Coppa Davis, semifinale: GBR-Argentina 2-3. Murray non basta, Mayer eroico. Argentina in finale

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Coppa Davis, semifinale: GBR-Argentina 2-3. Murray non basta, Mayer eroico. Argentina in finale

Il n.1 Brit batte Guido Pella e sigla il 2-2, ma Leonardo Mayer gioca un match perfetto e supera in 4 set Daniel Evans. Argentina in finale per la quinta volta nella sua storia, cercherà di conquistare la prima insalatiera in Croazia dal 25 al 27 novembre

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Coppa Davis 2016 Semifinale

Gran Bretagna-Argentina 2-3 (Emirates Arena, Glasgow, cemento indoor)

L. Mayer b. D. Evans 4-6 6-3 6-2 6-4
(nel seguito, la cronaca del primo singolare tra Murray e Pella)

 

Quella che sembrava per tutti essere la giornata dei grandi rimpianti argentini, diventa quella del trionfo del popolo sudamericano, della rivincita del già condannato da tutti (da chi scrive compreso) capitan Orsanic, della quinta occasione di vincere la Coppa Davis per una squadra che in finale ha sempre perso. Ma soprattutto, diventa la più grande impresa della carriera per un giocatore che è stato n.21 del mondo nel Giugno dell’anno scorso, prima di un brutto infortunio alla spalla che l’ha tenuto a lungo lontano dal campo. Un grande uomo, che si portava dietro l’enorme rimpianto di essere andato a un millimetro dal battere Roger Federer nel Masters 1000 di Shanghai 2014, quando fallì 5 match-point dopo aver giocato una grandissima partita. Non quella della vita, perché il match più grande della sua esistenza è questo. Un match nel quale si è caricato sulle spalle il peso di un popolo che già piangeva nel non vedere Del Potro in campo e che ora si ritrova in finale di Coppa Davis.

Dopo la dolorosissima rinuncia di Juan Martin, il capitano argentino Orsanic manda in campo nel match decisivo per l’accesso alla finale contro la Croazia Leonardo Mayer, n.114 del mondo ma autentico Davis man, dove viene da 9 vittorie consecutive (11 considerando anche i match di doppio). Dall’altra parte della rete, il capitano britannico Leon Smith schiera Daniel Evans, n. 53 ATP e reduce dall’ottimo – ma doloroso –  US Open dove ha costretto il futuro vincitore Stan Wawrinka ad annullare un match point al terzo turno.

Nel terzo game del primo set, Evans si procura le prime palle break del match (15-40), ma Mayer le annulla alla grande, la prima con un’ottima soluzione servizio e dritto e la seconda con un ace. Quattro scambi più tardi, però, l’argentino spara largo il dritto in uscita dal servizio, concedendo una terza palla break. È largo anche un suo colpo incrociato, così Evans riesce a strappare la battuta: 2-1 e servizio Gran Bretagna. Il Davis man sudamericano ha il merito, in un inizio pieno di errori, di non crollare sotto 3-1 e servizio quando annulla con sicurezza una palla break fortunosa a disposizione dell’avversario (ottenuta grazie al nastro, che fa morire la palla del tennista di Birmingham appena di là dalla rete – “Nastro britannico!”, direbbe Rino Tommasi). Evans gioca con grande serenità, nonostante la posta in palio sia altissima e non abbia quasi mai giocato match così importanti: quando serve per il primo set sul 5-4 conferma il suo sangue freddo, portando a casa il parziale al primo di due set-point con un servizio vincente. Dopo 42 minuti la Gran Bretagna è meritatamente avanti 1 set a zero (6-4): Daniel è riuscito a mettere in campo il maggior talento, essendo anche più regolare del falloso avversario.

Nel secondo set dominano i servizi, ma sul 2-1 Mayer il n. 114 del mondo strappa inaspettatamente la battuta all’avversario, fino a quel momento impeccabile, con due vincenti consecutivi. Sul lungo linea di dritto che gli dà il 3-1 Orsanic e tutto il team albiceleste si alzano in piedi, sfogando la tensione accumulata dalla sconfitta del doppio ieri. Sul 5-3, l’ex n.21 ATP serve per il secondo set: sul 30 pari, Evans ha lo spazio per il passante lungo linea di dritto che se vincente lo porterebbe alla palla del contro break, ma il suo colpo finisce in rete. Il conseguente set-point è sufficiente a Mayer, che in tutto il parziale è stato perfetto al servizio, concedendo la miseria di 4 punti all’avversario, mettendo in campo l’83% di prime e facendo il punto con la seconda 3 volte su 4 (75%).

Il game di apertura del terzo set vede un Leonardo Mayer monumentale. Sotto 40-15, centra il break con 4 punti consecutivi: sul 40 pari, un Evans stordito dalla metamorfosi radicale del suo avversario (pessimo nel primo set, ottimo nel secondo) gioca in uscita dal servizio un back tagliato dal centro del campo a uscire che termina appena largo, poi il ventinovenne di Corrientes gioca una risposta di dritto fulminante, col britannico che può solo guardare impietrito. La stessa cosa avviene sul 3-1 e servizio Evans: sul 30 pari, altra risposta perfetta con Daniel spettatore, la palla break è vanificata da un rovescio lungo (seppur di poco), ma tre punti più tardi arriva un secondo break-point: il ventiseienne di Birmingham affossa inopinatamente in rete un rovescio tutt’altro che impossibile. 5-1 Mayer, che lascia un solo 15 nel gioco successivo e chiude 6-2.

All’inizio del quarto parziale, l’argentino continua a dominare e sale di prepotenza 30-40: qui l’inglese trova un ace vitale, poco dopo arriva una seconda palla break che l’argentino spreca sbagliando un dritto, poi una terza su un dritto in cross meraviglioso, annullata da un servizio vincente. Il game è epico e si chiude dopo 22 punti (durati 15 minuti) a favore di Evans, che insiste sul rovescio dell’avversario, costringendolo all’errore e caricando se stesso e il pubblico. Un gioco vinto in questo modo è l’unica cosa che può rimettere in equilibrio un match nel quale il n.53 del mondo è in balia del n.114, che in questa partita sta giocando da top-ten, come solo in Coppa Davis può accadere (una competizione che dovrà pure essere ammodernata, ma resta unica e irrinunciabile per chi ama davvero il tennis). Purtroppo per la Gran Bretagna, Mayer è un rullo compressore e continua e esserlo. Nei due game al servizio non fa la minima fatica (Evans vince un solo punto su 9) e nel quinto gioco si prende il break costringendo all’errore di rovescio l’avversario dopo un game giocato alla perfezione, fatto di cambi di ritmo e colpi incrociati profondi e devastanti. Può il povero Daniel recuperare questo break contro un giocatore in stato di grazia e semplicemente ingiocabile al servizio? Sembra francamente inimmaginabile. È inimmaginabile: Leonardo continua a essere mostruosamente perfetto alla battuta, arriva a servire per il match sul 5-4 e chiude col dritto al volo al primo di 3 match-point.

