era fatto sorprendere, il ragazzone di Leimen, al terzo turno di Melbourne dal redivivo John McEnroe, al penultimo acuto di una carriera maestosa. L’ultimo sarebbe arrivato di lì a qualche mese, inevitabilmente sui prati di Wimbledon. Poi Boris aveva provato ad aiutare la causa tedesca nell’insidiosa trasferta brasiliana di Davis ed era venuto a capo di Luiz Mattar solo al quinto set, prima che i padroni di casa si prendessero i tre match successivi e con quelli pure il passaggio del turno. Insomma, non proprio un momento straordinario per l’ex Wunderkind.

 

Ma si sa, a Becker non è mai venuto meno lo spirito guerriero e quando, sempre quel famoso 16 febbraio, si trovò sotto di due set e per tre volte fronteggiò una palla che avrebbe consegnato il trofeo nelle mani di Courier, il coraggio di osare e andarsi a prendere il punto gli fu di nuovo amico fedele e da lì iniziò la laboriosa risalita verso la vittoria. Il tie-break del terzo set finì dodici a dieci per Boris, in quello seguente Becker partì con l’handicap (0-3) ma non esitò a tuffarsi per cogliere il punto forse più delicato dell’intera giornata, quello che lo condusse per mano sul 6-5 e tolse all’americano l’opportunità del quarto match-point. Così, dopo quattro ore di delizioso sfinimento, i due si giocarono tutto al quinto set e il copione non cambiò: Courier avanti, Becker a inseguire. Sotto 4-2, Becker infilò tre giochi consecutivi e nel decimo ebbe due opportunità per chiudere ma niente, stavolta fu Jim a salvare e posticipare la resa. Che arrivò qualche minuto dopo, con un doppio fallo. Il doppio fallo che scrisse la parola fine alla vicenda dell’Indoor Tennis Championships di Bruxelles.

Dunque, la fine è questa. Ma, l’inizio?

Per quello bisogna mettere le lancette indietro di ben undici anni.

Quasi un anno prima, in quello stesso posto, Jimmy Page aveva stentato a trovare nella sua Gibson a doppio manico le prime note di Stairway to Heaven, come se l’atmosfera del Forest National lo mettesse a disagio. Ma era stato solo un attimo, poi lo strumento aveva iniziato a lacrimare e sopra di lui la voce straziante di Robert Plant. Era giugno e il dirigibile dei Led Zeppelin aveva fatto tappa nei pressi dell’Atomium, scaldando i cuori del pubblico di Bruxelles. Il 9 marzo 1981, invece, nell’impianto polifunzionale costruito nel comune di Forest, il suono è quello delle palline da tennis.

Negli anni Ottanta, in Belgio, dici tennis ma intendi Donnay.

La fabbrica di racchette che fa base a Couvin, in Vallonia, sta vivendo il suo momento di maggior fulgore e non può certo prevedere la tempesta che sta montando dietro i boschi. Quei boschi di frassino, il cui legno così prezioso indusse un’associazione di arcieri di Pâturages a rivolgersi a Emile Donnay per la creazione dei loro strumenti. Siamo nel 1933, Emile ha 48 anni e sta ancora elaborando il lutto per la prematura scomparsa della sorella Germaine, con cui condivideva la gestione della fabbrica, quando decide di ampliare la gamma di prodotti in legno all’interno delle Officine di Lienaux. Nasce così il reparto articoli sportivi. Archi, inizialmente, poi racchette. Il primo testimonial di rilievo è Yvon Petra, nell’immediato dopoguerra; poi arriveranno Margaret Court, Rod Laver e altri. Nomi importanti, certo, ma niente a che vedere, in termini di esposizione mediatica, con il vero colpo grosso della casa di Couvain: Bjorn Borg.

Per convincere lo svedese, che fa impazzire le ragazzine a Wimbledon, ad abbandonare la Slazenger, Donnay punta sulla Diamant ma sarà Francois Garet a cambiare il destino disegnando per Borg la Allwood. Un mito. È quella racchetta nera e arancione dall’impugnatura infinita che Bjorn lascerà cadere dalle mani per inginocchiarsi sull’erba dell’All England Lawn Tennis Club e nel marzo del 1981, quando appunto al Forest va in scena il primo Donnay Indoor Tennis Championships, lo scandinavo è l’indiscusso numero 1 della classifica mondiale.

Il campione di ghiaccio non mette i piedi in un campo per disputare un match ufficiale da quasi due mesi ma in gennaio ha rivinto il Masters a New York e lo sponsor conta su di lui per questa edizione inaugurale del torneo. In alternativa c’è Jimmy Connors, che non ha ancora trent’anni ma sembra già appartenere al passato. Il mancino dell’Illinois è stato spinto fuori dalla cabina di comando proprio da Borg, dal quale ha perso le ultime otto sfide, e Bruxelles vive nell’attesa della finale tra i due colossi. Invece Bjorn è il lontano parente di se stesso e al tedesco Rolf Gehring, da Dusseldorf, che giusto un mese prima ha raggiunto il suo best ranking al n°37, non par vero di trovare lo scandinavo così vulnerabile e di poterlo battere al secondo turno per 7-6 7-5. Gli organizzatori si consolano, per modo di dire, con Jimbo; l’americano ha qualche dubbio con Dupre ma per il resto fa piazza pulita e in finale infligge a Brian Gottfried la tredicesima sconfitta in quindici sfide ufficiali.