Il capitano Orsanic, che ha origini croate e contro la Croazia si giocherà la finale, mostra il suo orgoglio: “Dietro questi ragazzi c’è un grande team, un grande pubblico. Leo aveva già giocato dei grandi match in passato e oggi ha dato dimostrazione di ciò giocando alla grande. Non ho ancora pensato alla finale in Croazia, al momento mi godo questa vittoria, questo sogno. Complimenti al pubblico britannico, ha mostrato passione e grande sportività“.

Mayer, al termine del match, scoppia in un pianto liberatorio e sportivamente bellissimo, poi dichiara ancora in campo: “Nell’ultimo periodo non ho giocato al meglio delle mie possibilità, ringrazio chi mi è stato vicino e mi ha consentito oggi di giocare a questo livello. Sono felicissimo, naturalmente (si è interrotto un paio di volte perché ancora molto commosso)”.

Felicitaciones, Leonardo!

 

A. Murray b. G. Pella 6-3 6-2 6-3        

La giornata conclusiva della semifinale di Coppa Davis tra Gran Bretagna e Argentina all’Emirates Arena di Glasgow si apre con la sfida tra Andy Murray e Guido Pella. L’olimpionico e campione di Wimbledon deve vincere per portare il confronto al quinto match, dove Daniel Evans (più in fiducia di Kyle Edmund) sarebbe prontissimo a completare la rimonta britannica contro un malconcio Del Potro oppure Leonardo Mayer, entrambi non presenti sugli spalti: evidentemente il capitano albiceleste Orsanic (che rischia di pagare caro l’errore di schierare la sua punta di diamante nel doppio di ieri invece di preservarlo nella migliore condizione possibile per l’ultimo singolare) non vuole far capire agli avversari chi giocherà.

Nel primo set l’equilibrio si spezza subito nel quarto gioco, quando Murray sale 15-40 e toglie la battuta all’avversario alla seconda palla break. Il n.1 di Gran Bretagna si issa sul 5-3 e va a servire per il primo parziale. Sul primo set-point, sul 40-30, Pella trova un gran rovescio lungo linea e chiude il punto con un bel colpo incrociato al volo, ma nel punto successivo mette in rete la risposta sulla prima dell’avversario. Le possibilità di rientrare nel set finiscono qua, Andy porta a casa il set in bellezza con un ace. 1 set a 0 Gran Bretagna dopo 34 minuti di partita.

Il secondo parziale vede una partenza sprint del ventinovenne di Dunblane, che strappa il servizio a zero in apertura e si porta sul 2 a 0 con un parziale di 8 punti a 1. La mattanza sembra continuare perché Murray si guadagna ben 6 palle break nel terzo game, ma il ventiseienne di Bahia Blanca le annulla tutte con la seguente successione: un rovescio incrociato lungo del britannico, un recupero di dritto di Murray che si spegne in rete su ottimo lungo linea di rovescio dell’argentino, tre servizi vincenti di Guido che cambia sempre l’angolo di direzione del servizio e un errore di dritto del n.2 del mondo. L’orgoglio di Pella, che chiude facendo buona guardia a rete, è davvero encomiabile. Il campione olimpico, però, è fisicamente mostruoso: sul 2-1 30-15 viene chiamato a rete da un’ottima palla corta dell’avversario e risponde al lob successivo con una via di mezzo tra una veronica e un gancio, giocata indietreggiando, che finisce sulla riga. Murray fa tutto questo dopo essere stato in campo 8 ore tra ieri e venerdì: c’è da aver paura. Pella non ne ha affatto, ma dall’altre parte del campo si ritrova un ossesso che corre per tre e gioca alla perfezione, così arriva il secondo break consecutivo, confermato in un attimo e siamo 6-3 5-1. L’argentino interrompe uno spaventoso parziale di 14 punti a 3 con uno smash di rabbia e recupera da 0-30 portando a casa il settimo game, ma nel gioco seguente Andy chiude al secondo set-point. Dopo un’ora e 20 minuti la Gran Bretagna è a un set dal 2 pari.

Il finalista dell’ATP 500 di Rio de Janeiro (capace in quel torneo di conquistare la prima finale ATP in carriera portandosi a casa gli scalpi di John Isner – con tre match-point salvati – e Dominic Thiem) ha però una grandissima determinazione e non molla niente: annulla una palla break in apertura di terzo set e si porta avanti 2-1, senza break. Qui c’è ancora spazio per un po’ di pathos che in Davis non manca mai: Murray accusa un dolore alla coscia destra ed esce dal campo chiedendo un medical time out. Dopo diversi minuti torna in campo, da come si muove si capisce che può proseguire senza troppi problemi, ma sa bene che chiudere prima possibile scongiurerebbe eventuali guai. Pella continua imperterrito a correre da una parte all’altra, quando può si avventura anche a rete, il suo carattere da grande guerriero consente al match di essere sempre gradevole e ogni scambio si guarda con piacere e interesse, sebbene l’esito della partita sembra inesorabile. È così, perché dal 2 pari 40-15 Pella, Murray infila un altro filotto di 11 punti a 2 e si porta avanti 4-2 15-40 su servizio dell’avversario. Finita? Non ancora, perchè l’orgoglio latino dell’autore del punto del 2-0 nella prima giornata contro Edmund è infinito: l’argentino annulla nel game tre palle break e resta vivo: 4-3. E’ però ormai solo questione di minuti, perchè l’eroe di Glasgow due game più tardi sul servizio dell’argentino trova l’allungo decisivo e chiude al primo match-point.

La semifinale si deciderà dunque al quinto match e la scelta di schierare Del Potro nel doppio si è confermata scriteriata. Ora l’Argentina all’undicesima semifinale dal 2002 in Davis rischia di perdere questa sfida dopo essere stata in vantaggio 2-0 a casa di Andy Murray. Quando ricapiterà mai un’occasione del genere? Orsanic deve solo sperare che Leonardo Mayer (designato per l’appunto a sostituire Del Potro) gli tolga le castagne dal fuoco, altrimenti si dovrà parlare di vero e proprio suicidio (in senso sportivo) sudamericano e la Davis continuerebbe a rimanere un incubo per gli argentini.

 

 

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In difesa del tennis, sempre e comunque. Anche questa bistrattata Coppa Davis è tennis. E tennis vero

I giocatori si battono, si impegnano alla morte. A Torino, Innsbruck, Madrid. E non è solo questione di soldi. Vedi Kukushkin, Sinner, Djokovic. Tanti errori. Non avrei voluto cambiarla così. Ma è meglio che niente

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Novak Djokovic - Coppa Davis 2021 (photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Sono più innamorato del tennis che dei nomi che si danno agli eventi. Sono cresciuto con la racchetta in mano e i miei sogni da bambino erano di poter un giorno giocare a Wimbledon e in Coppa Davis, non necessariamente in quell’ordine. Non ce l’ho fatta e il rimpianto è stato di non poter giocare le qualificazioni di Wimbledon nel ’73, quando avrei potuto farle perché avevo fatto dei buonissimi risultati nell’attività di college negli Stati Uniti, battendo fra gli altri il n.1 del Messico Loyo Mayo ma non solo, e per l’appunto per via del boicottaggio di 82 dei primi 100 tennisti del mondo (il numero andrebbe verificato, cito a memoria) a seguito del “caso Pilic” tante volte descritto, l’accesso ai Championships era assai più abbordabile.