Un anno dopo il mondo è cambiato. O sta per cambiare. Borg ha deciso di prendersi una pausa e Bruxelles lo rimpiazza con colui che lo ha sostituito al vertice, ovvero John McEnroe, oltre al campione in carica Connors. Si sa, la fortuna dei tornei la fanno i grandi nomi ma ci sono occasioni in cui un luogo diventa fonte battesimale per un campione del futuro. Ecco allora che il Forest National immerge nella sua acqua benedetta un ragazzetto di nemmeno diciotto anni, svedese pure lui: Mats Wilander da Vaxjo. Nella strada verso la prima finale della sua carriera, Wilander deve affrontare tre teste di serie (Manson, Teacher e l’israeliano Glickstein, che ha beneficiato del ritiro di McEnroe) e non concede loro nemmeno un set. Lì trova un americano che, dopo aver celebrato se stesso con la famosa uscita “nessuno batte Gerulaitis sedici volte di fila” al Masters di New York, ci ha preso gusto e ha portato a quattro le sue vittorie consecutive nei confronti di Connors. I passanti di Wilander hanno la meglio sulle volee dell’avversario fino al 6-4 4-2, poi Gerulaitis aumenta il numero degli ace, domina il tie-break del secondo set e nel terzo passeggia. Tre mesi più tardi, a Parigi, Mats diventerà il più giovane vincitore di una prova dello slam.

I finalisti dell’anno precedente vengono battuti in semifinale nel 1983. Gerulaitis si fa sorprendere da Peter McNamara, a cui nemmeno una scarpa rotta impedisce di portare a termine un match tutto improntato sulla ricerca della rete. L’australiano prova a rimediare calzando le scarpe di un raccattapalle ma non sono il suo numero; per fortuna nei dintorni del Forest National c’è un negozio di tennis e dopo qualche minuto Peter può completare l’opera contro un Gerulaitis che recupera da 3-5 nel secondo set ma si arrende al tie-break. Nell’altro match Ivan Lendl insegue Wilander in entrambi i parziali ma nei giochi decisivi è più concreto e prevale 7-6 7-6. Il cecoslovacco è favorito per il titolo ma in carriera ha già perso tre volte contro McNamara. Ivan serve per il match sul 5-4 del terzo set, arriva a due punti dalla vittoria ma subisce la rimonta del canguro che si aggiudica il tie-break decisivo. Qualche giorno dopo, Peter chiuderà di fatto la sua carriera a Rotterdam rompendosi i legamenti del ginocchio nel match di primo turno contro un altro cecoslovacco, Jiri Granat.

Lendl ci riprova dodici mesi dopo. Il 9 gennaio, Ivan è ridiventato n°1 del mondo per la terza volta ma McEnroe lo incalza da vicino e a Bruxelles potrebbe esserci il controsorpasso. Siamo nell’anno di grazia (per McEnroe) 1984 e i duellanti si proiettano in finale con numeri paurosi: 0 set persi per entrambi, 17 giochi persi da Lendl, 13 da John. Lecito attendersi equilibrio, invece l’americano rasenta la perfezione e per Ivan è un’altra delusione. Si rifarà con gli interessi a Parigi, in giugno.

Siamo agli sgoccioli dell’età del legno e la Donnay, poco intenzionata a convertirsi alla graphite, accusa il colpo. Come se non bastasse, Borg ha annunciato da tempo il suo ritiro e sembra voler fare sul serio. Il torneo però resiste ed è comunque la Svezia a monopolizzarne il triennio successivo. Nel 1985 mancano i primi tre del mondo e il quarto, Wilander, perde in finale dal connazionale Jarryd. L’anno dopo Mats è di nuovo il favorito ma la stella inattesa di Bruxelles è l’australiano Broderick Dyke, che entra in tabellone da n°109 e ne esce da n°35 dopo aver travolto al primo turno un incredulo Becker. “Ho giocato malissimo e non so cosa sia successo, oggi. Non sono mai riuscito a cambiare marcia” afferma il campione in carica di Wimbledon e testa di serie n°2 del torneo. “Sono sorpreso nel vedere quanti errori un giocatore come Becker è riuscito a fare” chiosa Dyke, che però mostra di meritare attenzione battendo anche Forget e Mecir prima di rassegnarsi contro Mats.

Intenzionato a cancellare l’onta, Becker torna nel 1987 da primo favorito ma nei quarti è il solito guastafeste Jarryd a fermarlo. Il suo posto viene preso da John McEnroe e i 5000 del Forest National possono finalmente ammirare i numeri dell’americano, dopo la fugace apparizione di qualche anno prima. In finale però il campione in carica Wilander non fa sconti e conserva il trofeo. “Il suo gioco mi rende impaziente” sostiene John, che pure ha avuto la sua occasione nel secondo set. Ma il break viene subito recuperato da Wilander, che non ha dubbi: “Se non fossi riuscito a strappargli subito il servizio, sarebbe stata dura per me”.

Mai dura come per gli organizzatori che, con la crisi in cui è piombata la Donnay, stentano a trovare alternative in fatto di sostegno economico. Così, nel 1988, cala una prima volta il sipario sul torneo. Alla ricerca disperata di un rilancio, Bruxelles cambia data e si colloca a ridosso del Masters, in novembre. Dei primi dieci del mondo c’è solo lo svizzero Jakob Hlasek ma vince Henri Leconte. La finale è sulla lunga distanza e dominata dai servizi. L’unico break lo ottiene il francese con tre splendidi passanti nel nono gioco del terzo set, dopo aver vinto i primi due al tie-break. “Oggi ho giocato a sprazzi il mio miglior tennis” dice Leconte, visibilmente soddisfatto. Ma la sua felicità è la tristezza del pubblico belga, che saluta mestamente il grande tennis. L’11 agosto dello stesso anno, con 35 milioni di dollari di debiti, la Donnay era stata costretta a dichiarare bancarotta ma nemmeno un mese dopo Bernard Tapie ne aveva rilevato una quota e aveva annunciato di voler mettere sotto contratto un ragazzo di Las Vegas piuttosto interessante.

Con la rinascita della Donnay, che ha abbandonato al suo destino la fabbrica di Couvain e si è messa al passo coi tempi producendo telai in fibra, c’è ossigeno nuovo anche per l’Indoor di Bruxelles. Dopo un solo anno di stop, a febbraio del 1990 va in scena la nona edizione e Boris Becker stavolta non fallisce battendo in finale il connazionale Carl-Uwe Steeb. Il tedesco non può difendere al meglio il titolo e lo stiramento rimediato nella semifinale con il sovietico Cherkasov lo costringe al ritiro e gli costa il primato in classifica, conquistato da Edberg nonostante la sconfitta patita per mano di Forget. Il francese emula Leconte e alza il penultimo trofeo nella storia del torneo.

Il colpo di coda della Donnay termina con il passaggio di Agassi alla Head. Tapie vende la sua quota al governo della Vallonia e nel 1996, con la produzione decentrata in Portogallo, il marchio viene acquisito dalla Sports Direct. Oggi, sulle rive dell’Eau Noire, dove c’era la fabbrica, c’è un supermercato. I tempi cambiano e la fine è nota. Adesso è noto anche l’inizio.

ALBO D’ORO

1981 Jimmy Connors b. Brian Gottfried 6-2 6-4 6-3
1982 Vitas Gerulaitis b. Mats Wilander 4-6 7-6 6-2
1983 Peter McNamara b. Ivan Lendl 6-4 4-6 7-6
1984 John McEnroe b. Ivan Lendl 6-1 6-3
1985 Anders Jarryd b. Mats Wilander 6-4 3-6 7-5
1986 Mats Wilander b. Broderick Dyke 6-2 6-3
1987 Mats Wilander b. John McEnroe 6-3 6-4
1988 Henri Leconte b. Jakob Hlasek 7-6 7-6 6-4
1990 Boris Becker b. Carl-Uwe Steeb 7-5 6-2 6-2
1991 Guy Forget b. Andrei Cherkasov 6-3 7-5 3-6 7-6
1992 Boris Becker b. Jim Courier 6-7 2-6 7-6 7-6 7-5

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Storie di tennis: il ping pong di Perry e l’hockey di Drobny

Perché l’attualità è seducente, ma certe volte la storia lo è di più

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Jaroslav Drobny - Wimbledon 1953

I recenti articoli che hanno avuto come protagonisti Felicisimo Ampon e Bob Falkenbourg hanno inaugurato una serie dedicata a vicende non direttamente legate al tennis giocato, bensì alla vita di alcuni dei suoi interpreti. Qualcosa di simile a un “trivial pursuit” o di “non tutti sanno che” da leggere sotto l’ombrellone quando non si sa più come passare il troppo tempo libero generato dalle vacanze e le notizie di calcio-mercato della Rosea appaiono francamente improponibili anche al tifoso meno smaliziato. In questa puntata parleremo di polivalenza.

Gli sportivi professionisti sono di norma dotati di qualità fisiche e psicologiche che gli permettono di eccellere in svariate discipline sportive. All’interno dei nostri confini a titolo di esempio ad oggi insuperato citiamo un nome: Cesare Rubini. Rubini fu un eccelso pallanuotista (oro olimpico Londra ’48), ottimo cestista e grande allenatore di pallacanestro; è uno dei pochissimi atleti ad avere ricevuto l’onore di essere cooptato in due Hall of Fame: quella della pallanuoto in qualità di giocatore e quella del basket come allenatore.

Il tennis a sua volta vanta tra le proprie fila giocatori che si sono fatti onore ad alti livelli anche in altri sport. Noi ne abbiamo individuati sei. In ordine di anno di nascita essi sono:

1 Giovanni Balbo di Robecco
2 Fred Perry
3 Ellsworth Vines
4 Jaroslav Drobny
5 Tony Trabert
6 Ion Tiriac

Il Conte Giovanni Balbo di Robecco nacque a Genova nel 1883. La sua carriera sportiva di alto livello iniziò nel Genoa Football club nel 1905 quando esordì in prima serie nel ruolo di portiere e ala destra (!). La sua carriera di calciatore si esaurisce praticamente in quell’anno con due sole presenze all’attivo. I risultati che il Conte ottenne nel tennis, sport al quale si dedicò a tempo pieno dopo avere appeso le scarpette al chiodo, sono molto più significativi. Egli infatti conquistò 4 titoli italiani in singolare, partecipò alle Olimpiadi di Anversa del 1920 e alla Coppa Davis. In campo internazionale il suo successo più prestigioso è costituito dalla vittoria nel 1922 al torneo di Montecarlo nel quale mai prima di allora un italiano era riuscito a imporsi.