Ma mio padre stava molto male, tornai precipitosamente dagli Stati Uniti e dovetti rinunciare a giocarle, con grande dispiacere… perché oltretutto sull’erba giocavo meglio che su altre superfici. Nelle Fiji avevo anche vinto un torneo di doppio organizzato da John Newcombe – lui che mi premiava è uno dei miei più bei ricordi – e me l’ero cavata benino anche in singolare raggiungendo i quarti. Non era uno Slam eh. E nemmeno un 250…

Tutta questa lunga premessa, che ai miei più incalliti denigratori parrà solo sfoggio autocelebrativo, in realtà l’ho fatta perché Davis e Wimbledon, Wimbledon e Davis, sono miei due grandi amori e mai li tradirei come ha fatto David Haggerty, l’attuale presidente della federazione internazionale, e anche tutte le federazioni che lo hanno fatto, inclusa la nostra. Quasi tutte, anche la nostra, lo hanno fatto per i soldi che la vecchia Davis non garantiva e che questa, con l’investimento monstre di Piqué e soci, invece li garantisce a federazioni e giocatori. 3 miliardi di dollari… per 25 anni se ho ben capito. Ma fossero anche meno… hanno consentito di tenerla in vita quando stava morendo perché 130 federazioni su 160 non ce la facevano a mantenersi e a mantenerla.

 

Ciò detto, e pur dichiarandomi io nostalgicamente innamorato anche dei match tre set su cinque, che secondo me garantiscono quasi sempre che a vincere sia il più forte – mentre così non è sulla distanza dei due set su tre; capisco il gusto della sorpresa e del poter dire “C’ero anch’io quando…” – e pur capendo che tutti quelli che hanno giocato la vecchia Coppa Davis inorridiscano nel seguire la nuova versione subentrata all’ultima vinta dalla Croazia nel 2018 e vorrebbero cambiarle il nome (Tennis World Cup?) per evitare, come dice Nicola Pietrangeli, che il suo ideatore Dwight Davis, si rivolti nella tomba, trovo però che sia sbagliato anche disprezzare tutto quello che si sta vedendo in questi giorni.

Sempre tennis è. Ed è vero tennis. Magari più triste perché non c’è sempre l’atmosfera che c’era una volta se una delle due squadre in campo giocava in casa e c’era sulle tribune un entusiasmo travolgente – e sono quindi certamente ancora più preoccupato di quanto potrà accadere negli Emirati Arabi l’anno prossimo… in attesa di scoprire domenica mattina ulteriori dettagli su come si pensa di organizzare l’evento – ma a me che gli si cambi il nome o non glielo si cambi, interessa il giusto. Mi piace vedere tennis e se vedo che si gioca con lo spirito giusto, e non quello delle per me insopportabili esibizioni, a me sta bene così. Preferirei vedere giocare tutti i campioni, certo – è scontato! – però se tanti di quelli dalle loro orecchie non ci sentono – e non ci sentivano neppure prima, almeno negli ultimi anni – pazienza, ce ne faremo una ragione.

Non si può scandalizzarci per i soldi messi in palio da Piqué e soci, o dagli arabi, se poi anche i tennisti più famosi snobbano – perché più facile fare soldi in altro modo – questo evento che come tutte le cose nuove commette errori di vario tipo, prima programmando incontri che finiscono all’alba (vedi 2019 alla Caja Magica), poi facendoli cominciare tardi (a Torino come a Madrid) e finire ad orari sempre assurdi, infine pensando di giocare parte degli incontri indoor per poi finire con la rassegna finale outdoor a tutt’altre temperature e superfici con pochi giorni di intervallo e viaggi aerei di 6 o 7 ore a dir poco… Così pare che potrebbe accadere a Abu Dhabi e da Hewitt a Djokovic a Kukushkin avete già sentito le sdegnate reazioni.

Non so come andrà, se si rivelerà un flop, o un obbrobrio come dice Pietrangeli, che certo dopo aver giocato 164 match in un certo modo non può davvero rassegnarsi a 87 anni a veder chiamare Coppa Davis un evento che non gli assomiglia salvo per il fatto di essere una competizione a squadre. Del resto anche i mondiali di calcio in Qatar non mi convincono. Però non sono d’accordo con chi dice: “Allora meglio nulla”. Io in queste due settimane, fra Torino e Madrid, sto vedendo dell’ottimo tennis. Anche se l’ho visto giocare a pochi top-ten. Ma Sinner è stato grande o no? Djokovic non vale la pena vederlo? Medvedev e Rublev preferireste stessero in Costa Azzurra? Berrettini non ci sarebbe stato se avesse potuto? Avremmo avuto metà dei top-ten… E i doppi erano brutti se giocati da Mektic/Pavic, Cabal/Farah, Sock/Ram?

Mi pare che si esageri in snobismo. E in catastrofismo. Io non sto dicendo che questa sia la soluzione migliore, ma tutti quella che la criticano sembrano incapaci di presentare una soluzione alternativa. Quella che è vissuta fino al 2018 veniva definita in crisi per la stessa primaria ragione che si ripresenta oggi. In primis l’assenza dei top-players una volta che essi (vedi Federer e Wawrinka, Nadal, del Potro… i primi che mi vengono a mente ) l’avevano già vinta e non volevano più sacrificare un minimo di 8 settimane del loro calendario e dei loro soldi (e di quelli dei loro gruppi manageriali, attenzione!) per giocare 4 long-weekend l’anno in tutti gli angoli del mondo e con cambi assolutamente improgrammabili ad inizio anno di superfici, palle, clima, fusi orari, continenti. Spesso travolgendo una più corretta e ordinata programmazione. Che è ciò che, legittimamente, sta più a cuore ai top-players che non possono mai deludere.

In questa criticatissima Coppa Davis – i cui promotori non avrebbero mai potuto pensare di investire tutti i soldi che stanno investendo e che chiedono ai loro sponsor giapponesi (Rakuten), arabi (sceicchi uniti…) italiani (Unicredit) e internazionali se gli avessero cambiato il nome, se l’avessero chiamata Coppa Rakuten invece che Coppa Davis – si è avvertito comunque fra i giocatori, con i loro capitani lo spirito di squadra. Gli abbracci, il sostegno reciproco, non è stato una recita collettiva. Era, è, roba vera. Perfino quel cafone di Opelka, che ha giocato come un cane, era incavolato nero per aver perso a quel modo. Mica recitava.

Le difficoltà organizzative ci sono state dappertutto e sarebbe ingiusto non tenerne conto. Nella vendita dei biglietti, nella ristorazione quasi ovunque inesistente, nella programmazione, negli aspetti logistici, in altri aspetti che ora non cito, ma quel che è successo a Innsbruck all’ultimo momento – la decisione di far giocare a porte chiuse – poteva accadere ovunque in questa disgraziatissima epoca Covid. Non si può non tenerne conto, avere le stesse pretese che si avevano per quegli eventi ante-Covid. Tante partite sono state avvincenti, non solo quelle degli italiani che abbiamo seguito più da vicino, come la rimonta di Jannik Sinner con Marin Cilic che ha servito per il match sul 5-4 nel secondo set. Si sono rivelati ottimi professionisti giocatori semisconosciuti ai più, i vari Gojo, Gomez junior, Mejia, Machac, Piros, Rodionov, che non avrebbero avuto altrimenti una chance di diventare eroi per caso, ma che è bello che lo siano diventati.

Mi diceva Giovanni di Natale che ha un ruolo importante nell’organizzazione media della FIT ed è un ex collaboratore di Ubitennis come tanti altri (Spalluto e Mastroluca fra gli altri, per breve tempo anche Angelo Mancuso, da anni capufficio stampa FIT…, chi più riconoscente, chi meno) che Supertennis ha avuto grandi ascolti durante la Davis, grazie al fatto di essere depositaria unica dei diritti tv. “Quasi da tv importante…”. E io a Torino, ma anche qui in Spagna – sebbene la Spagna sia stata eliminata come l’Italia – dove certo la gente avrà acquistato biglietti prima del k.o., ho visto tantissimi aficionados sulle tribune. E probabilmente tanta anche davanti alle tv di tutti quei Paesi che hanno acquistato i diritti. Tanti bambini entusiasti erano a Torino a gridare Jannik, Jannik! Bellissimo. Sono appassionati che ci resteranno in eredità, per sempre.

Vorremmo privarci di tutto questo? Io sinceramente non vedo perché. È sempre promozione per il tennis, anche se Sonego purtroppo si fa prendere dall’emozione e dalla pressione di dover vincere a tutti i costi e perde il doppio. Ma ci sta. Nello sport nulla deve essere scontato, sennò che gusto ci sarebbe? E mi immagino come se ne sarebbe parlato oggi se anche lui, quel bravissimo ragazzo di Lorenzo, avesse vinto, e ancor più se avessimo avuto qui un Berrettini in grado di farci lottare per la vittoria finale. Che magari arriverà a Abu Dhabi o altrove, chi può saperlo? Per il nostro sport sarà sempre uno spot positivo.

Una volta la Davis poteva essere vinta quasi da un solo giocatore, come accadde quando la vinse Bjorn Borg nel ’75 o più recentemente Andy Murray: due singolari vinti in partenza, un doppio raccattato in qualche modo e oplà, Davis conquistata. Oggi il doppio è diventato improvvisamente molto più importante, per il 33%. Siamo sicuri sia un male, un aspetto negativo? Non si sta rivitalizzando una specialità in agonia? Che fosse in agonia lo scriveva già trent’anni fa Rino Tommasi, quando i più forti tennisti smisero di giocarlo. Era post McEnroe. Ora potrebbe anche rinascere.

Si riuscisse a rigiocarla in casa (o in trasferta) almeno per un turno o due, magari creando degli aspettiti per le squadre che l’anno prima erano giunte in semifinale, potrebbe essere un progresso. Ma siamo ancora in fase sperimentale, e purtroppo ancora in fase Covid. Ci vuole pazienza. Come quella che io ho sempre avuto per i commenti che arrivano a Ubitennis. Molti dei miei collaboratori vorrebbero chiuderli. Li trovano inutili, frequentati sempre dagli stessi 500 lettori su 50.000 abituali e 100.000 o 150.000 più occasionali (nel senso che vengono a leggerci soltanto nelle grandi occasioni). Io trovo che invece si deve solo puntare a farli migliorare individuando un modo il più possibile oggettivo – difficilissimo! – per cassare quelli offensivi, iperpersonalizzati, inutili. Evidenziando invece quelli che contribuiscono a migliorare la qualità del sito, perché segnalano errori – mai prendersela con loro ma semmai ringraziare! Chi fa sbaglia ma non deve prendersela – perché danno suggerimenti utili, notizie, numeri, idee.

Ecco, in particolare per le discussioni relative a questa nuova Coppa Davis, sia i detrattori sia gli estimatori, hanno mantenuto un buon livello di discussione, salvo pochissime inevitabili eccezioni. Io vi invito a rileggere i commenti all’articolo di Vanni Gibertini “Coppa Davis, nuova formula, gironi in Europa, fase finale ad AbuDhabi. Sarebbe il colpo di grazia?”, perché molti – e voglio citare quelli di Alessio Francone, di Unforgiven 79, di Shapo, di Teus, di Cataflic (non li ricordo tutti e mi scuso con gli altri che meritavano citazione), di molte risposte dello stesso Vanni Gibertini – secondo me hanno tentato, riuscendoci, di dare contributi intelligenti alla discussione in atto. Dipende solo da voi lettori mantenere alto il livello dei commenti, evitando personalismi inutili. Per Ubitennis può essere un atout vincente. Sarebbe bello che anche nel corso dei nostri live, che a volte superano i 2.000 post, ci si limitasse a fare osservazioni utili per il maggior numero dei lettori. Ce la faremo?

Intanto dopo aver registrato l’ennesima maratona vincente di Kukushkin, annullando 4 matchpoint e trasformando il quinto nel corso di un infinito tiebreak e di un match di 3 ore e 18 minuti che ha avuto per vittima inconsolabile lo sfortunato (ma un tantino pavido) Kecmanovic, registro anche la vittoria in doppio di Djokovic con Cacic sullo stesso duo kazako Nedovyesov-Golubev (che parla italiano meglio di tanti, dopo la su alunga permanenza in Piemonte) che sei anni fa avevamo affrontato con l’Italia ad Astana. E devo dire “chapeau” a Djokovic perché quei tennisti che mettono in primo piano l’appartenenza al proprio Paese più che ai soldi, ai tornei più importanti, a me suscitano sempre grande ammirazione. Perché, come dicevo all’inizio anche per rispondere a tanti catastrofisti, per me la Coppa Davis e Wimbledon sono due passioni intramontabili. E chi li rispetta merita rispetto.

E se, di nuovo, questa coppa Davis non assomiglia a quella vecchia, pazienza. Finché non ce ne sarà una uguale o un’altra più simile, mi tengo questa senza “massacrarla”. Forse, in questo, a furia di star in mezzo ai ragazzi che collaborano al sito, che mi hanno insegnato a capire (se non sempre ad apprezzare…) i social, anche se fatico ad adeguarmi a Instagram, a Facebook, a Twitter, sono meno vecchio di coloro che vivono soltanto in mezzo ai loro vecchi coetanei. E che si danno ragione l’un l’altro senza confrontarsi con spiriti e anime diverse. Con questo non dico che gli uni o gli altri abbiano ragione di pensarla in un modo o nell’altro. Il mondo è bello perché è vario e non tutti i gusti sono alla vaniglia (ricordava sempre maestro Gianni Clerici). L’importante è che si giochi a tennis, si veda tennis, si legga di tennis, si parli di tennis.