L’inglese Frederick John Perry ha bisogno di poche presentazioni. Qualunque appassionato sa che fu l’ultimo britannico a conquistare i Championships prima di Andy Murray e anche i non appassionati almeno una volta nella vita lo hanno sentito nominare per i capi di abbigliamento sportivo che – non per coincidenza – portano il suo nome. Quanti però sanno che prima di diventare uno dei migliori tennisti della sua epoca egli fu un campione di ping pong?

Nel 1928, a soli 19 anni, Perry conquistò la medaglia di bronzo di tennis tavolo ai mondiali di Stoccolma e l’anno successivo la medaglia d’oro a Belgrado. Probabilmente fu proprio grazie a questa disciplina che il britannico sviluppò capacità di coordinazione e di riflessi fenomenali che gli permettevano di colpire la palla con grande anticipo facendo di lui una specie di Agassi, Federer o Davydenko ante litteram.

Fred Perry

Il californiano Henry Ellswort Vines jr fu, risultati alla mano, il miglior tennista al mondo a livello professionistico nella seconda metà degli anni ’30 e, prima di passare tra i professionisti, aveva vinto due titoli agli US Open e uno a Wimbledon. Nel 1940 a soli 29 anni decise di abbandonare il tennis per dedicarsi dal 1942 all’altra grande passione sportiva della sua vita: il golf. Pur non riuscendo a eguagliare i risultati ottenuti nel tennis, anche in questa specialità Vines si difese molto bene. Nel suo palmares figurano infatti 3 tornei del PGA Tour, l’ente che organizza i maggiori tornei statunitensi.

Il cecoslovacco di nascita e britannico di passaporto (e per qualche anno anche egiziano) Jaroslav Drobny, vincitore negli anni ’50 di due titoli al Roland Garros e di uno a Wimbledon, ha in comune con Cesare Rubini l’onore di essere membro della Hall of Fame di due differenti discipline sportive: hockey su ghiaccio e tennis. L’hockey su ghiaccio è sport ancora oggi popolarissimo in Cecoslovacchia (Thomas Berdych ad esempio ne è appassionato) e Drobny prima di dedicarsi a tempo pieno al tennis ne fu un interprete di rilievo.

Con la nazionale cecoslovacca partecipò in veste di titolare ai mondiali del 1947 e alle Olimpiadi Invernali del 1948 conquistando rispettivamente la medaglia d’oro e d’argento. Drobny abbandonò l’hockey a favore del tennis a 28 anni nel 1949, anno in cui raggiunse, perdendo, la sua prima finale a Wimbledon. Desta comunque stupore constatare come, nei medesimi anni in cui gareggiava sui pattini, Drobny fosse altresì in grado di esprimersi ad alto livello con la racchetta: nel 1946 era arrivato sino alla semifinale a Wimbledon e nel 1948 aveva trionfato al Roland Garros nel doppio e nel doppio misto.

Marion Anthony Trabert fu un tennista incomparabilmente migliore di quanto non fosse come cestista. I 5 titoli conquistati tra Wimbledon, US Open e Roland Garros non sono controbilanciati da successi anche solo minimamente paragonabili nel basket. Purtuttavia, Trabert giocò due stagioni nel ruolo di guardia della squadra universitaria di Cincinnati che nella prima metà degli anni ’50 era figurava tra le più forti del Paese.

Il rumeno Ion Tiriac è il classico personaggio al quale calza a pennello il detto americano: “Bigger than life”. Il mentore nonché compagno di doppio di Ilie Nastase, è attualmente un ricchissimo banchiere che a 80 anni suonati si diletta ancora a organizzare il torneo combined di Madrid, meglio se su terra blu. Sotto il profilo sportivo Tiriac nacque hockeysta e divenne solo successivamente un buon tennista; in singolare giunse sino alla posizione numero 55 e nel doppio, specialità in cui vinse il RG in coppia con Nastase nel 1970, alla diciannovesima.

Ion Tiriac (a sinistra) e Ilie Nastase

L’hockey su ghiaccio gli diede la soddisfazione forse più grande per uno sportivo, ovvero quella di prendere parte ai Giochi Olimpici in rappresentanza del proprio Paese. Tiriac vi partecipò nel 1964 e, dato che il primo amore non si scorda mai, nel 2016 ha inaugurato nelle vicinanze di Bucarest un impianto dedicato agli sport su ghiaccio di 5.000 mq.

I sei personaggi dei quali abbiamo sin qui parlato hanno in comune il fatto di dovere la propria fama principalmente al tennis. Prima di accomiatarci dai lettori ne menzioniamo uno che, al contrario, è noto per i successi raggiunti in uno sport differente, ma che ha praticato anche il tennis a livello professionistico: John Lucas.