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Coppa Davis: Djokovic porta la Serbia in semifinale con la Croazia

Il numero 1 del mondo si impone in singolare e in doppio: la Serbia rimonta la vittoria di Kukushkin

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Nikola Cacic, Novak Djokovic e Viktor Troicki - Finali Coppa Davis Madrid 2021 (Photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Serbia b. Kazakistan 2-1

Sarà la Serbia di Novak Djokovic ad affrontare la Croazia nella semifinale in programma a Madrid venerdì 3 dicembre. La squadra capitanata da Viktor Troicki ha superato il Kazakistan 2-1, rimontando l’entusiasmante vittoria di Mikhail Kukushkin su Miomir Kecmanovic con il duplice successo di Novak Djokovic in singolare e in coppia con Nikola Cacic. Chiamato a vincere due incontri, il numero 1 del mondo ha portato a termine la missione regolando in due partite Alexander Bublik, mentre il doppio decisivo non poteva non generare altre emozioni con un terzo set che Nole e Cacic non si sono fatti sfuggire.

M. Kukushkin b. M. Kecmanovic 7-6(5) 4-6 7-6(11) (a cura di Giorgio Di Maio)

 

Tre ore e diciotto minuti sono serviti a Mikhail Kukushkin per battere Miomir Kecmanovic in una sfida dal sapore della storia della Coppa Davis, regalando così un punto cruciale al Kazakistan. I kazaki si garantiscono così almeno il doppio decisivo, in attesa della sfida tra il loro numero uno Alexander Bublik e il numero uno del mondo Novak Djokovic. L’inossidabile Kukushkin conferma così la sua lunga tradizione di uomo Davis, che già nel 2016 lo aveva visto battere l’allora top30 (e attuale capitano della Serbia) Viktor Troicki in una sfida vinta dalla Serbia solamente nell’ultimo singolare, con la vittoria proprio di Troicki su Nedovyesov.

Il tennista kazako ha anche dato dolori all’Italia di Davis, che avrebbe potuto sfidare in un eventuale semifinale se non fosse stato per la Croazia. Nel 2015 Kukushkin sconfisse in maniera netta ad Astana sia Simone Bolelli che Andreas Seppi, con l’Italia che fu eliminata 3-2 per la sconfitta al quinto set di Fabio Fognini contro Alexander Nedovyesov. I precedenti erano pari invece tra i due singolaristi, con una vittoria a testa nelle ultime tre stagioni. Curiosamente tutte le partite tra i due si sono disputate su cemento, superficie preferita sicuramente più dal kazako che dal serbo. Se la prima vittoria è stata di Kukushkin, nel primo turno di Shanghai 2019, l’ultima è quella di Kecmanovic, vincitore in due set lottati nel 2020 nel primo turno dell’ATP250 di San Pietroburgo.

Inizio scoppiettante del match sotto il rumore incessante dei tamburi dei tantissimi tifosi kazaki accorsi a Madrid per questo quarto di finale. Kukushkin soffre la difesa strenua del suo più giovane avversario e offre subito una palla break, convertita da Kecmanovic con un rovescio largo del suo avversario. L’esperto tennista kazako non si abbatte, e torna ad attaccare da fondocampo forzando l’errore di Kecmanovic, che soffre soprattutto le grandi capacità in risposta del suo avversario. Kukushkin trova il controbreak già nel terzo game, causando l’errore di dritto del numero 69 del mondo con una bella risposta lungolinea. E’ sempre la risposta a creare la possibilità di passare avanti per il Kazakistan nel sesto game, sfruttando un Kecmanovic sempre molto impacciato con il colpo in uscita dal servizio. Kukushkin però manca la chiusura con il rovescio e Kecmanovic riesce a salvarsi, non correndo più rischi fino al tie-break decisivo per il primo set.

Il kazako apre il parziale decisivo con un servizio vincente e contribuisce alla frittata di Kecmanovic, che dopo aver fatto tutto bene in attacco regala il minibreak a Kukushkin con una volée comoda affondata a metà rete. Per tornare a pari con i minibreak serve lo scambio più duro della partita finora, con Kecmanovic che trova due bei rovesci lungolinea ma non sfonda la difesa di Kukushkin, che tira fuori di metri il dritto dalla fatica di più di venti colpi. Fatica sprecata da Kecmanovic, che subisce un nuovo minibreak giocando in maniera troppo passiva e subendo l’iniziativa di Kukushkin, preciso nel chiudere il punto a rete. Il primo set point vola via per un errore del kazako, ma la pressione da fondo dà di nuovo i suoi frutti e un dritto a metà rete di Kecmanovic regala il primo set al Kazakistan.

Il rovescio lungolinea estremamente piatto di Kukushkin, per le statistiche da anni il più piatto del circuito, continua a fare danni a Kecmanovic. Il tennista serbo è di nuovo in difficoltà all’inizio del secondo set e concede una palla break proprio su questo colpo del kazako, che poi chiude la pratica con un bel dritto in diagonale. La partita sembra sempre più nei binari di Kukushkin, ma Keckmanovic si scuote e la sua difesa strenua vale la prima palla break del secondo set, convertita con il secondo dritto consecutivo in rete del kazako che riporta tutto in parità. Il dritto del kazako continua a ballare ed arriva il set point per la Serbia. La prima palla break vola via su un dritto diagonale di Kukushkin dall’altissimo coefficiente di rischio, replicato dal kazako anche sulla seconda.

Ai vantaggi il serbo si conquista un’altra chance, ma oltre alla difesa c’è poco altro e Kuku annulla tutto con il rovescio. Un ace riporta il kazako all’ennesimo punto game ma il dritto è una macchina di errori non forzati e Kecmanovic si prende il quarto set point, questa volta salvata da uno smash. Ancora una volta nel lunghissimo decimo game Kukushkin ha palla game, e questa volta è il rovescio a tradirlo con due non forzati consecutivi. Nonostante l’età la pressione gioca un brutto scherzo e il kazako con un altro errore concede il set al serbo, che ha chiuso con un parziale di quattro game a zero che ha rimesso in piedi la partita. Il collasso di Kukushkin continua anche nel terzo set. Gli errori ora arrivano anche dalla parte del rovescio e Kecmanovic, limitandosi a prolungare gli scambi il più possibile, si prende il break già nel secondo game. Un altro game fiume arriva nel quarto game, con Kukushkin che rischia di andare sotto di due break cinque volte ma con l’aiuto del servizio riesce a scacciare in pericolo. Il servizio da una mano anche a Kecmanovic, che per la prima volta nel set soffre nel suo turno di battuta e si ritrova a salvare una palla break, annullata con la combinazione servizio-dritto.

Sul 5-3 Kecmanovic si ritrova a servire per una vittoria che nemmeno un’ora prima sembrava definitivamente andata. Il serbo sembra avviato verso la vittoria, e giocando un po’ più aggressivo si conquista due match point. La pressione rende però molto più passivo Kecmanovic, che torna il tennista estremamente difensivo del primo set e subisce le bordate di Kukushkin, che annulla i due match point con dei dritti dall’alto tasso di difficoltà e giocati senza paura. Un dritto inside-in del kazako vale il clamoroso (per la situazione) break point di Kukushkin, ma Kecmanovic annulla con l’aiuto di una seconda coraggiosa. Il serbo è di nuovo spettatore sul dritto vincente di Kuku che vale il secondo break point, ma il kazako non riesce a chiudere il break con il dritto successivo. Un altro dritto vale la terza palla break del Kazakistan, e questa volta il nastro nega il punto di Kecmanovic e consegna il break al suo avversario.

Nel tie-break decisivo il primo a sbagliare è Kukushkin, e Kecmanovic ne approfitta per portarsi avanti 4-1. Il kazako come spesso successo in questa partita non si perde d’animo e causa l’errore di Kecmanovic per riportarsi a parità di minibreak. Quello che sembra il punto di svolta del match arriva nell’undicesimo punto, Kukushkin attacca la rete dopo un bel colpo profondo, ma Kecmanovic trova un passante di dritto incredibile che pizzica la linea ma coglie impreparato Kukushkin, che sbaglia la volée. Il serbo ha così l’ennesimo match point sul suo servizio, ma un dritto sparato fuori è il 6-6. Le emozioni però non sono finite, e Kukushkin annulla anche il quarto match point serbo. Nel lunghissimo quindicesimo punto del tie-break i due scambiano per una ventina di colpi, ed il primo a cedere è il serbo, che consegna il primo match point della partita a Kukushkin.

Il kazako però si vede annullare l’occasione da un bel servizio del suo avversario, ma nel punto successivo breakka Kecmanovic, portandosi al primo match point sul suo servizio. Anche qui Kuku non sfrutta l’occasione, mancando il passante di rovescio che gli avrebbe consegnato la partita. Un punto dal servizio vale comunque un altro match point, annullato ancora una volta dalla battuta serba, ma un dritto sparato fuori da Kecmanovic vale la quarta occasione per il kazako, sprecata grazie alla difesa strenua del suo avversario. Il quinto però è quello buono, il servizio di Kecmanovic non è incisivo e Kukushkin riesce a mettere alle corde il serbo da fondo, che tirando fuori il dritto regala il primo punto della sfida al Kazakistan. Ora toccherà al numero uno del mondo Novak Djokovic scendere in campo contro Alexander Bublik per salvare la sua nazionale.

Novak Djokovic – Finale Coppa Davis Madrid 2021 (Photo by Mateo Villalba / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

N. Djokovic b. A. Bublik 6-3 6-4 (a cura di Michelangelo Sottili)

Dopo che durante il terzo set del primo rubber ha certamente pensato che sarebbe entrato in campo sull’1-0, Novak Djokovic non si fa distrarre né sente la pressione perché rispetta ampiamente il pronostico e si impone senza patemi su Alexander Bublik, che avrebbe probabilmente potuto tentare un’interpretazione più spavalda di un match che nessuno poteva seriamente chiedergli di vincere; almeno provarci, tuttavia, avrebbe onorato la precedente sfida tra i numeri 2. Quel bilanciamento alla base della sua filosofia di derivazione monfilsiana tra la remata e l’invenzione a sorprendere pende nettamente verso la prima, privando il confronto di qualche highlight in più e di quell’infinitesima probabilità di infastidire il 20 volte campione Slam. Il tutto si risolve allora in una parentesi in attesa del doppio decisivo, una sorta di riscaldamento sfruttato soprattutto da Djokovic sia per la risposta, sia per le volée.

IL MATCH – Inizia un po’ contratto, Bublik, che in risposta non approfitta di una partenza lenta di Djokovic e commette tre doppi falli, riuscendo comunque a tenere il primo turno di battuta. Il n. 36 ATP prova un paio di drop-shot, Nole qualche discesa dietro il servizio e l’equilibrio si rompe già al quarto gioco, con un paio di errori kazaki compresa un’altra seconda sparata lunga e una smorzata che è un assist. Il numero 1 del mondo ha modo di mettersi in mostra in risposta, almeno quando riesce a toccare la palla – condizione non scontata tra gli ace e i doppi falli di colui che in ogni caso occupa il 49° posto nella classifica dei migliori battitori stilata dall’ATP. Quando si entra nello scambio, Bublik si limita a palleggiare con i piedi ben dietro la linea di fondo finché non sbaglia o è messo in insormontabile difficoltà da Novak. Riesce anche a evitare un secondo break in un sofferto ottavo gioco, ma non può fare molto in quello successivo: 6-3 Serbia.

Qualche timido segnale dal ventiquattrenne di Gatchina arriva nel secondo set quando alla risposta si guadagna due opportunità da sinistra per salire 2-0, ma un orrido gratuito e una buona chiusura a rete di Nole rimettono le cose al giusto posto. Djokovic vuole metterci del suo e lo fa con una rispostona sul 30 pari che lascia di sasso Bublik, il quale replica affossando la seconda ed è 3-1 per il favorito. Un buon servizio qua, un’imperfezione serba là e il 196 cm in maglia azzurra riesce a rimanere in scia, esibendo qualcosa di diverso in un nono gioco in cui salva anche un match point e che chiude battendo da sotto. Tocca poi a Djokovic che con il servizio rimedia al 15-30 e porta la Serbia sull’1-1.

N. Djokovic/N. Cacic b. A. Golubev/A. Nedovyesov 6-2 2-6 6-3 (a cura di Michelangelo Sottili)

Comincia su binari fin troppo tranquilli per Novak Djokovic e Nikola Cacic, entrambi subito in partita, mentre lo stesso non si può dire di Aleksandr Nedovyesov, in grosse difficoltà per oltre un set e a stento sostenuto da Andrey Golubev. Perso nettamente il primo parziale, tuttavia, il più debole della coppia in azzurro ritrova fiducia a fianco di un compagno che gioca davvero bene il doppio, seppur non ai livelli dei protagonisti delle ATP Finals. Sul punteggio di un set pari, a fare la differenza a favore della Serbia è soprattutto Djokovic, con Nedovyesov un po’ complice pur senza commettere errori grossolani; tuttavia, giocando punto a punto, un paio di imperfezioni sono sufficienti, soprattutto se il n. 1 del mondo può liberare i propri colpi ridando anche sicurezza al proprio partner.