Lo statunitense Lucas tra gli anni ’70 e ’80 fu un professionista della National Basketball League e successivamente un allenatore nella medesima Lega. Negli anni ’70 fu però anche eccellente tennista a livello universitario e arrivò a disputare qualche torneo di categoria Challenger prima di abbandonare completamente il tennis a favore della palla a spicchi. Il sito ATP ci informa che nel dicembre del 1979 raggiunse il suo best ranking al numero 579.

E voi, cari lettori, sapete indicarci altri tennisti che si sono distinti in diversi sport?

 

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Focus

Caro Nole ti scrivo

Sette giorni dopo la splendida finale di Wimbledon, proviamo a metterci nei panni di Roger Federer e immaginiamo di scrivere una lettera a Novak Djokovic

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Roger Federer e Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Un immaginario e simpatico viaggio nella mente di Roger Federer, a pochi giorni di distanza dalla delusione di Wimbledon. Il problema dei match point, la visualizzazione, l’emotività e un nuovo piano tattico. Un racconto leggero e semiserio per provare ad immaginare i pensieri dello svizzero. Roger scrive a Nole…


Caro Nole ti scrivo così mi distraggo un po’. La voglia di distrarmi è mia, mentre lo spunto l’ho preso da una canzone di Lucio Dalla. Non so se lo conosci. È un cantautore italiano del quale mi sono innamorato ascoltando una canzone nella quale diceva che la gente lo chiamava Gesù Bambino. Mi ci sono subito identificato. A pensarci bene, con tutti i regali che ti ho fatto nel corso degli anni credo che anche tu dovresti chiamarmi così o, vista la mia data di nascita, Babbo Natale.

Scherzi a parte, come stai? A casa tutto bene? Ti sei ripreso dalla sgambata che ci siamo fatti domenica scorsa? Digerita l’erbetta? (ma come ci riesci? Hai forse quattro stomaci come i ruminanti?). Grazie per la sobrietà e la compostezza con le quali hai celebrato la vittoria dopo l’ultimo scambio, sia a titolo personale sia delle quattro o cinque persone che hanno fatto il tifo per me.

 

Scusa se nel quinto set sull’8-7 e 40-15 ti ho creato un po’ di ansia. Ma scommetto che non hai sofferto tanto. Ti eri già trovato in precedenza in situazioni quasi identiche contro di me e ne eri sempre uscito benissimo. Non c’era motivo per cui non dovessi farcela un’altra volta. A proposito: con quella di domenica a che numero siamo? Tre o quattro? Ti sembrerà strano ma ricordo perfettamente le partite che ho giocato a inizio carriera mentre fatico a ricordare quelle giocate di recente.

Sono sicuro di avere perso contro di te le semifinali del 2010 e del 2011 agli US Open dopo avere avuto due match point consecutivi a favore al quinto set. Ma la finale del 2018 a Indian Wells in cui ero 5-4 40-15 al terzo set l’ho perduta contro di te o contro Del Potro? Mi sa che era Delpo perché ricordo che dall’altra parte della rete c’era un tipo gigantesco. Quanto mi manca Delpo. Speriamo torni presto nel circuito. Con lui riuscivo a incasinarmi le partite in modo ammirevole, soprattutto quando lo affrontavo agli US Open.

A proposito: più penso al numero di volte in cui li ho persi in circostanze rocambolesche e più mi convinco che farei bene a dare retta a Ljubo e trovare un bravo medium che tolga il malocchio dall’Arthur Ashe Stadium. Se dovessi decidere di farlo, mi permetti di rivolgermi a Pepe Imaz? Prima di salutarti voglio farti una confidenza e chiederti un consiglio.

Premetto che non ho mai dato alle statistiche la stessa importanza che gli dai tu. Quando si nasce benedetti da un talento immenso come il mio è facile peccare di presunzione e trascurare i dettagli. In virtù di cotanto talento sono sempre stato certo che avrei potuto cavarmela in ogni circostanza semplicemente scoccando un dardo dalla mia racchetta per poi raccogliere il plauso dei miei tifosi adoranti e passare a un altro trionfo. Nel corso degli anni però la mia sicurezza ha iniziato a scricchiolare – e tu e Rafa non siete estranei a questo fatto – e poi è definitivamente franata due giorni fa quando proprio una statistica mi ha colpito con la forza di un gancio di Tyson.

Leggendo qua e là (con un pizzico di fastidio) gli articoli relativi al nostro match, ho infatti scoperto che tu hai perso solo 3 volte in 1.053 incontri dopo avere avuto match point a favore e Rafa 8 volte in 1.152. A me è successo 22 volte in 1.487 partite! Se è una semplice coincidenza è ancora più incredibile del pronostico all’incontrario azzeccato da Ubaldo, ma ne dubito.

Se mia moglie fa due conti e scopre quanto è costato questo scherzo alle casse della famiglia per me sono grune Mause (sorci verdi, ndt), come diciamo nel mio Cantone. Devo fare il possibile per evitare che questi spiacevoli inconvenienti mi capitino di nuovo. Ma come? Ho letto che tu ti avvali di specifici esercizi di visualizzazione. Sono davvero utili? Hai il nome di un bravo specialista a cui potrei rivolgermi? Quello statistico che hai ingaggiato secondo te potrebbe fare anche al caso mio? Credi che farei bene a preparare insieme al mio staff un piano tattico al quale attenermi nei momenti topici di un match che mi aiuti anche a gestire meglio le mie emozioni in quei frangenti?