IL MATCH – Inizio quasi tragico per Aleksandr Nedovyesov sul servizio del compare, ma metà delle quattro volée da dimenticare passano la rete in qualche modo portando il punto e il primo servizio è tenuto nonostante la chance serba. È chiaro che il duo kazako non si trova molto spesso di fronte a una risposta della qualità di quella di Djokovic ed è soprattutto il trentaquattrenne di nascita ucraina a soffrirne. Dal canto suo, quest’anno Andrey Golubev è arrivato in finale al Roland Garros in coppia con Bublik, ma è lui a fallire lo smash che manda avanti la Serbia al quinto gioco, dopo il contributo negativo di Nedovyesov – colui che è più preso di mira. Se la cava molto meglio Nikola Cacic, il solo in campo a non essere un classe 1987, sia a rete ben supportato da “quello dietro”, sia quando deve difendersi al rimbalzo, ovviamente più sollecitato del compagno in quella zona del campo. Un’ottima risposta di Djokovic e una anche migliore (come risultato, benché colpita non proprio benissimo) del trentenne di Banja Luka valgono un altro break, subito confermato per il 6-2.

La coppia kazaka riparte un po’ più convinta al servizio. Al quarto game opera lo strappo grazie a un brutto turno di battuta di Cacic, in cui peraltro Nole è risultato mancante, e conferma non senza difficoltà per le solite incertezze al volo di Nedovyesov, impallinato come una sagoma al poligono di tiro. Golubev però c’è, trascina il compagno e i due si ripetono quando torna la situazione meno favorevole per i serbi, vale a dire sul servizio di Cacic: 6-2 Kazakistan e si va al terzo.

Attenzione massima ai rispettivi turni di battuta per quattro giochi, poi Nedovyesov non chiude una volée, si fa sorprendere da una bordata di Nole, il quale piazza un bel lob e la battuta di Golubev è persa. Cacic ha ritrovato continuità al servizio e anche qualche bello spunto da fondo, non lasciando così alcuna opportunità di rientro agli avversari, viceversa sempre in difficoltà nei propri turni di battuta e capitolano sul 3-5 al terzo match point. La Serbia ritrova così la semifinale dopo quattro anni, quando venne sconfitta dalla Francia a Lille.

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Coppa Davis

Coppa Davis, Germania-GB 2-1: Krawietz e Puetz trascinano i tedeschi in semifinale

Incredibile rimonta della Germania, che elimina la Gran Bretagna dopo il doppio decisivo e sabato sfiderà per un posto in finale la vincente del tie tra Federazione Russa e Svezia

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La squadra tedesca festeggia la semifinale - Finale Coppa Davis Innsbruck 2021 (Photo by Pedro Salado / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

GERMANIA – GRAN BRETAGNA 2-1
D. Evans b. P. Gojowczyk 6-2 6-1
J-L. Struff b. C. Norrie 7-6(6) 3-6 6-2
K. Krawietz/T. Puetz b. J. Salisbury/N. Skupski 7-6(10) 7-6(5)

Strabiliante rimonta tedesca, in parte favorita dal discreto suicidio britannico. Prima Dan Evans demolisce uno smarrito Peter Gojowczyk, poi, nettamente sfavorito, Jan-Lennart Struff batte al terzo Cameron Norrie preparando la strada al colpo della coppia formata da Kevin Krawietz e da un sublime Tim Puetz, che fermano in due tie break Joe Salisbury e Neal Skupski per regalare ai tedeschi la prima semifinale in Davis dal 2007. La Germania contenderà sabato a Madrid un posto nel duello per il titolo a chi emergerà vincente dalla sfida tra Federazione Russa e Svezia.

Piuttosto coraggiosa e incredibilmente sbagliata si rivela la scelta del Kapitän Michael Kohlmann di schierare Peter Gojowczyk, n. 86 ATP, come singolarista n. 2. Nel rubber di apertura, infatti, il trentaduenne di Monaco patisce l’emozione e non riesce mai a entrare nel match, con un piano di gioco che, qualunque fosse, non poteva essere messo in pratica tra doppi falli, unforced sparsi e tutto quello che deriva dalla tensione. Ha così vita fin troppo facile Daniel Evans nell’imporsi cedendo appena tre game in meno di un’ora: tanti rovesci tagliati, qualche accelerazione al momento giusto dopo i palleggi incrociati in sicurezza e la Gran Bretagna è sull’1-0.

 

A sorpresa, però, Jan-Lennard Struff sconfigge Cameron Norrie per 7-6(6) 3-6 6-2, salvando due set point nel tie-break del primo (Norrie aveva anche servito per il set sul 6-5) e dando ai suoi il pareggio. Come negli incontri con Serbia e Austria, quindi, la coppia Krawietz/Puetz cercherà di dare il punto della vittoria ai teutonici: i loro avversari saranno Salisbury e Skupski, che di doppio decisivo ne hanno vinto uno contro la Cechia. Ricordiamo che la vincente troverà o la Svezia o la squadra della federazione russa (RTF).

Qualificazione dunque demandata al doppio e infine colta dalla coppia tedesca, bravissima a superare in due set al termine un match ricco di delizie tecniche sebbene definito da pochi crocevia fondamentali il combo britannico. Decisivi due tie break, entrambi tirati anche se molto diversi tra loro: nel primo Krawietz e Puetz prevalgono al ventiduesimo punto dopo aver sprecato tre set point complessivi (due nel tie break stesso) e avendone cancellati quattro a Salisbury e Skupski; nel secondo i tedeschi appongono la fatidica ciliegina sulla torta mettendo incredibilmente a segno sette punti in fila dallo zero-cinque.

PRE-TIE – Si potrebbe dire che la Germania sia alla ricerca della rivincita perfetta, visto che l’ultimo precedente risale ai quarti dell’ultima edizione delle Finals, anche se quella sconfitta giunse a Madrid. Tuttavia, il capitano Kohlmann la vede diversamente: “Non si tratta di rivincita perché è una squadra diversa”, spiega. “L’ultima volta, non c’erano né Tim [Puetz] né Peter [Gojowczyk], mentre avevamo Philipp Kohlschreiber e Andreas Mies”. Il capitano della squadra nazionale che non ha chiaro il concetto di squadra nazionale? Poi, però, sembra contraddire quanto appena detto: “L’obiettivo è di prenderci la semifinale, ma è bello giocare due volte contro di loro nei quarti così possiamo capire se siamo migliorati o meno”.

L’importante è che abbia ben chiare sul tie che può portarli a Madrid. Ecco appunto la relativa sorpresa: colui che preferisce la terra battuta al duro, che ha perso tre volte su tre da Evans e ha sbagliato tutto contro Rodionov, in una parola Koepfer, viene sostituito da Gojowczyk, quello che da n. 119 e in preda ai crampi batté Tsonga 8-6 al quinto nell’edizione 2014 della Coppa Davis. Altri tempi. Struff confermato singolarista n. 1, mentre l’eventuale doppio decisivo sarà quasi certamente affidato agli specialisti Krawietz e Puetz.

PRIMO SINGOLARE – Parte contratto, Gojowczyk, che sbaglia in palleggio e al servizio. L’inglese è invece sembra già caldo, ma davvero il suo avversario quasi non gli dà modo di dimostrarlo: quattro doppi falli per lui e 3-0 pesante per la Gran Bretagna. Peter dà l’illusione di entrare in partita chiudendo un bello scambio con l’amato rovescio lungolinea, ma la prima di servizio di Evans ritarda l’iscrizione a referto del tedesco fino al quinto gioco. Portatore sano di un soprannome che non suona bene il giorno dopo l’eliminazione dell’Italia, Gojo potrebbe tentare come piano base di inchiodare l’altro sul lato del rovescio aspettando uno slice più comodo da attaccare, mentre Evo, che comunque può anche rimanere su quella diagonale a sbecchettare per ore contro quei colpi relativamente piatti, adotta diverse soluzioni per evitare di scambiare sul ritmo. L’illusione di avere una partita rimane finora tale e arriva il 6-2.

L’inizio del secondo parziale non è troppo dissimile da quanto visto mezz’ora prima e la seconda battuta tedesca ben sotto il nastro consegna subito il servizio. La fatica di Gojowczyk a trovare il tempo sui colpi di Evans continua evidente, con i piedi poco reattivi che danno il loro contributo in negativo, ma almeno riesce a salvare lo 0-3. Di fronte a un avversario in ambasce che sforna gratuiti a ripetizione e compie spesso scelte poco lucide, Evans gioca tranquillo, copre il campo con agilità quelle volte – poche, in verità – in cui è chiamato a farlo e, anche se sbaglia qualcosa di più rispetto al primo parziale, piazza un altro break con un delizioso passante slice che rientra cadendo sull’ultima piastrella disponibile. In vantaggio 5-1, Evans si permette di sfoderare anche un paio di ottimi rovesci coperti e alza le mani in segno di esultanza dopo 55 minuti sul settimo doppio fallo Gojowczyk.

SECONDO SINGOLARE – Scelta infelice quella di schierare Gojowczyk, probabilmente, e tie che pareva compromesso prima della sfida tra i due numeri uno. Nettamente favorito Cameron Norrie, per ranking e periodo storico: recente campione a Indian Wells e ripescato alle Finals, Norrie è uno dei giocatori più caldi dell’autunno tennistico. Eppure, anche nel clima lunare di un palazzetto, quello di Innsbruck, privato del pubblico per la nuova emergenza pandemica, la Davis del presente e del futuro continua a restare allergica ai pronostici scontati. E infatti Struff rovescia il tavolo a sorpresa vincendo 7-6(6) 3-6 6-2, e spinge il quarto tra Germania e Gran Bretagna al doppio decisivo.

E dire che, nonostante il precoce break incamerato in avvio, il buon Jan-Lennard a lungo non dà la sensazione di poter riuscire nel miracolo. Gioca colpi tonanti, questo sì, ma rimangono appunto colpi isolati, immersi in un canovaccio tattico perlopiù improvvisato. Il tennista da Warstein sa di essere inferiore nello scambio e allora tira tutto quello che vede, con risultati alterni. Oppure scende a rete, spesso e volentieri, venendo spesso e volentieri passato da un Norrie più calmo e dentro la partita dopo un avvio incerto. Dal 4-1 Germania, il mancino nato a Johannesburg piazza un parziale di cinque giochi a uno, e quando al termine dell’undicesimo game-fiume da quattordici punti piazza il break e si apposta a servire per il primo set, non solo il set medesimo, ma la contesa tutta pare avviata a una felice conclusione per i sudditi di Sua Maestà.

Il merito di Struff è quello di ribellarsi al destino segnato. Gioca un gran game in risposta e forza il tie-break; tie-break che non molla anche quando deve fronteggiare due set point: quattro punti in fila per il tedesco dal 4-6 e prima frazione Germania: sorprendente, considerata l’inerzia che pareva aver segnato il set. Inopinato, anche, l’andazzo preso dal match nel secondo parziale: Struff, che avremmo previsto rasserenato dal vantaggio, perde da subito certezze al servizio; annaspa ma galleggia fino al sesto gioco, quando Norrie gli scippa con merito la battuta e veleggia comodo verso il set decisivo.

Ma l’inerzia non è di casa, in questo palazzo vuoto e gelido. Rimessi a posto i cocci, il favorito non pareva più doversi guardare indietro. Sua la prima occasione di break nel primo gioco, poi il buio. Turbato e pallido via via sempre più, Norrie perde campo e convinzione, mentre in modo inversamente proporzionale Struff conquista metri e fiducia. Continua a tirare tutto, il tedesco, ma adesso la palla tende a stare più dentro che fuori. Dal due pari Jan-Lennard si prende gli ultimi quattro game, insieme all’insperato punto del pareggio per la Germania.

IL DOPPIO DECISIVO – Finisce con Michael Kohlmann impazzito nel mimare improbabili colpi pugilistici per festeggiare Kvin Kravwietz e Tim Puetz, che completano l’insperata rimonta della Germania sulla Gran Bretagna: sabato, a Madrid, a contendere un posto in finale alla vincente dell’incontro tra RTF e Svezia ci saranno i tedeschi. Il doppio dirimente sfocia in una partita di qualità sopraffina, prevedibile considerati percorsi e palmarès dei quattro protagonisti sul rettangolo di gioco. Esecuzioni ormai estinte nei pressi della rete, rispostoni di bellezza abbacinante, pathos a dosi massicce sebbene concentrato in pochi momenti spartiacque, alla faccia di chi vorrebbe – e in parte ha già voluto – ridurre la disciplina a una roulette russa umiliata dal killer point.

Poche le occasioni per i turnisti in risposta: la prima, al dodicesimo gioco del primo set, procurata da un pasticciaccio di Neal Skupski con lo smash in rete da fondocampo: prima palla break dell’incontro, coincidente con il set point a favore dei tedeschi, ma la risposta di Puetz è fuori. Decisone delegata a un tie break feroce per intensità ed equilibrio, risolto dai tedeschi al ventiduesimo punto e al quarto set point a favore dopo averne annullati altrettanti ai britannici, questi ultimi incapaci di trasformare l’unico capitato sulla racchetta della coppia al servizio: commettendo un esiziale doppio fallo sul quattro pari, Kravietz aveva concesso ai brits di chiudere in battuta, ma sul sei-quattro Skupsi aveva scialacquato mandando lunga una volée. Buon per i tedeschi, già crucciati per aver sprecato due volte (sul 2-0 e sul 4-2) un mini break di vantaggio.

Ancora più liscio il secondo set per i battitori, indisponibili a concedere una singola chance al poligono. Altro tie break, inevitabile, e qui va in scena l’incredibile, specie in un match a coppie: avanti per cinque a zero, con due mini break di vantaggio e ormai sicuri di aver portato la contesa al terzo, Skupski e Salisbury si fanno rimontare subendo sette punti consecutivi, vittime attonite di un Tim Puetz in completa trance agonistica. Non sarà una bella nottata per i britannici, mentre i rivali orfani di Sascha Zverev possono alzare i boccali: la semifinale di Davis, da quelle parti, mancava addirittura dal 2007.

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