Forse non si vede ma nonostante sia uno svizzero e per di più tedesco, sono un tipo molto emotivo e in determinate situazioni perdo la bussola. Il piano di cui parlo potrebbe, per esempio, prevedere che in caso di match point invece di cercare l’ace al centro a tutti i costi (a meno che non mi trovi sul 40-0), batta una prima slice a tre quarti di velocità a uscire. Cose così insomma.

È tutto. Non voglio rubarti altro tempo. Resto in trepidante attesa della tua risposta e dei tuoi consigli, che sono certo non mi negherai. Ci vediamo a Cincinnati. Tuo Roger.

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Italiani

Il ricordo di Beppe Merlo: la finale del 1955. Sceneggiate, crampi e match point

Oggi è venuto a mancare Beppe Merlo, ex tennista e grande amico. Vi farà piacere scoprire la storia della finale del 1955, persa la quale disse al rivale Gardini: “Tu hai vinto, ma moralmente io non ho perduto”

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Per commemorare Beppe Merlo, grande tennista italiano degli anni ’50 e ’60 e scomparso oggi all’età di 91 anni, mi piacerebbe condividere con voi lettori questo articolo che ho scritto anni fa e lo riguarda molto da vicino. Beppe giocò una finale incredibile agli Internazionali d’Italia del 1955, perdendola contro il rivale Fausto Gardini. Ci furono polemiche, grandi colpi, match point falliti e alla fine un clamoroso ritiro per crampi. Che la terra ti sia lieve, Beppino.

Io avevo sei anni e avevo pianto calde lacrime quando al mio amato CT Firenze della Cascine (dove avrei fatto raccattapalle, giudice di linea, segnapunti al tabellone, arbitro, ufficio stampa e direttore di torneo) pochi giorni prima degli Internazionali d’Italia mi era stato detto che ero troppo piccolo per fare il raccattapalle di quella finale fiorentina. La stessa che si sarebbe giocata poi a Roma e che avrebbe avuto analoga conclusione: Merlo si era ritirato per crampi anche a Firenze, ma al quinto set, non al quarto. C’era chi sosteneva che fossero crampi psicosomatici, più che di pura fatica. Beppe Merlo mi aveva insegnato il rovescio a due mani, quando mio padre che era suo amico lo aveva accompagnato al muro del circolo, dove io passavo ore e ore a cercare di far passare la palla sopra la riga bianca segnata sul muro rosa-marrone all’altezza della rete. Merlo venne insieme a un tenniste svedese, Johansson… e vide che giocavo solo di dritto, perchè la Maxima era troppo pesante. Mi spiegò allora come impugnare il rovescio con una presa a due mani e ricordo bene – di quando si è bambini si ricordano le cose più incredibili – che mi disse: “Ubaldino, non fare il mio stesso errore! Metti la mano destra sotto la sinistra, se non vuoi perdere centimetri preziosi nel giocare il dritto…“.

Io non ho mai capito perchè avesse fatto quell’errore fino a che ho visto immagini di John Bromwich , l’australiano dello Stato di Victoria, formidabile soprattutto in doppio (finalista in 39 finali di Slam, fra singolare, doppio maschile quasi sempre con Quist e misto), ma comunque anche capace di vincere 2 Australian Open in singolare nel ’39 e nel ’46 e l’ultimo giocatore ad aver perso una finale di Wimbledon con il matchpoint (3) prima di Roger Federer con Novak Djokovic: ne ebbe tre contro Falkenburg sul 5-3 al quinto nel 1948. Ebbene Bromwich, classe 1918, quindi 9 anni più anziano di Beppe Merlo, era mancino, anche se batteva con la destra. E giocava il rovescio a due mani, il primo fra quelli che abbiano giocato una finale a Wimbledon dal 1877. Per lui, mancino, era normale tenere la mano sinistra sotto. Per Merlo non avrebbe dovuto esserlo. Io sospetto che ne fosse rimasto influenzato.

Un altro tennista australiano ancora più anziano, Vivian McGrath , classe 1916, viene ricordato per il suo rovescio a due mani. Era 11 anni più anziano di Merlo, vinse il campionati d’Australia nel ’37 battendo in finale proprio Bromwich, fu classificato n.8 del mondo da Wallys Myers che in quei tempi senza computer era il più autorevole compilatore di classifiche mondiali. Leggerete da molte parti nei primi resoconti di cronisti, titolisti o agenzie superficiali che Beppe Merlo era stato l’inventore del rovescio a due mani. Non è così. L’ecuadoriano Pancho Segura, che sarebbe diventato il coach e il guru di Jimbo Connors, giocava invece il dritto a due mani. Poi ci sono stati anche giocatori, e non solo Monica Seles o Marion Bartoli _ o la nostra Antonella Rosa, genovese che giocava il misto con Enzo Vattuone, altro genovese DOC (e mi ricordo un tennista romano, Maurizio Aracri che giocando contro la Rosa si lamentò così: “Aho, me pare de gioca’ contro a’dea Kalì con tutte quelle mani!”) – che giocavano dritto e rovescio a due mani. Vediamo chi di voi li ricorda… uno aveva per soprannome “Hollywood” perché pareva un attore.

Nel ’73 a Modena, agli assoluti indoor allo Zeta2 cui partecipavo per aver vinto in doppio i campionati nazionali di seconda categoria, pur più giovane di 22 anni ci persi in due set (63 64?) e scrissi ammirato sulla rivista di Rino Tommasi “Tennis Club”:  “Con la sua spazzolata di rovescio la palla mi tornava indietro ancor prima che mi fossi ripreso dall’azione del servizio”. Mai visto uno che anticipasse la palla più di lui.

Quando vent’anni dopo vidi Andre Agassi rispondere di rovescio a due mani con quell’anticipo, mi tornò in mente Beppe Merlo. Che con un servizio modesto, ma stranamente difficilissimo da attaccare – era un movimento che lui aveva preso dal ping-pong, la palla schizzava via verso il basso con uno strano effetto e anche grandi campioni non riuscivano a dominarla – un dritto piatto che non era nulla di che, eppure batteva campioni attrezzatissimi.
Saltava sulla racchetta accordata di fresco – le accordava lui stesso – per rallentarne la tensione. Diventava una sorta di fionda. “Me la chiamano racchetta cipolla, i francesi che mi prendono in giro, ma se li batto stanno zitti” scherzava.

Di campioni di Wimbledon ne aveva battuti ben sei: Jaroslav Drobny, Vic Seixas, Budge Patty, Roy Emerson (che di Slam ne ha vinti 12), Neale Fraser e Chuck McKinley. Me lo raccontò lui stesso, con grande orgoglio, perché un po’ c’era rimasto male che la Federtennis non gli avesse mai garantito un lavoro una volta che aveva smesso di giocare da professionista. Quante volte i nostri dirigenti federali, di tutte le epoche, hanno mostrato poca riconoscenza nei confronti dei loro più grandi campioni: in questo va detto che Binaghi almeno con Pietrangeli e Pericoli si è ben comportato, anche se per la sua mancata conoscenza delle lingue era necessario che si dotasse di qualche “ambasciatore” che le parlasse. Peraltro “sposando” Barazzutti a vita, e avendo litigato aspramente con Panatta, ha poi ignorato Bertolucci, Zugarelli e altri . Tornando a Beppe Merlo io credo che se c’era un altro italiano che avrebbe meritato di essere incluso nella Hall of fame, questi era proprio Beppino Merlo. Non aveva vinto due Roland Garros come Pietrangeli, ma aveva vinto pur sempre 22 tornei internazionali. Battendo ovunque supercampioni.

Questa che leggerete ora, però, è la storia di una sua sconfitta.

 

A Gardini il titolo per un nuovo ritiro di Merlo

L’incontro deciso al quarto set dopo quasi tre ore di gioco, con il ‘bolognese’ colto dai crampi. Lo storico match ricostruito attraverso le cronache e le testimonianze dell’epoca

ROMA – Era dal 1934, quando l’ex raccattapalle divenuto ‘maestro’ Giovannino Palmieri aveva sconfitto il nobiluomo dai due dritti, l’ambidestro Giorgio De Stefani, che gli Internazionali non avevano più avuto una finale tutta italiana. Per arrivare a disputarla, certo contro pronostico, il ‘leone’ del Porro Lambertenghi Fausto Gardini aveva battuto l’americano Herbie Flam nei quarti e l’argentino Enrique Morea in semifinale, mentre il ‘virtussino’ di Merano, pupillo prediletto di Giorgio Neri, aveva compiuto exploit ancora più inattesi irretendo nelle sue trame imbastite su un’anticipatissima spazzolata bimane di rovescio – in tempi in cui a giocare con due mani c’erano soltanto lui e Pancho Segura, ma Segura giocava il dritto e non il rovescio con le due mani – e un dritto apparentemente debole, impugnato a metà manico eppur stranamente difficile da ‘contrare’, primo lo svedese Sven Davidson (poi re a Parigi nel ’57) e poi l’americano Budge Patty (campione in carica e vincitore d’un Roland Garros nel 1950).

Si erano incontrati due volte, quell’anno, i due rivali e avevano vinto una volta ciascuno. Del match di Firenze vi ho già accennato .Ma Gardini, n.1 d’Italia, era il favorito. Stavolta i due grandi rivali hanno dato vita ad un incontro memorabile, con un finale drammatico, perfino crudele, dopo una maratona incredibile alla fine della quale si registra perfino l’intervento dei carabinieri. Fausto, appoggiandosi a quel dritto poco elegante ma poderoso ed efficace, tutto di spalla, aveva vinto il primo set spendendo moltissimo e con un punteggio, 6-1, molto più netto di quanto fosse apparso il divario di gioco. Difatti aveva impiegato 25 minuti, un’infinità (nota dell’autore: a quei tempi non ci si fermava ai cambi di campo, non esistevano neppure le sedie. Rod Laver vinse anni più tardi una finale di Wimbledon, 3 set su 5, in 57 minuti).

Aveva speso molto il lungo, allampanato, magrissimo Gardini, e nel secondo set Beppino Merlo gli restituì la pariglia, con lo stesso identico punteggio, ma dopo scambi ancora più lunghi, tant’è che il set richiede mezz’ora. Merlo anticipava (anche se poi a rete seguiva di rado), Gardini preferiva rifugiarsi in una gara di corsa, affidandosi più alle gambe che al dritto e tentando di abbassare il ritmo con palle alte e lunghe, pur di sottrarsi a quei micidiali anticipi del suo avversario. Anche perché quando si avventurava a rete veniva inesorabilmente infilzato. Scambi sempre più interminabili, paziente gioco di scacchi fra due avversari che si conoscono troppo bene per darsi vantaggi, ma anche per dare uno spettacolo che, fra due incontristi naturali come Fausto e Beppe, non può essere all’altezza di quello offerto nei giorni precedenti.

Più passa il tempo e più Gardini si dispera. Merlo, che continua a non sbagliare mai, ed è infallibile soprattutto nel passante, sale sul 3-0. Ma nel quarto game ecco il primo incidente: Gardini protesta vivacemente perché Merlo, aduso a far cadere la palla subito dopo il servizio perché con la presa bimane non potrebbe altrimenti tirare il rovescio, in quell’azione – a suo dire – lo distrae non poco. L’arbitro gli dà ragione, fa ripetere un punto vinto da Merlo e Beppino si innervosisce fino a commettere un doppio fallo. Gardini non riesce però ad approfittare dell’incidente, né della piccola crisi del meranese che, vinto il terzo set (6-3) dalla durata record – un’ora! – mentre cresce spasmodica la tensione sia sul campo sia sugli spalti.

Dopo il terzo set c’è il riposo. Per raggiungere gli spogliatoi Merlo viene portato addirittura a braccia. Gardini, gli occhi spiritati nel volto ancor più ossuto, non pensa minimamente a mollare. Digrignando i denti, anzi, si rivolge ad arbitro e dirigenti FIT: “Guardate l’orologio! Dieci minuti, non di più… attenzione!” ha l’aria di minacciare. Intanto Merlo, su una panca, piange. Ripensa, chissà perché, alla decisione contraria dell’arbitro per quella palla vagante. Quasi non avesse vinto il set. Una reazione quasi isterica da parte di uno che non controlla più i nervi. Invece Gardini, nel cambiarsi i calzini, continua a lamentare: “Questo set non dovevo proprio perderlo“.

Il melodramma continua alla ripresa del gioco. Merlo rientra in campo addirittura sorretto da due infermieri. “Come un’eroina da melodramma dopo che il tenore è stato ucciso” scrive sulla Gazzetta dello Sport Luigino Gianoli. Il marchese Ferrante Cavriani scuote la testa: “Il prossimo weekend c’è il match di Coppa Davis contro la Germania…“. E raccomanda fermezze, energia e risolutezza all’arbitro Carlo Gatti. “Svelti, suvvia, siamo pronti?” incalza Gardini. Subito strappa il servizio a Merlo, che però non è per nulla finito. Controbreak. È soltanto al cambio di campo che Merlo è lentissimo. E Gardini freme. Tutti e due fanno a gara a chi perde più servizi. E nel mezzo qualche errore arbitrale, parecchie contestazioni a rendere sempre più incandescente il clima già torrido. 5-4 per Merlo che piagnucola ma dentro di sé probabilmente vede la vittoria vicina, soprattutto sul 30 pari, quando sbaglia invece una palla facile facile dopo due prodezze. Così è 5 pari e il pubblico è più schierato dalla parte di Gardini, sentendolo più ‘vero’ del suo rivale che accentua forse le sue sofferenze.

C’è un silenzio irreale all’undicesimo game, 6-5 per Merlo, quando Gardini si ritrova, sul 15-40, a fronteggiare due matchpoint. Ma proprio in quel momento il colpo di scena: Merlo cade a terra, rigido, con le gambe di legno, in preda a crampi spaventosi. Sembra proprio paralizzato. I fotografi si precipitano in campo, e così i raccattapalle a tirar su Merlo che non ce la fa. I carabinieri irrompono ad allontanare i fotografi. “Un Merlo di terracotta si avvia con le gambe rigide al posto di combattimento. Sembra un uomo meccanico che abbia perduto i contrappesi per mantenersi in equilibrio” scrive ancora Gianoli. Gardini annulla i matchpoint. Sul secondo Merlo è a rete, gioca una volée smorzata sul dritto di Gardini. Sembra imprendibile, la folla già grida, ma Gardini con un ultimo scatto la prende e passa Merlo che, nell’allungarsi si ‘incrampa’ e resta lungo disteso.

Questo non è giocare!” grida Gardini. Il Foro gli dà ragione, gli spettatori pensano alla commedia, fischiano sonoramente. Terzo matchpoint però per Merlo. Gardini annulla anche quello mentre Merlo cade di nuovo. Gardini è furibondo, la folla è inferocita. Finché il giudice arbitro Onorati decreta la vittoria di Gardini per ritiro di Merlo. L’annuncio si perde nel clamore, i fotografi non sanno se fotografare il viso ancora scuro del vincitore o quello disperato del vinto. Negli spogliatoi l’abbraccio tra i finalisti. Più disteso Gardini concede: “Beppe, sei stato sfortunato“. E Merlo: “Tu hai vinto, ma moralmente io non ho perduto.

Gardini b. Merlo 6-1 1-6 3-6 6-6 rit (dopo 2h e 52m)

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